BRUNO COTRONEI, I SUOI LIBRI, I SUOI SUCCESSI
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 CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. XI

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Bruno
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Numero di messaggi : 3064
Data d'iscrizione : 27.10.08
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MessaggioTitolo: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. XI   Mar Mar 10, 2009 11:47 am

Cap. XI
“Apogeo, che significa?”, si chiede Mario Coppola. Si fer­ma davanti alla monumentale libreria in noce che occupa un’intera parete del salone di quasi cento metriquadrati e passa in rassegna compiaciuto i mille volumi intonsi fine­mente rilegati e l’occhio si perde fra i titoli a caratteri d’oro impressi sui dorsi tondeggianti e robusti. Ecco le enciclope­die: la Treccani, la Garzanti, la UTET, la Einaudi, la Rizzo­li, le ha proprio tutte! Quale consultare? Minuti angosciosi di dubbio, poi si decide e la mano massiccia si posa sul pri­mo volume della UTET, la più vicina. Quanto pesa! Il prez­zo della carta è in aumento, non costano poi troppo quei li­bri. Siede nella pomposa poltrona di vera pelle e accende il lume alle sue spalle, accavalla le gambe grosse ricoperte da­gli attillati pantaloni del vestito di lana purissima grigio ferro e tira verso il basso il gilet che si è accartocciato sullo stoma­co gonfio, la giacca dalle spalle troppo strette gli dà un senso di fastidio. Si agita e le dita grassocce sfogliano maldestra­mente il volume, quante parole, perlamiseria! Ecco Apogeo:

“Com’è noto tutti i pianeti... le leggi di Keplero... perielio... afelio, massima distanza dal Sole. E si dice... al perigeo... e nell’altra all’apogeo massima distanza dalla Terra”. E che si­gnifica? Che avrà voluto dire il professore quando ha comprato da lui la Panda? Tutta questa carta per non spiegare niente! Forse è meglio il vocabolario, come quello che usava a scuola. Si alza e ritorna alla libreria: troppi libri, dov’è? Sta per rinunciare quando legge: Dizionario della Lingua Italia na. Lo prende, lo sfoglia e infine trova. Apogeo, il punto in cui il Sole, nella sua traettoria apparente rispetto alla Terra, si trova più lontano dalla terra. fig. Momento culminante di una vita, di una carriera o di un’impresa. Ha capito sì, è dav­vero al suo apogeo e, fra poco, più di cinquanta invitati avalleranno il suo successo. Trae dalla tasca interna il porta­sigarette d’oro con sopra incise le iniziali del suo nome e la fiammella sprizza dall’accendisigari d’oro Cartier, aspira profondamente e consulta l’orologio da polso. E un Cartier, forse un pò piccolo per l’ossatura possente del suo braccio. E compiaciuto, anzi felice, lo sguardo si posa carezzevole sulla sua nuova casa, in una traversa della superchic via Orazio sulla collina di Posillipo, totalmente ristrutturata dall’architetto Paganoski o per meglio dire dal suo giovane assistente Sanna. Il geniale gioco di specchi permette dall’in­gresso, protetto da una robusta porta corazzata e rivestita dello stravagante bassorilievo, di ammirare con un solo col­podocchio il salone con l’articolata controsoffittura dalla quale si sprigiona l’illuminazione riposante ed intensa al tempo stesso, prodotta da più di settanta faretti ad incasso e relativi frangiluce. Il potente impianto stereofonico con i punti voce abilmente mascherati, le numerose porte a scom­parsa in noce mansonia satinata opaca stile inglese e vetri molati o pannelli di legno bugnato a masso con maniglie in ottone, ovviamente in perfetto stile inglese, le pareti rivestite in compensato di noce e i pochi quadri di gran classe. Orgo­gl ioso contempla l’arredamento sempre in stile inglese alter­nato da comodi divani in pelle e tavoli di grande diametro dalla superficie di marmo. Raffinati soprammobili e autenti­ci tappeti persiani completano l’insieme opulento, che rag­giunge il clou con la sala del biliardo dissimulata ed insieme evidenziata dalla immensa porta scorrevole, sempre di noce mansonia.

Attraverso una larga apertura in alluminio anodizzato si reca sul terrazzo-giardino non grande, ma accuratamente la­stricato e con piccole aiuole ricche di piante che creano bor­dure monocolore saggiamente distribuite e nane in modo da lasciar libera la vista sul panorama limitato su Mergellina, ma ampio sui quadrangolari palazzi di viale Gramsci e sulla larga macchia verde della villa comunale nel dolce arco della via Caracciolo fino al promontorio del monte Echia su via Partenope e sul grigiastro Castel dell’Ovo, alle cui spalle in distanza si delinea alto il Vesuvio. I due figli sono affidati alla domestica fatta venire dalla Thailandia che provvede a insegnare loro l’inglese, mentre alla somala sono riservate le pulizie della casa. Quasi un mi­liardo gli è costato tuttQ quel lusso fra l’acquisto dell’appar­tamento, il progetto, l’esecuzione e l’arredamento completo, ma ne è valsa la pena. Ora possiede una delle case più belle della città! Può reggere il confronto con chiunque, anche per le automobili che riposano nell’annesso garage, la villetta a Pinetamare e il quartinetto a Roccaraso. Il cuore gli batte di felicità e involontariamente gonfia il torace facendo saltare un bottone del gilet che lo stringe come una morsa. E pensa­re che l’escalation è iniziata dall’aziendina ereditata dal pa­dre solo quindici anni prima: una modesta agenzia di un commissionario di automobili. Ora, a meno di quarant’an­ni, possiede un locale a sei luci e un immenso piazzale dove vende nuove od usate automobili di ogni marca e principal­mente accessori e ricambi! E un uomo fortunato, tutto gli èandato bene. Ha lavorato tanto, evvero, e rischiato molto, ma gli aumenti folgoranti con la merce in ditta e il proficuo affare sui suoli nel Cilento hanno costituito la vera svolta. E Annamaria? Altro grande colpo della sua vita: una donna bella e raffinata l’aveva non solo sposato quando era poco più di uno spiantato, ma anche collaborato efficacemente per anni e anni. Non avevano conosciuto villeggiature e fe­stività e nei primi tempi quasi da soli avevano retto l’attività dell’azienda. Più volte si era chiesto, nei rari momenti di ri­flessione, perché lo avesse preferito: lui, un ignorante e abi­tuato ad una vita grossolana, mentre lei faceva parte di una famiglia con qualche quarto di nobiltà. Forse perché aveva intuito le sue doti? O perché fisicamente non era da buttar via? O perché i suoi erano ridotti quasi in miseria? Che importa, l’aveva sposato e tanto basta ed ora vivono nell’agia­tezza, anzi nella ricchezza e lui aveva scoperto anche altre gioie oltre al lavoro e all’accumulare denaro. Il tennis ad esempio: deve ringraziare l’architetto Sauna per averlo intro­dotto al circolo. Non può più fare a meno delle due ore tra­scorse ogni giorno sui campi rossi nell’ebrezza dei colpi vio­lenti alla pallina, nelle rincorse a parare le risposte, nelle proiezioni veementi verso la rete.

Fa freddo, rabbrividisce e rientra nel salone. I camerieri, ingaggiati per l’occasione, si affannano intorno al buffet che va riempendosi di ogni ben di Dio e ai vassoi con gli aperitivi ed i salatini. Aziona lo stereo e sprofonda in uno dei divani.

Il suono ovattato del din-don alla porta annuncia i primi invitàti e un attimo dopo Manlio Fucci gli stringe vigorosa­mente la mano. E solo, la moglie si è dovuta trattenere in ca­sa per un improvviso malessere del figliolo. Non gli è simpa­tica Cristina Fucci con l’eterna aria da professoressa e il sor­riso difficile, mentre con Manlio si sente perfettamente a suo agio, e pensare che non si vedevano più dai lontani anni del­la seconda media nella vecchia scuola di corso Garibaldi vi­cino alla Ferrovia. Ne hanno fatta di strada tutt’e due, anche se il suo successo è ben superiore a quello di Manlio che si èlaureato, è viceprocuratore e ha conservato un fisico da gio­vanotto magro e agile, accresciuto dall’aria intellettuale ed importante, propria della professione, ma il tenore di vita èmodesto ed ogùi mese, scommette, è costretto a fare i conti con lo stipendio non certo da alto dirigente d’azienda. Ma­rio si è ricordato del vecchio compagno di scuola mesi prima quando gli occorreva una raccomandazione in tribunale per una causa di lavoro, e da allora i Fucci sono diventati di casa e una o due volte alla settimana sono a cena da loro e s’in­trattengono in accese partite di canasta.

Annamaria è comparsa silenziosa e Manlio è scattato per il rituale baciamano così perfettamente eseguito che Mario tanto invidia per la sfacciata disinvoltura. Mario indugia ad ammirare la moglie, splendida nello scollatissimo abito da sera che valorizza il seno pieno ed alto, le braccia tornite e un pò pienotte e snellisce i fianchi robusti, mentre i capelli corvini incorniciano il volto bello dall’espressione rapace, ma il suo interesse è presto catturato dal solitario di quasi diecicarati che manda bagliori biancoazzurri, dalla collana di perle e dal braccialetto di grande valore. Anche quei gioielli sono il prodotto del suo lavoro e il torace si gonfia nuovamente di fierezza.

Il din-don è ormai quasi continuo e gli invitati si affollano nel salone fra lo svolazzare dei camerieri che offrono aperitivi e il brusio della conversazione interrotta qua e là da risate troppo alte o da strilletti di piacere. Ci sono proprio tutti: i Della Pietra, grossisti di vernici che possiedono gli yacht più lunghi e appariscenti ancorati a Mergellina, l’avvocato Minel­la ridicolmente mascherato da giovane con il volto pieno di rughe e lo stomaco da cornmendatore accompagnato dall’inap­puntabile moglie, il costruttore o per meglio dire il palazzina­ro De Simone e la brutta consorte, l’altro palazzinaro Sollucci con la moglie minuta e graziosa, gli Scarpa, i Fiore, i Sansetti, il commendator Romano, grossista di medicinali, piccolo e nervoso che si sforza di sorridere sovrastato dalla moglie alta e magra come uno spillo, il dottor Amintore Peri con la mo­glie Clara, il dottor ~astaldi, un bravo specialista in medicina interna senza la moglie Manù e tanti altri dei quali gli sfuggo­no i nomi. È gente ricca con case anche più lussuose della sua e in più barche da favola e sui quali si mormora di intese con la mafia o la camorra ad alto livello: come minimo oltre l’atti­vità ufficiale possiedono finanziarie che esercitano lo strozzi­naggio su larga scala. Ma c’è anche qualche vero professioni­sta dal tenore di vita più modesto, come ad esempio Gastaldi noto per la manìa di partecipare ad ogni congresso medico dovunque si tenga senza mai prendere la parola, per cui è sta­to soprannominato il congressomane. La moglie Manù deve essere la sorellastra del professor Spiga, quel matematico ar­restato per omicidio, e del quale sentiva sere fa che Manlio raccontava ad Annamaria.

Tutti sono stati accolti da Mario con un entusiastico sorri­so e un fragoroso ((amici miei carissimi» e robuste pacche sulle spalle ed hanno fatto il giro della casa commentandola positivamente, ma non è mancato un tono di sufficienza da parte dei più ricchi e qualche acida frecciata da parte dei più colti che è sfuggita a quel bonaccione di Mario, ma non cer­to ad Annamaria che ha rintuzzato a dovere.

Con i roridi bicchieri fra le dita, gruppi di uomini forse più adatti a un mercato che a un salotto, intrecciano conver­sazioni nelle quali cifre da capogiro e affari colossali rim­bombano con una frequenza sempre maggiore ed ognuno cerca di superare e stupire gli altri intervallandoli con com­menti sulla condotta della squadra di calcio cittadina e i no­mi di Krol, Pellegrini, Marchesi e Feriamo ricorrono prece­duti da aggettivi di ogni genere. Le signore invece, distese in pose attentamente assimilate dai film americani sugli ampi divani, discutono di moda e di divertimenti e di viaggi e vii­leggiature. Sarli, Lancetti, Armani, Fontana, Valentino, Cortina, Roccaraso, Le Seicelle, la Costa Smeralda i più no­minati. Vestiti e gioielli gareggiano in splendore con le fio­nere che adornano il salone e le piante di chenzie, potos e fi­lodendri. Poi uomini e donne danno compatti l’assalto al buffet e piatti colmi di cibarie vengono poggiati sui tavoli, tavolini e consolle in una confusione indescrivibile accompa­gnata da rumori di posaterie, stoviglie e bicchieri e da gesti di disperazione per qualche schizzo di sugo che macchia i co­stosi vestiti.
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MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. XI   Mar Mar 10, 2009 11:51 am

Molti si sono meravigliati della presenza di Amintore a so­li pochi giorni dall’omicidio di Nino Peri che è stato molto chiacchierato per la notorietà dei fratelli, e hannò fatto cir­colo intorno al ginecologo per carpire notizie fresche o cer­care di rovistare nella presunta piaga, e i soliti gaffeur hanno evidenziato a voce alta o con gesti chiaramente allusivi che anche Gastaldi è lì. Non è stato facile collegare il nome del medico quale parente del presunto assassino, il professor Spiga. Non è certamente nella fauna di pescecani e parvenu aggirantesi per il salotto dei Coppola dove un nome di scien­ziato può essere molto conosciuto, ma qualcuno si è ricorda­to dell’orgoglio con il quale Manù ha spesso sbandierato i meriti del fratellastro. Infine solo pochi si sono accorti che il dottor Fucci è il magistrato al quale è stata affidata l’inchie­sta sul delitto e lo strano triangolo: parente della vittima, pa­rente dell’assassino e magistrato inquirente ha di molto dila­tato la distanza fra i vertici. Fucci non conosce Gastaldi e ha risposto freddamente al saluto di Amintore a sua volta mera­vigliato di ritrovarlo, dopo i contatti nelle fredde stanze del palazzo di giustizia, inserito nel suo ambiente, quasi l’ospite d’onore per le continue attenzioni che Annamaria gli dedica. È una situazione incresciosa, appena avvertita da Mario, ma che ha causato non pochi imbarazzi alla padrona di casa molto accorta quando compila i brevi elenchi dei parteci­panti ai vari giochi che concludono, per un consolidato ri­tuale, le feste di quella comunità spocchiosa e durante i quali sorrisi e complimenti creano un sottilè velo al desiderio di strappare a botte di milioni denaro dalle tasche del “caro amico

I tavoli di marmo vengono sgombrati da piatti, bicchieri, tovaglioli e i5osate e ricoperti di panni verde petrolio mentre altri più piccoli di legno con la superficie già predisposta, vengono aperti per l’occasione. Sedie rumorosamente trasci­nate, mazzi di carte, gettoni, portacenere, pacchetti di siga­rette e accendisigari di ogni tipo li affollano e i giocatori, già dimentichi dei Peri e degli Spiga, prendono posto lanciando richiami a chi ancora non si affretta a completare il numero stabilito e le carte vengono distribuite e le fiches proiettate verso il centro, mentre commenti rabbiosi o trionfah si In­trecciano.

Qùasi tutti partecipano ad accanite partite di poker, alcu­ni hanno ingaggiato un incontro di chemin ed il sabot fa il giro del tavolo fra vivaci richieste di “banco” e denaro che scorre a fiumi quasi come in un vero casinò. Annamaria ha organizzato anche un incontro di cun-cain per far giocare Fucci che non pratica il poker, nè tanto meno lo chemin e gli siede vicino cercando di convincere gli altri componenti ad abbassare per quella volta la consueta posta che prevede una base di centomila lire più cinquantamila e duecentomila per i rientri consentiti, ed è accontentata con cenni di sufficienza, mentre gioielli che mandano vivaci bagliori vengono posati con indifferenza sul piano verde, perché sembra che porti fortuna.

Mario siede al vicino tavolo dei pescecani più grossi dove ogni apertura è di centinaia di migliaia di lire e i rilanci si susseguono a botte anche di milioni. Camerieri con il viso abbrutito dalla fatica e con sguardi avidi si aggirano fra quell’ostentazione servendo in continuazione whisky, dige­stivi e coppe ricolme di cioccolattini e di pasticceria mignon.

Il colpodocchio del vasto salone è suggestivo e coni di luce si sprigionano dai lumi a pinguino accostati ai tavoli e rom­pono le zone di oscurità create dall’illuminazione centrale ri­dotta al minimo che produce suadenti ombre e le piante sembrano ingigantite e il panorama dalle ampie vetrate più evidente con le mille luci del golfo che splendono lontane e si mescolano ai raggi della luna piena, riflessi sul mare scuro come inchiostro di china.

Mario ha per qualche minuto abbandonato il posto di gioco o per meglio dire di battaglia: colpi violenti si ripetono quasi senza soluzione di continuità, buio, doppio buio, ri­lanci, bluff in una fantasmagoria alimentata da Della Pietra in fiera competizione con De Simone più fortunato di lui. E stanco il commerciante e vuole sgranchirsi le gambe. Una giornata piena la sua: la mattina in ditta, le prime ore del po­meriggio nella consueta partita a tennis e poi il susseguirsi di emozioni per l’inaugurazione della casa, lo scrutare ansioso le reazioni dei componenti di quell’ambiente lungamente in­seguito ed ora finalmente raggiunto e nel quale può da stase­ra insediarsi alla pari con un’abitazione degna di loro. Il cor­po massiccio si muove fra i tavoli calpestando con piacere i tappeti preziosi. Infila una sigaretta fra le labbra e l’accende, ma il piccolo cilindro bianco cade in terra e rapido si china per raccoglierlo prima che la punta incandescente combini danni, e involontariamente vede qualcosa che lo turba pro­fondamente: una bianca gamba di donna è appoggiata sulla coscia di un uomo dove un piede scalzo si muove lentamente e una mano pelosa lo accarezza dolcemente! Chi può essere se non Annamaria e Manlio? Si solleva con la testa in fiam­me e questa volta volontariamente la sigaretta ricade in ter­ra, torna a chinarsi e aguzza lo sguardo per meglio penetrare la penombra. Una scarpa giace abbandonata sotto la sedia della moglie, la gamba tornita e un pò tozza, il piede pienot­to è proprio quello di Annamaria e la mano è del suo amico, Manlio! La vista gli si confonde, il cuore batte affannosa-mente. Ma no, non deve inquietarsi più di tanto: da sempre sotto i tavoli da gioco si incrociano piedi, gambe, ma per di­vertimerìto, per dare un pò di pepe a serate uggiose. E una leggerezza di Annamaria, nulla di più, non significa niente. Forse la stanchezza, la noia. Si rialza e guarda il viso della moglie: è impassibile, ma una strana luce fosca, viziosa le accende gli occhi così belli e la naturale espressione sembra ancora più rapace, possessiva del solito. Ma è solo una sua impressione, che va pensando? Si abbassa nuovamente con infinita precauzione, il piede è al suo posto, nella scarpa. Dovrebbe tranquillizzarsi, forse un’allucinazione, parto del­le emozioni della gionata. I compagni di partita lo chiama­no, deve dare carte, si risiede. Non presta più attenzione al gioco e continuamente incrocia le carte indifferente ai punti. Con pretesti di ogni genere si piega facendo scricchiolare la sedia e fra un intrico di gonne, pantaloni, gambe di tavoli osserva con attenzione spasmodica il comportamento della moglie al di sotto del tondo verde. La mano di Annamaria risale lentamente lungo il pantalone di Manlio che ricambia con palpeggiamenti alla coscia di lei e infine le due mani si allacciano e si accarezzano come per una vecchia consuetu­dine. Mario è sconvolto, non capisce più nulla, vorrebbe reagire, gridare. No, non è un fatto occasionale, il diverti­mento di una sera e poi non gli risulta che quelli siano i di­vertimenti di Annamaria. Mai ha sospettato di lei così dedita al lavoro ed ai figli. Forse perché lui è un eterno bonaccione, un ingenuo in materia di donne. Quando ha avuto tempo di pensarci se presto si è impegnato nella rincorsa al successo, a cercare di rendere importante l’aziendina paterna e poi ad accumulare denaro? Per lunghi anni la sera è tornato a casa abbrutito dal lavoro e giratosi su un fianco è sprofondato in un sonno senza sogni. Il corpo sano e forte, i sensi normali sono sempre stati più che appagati dall’amore con la moglie nei giorni di festa e nelle brevi villeggiature e anche Annama­ria non sembrava chiedere di più. Ma che diavolo è succes­so? Quando mai ha dovuto preoccuparsi di simpatie con le persone che hanno trattato? E di chi? Degli smunti, modesti individui che frequentavano prima o dei grassocci e più an­ziani che intrattengono oggi? Ma Fucci, è vero, rappresenta qualcosa di diverso: un bell’uomo, l’età adeguata, modi civi­li e galanti al punto giusto e il prestigio della sua carriera così apprezzata da Annamaria che mai ha avuto modo di fre­quentare il tribunale e vedere nella realtà l’esercizio di quella professione. E lui, il suo vecchio compagno di scuola ha ap­profittato delle circostanze, della sincera simpatia che Mario gli ha mostrato, dell’ospitalità che gli ha concesso? Con qua­le gioia spaccherebbe quel volto quasi perfetto dall’aria intel­ligente, ma non è il tipo da agire così, le sue reazioni sono state sempre lente come i suoi movimenti, quasi pachidermi­ci, tranne che sul campo da tennis e non rischierebbe di ca­dere nel ridicolo passando per un marito antiquato? Quante volte in quell’ambiente ha già sentito intorno a lui, a suoi at­teggiamenti, alle sue affermazioni, risolini di scherno? Non gli ha mai dato soverchia importanza, ma non si è sentito di­re di sovente che il suo modo di fare e le radici dei suoi suc­cessi dipendevano dal procedere con i paroacchi, come i ca­valli senza porsi troppi interrogativi e senza valutare, come gli uomini di cultura, tutti i lati di un problema?

E' frastornato, spesso si alza e cerca di vedere cosa succede sotto quel maledetto tavolo, ma non gli riesce facile e l’unica cosa che nota è l’assenza alternata del piede dalla scarpa. Gioca male e perde, qualche volta è richiamato perché incrocia le car­te fuori tempo o precede nel parlare il giocatore alla sua destra.

Il tempo trascorre lento e finalmente le partite hanno ter­mine e gli invitati si congedano. Anche i camerieri vanno via e le luci del salone sono tutte spente.
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MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. XI   Mar Mar 10, 2009 11:55 am

Annamaria è di là nel nuovo bagno principesco con il pa­vimento e le pareti interamente ricoperte di marmo splen­dente e la grande vasca circolare quasi simile ad una piscina. Mario avverte lo sciacquattare e immagina il corpo pieno e sodo immerso nell’acqua. E avvilito, deluso, altro che apo­geo! Forse avrà raggiunto il culmine della carriera di impren­ditore, ma il fondo in quella di marito! Che fare? Imprevista una sensazione di gioia e di eccitazione lo pervade. Sente un desiderio irrefrenabile di essere accarezzato da quelle mani rapaci, di possedere quel corpo voluttuoso, di baciare il pie­de peccaminoso. Cosa c’entra? Di quale strana depravazione è il sintomo? Un’ira profonda lo assale e con irruenza spa­lanca la porta e aggredisce Annamaria con un imperioso:

«Che cosa hai fatto? Che c’è fra te e Manlio?»

Annamaria è appena uscita dalla vasca e l’accappatoio se­miaperto fa balenare larghi tratti di pelle nuda. Lo fissa con occhi stupiti e risponde:

«Che ti prende? Sei impazzito?>>

«Lo sai benissimo!»

«Che cosa?»

«Quello che hai fatto stasera».

«Che ho fatto?» Sul viso è calata un’ombra, ma l’atteggia­mento è deciso, pronto alla battaglia.>

«Sotto il tavolo, disgraziata, hai posato il piede sull’ingui­ne di Manlio e vi siete accarezzati per tutta la partita!»

«Ma non dire sciocchezze, sei impazzito?»

«Ah, sono impazzito? Disgraziata, bugiarda, puttana!» La grossa mano percuote violentemente il viso della moglie e cinque striature rosse rimangono impresse sulla pelle ancora umida.

Gli occhi di Annamaria lampeggiano, l’espressione è mici­diale, mai Mario l’ha vista così agitata.

«Non ti permettere più, sai? Non ti permettere mai più! Se sei pazzo, curati!»

Attraversa il bagno con l’incedere di una dea offesa ed en­tra nella stanza da letto e rapida si libera dell’accappatoio e indossa la velata camicia da notte. I seni eretti e grossi, il ventre pronunciato ed il nero triangolo velloso appaiono e scompaiono in un lampo. Si corica e spegne la luce.

Mario è rimasto inebetito. Davvero non ci sa fare con le donne! Cosa ha ottenuto? Ha negato tutto, la sua parola contro quella di lei. E un inetto, prova una rabbia impotente frammista a dolore per la sua tranquillità andata in fumo, per la sua unione con Annamaria sempre così incensurabile che non potrà più essere come prima e per averla percossa: non è lui uomo da picchiare la moglie nè alcun altro, e poi ha agito in modo sconsiderato e goffo. Avrebbe dovuto sor­vegliarla in silenzio, verificare se davvero c’è qualcosa fra lei e Fucci, anche se la scena alla quale ha assistito non si presta a molti equivoci.

Getta i panni sulla poltrona e si conca, e ancora il deside­rio lo assale, è eccitato, una nuova Annamaria si configura nella sua mente scossa: non più moglie e madre, ma una donna piena di sensualità, di voglie insospettate. Fra mille esitazioni allunga una gamba verso quel corpo caldo. La donna si ritrae e lui insiste, questa volta carezzandola con te­nerezza e sussurrandole parole di scusa e infine sono fra le braccia l’uno dell’altra.

Dorme profondamente, tranquilla, appagata, anche se qualche leggero trasalimento potrebbe rivelare il contrario. Chi non chiude occhio è Mario. Dopo la soddisfazione dei sensi, dopo la dimostrazione di debolezza, si interroga e pro­va ad immaginare ciò che la moglie ha pensato di lui: ribrez­zo, pena o tenerezza? Lo sdegno, la vergogna per il suo com­portamento contraddittorio si accompagna alla gelosia che raggiunge il parossismo. No, non può finire così, deve sape­re! Si alza, accende una sigaretta e nel salotto consulta le pa­gine gialle.

A quale voce deve guardare? lnvestigazioni? Non c’è nul­la, ah, ecco, agenzie investigative. Una folla di inserzioni di tutte le dimensioni balia davanti agli occhi stanchi: Salepoli, Del Sinno, Il Confidente, Mondialpol, Napolipol, Interna­tional, Parasco, Cittapol, Argopol e a caratteri cubitali, fra sagome di Sherlock Holmes e commissario Maigret, una massa di “infedeltà coniugali”, “documentazioni per divor­zio”, “primarie attrezzature scientifiche” e diecine di numeri telefonici “permanentemente presenziati”. E stupito, non immaginava a Napoli tante agenzie, quasi cinquanta, chiara indicazione di un mercato che tira e, d’altra parte ripensan­doci meglio, quante coppie separate o divorziate lui stesso conosce, e quante che si trascinano per i figli o per conve­nienza? Sceglie con difficoltà preferenziando l’agenzia che reclamizza le migliori “attrezzature scientifiche”. Il suo pro­gramma è ormai delineato: mettere il telefono di casa sotto controllo e far pedinare la moglie.

Un’alba livida, umida e fredda lo costringe ad alzare il ba­vero della giacca, quando con la BMW imbocca via Orazio e ne percorre i tomanti che conducono a Mergellina, risco­prendo per l’ennesima volta il magnifico panorama sulla cit­tà ancora addormentata, ma che gli appare meno bella del solito. In piazza Municipio e in via Cristoforo Colombo in­contra il primo traffico consistente della giornata, formato prevalentemente da camion, furgoni e autobus. Presto è al “Coppola Automercato” e si fa aprire dal solerte guardiano notturno. Percorre il salone costellato di lucide automobili e ornato da piante ben curate e richiude alle spalle la porta del suo ufficio. Forma il numero “permanentemente presenzla­ma non risponde nessuno, ne tenta un altro con identico risultato. Infine una voce assonnata emerge e, alle sue richie­ste, promette di farlo chiamare al più presto dalla titolare. Strano, una donna gestisce un’agenzia investigativa a Napo­li. I costumi stanno davvero cambiando!

Più tardi quando il rumore assordante delle saracinesche sollevate con forza gli comunica che ormai impiegati ed in­servienti sono giunti ed inizia una nuova giornata di lavoro, una voce roca alternante timbro maschile e femminile gli giunge attraverso il telefono. ~ la titolare dell’agenzia: Ma­rio si sente impacciato e poi tutto d’un fiato chiede l’attua­zione rapida di quanto ha programmato. La voce è guardin­ga, chiede mille delucidazioni e infine promette che saranno da lui di lì a poco.

Due incredibili personaggi sono davanti al suo scrittoio e tanto gli ricordano una coppia d’investigatori protagonista di gialli famosi, la sua lettura prediletta o per meglio dire l’unica della sua vita priva di cultura, come si chiamavano? Bertha e Donald, forse. Proprio come loro: lei è un donnone massiccio dalla mascella quadrata e lui un ometto sui trent’annì col viso da intellettuale e sottili occhiali cerchiati d’oro. I risultati della lunga conversazione sono deludenti: perlomeno nella realtà napoletana mettere un telefono sotto controllo non è un’impresa tanto semplice come appare nei film polizieschi. Due sono i sistemi possibili: un piccolo di­sco applicato nel microtelefono che trasmette senza fili ad un apparecchio radio a modulazione di frequenza, o inserire una scatola dalle dimensioni pressappoco di un pacchetto di sigarette sulla linea di arrivo e collegarla con cavetto ad un registratore che parte e si arresta ogniqualvolta si alza e si abbassa il microtelefono. Sembrerebbe facile, ma il primo comporta tanti dischi quanti sono gli apparecchi di casa e un’automobile ferma in strada con l’incaricato e radio rice­vente da controllare in continuazione per le variazioni di sin­tonia che struttura in cemento armato e radio libere causano di sovente. Il secondo è molto più sicuro, ma l’istallazione prevede più di un’ora di lavoro e la difficoltà di mascherare cavo e registratore, oltre il cambio delle pile ogni venti­quattr’ore. E che tariffe! Duemilioniemezzo per il sistema a cavo e sei milioni per i quattro dischi necessari e la relativa sorveglianza. Ma non è tutto, i dischi non ci sono in sede, debbono giungere da Torino e non si garantiscono i risultati perché “sono apparecchi tanto delicati!”

La prima parte del piano di Mario salta e deve giocoforza affidarsi al pedinamento: ben duecentocinquantamila lire al giorno perché “è tanto difficile col traffico caotico di Napo­li!” Si sente frustrato: come poteva immaginare di dover ri­correre a investigatori per la moglie? Magari per spionaggio aziendale, per informazioni patrimoniali sui clienti, quando la banca non gliele avesse fornite con la consueta solerzia e precisione; e tutto quel denaro da impiegare non per produrne altro, ma per conoscere i particolari non certamente gra­diti di un adulterio! Ah, ma se così fosse stato l’avrebbe fatto pagare caro a tutt’e due! Una separazione per colpa e poi il divorzio senza alimenti: si facesse pure mantenere da Fucci Annamaria, ormai abituata al lusso e alle tante comodità! E lui, quel damerino, come se la sarebbe cavata fra la famiglia e l’amante? Ma come avrebbe fatto senza la moglie, senza colei che lo ha tanto aiutato nel creare la solida posizione economica e dato un tono dignitoso a quella sociale con il portamento, il prestigio di un’estrazione superiore ed una certa cultura a lui del tutto sconosciuta? Avrebbe ancora sa­puto investire bene il suo lavoro e il suo denaro senza i consi­gli e i provvidenziali condizionamenti impostigli tante volte da Annamaria?

Aldilà della porta l’attività dell’azienda si svolge come al solito frenetica e già più volte la segretaria ha chiesto dispo­sizioni con l’interfonico e clienti affollano il salone, il piazza­le e il magazzino ricambi ed accessori. Non può più rimane­re rinchiuso a pensare e il suo cervello non è nemmeno abi­tuato a farlo a lungo e abbandona io scrittoio e s’immerge nella solita operosità quotidiana.

Più tardi è raggiunto, disgrazia nella disgrazia, da un ori­ginale individuo, l’immancabile [elio [accetti, piccolo e ben piantato. Sfoggia uno sgargiante pullover su pantaloni trop­po stretti per gli oltre cinquant’anni completato da una sciar­pa di gran nome e gli punta addosso gli occhietti vivaci, bril­lanti come carboni accesi sul naso adunco, mentre comincia a sproloquiare con la voce fessa dagli improvvisi toni pro­fondi e i modi tanto squisiti da sconfinare nel femmineo. E un modesto rappresentante di preziosi che trascorre la sua fatua giornata fra circoli e feste dove è ben accolto per i ser­vili complimenti e una certa competenza di astrologia e la perenne disponibilità intervallata da attacchi di innoquo isterismo.

E’ uno dei tanti pettegolini della città e conquista l’atten­zione e la considerazione delle signore o dei meno provvedu­ti con lo sfoggio continuo di oroscopi gratuiti, di frasi senza significato ricche di parole come “esoterico” “parapsicologico” “complesso edipico” usate perlopiù a sproposito e ca­muffanti un’ignoranza di fondo svillaneggiata una volta da Sergio Spiga che non poteva più oltre sopportare quell’esibi­zionismo fasullo.

Si scusa con Mario di non essere stato presente alla festa di ieri sera per un improvviso attacco di cuore della vecchia madre e vuole sapere tutto: chi c’era, cosa hanno fatto, chi ha vinto e si dilunga in infiniti commenti alla notizia della contemporanea presenza di Amintore, Gastaldi e Fucci dei quali naturalmente sa vita morte e miracoli. L’omicidio Peri? Ma come, non è aggiornato? Non conosce i retroscena? Non sa di Sergio e Nino? Ah, provvede lui e la sentenza è scontata perbacco: Sergio sarà condannato! A proposito, ha pronto l’oroscopo di Mario fresco di giornata: avrà sempre più fortuna e successo negli affari ma, attenzione, qualcosa nella vita privata non funzionerà a dovere...

A Mario non è antipatico: logorroico come lui, apprezza la capacità di LelIo di saper anche ascoltare le tante vanterie e il racconto di affari dilatati nell’entità e dei continui gran­diosi progetti che quasi lo proiettano in una dimensione di uomini d’affari del calibro di Sindona e Calvi o di imprendi­tori come Lauro e Agnelli. Ma quella mattina non riesce as­solutamente a sopportare i modi falsi e servili, e riesce a libe­rarsene non prima del rituale abbraccio affettuoso, quasi da amante o di appartenente al terzo sesso.

Dopo un poco, forse perché l’orecchio è abituato al vocio, al rumore dei motori, Mario prova una strana sensazione di riposo, come se si trovasse addirittura in un posto isolato o proprio perché il chiasso intorno non gli permette di pensare e il giorno passa e le ombre precoci della sera inghiottono gli ultimi raggi di sole. E nuovamente nell’ufficio e forma ansio­so il numero del donnone dalle cui informazioni dipende il futuro della sua famiglia. Il primo rapporto è giunto, con studiata lentezza la voce roca lo legge. Annamaria è uscita alle dieci con la sua Renault e si è diretta verso via dei Mille. Ha posteggiato ed è entrata in un bar, ha bevuto un caffè, ma non ha fatto telefonate ed ha visitato alcuni degli eleganti negozi. Nessuna telefonata, ma l’acquisto di una camicetta. Poi è tornata a casa dove si è trattenuta fino alle quattro. Nuova uscita e parrucchiere in via Chiaia. Ancora nessuna telefonata e alle sette è rientrata nell’abitazione matrimoniale.

La sera tutto sembra essere tornato, normale in casa Cop­pola: la cena in compagnia dei figli portata in tavola fin troppo inappuntabilmente dall’asiatica tanto raffinata da mettere in difficoltà Mario non avvezzo ad essere servito se­condo etichetta, la televisione e Annamaria che va a letto presto alla stessa ora dei ragazzi. Il commerciante rimane so­lo nel soggiorno a meditare sulle ultime tumultuose venti­quattr’ore che gli sembrano più frutto di uno dei soliti film che riempiono in continuazione i ventisei pollici di fronte a lui e al quale non presta la minima attenzione, che una realtà dolorosamente vissuta. Unica emozione la telefonata della signora Fucci alla quale Annamaria ha risposto con la stessa cordialità di sempre senza tradire il benché minimo turba­mento.

E i giorni trascorrono nell’ordinata routine ravvivati dall’ansia che attanaglia Mario un’ora prima del rapporto, letto dalla voce roca dell’investigatrice. Il secondo riferisce delle abituali uscite della moglie e di assenza di incontri so­spetti o di telefonate dalla strada. Così pure il terzo, mentre il quarto segna un infortunio dei pedinatori che, avendo per­so di vista l’auto della signora Coppola, si sono precipitati al consueto posteggio di via Carducci dove l’hanno attesa inva­no per ore. Mario si è infuriato: che cosa ha fatto la moglie quel giorno? Ha provato ad interrogarla con aria indifferen­te ricavandone una distratta risposta su spese al Vomero. Il quinto ha segnato una novità: la voce roca, con una partico­lare inflessione drammatica, gli ha riferito che sotto il tergi­cristallo della Renault un giovane ha lasciato un biglietto raccolto pochi minuti dopo da un altro giovane che si è al­lontanato verso la Villa Comunale e Annamaria è stata vista parlare per quasi un quarto d’ora con il guardiamacchine, un arzillo vecchietto presente nella zona da quasi dieci anni.
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Bruno
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MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. XI   Mar Mar 10, 2009 11:59 am

Altra sfuriata di Mario per il mancato pedinamento di perlomeno uno dei due giovani. E’ preoccupato non tanto di pro­blemi adulterini, ma di possibili segnalazioni riguardanti ra­pimenti o estorsioni purtroppo così di moda. Non è certo ef­ficiente quell’agenzia, pensa, forse sarà opportuno cambiar­la, anche se il comportamento di Annamania autorizza a supporre che l’episodio della festa sia stata unimpennata priva di precedenti o di conseguenze. Sì, forse è proprio così, ed è tanto di guadagnato per la sua tranquillità ed il suo por­tafoglio! Ancora un giorno e poi licenzierà i segugi.

Raggi abbacinanti attraversano il parabrezza della BMW e costringono Mario ad abbassare il parasole di morbido pan­no evitando l’abbagliameno, ma non lo sprazzo sul collo e il torace che lo induce ad allentarsi la cravatta. Il mare alla sua sinistra brilla di mille bagliori e qualche barca si allontana dalla riva. E' sabato, quasi una settimana dalla festa, i bambi­ni, accompagnati dalla domestica asiatica, sono partiti di mattina presto con amici diretti a Roccaraso dove sembra sia comparsa la prima neve. Il salone di esposizione è chiuso e non vi dovrà tornare nel pomeriggio. Dopo la discussione di domenica notte sarà la prima volta che rimarrà completamen­te solo per due giorni con la moglie. Come avrà deciso di pas­sare la serata? Con i Fucci? da altri amici? Parcheggia e sale in casa. Un’Annamaria col volto impenetrabile, ma chiaramente nervosa poggia in malo modo i piatti sulla tavola e a malape­na tocca il cibo. Frettolosamente gli comunica di non sentirsi bene e di aver respinto un invito per la sera: rimarrà in casa, aggiunge, e andrà presto a letto. Poi lo fissa con aria inquisi­toria, mentre si torce le mani e infine prorompe:

«Non mi hai creduta, è vero? Non ti fidi di me!»

Mario arrossisce impercettibilmente e risponde, mentre si sente totalmente incapace di reagire a quell’impudenza.

«Perché? »

<>

«Ma che dici?»

«Non negare, mi hai fatta sorvegliare da due stupidi! Am­mettilo!»

«Ma no, che stai dicendo?»

«Non far finta di cadere dalle nuvole, sai? Non lo soppor­to! Ho quasi quarant’anni e non voglio essere trattata come una bambina!»

Mario sente montargli la collera sempre così lenta in lui, accende una sigaretta e deve azionare più volte l’accendino, la mano gli trema.

«Ammettilo, lo so di sicuro!»

((E va bene, se anche fosse, non l’hai voluto tu? E come lo avresti scoperto?»

«Il guardiamacchina!» Anche lei accende una sigaretta senza esitazioni, le dita ferme. «E una Centoventotto mi ha affiancata col guidatore che cercava di nascondere il viso. Allora ammettilo! »

«Sì, ma solo per tre gioni, fino a mercoledì».

«Non è vero, anche dopo!»

«Ma pensa quello che cacchio vuoi, forse l’hanno fatto di loro iniziativa».

«Ah, di loro iniziativa?»

«Sì, ho pagato fino a mercoledì».

((Ma va’... insomma finiamola, se tu non hai coraggio di affrontare l’argomento lo faccio io!»

Mario trema, con un filo di voce chiede:

«Quale? »

((Lo sai benissimo, te l’avranno riferito’>.

«Ma che cosa perlamiseria?»

((Del mio incontro con Manlio!»

Allora è vero, è tutto vero, pensa Mario, e trova l’energia per domandarle con voce ferma:

«Dove?»

«Non fingere, porcogiuda, lo sai benissimo, ma te lo dico io, te l’avrei detto lo stesso anche se non mi avessi fatta pedi­nare’>>

«E parla, disgraziata!»

«Ad Agnano, alla pensione Mimosa, ma non pensare a male con quella tua testa malata. Ci siamo incontrati perché volevo raccontargli della scenata di domenica e fargli com prendere che sarebbe stato bene interrompere ogni amicizia dopo i tuoi sospetti». Finalmente china il capo, un tremore intenso la scuote.

Mario è allibbito, ma non c’è tempo per riflessioni, deve sfruttare la situazione: lei non sa, non può papere che pro­prio quel giorno i pedinatori l’hanno persa di vista. «Rac­contami tutto dettagliatamente, così saprò se corrisponde al­la relazione degli investigatori e se mi racconti il vero».

«Che ti debbo dire, ci siamo incontrati in un posto tran­quillo per studiare come troncare l’amicizia di noi quattro senza creare pettegolezzi».

Una grande tristezza pervade Mario, ma si fa forza.

«E quanto tempo siete stati insieme?»

«Che ne so, mezz’ora, un’ora, chiedilo ai tuoi investiga­tori! »

«E che avete fatto?>>

« Abbiamo parlato, che altro?»

«Non un bacio, non una carezza?>>

«Ma no, forse salutandoci, una carezza’>.

«Sei una puttana!»

«Ah no!... guarda che non te lo permetto”.

«La separazione, voglio la separazione e andrai via senza una lira, vi trascino in tribunale tutt’e due, e senza figli ri­marrai!»

«Guarda che se lo fai, se non mi credi, prendo questi!» e trae di tasca una boccetta di pillole, di veleno? Mario non lo sa, gli si appanna la vista.

«Lo chiederò a lui...»

«E chiediglielo».





Manlio Fucci siede dietro il vecchio tavolo illuminato da un raggio che lo investe obliquamente dopo aver attraversa­to vetri sporchi ed evidenzia la polvere accumulatasi sulle pratiche ancora da evadere. Il nervosismo non gli dà tregua. Fuma in continuazione e spesso si alza per percorrere in lun­go (in largo non gli è possibile) la sua stanza nel palazzo del­la Procura. E solo, Bernabò, beato lui, è rimasto a casa. Da ieri tutto gli va storto: la telefonata di Annamaria e la storia del pedinamento. La loro avventura è già finita? E no, per­bacco, dopo mesi di corteggiamento ha potuto assaporarne il corpo ed il temperamento ben più seducenti delle sue atte­se e dei suoi sogni e assai più meritevoli dell’intimità e della rozzezza di Mario. Come se non bastasse anche la comuni­cazione della questura per il caso Peri con l’assurdo racconto della camorra. Una giornata così splendida e lui lì in quel brutto ambiente a studiare la pratica, gli interrogatori, in­somma tutto sui Peri, Spiga, precedenti comportamenti di ipotetici estorsori. Ma avrà anche diritto a una sua vita pri­vata, porcodiavolo! Deve pensare ad Annamaria, a risolvere i loro problemi, a valutare le reazioni di Mario e forse della propria moglie. L’intera mattinata l’ha trascorsa senza con­cludere quasi nulla dibattuto fra i due doveri, il privato e il pubblico ed adesso nelle prime ore del pomeriggio è ancora lì e non fa altro che fumare e agitarsi lungo la stanza nel guazzabuglio di pensieri, preoccupazioni e sensazioni.

Il telefono squilla, chi sarà? Il commissario di polizia, la moglie o Annamaria? E' il vocione di Mario che gli chiede di mcontrarlo al “Coppola Automercato”. Accetta, deve accet­tare, non è mica un Nino Peri, lui!, forse è meglio così tutto-sommato. Richiude il fascicolo dopo averne introdotto gli scarsi appunti compilati nella mattina, discende lentamente lo scalone buio, attraversa il vasto cortile, passa Sotto il por­tale sormontato dallo stemma di Carlo V, monta in macchi­na e si dirige verso l’azienda di Mario.





“Ho scelto davvero bene, proprio efficienti quei pedinato­ri! E oltre un milione gettato via!.., ma no, in definitiva sen­za di loro Annamaria non mi avrebbe detto nulla”.

Piove, fa freddo e raffiche di vento spazzano il grande piazzale quasi del tutto vuoto. Solo qualche vecchio camion è stato lasciato all’aperto: le automobili, i furgoni sono nell’autorimessa. Sembra notte e Mario deterge i vetri ap­pannati per aprire uno spiraglio che gli permetta di guardare fuori. Si asciuga la mano bagnata sulla giacca e vede un gat to che saetta fra un camion e l’altro. Accende una sigaretta e si abbandona sulla poltrona girevole. Non è nervoso, tutt’al­tro: se non proprio sereno, un gran senso di calma lo avvol­ge. Ripensa all’incontro di sabato con Manlio, al suo affan­noso interrogarlo e alle risposte dignitose a testa alta del vec­chio compagno di scuola. Ha confermato la versione di An­namaria, ma non ha negato di provare per lei ammirazione, simpatia e attrazione e si è dichiarato pronto a interrompere con saggezza ogni rapporto fra le due famiglie, se ciò può dare serenità ed evitare tragedie e pettegolezzi. Mario si è ri­servato una decisione e l’ha congedato. In definitiva non ha saputo nulla e a lungo ha girovagato con la BMW rivivendo l’episodio della festa, il primo diverbio con Annamaria, la notte d’amore, l’ira e la risoluzione di assumere degli investi­gatori, le attese ansiose dei rapporti, la confessione non con­fessione, la scenata e la minaccia di suicidio.

E’ rientrato tardi quella sera e Annamaria nella vestaglia ricamata del viaggio di nozze l’ha ricevuto con cortesia e mil­le attenzioni. Hanno cenato sul tavolo d’angolo del salotto, apparecchiato con la tovaglia di delicata tela di lino e i bic­chieri di cristallo e le posate d’argento usati solo nelle grandi occasioni, mentre lo stereo in sottofondo diffondeva la calda voce di Frank Sinatra. I capelli sciolti, il braccio scoperto, un voluttuoso sorriso ed un bicchiere di whisky hanno concluso quella specie di convito tète-à-tète. Poi in camera da letto un pigiama fresco di bucato l’attendeva e Annamaria, spoglia­tasi della vestaglia, si è trattenuta a lungo davanti alla toilet­te mostrando le spalle tornite e, fra i veli, la schiena diritta e ben modellata. Di colpo si è liberata della camicia da notte e fra bagliori di pelle nuda si è infilata sotto le coperte avvilup­pandolo con un morbido abbraccio e un sottile inebriante profumo. Che notte! Mai aveva provato quelle sensazioni di piacere intenso, mai gli erano state mormorate parole così eccitanti, mai aveva praticato tali delizie sessuali, abituato da sempre ad un amore rozzo ed affrettato. Nelle soste si era chiesto chi avesse insegnato alla moglie quei maneggi ricer­cati e ricchi di sensualità: forse Manlio? libri? Che importa­va! La domenica soli nella grande casa avevano alternato amore e colazione, amore e dischi, amore e pranzo, amore e liquori. Appagato, disteso, sazio e inebriato si era sentito ri­volgere, mentre una mano saggiamente lo carezzava, la ri­chiesta di dimenticare tutto, di promettere di non dubitare più di lei, di non ripetere più quelle scenate che potevano so­lo turbare e distruggere la loro vita e di non assumere mai più investigatori, cosa mortificai-ire per entrambi e, infine, di andare insieme in ufficio per distruggere le relazioni. Dap­prima aveva esitato, poi acconsentito e nella fredda stanza dell’ufficio le aveva consegnato le chiavi e assistito con una perversa felicità al rovistare e alla lacerazione in pezzettini microscopici dei foglietti recapitatigli dall’agenzia investiga­tiva. Non vuole conoscere più nulla. Annamaria sa, ha sem­pre saputo ciò che fa. E Manlio non è in definitiva uno dei pescecani suoi concorrenti in affari o in accumulazione di denaro, ma un individuo colto e sensibile che ricopre un in­carico delicato e di prestigio.

Quella mattina, lunedì mattina, ha ascoltato Annamaria telefonare a casa Fucci e invitarli da loro per la cena e l’im­mancabile canasta, mentre la mano morbida, voluttuosa gli accarezza il torace e scende giù, sempre più giù.

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