BRUNO COTRONEI, I SUOI LIBRI, I SUOI SUCCESSI
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 CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. XIII

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Bruno
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MessaggioTitolo: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. XIII   Mar Mar 10, 2009 12:13 pm

Cap. XIII
Occhi grandi e sporgenti la fissano inquieti, incisivi ben sviluppati brillano ai raggi del sole resi ancor più evidenti dal labbro spaccato munito di radi baffi, il naso camuso si con­fonde in una larga macchia scura e le orecchie sono lunghe e molli. L’insieme le dà una curiosa sensazione: il ricordo di un viso fin troppo noto che cerca di dimenticare, scacciare dalla retina dove sembra indelebilmente impresso. Dio, quell’espressione! Non può ignorarne il manifesto ebetismo! Sarà per un’origine costituzionale o per la prolungata cattivi­tà? Perché ogni volta che esce di casa deve passare davanti alla triplice fila parallela fra il puzzo nauseabondo degli escrementi e il fracido delle Iettiere non rinnovate al tempo giusto? Perché osservarne i volti che appaiono e scompaiono e masticano unilateralmente quasi in continuazione? Perché lo sguardo corre all’evidente abbondante salivazione che scorre a rivoletti dai lati della bocca? Perché l’udito s’acuisce a coglière i suoni inequivocabili del meteorismo così abituale in quella comunità? Che bizzarre scelte si fanno nella vita! E giorno dopo giorno. Eppure potrebbe svoltare a destra quando attraversa il portoncino di casa; invece una specie di calamita l’attira sulla sinistra e, dietro l’angolo, la tettoia sconnessa che anticipa la fine del giardino verso il muro di cinta, la richiama come sterco le mosche con la macchia gri­gia, scura, brulicante di vita allo stato primordiale. Alberelli di limoni, aranci, mandarini e il fitto roseto a cespuglio con rami sarmentosi ricchi di infiorescenze d’ogni colore e foglie ovali dentate verde scuro con ampie zone ormai tendenti al giallo non riescono ad illeggiadrire l’insieme già compromes­so dalla modesta facciata della palazzina e definitivamente rovinato dalla rete metallica, dal legno umido e sporco, dalle griglie orizzontali incrostate di deiezioni, dal pavimento di lamiere di zinco macchiate, dai canaletti intasati, dalle ra­strelliere strapiene di foraggio mangiucchiato, dagli abbeve­ratoi contenenti acqua e saliva, dalle cassette colme fino all’orlo di zampe, musi, orecchie, peli, puzza e zigare delle novelle nidiate. La carne dal colorito biancastro-rosaceo, molle e gelatinosa e il sapore scialbo dolciastro non è mai riuscita a mandarla giù senza strenui sforzi di volontà. Ep­pure un paio di volte per settimana è sul tavolo nel grande piatto ovale con i piccoli pezzi immersi nel sugo denso e ros­sastro e il viso del padre orgoglioso e voglioso di immergere la forchetta in quella carne tenera per poi afferrarla con le grosse dita e portarla alla bocca, che sembra muoversi in una masticazione quasi da roditore, per stràppare alle picco­le ossa la polpa, tracannando ad ogni boccone interi bicchie­ri di rosso vino. Guai a non fargli compagnia! Quei conigli sono il suo vanto, la sua produzione: vi ha dedicato ore e ore della sua giornata e con Alberto e Amedeo ripara, pulisce, separa ed uccide e mai è riuscito a renderne la carne più sa­porita con la castrazione, con un’alimentazione più sana, so­stanziosa, aromatica o con una più accurata selezione della razza.
Strana scelta quella di Nino: allevare come hobby conigli con la somiglianza indiscutibile che si ritrova non solo dei tratti somatici ma anche, e perché no, di quelli morali! Non è il coniglio simbolo di timidezza e timore, o anche di viltà?

Ornella torna sui suoi passi, attraversa il piazzale davanti alla casa, ignora un saluto di Franca che sfaccenda al primo piano e, in un vertiginoso mulinare di braccia e mani che ta­stano il seno e le cosce, getta una sguardo colmo d’odio sulla villa lì sotto, oltre la ringhiera alla finestra di quel perfettino di Gabriele intento alla ginnastica giornaliera. Infòrca la Ve­spa dalla tinta metallizzata consunta e parte sparata verso Napoli. Il lato destro dell’autostrada, gli alberi, i cespugli, le case, le fabbriche, la siepe spartitraffico, le auto, gli autocar­ri strombazzanti, l’intrico dei binari della stazione, i lunghi treni che si muovono lentamente acquistando o riducendo velocità, il traffico caotico di piazza Garibaldi, i posteggi ri­colmi, il brulicare dei pedoni lungo il corso Umberto, gli an­tichi edifici di via Mezzocannone, la tonda aiuola di largo San Giovanni Maggiore, sede della facoltà di lingue dov’è di­retta, sfilano davanti ai suoi occhi come una serie intermina­bile di quadri futuristi intensamente colorati in una continua sovrapposizione di elementi, solo per un attimo messi a fuo­co e subito sommersi in un marasma disordinato fra conti­nui scoppi cromatici. Non si chiede come sia riuscita a giun­gere fin lì indenne con lo scooter che al solito ha compiuto il tragitto con traiettorie sinusoidali o per angoli retti condotto quasi ininterrottamente da una mano sola per i tic che tor­mentano la sua padrona. Lo posteggia sollevandolo con sforzo sul cavalletto e si guarda intorno come solo allora uscisse da un profondo stato di trance.

Il giovane avanza lanciando rapide occhiate che ritagliano frammenti di palazzi, balconi dall’impiantito di marmo, la tendina di qualche finestra e tutta quell’architettura dall’aria antica. Un’apparizione: una figura di ragazza, niente di più. ~ spuntata dal vicino parcheggio per motocicli e cammina in direzione del giovane, sullo stesso marciapiede. Ha lo sguar­do un pò curioso e un pò annoiato, una ventina di metri li separano, si guardano. Lei ha una zazzeretta bionda e gam­be lunghe nei pantaloni jeans. Lui è senza cravatta, un giub­botto abbondante e sporco e la barba lunga. La distanza fra loro diminuisce velocemente. La ragazza aumenta l’andatu­ra, ora non guarda più il giovane, guarda a terra, guarda il muro alla sua destra lievemente imbarazzata, infastidita. Perché? Si è accorta ché lui le ha incollato gli occhi addosso e non li stacca più e ha rallentato il passo soltanto per poterla guardare meglio, per prolungare quell’occhiata che fruga senza pudore il suo corpo, il suo volto. Ma ecco qualcosa che attira l’attenzione di entrambi: è un cartello appeso al portone di un palazzo: affittasi camere, piano quinto. Come per incanto Ornella si trova su. Attraverso l’unica finestra, con persiane semichiuse, entra la luce del mattino, la ragaz­za fa qualche passo. L’ambiente squallido, le pareti con la carta logora e i fiori stampati dai colori stinti spenti, il soffit­to alto, travi in legno, il pavimento di mattonelle consunte e il letto, un lettone con spalliere metalliche verniciate con un brutto colore marrone e una coperta di tipo militare sotto la quale spuntano lenzuoli non certo freschi di bucato, dovun­que un odore di muffa.

Ha quasi urlato: sulla parete di fondo, la più lontana dalla finestra, la più buia, c’è una figura che si staglia imprecisa. E il giovane della strada, come si trova lì? Se ne sta appoggiato con la schiena al muro. Di fronte a lui la ragazza e la fine­stra. Occhi neri brillano beffardi, Ornella siede sul letto e lui si avvicina. Fa per rialzarsi e l’uomo le prende la mano e l’aiuta a tirarsi su. Le mani rimangono una nell’altra, le dita s incominciano a conoscere per un tempo lunghissimo, poi si lasciano. La ragazza non sostiene quello sguardo intenso, improvvisamente prova ribrezzo: la barba lunga, il collo sporco, odore di biancheria indossata per giorni e giorni. Fa per andarsene, gli volta le spalle, ma rimane immobile; uno strano piacere l’assale. Di colpo il giovane l’afferra da dietro, i corpi si cercano, røtolano sul letto e si confondono, le lab­bra si tendono e si ammorbidiscono, i denti cercano qualco­sa da stringere. Fanno l’amore con violenza, cercando pas­saggi attraverso i vestiti, fino alla fine e senza potersi arresta­re, in fretta, di corsa. Infine rimangono sfiniti uno sull’altra a occhi chiusi.

Ornella si toglie le scarpe, si sfila le calze, le lascia cadere come capita. Lui la imita senza vergogna, senza ritegno per la pelle striata di sudiciume. I capelli si toccano, il braccio si­nistro della ragazza tocca il destro di lui, la gamba sinistra, la gamba destra. Si girano l’una verso l’altro, si guardano fis­so negli occhi, le dita di Ornella scorrono dietro le orecchie e fra i capelli dell’uomo, la sua lingua passa fra le sue labbra e si sovrappone alla sua che subito dopo scivola oltre ad espIo rare il mondo liquido e lento della sua bocca. Le dita del giovane seguono il disegno delle spalle della ragazza e su­bito dopo sono attorno alla sua vita sottile e risalgono lungo i fianchi attratte dalla consistenza della superficie su cui scivolano e incontrano le curve elastiche e morbide dei suoi piccoli seni fino ai capezzoli. Poi lui è in ginocchio ai piedi del letto con le mani sui fianchi di Ornella, la lingua che gira in circoli attorno al suo ombelico e scende lungo le curve che si congiungono all’inguine fino al profondo di quelle oscillazioni che aumentano e aumentano per poi ar­restarsi in un inarcarsi spasmodico. Oppure è Ornella in ginocchio con quelle labbra corallo che si avvicinano e si allontanano alla radice del piacere senza forse nemmeno rendersi conto, o forse fin troppo consapevoli, delle sensa­zioni che producono, finché tutto si confonde in mille multicolori bagliori.

Tempo è passato, l’acre odore del sudore assorbe ogni al­tra essenza. Ornella alza la testa e sorride, si passa due dita sottili sul mento e frettolosa si riveste e, come in un sogno o in un incubo, la stanza scompare, il giovane dalla barba non fatta, dalla biancheria macchiata, dalla pelle sudicia è scom­parso e lei si ritrova nella strada e rapida imbocca l’atrio dell’università.
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MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. XIII   Mar Mar 10, 2009 12:16 pm

Franca è angosciata e freneticamente spinge la pesante credenza. Tende il corpo, cerca di sfruttarne il peso in aiuto ai muscoli insufficienti: vuole sostituire il trumeau che è ora al centro della stanza in attesa dell’ennesima collocazione. Ha impiegato quasi un’ora a trascinarlo lì, alto e massiccio com’è, fra i sinistri scricchiolii dei piedi e le pericolose oscil­lazioni della parte superiore. Quanto è brutto staccato dalla parete con la zona inferiore larga a forma di cassettone a ri­balta, sulla quale si poggia la parte stretta chiusa da una ve­trina e il didietro piatto in legno grezzo rinforzato da traver­se: sembra un mostruoso essere dal torace normale e dalla pancia e gambe incredibilmente gonfie. Non dovrebbe fare simili sforzi: i dolori acuti alla mammella sinistra e alla re gione pelvica non le concedono requie da giorni, accompa­gnati a volte da dispnea.

Eppure proprio in quei dissennati spostamenti trova sol­lievo, anche se i motivi geometrici a forma di rombi si con­fondono maledettamente ai suoi occhi, apparendole come un~unica macchia biancomarrone.

Che altro le rimane da fare? Avverte palpabile l’ostilità dei figli: Ornella per la prima, che entra ed esce di casa come una forsennata senza nemmeno salutarla e a volte non si riti­ra per la notte. E Aristarco junior, sempre più legato alla ra­gazza e alla sua famiglia di modesti postelegrafonici dove, a quanto pare, si è finalmente realizzato e sembra debba par­tecipare ad un concorso che lo farà entrare come poco più di un portalettere nell’amministrazione postale, per sposarsi al più presto con Gilda? O Amedeo al quale non può nemmeno chiedere perché non frequenta più la scuola senza sentirsi ri­spondere con scurrilità? Soltanto Alberto le è rimasto accan­to, sebbene non le rivolga mai la parola e quasi sempre giace sul letto a sonnecchiare o leggere pubblicazioni che velocissi­mo nasconde al suo avvicinarsi, mentre trascura del tutto i conigli ai quali dedicava buona parte dei suoi pomeriggi. A cosa attribuire quel comportamento dei figli? Era convinta che la scomparsa di Nino glieli avrebbe avvicinati. Liberati dalla sua presenza disgregante, la famiglia avrebbe dovuto serrarsi intorno a lei. Invece no, tutt’altro! Cosa aveva fatto di male? Dove ha sbagliato? Suvvia, come se non lo sapesse fin troppo bene: la sua acquiescenza all’agire a dir poco irre­golare del marito, la relazione adulterina con Arturo Negri, l’amicizia lussuriosa con Elena, l’abbandonarsi a sollecita­zioni perverse durate per ben due anni e infine Silvia e la rea­zione di Sergio, che è potuto ritornare a casa dopo la stupe­facente rivelazione della camorra. Che mondo pazzo, che tempi strani! Nino ucciso per un’estorsione al fratello ricco? No, non ci crede, non può credere a un’azione tanto spro­porzionata all’obiettivo da raggiungere, nè può pensare che, per quanto insignificante, la figura del marito possa essere stata usata come un oggetto. Pur sempre di omicidio si trat ta! Le idee le si confondono, la mente si annebbia. Se fosse vero, dovrebbe odiare Amintore, rinfacciargli l’attività dan­nosa per un altro Peri che nessun vantaggio ne aveva tratto. Il cognato si era recato a visitarla insieme ad Ortesio e le ave­va raccontato tutto e con molto tatto aveva aggiunto che c’era da supporre unicamente in una forma di sciacallaggio, ma perché lasciarle un lauto assegno? E lieta per Sergio: ha sempre pensato che non è stato lui ad uccidere Nino. Ha sempre provato stima e simpatia per il matematico, così lim­pido nell’agire e tanto amico nell’adoperarsi più volte in loro favore, tuttavia non crede nemmeno che sia stata la camor­ra, e allora? I complessi di colpa sono aumentati dopo la sce­nata davanti àlla sua casa e l’assassinio, e non è più riuscita a dormire senza l’aiuto di sedativi. Si sente in difetto con i fi­gli, gli Spiga e finanche con Nino. No, non si è comportata da donna cosciente! E ora di ammetterlo: anche con Silvia ha tentato lo stesso giochetto riuscitogli con Elena! Quale perverso piacere ha provato quando ha potuto scoprire negli sguardi, nell’atteggiamento del marito il desiderio per la sua nuova amica! e non era tutto: dapprima Aristarco junior e Amedeo e poi persino il piccolo Alberto sembravano inva­ghiti di lei e le ronzavano continuamente intorno durante le visite ad Ercolano o i bagni di mare, quando il duepezzi evi­denziava la sua avvenenza. Ma Silvia non era Elena: non da­va spago a nessuno, il suo fare è sempre stato di un’assoluta correttezza e serietà e ciò acuiva il disappunto di lei, Franca. Perché non ammetterlo? Cosa non aveva fatto per far acca­dere qualcosa? Quante volte con mille banali scuse aveva dapprima invogliato Silvia ad andare sul canotto per poi, all’ultimo minuto, lasciarla sola con uno dei ragazzi? Quan­te volte l’aveva pregata di controllare sul loro corpo uno sfo­go di pelle, una scottatura, eccitandosi all’evidente piacere provato dai figli al tocco di quelle mani vellutate? Quante volte, al primo spirar di vento, aveva detto di temere il mare appena mosso ed era rimasta sulla spiaggia spingendo Silvia a montare in barca con Nino e i ragazzi? Quante sere, nei giochi dagli Spiga, s’era adoperata con sottile furberia per ché l’amica e Nino sedessero vicini in stretto contatto? Quante volte aveva vantato le qualità amatorie del marito, vere solo nelle sue fantasie? Cosa ne aveva ricavato? Un inte­stardirsi di Nino per ottenere quanto Elena gli aveva conces­so e lei subdolamente indicato e favorito. Poi il dramma sfio­rato, nell’inseguimento e nella lezione impartita da Sergio al misero individuo che lei aveva sposato, a quel pusillanime che si era sempre negato ad un confronto da uomo a uomo. Ma c’era stato qualcosa fra Silvia e Nino? Aveva infine cedu­to l’amica bella, seria ed intelligente? Chi può dirlo? Solo lo­ro due ed ora unicamente Silvia! E vero peraltro che negli ul­timi tempi qualcosa sembrava esser cambiato nel modo di fare di lei: più condiscendenza, un maggior consenso a quei maneggi, e a volte le era parso (forse solo nella sua mente di-storta) fosse la donna a prendere l’iniziativa, ad incoraggiare i desideri di lui, tanto scoperti in assenza di Sergio quanto mascherati alla presenza del matematico. Allora perfida-mente aveva incrementato le considerazioni di una pietà pe­losa sulla sfortuna di essere giovane, bella e affascinante, moglie di un quasi paraplegico e del diritto ad una vita pie­na, normale e all’inesistenza di colpe vere se avesse ceduto alla corte di altri uomini. Si era spinta finanche a dirle, in una turba di degenerazione, che Silvia sarebbe rimasta pur sempre una donna onesta, sia avesse intrecciato o no una re­lazione adulterina. E col marito che ne aveva ricavato? All’inizio un maggior calore nell’intimità del talamo, dopo le ore trascorse in compagnia della Spiga e poi nemmeno più quello. Non poteva essere la prova di un qualche accadi-mento positivo? Ma con Elena non era stato così! e che po­teva significare: tempo era passato e la virilità di Nino si era attenuata, benché, ne era certa, ormai da tempo il marito ri­corresse ad ausili terapeutici, oltre all’abituale alcol.

Ma che follia insistere in tali maneggi senza tener conto dell’influenza non certo positiva sui figli ormai in età per giu­dicarla? E di Ornella, delle sue evidenti nevrosi non teneva alcun conto? E di Dino, il ragazzo di lei, tanto perbene e ge­loso? E infine della piccola Lina che vive nella difficile stagione della pubertà? Che famiglia la sua, che decadenza! Ma a che vale pensarci oggi? Tende i muscoli e riprende a spin­gere la credenza, annullando nello sforzo dissennato ogni in­quietudine.
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MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. XIII   Mar Mar 10, 2009 12:22 pm

Il caffè scotta: è un vero espresso alla napoletana, proprio quello che ci vuole per risvegliare gli umori del suo grande corpo e l’abbondante breakfast, ricco di pancetta, dei gialli tuorli d’uoyo contornati dal bianco albume e le dorate pata­tine fritte, ~li dona energia per il lavoro che lo attende. Dà un’occhiata dalla finestra al 250 piano dell’unico vero grat­tacielo della città: un’altra brutta giornata, cielo denso di nubi gonfie di pioggia, una sensazione di umido lo fa rabbri­vidire e l’elettricità sospesa nell’aria lo mette di malumore. Liggiù, di fronte a lui, il porto col grande edificio bianco del­la stazione marittima, affiancata dalle navi passeggeri e il brulicare di vaporetti e traghetti per le isole rinchiusi nel ri­stretto bacino Angioino, difeso dal lungo molo San Vincen­zo, e a sinistra il vecchio porto con la sequenza di darsene per le navi mercantili che giungono fino a San Giovanni a Teduccio, sotto il controllo del grigio edificio della Capita­neria e protette dalla mostruosa L della diga Thaon De Re­vei. Che differenza con qualche anno fa quando, attraccate al molo Angioino, vi erano transatlantici della maestosità ed imponenza di una Michelangelo, una Raffaello, una Leo­nardo da Vinci o una Cristoforo Colombo in luogo delle at­tuali motonavi di cinque/diecimila tonnellate. Ma si sa, l’ae­reo ha assorbito ogni traffico passeggeri per l’America e l’Australia, e quello per l’Asia è convogliato per tradizione verso Trieste e non fa scalo a Napoli. D’altra parte è il pro­gresso e bisogna inchinarsi. Anche lui, nella sua attività di investigatore, non deve servirsi di aggeggi elettronici di im­portazione? Non deve la sua notorietà ad una pubblicità moderna, tutta basata sullo slogan di detective-reporter? Il grande Tom Panzi con la sagoma adatta al ruolo: alto, mas­siccio, la testa grossa sul collo taurino. Ma cosa sa il pubbli­co e i lettori dei settimanali, quando scorgono e leggono di lui come implicato (professionalmente o meno) in casi cla­morosi, degli sforzi’ per contenere il grasso che impietoso muove all’assalto dei muscoli possenti guadagnati con anni di assidui esercizi? Cosa ne sanno che i successi raccolti sono dovuti più ad intuito e ad informatori (vecchi metodi) e ben poco agli ausili elettronici, ancora maledettamente difettosi o soggetti a guasti proprio sul più bello? Sono ormai più di quindici giorni che fa la spola fra il suo ufficio in via Veneto a Roma e il Jolly Hotel qui a Napoli per il caso Peri e due suoi uomini sono perennemente distaccati in questa città. E a cosa è approdato? Spiga è stato dimesso dal carcere, è ve­ro, e lui lo sa, non solo per una fortunata circostanza, ma cosa ha scoperto? Forse più sul giudice Fucci che su possibili colpevoli. E l’avvocato? Tutto chiacchiere e pochi fatti, a nulla è servito, nemmeno il suo vantato prestigio. È un affa­re maledettamente complicato e non riesce a venirne a capo: nessuna traccia di effettiva relazione fra la signora Spiga e Peri, nessun autentico possente nemico della vittima (indivi­duo senza spina dorsale) fin troppo ossequiente di quelli che contano, alibi validi per la moglie e i fratelli, un guazzabu­glio fetido di rapporti interpersonali degli stretti famigliari e alcuni veri sospetti fra i quali fa spicco il ragazzo della figlia. Ma il movente? Forse c’è, qualcosa incomincia ad intravve­dere, seppure è ancora lontano dalla soluzione. Termina di vestirsi ed esce dall’albergo, investito dai primi goccioloni dell’acquazzone che sta per scatenarsi e dal rumore assor­dante del traffico infernale di quella città dalle strade strette e dalle troppe automobili, dagli infiniti problemi, dal conti­nuo degrado.





La voce insinuante, modulata, punteggiata di strilletti pia­cevoli, di controtempi imitanti strumenti musicali con effetti a volte addirittura esaltanti penetra attraverso l’infisso scon­nesso dal legno di infima qualità, dalla ferramenta sottile, non dissimile da quelli della palazzina ad Ercolano, ma qui una buona mano di pittura è stata diligentemente, quasi con amore, stesa e lo ricopre dandogli un minimo di dignità, e l’ottone è stato lucidato e scintilla nella penombra della stan­za dal pavimento brillante di cera, dai mobili modesti, ma tenuti con cura. Le poltroncine tappezzate con un’allegra stoffa di cretonne a fiori, la stessa usata per le tende che pen­dono ordinatamente dagli anelli infilati nel bastone di noce, illeggiadriscono l’ambiente dalla spessa muratura e le imma­gini di santi e della Madonna sotto le campane di vetro tra­smettono un senso di calore, di sicurezza da sempre cercati nella sua casa.

Dondola il capo ritmicamente e la mano non può fare a meno di segnare il tempo della musica, della canzone, della voce di Lucio Dalla. Gli piace quell’ometto dalla barba folta, dal baschetto rievocante salgariani bucanieri, ma non riesce a comprendere il significato delle parole che canta. Voglio uù chilo di pane e un fiasco di vino, le dà in cambio il bam­bino che ho in più... m’è passata la fame... quanto costa una mela? Costa un sacco di botte. Se mi faccio picchiare un po­chino la darete al bambino, se la metterà in testa... così lei con le frecce si potrà divertire... Tutte le sere il padre e ilfi­glio si tenevano per mano e poi nella notte senza suoni e no­stalgia s’incontravano con gli altri nella via a guardare quella stella là... e poi via di corsa fino alla ferrovia dove al lume di candela passava un treno a vela, ringhiando sbuffando. Bim­bo, non piangere più. Il bambino ora dorme mentre il padre sfinito gli fa aria con un dito... Si è svegliato il bambino... Ma ha la larvata impressione che facciano al caso suo, a cose inconsciamente volute, ad affetti mai avuti. Si parla di un fi­glio e di un padre, un padre che lo tiene per mano, che si sa­crifica per lui, che si fa picchiare per lui, che lo veglia, è così? Quanto lo ha desiderato!

Dietro la porta sente la mamma di Gilda muoversi silen­ziosamente per la casa, preparare il pranzo per i figli, il ma­rito e anche per lui, Aristarco junior che sposerà Gilda ed or­mai è divenuto uno di loro, di quella famiglia dove c’è amo­re, rispetto, moralità. Nessuno, nella casa popolare che guarda l’intrico dei binari della sottostante ferrovia, si pren­de gioco di lui. Tutt’altro, lo aiutano, lo consigliano, chiedono il suo parere, gli prestano attenzione e si aggirano cauti per non disturbare il suo arrovellarsi sui testi per il concorso alle Poste, dove il suocero e i futuri cognati e Gilda stessa la­vorano da tempo. Non è un medico, un professore, il suoce­ro, bensì un modesto portalettere. Non hanno parenti dot­tori, però sanno guidare un giovane. No, non si sente un mi­norato psichico qui, ma un uomo normale. Nessuno lo zitti­sce quando parla, nessuno lo tratta come un deficiente, nes­suno lo turba, nessuno devia le naturali tendenze ad una vita normale, nessuno si comporta come il padre che il destino gli ha assegnato.

Ora è morto. Come l’ha odiato, quell’uomo forte solo nel­la famiglia, o meglio solo con i figli, perché i fratelli, i cogna­ti lo hanno dominato e anche maltrattato e la moglie l’ha tradito, si sapeva. E lui, Aristarco junior, non si è scandaliz­zato, ma ne è stato quasi felice e chissà se Amedeo e Alberto ~4on hanno provato uguali sentimenti. Per anni e ad ogni anormale tentazione, al suo dover andare alla carica con le donne, affrettarsi per non perdere il momento buono quan­do poteva essere un ragazzo come gli altri, ha pensato di uc­ciderlo. Sì, eliminare l’essere immondo che doveva chiamare papà e l’aveva reso infelice, complessato e con continui assil­lanti dubbi sulle sue tendenze, sul suo cervello. Ma Gilda l’ha salvato, ha intuito e, tenace ed intelligente com’è, l’ha praticamente trascinato via da Ercolano, si è rivolta a zio Ortesio per un aiuto fondamentale per il diploma ed ora lo guida al concorso, al posto modesto ma sicuro, ad un’esi­stenza da uomo, da futuro padre che di giorno in giorno svi­luppa fra quei muri solidi, fra gli affetti sani da dove, nell’in­trico dei binari liggiù somigliante al caos di casa Peri, sa or­mai distinguere la linea giusta, la via diritta che lo condurrà alla stazione luminosa, priva di lordure.
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