BRUNO COTRONEI, I SUOI LIBRI, I SUOI SUCCESSI
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 CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. XII

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Bruno
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Data d'iscrizione : 27.10.08
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MessaggioTitolo: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. XII   Mar Mar 10, 2009 12:02 pm

Cap. XII
«L’anima dell’uomo è un paese lontano, che non si può avvicinare nè esplorare», dice Eraclito, ma fino a che punto è vero? si domanda Sergio. Allora la psicanalisi, Freud, Jung? Certo, il successo nel penetrarne i segreti dipende da una rada tranquilla che si apre fra gli scogli e il medico deve fidarsi del paziente esattamente quanto il paziente deve fi­darsi del medico. E Sergio riuscito a creare tali condizioni nella tempesta scatenatasi nell’animo di Silvia? Ha gettato olio sui marosi dei sentimenti in tumulto, o al contrario ha soffiato fra le onde come un vento impetuoso? Come avreb­be potuto farne a meno se il suo animo, la sua mente erano preda di una burrasca di dimensioni colossali, forse spro­porzionata? E si è placata? No di certo, probabilmente stemperata, ridotta ad un rancore sordo, ai dubbi e agli in­terrogativi non più ossessivamente assillanti, ma pur sem­pre presenti. Come giustificare altrimenti il suo modo di ac­cogliere Silvia, quando chiamato in parlatorio, se l’è trovata davanti accostata alla grezza tavola che li divide, semina­scosta dai due pacchi che ha portato con sè. Tende la mano per toccano, forse carezzarlo, ma lui impercettibilmente si ritrae e si limita a stringerla come ad un normale visitatore, mentre la scruta cercando di penetrare fino in fondo i gran­di occhi scuri, quasi a voler leggere nell’abisso, nel più ripo­sto angolo del cervello, dei pensieri della moglie. Indossa un severo completo grigio, i capelli castano chiaro le ma­scherano il volto pallido, sciupato, come chi ha pianto a lungo. Per chi? per lui, ridotto in carcere o per Nino che è morto?

Quante volte in quei giorni, nelle notti interminabili, ha arzigogolato sulle reazioni di Silvia ai due sconvolgenti avve­nimenti. A quale avrà dato più importanza? La risposta gli avrebbe finalmente fornito la chiave di tutto. Riuscirà mai a vernime a capo?

Il dialogo fra i due esseri così duramente provati dai recenti eventi prende stentatamente avvio ed è solo un pallido simu­lacro delle conversazioni fitte, vivaci, stimolanti alle quali per lunghi anni hanno dato vita. La donna lo interroga, dappri­ma con impacclo, e poi via via con maggior sicurezza seguen­do uno schema (ma è lui che Io definisce così nella sua mente) di una moglie affettuosa, preoccupata del presente e dell’av­venire del suo compagno. S’informa di come sta, del modo nel quale viene trattato, di cosa può fare per lui, gli mostra i pacchi, uno di biancheria, l’altro di libri, gli dice che è in con­tinuo contatto con l’avvocato e con Panzi e ambedue le hanno dato buone speranze. Aggiunge di essere stata interrogata da Fucci e di averlo scongiurato di non chiudere l’istruttoria, e improvvisamente una vampata di rossore le accende le guan­ce: si è accorta di aver affrontato un argomento delicato. Ta­ce per un attimo confusa dall’evidente mutamento di espres­sione manifestatosi nel marito, poi prosegue cambiando sog­getto, ma il tempo concesso è terminato e il saluto che gli ri­volge è commovente e un fazzoletto tampona lacrime zampil­lanti dai begli occhi, mentre Sergio, turbato, si mostra meno impersonale e freddo, e con la velocità consentitagli dal com­plicato sistema gambe-stampelle, si allontana e segue la guar­dia carceraria lungo corridoi e attraverso cancelletti e porte in ferro. ~ nuovamente nella corsia e, senza prestare attenzione a nessuno, si adagia sul letto in preda a pensieri, considerazio­ni, dubbi e la mente torna ad arrovellarsi. E colpevole Silvia? fino a che punto sono giunti i suoi rapporti con Nino? è stata vittima di circostanze sfortunate, prive di particolare impor­tanza e ingigantite dal carattere sospettoso, possessivo e, per­ché no, nevrotico di lui, Sergio?



Lo sguardo vaga e inquadra la mosca protagonista dell’inu­tile lotta col ragno. Giace inerte, svuotata d’ogni stilla diii­quido organico, le ali brevi atte a un volo potente aderisco­no senza forza sul corpo tozzo, sugli innumerevoli peli sen­soriali privi di brilantezza, opacizzati, ingrigiti; lo spropor­zionato labbro inferiore idoneo alla suzione rapida spasmo­dica pende abbandonato su zampe distese, immobili; le an­tenne brachicere sono ripiegate in una positura innaturale, opposta a quella vigile, tesa. Pare che dorma, si riposi e da un momento all’altro debba riprendere l’attività senza soste, i fulminei spostamenti; invece è lì, ferma da ore, un termine enorme per la sua breve vita. E morta, anche se appare intat­ta e una sottile corrente d’aria le comunica movimenti che non le appartengono, che non sono frutto di un suo libero arbitrio. Anche Sergio per anni era apparso ancora vitale, pur smagrito, le guance incavate, il viso esangue, lo sguardo smorto, il sorriso perennemente assente. Aveva frequentato l’università, studiato con forsennata energia, conseguito la laurea con la lode ed entrato come assistente all’istituto di Geometria Analitica e collaborato con il titolare a ricerche sulle coniche degeneri, quasi una segreta corrente Io costrin­gesse al di fuori della sua volontà, sordo ad ogni altra solle­citazione. Non aveva frequentato amici, non aveva cono­sciuto villeggiature, divertimenti nè passeggiate, ma unica­mente il tragitto casa-università, casa-bibliòteca, casa-cimi­tero.

Silvia, come può provare rancore per lei? Come si può so­spettare della creatura che gli aveva ridonato la vita quando si era finalmente recato in montagna su perentoria prescri­zione del medico, preoccupato da tempo per la salute di un uomo ridotto allo stremo delle forze. L’aveva ammonito, fa­cendo da autorevole eco agli amici, che non avrebbe potuto continuare nell’attività e sulla strada del successo che voleva perseguire con fanatica tenacia per tener fede ad una pro­messa che, unica, lo teneva al mondo. S’era mosso presto, come ogni mattina, dal suo albergo-eremo nella località del­le Dolomiti dove solo pochi si fermavano, ed aveva iniziato a camminare come un automa su per il monte sotto abeti rossi dalla corteccia rosso-bruno e dai rami sottili che si di­partono dai primari e ricadono col denso fogliame aghifor­me in opache frange, sostituiti più su da pini cembro armo­niosi, forti, dal tronco massiccio e poderosàmente radicato alla roccia, i rami corti e robusti sviluppati con densità ugua­le dal piede fino al vertice, ed era sbucato nella boscaglia di lanci protesi verso l’alto, i rami lunghi e sottili, le foglie tene­re e caduche graziosamente sparse in piccoli ciuffi e s’era ag­grappato a pini mugo, striscianti sul suolo in estesi e tenaci viluppi di colore cupo come l’umore dell’escursionista per forza, per prescrizione medica. Ansimante s’era fermato su una ripida falda di sfasciume detritico fra blocchi spigolosi e ghiaietta cedevole al primo posar di piede e alzato lo sguar­do ad ammirare quasi involontariamente le lontane cime pit­toresche di colore cangiante: dal grigio al giallastro, dal rosa al rossiccio. Vicino, una parete pietrosa, nuda, con esili piattaforme terminante in una guglia aguzza, slanciata. Fati­cosamente aveva ripreso la marcia lungo uno stretto sentiero serpeggiante tracciato sul ghiaione e infine aveva raggiunto il ghiacciaio, immenso, imponente, nei pressi del rifugio che è anche sede della scuola estiva di sci. Stanco s’era seduto su una panca di legno grezzo e aveva consumato una frettolosa colazione vicino all’ampio camino di pietra viva, dove lingue di fuoco facevano scoppiettare allegramente i ciocchi in combustione. Frammisto, ma estraneo, ad escursionisti vi­vaci e felici sentiva discorsi ai quali da tempo non era più abituato, chiuso com’era stato fra libri, aule e casa. Parlava­no di rifugi, di gite, di ghiacciai, di sci, di balli, di corteggia-menti, di appuntamenti furtivi nei boschi, di giochi di socie­tà, di tennis, di minigolf e forse invidiava i coetanei o addi­rittura gente di età più avanzata che ancora poteva animarsi con quelle futilità. Volontariamente si teneva in disparte e respingeva qualche tentativo di coinvolgimento e poi muto era uscito dal rifugio. Escursionisti sciamavano nei dintorni e il sole si rifletteva sul ghiaccio conferendo immagini falsa­te, e d’improvviso una di queste lo fece trasalire e provare un’intensa emozione, mentre il cuore gli batteva come voles­se schizzare dal petto: una sagoma era comparsa nel suo campo visivo, una figura snella nei pantaloni e nell’azzurra giacca a vento, capelli lunghi che sembravano d’oro nel pul­viscolo aureo dei raggi che le facevano da cornice. Come pazzo le corse incontro, inciampando, cadendo, risollevan­dosi, anni furono annullati, una folle speranza, una triste realtà! La ragazza, che lo guardava stupita, era bella, era snella, era abbronzata, aveva i capelli lunghi, la bocca picco­la, ma era castana chiara e non proprio bionda, gli occhi scuri e non azzurri, l’espressione dolce ma non soave, le membra lunghe ma non da gazzella. Sergio era crollato ai suoi piedi svuotato, deluso, mortificato.

«Che c’è?», gli aveva domandato la fresca voce «ha biso­gno di qualcosa, si è fatto male?»

Sì, certo che si era fatto male, un male tremendo, incura­bile, ma non al fisico, come la sua gentile interlocutrice pare­va temere, bensì all’anima, al cuore, alla mente!

«No, nulla, un equivoco», si era affrettato a rispondere e aveva distolto lo sguardo da allucinato, mentre gli occhi s’inumidivano e li aveva mascherati con le lenti da sole. Alle spalle dell’oggetto della sua insensata speranza erano com­parse tre figure, un uomo, una donna e un bambino. Sergio si era rialzato e, salutando con un rapido chinar di testa, si era allontanato veloce verso la funivia. Non se la sentiva più di camminare distrutto com’era e voleva giungere presto all’albergo, rintanarsi nella sua stanza e poi ripartire per Na­poli. Non era più per lui la gente spensierata, la gioventù, la gioia di vivere. Il suo presente, il suo futuro potevano solo configurarsi con la casa, i ricordi, l’università, gli studi, le ri­cerche scientifiche, l’insegnamento di una disciplina severa come l’alta matematica.
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MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. XII   Mar Mar 10, 2009 12:06 pm

Tutto era ormai programmato per il suo viaggio di ritor­no, ma la sorte aveva deciso differentemente, riservandogli un’altra sopresa. Di sera nella vastissima e desolata sala da pranzo dall’alto soffitto con squadrate travature in legno, ampie vetrate, diecine di tavoli vuoti e in fondo sull’impiantito in assito un vecchio ping-pong, un altro tayolo accanto al suo era apparecchiato e rendeva ancor più triste l’ambien­te previsto per tante persone ed usato, fino ad allora, solo per lui e due coppie di milanesi che sedevano alla sua sini­stra. Poco se n’era curato: chi potevano essere? altri anonimi villeggianti raggruppati l’uno vicino all’altro, quasi per farsi coraggio in quella desolazione che accuratamente aveva cer­cato e che a volte gli era di peso, non poteva negano, però lo proteggeva da confronti fra la sua tristezza e la vitalità degli altri. La porta si era spalancata e il grosso e rubizzo proprie­tario guidava ossequioso e rumoroso la ragazza del ghiac­ciaio e i suoi tre compagni. Che inverosimile coincidenza! Fra le migliaia di alberghi delle Dolomiti, giusto nel suo do­vevano capitare? Aveva cercato di nascondersi dietro la bot­tiglia del vino sperando di non essere riconosciuto, nondi­meno lei lo aveva ravvisato immediatamente e salutato indi­candolo ai parenti. Sergio aveva risposto timido, infastidito e con fare poco cortese aveva girato subito il capo, mostran­dosi occupatissimo nella scelta dei bocconi o a fissare il fon­do della sala. Nel frattempo fitta s’era intrecciata la conver­sazione fra i nuovi arrivati e i milanesi ed involontariamente, ma ne era certo?, apprendeva che sono suoi concittadini (al­tra singolare coincidenza). Si era concentrato a mangiare ve­locemente nel timore di essere coinvolto, com’è d’uso in montagna, nello scambio di chiacchiere, presentazioni, commenti e aveva paventato da un momento all’altro una domanda diretta del tipo «E lei?» Più volte era stato tentato di alzarsi e andar via, ma doveva salutare, ed era forse quel­lo il momento più pericoloso, più consono alla definitiva co­noscenza dopo il larvato scambio di saluti che fortunata­mente non aveva avuto seguito, ed era rimasto indeciso. Proprio quando stava per vincere i timori e abbandonare il tavolo, gli era stato servito il dolce e s’era trattenuto ancora e l’udito, ma non il cervello che lavorava intensamente in un’accesa battaglia fra il rimango e me ne vado, continuava a captare l’intreccio d’informazioni ed impressioni che avve­niva a pochi metri da lui. Indubbiamente si sentiva turbato per la presenza della ragazza e l’aveva finalmente guardata di sottecchi: è bella, è aggraziata e che somiglianza! Doveva davvero andare via, allontanarsi e aveva trovato la forza per sollevarsi e rapido aveva salutato ed era scomparso dalla sa­la. Ma quella volta doveva sfogare il turbine di sentimenti non nel chiuso della stanza e nell’abituale lettura del libro sulla rivoluzione francese fra i Danton e i Robespierre. Av­vertiva la necessità di scaricare la tensione nel moto e forsen­natamente si era incamminato nella strada buia, nel silenzio assoluto. Solo nei pressi del vicino torrente il frangersi della corrente violenta sui massi, contro le sponde rompeva la quiete e gli ricordava che la vita, al pari del minuscolo corso d’acqua, fluisce impetuosa, anche se a volte sembra ristagna­re per improvvisi ostacoli, ma poi torna a scorrere verso una meta che non è dato di conoscere dal punto d’osservazione. E la mente era tornata alla presenza femminile che tanto l’aveva sconvolto. Che impressione bizzarra le avrà fatto la mattina sul ghiacciaio e poco prima a cena. Sì., la somiglian­za c’era, però solo nell’insieme, per un gioco di luci, per un’immagine cerebrale, tuttavia il fatto rimaneva. Doveva partire, non vederla più! Ma ancora la sorte o un pizzico di volontà inconscia aveva disposto diversamente e di lì a poco era stato letteralmente catturato dall’uomo ed insieme erano rientrati nell’albergo e Silvia gli era stata ufficialmente pre­sentata: la piccola comunità l’aveva assorbito, assimilato o lui non aveva voluto liberarsene. La porta della grande sala era stata aperta e altre luci accese. Subito s’era organizz.ata una canasta e i più giovani avevano preso possesso del ping­pong e Silvia aveva giocato: non era brava, al contrario dello zio e del cugino, ma quanto era piacevole vederla respingere la pallina bianca e leggera con movenze, magari non orto­dosse per il minisport, ma tanto attraenti e spiccatamente femminili. Lo sguardo attento sotto le lunghe ciglia, i capelli castano chiaro scomposti dai rapidi movimenti, il seno pre­potente sotto il maglione, i fianchi e le gambe armoniose evi­denziate dal pantalone di lana. Sergio avrebbe voluto andar via e un attimo dopo non più ed era stato preso da una fol gore di spensieratezza e s’era anche riabilitato dalle brutte fi­gure quando, dopo essersi a lungo schernito, àveva anche lui giocato e travolto gli avversari con una vertigine di smatch ritrovati come per incanto dopo i lunghi anni nei quali non aveva praticato sport. Silvia lo aveva affiancato in un paio di doppi e s’erano fatti onore addirittura applauditi dai valli­giani attirati dal vicino bar all’insolita animazione che proiettava l’albergo e il proprietario, tutto contento, in più fortunati tempi ormai remoti. D’improvviso Sergio era ri­piombato nella solita tristezza ed abulia e aveva inaspettata­mente salutato, sordo ad ogni invito a rimanere e, chiuso nella stanza spoglia, s’era immerso nella lettura del libro te­dioso per non pensare, per distrarsi dal miscuglio di sensa­zioni ora allegre, ora disperate fino a precipitare in un sonno profondo.

Un budello buio, un baratro senza fine, pareti vischiose, dure, roccia e ghiaccio. E avvinghiato ad un arbusto contor­to con strane foglie verdi e delicate e fiorì gialli, cerca di sol­levarsi, di andare più su ma scivola, cade verso il fondo. L’arbusto si allunga verso di lui, le foglie, i fiori sono forti, tenaci, lo trattengono. Non è più un arbusto, ma un alto al­bero di mimose, si arrampica verso la cima, la raggiunge e di lì vede l’uscita. Su, su in alto, alla fine del budello, splende il. sole, il cielo è d’un intenso azzurro. Come fare a raggiunger­lo? Prova lungo le pareti, ma la mano non trova un appog­gio fermo. Ritorna sulla mimosa e sta per rinunciare, è stan­co, non vuole lottare e sta per abbandonare, andare giù nel nulla. D’improvviso un vento di primavera invade quel luo­go ossessivo e nuovi rami fioriti spuntano sulla rnimosa e il tronco si allunga, si allunga e sembra invitarlo. Riprende co­raggio, si sente leggero, vivo, pieno di speranza e sale: è qua­si in cima...
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MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. XII   Mar Mar 10, 2009 12:10 pm

Quale valore dare ai sogni? Che significato il suo? fin troppo chiaro, addirittura elementare. Da anni le notti era­no affollate di incubi tormentosi, caverne, atri senza uscita e sviluppi complicati e contraddittori; invece in quello una lu­ce, un filo conduttore c’era. Perché non lasciar fare al destino? Odiava, ha odiato anche solo il termine, ma aveva av­vertito chiaramente nel remoto paesino di montagna che do­veva abbandonarvisi, senza opporsi.

Come può fare a non credere oggi all’esposizione dei fatti accaduti recentemente riferitagli da Silvia, all’assoluta assen­za di precedenti considerevoli rilevanti e gravi nei suoi ram porti con Nino? Come negarle fiducia dopo le innumerevoli prove di affetto, dedizione e amore che gli aveva in conti­nuazione offerto? Cosa sarebbe stato di lui se non l’avesse incontrata? Probabilmente avrebbe proseguito nella condot­ta abulica, triste, fanaticamente dedita al lavoro fra le mura dell’Ateneo o del proprio studio, anche se confortata da ri­sultati di valore, utili alla società, ma totalmente e perenne-mente chiusa ad un’esistenza normale, all’innamoramento, alla vita, così com~era ridotto ai tempi della loro conoscenza sulle Dolomiti. Come dimenticare il periodo trascorso nell’impervio paesino, nel desolato albergo e i mesi successi­vi alloro ritorno in città, quando giorno dopo giorno l’aveva conquistato e fatto affezionare a lei con infinita pazienza? No, non doveva essere stato facile per Silvia sopportarne i continui sbalzi d’umore ed infine riuscire a fargli provare per lei le fiamme della passione e ricondurlo alla vera vita, alla donna! Ce ne era voluto, ma poi lui vi si era abbandonato fin troppo veementemente quando, vinta la borsa di studio per Ginevra, si era sollazzato con colleghe e ragazze.locali portandosene ogni sera una a letto per poi, una volta torna­to a Napoli, mostrarsi annoiato del ritegno di lei che deside­rava giungere intatta al matrimonio; o lamentarsi arrogante-mente per la severità dei genitori di Silvia che non consenti­vano uscite serali e fine settimana tète-à-tète secondo le abi­tudini ginevrine. E perché lo avrebbe fatto se non per vero e purissimo amore, bella, giovane, corteggiata, di buona fa­miglia e con un valido titolo di studio e conoscenze che le avrebbero dato la possibilità di essere economicamente indi­pendente? Non ricorda i primi anni di matrimonio quando, è vero, l’aveva amata e trattata come una regina dandole tut­to quanto una giovane sposa può desiderare, ma tormentadola col suo carattere possessivo e assurdamente geloso, tan­to da non permetterle di ballare con altri, nè di concedere la benchè minima confidenza ad amici o conoscenti e impo­nendole orari quasi impossibili per le uscite da sola. Bisogna però dire che successivamente, con una notevole dimostra­zione di buona volontà ed affetto, aveva attenuato, fino a stemperare nei limiti di una più normale condotta, i divieti, e allora dovrebbe ricordare le villeggiature fra i giardini, gli aranceti e le spiaggette di Sorrento ed il suo comportamento sempre irreprensibile.

La raggiungeva ogni venerdì sera precedendo, o meno, gli altri mariti della scombinata comitiva di Manù, dove su una ventina di coppie, sì e no quattro o cinque si erano salvate da tradimenti, turbamenti, amorazzi spesso ridicoli in gente di una certa età e abbondantemente dotata di figli. Sì, ha presente Stella con i suoi falsi svenimenti per farsi visitare, o meglio frugare e accarezzare, dai medici della comitiva, o quando la soprendevano durante la settimana in luoghi ap­partati con giovinastri indigeni dando la stura a coloriti pet­tegolezzi che animavano il sabato e la domenica. E Gino, il marito di lei, unicamente impegnato a cercare di portarsi a letto tutte le amiche della moglie. E non è finita, ora ha ben presente nella sua mente, mentre fissa con sguardo assente la parete biancosporca della corsia, la prosperosa ed eccitante Monica, già divisa dal coniuge emigrato in Sudamerica e convivente con un altro in attesa di divorzio messicano, che trescava con l’ingegnere avellinese quasi sotto gli occhi di tutti e principalmente della moglie, nemmeno lei uno stinco di santo. E Manù stessa, s’era fatta più volte apertamente corteggiare. Bella gente davvero, eppure tutti appartenenti alla cosiddetta buona società! Miserabili! E lui, Sergio, non si sentiva tutto rimescolare quando ballava con l’una o con l’altra delle signore casertane, e non ci aveva fatto più di un pensierino? Al contrario Silvia, pur essendo di gran lunga la più giovane e una delle più belle, aveva sempre mantenuto un atteggiamento serio e riservato e durante le danze a luci attenuate, al ritmo lento e suadente delle canzoni di Gino Paoli, di Peppino di Capri o di Bruno Lauzi, si teneva sem­pre a distanza di sicurezza e aveva respinto ogni tentativo di scorrettezza del partner, rifugiandosi ogniqualvolta le cose si complicavano, fra le braccia del marito. Infine, quando Ser­gio aveva compreso di quale fauna di personaggi si trattava e si era decisamente convinto che non erano solo velleitarismi di stagione, di per se stessi pericolosi, e aveva stabilito di non frequentarli più, se non in qualche sporadica ed indi­spensabile occasione, Silvia aveva aderito senza proteste, an­zi approvando incondizionatamente.

Con serenità aveva rinunciato alla vita brillante e spensie­rata, fra gite, balli, cene e giochi e si era adeguata al modo di vivere, indubbiamente più barboso, ma di tanto più sano e normale, delle famiglie di colleghi e amici di Sergio, seri stu­diosi e professionisti di valore, che amavano la battuta argu­ta, moderati divertimenti, apprezzamenti e galanterie alle si­gnore della compagnia, ma tenuti nei limiti della sostanziale correttezza.

Per quale ragione avrebbe accettato la giovane donna un tanto sensibile cambiamento di rotta escludendo rimpianti o isterismi, se non per amore del marito e per il rispetto di se stessa? Poi il drammatico incidente e infine l’amicizia con i Peri. Ed ecco il problema: perché una moglie che era stata indubbiamente innamorata, che aveva sempre rispettato le idee e la concezione di vita del marito tanto confacentesi alle sue, non si sarebbe attenuta, nel famigerato episodio, alla li­nea stabilita da Sergio che tutto facesse capo a lui, secondo un’ormai consolidata tradizione che durava da più di dicias­sette anni?

E il comportamento di Franca? e quello dei ragazzi Peri? Più volte, già prima della morte di Nino, aveva cercato di analizzarli, comprenderli, ma senza particolare impegno, convinto com’era che le loro figure fossero ancor meno rile­vanti e colorate dell’immagine amorfa, impersonale del ma­rito e del padre, prepotentemente balzata alla ribalta solo in occasione della confessione di Silvia. Ma dopo essere stato rinchiuso nel carcere tetro, nella corsia oppressiva, li aveva meglio focalizzati per tentare di comprendere se e in quale misura entrassero nel delitto, ancora tanto misterioso. Fran­ca, sempre così gentile, servizievole con lui e con Silvia, si­mulacro di una donna priva di particolari velleità, rassegna­ta alla vita piatta di provincia, scevra di ambizioni proprie e con un marito del quale certo non poteva menar vanto. Una massaia ormai in età di premenopausa, sfornita di prospetti­ve, il cui unico svago sembrava rappresentato dal tentativo nevrotico di rendere la modesta casa il più accogliente possi­bile in ricordo dell’unico bagliore della sua esistenza, quan­do occupava l’appartamento lussuoso, addirittura nobile della villa portatagli via da Ortesio mal contrastato da Nino. Più volte se ne era lamentata anche davanti a Sergio, ma sen­za una particolare acredine, tanto per dire qualcosa nella li­mitata conversazione o, forse, per giustificare i continui spo­stamenti di mobiio e d’utilizzazione dei vani a disposizione.

Come interpretarli, in chiave psicanalitica, se non come rivelatori di una profonda insoddisfazione, peraltro giustifi­cabile in una donna inariditasi progressivamente, proiettata com’era stata da una vita cittadina di studentessa ad una ri­stretta e meschina, senza alcuno sprazzo in un paese dal quale si muoveva negli ultimi tempi solo per recarsi al mare, per compere in città in compagnia dell’amica o in uno dei tanti ricevimenti di casa Spiga. Allora si animava, vestiva con maggior cura e cercava di imitare Silvia, ma con scarso successo perché rimaneva, Sergio lo ricorda chiaramente, quasi sempre silenziosa e pressoché ignorata da tutti, come vivesse di luce riflessa. Come sospettare di lei? a parte l’alibi inattaccabile di cui era in possesso secondo il giudice Fucci. Poteva solo essere considerata una vittima, a meno che non possedesse un temperamento furbo, perverso, da riuscire a tendere sottili impreviste trame. A voler meglio interpretare le continue addirittura ossessive telefonate che più volte al giorno faceva a Silvia, si poteva davvero pensare, a posterio­ri, a un programma preciso, perché non si riesce a compren­dere quale interesse possa avere una donna sposata a volersi continuamente affiancare ad un’amica di tanto superiore a lei nel fisico, nel fascino, nella conversazione. A meno di vo­ler dare l’interpretazione più semplicistica del desiderio spa­smodico di evadere dall’esistenza monotona, immettersi ed assimilare quella dell’amica che, pur col marito ridotto in condizioni di inferiorità deambulatoria, conduceva una vita tanto più attiva e meno noiosa della sua. E il suo ripetuto compiangere Silvia doveva essere visto solo nell’ottica di chi voglia tentare di ridimensionare un’altra donna che avverte su un piano di tanto più elevato del suo. Se non si vuoi pen­sare nuovamente a più sottili trame da inquadrare in una profonda degenerazione che Sergio respinge perché tanto lontana dalla sua mentalità.

E i figli? Graziosissirna, intelligente, ma piena di tic Or­nella. Strani, quasi ottusi i maschi trascinanti i pachidermici corpi da adulti racchiudenti una mente poco più che infanti­le, ma tutto sommato bravi ragazzi. Infine Lina, la più pic­cola, l’unica davvero completamente a posto. A ripensarci oggi, di certo qualcosa non doveva funzionare nella famiglia di Ercolano e ben più aldilà di insuccessi paterni. Il compor­tamento psichico dei figli, è ormai accettato, è sempre con­seguenza del carattere o dell’atteggiamento dei genitori. Sì, aveva notato Sergio il modo di fare sufficiente, a volte catti­vo, a volte distruttivo di Nino in particolare con i maschi e a questo aveva attribuito la loro insoddisfacente riuscita, fino ad allora, negli studi e nella vita. Perché non si ribellavano? Perché erano intervenuti così energicamente in difesa di un tale padre quando l’aveva aggredito sullo spiazzo della villa? Forse per le affannose sollecitazioni di Franca, Lina e Ornel­la? O perché è normale, tradizionale, istintivo che figli difen­dano il genitore per quanto carogna e misero possa essere? E individuabile fra uno dei tre maschi l’assassino? Gli sembra davvero impossibile, anche perché il maggiore aveva inco­minciato ad evadere e s’era appoggiato alla famiglia della sua ragazza fra la disapprovazione di Nino e Franca. Forse gli altri avrebbero presto trovato strade parallele e quindi non giustificante un’azione tanto deviante ed anormale quanto un parricidio. No, non è pensabile, ma è davvero tutto così riducibile alla logica nella vita? Allora Silvia? ritornando a lei, al suo agire, ai suoi comportamenti che in defi­nitiva sono gli unici che lo interessano davvero (tanto non sarà, nè potrà essere lui a chiarire il mistero del delitto con i pochi elementi a disposizione e dal chiuso di una prigione), si è comportata in modo logico? Sì, abbastanza, sia che ci fosse stato qualcosa fra lei e Nino, sia non vi fosse. E nuova­mente si propone il problema.

“L’anima dell’uomo è un paese lontano, che non si può avvicinare nè esplorare"

Vuoi vedere che ha ragione Eraclito, nonostante siano trascorsi quasi duemilacinquecento anni? Per il filosofo di Efeso la realtà è unità di contrari e si realizza nel divenire che è l’essenza stessa del reale. O, molto semplicemente, non so­no più che valide e plausibili le ragioni addotte da Silvia?

Davanti al suo sguardo assente un detenuto, sollevando polvere e miasmi, spazza via tela e mosca. Quasi un simbolo.
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