BRUNO COTRONEI E I SUOI LIBRI
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QUI I LIBRI ; LE RECENSIONI RICEVUTE E QUASI TUTTO SULLO SCRITTORE
 
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 L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio

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Bruno
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MessaggioTitolo: L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio   L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio EmptyGio Gen 08, 2009 11:28 am

L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio 5coperaspeedud5.th
[size=12][size=18]PREFAZIONE DELL'AUTORE
Furia e tempesta, tuoni, lampi, saette, compaiono improv-
visamente a provarsi a rimuovere il manto di rispettabilità
che sembra ricoprire la nostra editoria. Tassan Din e
Rizzoli, Leonardo Mondadori e De Benedetti e Berlusconi,
P2 e logge massoniche, Feltrinelli e gli attentati, Rusconi e
Mondadori e la Fininvest, banche e televisioni private e
pubbliche, Agnelli e il gruppo Fabbri, Einaudi e il fallimen-
to, Valerio Riva e Bevilacqua, Furio Cicogna ed il Campiello,
i Bellonci e lo Strega, Repaci e Galeazzo Ciano e il Viareggio,
Bacchelli e Adolfo Franci ed il Bagutta, Ciarrapico ed
Andreotti ed il Fiuggi, e poi Sgarbi e De Crescenze, Costanzo
e liti televisive, Accornero e Pezzana e il Salone del Libro,
autori affermati e il clan, direttori editoriali e
trasmigrazioni, Compendi di autori ed editori a pagamento,
aspiranti scrittori e montagne di dattiloscritti e sadismo e
masochismo e vanagloria e disperazione!
Ce n 'è per tutti i gusti e tutte le salse. Tutto ciò, per il grosso
pubblico, venne alla luce a partire da un'intervista a Valerio
Riva (allora neodirettore editoriale della Rizzoli) nel genna-
io del 1983. Seguirono repliche, polemiche, dichiarazioni e
controdichiarazioni e i miei due saggi, e quelli di altri, e
articoli e paginoni di giornali e un mucchio di paginette nei
rotocalchi.
Quando nel 1984 terminai la stesura de "I segreti del-
l'editoria", qualche buon amico mi disse: "Ma chi tè lo fa
fare, perché vuoi metterti contro la "grande" e media edito-
ria^ nella quale sei entrato, senza far parte di alcuna lobby
editoriale e della bagarre letteraria, come scrittore, e scrit-
tore di romanzi, anche se recentemente, per tua libera
scelta, hai accantonato l'offerta dell'editore ligure-piemon-
tese? Vuoi essere messo fuori, boicottato per sempre?».
Risposi che, nonostante la disavventura con quell'editore,
avevo fiducia nell'intelligenza e nell'onestà di fondo del
mondo editoriale italiano "grande", medio e piccolo che
fosse. E che il mio libro aveva degli intenti buoni, utili sia
agli autori che agli editori, ed era ovvio che doveva, per
conseguire i suoi obiettivi, denunciare disfunzioni. Anche
se ero il primo a farlo con un libro, altri, come i giornalisti
di Tuttolibri, mi avevano preceduto autorizzandomi a met-
tere nero su bianco senza timori, che, d'altra parte, non
avrei avuto nemmeno senza un così autorevole avallo po-
tendo portare, a sostegno di quanto avevo scritto, fatti reali
e non vuote elucubrazioni.
Sì, forse sarebbe potuto capitare anche a me come a
Bevilacqua (che lo dichiarava in una lettera a Tuttolibri) di
dover affrontare un tentativo di blackout, di non andare a
genio agli editori, particolarmente ai "grandi" ed ai medi,
di essere messo in quarantena. Ma non me ne preoccupavo
affatto, perché chi è veramente grande, e non solo per
dimensioni, avrebbe saputo privilegiare l'intelligenza su
oscure, deprimenti, sciocche morbosità da parte di coloro
che sarebbe stato bene lasciassero il campo ai tanti che,
dentro e fuori le case editrici, operano con amore in favore
di quel prodotto affascinante che è il libro, che non sa che
farsene di chi vuole trasformare il glorioso mondo editoriale
in una specie di lottizzato ente del parastato o di un
monopolistico potere del capitale.
Ma non avevo tenuto conto del servilismo e della ripicca,
mali antichi ed invincibili del nostro felice Paese! L'editore
ligure-piemontese al posto del mio romanzo ne pubblicava
un altro (al quale, in precedenza, aveva preferito il mio) e
lo conduceva a vincere il Campiello ed a sfiorare il
Supercampiello, mentre il mio saggio (che conteneva il
racconto di quanto mi era capitato in precedenza con
quello strano direttore editoriale) usciva con un piccolo
editore, e la distribuzione, per quanto ben concordata, non
lo faceva giungere affatto alle librerie o in poche copie
assolutamente insufficienti per le grandi richieste. Ma il 'saggio non è un romanzo e gli interessati scrivevano e
telefonavano all'editore ed a me, ed i più tenaci di loro
(fortunatamente tanti) il libro l'hanno acquistato e letto, e
finalmente, dopo mesi, il suo successo si riverberava anche
sui mass media (con diecine di recensioni) e nelle librerie
dove però, a mio avviso, il numero delle copie vendute
avrebbe potuto, come minimo, quadruplicarsi.
E questo è vero perché ancor oggi ( a dieci anni di
distanza) i miei due saggi sull'argomento vengono richiesti
quasi tutti i giorni, e pressantemente. Ma sono esauriti ed,
in qualche capitolo, superati.
Ecco il motivo di questo mio ultimo lavoro, che, pur
utilizzando parte del materiale degli altri due, scava ancor
più a fondo, aggiorna ed amplifica l'argomento ed è, quin-
di, qualcosa di diverso, autonomo ed originale. Sono certo
che si rivelerà utile agli editori e agli aspiranti scrittori, che
mi auguro lo apprezzino anche per la sua sincerità ed il suo
coraggio.
Bruno Cotronei
febbraio 1995
[/size][/size]


Ultima modifica di Bruno il Mer Mar 18, 2009 6:10 pm - modificato 1 volta.
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MessaggioTitolo: Re: L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio   L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio EmptyGio Gen 08, 2009 11:34 am

L'ASPIRANTE SCRITTORE
Amico lettore, hai mai provato il desiderio di scrivere
qualcosa? un racconto, un articolo, un romanzo, una poe-
sia, un saggio?
Se hai acquistato questo libro, penso proprio di si!
Quando ti è successo? da ragazzo, nell'adolescenza,
nella maturità o nei giorni tristi e vuoti della pensione?
Ti sei fornito di un bloc-notes o di un quaderno o, se sai
scrivere a macchina, di una risma di bianchi fogli extra-
strong e ti sei ritirato nella tranquillità della tua stanza, del
tuo studio, o in un angolo poco frequentato della tua casa.
Hai raccolto le idee ed incominciato. Quante cose hai da
dire, da esprimere! Episodi di vita tanto più interessanti dei
migliori romanzi; torti subiti; un amore appassionato; un
amore sfortunato; un amore andato in fumo per la famiglia,
i figli; una carriera fulminante; una carriera interrotta per
invidia; una malattia dolorosa affrontata con coraggio; la
morte improvvisa di un parente, un amico; ingiustizie
sociali alle quali hai assistito impotente; esperienze di
guerra; esperienze di scuola come allievo o come docente;
una spiccata sensibilità per la bellezza della natura, dell'al-
tro sesso, dell'amore; una denuncia ecologica; una denun-
cia di sprechi del denaro pubblico, del nostro denaro; una
denuncia di razzismo o di inquinamento sociale. Sei ben
documentato, senti di aver ragione; puoi scrivere di un
argomento tecnico molto meglio e in un modo ben più
chiaro di altri pubblicizzati, trombazzati, ammirati autori
che trattano della stessa cosa; possiedi una vena poetica e
la esprimi con facilità, le tue similitudini, le tue sintesi ti
sembrano all'altezza dei più celebrati verseggiatori.
Ma presto hai incontrato le prime difficoltà: il tuo scrit-
toio si è riempito di troppa roba: vocabolario, dizionario
dei sinonimi, volumi dell'enciclopedia e quei fascicoli di
documenti, quelle foto di molto tempo fa, planimetrie di
città, piante topografiche di paesi e regioni. E poi la punteggiatura,
l'aggettivazione, l'esaurirsi facile di quanto intendevi dire o
l'eccessivo affastellarsi, come una gran folla che voglia entrare presto, subito, in uno
stadio o in un teatro per un ingresso angusto; dialoghi che non riescono
ad esprimere in un modo vero, naturale il conversare, il
litigare di due o più persone; descrizioni affrettate o ecces-
sivamente prolisse; lo scontro fra il contenuto e lo forma; e
tante altre cose.
Hai smesso scoraggiato e ti sei reso conto di quanto sia
diffìcile sfiancante scrivere in modo decente anche un
breve racconto, alcuni accettabili versi, un saggio ben
costruito o, addirittura, un intero romanzo!
Hai ripreso con tenacia, cancellando intere frasi, strap_
pando intere pagine e, dopo giorni, mesi, a volte anni il
tuo lavoro, la tua opera è davanti a tè, completa, corretta,
perfetta (almeno così ti pare).
Ed ora? Come farla conoscere? Come raccogliere il frutto
di tanto pesante lavoro?
Bisogna pubblicarla: ma come, con chi.-'
Quando passi davanti ad una libreria, dei nomi ti perse-
guitano dal fondo delle multicolori copertine di centinaia di
volumi: sono quasi sempre gli stessi. Nelle terze pagine dei
quotidiani sono ancora loro che s'impongono ai tuoi occhi
e si stampano indelebili nella tua memoria, emergenti dalla
pubblicità di opere di ogni genere, facendoti sognare di
leggere il tuo nome accomunato ad uno dei loro
ADELPHI BALDINI & CASTOLDI, BOMPIANI, DE
AGOSTI EINAUDI, EELTRINELLI, GARZANT^L MUU-
N0 LATERZA LONGANESI, MARIETTI, MARSILIO,
SNDADORI MURSIA, NEWTON & COMPTON, RIZZOLI,
RUSCONI SPERLING & KUPFER, SUGARCO.
Consulti gli elenchi telefonici delle varie città, le pagine
gialle e infine, spedisci speranzoso il manoscritto accom-
pagnato da una lettera nella quale succintamente riassumi
le qualità e i contenuti di quanto hai scritto che, a tuo modo
di vedere, può rappresentare un testo più che valido per
roditore
E i giorni passano, poi settimane e mesi, e il cuore ti
10
batte a ritmo accelerato quando finalmente ti giunge una
busta con uno di quei nomi noti, fin troppo noti. La apri
religiosamente cercando di non farti scorgere da parenti o
colleghi, e trovi:
Egregio signore,
abbiamo ricevuto il suo testo intitolato,,. da Lei sottoposto a
questa Casa Editrice con la proposta di pubblicazione.
Lo esamineremo con cura, dopodiché Le faremo conosce-
re la decisione editoriale che prenderemo a riguardo.
Voglia intanto ricevere molti cordiali saluti.
CASA EDITRICE X
oppure:
Egregio signore,
ci riferiamo all'opera... da Lei inviataci. Siamo spiacenti di
dover segnalare che la nostra valutazone non è stata favo-
revole,
Provvediamo dunque a restituire il dattiloscritto al Suo
recapito augurando diversa fortuna presso altro editore.
Cordiali saluti.
(Segreteria Editoriale)
o anche:
Gentile signor Y,
in risposta alla Sua cortese lettera del... siamo spiacenti di
doverLe comunicare che la nostra Casa Editrice non pub-
blica più narrativa italiana.
Conplico a parte provvediamo a restituirla il Suo dattilo-
scritto dal titolo... e, ringraziandoLa per aver pensato a noi,
cordialmente La salutiamo.
Z EDITORE
o in variante:
Gentile dottar Caio,
La ringraziarne per la Sua gentile proposta, ma siamo
11
costretti a declinarla. La gran quantità di manoscritti arri-
vati in questi ultimi tempi, infatti, ci impedisce di prenderne
in esame altri: faremmo aspettare troppo gli autori.
Le restituiamo, quindi, il Suo manoscritto. Con i migliori
saluti.
La Segreteria Letteraria
o più confortante:
Gentile dottar Sempronio,
Abbiamo esaminato con tutta l'attenzione che merita il Suo
romanzo...
Purtroppo la decisione editoriale che abbiamo dovuto
prendere a riguardo non è positiva. L'opera è interessante,
ma non è stata ritenuta adatta all'inserimento nelle nostre
collane di narrativa, già peraltro impegnatissime per alcuni
anni.
Non ci resta quindi che declinare la Sua cortese proposta
e restituirLe il testo con l'augurio che Lei possa concludere
favorevolmente con altra casa editrice.
Mentre La ringraziarne per averci interpellati, ci è gradi-
ta l'occasione per inviarLe i nostri migliori e più cordiali
saluti.
EDITORE Y
Nel primo e nell'ultimo caso non fai certo salti di gioia,
ma una certa soddisfazione ti pervade e ti senti quasi
orgoglioso dell'attenzione che ti hanno dedicato o dell'ap-
prezzamento sul frutto del tuo lavoro. Le altre invece ti
lasciano deluso, depresso, amaro, ma non vinto, e ci
riprovi, purtroppo con analoghi risultati.
Ma ora pazienza, amico lettore-aspirante scrittore: segui
attentamente quanto ho da dirti, forse potrò esserti utile.
12
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MessaggioTitolo: Re: L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio   L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio EmptyGio Gen 08, 2009 11:36 am

Cap. II
LA SITUAZIONE EDITORIALE ITALIANA
Non ho certo la pretesa di inquadrare in ogni sua
sfumatura i travagli dell'editoria del nostro Paese,
tantomeno quella dell'editoria di quotidiani, che non ri-
guarda gli intenti di questo volume. Mi propongo di chia-
rire, per sommi capi, ciò che interessa gli editori di libri e
quindi gli aspiranti scrittori, e ciò che c'è dietro i nomi che
tanto fascino esercitano su di tè, amico lettore.
Devi sapere che, fra gli anni Settanta e Ottanta, circa un
terzo di quelle sigle editoriali sono state investite da crisi
violente che hanno messo in forse la loro esistenza e nelle
quali, a volte, per proteggere posti di lavoro in pericolo, è
dovuto intervenire lo Stato anche con aiuti e sovvenzioni
che poi (ed è ovvio) sono ricaduti su tutti noi nella nostra
veste di contribuenti.
Devi sapere, amico lettore, che nella Penisola esistono
più di 2.000 aziende che pubblicano oltre 24.000 libri
all'anno per un totale di circa 140 milioni di copie suddivise
fra "varia" (84 milioni), "scolastica" (47 milioni), e "per
ragazzi" (10 milioni), con una tiratura media per titolo di
circa 6.000 copie. Il fatturato (fine anni Ottanta) ammontava
a 2.700 miliardi, dei quali 1.570 miliardi per vendite indi-
rette (librerie, edicole, remainders, supermercati e fiere), e
1.140 miliardi per vendite dirette (rateali, corrispondenza,
clubs del libro ed esportazioni).
Potrebbero sembrare cifre di un certo rispetto (anche se
infime paragonate a quelle di altri settori produttivi del
nostro Paese) se non si dovessero fare i conti con le
consistenti riduzioni (dal 50 al 62) che gli editori sono
costretti ad applicare nei riguardi della distribuzione. Il
fatturato reale si riduce, quindi, a circa 860 miliardi per le
vendite indirette e, globalmente a circa 2.000 miliardi, pari,
mediamente, a meno di un miliardo per editore!
13
Appena 54 case editrici superano le 90 novità annuali, e
solo altre 41 producono più di 50 nuovi titoli, ulteriori 343
sono attestate fra gli 11 e 50 titoli, mentre 352 sono fra 5 e
10 titoli, e 637 riescono a produrre appena da 1 a 4 titoli
all'anno. Delle altre oltre 600 sigle editoriali non si possie-
dono dati.
Delle sigle che tanto ti attraggono: ADELPHI produce 50
titoli, BOMPIANI (inserita nel Gruppo Fabbri che produce
276 novità) 117, DE AGOSTINI 230, EINAUDI 150,
FELTRINELLI 60, GARZANTI l60, IL MULINO 163,
LATERZA l60, LONGANESI 70, MARIETTI 40, MARSILIO
60, MONDADORI 980, MURSIA 181, NEWTON &
COMPTON 59, RIZZOLI 228, RUSCONI 72, SPERLING &
KLJPFER 150, SUGARCO 70.
La pubblicazione di oltre 200 opere annue è raggiunta
solo da 12 editori, di cui 4 stampano anche narrativa,
essendo gli altri specializzati in saggistica, scienze, diritto o
editoria scolastica. Quindi solo il 2 degli editori italiani
producono 8.000 novità all'anno e rappresentano ben il
34 dei titoli lasciando ben poco spazio fisico nelle 800 (su
5.182) librerie dove si realizza più del 70 del fatturato di
"varia" delle vendite dirette.
Tutte queste cifre, forse noiose, ti permettono di com-
prendere, caro lettore, che solo qualche diecina di editori
(su oltre duemila) possono essere considerati a livello na-
zionale, il che significa avere la capacità, attraverso una
valida rete di distribuzione, di far giungere i propri prodotti
nei punti di vendita di ogni regione e non solo nelle grandi
città, ma anche in piccoli centri forniti di una qualsiasi
struttura che venda libri. Inoltre queste aziende devono
avere la forza economica di pubblicizzare i libri che stam-
pano, su quotidiani, periodici e televisioni di Stato o pri-
vate.
E non è ancora tutto! Validi uffici stampa devono prov-
vedere ad inviare i volumi ed a sollecitare la critica ad
occuparsi del prodotto (e a non cestinarli senza nemmeno
sfogliarli), premi letterari a prenderli in considerazione (e a
non accantonarli perché già si punta su titoli e nomi
prestabiliti, altrimenti come potrebbe la giuria leggere in
14
pochi giorni le oltre 50/100 opere mediamente presenta-
te?), agenzie letterarie a proporli all'estero, case
telecinematografìche a tradurli in immagini.
È una macchina organizzativa complessa che solo i
grandi possiedono e che costa fior di quattrini!
Ebbene, un amico lettore, quanto pensi che possa ren-
dere un libro all'azienda che lo pubblica?
Sai quanto costa stampare ed inserire nel circuito distri-
butivo un libro?
Sai quanto si paga per una pubblicità di 4 moduli (la più
comune) su un giornale di media-alta tiratura?
Sai quanto incidono le spese generali?
Sai lo sconto che pretendono un distributore ed un
libraio?
Proverò, molto sommariamente, a fartelo conoscere.
Seguimi, per cortesia.
Stabilimenti tipografici o medie tipografie per la tiratura
di 3.000 copie (che è il minimo da prendere in conside-
razione per stampare in offset) chiedono, per un
sedicesimo (owerossia ogni 16 pagine del libro) e usando
una carta da 70/80 grammi, 600.000 lire (comprensive di
composizione, carta e legatoria). Quindi per un libro di
320 pagine (20 sedicesimi) L. 12 milioni, ossia 4.000 lire a
copia. Bisogna aggiungere il prezzo della copertina che
incide per circa 700 lire a copia se si tratta dei libri più
comuni rilegati in brossura (mentre per i cartonati con
sovracoperta l'incidenza supera le L. 2.000 a copia).
A questo punto vanno aggiunti il costo del disegnatore/
ideatore della copertina e le spese generali che variano fra
le 2.000 e le 4.000 lire a copia.
Tiriamo le somme:
4.000     per la stampa +
700     per la copertina +
3.000     fra disegnatore e spese generali =
7.700     lire a copia
Poi c'è la nota più dolente: la pubblicità!
Grandi sono i problemi ad essa connessi. Ormai e
ampiamente dimostrato che nessun libro, nemmeno quello
15
degli autori più noti, si vende da solo: bisogna quantomeno
far sapere che è stato pubblicato e di cosa tratta, e la notizia
deve essere presentata in modo quanto più suadente è
possibile tanto meno l'autore è conosciuto.
Tré sono le strade da percorrere: inserzioni su giornali
locali, inserzioni su grandi quotidiani a livello nazionale,
pubblicità o "presenze" in televisione.
Tralasciando l'ultima (e più efficace) strada perché il
costo è enorme, o i "sistemi" per ottenerlo sano troppo
"politici", restano le prime due che comportano un spesa,
per ogni spazio di circa centimetri 8x8, che varia fra il
milione ed i sei milioni e va ripetuta perlomeno per 3
volte (che è il minimo indispensabile secondo accurati
studi).
Per esemplificare scegliamo una media di L. 3 milioni
per volta per tré: uguale 9 milioni che, diviso per 3.000
copie, da un incidenza di L. 3.000 per copia.
Quindi il costo totale per copia (stampa, copertina, dise-
gnatore, generali e pubblicità) risulta essere di L. 10.700.
Ti sembra poco, caro lettore, per un prezzo di copertina
di 30.000 lire (che è il massimo praticabile per un volume di
narrativa in brossura di 320 pagine)?
Attento, alle spese di prima devi sommare quelle relati-
ve ai diritti d'autore che variano fra il 5 ed il 15 del
prezzo di copertina, e quindi fra le 1.500 e le 4.500 lire. La
media di 3.000 lire fa ascendere il costo globale per l'edi-
tore a L. 13.700 per copia.
"Ma", ti sento obiettare, "raggiunge poco più del 45
delle L. 30.000 stabilite, pur avendo calcolato tutto, anche
una discreta pubblicità".
Potresti aver ragione se la rete di distribuzione, come già
ho accennato, non pretendesse uno sconto che va dal 50 al
60, che sembra (ed è) tanto ma che comporta uno sconto
al libraio del 30, oltre (quando ordina 12 copie) un'altra
copia gratis. E bada bene, amico lettore, che non intendo
più oltre tediarti ma debbo pure farti conoscere che in Italia
le librerie possono ordinare "in conto assoluto" ed "in
conto deposito". Ciò significa, nel primo caso, che pagano
le copie ordinate ma possono sempre richiedere una sosti-
16
tuzione di copie con altre di titolo diverso; oppure, nel
secondo caso, pagare, mesi dopo, solo le copie vendute e
restituire il rimanente.
Cosa rimane quindi all'editore sulle 30.000 lire del prez-
zo di copertina (e valutando uno sconto al distributore di
"solo" il 50)? Meno del 5!
Ritornando alle tremila copie stampate, il costo
sarà di L. 41.100.000 e il reale fatturato di L. 45 milioni
con un utile di L. 3.900.000, pari a poco meno del 10
sulla somma investita.
Potresti allora dirmi che non è poco per un'attività
industriale, specialmente se va moltipllcato per il numero di
titoli editi, aggirantesi per una casa editrice di grandi pro-
porzioni intorno ai 200 all'anno.
Purtroppo non è così!
Pensi davvero che si possano vendere tutte le copie di
una tiratura? Sarebbe troppo bello.
Circa duecento unità di ogni titolo stampato vanno in
omaggio a critici e premi letterari decurtando l'utile di un
ulteriore 50 a parte le "rese" che non mancano mai, oltre
ad un complicato calcolo (che ti risparmio) di interessi
passivi per ritardati o sfasati pagamenti.
Da ciò puoi capire che tirature intomo alle 3.000 copie,
non confortate da ristampe, si rivelano una perdita viva per
l'editore!
Molte cose non vanno nella nostra editoria e, caro
lettore, le verrai scoprendo se con pazienza percorrerai
attentamente le pagine di questo libro che, oltre ai dati ed
ai peccati, ti fornirà nomi a profusione.
Pensa che dei 140 milioni di copie stampate solo 100
milioni vengono vendute. La resa al produttore di volumi
malinconicamente invenduti e restituiti ammonta a ben il
29, che è comunque un dato bugiardo per difetto se non
dimentichiamo che i 46 milioni della "scolastica" non posso-
no (generalmente) essere restituiti. La vera resa è quindi di
circa il 42, ossia quasi la metà dell'intera produzione. Ciò
costituisce il primo e massiccio atto di accusa a carico
dell'editoria del nostro felice Paese!
Nel numero 343 di Tuttolibri (che come sai è un supple-
17
mento che esce ogni sabato inserito nel quotidiano "La
stampa" di Torino, tiratura oltre 600.000 copie) del 22
gennaio 1983, Nico Orengo ha pubblicato un'intervista
esplosiva a Valerio Riva, allora nuovo direttore editoriale
della Rizzoli, facendo seguito ad una dichiarazione di
quindici giorni prima dello stesso Riva del seguente tenore:
"L'ideale di un programma editoriale, per ridurre al
minimo i rischi, sarebbe di escludere ogni titolo di
narrativa italiana".
Domanda: Orfana Fallaci, in questa ottica, lei la consi-
dera uno scrittore italiano o straniero?
Risposta: La Fallaci è un unicum. Una colonna della
casa editrice, una industria. È capace di far arrivare un
suo libro fino all'ultimo uomo della terra. È in grado di
trovare un editore negli angoli più lontani, di creare rap-
porti editoriali. Certo questo costa (che significa? Nota di
Bruno Cotronei). Ma rende in immagine.
D.: Allora o si è la Fallaci o niente?
R.: Voglio pubblicare gli scrittori. Dico solo che con i costi
industriali raggiunti, i romanzi italiani o stranieri che
vendono tra le dieci e le quindicimila copie non si dovreb-
bero più fare. L'editore, che ha una produzione generale, sa
che pubblicarlo è un rischio e fa parte del suo mestiere^
tagliare i rischi. Se non accetta questa regola è perché
l'editore sa che fa parte del suo "mestiere" il cercare di
pubblicare gli autori del proprio Paese. Bisogna allora af-
frontare il problema di una maggiore diffusione del libro,
una sua più ampia utilizzazione.
Saltando alcune domande e risposte che riguardano
meno l'intento di questo libro, andiamo direttamente a
quelle che più ci interessano:
D.: E allora quali sono i problemi da affrontare?
R.: I costi di produzione, la crisi economica, il costo del
denaro, la rivoluzionaria trasformazione tecnologica in
atto. Oggi c'è un costo industriale che arriva al 7, costi
fissi del 21, una distribuzione che arriva al 50/60 e il
costo d'autore che arriva al 15. Vogliamo cominciare a
sfrondare un po'? A rifare i calcoli? (Come vedi, amico
lettore, anche se con qualche sensibile differenza di per-
18
Segue...
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MessaggioTitolo: Re: L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio   L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio EmptyGio Gen 08, 2009 11:41 am

centuale per le singole voci, il costo totale si aggira, più o
meno, su quanto ti ho prospettato. Ma non sono affatto
d'accordo che quanto ha detto Riva possa essere valido per
tirature che si aggirano sulle quindicimila copie. Se vere,
denotano una disfunzione aziendale non accettabile.)
D.: Da dove cominciare?
R.: Dall'autore. Il grande editore è taglieggiato, uso una
parola grave, da una certa categoria di autori...
D.: Italiani?
R.: ...Finora il rapporto autore-editore è stato
paternallstico. Gli editori tradizionalisti consideravano gli
autori loro figliocci. Elargivano regalie che non corrispon-
devano al valore effettivo; non facevano conti. Oggi che la
situazione è diversa le regole debbono cambiare: un con-
tratto a percentuale non può essere un capestro dell'autore,
una tomba per l'editore. L'autore deve capire che i benefìci
gli vengono dalla capacità di trasformazione che l'editore
fa del suo lavoro, oltre la sua intrinseca capacità. Deve
conoscere i rischi dell'editore, come i rischi che egli stesso
corre sedendosi a scrivere. E invece no, percentuali esagera-
te, anticipi, collaborazioni, richieste smodate di spazi pub-
blicitari... Bisogna cambiare il rapporto editore-autore.
D.: In che modo? Cambiando la figura dell'autore? Del
prodotto-libro?
R.: Gallimard ha stipulato un accordo con la Gaumont,
insieme hanno messo su una "banca di idee", di possibili
soggetti tratti dai film. Noi possiamo farlo con la Rai. Si
possono utilizzare sceneggiatori che facciano dei film pri-
ma o contemporaneamente all'uscita del libro. Adesso io,
per esempio, ho mandato un redattore da un personaggio
della cronaca perché raccogliesse la sua storia, ci sarà un
autore che la trascriverà e uno sceneggiatore che ne farà un
trattamento per il cinema. Quando il libro sarà pronto
godrà dei benefici indiretti del film. Questo si può fare con
5/6 libri all'anno. Bisogna uscire dallo specifico del libro,
farlo diventare altre cose: il libro scritto, tradotto sulla pa-
gina, è solo uno dei tanti modi del suo possibile impiego,
dell'uso che l'editore può farne.
D.: È una visione catacombale delle librerie, non lepore?
19
R.: L'opera d'arte messa in libro e portata in libreria è
un'idea arcaica. In America il libro va in libreria solo nei
momenti di crisi. Vendere in libreria è marginale. A
meno che le librerie non si trasformino in spettacolo, in
luogo dove trovarsi, dove stare. Ma le librerie dove? Dai
dati di questo Natale abbiamo visto che si è venduto
meno in periferia e in provincia. La gente vuole andare
in  centro. Oggi con un'idea di città medievale,
ghettizzante, è il centro che raccoglie i clienti: le librerie
che vendono sono quelle vicine alle boutiques, ai negozi
dove si fa la spesa. Altro che fare arrivare il libro alle
edicole, alla Stando o alla Rinascente. Costi vertiginosi e
risultati mediacri.
D.: Con quali libri si propone di modificare i rapporti
con il pubblico, i mezzi di comunicazione, i tradizio-
nali luoghi gutenberghiani?
R.: Libri che informino, che spieghino agli Italiani
alcune grandi verità, per esempio sul socialismo (ho
commissionato una biografia su Andropov a Kirill
Chenkin), che li divertano, che forniscano miti, che ri-
velino quanto il mondo cambia, o spazi sconosciuti. Se
non ci fosse stato Marquez quanto tempo avremmo im-
piegato per accorgerci che esisteva la Colombia?
D.: Non vorrebbe scoprire anche un nuovo autore
italiano?
R.: Mi piacerebbe. C'è? Forse sì. Molti potrebbero
diventarlo, ma non succede perché sono uomini mode-
sti, fifoni, con mogli brutte ma fedeli, attaccati al loro
tran-tran, o troppo ingordi, senza tante motivazioni
profonde. Scrivono per essere amati o per essere famosi,
per promozione sociale, gente che vive sulla mutua an-
che in letteratura. Non hanno ideali e così muore la
nostra cultura. Corrono appena hanno un manoscritto
dall'agente letterario, da Linder, che è un grande am-
ministratore dei suoi autori, onesto, scrupoloso. Ma va
tenuto come i grandi signori dell'Ottocento tenevano i
loro fattori. Perché non c'è niente di peggio di un agente
che vuole forzare il mercato. Lo so perché fra i respon-
sabili delle crisi della Rizzali c'è anche Linder.
20
Dopo questa intervista tanto dirompente e così abil-
mente condotta sulla quale, magari un po' più in là, ti
dirò la mia opinione commentandola, unitamente ad
altre dichiarazioni, punto per punto, un mare di pole-
miche che hanno trovato come ideale cassa di risonan-
za in prima linea Tuttolibri.
E, dopo una replica dell'agente letterario Linder (se
ricordo bene nel numero successivo), il 5 febbraio
un'intera pagina ed oltre era dedicata ai problemi solle-
vati da Riva, che insiste con una lettera inviata (e pub-
blicata) a Orengo. Ne riporto qualche stralcio:
Caro Orengo,
tu sei un intervistatore spiritoso, io passo per un "catti-
vo", l'intervista che mi hai fatto due settimane fa ha
scatenato un putiferio. Ho ricevuto un diluvio di mano-
scritti. Reggiani mi ha fatto il verso, il "Tempo" di Roma,
ci ha dedicato un paginone... Se fossi ancora al-
l'Espresso", Zanetti mi avrebbe già ordinato di fare
un'inchiesta sul tema: "Queste mogli di scrittori sono
poi così brutte?"... Però questa storia delle mogli mi
pare ci stia portando fuori strada... Il discorso è un
altro: avrei potuto dire che gli scrittori italiani non si
drogano come Michaux, non accoltellano la moglie
come Mailer, non si ammazzano in automobile, non si
tirano un colpo di doppietta, non fanno i mercanti di
schiavi, non vivono in esilio, non rischiano la galera,
non bevono neppure un bicchiere di troppo... Sciasela
viene eletto in Parlamento e dopo un po' nessuno ne
sente più parlare; Pasolini muore qualche mese più
tardi tutti si affannano a ricordare che stava facendo-
si una bella casa e aveva una vita regolare... Non ce
n'é uno che sia disdicevole incontrare per strada. Tutti
scrittori con mutua e seconda casa. In questi tré mesi
che sono alla Rizzali, con un giudice sul capo, le paure
degli impiegati e degli operai di essere licenziati, ne ho
visto di esempi edificanti: scrittori che tempestavano
perché il congelamento (temporaneo) dei diritti d'au-
tore gli avevano impedito di comprarsi un nuovo ap-
partamento, altri cui la Casa editrice aveva per anni
21
imbandito non picnic ma banchetti alla cinese di di-
ciannove portate che strepitavano perché dovevano at-
tendere tré mesi ad intascare poche centinaia di miglia-
io di lire... Dopo l'intervista Linder mi ha scritto una
letterina cortese e divertente, con una sola punta di
sussiego: quando dice che non gli interessa un fico di
quello che posso dire io, perché tanto sa bene che "i
direttori editoriali passano, gli editori restano". Vorrei
rispondergli che la mia esperienza personale mi dice di
contrario: gli editori passano, svaniscono, falliscono,
scoppiano, gli intellettuali restano (se sono veri intel-
lettuali)...
A questo punto, caro lettore, debbo subito informarti
che Riva non rimase, dopo poco non era più direttore
editoriale della Rizzoli, che già il 26 febbraio in un'enorme
pubblicità sull'ultima pagina de "La stampa" di Torino
(che incorpora ogni sabato Tuttolibri), si affannava a far
sapere con una scritta macroscopica: "CHI HA MAI DET-
TO CHE LA RI220LI NON PUBBLICA PIÙ' ROMANZI
ITALIANI? Anzi pubblica i più belli, pubblica soltanto il
meglio. Ecco la prima ondata di primavera:.."
Ma torniamo al numero del 5 febbraio di Tuttolibri. In un
articolo dal titolo: "O best-seller o da buttare" su sei
colonne, Giorgio Calcagno parla di un saggio-pamphiet di
Giancarlo Ferretti, "II best seller all'italiana" pubblicato da
Laterza. Ne riporto stralci significativi:
// romanzo italiano sta malissimo, dicono editori, critici,
sociologi: ha perso pubblico, non si rinnova, è diventato
un'operazione di clan. Il romanzo italiano sta benissimo,
dicono le classifiche dei best-seller; i nomi veri alla fine
emergono; la moneta buona contro le leggi degli economisti
riesce a scacciare la cattiva. Il romanziere, da alcune setti-
mane, è nella tempesta. Il dibattito, aperto dalle dichiara-
zioni di Valerio Riva al nostro giornale, allarga i suoi
cerchi. Chiama in causa il maggior agente letterario, provo-
cando la reazione di Linder. E contro il nuovo direttore
della Rizzoli, imputato di leso romanzo, si muove quasi
compatta la corporazione degli scrittori. È difficile per tutti
22
ammettere che i libri sotto le ventimila copie sono destinati a
sparire, come Riva minaccia. Anche perché, sopra le venti-
mila copie, ci arrivano sempre in meno... Ma anche nella
casa di Segrate (Mondadori) l'asticella del salto in alto è
stata posta a quota quindicimila, qualcuno che non l'ha
passata alle prove precedenti deve già cambiare destinazio-
ne. Per gli autori lo spazio si restringe. Per i giovani è il
buio. A gettare nuova benzina sul fuoco, il saggio di
Ferretti... È un'analisi dura e, per qualche aspetto forzata,
ma sostanzialmente attendibile, della parabola che ha se-
guito il nostro romanzo, dall'improvviso boom degli Anni
60, sulla scia del "Gattopardo", alla crisi di oggi. Rico-
struendo una storia letteraria sulle classifiche di vendita in
libreria... Ferretti identifica un modello di narrativa che è
stato per vent'anni dominante: il bestseller "d'autore". È un
genere partito da esempi alti (Bassani, Testori)per arrivare
man mano alla conquista di maggiori spazi sul mercato
"nel segno della qualità media". I nomi indicati sono, in
varie parti del processo, Cassola e Chiara, Arpino e Prisco,
Castellaneta e Gina Logorio. Questo tipo di libro, secondo
Ferretti, risponde perfettamente al pubblico che la nostra
società editoriale-letteraria si era ritagliato; la media e pic-
cola borghesia, in espansione con lo sviluppo economico.
C'è una coincidenza di interessi precisa fra l'autore che
scrive, l'editore che lo promuove, il critico che lo accredita e
il pubblico che lo legge. E si deve a questa coincidenza il
fatto abbastanza anomalo che il best-seller italiano è un
prodotto letterariamente di buon livello. Ma è anche un
libro prevedibile, avverso alla sperimentazione, che non
sposta equilibri costituiti... Il nostro scrittore riesce ad otte-
nere, insieme, la consacrazione della critica e del pubbli-
co... Il successo arriva con qualche onere. Creato l'autore,
l'editore lo sfrutta, senza cercare forze nuove; e l'autore
deve consegnare un libro ogni anno, perché il successo è
stagionale, non bisogna lasciare la vetrina agli altri. Le
statistiche più recenti ci dicono che questo modello di ro-
manzo perde progressivamente lettori... Ma gli ultimi anni
registrano alcune sorprese, che consentono al critico di
individuare un modello alternativo al precedente: il ro-
23
ammettere che i libri sotto le ventimila copie sono destinati a
sparire, come Riva minaccia. Anche perché, sopra le venti-
mila copie, ci arrivano sempre in meno... Ma anche nella
casa di Segrate (Mondadori) l'asticella del salto in alto è
stata posta a quota quindicimila, qualcuno che non l'ha
passata alle prove precedenti deve già cambiare destinazio-
ne. Per gli autori lo spazio si restringe. Per i giovani è il
buio. A gettare nuova benzina sul fuoco, il saggio di
Ferretti... È un'analisi dura e, per qualche aspetto forzata,
ma sostanzialmente attendibile, della parabola che ha se-
guito il nostro romanzo, dall'improvviso boom degli Anni
60, sulla scia del "Gattopardo", alla crisi di oggi. Rico-
struendo una storia letteraria sulle classifiche di vendita in
libreria... Ferretti identifica un modello di narrativa che è
stato per vent'anni dominante: il bestseller "d'autore". È un
genere partito da esempi alti (Bassani, Testori) per arrivare
man mano alla conquista di maggiori spazi sul mercato
"nel segno della qualità media". I nomi indicati sono, in
varie parti del processo, Cassola e Chiara, Arpino e Prisco,
Castellaneta e Gina Logorio. Questo tipo di libro, secondo
Ferretti, risponde perfettamente al pubblico che la nostra
società editoriale-letteraria si era ritagliato: la media e pic-
cola borghesia, in espansione con lo sviluppo economico.
C'è una coincidenza di interessi precisa fra l'autore che
scrive, l'editore che lo promuove, il critico che lo accredita e
il pubblico che lo legge. E si deve a questa coincidenza il
fatto abbastanza anomalo che il best-seller italiano è un
prodotto letterariamente di buon livello. Ma è anche un
libro prevedibile, avverso alla sperimentazione, che non
sposta equilibri costituiti... Il nostro scrittore riesce ad otte-
nere, insieme, la consacrazione della critica e del pubbli-
co... Il successo arriva con qualche onere. Creato l'autore,
l'editore lo sfrutta, senza cercare forze nuove; e l'autore
deve consegnare un libro ogni anno, perché il successo è
stagionale, non bisogna lasciare la vetrina agli altri. Le
statistiche più recenti ci dicono che questo modello di ro-
manzo perde progressivamente lettori... Ma gli ultimi anni
registrano alcune sorprese, che consentono al critico di
individuare un modello alternativo al precedente: il ro-
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MessaggioTitolo: Re: L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio   L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio EmptyGio Gen 08, 2009 11:41 am

manzo di "ingegneria letteraria". È un tipo di libro che
l'autore scrive pensando più al lettore che al pubblico orga-
nizzato del clan, avvalendosi di nuovi strumenti per farlo
circolare (i mass media, più che i premi). È un libro di
contenuti sofisticati, e spesso alti, ma con una costruzione
avvincente, che partecipa del giallo. Il caso più tipico è "II
nome della rosa " di Eco, un successo che rovescia tutte le
prospettive dell'industria culturale. Ferretti gli accosta "Se
una notte d'inverno un viaggiatore" di Calvino, e, su un
diverso piano, "A che punto è la notte" di Frutterò e
Lucentini, oltre "II giocatore invisibile" di Pontiggia... Lo
schema (di Ferretti) è un po' rigido, elude troppi casi che
non si prestano alle classificazioni... Il taglio ideologico
tende a raccogliere isoli dati utili alla tesi, crea raggruppa-
menti opinabili fra gli autori citati. Ma la diagnosi è oppor-
tuna, il problema si fa caldo proprio oggi. Il best setter
italiano è passato indenne attraverso la rivoluzione delle
avanguardie del '63, la contestazione del '68, la caduta dei
valori dei primi anni 70... E oggi rischia di fermarsi per la
concorrenza dei nuovi mass media, che gli portano via il
pubblico... Il "vizio dei best setter", che Ferretti depreca,
rischia di essere un peccato sempre più raro netta nostra
repubblica letteraria.
Lo stesso Calcagno cura, nella medesima pagina, una
serie d'interviste sul saggio di Ferretti; eccotene alcune:
D.: Piero Chiara è uno degli autori chiamati più in
causa da Ferretti. Dodici romanzi pubblicati in vent'anni,
ha appena consegnato il tredicesimo a Mondadori, un libro
di quaranta racconti, che uscirà a maggio. Si riconosce
nella definizione di produttore di best setter che gli viene
data?
R.: Mi riconosco senz'olirò, perché, avendo in circola-
zione quattro milioni di copie di narrativa, è segno che ho
avuto consenso. Ma non è l'editore che mi spinge a pro-
durre. Sono i lettori. È il successo che mi spinge. E io non
faccio alcuna fatica a tener dietro alla loro richiesta,
perché sto bene solo quando racconto. Non ho altro da
fare al mondo ne farei altro.
24
D.: Ma il pubblico, ci dicono le cifre, si va restringendo.
R.: Questo l'ho notato anch'io. C'è un calo anche per gli
autori che hanno venduto più di contornila copie come me.
Gli editori hanno pubblicato troppi libri, sulla spinta del
boom hanno mandato in libreria anche roba che non ha
incontrato il gusto del pubblico. Dei libri miei, di Soldati, di
Arpino i lettori sono soddisfatti. Degli autori che ci hanno
trascinato dietro, no. Non si può far ingoiare a un lettore un
volume da 15 mila lire, che lui poi lascerà a pagina cinque.
D.: Valerio Riva accusa lo scrittore italiano di avere
troppe pretese. Come si difende?
R.: L'autore cerca di avere le migliori condizioni, è
naturale. Specie quando ha avuto successo. È così in
qualsiasi campo economico. Un cantante che è stato ap-
plaudito alla Scala il giorno dopo chiede di più. E molti
autori si rivolgono a perniciosi agenti letterari, che hanno
tutto l'interesse a strappare condizioni di favore. Nel mio
caso, io ha sempre trattato direttamente, e ho trovato
accordi facilissim i. Non faccio richieste eccessive.
D.: Mario Spagnai, amministratore delegato della
Longanesi, è stato per lunghi anni alla Mondadori e alla
Rizzali, dove ha promosso una fortunata politica della
scoperta del best setter. Crede che esista in Italia lo scrittore
popolare, quello di best setter?
R.: Esiste sì. Basta pensare alla Fallaci. Usuo "Un uomo",
ha fatto all'estero un milione di copie in hard-cover (rile-
gato). Ma tutte le teorie sul best setter vengono sempre
smentite dagli stessi best setter. Esso corrisponde più che a
categorie sociologiche a quelle psichiche. Il best setter "sve-
la", rivela tendenze collettive. Io diffido sempre quando gli
autori dichiarano di "star facendo" un best setter: nel 90
dei casi sarà un fallimento. Eco e Calvino non hanno
progettato dei best setter, non si sono messi a tavolino come
ingegneri. Sono degli autori e si saranno sorpresi loro per
primi di essere diventati best setter. Il successo cade sempre
inatteso. Emblematico il caso de "II gabbiano di Livingston"
di Bach, non si sapeva se metterlo in una collana per
bambini o dove, per mesi rimase in una collana di non-
fiction.
25
D.: Domenico Porzio, da anni direttore dette relazioni
pubbliche detta Mondadori, segue con la passione del critico
militante la narrativa italiana. Pensa che Eco con il suo "II
nome della Rosa" sia il nuovo prototipo dei best setter italia-
no?
R.: Eco era addirittura dubitoso se pubblicare o no Usuo
romanzo. Mi ricordo che chiese di leggerglielo, aveva addi-
rittura timore che potesse nuocergli. Lo lessi e consigliai
alcuni tagli. Usci in cinquantamila copie e nessuno pensa-
va che avrebbe superato le trecentomila. Quello di Eco è un
libro "mitico" per i giovani che lo hanno letto e imposto
perché Eco è da decenni un protagonista della cultura
giovane. Il suo è un best setter di qualità e non di artigiana-
to. Bisognerebbe allora parlare anche di Leonardo Sciasela
che non scrive l'unicum, ma ogni libro che fa è un best
setter, e Sciasela non concede, non offre al lettore pagine
d'amore e se c'è il delitto è un delitto volgare: Sciasela è il
vero caso di scrittore popolare italiano con una forte perso-
nalità letteraria. In Italia si comincia a parlare di best setter
quando si superano le quindicimila copie. Ma i veri best
setter sono Chiara, Goldoni, Saviane che superano le
contornila e anche Bevilacqua che, con il "Curioso delle
donne", ha scritto un libro per il grande pubblico.
D.: Alberto Moravia è un best setter da quarant 'anni; il
suo ultimo romanzo "1934" è arrivato alle contornila copie.
Come spiega il fatto che in Italia il successo di vendita spetta
allo scrittore di qualità, e non a quello commerciale?
R.: In Italia non ci sono ne Robbins ne la Collins, ne la
Metalius ne Puzo. Il best setter all'americana da noi non
può esistere perché non esistono scrittori che riconoscono di
essere commerciali (anche quando lo sono). Per questo il
nostro best setter è di qualità, o magari di mezza qualità.
Ma il romanzo commerciale da noi non esiste anche perché
manca un pubblico per questo genere. Il caso di Liala è
atipico; perché non si rivolge a tutto il pubblico, ma solo ad
una parte molto precisa. Il best setter per eccellenza è stato
in Italia "La Storia" di Elsa Morante, che è una scrittrice
assolutamente di qualità.
D.: Ferretti osserva che la politica della nostra editoria,
26
fondata si best setter di qualità, di pochi autori, sempre gli
stessi, ha finito per restringere l'area di lettura.
R.: Non sono d'accordo con Ferretti. Penso che il best
setter di qualità raggiunge oggi il massimo della tiratura
possibile. Non credo che si possa avere un successo maggiore
di contornila copie in un anno, in Italia. E non esiste niente
che possa contraddire quello che dico. Un romanzo di
Robbins, in Italia, non vende di più.
D.: Eppure ricordiamo dei periodi in cui le vendite sono
state più alte.
R.: Il pubblico italiano è anormale. In certi periodi i
lettori accorrono in gran numero e poi, per misteriose
delusioni, scompaiono. È avvenuto negli Anni Sessanta
con la comparsa dei pocket, era già avvenuto negli Anni
Venti. Nel 1929 "Gli indifferenti" fu un grande successo di
critica. Vendette mille copie, pagate da me. (Stupisci,
amico lettore, Moravia si è dovuto pagare il suo primo
libro!). Era un bei libro, e non lo compravano. Sei anni
prima Guido da Verona aveva venduto 250.000 copie,
con "Mimi Bluette fiore del mio giardino". Come spiega
questa caduta perpendicolare? Dove erano finiti gli altri
249.000 lettori di Guido da Verona?
Davvero mi preme, caro lettore, commentare gli articoli
e le interviste che hai fin qui letto e che, sono convinto,
molto ti avranno sorpreso fino a disorientarti. Preferisco,
però, che tu conosca prima, attraverso altri articoli ed
interviste, ulteriori aspetti dell'editoria italiana e poi, in più
capitoli, dare libero sfogo ai miei personali rilievi che,
spero, ti troveranno d'accordo. Passiamo, quindi, al nume-
ro del 2 aprile del prezioso Tuttolibri dove Luciano Genta
ha pubblicato un articolo dal titolo: "II tascabile costa meno
ma il lettore preferisce i libri cari".
Tè.ne sottopongo alcuni significativi stralci:
Sono "risparmiasi": costano in media 4.2 79 lire (circa 12
mila lire di oggi), chi vuole se li può comprare tutti con
quarantasei milioni (140 milioni di oggi). Sono numerosi:
10.764 volumi offerti da 36 editori... scrive Patrizia Moggi
(che ha curato il catalogo pubblicato dalla Bibliografica):
27
"Questo catalogo è una sconfitta... La rivoluzione nella
lettura (prevista con il lancio dei tascabili) non c'è stata
perché continua a leggere libri chi già lo faceva...! (così
come negli anni '90 i libri millelire di "Stampa Alternativa" e
di "Newton Compton", dopo un inizio travolgente e tirature
oltre le 100 mila copie - tutte vendute -, stanno notevol-
mente calando specialmente come vendite, ed, in definiti-
va, non sembrano aver conquistato, nemmeno nel boom,
considerevoli altre aree di lettura). (Le statistiche confer-
mano ogni anno che a comprare libri è soprattutto una
ristretta fascia di un milione e mezzo di lettori (su 57 mi-
lioni di abitanti di cui oltre dieci milioni frequentano la
scuola a vari livelli): si portano a casa i tré quarti dei libri
venduti e da soli rappresentano la metà degli acquirenti.
Questi cosiddetti "lettori forti" non guardano molto alle
differenze di prezzo, ma alla qualità della merce-libro.
Preferiscono i "rilegati", che non si sfasciano, si possono
passare di mano in mano e resistono a più letture. Rincorro-
no la novità, il best setter e non aspettano che venga
riciclato. Negli economici vanno alla ricerca dei classici,
che spesso già possiedono, in edizioni impreziosite da nuove
note e commenti. Così, dopo il sorprendente boom dei primi
Anni Sessanta, i tascabili sembrano soffrire una crisi di
sovrapproduzione... Ad esempio certe scelte sbagliate degli
editori: da un lato libri "inutili", romanzi soprattutto ita-
liani, che hanno il respiro di una stagione... dall'altra tanti
libri "uguali"... Per limitarci a qualche titolo... 6 Amieto, 6
Manifesti di Marx, 5 Fiori del male e 5 Certosa di Parma, 4
Bovary, Wertber, Demoni, Bei Ami, Karenina, Guerra e
pace, ecc. Incide poi una insufficiente promozione del pro-
dotto... Il singolo tascabile di rado è pubblicizzato e fatto
conoscere al largo pubblico e ancorpiù di rado è recensito
dalla maggior parte dei giornali. Altro fattore importante è
la distribuzione... il 40 dei clienti occasionali delle libre-
rie non riesce a trovare quello che cerca... E quanto sia
importante un'offerta ampia e ben esposta lo dimostra il
successo delle mostre mercato dei tascabili organizzate da-
gli stessi librai e dagli enti locali: ogni volta realizzano
incassi di centinaia di milioni. (Non dimenticare, amico
28
lettore, tutto ciò, ci tornerò quando ti parlerò - per i piccoli
editori - di distribuzione, di vendita nelle librerie ed edicole
ferroviarie, e del Salone - abbagli, o peggio - del Libro di
Torino del 1989). Infine c'è il fattore prezzo. Il libro tascabi-
le è nato come libro economico, i primi... costavano 350
lire (oltre 7.000 lire di oggi)... Ma prezzi e costi dipendono
dalle tirature. Una maggior diffusione aiuterebbe a conte-
nere anche i prezzi. E a conquistare... quel potenziale
pubblico di nuovi lettori, soprattutto giovane (i millelire di-
mostreranno, circa dieci anni dopo, che purtroppo ciò è
solo molto parzialmente vero)...
Ed eccoti tré interviste, sempre di Genta:
D.: È vero che i tascabili sono in crisi?
Risposta di Glauco Arneri, Oscar Mondadori: Cestaio
un indubbio calo del mercato sia pure leggero. Anche per
gli Oscar, che pure registrano la flessione più contenuta.
Le tirature medie (non le vendite) sono passate dalle trenta
alle ventimila copie. Abbiam.o aggiustato il tiro: oggi un
libro non dura più di un anno, i costi di magazzino si
fanno insostenibili. Le cause? In generale la crisi econo-
mica, l'inevitabile aumento dei prezzi. Chi deve rispar-
miare conta anche le quattro lire. Considero invece as-
surdo attribuire colpe alla TV, pensare che non si com-
prino libri perché si guarda il video (forse è l'unico, amico
lettore, a pensarla cosi). Conta piuttosto il non aver trova-
to nuovi canali distributivi. Le edicole sono intasate. For-
tissima è, ad esempio, la concorrenza delle collane rosa,
un successo strepitoso a prezzi imbattibili: è inevitabile
che abbiano sottratto spazio e una certa fascia di pubblico
ai tascabili tradizionali.
Risposta diEraldo Violo, Bur Rizzali: Negli ultimi anni le
tirature si sono un po'contratte, oggi il mercato è stagnante.
Nell'82 la Bur ha tenuto i livelli di vendita dell'81; le tirature
variano fra le 20/25 mila copie per i titoli che vanno anche in
edicola e le 10/12 mila per i classici. Al di là di questa
modesta soddisfazione, è vero che i tascabili non hanno
ottenuto il successo che s'immaginava. Oggi si vendono più
libri di vent'anni or sono, ma non c'è proporzione con lo
sviluppo della scolarità: un pubblico nuovo i tascabili non
29
l'anno conquistato. Primo responsabile è proprio la scuola
che non ha abitualo a leggere "per sempre". Dopo vengono
errori editoriali e il problema della distribuzione. I libri si
vendono solo al centro delle grandi città: un nuovo pubblico
di lettori, se anche ci fosse, non riusciamo a raggiungerlo.
Risposta diPietro Getti, Grandi Libri Garzanti: La nostra è
una solida collana di classici, con un'immagine precisa, ben
riconoscibile. Ha una tiratura media di 10/15 mila copie e il
catalogo fa aggio sulle novità (il 20 contro l'80 delle
ristampe): questo è un segno di buona salute. Se i tascabili in
generale risentono la crisi del libro, ciò è dovuto non tanto alle
scelte dei titoli, molto più ricca che in altri Paesi, ma alle
insufficienze organizzative, di marketing della nostra edito-
ria. Gli economici dovrebbero essere considerati una casa
editrice a sé, con specifici problemi di mercato, programman-
do tirature e canali di distribuzione adeguati. In America li si
trova dappertutto, da noi sono rare le librerie che riservano ai
tascabili anche un solo scaffale o vetrina. Gli editori li trattano
come una delle lante collane, senza distinguerli dai rilegati. Il
tascabile dovrebbe garantire il rilancio e il massimo sfrutta-
mento delle novità hard-cover. In Italia questo rapporto è
capovolto. "Radici" rilegato ha venduto 400 mila copie, Bur si
è fermato a 50 mila: è un esempio di come la nostra editoria
non sia una vera industria culturale.
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MessaggioTitolo: Re: L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio   L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio EmptyGio Gen 08, 2009 11:45 am

Cap. III
L'ESTEROFILIA DELL'EDITORE ITALIANO
Amico lettore, come hai appena incominciato a conosce-
re, la nostra editoria funziona davvero in modo strano e
mostra sempre di più una spiccata preferenza per lo scrit-
tore straniero (di valore, o commerciale, o appena "scoper-
to") che gli giunge già collaudato da altri mercati o editori
che hanno avuto la capacità ed il coraggio imprenditoriale
di lanciarlo e "collaudarlo".
Infatti già nei cataloghi dell'inizio degli anni Ottanta dei
nostri maggiori (o più noti editori anche di narrativa) si
potevano rilevare questi dati:
Monda dori (collana scrittori italiani e stranieri), 78 italia-
ni e 45 stranieri).
Monda dori (collana omnibus italiani e stranieri), 14 ita-
liani e 41 stranieri.
Rizzoli (collana la scala), 76 italiani e 86 stranieri.
Rizzoli (romanzi italiani e stranieri), 9 italiani e 20 stra-
nieri.
Bompiani (collana letteraria), 32 italiani e 51 stranieri.
Sugarco (collana i giorni), l6 italiani e 30 stranieri.
Sperling & Kupfer (collana Pandora), 1 italiano e 60
stranieri.
Marietti (nuova collana di narrativa), O italiani e 12 stranieri.
Tirando le somme risultavano nelle collane, citate a caso,
226 scrittori italiani e ben 345 stranieri! E la situazione si
sarebbe presentata in modo ben più negativo se avessi
continuato a spulciare nei cataloghi dei "grandi" editori ed
avessi proseguito fra editori medi e piccoli che pubblicano
"non a pagamento" (sebbene, come potrai renderti conto
più avanti, una certa forma di pagamento - sul quale
ritornerò - è praticamente comune a tutti gli editori che
pubblicano autori italiani).
Ad esempio un piccolo-medio editore (che mostrava
all'inizio degli anni Ottanta una notevole presenza pubbli-
31
citarla), Città Armoniosa, pubblicava a profusione: Wilde,
De Saint-Exupéry, Reymont, Milosz, Scheneider, Jammes,
Bosquet, Claudel, Bernanos, Mauriac, Maritain, Ramuz,
Bergson, Guitton, Galic, Gladilin, Dostoevskij, conditi da
Manzoni e Nievo!
Naturalmente incominciò ad avere difficoltà economiche
sempre maggiori che sfociarono, nell'84 e nell'85, in ripetuti
tentativi di svendite dove offriva "tutti i suoi titoli con sconti
fra il 50 e 1'80. Queste le offerte: 15 libri a scelta per L
50.000; 27 libri per L. 100.000; 55 libri per L. 200.000; tutti i
76 libri solo L. 250.000".
Indubbiamente dava un senso di pena, di squallore
vedere (in luogo dei soliti spesso trionfali annunci dell'usci-
ta di un nuovo libro, sempre o quasi di un "grande"
scrittore, di un "brillante" saggista, dal contenuto affasci-
nante, suadente, interessante) una chiara manifestazione di
resa, una bandiera bianca, polverosa, dagli orli forse strac-
ciati. Mi ricordava quanto fece la Feltrinelli che qualche
anno prima inviò una circolare di svendita di tutta o parte
della sua produzione. Lì la resa era meno eclatante, più
riservata (a parte notizie ufficiali di prefallimento, o quasi, o
più).
Ma, caro lettore, ini sai dire cosa facevano nel catalogo
di un piccolo-medio editore quei nomi che più su ho citato?
Li avresti acquistati tu da Città Armoniosa quando le collane
economiche dei grandi editori ne sono piene (e, attenzio-
ne, mi riferisco ai grandi scrittori universalmente conosciu-
ti), oltre ad essere molto meglio distribuiti e a prezzo
inferiore? E gli altri stranieri meno conosciuti cosa rappre-
sentavano in quel catalogo? Snobismo oppure un tentativo
appassionato di farci conoscere talenti di oltre frontiera? E
perché non i nostri che pur ci sono, basta cercarli, inco-
raggiarli, aiutarli e pubblicarli, mentre in "Città Armoniosa"
apparivano solo molto sporadicamente?
L'esterofilia del nostro felice Paese non ha confronti fra
le nazioni a maggior sviluppo industriale, come sottolinea-
va Fabio Troncarelli in un succoso articolo di quattro
pagine pubblicato dall'Europeo n. 34 del 25 agosto 1984 e
intitolato "Quel bei tomo straniero", che già nell'occhiello e
32
nel sommario diceva: "Editoria, perché i best seller in Italia
vengono quasi rutti da altri paesi? Un Terzo dei libri
stampati da noi è una traduzione. Su 4.800 manoscritti di
nuovi autori soli tré sono stati accettati nel 1982. Siamo
esterofili inguaribili o i nostri scrittori valgono poco? Sentia-
mo i protagonisti".
Ed ecco l'inizio dell'articolo:
Ahi, malattia delle statistiche! Ce n'è una recente ed
insospettabile del Syndacat National de l'Edition (grosso
modo il corrispettivo francese dell'Associazione Italiana
Editori) che dice che in Francia su 10 best seller pubblicati 8
sono francesi e 2 stranieri; in Germania la proporzione è di
12 a 3; in Inghilterra di 8 a zero; negli Stati Uniti di 14 a
I... E da noi? Ogni anno escono in Italia 15/20 mila libri
nuovi. In media 40/50 al giorno. Quelli tradotti da altre
lingue sono il 30. Chi vende di più, gli italiani o gli
stranieri? Le statistiche non sono certo a nostro favore.
Uccelli di rovo ha sfondato il muro delle 500 mila copie;
Radici esitile 450 mila copie in edizione di lusso e 65 mila
in economica; L 'Azteco, uscito due anni fa, è sulla vetta
delle 300 mila copie. Cifre analoghe o comunque altissime,
si potrebbero citare per i grandi successi tradotti negli ultimi
anni: da John Tolkien a Ken Follett, aJeorgeAmado a John
Le Carré, da Gabriel Garcia Marquez a Wilbur Smith.
Anche gli ultimissimi best seller sono stranieri: Vendetta,
uscito a giugno, ha venduto 35 mila copie; Straniera è la
terra, di poco precedente, è arrivato a 40 mila copie. In
confronto gli italiani ci fanno una magra figura: i "best
seller d'autore" degli ultimi tempi vendono sulle 100 mila
copie (così ad esempio 1934 di Moravia) con l'unica leg-
gendaria eccezione di Umberto Eco (con 500 mila copie in
edizione rilegata e 130 mila copie in economica). Quanto
alle opere forse non immortali, ma che piacciono ai comuni
mortali, accanto agli intramontabili Giorgio Bocca, Enzo
Biagi e Orlano Fallaci, solo testi comeLa storia della fi-
losofia greca di Luciano De Crescenze (premio Bancarel-
la) o I miei primi quarant'anni di Marina Lante (4 edi-
zioni) reggono il passo . Tradotto in termini spiccioli per
uno scrittore italiano che sogna il successo le prospettive
33
sono piuttosto ridotte: a meno di non aver fornicato con
ministri o presocratici, oppure di essere una celebrità già
affermata come Eco e Moravia, ha un'unica strada, adotta-
re uno pseudonimo straniero e magri perfino nazionalità,
se ci riesce. Il problema, al di là dello scherzo, è così serio
che sono divenuti best seller dei libri come si fa...: un
libro ponderato come "IL BEST SELLER ALL'ITALIA-
NA" del critico letterario GIANCARLO FERRETTI
(Laterza)... e un libro polemico come "I SEGRETI
DELL'EDITORIA" di BRUNO COTRONEI (Oceania) è
arrivato alla seconda edizione in un mese. Anche
settimanali e quotidiani si sono gettati a capofitto nella
mischia pubblicando negli ultimi mesi inchieste ed inter-
viste a catena a personaggi come Giulio Bollati, Giulio
Einaudi, Leonardo Mondadori, Rivira Sellerie, Inge
Feltrinelli. L'accusata numero uno è sempre la stessa: l'edi-
toria con la sua crisi e la sua cronica diffidenza verso il
prodotto nazionale...
Ma tale atteggiamento, amico lettore, non è cambiato
nemmeno oggi, agli albori del 1995, nonostante le classifi-
che di vendita dell'intero 1994 (Tuttolibri, gennaio 1995)
evidenzino al primo posto un romanzo italiano, "Va' dove ti
porta il cuore" di Susanna Tamaro (la giovane scrittrice
contesa a furia di carta bollata da Marsilio e Baldini &
Castoldi e che ha venduto ben un milione di copie!), e sei
"scrittori" nostrani nei primi nove (Tamaro, Bobbio, Eco,
Covatta, Tabucchi ed Occhetto), e 52 nei primi 99. Non
cento perché, ovviamente, escludo dalla competizione (ci
mancherebbe) il Papa, Giovanni Paolo II, sceso in lizza con
Mondadori.
E la bistrattata narrativa italiana, come saprai continuan-
do a leggere questo libro, è presente con più di 25 titoli su
52. Gli altri sono i soliti De Crescenze, Biagi, Bocca, più
volte presenti e in un declino più evidente, il magistrato più
famoso d'Italia, gli immancabili Forattini e Alberoni, il
politico Occhetto che cerca di rifarsi della sconfitta elettora-
le, il sempre presente in televisione Pasini (ma quelli che
sto citando lo sono quasi tutti), i soliti biografi di Berlusconi,
34
qualche comico dei 28 pollici, "l'usufruitore" dei termini dei
bambini, e qualche altro.                           . .
Non sempre (e ritorno alla narrativa) le posizioni m
classifica rispecchiano la qualità, e spesso i più validi
narratori non compaiono affatto o ne occupano gradini
troppo bassi per loro. È il caso di Tabucchi, di Vassalli, di
Baricco e di Montefoschi, presente con il romanzo che
vinse il premio Strega. Per non parlare poi di Pavese e
Calvino.
Fortunatamente la Casati Modigliani (che, pero, ha 1 one-
stà di non nascondere di essere una scrittrice più o meno
commerciale) occupa solo il 60° posto, ma la Tamaro è
addirittura prima! Ho letto il suo libro ed il mio giudizio
coincide con quello che salta fuori dall'articolo "Va' dove ti
porta il kitsch" di Paola Sorge pubblicato da La Repubblica
del 7 febbraio 1995:
Non saranno certo contenti i dirigenti della Diogenes, la
prestigiosa casa editrice svizzera che ha tenuto la battesimo
la nostra Susanna Tamaro e che ora manda in libreria la
versione tedesca di "Va' dove ti porta il cuore", dopo il
giudizio espresso dal settimanale Der Spiegel.
Il Best seller italiano da un milione di copie, sebbene
venga riconosciuto come il più importante fenomeno edito-
riale dell'Italia del secondo dopoguerra (ed Eco?), viene
definito un "pastone" ai limiti del kitsch, scritto in un
linguaggio casereccio che prende immagini e similitudini
dalla vita domestica di una massaia.
In dosi calibrate si trova un pò ' di tutto nel libro-miracolo
della Tamaro, osserva la redattrice del noto settimanale
tedesco, dopo aver ben calcato la mano sullo straordinario
successo che in Italia ha avuto questo trionfo dei buoni
sentimenti: un pizzico di buddismo, uno di cristianesimo,
di ebraismo, di filosofia indiana e cinese, condite
dall'insopprimibile Grecia antica.
Un libro scritto all'insegna dell'ingenuità, in cui manca-
no del tutto ironia, sarcasmo, cinismo, in cui si asseriscono
le verità più ovvie, scrive la giornalista tedesca, colpita
soprattutto dalla leggerezza con cui vengono affrontati i
problemi più seri e profondi della nostra esistenza come il
35
destino e la predestinazione dell'uomo, o la natura dell'ani-
ma umana.
Ma nell'articolo non sipario solo del libro: della Tamaro
viene fatta un'accurata radiografia biografico-psicologica,
in cui la scrittrice appare, dopo gli inizi stentati, l'aiuto di
Fellini (eccola la raccomandazione, come al solito anche
per gli altri esordienti delle grandi Case, che prenderemo in
esame poi, amico lettore) e infine il boom di quest'anno,
una classica donna sull'orlo di una crisi di nervi.
Ma per chi legge questa recensione- una delle pochissi-
me dedicate dallo Spiegel a libri italiani - non solo la
Tamaro, ma anche tutto il popolo italiano sembra sull'orlo
della crisi di nervi (.e non ha esaminato gli aspiranti scrittori
di qualità!): preso da un subitaneo raptus di bontà e carità
cristiana, ha decretato il successo della stupidità ben con-
fezionata.
Comunque, riprendendo il discorso sui troppi libri stra-
nieri presenti (tradotti ed editi da noi) sul mercato italiano,
meglio, molto meglio la Tamaro (che quantomeno descri-
ve, magari con ingenuità, il nostro mondo) che i tanti
scrittori di mezza tacca d'oltralpe e d'oltreoceano. Perché,
oltre agli altri motivi, vi sono quelli della cattiva traduzione.
Infatti nel numero 9 del mai troppo lodato "Tuttolibri"
(aprile 1983) Nico Orengo pubblicava un pezzo ad otto
colonne dal titolo "La rivolta dei traduttori oscuri cottimisti
che riscrivono grandi libri". Eccotene alcuni educativi
stralci:
Tradurre o tradire? L'interrogativo di tanto in tanto si
ripropone. Lettori e librai si lamentano. Il libro è diventato
più caro ma la sua "confezione" non è migliorata. Brutte
copertine, pagine che si scollano e traduzioni poi... Sotto
accusa sono loro, quell'esercito di traduttori, pochi profes-
sionisti, molti dilettanti che ogni anno traducono il 23,3
dei ventimila titoli pubblicati in Italia, dei quali il 45
dalla lingua inglese. Chi sono? Molti professori di scuola,
studenti, signore che "sanno" una lingua e hanno molto
tempo a disposizione. E poi, ma sempre meno, studiosi
universitari, critici, scrittori, traduttori di professione, di-
36
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MessaggioTitolo: Re: L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio   L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio EmptyGio Gen 08, 2009 11:45 am

stratti da lavori più remunerativi... Perché tradurre non
rende... Quanto guadagna un traduttore? Oggi in Italia
una cartella di 2.000 battute (più o meno equivalente ad
una pagina di un libro) viene pagata dalle 6/7 mila lire
(circa 20.000 di oggi, 1995) per una traduzione dal france-
se o dall'inglese, 7.500 dal tedesco, 6/6.500 dallo spagnolo,
8/9 mila dal russo, per quelle scientifiche il prezzo si aggira
sopra le 10.000 lire (30.000 di oggi). Naturalmente ci sono
traduttori particolari che possono ottenere condizioni di-
verse: se Sciasela si mette a tradurre Stendhai o Moravia
Balzac le tariffe sarebbero altre. Quanto incide sul costo del
libro la traduzione? È un calcolo difficile da fare, perché
ogni casa editrìce, a seconda delle sue dimensioni, ha costi
generali diversi, cambiano i coefficienti e il prezzo di co-
pertina si ottiene con moltiplicazioni diverse. Su di un
saggio dall'inglese, di difficoltà media, di 200 pagine incide
sui costi di produzione tra il 10/12, sul prezzo di coperti-
na dal 2 al 3- • • Mario Spagnai della Longanesi ricorda
come sia importante il traduttore bravo se il testo da tra-
durre ha qualità letterarie. "Ma", dice, "i traduttori bravi
sono cari. Per tradurre Von Rezzori dal tedesco abbiamo
cercato e fatto fare tantissime prove prima di trovare chi
fosse in grado di "renderlo" in italiano. Oggi comunque gli
editori perdono, non ci sono margini e non credo che
possano dire sì alle richieste dei traduttori... Lo so è un
mestiere faticoso che non trova adeguate ricompense mate-
riali e morali. Il basso livello in cui versa la categoria dei
recensori (e questo è purtroppo vero tranne un numero,
sempre più esiguo, di eccezioni) fa sì che di loro ci si ac-
corga solo per citarli se hanno sbagliato (naturalmente se la
cosa si viene a sapere da altre più qualificate fonti). Ma i
bravi, ripeto, vengono disputati dagli editori». Floriana
Bossi, traduttrice di Burgess, Compton-Burnett... «Ho quasi
smesso", dice, "non si può vivere con le traduzioni, si è
pagati troppo poco. Bisogna avere un altro lavoro, fare
l'insegnante. È un mestiere che ho amato perché amavo la
letteratura, perché è un'attività creativa (Questo è il vero
problema nelle traduzioni letterarie da altra lingua: spesso
la creatività del traduttore non entra in sintonia con quella
37
dell'autore, e noi, lettori comuni, non potremo mai apprez-
zare pienamente ed in tutte le meravigliose sfumature
letterarie, un'opera narrativa o poetica di uno scrittore
straniero di vaglia) in cui bisogna avere umiltà. Ma non
rende. Quando ho tradotto "L'Arancia meccanica" di
Burgess ho fatto una fatica tremenda che mi ha reso po-
chissimo». Perché, è utile ricordare, il traduttore lavora a
"forfait", per venti anni l'editore ha diritti sulla traduzione,
può ristampare, passare in economica senza dover dare
nulla, se non qualche copia omaggio al traduttore. «Siamo
lavoratori pagati a cottimo", diceMasolino D'Amico, "i peg-
gio pagati del mondo. I bravi traduttori non sono stimolati
sufficientemente, non vengono mai elogiati per la traduzio-
ne che hanno fatto. E dire che anche grazie a loro si è
tradotto, mi riferisco alla letteratura angloamericana enor-
memente... Si guadagna di più con il teatro. Ma la tradu-
zione in teatro cerca di farla, per prenderne i diritti, il
regista.'"... Anche per Attilio Veraldi uno dei grandi decani
della traduzione con più di cento titoli alle spalle, da Tom
Wolfe a Dahiberg, da Purdy a Schneck, e oggi autore di
romanzi di successo come "La mazzetta", il traduttore è
«una figura maltrattata, non riconosciuta ufficialmente ma
solo fiscalmente». Dice Veraldi: «Per l'editore quello ^ della
traduzione è un costo comprimibile. Il traduttore è una
forza debole, non ha sindacati. Ma un albo sarebbe perico-
loso: chi giudica chi?... Quando si fanno dieci pagine al
giorno, bene, è già un buon risultato. Ma con un libro
facile, e dettando, si arriva a 25". (Non è poi tanto male,
amico lettore, 70.000 al giorno - oggi sarebbero circa
200.000 lire - per 20 giorni al mese, o addirittora 170.000
lire al giorno - oggi quasi 500.000 -, anche se, nel secondo
caso, bisognerà detrarre le spese, peraltro limitate a circa
due milioni del 1995, di una brava segretaria. Comunque, al
valore del denaro di oggi, 4 milioni al mese o 8, che sono
pari - detratte le tasse - a poco più di uno stipendio di un
professore. Pur riconoscendo che un valido e scrupoloso
traduttore valga e sia ben più raro di un normale docente).
Estremamente illuminanti mi sembrano le dichiarazioni
di Saba Sardo, esponente dell'Associazione Italiana Tradut-
38
tori, raccolte e pubblicate da Orengo, delle quali tè ne
sottopongo una parte:
«I nostri interlocutori sono l'industria culturale, i giornali
e la televisione. Vorremmo solo sottolineare l'importanza
trascurata del traduttore. Ogni anno si pubblicano circa
20.000 titoli (compresi gli scolastici) e la terza parte è in
traduzione: per il 99 sono titoli nuovi (la Sardi è in contra-
sto con le percentuali riportate da Orengo e Trocarelli: 33
la prima, 23,3 il secondo e 30 il terzo. 6.800 circa la
prima, 4.200 il secondo, circa 6.000 il terzo). L'Italia è dun-
que una grande impanatrice di tecnologia culturale. L'Italia
non produce testi medi, la sua narrativa è un cimitero con
nobili eccezioni. Si legge fiction anglo-americana, saggistica
francese. L'editore si è seduto, trova all'estero il libro pronto. Il
suo consulente, che è quasi sempre un traduttore (vedi che
errore, amico lettore, perché il traduttore potrebbe compor-
tarsi come Cicero prò domo sua), gli segnala i testi e l'editore
corre meno rischi, sa già la tiratura e l'accoglienza che ha
avuto nel suo Paese. Se non ci fosse il traduttore l'editoria
italiana cesserebbe di esistere. E sarà maggiore Usuo impiego
infuturo, un futuro meno provinciale, meno monoglottante
(e la fine per la nostra letteratura!). Ma gli editori sottovalu-
tano il lavoro del traduttore. Negli anni '70, quando si face-
vano quasi esclusivamente libri di politica, non importava
come venivano tradotti. Oggi il libro toma ad essere di élite il
pubblico lo desidera ben confezionato, ben tradotto (e come
fa ad accorgersene?). Si tratti di un testo raffinato o di grande
popolarità, un giallo o un fumetto. E allora il traduttore non
può che essere un buon professionista, uno che sapendo Usuo
mestiere fa risparmiare costi e revisioni...".
Non posso dawero tralasciare di farti conoscere, caro
lettore, un altro più breve articolo di Orengo dal titolo: "Ma
c'è anche chi scambia un vaso per un vascello". Ti fa capire,
ancora meglio, quanto sia sbagliata la politica dell'editoria
italiana quando importa in quantità eccessiva narrativa stra-
niera offrendoci sovente prodotti di qualità scadente, per
carenze intrinseche o per difetti di traduzione, mentre è tanto
severa con aspirante scrittore nostrano. Eccoti l'articolo:
È diffìcile, impossibile, tracciare una mappa degli errori
39
più clamorosi in cui sono incappati anche celebri tradutto-
ri. Alcune perle le trovò l'anglista Carlo Izzo, quando nel
1966 pubblicò per le "edizioni di Storia e Letteratura", in
onore dei settantenni di Mario Praz, un saggio sulla "Re-
sponsabilità del traduttore". In esso raccontava celebri er-
rori di traduzione suoi e di altri colleghi. In un'elegia di
W.H. Auden la parola "vaso" diventava "vascello", in una
lirica di William Empson "Appuntamenti mancati", il titolo
della ballata di Coleridge "Rime of thè Anciente Mariner"
venne tradotto con "Rime all'antica maniera", un verso di
Dylan Tbomas che diceva: "I miseri mobili della casa erano
suoi", diventò "I bastoni della casa erano suoi". Il poeta
Lowell nel tradurre "La notte afosa " di Montale la "arricchi-
sce" di sensazioni olfattive e geografiche, stirando il verso in
"Thè night is like thè sultry sulphur of Montecatini". Altri
esempi più recenti: in "Care memorie" di Marguirite
Yourcenar "Recolle", che è un ordine religioso, diventa un
cognome. Masolino D'Amico rabbrividisce ogni volta che in
casa di qualcuno o in libreria vede la sua traduzione per
Longanesi, dell'Alice, perché alle "scaglie dorate" di un
coccodrillo sul fiume sostituì "bilance dorate". Me se questi
sono, pur sempre abbagli, libertà interpretative, che vanno
ad aggiungersi ad una lista assai lunga e che comprende i
nomi di Pavese, Vittorini, Montale, Sbarbaro ed oltri illustri
traduttori, ben diverso è il caso di traduzioni pesantemente
manchevoli. Per fare solo due esempi recenti si possono
citare "La mia vita", l'autobiografia di Mussolini, ritradotta
dall'inglese, dove non si contano gli errori, e l'ultimo libro di
Raymond Aron "L'etica della libertà", tradotto in un im-
provvisato italiano che nasconde o rende confuso il brillan-
te pensiero del saggista francese.
Per chiudere in bellezza questo capitolo, desidero farti
conoscere, caro lettore, il pensiero di Pietro Jahier stralciato
da un suo saggio del 1948 "Situazione dello scrittore",
raccolto in un volume dagli Editori Riuniti e pubblicato,
limitatamente alle prime pagine, da Tuttolibri col titolo:
"L'artigiano ha le sue tariffe, il creatore no". Ricordalo, ti
sarà utile:
40
Tutt'altro discorso deve farsi per l'arte creatrice. L'arte
creatrice non è facoltà di produrre a termine prodotti arti-
gianali valutabili in moneta. L'arte creatrice è emanazione
di una potente personalità che deve esprimere ad ogni costo
un determinato contenuto nel quale crede, e soltanto quel-
lo, storicamente e socialmente accoglibile che sia o non sia,
meni esso alla ricchezza e agli onori, o alla miseria ed alla
morte. Benefica o malefica clje sia, socialmente parlando,
l'arte creatrice ha un carattere di grandezza e fatalità, delle
quali può essere prima vittima l'artista medesimo. È un
impegno totale e irreparabilmente compromettente di una
personalità e di una vita. Ed ha la stessa inesorabilità per
1'art.ista creatore che ha l'azione per l'uomo chiamato al-
l'azione, e la stessa incommensurabilità, quanto a giudizi e
onori, cioè ha il sacrificio supremo della vita. Donde il
rispetto naturale, come tra eguali, dell'artista creatore per
gli uomini d'azione, pur umili che essi siano quando è in
loro lo stesso impegno.
41
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MessaggioTitolo: Re: L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio   L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio EmptyGio Gen 08, 2009 11:47 am

Cap. IV
QUAL È L'ATTEGGIAMENTO
DELL'EDITORIA ITALIANA,
DI AUTORI AFFERMATI E DI CRITICI LETTERARI
NEI CONFRONTI DELL'ASPIRANTE SCRITTORE
Ci siamo, finalmente, amico lettore-aspirante scrittore,
affrontiamo l'argomento che ti preme, ti interessa, a volte
addirittura ti angoscia dopo le lettere formali che hai
ricevuto in risposta al tuo lavoro appassionato, alle tue
attese ansiose.
Ancora una volta ci viene in aiuto, contribuendo valida-
mente a chiarire situazioni tenebrose, Tuttolibri e il bravo
Nico Orengo, che pubblica, nel numero del 19 febbraio
1983, un grosso articolo dal titolo: "Caro editore cosa fa se
riceve un manoscritto?".
Converrà che tu lo conosca in modo approfondito,
seppure, ti avverto subito, non credere troppo alle parole
degli intervistati, benché in alcuni casi sono stati
sorprendentemente sinceri.
Sono molte le lettere a "Tuttolibri" che incominciano con:
"Gentile direttore, sono un giovane autore che non riesce a
trovare editore... " Più o meno civilmente, si lamentano che
le case editrici non prestano loro attenzione, che per essere
pubblicati bisogna "essere amico del critico Tale o parenti
del politico Talaltro". In Italia, tra saggistica, storia, narra-
tiva, poesia, manualistica escono ogni giorno circa 70 li-
bri... Ma gli autori che premono alle porte, con un dattilo-
scritto, sono un numero molto maggiore (questo non mi
sembra del tutto vero, e cercherò di dimostrarlo fra qualche
capitolo). Quanti sono, chi sono e come vengono trattati?
Abbiamo girato la domanda ai responsabili della cura di
questi aspiranti autori.
Alla Einaudi, in segreteria, Sandra Bergamaschi è il
primo filtro della casa editrice. Dice: "Nell'82 abbiamo ri-
cevuto 551 manoscritti. 483 erano di uomini, 113 di don-
ne. Gli uomini con 244 romanzi, 148 raccolte di poesie, 7
43
commedie e 39 saggi, che andavano dalla riflessione sul
mondo contemporaneo, all'aforisma, al tema di carattere
religioso. Le donne invece ci hanno mandato 59 manoscrit-
ti fra romanzi e fiabe, 50 raccolte di poesie, 3 saggi e una
commedia". Letti tutti? "Tutti. Abbiamo scritto appena rice-
vuto il dattiloscrìtto e rispedito appena terminata la lettura".
Costo? "Solo di spese postali una media di 3-000 lire a ma-
noscritto". Pubblicati? "Nessuno, purtroppo".
Pietro Celli, direttore letterario della Garzanti, dice che i
dattiloscritti di narrativa e poesia che arrivano alla casa
editrice sono 5/6 al giorno (considerando 250 giorni lavo-
rativi, sono circa 1.500 dattiloscritti): "Molti arrivano per in-
terposta persona, il critico, il professore universitario,
l'amico, un autore della casa editrice. Il manoscritto "ano-
nimo" è raro, e fra questi è più facile che sia di poesia.
Scrivere un romanzo presuppone un impegno già maggio-
re, più strumenti. In dodici anni di editoria mi ricordo un
solo caso interessante di manoscritto arrivato per posta
dalla Sicilia, con una lettera sgrammaticata, ma curiosa.
Leggiamo comunque tutto. Ci sono, in media, tré letture.
Una prima la faccio io, qui, poi spedisco ai nostri lettori.
Cerco di fare letture incrociate, contropelo; conoscendo i
gusti dei nostri consulenti, un giudizio negativo può diven-
tare editorialmente positivo". (Ma non dice quanti ne pub-
blica).
Proprio in questi giorni la Mondadori fa esordire, ac-
compagnati da una nota di lettura di quattro autorevoli
scrittori, Leonardo Sciuscià, Natalia Ginzburg, Giuseppe
Pontiggia, Pietro Citati, quattro nuovi scrittori: Eugenio
Vitarelli, Vincenzo Pardini, Luigi Del Rè, Santamaura. È il
caso di pensare che alla Mondadori le maglie della pubbli-
cazione siano più larghe che altrove? Alcide Paolini, re-
sponsabile del settore narrativa, dice che a Segrate arrivano
fra i 2.600/3.000 dattiloscritti l'anno. "In diciotto anni che
sono qui", aggiunge, "non sono mai scesi sotto i 2.500.
Nell'82 ne abbiamo ricevuti 2.800, tra romanzi, racconti,
biografie". Come si comporta Paolini con questi 60/70 ma-
noscritti che ogni giorno trova sul suo tavolo? (e evidente un
errore di stampa, sarebbero troppi - di quasi dieci volte -
44
rispetto alle cifre dichiarate). "Intanto", dice 'rispondiamo
subito per ringraziare e dire che il manoscritto è arrivato.
Poi io faccio una prima scrematura. Spesso bastano poche
pagine. Ne trattengo il 10. Tra questi, oltre gli sconosciuti,
che per vedere se proprio li leggi incollano le pagine, c'è
anche una percentuale del 4/5 di persone segnalate dai
critici, giornalisti, amici, o qualcuno che abbiamo letto su
riviste, per esempio "Paragone" o "Nuovi argomenti" e
abbiamo incoraggiato a scrivere. Devo dire che il livello
medio si è alzato. Non ci sono più naif. Sono bei compiimi,
c'è la capacità di scrivere pulito. Quelli che si salvano dalla
prima lettura vengono inviati ai consulenti esterni, li man-
do a chi penso sia in sintonia con il manoscritto, ma anche
a chi può non piacere. Perché una lettura negativa ben
motivata può essere interessante. Se il romanzo supera
questi test e io ho ancora dubbi si decide qui in casa
editrice, collegialmente. Perché altri contributi diventano
essenziali; pareri commerciali, possibilità di inserire nel
piano un titolo in più, una ricerca per capire se potrà
interessare il libraio, il pubblico".
Chi è uscito da questo fiume di manoscritti? Paolini cita
tré nomi... E quanto costa questa macchina di lettura?
"Ogni lettura dalle trenta alle quarantamila lire. E spese
postali sui 20 milioni" (circa 60 milioni di oggi, 1995).
Quanti nuovi autori riesce ad assorbire un mercato
come quello italiano? Secondo Paolini, non più di due
all'anno: "Non si potrebbe fare come ora che proponiamo
ben 4 nuovi autori. Non ci sarebbe la possibilità di assorbi-
mento da parte del libraio, della critica, del pubblico...
Quello che manca in Italia e che noi cerchiamo, è una
narrativa popolare. Ma gli scrittori italiani una narrativa
popolare non sanno farla...".
Da dove arrivano questi manoscritti con maggiore fre-
quenza?... Sergio Pautasso, della Rizzali, dice che "è un
invio generalizzato... Noi riceviamo circa 100 manoscritti
al mese. La regola è leggerli tutti e rispondere. Ma l'anonimo
si pubblica molto di rado. Quando si pubblica qualcuno, se
si guarda bene, c'è sempre dietro qualcun altro. Voglio dire
che anche lui in qualche modo fa parte della "bagarre"
45
letteraria... Se chi ci manda un manoscritto dedicasse più
tempo alla lettura, credo sarebbe più positivo per tutti.
Per noi il costo è alto, ma lo si fa. Sono pubbliche rela-
zioni, non, come credono certi autori, un servizio...".
Roberto Giardino è il responsabile del settore narrati-
va e biografia alla Rusconi. Anche loro ricevono molti
manoscritti. Nell'82 ne sono arrivati, fra saggi, romanzi,
biografie, 1.300. Dice Giardina: "Molti sono legati alla
moda. C'è l'attentato al Papa? Arrivano romanzi sull'at-
tentato al Papa. Si scoprono i bronzi di Piace? Arrivano
romanzi sui bronzi di Riace. Non è facile trovare il
manoscritto sconosciuto pubblicarle. Un giovane mi ha
mandato un romanzo di fantascienza di 800 pagine.
Non si può fare, ma sa scrivere. Parlando abbiamo tro-
vato un personaggio storico che ci interessava. Ora ne sta
facendo la biografia. È arrivato un romanzo sulla vita in
campagna. Sono 500 pagine. Lavorandoci insieme al-
l'autore, forse un libro può venir fuori. Casi rari è un
servizio che costa una ventina di milioni l'anno (60 di
oggi), senza calcolare le spese di una segreteria apposi-
ta. Ma i manoscritti da pubblicare arrivano da altre vie,
da gente che scrive e conosce, gente che è dentro il lavoro
culturale" (dopo Pautasso, anche Giardina lo ammette.
Il commento a poi).
Giuseppe Pontiggia, scrittore, critico, consulente edito-
riale. .. dice...".. .Ma una cosa è dare un giudizio letterario
e un'altra quello editoriale. Ci sono manoscritti, ne leggo
tanti, che non si adattano ad una certa casa editrice. Un
lettore-consulente non è quello che decide se un libro è o
no pubblicabile. Ne da un giudizio letterario, può consi-
gliarne la collocazione, ma poi ci sono i direttori editoria-
li, commerciali, budget, programmi. È vero può accadere
che un buon libro, un autore interessante non trovi edito-
re. E questo succede perché va contro il gusto del momento,
nel quale possono trovarsi non solo gli editori, ma anche la
critica, il pubblico. Succede, è successo".
Sì è successo a Morselli, a Tornasi di Lampedusa con il
suo "Gattopardo", è successo a Sartre... Succede anche a
molti, moltissimi libri pubblicati di essere invisibili.
46
Ed ora, amico lettore, ti sottopongo uno stralcio, questa
volta breve, di un altro articolo uscito su Tuttolibri del 30
aprile '83 a firma Giampaolo Dossena dal titolo: "E dopo la
stagione delle ideologie la Feltrinelli cambia".
Franco Cicchetto, 41 anni, è da ottobre il nuovo direttore
editoriale... In una casa editrice la parte più in vista restano
i narratori italiani contemporanei. Come contate di muo-
vervi? "Contiamo di tenerci fuori dai salotti, dai premi, dal
sottogoverno. Contiamo di arrivare, con l'aiuto dei librai, ai
lettori veri che vogliono romanzi-romanzi, intrattenimento,
avventura. Avventura, si chiama una delle nuove collane.
Comincia con un libro di Gianfranco Manfredi, musicista e
sceneggiatore cinematografico, e con uno di Stefano Benni,
umorista e commentatore sferzante del costume di casa (e,
ovviamente, sono sempre dell'ambiente). Non sono i soliti
autori italiani, non ignoriamo quali e quante fondate dif-
fidenze mitra il pubblico verso la narrativa nazionale. Le
statistiche parlano, caparle le statistiche noi siamo anche
librai, abbiamo 13 librerie. Come vanno certe cose lo sap-
piamo".
Quella che lei definisce "rinunciare ai salotti, ai premi,
al sottogoverno " vuoi dire avere autori non sponsorizzati?
"Poco ma sicuro. Naturalmente, che un romanzo italia-
no esca col marchio Feltrinelli, e senza sponsorizzazione di
altri autori italiani del solito giro non vuoi dire che nasca
dal nulla come un fungo...".
Ed ora, caro amico lettore, desidero farti conoscere
un'intervista rilasciata da Giulio Einaudi (comunemente
considerato un grande editore anche se ha sommerso la sua
casa editrice, negli anni Ottanta, di più di 80 miliardi di
debiti) a Francesco Durante su "II Mattino" del 5 giugno
1983:
Domanda: Ma cos'è lo stile Einaudi?
Risposta: Prendiamo per esempio un libro di letteratura.
È Einaudi quando non è un prodotto prefabbricato; quan-
do lo scrittore ha dei dubbi suoi, delle angoscio sue, delle
curiosità sue. Quando non ripete cose ovvie e non dosa con
alchimie strane tutte le curiosità di moda facendone un
47
cocktail. Qui da noi certi autori, anche rispettabilissimi
non hanno sede: scrittori come Chiara o Bevilacqua (best
se^ler all'italiana, secondo Ferretti e Porzio), sociologi come
Alberoni... Tutto questo discorse, naturalmente'.nona esi-
me dal pubblicare, ogni tanto libri modesti... (peiche^, er-
rori o costrizioni?).                             ,, ,.   ^
D o Una parola sul rapporto libro-critica-pubblico. La
critica è di solito entusiasta di testi che poi ^^ poc he
eccezioni non si vendono. Viceversa nonparla di opere che
quasi invariabilmente diventano best seller...
R o Diciamo che c'è una polemica vivace, che vaoltie, se
arriva alla battuta del politico in TV, se ^ parlano gì
"opinion makers", allora la cosa si riflette sul successo di un
SSro Vero è che in Italia anche libri che non hanno avuo
tutto questo circuito -parlo, ad esempio, di -Ti nome della
^oosa'^ 'Se una notte d'inverno un viaggiatore"- hanno
avuto ugualmente successo, per una specie di "forza in se e
ma^per l'eco dei lettori... Il/atto è che il meccanismo..
TV eccetera non aggiunge molto al successo dei libri im-
portanti, mentre in certi casi funziona con i libri fasulli Per
esempio, io non capisco perché ha successo Roncbey, che e
illeggil^ _     ^. ^^ ^^ rivoluzione giovanile, si assiste
a un ritomo di interesse per la letteratura pura. ^ chiose
il fenomeno coincide con un momento di stanca della
sadistica e, soprattutto, se nei vostri programmi e e, come
S una tendenza ad assecondare questa nuova do-
manda di evasione.                   .          ,., .
R o Noi seguiamo i buoni autori e cerchiamo buoni libn
di letteratura. Abbiamo ottimi autori collaudati e poi-cer^
chiamo nuovi autori... Secondo me c'è un ritorno modera-
to, dopane di alcuni, alla fatica dello scrivere...
Passiamo ora a ciò che hanno detto sul problema del-
l'aspirante scrittore autori affermati o alcuni critici letteran a
mezzo servizio. Incominciamo da Giovanni Arpmo, oman-
z ei?-saggista vincitore dei premi Strega e Campiello, che
coTsafv'e su "II giornale" del 3 dicembre 1984 (quando^
mio "I segreti dell'Editoria" aveva suscitato un maie di
48
dibattiti e di polemiche su tutta la stampa non solo nazio-
nale):
In un elzeviro che uscì su questa pagina 1'8 novembre
scorso dedicato alla pena dello scrivere, al disagio e al
malcostume creati dall'inflazione editoriale più smaccata,
alla dissennatezza -talora ingenua, sovente no- di chi
pretende di romanzare e poetare e soprattutto pubblicare in
Italia, ho evidentemente inciampato fino a rischiare le ossa.
Mai ricevute tante lettere, messaggi telegrammi minacce,
insulti (non conto ovviamente le testimonianze a favore)
quasi avessi costretto centinaia di persone ad abbrancarsi
ad un ferro incandescente.
Hanno scritto romanzieri sconosciuti che si ritengono
vittime di macchinazioni editoriali, altri che denunciano
l'oblio ove si sentono prigionieri, poeti e poetesse "a gogò",
certi di meritare titoli su quattro colonne per i loro
libbriccini autofinanziati, furbacchioni che ironizzano
sull'ironia. Tutti individuano in quel mio violentissimo
scritto una nota alta di superbia letteraria, una disumanità
e un'immortalità deplorevoli. Ve perfino un tizio che ha
aggiunto: seguiterò a comprare il "Giornale" anche se con-
tinuano a scrivervi Arpino e Pampaloni.
Ma cosa avevo detto, diomioPSolo che si pubblica troppo,
che se tutti i pretendenti leggessero un paio di libri all'anno
(un paio di libri usciti in questo secolo) non vi sarebbe crisi
d'editoria e altre amenità. Aggiungendo: l'arte è pena, è
agonia, è condanna. Cose non nuove. Senza andar troppo
lontano, cose dette anche di recente, da Piovene a Fenoglio,
da Pavone a Lando If i.
Non intendo affatto giustificarmi, difendermi o amplifi-
care il tema. Ma una faccenda è certa: se "tocchi" o appena
"sfiori" questa aperta piaga dell'ambizione scrittoria, au-
tentica o artefatta che sia, dilettantesca o maniacale che
sia, tocchi e sfiori un sottobosco ardente, gremito di autori,
contrassegnato da premiuncoli turistici locali, folto di con-
venzioni e conventicole, fervido di sogni sballati anche se
infantilmente legittimi. Ve, all'intemo del popolo italiano,
un altro popolo convinto di essere depositario di capolavori.
I Tornasi di Lampedusa e i Morselli sconosciuti si sentono
49
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MessaggioTitolo: Re: L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio   L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio EmptyGio Gen 08, 2009 11:51 am

legittimati dalle venture e sventure di un unico Lampedusa
e di un unico Morselli. Stanno in agguato in attesa di
vendicarsi epistolarmente, con tanto di "egregio signore" e
"signor direttore".
Basterebbero pochi dati per dar peso specifico a questo
discorso: un funzionario editoriale medio-alto riceve cin-
que o sei manoscritti al giorno; una casa editrice di propor-
zioni medio-alte deve stipare sui suoi tavoli circa diecimila
manoscritti annui. Se in Italia si pubblicano poco più di
diecimila titoli nuovi all'anno, quanti ne restano sommersi?
Più di duecentomila. Eppure, dicono gli esperti dell'editoria,
è ormai considerata accettabile vendita libraria la ridicola
misura di cinquemila copie, che certo non vengono dispu-
tate dai duecentomila narratori o poeti sconosciuti, certi di
sé, sommersi.
Mia colpa non è la superbia, forse l'unico peccato capita-
le che mi è ignoto. Mia colpa è aver detto: si pubblica troppo,
e in ogni caso non mandate niente a me, che non sono un
critico, non sono un redattore editoriale, leggo a lume di
naso mio e non so aiutare chissacchì. Mia colpa, poi, è aver
specificato che scrivere è saper portare un cilicio di verità:^
nel momento in cui non si sopporta quel cilicio, si può
interrompere il momento di scrittura (non credo al rigo
quotidiano, permanentemente, mi sa di ingegneria lettera-
ria, di premeditazione pestilenziale, abnorme meccanica
ripugnante).
Le parole mentono sempre, come sanno gli studiosi aeua
Parola. Ma l'arte la si fa usando le parole proprio nell'attimo
in cui anch'esse "non possono" mentire. Detta cosi esempli-^
ce: vivere questa condizione è patologico. Uno scrittore può
convivere con la sua patologia, ma certo non oserebbe
discettare nemmeno davanti al più stupido dei suoi fami-
liari. Anzi: finge di star bene e in pace più di un tranquillo
geometra.
Beati i sommersi, allora, che credono davvero che le loro
"balletette" e memorabili creino personali consolazioni. Ma, se
rispettano queste "balletette" e questi memoriali, li trattengano
nel cassetto, come una volta usavano fare tutte le fanciulle con
i loro diari e tanti militari con i loro ricordi bellici.
50
Che dire ancora? Questo buio declino della civiltà scritta,
vivisezionata spudoratamente dagli ultimi "addetti" e
appetita da chicchessia, offre esempi singolari di contraddi-
zione: cedono alla libidine del libro personaggi inverosimi-
li, che si presentano da sé sugli schermi e parlano di sé come
reclamizzerebbero una cravatta. A costoro si ispirano i
sommersi che si sentono traditi o negati al successo? Ma
allora il gioco è semplice, signori, prima si diventa
mezzibusti, onorevoli, galeotti, faccendieri, divorziati cele-
bri, e poi un bei libro di memorie non ve lo negherà nessu-
no. Non è il sentiero misterioso e malato dello Scrivere, ma
porta ugualmente in libreria, dati i tempi e i costumi.
Su agonie e dolomie dell'arte non posso mettere in carta
altre parole, per pudore, per desideri di estraneità, perché
non ci si può confessare ai sordi e ai finti tonti o agli
increduli col ghigno sotto il baffo. Ho vissuto e scritto per
capire e compatire (mi ripeto volutamente) e quindi, se mi
espongo so benissimo il rischio che corro, la "pietas" clje non
incontrerò. L'arte non si insegna, come ben sanno coloro
che tengono cattedre nelle accademie. E nemmeno la di-
sciplina...
Anche in questo caso i commenti in un altro capitolo.
Per ora reprimendo la voglia di confutare alcune afferma-
zioni impudenti di Alpino o di consolare le sue (a me
paiono) evidenti frustrazioni, proseguiamo con Domenico
Rea, narratore di vaglia, premio Viareggio negli anni Cin-
quanta e Strega nei primi anni Novanta, immaturamente
scomparso nel gennaio del 1994, che rispose ad un'inchie-
sta promossa, pubblicata e curata da Mirella Laraia su
un'intera pagina di "Napoli Oggi" del 12 luglio 1984, che
traeva spunto e recensiva il mio "I segreti dell'editoria":
Rifacendomi alla mia esperienza posso dire che il mio
esordio come scrittore è avvenuto molto semplicemente.
Avevo diciassette anni ed ho inviato una novella ad un
giornale. E' stata pubblicata senza alcuna difficoltà.
Comunque ritengo che ancora oggi gli editori abbiano
l'interesse a scoprire nuovi talenti, a presentare opere scritte
bene.
51
Ciò che bisogna ricordare, e l'ho scritto già tante volte ed
in molti saggi che non dovrei nemmeno più ripeterlo, è che
ormai l'era del libro è tramontata. Cioè il libro è un genere
che fra breve non si venderà più. Diverrà quasi un reperto
del passato, ed i fatti lo stanno dimostrando. Il cinema è in
crisi, il teatro è in crisi, l'editoria è in crisi; tutto distrutto,
divorato dalla televisione.
Gli scrittori? Oggi rassomigliano ai frequentatori di certi
clubs, di certi circoli. Se ne trovano quanti se ne vuole: il
circolo del naso più lungo, della barba più folta, della
carabina, gruppi a sé. Anche lo scrittore fa parte di un
gruppo privato perché gli manca la più reale controparte, il
pubblico.
Il pubblico, infatti, oggi vuole altro. Sono le condizioni
dell'immaginario ad essere cambiate profondamente. Ed il
libro (ad eccezione del testo scolastico) è stato sempre un
genere d'elite. In Italia hanno chiuso quest'anno circa
1.400 sale cinematograficbe, ed è una notizia che si può
leggere su qualsiasi giornale. Eppure il film è un prodotto
molto più accessibile del libro, contenta un po' tutti, grosso
modo anche un ignorante può trovare sempre un genere di
film adatto a lui. Ed è stato sostituito da quel cinema in
casa che è la televisione perché la massa non possiede
quegli strumenti che potrebbero far operare una scelta fra
cinema e televisione. Figurarsi col libro. E' una storia
definitivamente chiusa!
Segue Antonio Spinosa, autore di biografie romanzate ed
oggi direttore di un quotidiano pugliese, anche lui intervi-
stato da Mirella Laraia nella stessa pagina dedicata a "I
segreti dell'editoria":
Le difficoltà per chi comincia ci sono sempre. Certamente
solo davanti ad un'opera molto valida l'editore può prestare
attenzione al manoscritto di uno sconosciuto.
Però c'è da dire che difficilmente da uno sconosciuto ,
nel senso più completo della parola, ci si può aspettare
un 'opera valida. In genere chi ha prodotto un buon testo si
è già fatto conoscere attraverso altri canali. Si può trattare,
tanto per fare degli esempi estremamente esemplificativi, di
52
un giornalista, o di un giovane che abbia già pubblicato
qualche racconto o qualche saggio. Persone che, quindi,
hanno già avuto modo di entrare in contatto con quegli
ambienti culturali che costituiscono il canale per raggiun-
gere l'editore, per attirare il suo interesse.
Ritengo, perciò, che non incontri grande difficoltà a
pubblicare la propria opera chi abbia già avuto modo di
mettersi in luce, quindi penso che ci si trovi, tutto sommato
di fronte ad un falso problema; mi sembra anzi che gli
editori pubblichino troppi libri, quindi io rovescerei la que-
stione.
Il mercato è saturo di volumi che non sempre meritano la
pubblicazione. Ogni anno si pubblicano ventimila titoli, mi
sembrano davvero troppi, sarebbe quindi più opportuno che
gli editori facessero davvero gli editori e non si limitassero a
fare gli stampatori.
Fare l'editore significa non pubblicare molti libri, ma
pubblicarne pochi e buoni; purtroppo gli editori preferisco-
no la via più semplice. E quindi, per esempio, invece di
tirare, diciamo, ottomila copie di un libro la cui vendita
imporrebbe un certo impegno, preferiscono pubblicare due
titoli da quattromila copie ciascuno poiché in tal maniera
sarà più semplice rientrare nelle spese senza troppi sforzi.
È ora la volta di Giordano Bruno Guerri, storico-giornali-
sta, poi autore di una biografia su Santa Maria Goretti e
direttore (per breve tempo) del periodico "Storia illustrata"
ed, infine, direttore editoriale (o qualcosa di simile) di
Mondadori, che ha pubblicato su "II giornale" del 2 settem-
bre 1984 un articolo dal titolo "E' bello, è raccomandato, è
inedito" con l'occhiello "Manuali: Come si fa a farsi pubbli-
care un libro, di Bruno Cotronei". Eccone uno stralcio:
...non a caso tré quarti dei dattiloscrìtti che arrivano alle
case edurici sono di poesie, e il resto di romanzi (general-
mente autobiografici) e c'è solo un saggio ogni mille: roba
di gente che senza eccessiva preparazione e sforzi butta
l'anima sulla carta e poi, orgogliosa della propria anima,
pretende che venga resa nota guadagnandoci pure. Re-
spinti dalle case editrici cui mandano fiduciosamente le
53
loro opere, i circa 100.000 aspiranti autori (più o meno)
inveiscono generalmente contro la mafia editoriale e le
consorterie che non permettono l'accesso alla pubblica-
zione di chi non è introdotto eccetera. Poi generalmente
si consolano pensando a Moravia che pubblicò "Gli in-
differenti" a sue spese, e al "Gattopardo". Quasi mai
qualcuno fa un serio esame di coscienza o, almeno,
considera che è difficile anche trovare un posto di bidel-
lo, perché mai dovrebbe essere facile, alla giovane casa-
linga di Terni, convincere un industriale dell'editoria a
investire qualche decina di milioni sulla storia della sua
vita. Intendiamoci, è vero: molti mediacri libercoli che
appesantiscono gli scaffali delle librerie non sarebbero
mai stati pubblicati se gli autori non avessero avuto
rapporti amicali, cuginali o sessuali con l'illustre autore,
il potente dirigente, il generoso editore. Così com 'è pro-
babilmente vero che alcuni dei volenterosi inediti di
sconosciuti sono certamente migliori di alcuni pessimi
libracci che gli editori, per pigrizia, per provincialismo,
fanno tradurre dall'estero.
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MessaggioTitolo: Re: L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio   L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio EmptyGio Gen 08, 2009 11:52 am

Rimane però il fatto che il rapporto professionisti-aspi-
ranti nel mondo dell'editoria è simile a quei concorsi che
ogni tanto fanno notizia sui giornali: "20.000 aspiranti
per 3 posti di usciere!". E tuttavia nessuno si occupa di
questi tormentati aspiranti scrittori, generalmente sper-
duti in provincia, pieni di entusiasmo e difrustazioni, di
speranze e di ire. Nelle case editrici, lo si confessi!, i loro
dattiloscritti circolano più spesso per farci due risate in
redazione che per essere esaminati, e più volte è circolata
l'idea di pubblicare un'antologia comica o degli inediti o
delle lettere che li accompagnano (ne ricordo una, di un
pastore sardo, il quale assicura l'editore che farebbe un
affare perché "tuti i miei amichi lo comprerebbero
dicerto" e suggeriva di spartirsi il bottino equamente,
metà e metà del prezzo di copertina). La pubblicazione
di una tale antologia sarebbe fonte di interessanti analisi
sociologiche, antropologiche, e qualunquistologicbe di
quelle che tanto piacciono. Ma nessun editore la farà
mai per non inimicarsi quella larga fetta di pubblico...
54
Lo stesso Giordano Bruno Guerri torna sull'argomento
con un altro articolo pubblicato da "II giornale" del 4
febbraio 1985:
Dappertutto si incontrano giovani -fra i venti e i trenta-
arrabbiatissimi. E' giusto ed è normale, perché è specifico
dei giovani essere arrabbiati, e guai se non lo fossero: allora
ci sarebbe da preoccuparsi, che la loro rabbia di oggi fa
parte del lievito che farà muovere la società di domani. A
parte questa arrabbiatura fisiologica, ne hanno un'altra
ancor più giustificata quando -ed è la maggior parte dei
casi- dopo aver tanto (o poco) studiato si trovano disoc-
cupati. Anche se a volte è colpa loro, che hanno voluto fare
tutti i medici, gli avvocati, i ragionieri, è pur vero che se lo
Stato consente l'accesso a una specializzazione, dovrebbe
poi poter garantire lo svolgimento di una professione relati-
va.
Non ho nessuna comprensione invece per la maggior
parte degli aspiranti scrittori non pubblicati e arrabbiati.
Arrabbiati, beninteso, non come corrente culturale, ma
arrabbiati semplicemente perché non riescono a farsi pub-
blicare. Il discorso è vecchio e lo si può riassumere nella
litania corrente: "il mondo dell'editoria è una mafia, non
riesci a pubblicare se non conosci qualcuno... "eccetera.
Questo è vero (quasi sempre), ma proviamo a vedere la
faccenda da un'altra prospettiva, che è questa: perché,
benedetti ragazzi, volete scrivere tutti romanzi e poesie
come i vostri colleghi all'università fanno tutti medicina e
giurisprudenza? Mettiamoci in testa che si tratta di racco-
mandazioni fino ad un certo punto: i geni scarseggiano, i
grandi scrittori pure, i buoni scrittori anche, e non abbia-
mo in Italia un pubblico tanto grosso e tanto grossolano da
inghiottire qualsiasi opera prima, pur dignitosa e gradevole
che sia. Gli editori, sommersi da un mare di dattiloscritti, si
barricano e fanno bene, perché la zattera fa già acqua e
aggiungendo peso rischia di affondare. E allora? allora
una soluzione per molti ci sarebbe. Non è un segreto quello
che dico ma, chi sa perché, non lo si fa sapere al pubblico:
gli editori hanno bisogno di saggisti.
Si fanno ogni giorno delle magnifiche riunioni editoria-
55
li, con editore, editar, direttore di collana, direttori commer-
ciali, e si pensano magnifici titoli, straordinarie nuove
collane per un pubblico che - lo si è verificato - si sta
staccando dalla narrativa e ha sempre più voglia di saggi,
magari divulgativi. Tutti contenti dunque, dall'editore in
giù, fin quando si arriva al problema degli autori. Imme-
diatamente per ogni materia vengono fatti i nomi dei
quattro o cinque specialisti notissimi e immancabilmente si
scopre che quei quattro o cinque specialisti sono già
straimpegnati e che non faranno mai un saggio. Subito
dopo si scopre che non ci sono altri nomi, ma il vuoto
assoluto. A questo punto non resta che ripiegare le idee,
metterle tristemente in un cassetto e affrettarsi a comprare
titoli stranieri.
Insamma, cari ragazzi, perché non provate a scrivere
anche dei saggi su qualcosa che vi piace e vi interessa,
invece di far traboccare l'anima ed il cuore e l'arte su
gente alla quale-perdonate il cinismo- della vostra ani-
ma, del vostro cuore e della vostra arte non importa un
fico secco?...
Rimandando, ancora una volta i commenti, desidero farti
conscere, amico lettore, un articolo sull'argomento aspiranti di
Fabrizia Ramondino (oscura traduttrice editoriale per lunghissi-
mi anni e poi, finalmente, scrittrice - a me sembra - di bassa
notorietà) pubblicato su "II Mattino" nell'estate del 1984 . Lo
riassumo.
La Ramondino premette che a lei, oltre che "caterve di
manoscritti, arrivano anche "caterve" di libri già pubblicati,
telefonate di case editrici "affermate", che tendono a consi-
derarla "come il proprio ufficio stampa". Poi da i seguenti
consigli:
1) Le case editrici importanti pagano persone addette
alla lettura mentre le "minori" non pagano in genere nes-
suno.
2) Gli addetti leggono un manoscritto dall'inizio alla fine
solo dopo aver letto alcune pagine (le prime, qualcuna del
centro e la fine) ed esserne rimasti " catturati".
3) Sempre o quasi hanno ragione nel giudizio, rare volte
56
no e clamorosamente, ma "e inevitabile".
4) E' negativo mandare manoscritti agli scrittori perché
non sono pagati per leggerli ed hanno problemi esistenzia-
li, perché hanno i loro gusti personali, perché non trove-
rebbero il tempo di "vivere", perché provano di frequente
"amore-odio" per tutti i libri compresi i loro.
5) Gli aspiranti scrittori "s'informino meglio" sul tipo di
casa editrice e leggano libri, ma anche cataloghi.
La sicura e sapiente scrittrice (che, al di là del tono e
dell'atteggiamento di superiorità, ci svela alcune notizie
utili per l'aspirante) da anche consigli agli editori.
Questi mandino i libri che "auspicano" siano recensiti,
alle direzioni dei giornali e non ai recensori. Quando riceve
un libro (lei, la scrittrice) non sa mai "se sia un dono o
un'intimazione".
Poi "per chiarire meglio il suo punto di vista" aggiunge
che in un certo periodo, stanca dalla campagna elettorale
per importanti elezioni, "si è presa una vacanza" e ha riletto
per la quarta volta un libro di un notissimo autore russo.
Poi, terminata la vacanza , si è "immersa nella posta, nella
cateiva di libri e dattiloscritti". Fra tutti "ha prestato atten-
zione" (come dattiloscritti) "alle poesie erotiche di un
signore al quale è legata da affetto profondo". Invece, fra
"gli autori affermati", al romanzo di un indiano e, infine fra
le pubblicazioni "dei piccoli editori" ne "ha scelte tré", una
delle quali scritta da uno "che conosce da molti anni" e del
quale "incontrava il padre". Lo scrittore di poesie (quello
che lei conosce) le diede il manoscritto dicendole: "Tengo
alla tua opinione, dammi un consiglio, comunque ho de-
ciso di pubblicarlo a mie spese". Al che lei rispose: "Aspetta,
se sono belle è meglio provare con qualche editore". Ma lui
fu "irremovibile" e dopo poco arriva il libro di "spessa carta
che quando la tagli diventa frastagliata come le coste della
Grecia, molto margine bianco a suggerire il raccoglimento
e il silenzio". Il libro è stato stampato "in soli 239 esem-
plari, alcuni si trovano presso la libreria (segue nome ed
indirizzo)".
57
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MessaggioTitolo: Re: L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio   L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio EmptyGio Gen 08, 2009 11:55 am

Cap. V
COMMENTI SULLE DICHIARAZIONI CONTENUTE NEI
CAPITOLI PRECEDENTI
Mi auguro, gentile lettore che hai avuto la pazienza di
seguirmi fin qui, che tu non abbia dimenticato quanto ho
scritto e riportato perché lì c'è la chiave di tutto, anche delle
enormi difficoltà e delle brucianti delusioni che hai provato
ogni qualvolta hai proposto un tuo libro ad un grande (solo
di dimensioni) editore.
Incominciamo dalle dichiarazioni,di Riva. Perché le ha
fatte? Perché brutalmente ha detto: "L'ideale programma
editoriale, per ridurre al minimo i rischi, sarebbe di esclude-
re ogni titolo di narrativa italiana"?
Non posso pensare che non si rendesse conto del
clamore che una simile lapidaria frase avrebbe suscitato
nell'ambiente, anche perché volutamente non destinata a
rimanere nel chiuso di quattro discreti muri, ma amplificata
del diffusissimo giornale. Ne si è preoccupato, nella suc-
cessiva intervista, di gettare acqua sul fuoco. Tutt'altro, ha
rincarato la dose aggredendo gli scrittori in ogni modo fino
a definirli "uomini modesti, fifoni, con mogli baitte ma
fedeli, attaccati al loro tran-tran, o troppo ingordi, senza
tante motivazioni profonde".
Posso tentare di comprendere le sue "motivazioni". For-
se antichi rancori? Forse frustrazioni di scrittore inappagato?
Onestamente non so se Riva abbia mai scritto o pubbli-
cato un romanzo, un saggio o perlomeno provato a farlo.
Non conosco la sua vita ne conoscevo lui fin quando, il
5 dicembre del 1984 ("I segreti dell'editoria" era uscito
nell'aprile dello stesso anno), una voce tagliente, netta da
uomo d'azione e di comando fece capolino dal mio tele-
fono e mi disse: "Sono Valerio Riva. Con un certo ritardo, di
cui mi vorrà scusare, ho comprato il suo libro e natural-
mente sono rimasto un po' stupito nel vedere che è un libro
in gran parte, o perlomeno nel quale io ritorno per gran
parte delle pagine. Se lei mi avesse telefonato, ma ero
59
all'estero per lavoro, avrei potuto dirle molte altre cose e
avrei anche potuto difendermi dalle critiche, anche se lei -
molto gentile - di grandi critiche non me ne fa. Con molto
piacere ho letto anche cose che sono specifiche e mi
hanno interessato. Ho comprato il suo libro semplicemente
perché era un argomento che mi interessava e con grande
sorpresa ho scoperto che invece ne sono uno dei prota-
gonisti. Non le faccio una telefonata per contestare, sono
ben lontano da questo, però avrei potuto intanto raccon-
tarle in che modo sono stato protagonista anche nella vita
editoriale italiana degli ultimi trent'anni, e in più darle una
serie di informazioni, indicazioni che potevano esserle utili
per un libro che, tutto sommato, è molto divertente e mi
piace. Tanto per dirle una cosa, lei a un certo punto mette
in dubbio le cifre che riguardano i costi industriali. Avrei
potuto darle una serie di elementi... perché i costi veniva-
no da una serie di elementi, perché questi costi venivano
da un sacco di componenti, perché questi costi industriali
venivano mori da esperienza, intanto venivano diretta-
mente dalla Rizzoli e sui costi si possono fare molte più
considerazioni di quanto lei non abbia fatto; ma lei sa che
le spese indicano quello che costa un prodotto, ma anche
lo stato delle aziende editoriali di questo Paese. Certo che
si possono stampare libri con meno prezzo, però i libri
vanno gravati di spese che rispondono, non dico ad una
logica, ma ad un'illogicità del sistema. Comunque io penso
che sarebbe interessante che noi ci conoscessimo; le dirò
una cosa: il suo saggio mi ha fatto piacere per un'altra
ragione. Quando io sono venuto via così clamorosamente
dalla Rizzoli, ho pensato di scrivere un libro simile, pres-
sappoco sul tema che lei ha adoperato. Sono andato da un
paio di amici editori, fra cui ad esempio... (è un nome
molto noto che è già stato citato nelle pagine di questo libro,
amico lettore) e mi ha risposto: "Ah, per carità, è un
argomento che non interessa nessuno, son delle rogne...".
Se c'è libertà e se si vogliono raccontare... Tanto per dirle
come stanno le cose, io ho incominciato a lavorare nell'edi-
toria nel 1951 e sono diventato abbastanza presto direttore
editoriale di Feltrinelli, io ho fatto la Feltrinelli dal primo
60
giorno fino al 1968, quando Feltrinelli girava per la casa
editrice armato come se stessimo sulle Ande e a me le armi
fanno una certa impressione e me ne sono andato. Ma ho
fatto i grandi successi, dal Dottar Zivago al Gattopardo fino
a Garcia Marquez, sono successi che ho edificato io e allora
lei capisce che ne so tanto. Poi quando sono andato alla
Rizzoli non ci sono andato a caso, e non per caso è
successo quel che è successo, perché onestamente sono
anche uno degli elementi più destabili per loro, perché ho
sempre detto la verità, però sono anche uno che fa e molti
sanno che ho fatto tante cose. Volevo dirle, in questo
senso, forse sarebbe una bella cosa se un giorno o l'altro ci
incontrassimo, chiacchierassimo, perché quel libro che io
non ho scritto, tutto sommato, l'ha fatto lei, e allora mi è
venuta la voglia di riprendere questa cosa, che ha avuto
successo".
Il colloquio è continuato a lungo e l'ex direttore editoria-
le ha parlato di ^evilacqua (del quale una volta Riva, come
dirigente editoriale, aveva bocciato un libro), di logge
massoniche, di "grandi elettori" e si è progettato un lavoro
in comune, forse un dialogo fra Riva e me riportato su un
grande settimanale o in un libro, scritto a quattro mani ,
dove si sarebbero raccontati casi clamorosi come la vicenda
del Corriere della sera, P2, Ortolani e così via. E... il giorno
dopo di sera Riva era da me, e, dopo cena, nel mio studio
avevamo ancora intensamente dialogato fino a tarda notte.
L'uomo di editoria s'era scatensato in difesa del suo "pro-
clama" che intendeva colpire alcuni autori che vanno avanti
a botte di 200 e più milioni (del 1984) per volta di anticipo
e che fanno parte ed organizzano clan con i quali condi-
zionano, o cercano di farlo, gli editori e i dirigenti editoriali.
Alla fine, prima di andarsene Riva su una copia de "I
segreti dell'editoria" mi aveva lasciato la seguente dedica:
Caro Cotronei, adesso sa chi è questo Riva; non un
neo-editoriale, ma un vetero-editoriale; e comunque
un neo-amico che, spero, diventerà un vecchio amico.
Poi fra di noi varie telefonate per portare avanti il
progetto di un nuovo libro sull'editoria vanificato da pres-
santi impegni e vicessitudini di entrambi che non ci per-
61
misero di incontrarci nuovamente ed, infine, un suo lungo
articolo su "Espresso" (7 aprile 1985) nel quale Riva si
svelava per quello che, in fondo, già pensavo fosse: una
persona assetata di clamore e di facili effetti giornalistici,
perché presentava sia me che il mio libro in modo alquanto
pittoresco ed impreciso anche se pubblicamente ricono-
sceva il successo del "sulfureo libriccino".
In conclusione le lunghe conversazioni con Riva (con il
quale, credo, sia per chiunque difficile stringere una vera
amicizia) confermavano le disfunzioni da me sospettate di
parte della "grande" editoria del nostro Paese con editori
"armati", con spese assolutamente esagerate ed
ingiustificate e privilegi che, nella sostanza ricadevano (e
ancora ricadono) sugli aspiranti scrittori (quelli sconosciuti,
non i raccomandati) sui quali si sfogavano tutte le necessità
di risparmiare denaro e coraggio.
Non credo cpjindi di dover modificare quanto già avevo
scritto nell'84 come commento alle dichiarazioni di Riva,
che hai letto, amico lettore, nel capitolo II di questo libro.
E, a proposito, a quanto ci svela il "Catalogo dei libri in
commercio" (1991), Riva ha scritto e pubblicato un solo
libro (che è una lunga intervista ad un consumatore di
cocaina), l'edizione è del 1988 e nel cui risvolto di coperti-
na veniva annunciato un altro suo libro in preparazione
("Senza riguardi. Misfatti e disfatte dell'editoria"), che non
mi risulta sia mai stato terminato ne tantomeno pubblicato.
Ma sono poi tutte da criticare le dichiarazioni di Riva? e
quanto sono portavoce di un reale pensiero non espresso a
chiare lettere dagli editori italiani? Analizziamole: che la
Fallaci sia utile a se stessa e all'editore, e indiscutibile. Ma
perché insistere che è "in grado di trovare un editore negli
angoli più lontani, di creare rapporti editoriali"? Non è un
compito che deve riguardare il suo editore? (Non è un'altra
forma di "pagamento" di un autore all'editore, come la
capacità di apparire più volte in TV a pubblicizzare il
proprio libro?). Ti sembra logico che uno scrittore debba
sobbarcarsi alle fatiche di creare rapporti editoriali con il
resto del mondo quando chissà cosa già gli è costato, in
62
lavoro e pazienza, ideale e realizzare la sua opera e poi
riuscire ad approdare ad un editore importante del suo
Paese?
Se tutti facessero così a cosa servirebbe la casa editnce di
base? I cui guadagni, sia pure limitati a quel 10 (ma da
5.000 copie in su, poi, aumenta notevolmente) sul capitale
investito, non sarebbero eccessivi? Agli svariati direttori ed
uffici cosa rimarrebbe di veramente importante da fare?
Ma Riva, nella risposta alla successiva domanda, ha
secondo me, un attimo di ragionevolezza e dice che, se
anche non si dovrebbero pubblicare autori che vendono fra
le dieci e le quindicimila copie, non accetta questa regola
perché fa parte del suo mestiere cercare di pubblicare
autori del proprio Paese, e afferma che bisogna affrontare il
problema di una maggiore diffusione del libro. E ciò mi
sembra più che giusto.
Riva continua elencando le spese: 7 di costo industria-
le; 21 di costi fissi; 50/60 per la distribuzione, e il diritto
d'autore che arriva al 15.
Sono tante, sono forti. Ebbene, da dove cominciare, cosa
colpire?
Per Riva, dall'autore che, a suo avviso "taglieggia" gli
editori, e continua parlando di "regalie", di contratto a
percentuale, visto addirittura come una "tomba" per l'edito-
re, anticipi, smodare richieste di spazi pubblicitari e colla-
borazioni.
A questo punto mi chiedo se Riva conosce, e non
dovrebbe ignorarlo, cosa "costa" ad un autore ideare,
scrivere, rivedere, a volte rifare, ad esempio un romanzo.
Sa, e deve sapere, che un romanzo medio impegna lo
scrittore (che deve "vivere" sempre proiettato nell'atmosfe-
ra e nella psicologia dell'ambiente e dei personaggi che ha
creato) per circa un anno, e non è certamente un lavoro
artigianale! C'è creatività che non salta fuori tutti i giorni, e
"mestiere", tanto mestiere, che si affina dopo anni di atti-
vità. C'è travaglio (anche se fortunatamente lo scrittore
italiano, ed in genere, gli scrittori di tutto il mondo, non si
droga, non accoltella la moglie, non si ammazza, in auto-
mobile, non si tira un colpo di doppietta, non fa il mercante
63
di schiavi, e così via), c'è insicurezza, ci sono pentimenti e
ripensamenti, e c'è, a volte, il vuoto, un vuoto pauroso,
tremendo. Non è routine, non è il sedersi ogni giorno dietro
uno scrittoio e svolgere più o meno sempre gli stessi
compiti, non c'è alle spalle un superiore, che può essere
anche noioso ed oppressivo, ma al quale ci si può rivolgere
per aiuto, per consiglio. E gli sbagli dell'autore si pagano
sempre di persona, con l'insuccesso, con la perdita di
credibilità, con il rovinarsi "il nome" costruito con fatica.
Cosa guadagnava (nel 1983) uno scrittore anche di
successo? Se lo è chiesto Riva?
Dopo un anno di lavoro lo scrittore pubblica un roman-
zo e vende, in un'ipotesi meravigliosa, centomila copie il
cui costo di copertina è diecimila lire. Con diritti d'autore
anche del 15 (ed è un'eccezione) incasserà (tempo dopo)
150 milioni su un fatturato ideale di un miliardo, che per
l'editore diventa 500 milioni. Detraendo la ritenuta d'ac-
conto di circa il 20 e tasse per un'altro 30, gli rimarranno
75 milioni, pari a 6.250.000 al mese! Se lo stesso calcolo
viene fatto con i valori di oggi (1995), centomila copie a
30.000 lire danno un fatturato ideale di 3 miliardi (un
miliardo e mezzo per l'editore) al 15 sono 450 milioni per
l'autore che deve detrarre quasi il 60 di tasse; quindi gli
rimangono 180 milioni, ossia 15 milioni al mese.
Non è certo poco, tutt'altro, ma si tratta di un "uomo
particolarmente dotato" giunto all'apice del successo. E poi,
dal momento che incomincia a scrivere alla pubblicazione
passa solo un anno? e quanti scrittori "veri" pubblicano un
libro all'anno? Pochissimi, quasi nessuno!
E se il libro non vende tanto?
Quanto guadagnava di stipendio fisso e sicuro un diret-
tore editoriale, che certamente non vale più di uno scrittore
di fama? Cinque-sei-sette milioni al mese, o è ancora poco?
Ed oggi, nel 1995, non ne guadagna oltre 10 di stipendio
netto? E quanto i redattori? e qual'è la loro liquidazione? e
quanti sono gli stipendi annui? A quanti giorni ammontano
le ferie pagate oltre il sabato, la domenica e le feste
comandate? Cosa rischiano in proprio?
Forse Riva non ha fatto mente locale a tutto questo, ne a
64
come scendono vertiginosamente le percentuali degli scrit-
tori sulle edizioni economiche.
Perché, invece, non incomincia dai costi fissi del 21,
che mi sembrano davvero enormi rapportati una produzio-
ne di oltre 200 titoli all'anno e a tirature di oltre diecimila
copie? Da cosa dipendono? Forse da troppi impiegati e
dirigenti?
Ma Riva ha sicuramente ragione nello stigmatizzare il
rapporto paternallstico fra editore ed autore. Va abolito
perché, oltre tutto, è offensivo per l'autore, come le cosid-
dette "regalie". Mentre ha, sempre a mio avviso, torto sugli
incarichi che non sono un regalo, ma un servizio, e spesso
faticoso per l'autore già impegnato ad ideare ed a realizzare
libri.
Non riesco poi a comprendere perché si scagli contro i
contratti a percentuale, che sono una formula per concorre-
re ai rischi dell'editore, non certo come gli stipendi fissi.
Riva continua asserendo che intende cambiare la figura
dell'autore e del prodotto libro commissionando biografìe
o altro.
Questo è davvero grave: l'autore deve essere, se vuole
fare arte, libero di esprimersi nel modo, e sui temi, che
ritiene più opportuni e consoni al suo temperamento, alla
"vena" del momento. Non può e non deve essere un
giornalista dipendente al quale il direttore dice: "Vai e fai un
servizio su questo o su quello mettendo in risalto i seguenti
aspetti...".
Uno scrittore non è un giornalista, sono due cose diffe-
renti e rispettabili, ma non possono essere confuse in
questo modo, pur se sovente, troppo di sovente avviene.
E poi perché quegli apprezzamenti offensivi sull'uomo
che c'è dietro lo scrittore? Dice Riva che non hanno ideali e
così muore la nostra cultura. Ma se proprio lui, da potente
dirigente editoriale, vuole ridurli da artisti a scrittori su
commissione? O non ho capito bene?
Ed, infine, perché maltrattare gli agenti letterari? Fanno il
loro mestiere. O Riva ritiene di essere l'unico a saperlo fare?
A mio avviso, invece, il suo atteggiamento, le sue dichia-
razioni, le prime sue decisioni come direttore Rizzoli (al-
65
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MessaggioTitolo: Re: L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio   L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio EmptyGio Gen 08, 2009 11:57 am

l'epoca il più potente gruppo editoriale italiano) sembrano
dare avallo ad un via già presa dalla (cattiva) editoria dove
si fanno inserire in un libro criticabile ma originale come
"Così parlò Bellavista" quei "vergognosi e screditanti"
raccontini che hanno fatto (sembra) passare l'autore, in
certi ambienti letterari, non come scrittore, ma come
"barzellettaro", per quanto la cosa sia opinabile. E non è
certo l'unico caso, ce n'é a profusione come il libro sui
"temini" degli alunni di Arzano, le "opere" della Marina
Lante della Rovere (o Ripa di Meana), della Sandra Milo,
della Carmen Lliera Moravia, i romanzi (o lunghi racconti)
dello stesso De Crescenze, o di personaggi televisivi, e tanti
altri fra i quali "brilla" un ex oscuro ragazzetto giapponese,
Issei Sagawa, che uccise, sezionò e divorò (parte cucinata e
parte cruda) la sua fidanzata olandese Renée Harteveit e
trasse dalla trucolenta vicenda un libro, "L'adorazione".
Certo, tutti questi volumi hanno venduto molto, moltissimo
per il "benessere" e la "gloria" della nostra editoria!
Fra le reazioni alle prime dichiarazioni di Riva, vi è la
lettera di Alberto Bevilacqua pubblicata da "Tuttolibri" il 19
marzo 1983 della quale, qui di seguito, riporto un ampio
stralcio:
"Ascoltare le pendole che suonano i minuti, ma non le
ore", direbbe S.Johnson, distogliendo dalla gravita dei veri
problemi di una società letteraria spesso tremebonda e
rintanata in non poche sordidezze (non mafia, ma bassi
camorrismi; liste di proscrizione in certe pagine letterarie, e
via dicendo)... (Riva) strapazza gli autori italiani, salvo
smentirsi, rispetto ai suoi, negli spazi pubblicitari; insomma
un gran casino... L'intervista a Tuttolibri era, a suo modo,
paradossale. Ma ora Riva va sul pesante: ad otto colonne sul
"Giorno" del 9 marzo, rispondendo a Gigi Moncalvo...
Veniamo agli esempi.
Domanda: "Anche la crisi della Rizzali è stata una circo-
stanza per misurare la vigliaccheria e avidità degli autori
italiani?" Riva non smentisce la vigliaccheria e risponde:
"Sono/uggiti in pochi, proprio coloro che avevano avuto (e
anche dato) più benefici". Un po' di riconoscenza,
perbacco, dato che la Rizzali pagava così bene i loro libri,
66
gente coperta d'oro (sic!). Fra i nomi - Rochey, Biagi -
anche il mio. Bene: o Riva fa il finto tonto o non sa le cose...
Sul mio caso, per pudore, ho sempre taciuto. Visto che mi si
tiraper i capelli, ecco qua. Io non ero più alla Rizzali prima
che la barca affondasse, Riva fosse designato e avessi ac-
cordi con chicchessia. Quando Tassan Din fu arrestato la
prima volta, proprio al "Giorno", che mi interpellò, espressi
il mio parere sulle storture, vere e presunte, della Rizzali. Lo
feci con la massima correttezza, e in un Paese democratico.
Chi allora stava al vertice, decretò, contro di me, la peggiore
ritorsione: il blakout. Si dispose che "La mia Parma" fosse
cancellato: annunci, pubblicità; i funzionar! non doveva-
no più avere rapporti col sottoscritto. Agli atti c'è una mia
dettagliata lettera (su fatti gravissimi) con cui me ne an-
davo. Vogliamo tirarla fuori?
Su questo caso ignobile e altri, anche a sua tutela, prese
misure Tassan Din, quando uscì da Rebibbia (un carcere).
Voglio ricordarlo: il "demonizzato" Tassan Din si compor-
tò, almeno con me, con grande correttezza. Ma non c'era
solo lui... E poi si potrebbe aprire un altro capitoletto. Ci si è
mai preoccupati di cosa subirono certi scrittori "liberi" sotto
l'imperante P2? Quando bastava che tu non andassi a
genio all'editore, perché tentassero di metterti in quarante-
na come giornalista, e altre delizie del genere? Riva, oltre
che tirar orecchie, tiri le sue e, su certi aspetti, s'informi.
Mi astengo da ogni commento, ma una cosa è più che
mai certa: fra i due, Riva e Bevilacqua, (quest'ultimo è
recentemente troppo ed ossessivamente presente in salotti
televisivi ed in coda a telegiornali per presentare i suoi libri,
prodotti a getto continuo) non corre buon sangue, forse
l'origine dell'annoso attrito è da ricercare in quel rifiuto (se
è vero), del quale ho accennato in precedenza, e non solo
in quello. Ah, a proposito di "banchetti alla cinese" e di P2,
Barbara Palombelli, nel suo articolo "Tassan Din e gli
odorosi giapponesi", pubblicato su "Repubblica" del 9
febbraio 1995, scrive:
... La cena al Grand Hotel offerta da Bruno Tassan Din,
nei primi mesi del 1980. Tavolata immensa, cibi squisiti,
67
discorsetto finale con distribuzione della "carta verde" del
giornalista Rizzali. Una sorta di decalogo un po' ridicolo, sui
diritti e doveri dei giornalisti.
A rileggerlo oggi, è una via di mezzo fra i dieci comanda-
menti e le teorie del grande maestro Lido Celli. Il quale,
magari, mentre eravamo a cena a sentir la predica di Tassan
Din, riceveva i suoi amici politici al piano di sopra...
Nella lettera ad Orengo, Riva cerca di "glissare" abilmen-
te sulle "mogli brutte ma fedeli", sebbene, subito dopo,
sembra muovere un rimprovero alla rispettabilità umana
degli scrittori italiani, quasi fosse una grave colpa che non
si drogano come Michaux, non accoltellano la moglie come
Mailer, non si ammazzano in automobile, non si tirano un
colpo di doppietta, non fanno i mercanti di schiavi, non
vivono in esilio (ma qualcuno l'ha fatto, Riva qui si dimo-
stra di memoria corta, o sbaglio?), non rischiano la galera
(anche qui dimentica che qualcuno c'è andato o ha ri-
schiato di farlo), non sono ubriaconi.
Forse è fedele all'immagine (un po' vecchiotta) di "genio
e sregolatezza". Ma stranamente non dice la cosa più
importante: scrivono o non scrivono bene i nostri autori? I
loro libri sono validi o no? Riescono a conquistare lettori, e
quali?
Perché accusare gli scrittori se chiedevano, magari un
po' troppo insistentemente, i loro diritti d'autore congelati
seppure, come lui afferma, temporaneamente? Forse lui
lavorava senza stipendio? Perché le paure degli impiegati e
degli operai sono giustificate e quelle degli scrittori no?
Ha invece ragione nel condannare banchetti alla cinese
di diciannove portate imbanditi dalla casa editrice per
alcuni autori. Tuttavia, secondo il mio parere, sarebbe stato
più opportuno condannare l'editore che li ha offerti.
A parte questi lussi eccessivi, che possono inquadrarsi in
quelle sproporzionate spese fisse, Riva non considera o
forse non dice una cosa fondamentale: perché le case
editrici non allargano considerevolmente il numero degli
autori italiani (non raccomandati) pubblicati, invece di
immettere tanti libri inutili sul mercato. Non ritiene che la
68
concorrenza ridimensionerebbe richieste che lui considera
eccessive? Avviene dovunque e rientra nelle regole del
mercato. Ed i costi si ridurrebbero, ed i rischi d'impresa
sarebbero perlomeno corsi per dare nuova linfa ed incorag-
giamento alla letteratura italiana.
Se non lo fanno i "grandi" editori (che, per certi versi,
sono finanziati con denaro pubblico) chi dovrebbe mai
farlo?
l'epoca il più potente gruppo editoriale italiano) sembrano
dare avallo ad un via già presa dalla (cattiva) editoria dove
si fanno inserire in un libro criticabile ma originale come
"Così parlò Bellavista" quei "vergognosi e screditanti"
raccontini che hanno fatto (sembra) passare l'autore, in
certi ambienti letterari, non come scrittore, ma come
"barzellettaro", per quanto la cosa sia opinabile. E non è
certo l'unico caso, ce n'é a profusione come il libro sui
"temini" degli alunni di Arzano, le "opere" della Marina
Lante della Rovere (o Ripa di Meana), della Sandra Milo,
della Carmen Lliera Moravia, i romanzi (o lunghi racconti)
dello stesso De Crescenze, o di personaggi televisivi, e tanti
altri fra i quali "brilla" un ex oscuro ragazzetto giapponese,
Issei Sagawa, che uccise, sezionò e divorò (parte cucinata e
parte cruda) la sua fidanzata olandese Renée Harteveit e
trasse dalla trucolenta vicenda un libro, "L'adorazione".
Certo, tutti questi volumi hanno venduto molto, moltissimo
per il "benessere" e la "gloria" della nostra editoria!
Fra le reazioni alle prime dichiarazioni di Riva, vi è la
lettera di Alberto Bevilacqua pubblicata da "Tuttolibri" il 19
marzo 1983 della quale, qui di seguito, riporto un ampio
stralcio:
"Ascoltare le pendole che suonano i minuti, ma non le
ore", direbbe S.Johnson, distogliendo dalla gravita dei veri
problemi di una società letteraria spesso tremebonda e
rintanata in non poche sordidezze (non mafia, ma bassi
camorrismi; liste di proscrizione in certe pagine letterarie, e
via dicendo)... (Riva) strapazza gli autori italiani, salvo
smentirsi, rispetto ai suoi, negli spazi pubblicitari; insomma
un gran casino... L'intervista a Tuttolibri era, a suo modo,
paradossale. Ma ora Riva va sul pesante: ad otto colonne sul
"Giorno" del 9 marzo, rispondendo a Gigi Moncalvo...
Veniamo agli esempi.
Domanda: "Anche la crisi della Rizzali è stata una circo-
stanza per misurare la vigliaccheria e avidità degli autori
italiani?" Riva non smentisce la vigliaccheria e risponde:
"Sono/uggiti in pochi, proprio coloro che avevano avuto (e
anche dato) più benefici". Un po' di riconoscenza,
perbacco, dato che la Rizzali pagava così bene i loro libri,
66
gente coperta d'oro (sic!). Fra i nomi - Rochey, Biagi -
anche il mio. Bene: o Riva fa il finto tonto o non sa le cose...
Sul mio caso, per pudore, ho sempre taciuto. Visto che mi si
tiraper i capelli, ecco qua. Io non ero più alla Rizzali prima
che la barca affondasse, Riva fosse designato e avessi ac-
cordi con chicchessia. Quando Tassan Din fu arrestato la
prima volta, proprio al "Giorno", che mi interpellò, espressi
il mio parere sulle storture, vere e presunte, della Rizzali. Lo
feci con la massima correttezza, e in un Paese democratico.
Chi allora stava al vertice, decretò, contro di me, la peggiore
ritorsione: il blakout. Si dispose che "La mia Parma" fosse
cancellato: annunci, pubblicità; i funzionar! non doveva-
no più avere rapporti col sottoscritto. Agli atti c'è una mia
dettagliata lettera (su fatti gravissimi) con cui me ne an-
davo. Vogliamo tirarla fuori?
Su questo caso ignobile e altri, anche a sua tutela, prese
misure Tassan Din, quando uscì da Rebibbia (un carcere).
Voglio ricordarlo: il "demonizzato" Tassan Din si compor-
tò, almeno con me, con grande correttezza. Ma non c'era
solo lui... E poi si potrebbe aprire un altro capitoletto. Ci si è
mai preoccupati di cosa subirono certi scrittori "liberi" sotto
l'imperante P2? Quando bastava che tu non andassi a
genio all'editore, perché tentassero di metterti in quarante-
na come giornalista, e altre delizie del genere? Riva, oltre
che tirar orecchie, tiri le sue e, su certi aspetti, s'informi.
Mi astengo da ogni commento, ma una cosa è più che
mai certa: fra i due, Riva e Bevilacqua, (quest'ultimo è
recentemente troppo ed ossessivamente presente in salotti
televisivi ed in coda a telegiornali per presentare i suoi libri,
prodotti a getto continuo) non corre buon sangue, forse
l'origine dell'annoso attrito è da ricercare in quel rifiuto (se
è vero), del quale ho accennato in precedenza, e non solo
in quello. Ah, a proposito di "banchetti alla cinese" e di P2,
Barbara Palombelli, nel suo articolo "Tassan Din e gli
odorosi giapponesi", pubblicato su "Repubblica" del 9
febbraio 1995, scrive:
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Bruno
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MessaggioTitolo: Re: L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio   L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio EmptyGio Gen 08, 2009 11:58 am

... La cena al Grand Hotel offerta da Bruno Tassan Din,
nei primi mesi del 1980. Tavolata immensa, cibi squisiti,
67
discorsetto finale con distribuzione della "carta verde" del
giornalista Rizzali. Una sorta di decalogo un po' ridicolo, sui
diritti e doveri dei giornalisti.
A rileggerlo oggi, è una via di mezzo fra i dieci comanda-
menti e le teorie del grande maestro Lido Celli. Il quale,
magari, mentre eravamo a cena a sentir la predica di Tassan
Din, riceveva i suoi amici politici al piano di sopra...
Nella lettera ad Orengo, Riva cerca di "glissare" abilmen-
te sulle "mogli brutte ma fedeli", sebbene, subito dopo,
sembra muovere un rimprovero alla rispettabilità umana
degli scrittori italiani, quasi fosse una grave colpa che non
si drogano come Michaux, non accoltellano la moglie come
Mailer, non si ammazzano in automobile, non si tirano un
colpo di doppietta, non fanno i mercanti di schiavi, non
vivono in esilio (ma qualcuno l'ha fatto, Riva qui si dimo-
stra di memoria corta, o sbaglio?), non rischiano la galera
(anche qui dimentica che qualcuno c'è andato o ha ri-
schiato di farlo), non sono ubriaconi.
Forse è fedele all'immagine (un po' vecchiotta) di "genio
e sregolatezza". Ma stranamente non dice la cosa più
importante: scrivono o non scrivono bene i nostri autori? I
loro libri sono validi o no? Riescono a conquistare lettori, e
quali?
Perché accusare gli scrittori se chiedevano, magari un
po' troppo insistentemente, i loro diritti d'autore congelati
seppure, come lui afferma, temporaneamente? Forse lui
lavorava senza stipendio? Perché le paure degli impiegati e
degli operai sono giustificate e quelle degli scrittori no?
Ha invece ragione nel condannare banchetti alla cinese
di diciannove portate imbanditi dalla casa editrice per
alcuni autori. Tuttavia, secondo il mio parere, sarebbe stato
più opportuno condannare l'editore che li ha offerti.
A parte questi lussi eccessivi, che possono inquadrarsi in
quelle sproporzionate spese fisse, Riva non considera o
forse non dice una cosa fondamentale: perché le case
editrici non allargano considerevolmente il numero degli
autori italiani (non raccomandati) pubblicati, invece di
immettere tanti libri inutili sul mercato. Non ritiene che la
68
concorrenza ridimensionerebbe richieste che lui considera
eccessive? Avviene dovunque e rientra nelle regole del
mercato. Ed i costi si ridurrebbero, ed i rischi d'impresa
sarebbero perlomeno corsi per dare nuova linfa ed incorag-
giamento alla letteratura italiana.
Se non lo fanno i "grandi" editori (che, per certi versi,
sono finanziati con denaro pubblico) chi dovrebbe mai
farlo?
Il saggio di Ferretti, "II best seller all'italiana" cerca di
chiarire quanto è avvenuto al nostro romanzo negli ultimi
vent'anni (dal '60 all'80), riferendosi in particolar modo alle
vendite desunte dalle rivelazioni eseguite dalla
Demoskopea. Se ho ben compreso, egli accusa i nostri
editori di essersi fossilizzati su autori, di anno in anno di
qualità sempre più declinante, ma pur sempre in grado di
fornire un prodotto letterariamente di buon livello che
riuscisse parallelamente ad essere gradito al pubblico già
predisposto a quel tipo di letture, e abbastanza facilmente
convinto dall'azione pubblicitaria promossa dall'editoria
finanziariamente di buon peso, e dalla critica stimolata
dalla stessa editoria. Nascono così i best seller all'italiana di
contenuto prevedibile e dove non c'è spazio per la
sperimentazione. Inizia lo sfruttamento dell'autore che vie-
ne sollecitato a sfornare libri a velocità accelerata. Ciò
secondo me è vero, e solo qualcuno dei migliori medio-
piccoli editori ha coraggiosamente pubblicato testi di autori
nuovi che tentavano un discorso contenutistico e linguisti-
co diverso. Ma quando uno di loro riusciva ad ottenere un
imprevisto successo veniva catturato dal grande editore, e
stranamente perdeva quella spinta, quella rabbia
innovatrice e, come per malefico incanto, si incanalava nei
canoni, se non proprio tradizionali, abbastanza vicini a
quelli imperanti. Emblematico il caso della Ravera con
"Porci con le ali" che, una volta passata al grande editore,
non riuscì, ne ci riesce oggi, a rinnovare il ruggente suc-
cesso. Di chi la colpa, dell'autore, dell'editore o del sistema?
Inoltre, particolarmente in quel periodo, l'utilizzazione
massiccia dei premi letterari più noti e pubblicizzati dalla
69
stampa e ripresi dalla televisione, in noiose cerimonie,
fruttavano agli autori ed agli editori che ne muovevano e
muovono i fili, massicci incrementi di vendite in una
girandola di giurati-autori perennemente alternantesi.
Che i premi maggiori abbiano finalisti predesignati si è
sempre sospettato, ed uno dei casi più eclatant! (e passato
sotto il solito silenzio perché i partecipanti non favoriti e
quindi "presi in giro" sono ormai criticabilmente rassegnati)
è rappresentato dal "Premio Napoli" edizione 1994. Qui la
consegna delle opere doveva avvenire entro la mezzanotte
del 22 aprile 1994 (lettera della Fondazione Premio Napoli
datata 30 marzo 1994). Ebbene il 14 maggio dello stesso
anno, su "II mattino" ed altri quotidiani, si informava il
pubblico che 3 donne si contenderanno il premio... La
giuria tecnica, presieduta da Sergio Zavoli e composta da:
... (altri 11 giurati) ha lavorato su una rosa di 60 titoli...
Come hanno fatto queste 12 degnissime persone (con tutto
quanto d'altro hanno da fare) a leggere 60 opere di narra-
tiva in appena 20 giorni?
Sembrerebbe, dal quadro tracciato da Ferretti e da
quanto hai letto e leggerai in questo libro, amico lettore,
che gli autori che sono riusciti e ad attestarsi in pianta
stabile nella "grande" editoria, abbiano costituito una spe-
cie di consorteria mafìosa o, come più di moda, piduistica,
e forse è vero, ma, al tempo stesso, dalle interviste e dalle
lettere, di cui ho riportato ampi stralci, si può notare che
qualcosa non fila proprio come si vorrebbe in certi am-
bienti.
Difatti Piero Chiara, pur accettando direi con orgoglio la
qualifica di prodotture di best seller e difendendosi dagli
attacchi di Riva, non tralascia di dichiare che: "... Gli editori
hanno pubblicato troppi libri, sulla spinta del boom hanno
mandato in libreria anche roba che non ha incontrato il
gusto del pubblico. Dei libri miei, di Soldati e di Arpino i
lettori sono soddisfatti. Degli autori che ci hanno trascinato
dietro, no. Non si può far ingoiare a un lettore un volume di
15mila lire, che lui poi lascerà a pagina cinque".
Chi sono questi autori?
Probabilmente gli stessi che considerano, e larvatamente
70
criticano, Chiara come uno scrittore poco impegnato.
Per quanto riguarda Umberto Eco, che secondo Ferretti
(ai tempi de "II nome della rosa") fa "ingegneria letteraria"
rappresentando un nuovo genere di best seller all'italiana,
vorrei farti conoscere, amico lettore, un mio articolo, dal
titolo: "Come oscilla quel pendolo", con l'occhiello: "Pregi
e difetti di Eco narratore", pubblicato su "II giornale di
Napoli" dell'l0 febbraio 1989:
Ecco, c'era da aspettarselo, la patina del duro, del freddo
raziocinante, si è sciolta liquefatta miseramente meravi-
gliosamente all'impatto del narrare. Simili ad impazziti
baluginanti razzi orbitanti su piani diversi ed improvvisa-
mente convergenti nella vasta misteriosa piazza della men-
te, sensazioni si conficcano, quali strali dolorosi, illumi-
nanti e ravvisano ricordi sopiti scomparsi o tenuti saggia-
mente nell'area di parcheggio dei pensieri, quali
aereomobili scoloriti nel buio hangar da dove, ubbidienti
scinovi, son richiamati a volte per brevi controllati gratifi-
canti voli, ed ora, invece, svolazzano come uccelli solitari
attraverso nuvole dense formando stormi, lasciando trac-
cia. Non più abitanti docili e tranquilli l'uno vicino all'al-
tro, ma vorticanti nello spazio immenso del cervello, tanto
largo quanto è stretto il mondo, e, simili alle cose, lì si
urtano duramente in modo lancinante, non più vestiti di
bianco come fanciulli alla prima comunione, ma negri
spettri, perché nessuno di essi è contento di sé, ed una volta
espresso è una bugia e non è più rivoltabile, come un saggio
o uno studio, per servirsene parecchie volte.
Qui sono loro che comandano, ti prendono la mano,
sono indomabili ed infinitamente belli nell'orrido dei ri-
morsi della verità di una vita iontensamente vissuta. Non si
può barare, pena la banalità il falso il costruito su misura,
come lo svolgimento tematico monografico del tranquilliz-
zante saggio, anche il più vero e scottante, o che ne abbia la
parvenza osannata e di successo.
Narrare costa fatica, sangue, quanto e più di un percorso
nelle scure tortuose anse di un fetido labirinto, e la vivida
luce, il raggio caldo del grande astro che ogni tanto con
meraviglia ti raggiunge, non ti compenserà mai a sufficien-
ti
za. La molteplice faccia dei fatti ti attrae e ti respinge, e,
infine, ti lascia stordito ammutolito quando alfine pensi di
averne toccata l'essenza, il mistero.
Tutto ciò ed altro ancora prova il vero narratore, non chi
non ha talento, o chi esegue una cosiddetta opera di "in-
gegneria letteraria", senza l'emozione, l'afflato dell'artista.
Non bastano vivida intelligenza e saggia metodica di ri-
cerca che completa una profonda cultura per fare opera
narrativa, che non può essere scissa dalla vera arte.
Ineluttabile, prima o dopo, questa verità si fa esplicita
negli autori e principalmente nei lettori che contano, ossia
quelli sensibili ed educati sui classici di ieri e di oggi.
Per il notissimo Umberto Eco, tanto osannato celebrato e
venduto, sembra giungere oggi, ad anni di distanza e, con
non nascosta soddisfazione, ne registriamo la notizia.
Il "magazine" di Repubblica del 20 gennaio celebra la
sua sconfitta e ne annota i perché senza però approfondirli
e valutarne la (per noi) lontana genesi.
Il diffuso giornale organizza ogni anno una discutibile
(per i criteri di scelta e gli accoppiamenti) torneo intitolato
"Superwimbleton" dove 77 romanzi italiani, pubblicati da
non oltre un anno e accoppiati come in un torneo di tennis,
si affrontano in singole tenzoni il cui risultato è determi-
nato da una giuria di cinque lettori; ed Eco, al primo turno,
è stato eliminato da una quasi sconosciuta scrittrice
esordiente, Pia Fontana, che con il suo "Spokane", ha bat-
tuto lo strombazzato e venditissimo "II pendolo di
Foucault". Ma, infondo, non è l'avversaria che ha vinto, è
Eco che ha perso, come risulta dall'intervista rilasciata da
uno dei tré giudici che hanno votato contro lo scrittore di
Alessandria. Franca Bonetti (studentessa italiana che vive
a Berlino) ha detto: "II libro di Eco è artefatto, e scritto per
gente che ha una concezione del mondo estranea al senso
comune. Preferisco la Fontana".
A nostro avviso i veri motivi debbono ricercarsi nella
considerazione che nessuno -per quanto intelligente, colto
e fortunato sia - possa "tirare la corda" troppo a lungo.
Successe a De Crescenze con la sua unica opera narrativa,
"Zio cardellino", molto meno venduto e celebrato di "Così
72
parlò Bellavista" e di "Storia della filosofia greca". Ora
succede ad Eco nonostante le cinquecentomila copie ven-
dute "a scatolachiusa" ma pochissimo lette, ed il clamoroso
successo mondiale de "II nome della rosa".
Il motivo sembra identico, pur con tutte le debite differen-
ze di caratura e di preparazione: con la narrativa, ossia
con l'arte, non si scherza!
Eco volle dare una lezione ai narratori e "costruì" II
nome della rosa, e a molti, a tantissimi, sembro che ci fosse
riuscito, ma quel libro, apprezzabilissimo per tanti motivi
(linguaggio, contenuti, cultura maturata, struttura,^
suspence), mancava -e lo scrivemmo - di emozione che è
propria del vero narratore, emozione che deve evidenziarsi
sempre, e dilatarsi di fronte all'elemento umano. Ebbene
dalla pagina 246 alla 253 Eco racconta dell'improvviso ed
imprevisto incontro sensuale fra un novizio e una fanciul-
la Ciò, in un monastero e nell'anno di grazia 1327, con
una freddezza ed assenza di emozione agghiaccianti,
senza minimamente alterare lo schema razionale
prefissato.
"Il pendolo di Foucault" e, a nostro avviso, ancor di più
de "II nome della rosa" una forzata opera narrativa di uno
che narratore s'è "creato " senza esserlo, senza possederne il
talento innato assolutamente necessario, che imbottisce il
lettore di date fatti congetture dove è difficilissimo seguire
un filo logico.
Qui il Medioevo, "esotico" perché poco conosciuto da noi
e tanto lontano dalla normale cultura nordamericana e
che costituti la chiave di volta del successo de "II nome della
rosa ", è stato sostituito dai templari e dai Rosa-Croce.
Ne scaturisce un guazzabuglio causato da desideriodi
stupire ad ogni costo da parte di uno scrittore che è e
rimane principalmente un abilissimo saggista.
L'immenso successo de "II nome della rosa", che, secondo
noi, è andato troppo al di là del giusto, sembra aver causato
un distacco dalla realtà e dalla aggettiva misura anche ad
un uomo notoriamente equilibrato come il professore e
scrittore Eco.
Non è facile raggiungere un grande successo, ma e infa-
73
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MessaggioTitolo: Re: L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio   L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio EmptyGio Gen 08, 2009 12:01 pm

itamente più diffìcile mantenerlo o rinnovarlo, e la ten-
denza ad una certa, anche se involontaria, arroganza si
manifesta sovente.
Infondo è il sogno d'ogni scrittore scrivere e far leggere
tutto quello che a lui piace, e pensiamo che Eco, oltre al
desiderio di "stupire" ancora di più, ci sia cascato in pieno,
convinto che il suo libro sarebbe stato pubblicato e venduto
"a scatola chiusa".
Ciò, in fondo, è avvenuto, anche se dubitiamo che il
rendiconto totale delle vendite possa mai eguagliare quello
de "II nome della rosa ".
"Di Eco avevo letto il romanzo precedente. Al confronto il
pendolo è impraticabile. Ho la sensazione che sia un libro
concepito per puri scopi commerciali, come mi sembra di
capire dall'enorme battagc pubblicitario. È un libro lento,
con parole complicatissime", ha dichiarato Cinzia Pozzi,
un'altra delle lettrici-giudici di Repubblica.
Infondo, nonostante i miliardi incassati e da incassare
con i diritti d'autore, l'Eco narratore non potrà essere
soddisfatto del suo Pendolo perché, forse, tutto sommato,
qualche autore "a proprie spese" di cui inverecondamente
Eco si fa beffe nel suo libro, può essere più narratore di lui;
e dall'ormai famoso Pendolo uno solo è stato strozzato: lo
stesso Eco.
Giovanni Alpino, da come appare nel suo articolo che ti
ho proposto, caro lettore, sembra tutt'altro che benevolo
nei confronti degli aspiranti scrittori: sembra, a dir poco,
che gli diano fastidio, quasi il prodotto di una combustione
di materiale pestilenziale che gli giunga opprimente al
naso, alla bocca, al cervello.
Cosa è successo?
Aveva, dice, pubblicato un elzeviro "dedicato al disagio,
al malcontento creati dall'inflazione editoriale più
smaccata, alla dissennatezza - talora ingenua, sovente no -
di chi pretende di romanzare e soprattutto pubblicare in
Italia", e ha ricevuto "tante lettere, messaggi, telegrammi,
minacce, insulti". E perché? Forse per come definisce le
"pretese" degli aspiranti che lui chiama in altro modo ma
74
l'essenza è la stessa. Pretese di pubblicare! Quasi che chi
scriva (come fece lui a suo tempo) non tenda più che
giustifìcatamente a questo.
Non ho letto l'elzeviro, ma se il tono che ha usato per
definire il lavoro degli aspiranti scrittori era lo stesso che ha
usato nel pezzo che hai a poco letto, caro lettore, pur non
giustificando le minacce e gli insulti, una certa reazione
c'era da attendesela. Non ti pare?
Sostiene (il grande, versatile scrittore, autore di libri
famosi, di volumi di racconti, di commedie, di pamphiet
sullo sport, di libri per ragazzi, di un saggio-biografia su
Salgari, e vincitore - lo ripeto - di uno Strega - 1964 - e
di un Campiello - 1980 - ) che si pubblica troppo in Italia,
e probabilmente ha ragione, ma forse non ha esaminato
perché e chi, e mi sembra condanni senza rimedio tutti
coloro che da sconosciuti si permettono di scrivere e c1'
aspirare alla pubblicazione definendo la loro "ambizione
scrittoria dilettantesca o maniacale". E forse non avrebbe
torto se non si riferisse a tutti perché, lo ribadisco ancora
una volta, mi sembra esagerato che nemmeno qualcuno
meriti le gioie della pubblicazione. Con tutto il rispetto, mi
sembra un po' troppo categorico e, con ogni probabilità,
preso dalla spirale, dal calore asfissiante del "sottobosco
ardente", si lascia andare a fornire dati "per dare peso
specifico" che davvero hanno poco a che fare con la verità
o una certa logica. Difatti sostiene, senza citare le fonti, che
"una casa editrice di proporzioni medio-alte deve stipare
circa diecimila manoscritti annui", quando Mondadori
(l'editore che più produce e che riceve più dattiloscritti) ha
dichiarato 2.800 ogni 365 giorni! Ma Arpino non molla e,
deciso convinto della sua infallibilità, afferma che sono ben
più di 200.000 quelli che rimangono sommersi! Inoltre,
come se non bastasse, sembra aver trovato la soluzione alla
crisi dell'editoria (in barba ad editori, direttori editoriali e
studiosi che, evidentemente, non apprezza. Lui, ancor più
di Riva, non può, a quanto pare, fare a meno del "clamo-
roso"!): sarebbe sufficiente che tutti i pretendenti leggesse-
ro un paio di libri all'anno! Ma come si può fare a scrivere
così senza alcuna documentazione e senza nemmeno saper
75
fare conticini che a qualsiasi massaia riuscirebbero? E
quanti dovrebbero essere gli aspiranti scrittori? Venti milio-
ni, per assorbire tutti i resi che ammontano nella varia ed
oltre un quaranta per cento sui circa 100 milioni di copie
prodotte?
Vedi, amico lettore, non giudicare troppo male Arpino, è
un artista e i suoi romanzi e le sue commedie sono
validissime (anche se Ferretti li definisce "di qualità me-
dia"), ma se i suoi saggi ed i suoi articoli rispecchiassero la
(per me) faciloneria di queste sicure sue affermazioni,
ebbene lì sì bisognerebbe andarci cauti nel leggerlo,
Ma, amico lettore, non dare gran peso a qualche dato
errato, i problemi degli aspiranti scrittori sono ben più
importanti di tali atteggiamenti, anche se quando ci si
rivolge ad una platea grande e si vogliono affrontare
argomenti che per la controparte (purtroppo, dato l'atteg-
giamento di Arpino, mi viene da considerarlo un nemico
degli aspiranti scrittori) sono di parossistico interesse, va
pesata ogni parola ed ogni definizione non provocando
chi, a torto o ragione, è frustrato da rifiuti in continuazione
che non sempre sono giusti. Un narratore, deve poter
"capire e compatire" e, possibilmente, dare una mano. Il
definire le opere di tutti gli aspiranti scrittori con generici
"ballatette" e "memoriali" può solamente aizzare e dare
l'immagine del sazio che non vuoi credere al digiuno, o di
voler tentare di ravvivare una "vena" forse esaurita o in
calo, o, in ultima alternativa, il volersi tricerare a strenua
difesa della "casta".
Certamente, me ne rendo conto e condivido, da un vivo
senso di fastidio (e, a volte di frustrazione a scrittori "veri",
grandi o meno grandi) l'intrusione sempre più massiccia di
"personaggi inverosimili, che si presentano da sé sugli
schermi e parlano di sé come reclamizzerebbero una cra-
vatta", e tornerò sull'argomento perché (anche se
discutibile per gli artisti) per gli scrittori professionisti bi-
sognerebbe forse creare un albo o qualcosa del genere, e
non mi sembra che basti l'attuale Sindacato Nazionale degli
Scrittori (che andrebbe, per l'occorrenza, opportunamente
trasformato). Ma i "sommersi", owerosia gli aspiranti scrit-
76
tori, nel loro segmento migliore, di sicuro non si ispirano a
personaggi del genere ma ad Arpino narratore (e non certo
quale autore di articoli come quello che sto commentando
che lo avvicinano, anche se forse lui non se ne è reso
conto, a simili individui) e vorrebbero essere veri e sempre
più bravi scrittori che non debbono però (come sembra che
abbia fatto Arpino) impadronirsi di argomenti di altri senza
citare la fonte. Infatti il grande scrittore nato a Fola, dice
anche (nello stesso articolo): "Ma allora il gioco e semplice,
signori, prima si diventa mezzibusti, onorevoli, galeotti,
faccendieri, divorziati celebri, e poi un bei libro di memorie
non ve lo negherà nessuno", ricalcando (a meno del sem-
plice, niente è semplice), più o meno, quanto avevo prima
di lui scritto nella pagina 72 de "I segreti dell'editoria"!
Domenica Rea a sua volta si è limitato a raccontare
(nell'inteivista di Mirella Laraia) la personale esperienza di
quando, giovanissimo, divenne scrittore pubblicato, e non
i mostra alcuna acredine verso gli aspiranti scrittori seppure
sembra di non comprenderne bene il dramma quando dice
che gli editori "hanno tutto l'interesse a scoprire nuovi
talenti, a presentare opere scritte bene". Quello che inte-
ressava Rea non è tanto il problema degli aspiranti, ma di
tutti gli scrittori che sarebbero accomunati da un triste,
deprimente destino: la mancanza di pubblico, dei lettori,
attratti più che mai dal nuovo idolo buono per tutti, la
televisione!
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MessaggioTitolo: Re: L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio   L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio EmptyGio Gen 08, 2009 12:01 pm

Ma Rea era più che mai pessimista (una delle fondamen-
tali componenti del suo carattere, come me lo manifestava
nei nostri frequentissimi incontri e nelle lunghe telefonate
che continuamente ci siamo scambiati nel corso di un'ultra
decennale grande amicizia), e ha anche affrontato il pro-
blema degli aspiranti scrittori di oggi (periodo, per vari
motivi, tanto più difficile di quello del suo esordio) quando,
meno di un anno dopo l'inteivista, in uno stupendo saggio,
"Gutemberg, addio!", ammette che un ragazzo di talento
che avesse la ventura di scrivere negli anni Ottanta: "II
cuore rivelatore" di Poe, "La mosca" di Katherine
Mansfield, "II muro" di Sartre, o "Boule de Suif" di Guy de
77
Maupassant, o "La voglia di dormire" di Anton Cechov.o II
sogno di un uomo ridicolo" di Fiodor Dostoiewskij, o Una
rosa per Emily" di William Faulkner, o "II racconto della
672° notte" di Hugo Hofmannstall, o "Jeli, il pastore di
Verga o la cinquantina di pagine de "La monaca di
Monza-diManzoni, o "Tonino e Tanotto" di Pirandello, o
il "Giovanni Episcopio" di D'Annuzio o "I morti" dijoyce^ o
"Amazzoni rosse e nere"di Dreiser, o "La bella genovese ^ di
Goethe o "II giro del sole" di Massimo Bontempelli, o In-
verno malato" di Moravia, o la "Novella degli scacchi di
Zweigg o "La fidanzata di San Domingo" di Kleist, o il più
grande racconto di tutti i tempi e di tutti i pensieri del
senere umano, "Ivan Iliic" di Tolstoi, dall'editore si vedreb-
be rispondere che egli non pubblica libri di racconti e
tantomeno un racconto, perché racconti e poesie non han-
no mercato. Oggi può quindi accadere, nell'età della gran-
de e quasi terribile salute di massa, che Poter Schiomili e la
sua meravigliosa storia, che tanto piaceva a Benedetto
Croce rimangano inediti e "La metamorfosi" non trovi
collocazione ne in un libro, ne, peggio, in una rivista
letteraria".                               , - .,    .,
Ma forse (voglio assolutamente sperarlo) il grande
autore di "Spaccanapoli", di "Gesù fate luce" di "Una
vampata di rossore" e di altri meravigliosi libri fra i quali
"Ninfa plebea", con il quale, ad oltre settant'anni e prima di
lasciarci, ha vinto il premio Strega ed ha per l'ennesima
volta conquistato tutta la critica che gli ha dedicato entusia-
stiche recensioni, ha esagerato nel pessimismo ed, m fon-
do nonostante Mamma Televisione ammazza-tutto anche il
cervello la qualità trova ancora ammiratori ed investitori
coraggiosi, anche se sembra che non alberghino m molti
presso i "grandi" editori.
Secondo Antonio Spinosa tutto è chiaro, tutto è sempli-
ce tutto è facilmente risolvibile se però, si badi bene si
segue la strada che lui consiglia, che è, con ogni probabili-
tà quella che lui ha seguito. O sbaglio?
'Secondo il giornalista-scrittore di numerose biografie
storiche, il problema sollevato sugli aspiranti scrittori e,
78
tutto sommato, un falso problema. L'angolo visuale di lui,
giornalista, è di una lampante chiarezza: gli apparati di
lettura non seivirebbero; chi vuole pubblicare deve fare il
giornalista, deve farsi accettare qualche racconto o qualche
saggio su un giornale, una rivista letteraria, entrare, in-
somma, in quegli ambienti culturali che costituiscono il
canale per raggiungere l'editore, per attirare il suo interes-
se. In sostanza, se ho ben compreso, il giornale, la rivista, il
salotto letterario quale anticamera dell'editore: nuovo po-
tere alla stampa, agli organizzatori (in senso lato) letterari.
Evviva!
Ma come si fa ad entraivi? Non costa davvero nulla la
seivile, timida frequentazione di ambienti giornalistici, cul-
turali o pseudo tali? O l'ingresso avviene solo per merito? E
chi si sente votato al romanzo deve per forza scrivere prima
saggi, racconti e articoli?
Con questo modo di affrontare l'ostacolo tutti dovrebbe-
ro optare per quello che va, che piace agli altri, e occupare
parte preponderante del proprio tempo a sviluppare
tematiche e forme dello scrivere che non gli sono eviden-
temente congeniali perché, altrimenti, non attenderebbe
consigli del genere per farlo. Hai voglia di scrivere un
romanzo? Ti senti portato e dawero bravo? Pazienza, at-
tendi, magari anni, decenni: per ora un pezzette di cronaca,
una minirecensione, la biografia del sindaco, l'inchino al
direttore, il fascio di fiori e un compito baciamano alla
padrona di casa nel cui luminoso, sfarzoso salotto, ricco di
quadri o ninnoli, si raccolgono settimanalmente l'autore
della biografia che va tanto di moda, o del saggio che ha
suscitato tanto clamore e sì, là in quell'angolo, con il volto
annoiato, il famoso narratore che tanto hai ammirato per
ciò che ha scritto e che ora vorresti dimenticare nel vederlo
in simile compagnia!
Anche Giordano Bruno Guerri esagera nel dare troppo
colore al suo pezzo sul mio libro (un vizio che appare
troppo comune a chi deve riempire con continuità pagine
di periodici e colonne di quotidiani). Così come Riva,
Arpino, Ramondino e (forse con più ingenuità) Spinosa,
79
insiste troppo, e probabilmente forza la realtà quando
scrive "Nelle case editrici, lo si confessi!, i loro dattiloscritti
circolano più spesso per farci due risate in redazione che
per essere esaminati, e più volte è circolata l'idea di
pubblicare un'antologia comica o degli inediti o delle
lettere che li accompagnano (ne ricordo una, di un pastore
sardo il quale assicura l'editore che farebbe un affare
perché 'tuti i miei amichi locomprerebbero dicerto', e
suggerisce di spartirsi il bottino equamente, metà e metà
del prezzo di copertina)".
Vorrei davvero vederla questa lettera, se è mai esistita, e
anche se fosse vera mi sembra davvero di cattivo gusto e
gratuitamente sadico citarla. Per altro se davvero le redazio-
ni sono composte dai buontemponi di cui parla Guerri,
povera editoria! Ma sono convinto che gli editori "grandi",
medi o piccoli e le loro redazioni, affollate o meno, pur con
i loro difetti (e chi non li ha) sono ben al di sopra di tali
miserabili pantomime.
Quando Guerri (di cui risultano in commercio solo altri
due libri: "Italo Balbo" e "Mezza vita di Van Gogh") pub-
blicò "Povera santa, povero assassino" veniva, nel risvolto
di copertina, celebrato per i suoi "impeti di polemista". Ma
nemmeno questi possono giustificare quanto ha scritto in
quell'infelice periodo che ho citato, anche se, poco prima,
ammetteva "Intendiamoci, è vero: molti mediocri libercoli
che appesantiscono gli scaffali delle librerie non sarebbero
stati mai pubblicati se gli autori non avessero avuto rapporti
amicali, cuginali o sessuali con l'illustre autore, il potente
dirigente, il generoso editore. Così com'è probabilmente
vero che alcuni dei volenterosi inediti di sconosciuti sono
certamente migliori di alcuni pessimi libracci che gli editori,
per pigrizia, per provincialismo fanno tradurre dall'estero".
E lui, il Guerri, quale fra i rapporti da lui citati (amicali,
cuginali o sessuali) ha avuto con l'editoria in genere per la
pubblicazione di "Povera santa..."?, se dobbiamo giudicare
il libro secondo il comunicato della Santa Congregazione
(apparso su "II giornale" del 7 febbraio 1985) che dice
testualmente: 1) è stato fatto oggetto di sproporzionata at-
tenzione da parte della stampa; 2) già ad una prima lettura
80
c'è da chiedersi che cosa giustifichi l'appellativo di "storico"
data la totale assenza di apparato critico; 3) palesa inoltre
la non approfondita conoscenza della procedura stessa
delle cause di canonizzazione, trattando delle quali l'au-
tore opera una grande confusione; 4) soprattutto colpisce la
visione tragica e disperata che il medesimo autore ha della
realtà umana".
Ciò forse spiega tutto!
La visione che Guerri ha delle cose (perlomeno a giudi-
care dai suoi articoli che ho letto) sembra essere del tutto
unilaterale, il che non è certo positivo per uno "storico" (ma
di cosa? solo di Italo Balbo?).
Tornerò sull'argomento, amico lettore, in uno dei suc-
cessivi capitoli per contestare, con ampia documentazione,
non solo ulteriori affermazioni del Guerri, ma anche di altri
^ che (a mio avviso) poco hanno compreso dell'argomento
, pur bazzicando da tempo fra editoria e grandi giornali.
Per quanto, infine, riguarda la Ramondino, a mio giudi-
, zio, non vai la pena di approfondire le sue affermazioni e la
passerella sua e dei suoi amici per il ributtante snobismo
che emerge in continuazione nel suo scritto pubblicato,
peraltro, da un quotidiano, tanto attento ad "informare'^
(nelle pagine dedicate ai libri) i suoi lettori da ignorare
completamente "I segreti dell'editoria" che pur sono stati
recensiti da diecine e diecine di quotidiani e di periodici e
oggetto di ricerche, studi e di una tesi di laurea presso
università italiane.
Eppure quel quotidiano aveva ampiamente e con rilievo
recensito numerosi altri miei libri. Cosa ha determinato il
black-out del mio saggio sull'editoria? Servilismo verso i
"grandi" editori? Ma questi non ne hanno alcun bisogno,
perché (nonostante tutti i difetti e gli errori) sono certa-
mente (nella loro grande maggioranza) al di sopra dall'ap-
prezzare simili "oscuramenti" che ricordano altri e davvero
oscuri periodi della nostra storia.
81
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MessaggioTitolo: Re: L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio   L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio EmptyGio Gen 08, 2009 12:04 pm

Cap. VI
PERCHÉ NON SI PUBBLICANO
(TRANNE QUALCHE MICROSCOPICA ECCEZIONE)
NUOVI AUTORI ITALIANI CHE PROVENGONO DALLE
FOLTE SCHIERE DEGÙ SCONOSCIUTI PER IL
CIRCUITO EDITORIALE
Amico lettore, se, come credo, hai letto con la massima
attenzione e notevole interesse il capitolo delle interviste a
direttori, funzionar! e collaboratori dei "grandi" editori, ti
sarai posto delle domande davanti ai loro atteggiamenti,
comportamenti e politiche, a dir poco sconcertanti.
Einaudi ha ricevuto nel 1982 551 dattiloscritti dei quali
circa 300 romanzi. Pubblicati? Nessuno!
Secondo la gentilissima Sandra Bergamaschi della segre-
teria letteraria, appena ricevuto il dattiloscritto inviano una
lettera di conferma, poi il frutto di tanto lavoro, travagli e
speranze viene inoltrato a perlomeno un lettore-consulente
ad eccezione di quelli che, per ortografìa, sintassi e conte-
nuti ingenui (ma non sono ormai molti) vengono subito
scartati. Infine vengono rispediti con altra lettera di ac-
compagnamento .
Vogliamo fare i conti?
Una lettera, mille lire fra affrancatura, busta, carta inte-
stata e spese di dattilografia. Schedatura ed invio al lettore-
consulente, circa duemila lire. Spese di lettura, circa
trentamila lire e, infine, restituzione all'aspirante scrittore,
circa ottomila lire fra francobolli, pacco, lettera di accompa-
gnamento e tempo lavorativo dell'impiegato addetto. To-
tale lire quarantamila. Moltipllchiamo per 500 e avremo una
spesa che si aggira sui 20 milioni del 1982. Oggi - 1995 -
circa sessanta milioni!
E il risultato? Zero!
Per Pietro Gelli, direttore letterario della Garzanti, i
dattiloscritti di narrativa e poesia che giungono in un anno
alla sua casa editrice sono circa 1.500, ma, di questi, molti
arrivano per interposta persona come il critico, il professore
83
universitario, un amico, un autore della Garzanti. Quelli
inviati da gente che non ha dei padrini non sono molti e,
debbo pensare, mai pubblicati se in 12 anni Gelli ne ricorda
uno soltanto! e nemmeno salito agli altari del catalogo della
casa editrice di Gelli.
Ma nessuna paura, amico lettore, li leggono tutti! E non
solo una lettura, ma ben tré. Fanno letture "incrociate",
"contropelo". Lo stesso direttore fa, a quanto afferma, la
prima lettura, il che, come minimo, mi stupisce perché i
casi sono due: o l'infaticabile e invero gentilissimo Gelli
sbircia fra le pagine più che leggere (e non è molto positivo
per quanta esperienza possegga), o legge davvero, come
ogni componimento vorrebbe, e allora ne dovrebbe leg-
gere 4 al giorno, festività comprese. E davvero mi sembra
troppo!
Se fosse così, come fa il direttore editoriale ad occuparsi
di tutto il resto che la sua importante carica e le dimensioni
dell'impresa comporterebbero?
Passiamo alle spese.
Due letture esterne: 60.000 lire. Spese postali e di segre-
teria: L. 10.000. Totale 105 milioni, oltre il tempo di Gelli
che percepirà, meritatamente, un lauto stipendio. Oggi
circa 315 milioni.
Ora, secondo affermazioni della segretaria, fra italiani e
stranieri, la Garzanti nel 1984 non pubblicava più di 10
novità di narrativa all'anno. Se togliamo gli autori della Casa
e di oltre frontiera, tutte queste spese andavano ripartite,
nel migliore dei casi ed un'azzardata ipotesi, fra un paio di
opere di autori nuovi, perlomeno per la Garzanti. Ossia tali
opere partivano, a prescindere dalla stampa e dalla pub-
blicità e dalle spese generali, con un peso minimo di oltre
50 milioni a testa. E se oggi la Garzanti continuasse ad agire
nello stesso modo, circa 150 milioni a testa. Assurdo!
Esaminiamo la situazione della Mondadori.
Nel 1984, sembra una grande impresa e forse lo è
davvero, fa esordire 4 nuovi autori per i quali aveva
mobilitato grandi nomi come Sciasela, Ginzburg, Pontiggia
e Citati, che avranno avuto un loro costo.
Di questi 4 (spulciando il Catalogo dei libri in commer-
84
ciò 1991), Eugenio Vitarelli risulta completamente scompar-
so dal catalogo Mondadori ed ha pubblicato solo altri due
libri (uno nel 1988 e l'altro nel 1990) con la medio-piccola
casa editrice Theoria. Vincenzo Pardini, invece, (che esordì
con una per me sconosciuta Casa, La Piletta) è ancora
presente in Mondadori ed ha anche pubblicato altri libri
con Einaudi e Theoria. Luigi Del Rè è scomparso comple-
tamente, mentre Santamaura non è più in catalogo
Mondadori, ma ha pubblicato un libro con Marietti nel
1989.
Secondo Alcide Paolini, responsabile all'epoca del setto-
re narrativa del colosso di Segrate, nell'82 giunsero 2.800
fra romanzi, racconti e biografie. Non una punta, amico
lettore, ma la media di ogni anno, perlomeno dai 18
precedenti.
Come si comportano in Mondadori?
Anche qui, come Einaudi, rispondono subito per ringra-
ziare e comunicare che il dattiloscritto è arrivato. Poi
Paolini fa una prima scrematura piuttosto pesante e severa,
direi, se solo il 10 viene avviato ai consulenti esterni (in
"nedia due per opera).
Dai 2.800 si passa quindi ai 280 dei quali non ho ben
compreso se 14 o 140 provengono dai soliti immancabili,
onnipresenti critici, giornalisti e amici.
Ma mi preme immediatamente rilevare una notevole
:ontraddizione in quello che Paolini afferma.
Lui dichiara che provvede personalmente alla
'scematura" e, rapido - bastano poche pagine -, dice,
oespinge ben 2.500 dattiloscritti.
Anche qui, come da Gelli, immaginate il povero o sadico
colini che deve leggere perlomeno dieci pagine per circa
15 dattiloscritti al giorno di soggetti e tematiche diversi, e
)ure in tale bailamme, non perde mai la lucidità e la
.erenità di giudizio e dice alla trepida segretaria: "Questo
io, quest'altro no, anche questo no, no via questo, no, no,
io, no, no, no, no, no, questo sì, lo passi al lettore
'onsulente!-.
Se la qualità grammaticale fosse pessima o altro che
ubito salti agli occhi, posso anche capirlo (giustificarlo
85
mai), ma no. Sostiene che il livello medio si è alzato: non ci
sono più naif, sono bei compitini, c'è la capacità di scrivere
pulito (ha capito, Guerri?).
E allora?
Per definirli "compitini" non ci vogliono più di poche
pagine? Forse è per questo (per me) assurdo modo di
procedere della "grande" editoria che in tempi precedenti
Moravia, Svevo. Il gattopardo, Morselli e chissà quanti altri,
di ieri e di oggi, subirono e subiscono vere e proprie offese?
Al contrario di Paolini che riuscì a farsi pubblicare ben sei
romanzi (dei quali, l'unico che conosco, nel febbraio del
1983 - in edizione di lusso - da Bompiani, a me sembra
davvero un "compitino") che sono tutti precocemente
scomparsi dai cataloghi degli editori, come attesta il "Cata-
logo dei libri in commercio" (1991, Editrice Bibliografica
che è vicina all'Associazione italiana editori) dove il suo
nome non risulta affatto, nemmeno per un libro.
E le spese?
20 milioni di postali oltre alle 560 letture a trentamila lire
ognuna, fanno un totale di 37 milioni che, suddivisi fra i 4
nuovi autori, producono un handicap economico di 10
milioni per ogni libro (oggi ammonterebbe all'incirca a 30
milioni) oltre le spese di segreteria e di presentazione da
parte di nomi tanto illustri della letteratura italiana.
Non mi sembra, in definitiva, troppo per Mondadori e
l'iniziative è lodevole, ma attenzione.
Paolini, che nonostante la violenta e troppo rapida
"scrematura" mi era sembrato in una conversazione diretta
un vero appassionato di narrativa ed una squisita persona,
ci ammonisce che 4 in un anno sono troppi! Il mercato
italiano non può assorbirne, afferma, più di due all'anno! Il
libraio, la critica, il pubblico sarebbero in difficoltà!
Ma davvero è così? Su oltre 500 novità che Mondadori
pubblicava all'anno (oggi oltre 900)? Che pena!
Pensa, amico lettore, che Paolini mi disse che nel 1983
Mondadori non avrebbe pubblicato più di 24 novità di
autori italiani di narrativa. Quindi, escludendo i 4
esordienti, 20 nuovi titoli ma sempre provenienti dai soliti
scrittori di best seller, sia pure all'italiana.
86
Vorremmo, continua Paolini, una narrativa popolare che
in definitiva manca in Italia, ma gli scrittori italiani non
sanno farla o non siamo capaci di trovarla. È giusto, ma
come pretendere che nuovi scrittori senza santi in paradiso
vi si cimentino se, ormai si sa, i lettori-consulenti preten-
dono per un giudizio positivo, il libro letterariamente vali-
do, colto ed impegnato, e il direttore commerciale libri che
possano vendere, ed anche molto?
Sergio Pautasso della Rizzoli informa che la sua Casa
riceve 1.200 manoscritti all'anno da ogni zona d'Italia, e la
regola è di leggerli tutti e rispondere.
Quanti ne pubblicano?
Pochi, o meglio, quasi mai. E aggiunge, viva la sincerità!,
che proprio quando si pubblica qualcuno, a ben guardare,
c'è sempre dietro qualcun'aìrro: ossia anche il fortunato fa
parte della "bagarre" letteraria.
Quindi lo speranzoso che senza appoggi manda una sua
opera, non la vedrà mai pubblicata da Rizzoli!
Anche Roberto Giardino, responsabile del settore narra-
tiva e biografie della Rusconi, lo ammette apertamente e
conferma che i dattiloscritti da pubblicare arrivano da altre
vie, sempre le stesse, da gente che scrive e conosce, gente
che è dentro il lavoro culturale. Eppure ricevono 1.300
lavori in un anno, e cosa ne è saltato fuori? Un giovane ha
inviato un romanzo di fantascienza di 800 pagine e non si
può fare (chissà perché) ma sa scrivere. Allora Giardina che
fa? Lo convoca e si guarda bene da suggerirgli tagli o
modifiche per pubblicare il lavoro "scritto bene" del giova-
ne che vi ha dedicato "vena", fantasia, tanto tempo e
passione. .No, sarebbe troppo facile ed ovvio, ma le leggi
del mercato e dei "grandi" editori impongono altro, come
se non avessero fin troppo sbagliato e non continuassero a
sbagliare secondo quanto, fra l'altro, attesta quella "resa" di
quasi la metà della tiratura! Parlano il direttore e l'aspirante
scrittore e che decidono? Trovano un personaggio storico
che li interessa e il giovane ne sta ora scrivendo la biogra-
fia. Passa quindi dalla creazione originale "scritta bene" di
un romanzo pieno di fantasia ad una biografìa! Perché non
si è rifiutato e non ha insistito per la sua opera, magari
87
modificata? È fin troppo ovvio: dopo tante pene per giun-
gere alla "grande" editoria, non gli è sembrato vero che un
"direttore" gli commissionasse qualcosa che sarebbe stato
pubblicato.
Strani comportamenti nelle grandi case editrici. Si pensi
che lo stesso Giardina sembrava stigmatizzare la scarsa
fantasia dei nuovi aspiranti autori e denunciava che troppi
sono legati alla moda: c'è l'attentato al Papa, racconta, e
arrivano romanzi sull'attentato al Papa; si trovano i bronzi
di Riace, e arrivano romanzi sui bronzi di Riace... Poi arriva
un romanzo di fantascienza "scritto bene" e lui commis-
siona all'autore una biografia, che è tanto di moda!
Sconcertante!
Eppure Giardina ha pubblicato dei romanzi: quello che
conosco ("La lingua in paradiso", febbraio 1984, Spirali
edizioni) davvero meritava la pubblicazione in tanta severi-
tà? A me non sembra, ma, in quel caso, l'autore era (ed è?)
un esponente di quella gente potente della bagarre lette-
raria e suoi circondari. Ora sappiamo come funzionava (e
funziona?) il meccanismo editoriale con il risultato dell'ol-
ire 40 di resi e scarsi contributi alle glorie della letteratura
italiana. Figli e figliastri. Come sempre, come in tutto!
Davvero è grave e conferma l'atteggiamento di Riva,
quando era direttore Rizzoli, che aveva incominciato a
commissionare agli autori.
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MessaggioTitolo: Re: L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio   L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio EmptyGio Gen 08, 2009 12:05 pm

Giuseppe Pontiggia, scrittore critico consulente edito-
riale, dichiara che un lettore-consulente non è quello che
decide se un libro è o no pubblicabile: ne da un giudizio
letterario, può consigliarlo, ma poi ci sono i direttori, tanti:
editoriali, commerciali, budget, programmi.
Aggiunge, lo scrittore-lettore-consulente, può accadere
che un buon libro, un autore interessante non trovi editore.
Perché?
Risponde, perché va contro il gusto del momento nel
quale possono trovarsi non solo gli editori, ma la critica, il
pubblico.
Orengo aggiunge, in chiusura del suo articolo, è succes-
so a Morselli, a Temasi di Lampedusa, a Sartre, ed io
allungo la lista con due nomi: Moravia che fu costretto a
88
pubblicare a sue spese "Gli indifferenti" e Svevo che qual-
che anno prima aveva dovuto mettere mano al portafoglio
per "La coscienza di Zeno".
Nonostante questi esempi clamorosi, le "grandi" case
pubblicano, senza molte esitazioni, non pochi libri che
rimangono praticamente, e forse giustamente, invisibili al
pubblico ed alla critica.
Franco Occhetto, direttore editoriale di Feltrinelli, parla
con sicurezza di volersi tener fuori dai salotti, dai premi e
giungere ai lettori veri (non quelli del clan) che vogliono
romanzi-romanzi, intrattenimento avventura, perché, affer-
ma, non ignorano alla Feltrinelli le fondate diffidenze che
nutre il pubblico verso la narrativa italiana e, conclude
trionfante, che loro (Feltrinelli) sono anche librai e come
vanno certe cose lo sanno.
Ma chi pubblica?
Manfredi e Benni che provengono - bada bene - non
dalla massa di aspiranti scrittori che si rivolgono speranzosi
al grande editore (dove una volta, nonostante le "armi"
mostrate dal fondatore, si pubblicavano "II dottar Zivago" e
"II Gattopardo"), ma da sceneggiature cinematografìche o
non so da che, ma già appartenenti (ed è il filo conduttore)
all'ambiente! Ed il cerchio si chiude.
Qui, amico lettore e, forse, aspirante scrittore, conviene
tirare le conclusioni.
Perché i "grandi" editori tengono su un costoso apparato
come quello della ricezione-lettura di dattiloscritti di scono-
sciuti? Perché spendere diecine o centinaia di milioni per
non attingervi nulla o, al massimo fra tutti loro, 4/5 libri
all'anno? E, bada bene, sono generoso perché non è chiaro
se i nuovi 4 della Mondadori provengono dalle file degli
sconosciuti o dalle solite raccomandazioni di amici autore-
voli.
La risposta, indirettamente, ce la fornisce una dichiara-
zione di Pautasso che afferma: "Sono pubbliche relazioni,
non, come credono certi autori, un servizio...".
Ecco la chiave!
Ma sono pubbliche relazioni positive?
Non lo credo affatto: quando aspiranti scrittori ricevono
89
in risposta alla loro fiducia lettere del tenore (tutte rigorosa-
mente vere):
La nostra commissione di lettura, pur avendo apprezzato
le qualità del manoscritto, ritiene che il testo non risponda
ai criteri di scelta che siamo costretti a seguire per i nostri
attuali programmi di narrativa italiana.
o
Purtroppo l'esito raggiunto in merito alla pubblicazione
presso di noi non è positivo. Il romanzo, certamente non
privo di vivacità narrativa, è stato letto con vero interesse
dai nostri consulenti che non vi hanno riscontrato tuttavia
qualità tali da indurci ed accoglierlo in una delle nostre
collane di narrativa, peraltro sovraccariche di impegni as-
sunti già da tempo.
o addirittura
Abbiamo esaminato con tutta la cura e l'attenzione che
meritava il suo... Purtroppo la decisione editoriale che
abbiamo dovuto prendere al riguardo non è positiva. L'ope-
ra è interessante e pregevole, ma non è stata ritenuta adatta
all'inserimento nelle nostre collane di narrativa, già peral-
tro impegnatissime per alcuni anni...
Tenta allora (se vi riesce) di andare più a fondo per
sapere se la sua opera è davvero pregevole o no, e viene
finalmente a sapere che: "Sì, è vero, la inseriremmo nei
nostri programmi se il suo nome fosse conosciuto, purtrop-
po non lo è: troppo costoso sarebbe pubblicarla e
pubblicizzarla, ci costerebbe quanto o più di uno dei nostri
autori di successo, o di uno straniero affermato". E la verità
vera salta fuori in tutta la sua crudeltà per chi si sente preso
in giro da quelle inutili lettere, da quelle assurde attese
dall'esito più che mai scontato (tranne forse uno o due casi
su diecimila). Le famose "pubbliche relazioni", quindi, non
possono che dare risultati negativi anche per gli editori, e
90
tutto l'apparato rimane ancor più deficitario!
Questo è il criterio di scelta delle "grandi Case". Per
quanto possa essere stupefacente, ormai pubblicare un libro
di un nuovo autore (tranne, come dicevo, rarissime eccezio-
ni) viene considerato un "punto d'arrivo", ma, bada bene,
non nella capacità di scrivere, di reinventare o di comporre,
ma di una carriera in un altro campo, anche i peggiori.
Bisogna, in sostanza, aver già avuto successo ed essere (sia
pure tristemente) noti, conosciuti. Allora tutto va bene per
l'editore "grande" anche se "l'opera" è poco valida: si può
sempre correggerla, modificarla, ricostruirla, perbacco!
E il ricambio di nostri autori di best seller ormai usurati o
dalla "vena" declinante? Che importa, si vedrà poi!
La pigrizia d'iniziative letteralmente valide, lo sfruttare e
il risfruttare l'autore già famoso, il best seller per lo più
commerciale d'oltre frontiera, il nome già noto anche se
con la letteratura non ha nulla o quasi nulla in comune,
colui e colei che può ricambiare il favore, seppure il suo
libro non riesce a vendere che poche centinaia di copie.
E la critica nei paginoni letterari dei quotidiani e nelle
paginette patinate dei rotocalchi come si comporta?
Quasi sempre in linea con le scelte delle "grandi" Case,
ma, miracolo! qualcuno sincero c'è!
Di rado, ma succede, e allora capita di leggere una
recensione, se non proprio entusiastica (potrebbe dare
fastidio in alto loco), perlomeno molto positiva su un
autore sconosciuto pubblicato da una Casa quasi altrettanto
sconosciuta.
Ma la regola è il più piatto conformismo seppure ma-
scherato da brillanti periodi, da dotte citazioni tirate, il più
delle volte, per i capelli.
Sono le leggi del mercato come le si concepisce in Italia,
e, per la carenza di nuovi autori nostrani validi pubblicati
dai "grandi", siamo invasi dal prodotto straniero.
Saba Sardi ha affermato con ragione che l'Italia è una
grande importatrice (e pochissimo esportatrice) di tecnolo-
gia culturale e non produce quasi più testi medi nazionali:
la sua narrativa è un cimitero con nobili (sempre le stesse)
eccezioni. L'editore trova comodo e facile importare dal-
91
l'estero il libro pronto, e il potenziale lettore viene aggredi-
to, quasi plagiato dal milione o dai milioni di copie vendute
(negli altri Paesi).
Sono più di 7.000 (di cui una buona parte è narrativa) i
titoli stranieri (con traduzioni spesso poco fedeli) che si
pubblicano da noi ogni anno! E, pur essendo anch'io
convinto che sarebbe provinciale e dannoso non importare
i più validi (se tradotti in modo perfetto), non posso fare a
meno di rilevare che spesso, troppo spesso, ci vengono
ammanniti dei veri e propri polpettoni che non riguardano
il nostro mondo e il nostro ambiente, a scapito della nostra
produzione intellettuale. Diventiamo, quindi, sempre più
"colonizzati", e i nostri costumi, le nostre tradizioni mutano,
molto probabilmente, non in meglio con il concorso de-
terminante delle televisioni, pubbliche e private, che ci
inondano, ad ogni ora del giorno e della notte, di film,
telefilm, teleromanzi nordamericani e telenovelas, nella
grandissima maggioranza di scadentissima qualità culturale.
Qualche "grande" editore ha cercato di mostrarsi diverso
e, nell'intervista su "II mattino", ha elencato, quasi con
arroganza, lo "stile Einaudi" dicendo, fra l'altro, che autori
come Chiara, Bevilacqua, Alberoni e Ronchey non hanno
mai avuto sede presso di lui, ma ha anche ammesso di aver
pubblicato, ogni tanto, dei libri modesti. Poi ha aggiunto
che come editore cercava nuovi autori.
Lo ha fatto?
Cercandoli realmente negli oltre 500 manoscritti che
riceveva ogni anno?
Ma ne ha mai pubblicato nessuno?
Pensa, amico lettore, prima che io scrivessi "I segreti
dell'editoria" la segreteria di redazione Sandra
Bergamaschi, durante una conversazione telefonica, rispo-
se alla mia domanda se era mai successo che il massiccio
apparato di lettura, da lei descritto a Tuttolibri, avesse
partorito la pubblicazione di qualche nuovo autore non
raccomandato. Entusiasta disse: "Si, una volta è avvenuto!".
"Quando?". "Tré anni fa".
E via! la tanto sbandierata (da Giulio Einaudi) ricerca di
nuovi autori, e il ritorno alla "fatica dello scrivere" hanno
92
partorito il.. .topolino: uno su circa duemila! per non conta-
re tutti gli altri esaminati in precedenza.
E allora Einaudi dove cercava e dove trovava? Dai soliti
ambienti della bagarre letteraria?
Purtroppo penso di sì, caro lettore, con il risultato di un
fallimento clamoroso (dovuto, ovviamente, anche a preten-
ziose e costosissime "grandi" opere non eccessivamente
praticabili e quindi disgraziatamente sballate. O sono m
^rrore^)
Come Einaudi anche la Rizzoli (altro clamoroso fallimen-
to o giù di lì) avrebbe fatto bene a leggere, con maggiore
attenzione e positiva disposizione, i tanti dattiloscritti rice-
vuti e a pubblicarne e a lanciarne qualcuno sul mercato
invece di sprecare tanto denaro (Valerio Riva, Tuttolibri del
19 marzo 1983) per libri, comprati come se fossero
noccioline in definitiva inutili commercialmente e che
nulla avrebbero aggiunto alle "glorie" dell'editore! Pensa,
amico lettore, che, sempre secondo Riva, la Casa milanese
spese 890 milioni per anticipi sopra i 3 milioni ognuno e,
globalmente, circa un miliardo e trecento milioni che oggi
(1995) varrebbero quasi 4 miliardi!
Solo per il romanzo di Anthony Burgess "La potenza
delle tenebre" un anticipo (versato nel 1976) di ben 35
milioni. S'era speso in Casa editrice 8 milioni per a tradu-
zione e non andava bene, allora ci pensò la moglie dello
scrittore inglese e si spesero altri 5 milioni. Totale 48 milioni
(oggi quasi 200)! Tuttavia si trattava di un autore di livello
elevato ma come giustificare tante altre spese per l'acqui-
sto di opere, che (secondo Riva) non sarebbero bastati 15
anni per pubblicarle tutte, del seguente tenore: "Casa folk,
costruitevi la vostra casa di legno", "Dalla pietra all'ago ,
una cosa tutta design astrusa ed inutile ma costosissima, e
(fra le altre) "Le divise del Duce", una chicca per collezio-
nisti, tutta fasci e grechine!
Nel frattempo i 1.200 dattiloscritti spediti ogni anno alla
Rizzoli dagli speranzosi aspiranti scrittori venivano respinti
in massa! e, alcuni anni prima, solo il ripetuto e pressante
intervento di Michele Prisco (uno dei grandi del best seller
all'italiana di casa Rizzoli) riusciva a convincere i dirigenti,
93
che già lo avevano bocciato, a pubblicare il grandissimo
romanzo di Giuseppe Berto "II male oscuro" dal quale la
Rizzoli ha ricavato soddisfazioni di ogni genere (i più
grandi premi letterari e diecine di edizioni). Eppure Berto
non era un aspirante scrittore, ma già un autore conosciuto
e pubblicato!
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