BRUNO COTRONEI, I SUOI LIBRI, I SUOI SUCCESSI
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 CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. X

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Bruno
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MessaggioTitolo: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. X   Mer Mar 04, 2009 12:25 pm

Cap. X
Il ragno sì è mosso, guardingo avanza sulle Otto lunghe zampe filiformi lungo la trama di sottilissimi fili che ha teso con abilità fra le due pareti che si incontrano vicino al ret­tangolo guarnito del reticolo formato dalle sbarre. Ci ha im­piegato poco a stendere con la materia secreta dalle glandole sericipare il poligono dalle linee perfette. Sergio ha seguito le evoluzioni del piccolo corpo e i tocchi saggi delle zampe: con quale delicatezza si è lasciato andare nel vuoto e poi è risali­to tante volte fino al completamento della sua opera. Sono tre notti che, mimetizzato al centro, attende in agguato, con gli Otto occhi e i palpi in allarme sul minuscolo cefalotorace, l’arrivo del cibo. Una mosca è rimasta impigliata nella trama e il filo spirale la trattiene. Si contorce, agita le ali e scuote il poligono che sembra cedere e appare più evidente anche alla fioca luce delle lampade dell’infermeria. E a qualche metro da Sergio che come al solito non riesce a chiudere occhio se non per qualche ora nelle interminabili notti del carcere. Con quale eleganza il ragno, forse un tegenaria, avanza, le due parti del corpo congiunte da un sottile peduncolo, simile al vitino di fanciulle di epoche passate, sospeso sulle zampe che sembrano prive di forza, quasi elementi di volo. Gli or­gani di prensione, i cheliceri si preparano a mordere e a mo­culare il loro veleno. La mosca è ormai vicina e rapido il ra­gno l’avvolge mentre l’insieme dei fili è violentemente scos­so. Il matematico distoglie lo sguardo: non vuole assistere a quella lotta inutile dal risultato scontato. Ha ammirato il ra­ gno nella sua opera di costruzione, lo disprezza per la so­praffazione, anche se per gli animali non allo stato domesti­co è un necessario complemento alla sopravvivenza.

Non è così per gli uomini che quasi sempre usano il sopru­so per pura cattiveria o forse per compensare frustrazioni, frutto perlopiù di viltà. Ha sempre odiato chi si è approfitta­to del più debole ed è sempre intervenuto in difesa di ingiu­stizie senza stare a misurare la forza fisica o di potere di chi l’ha commesse. Non è stato un ~igire opportunistico e gli ha procurato inimicizie anche da chi è stato difeso, per uno strano processo mentale che rifiuta la gratitudine e preferisce subire senza testimoni. E facile e conveniente schierarsi col più forte, ma il rispetto di se stesso? Da cosa ha avuto origi­ne il suo comportamento un pò donchisciottesco? Forse dal definitivo crollo della figura paterna già intaccata dalla ina­zione con il capitano De Flamineis a Formia e aggravata ne­gli anni dell’immediato dopoguerra quando gli Spiga sono ritornati a Napoli, ridotta ad uno spettro di città, invasa da soldati di ogni razza che la fanno da padroni volteggiando sulle ieep e attorniati da nugoli di gente cenciosa pronta ad ogni mortificazione per un pezzo di cioccolatta, un baratto­lo di bacon, una manciata di dollari, o da persone magari ben vestite che affollano i comandi per un permesso, una concessione o un favore che permetta di accumulare denaro.



Fortunatamente il viale dove abitano gli Spiga è senza sbocco e nella parte superiore è quasi un piccolo paese fre­quentato solo dagli abitanti. Una serie di giardini termina sopra un alto muro che dà su un terreno nudo e incolto dal quale si vede il Vesuvio che, dopo l’ultima eruzione del 1944, ha perso parte della cima e non fuma più, sebbene le cartoline illustrate continuano a portare, con un abile ritoc­co, quel pennacchio bianco così coreografico. Il più elevato, appartenente a una sorella di Guido, confina con una mura­glia sostenuta da barbacani in cima alla quale vi è una tenuta coltivata a noci e viti.

Sono sei o sette di varie dimensioni ricchi di una foltissima vegetazione perlopiù formata da edera che si è arrampicata a pareti di ogni tipo, ricoprendo con i grossi lobi verde scuro e con variegature chiare muri, tralicci, pergolati, filospinato e le vasche con rudimentali decorazioni e dalle quali getti d’ac­qua riescono a raggiungere anche i diecimetri di altezza dise­gnando archi argentei nell’aria pura e tersa. L’orgoglio del giardino di Sergio è equamente suddiviso fra tre alberi di al­to fusto: una mimosa di oltre sette metri che gi~ a febbraio si ricopre dei fiori gialli e vaporosi, un maestoso abete di quasi dieci metri di un bel colore verde brillante e dall’acuto odore di resina e una colossale palma non molto sviluppata in al­tezza, ma dal tronco largo oltre un metro e con le caratteri­stiche foglie che si spandono su un tratto molto vasto confi­nante con un vecchio pollaio in disuso, tanto capiente che il ragazzo se ne serve come rifugio nei suoi giochi con i compa­gni, e contornato da sottili ed alti limoni, aranci e più piccoli mandarini che danno una produzione non abbondante, ma pregevolissima, e ancora rose e ortensie. Ma ortensie di gran lunga più appariscenti crescono nel giardino della zia dove formano siepi fitte e profumate, con infiorescenze di ogni colore ben più grosse della testa di un uomo e che ricoprono una piccola scala in pietra tanto che per passare bisogna spo­stare i rami folti provocando a volte una caduta di sepali che rimangono sui vestiti. E proprio qui, in questa specie di terra di tutti p~r la mancanza di reticolati, che Sergio ormai quasi dodicenné scopre Manù abbracciata con Pino, uno studente di veterinaria, figlio di un colonnello e di una donna setten­trionale che dicono un pò stramba. Il giovinetto li rimprove­ra aspramente ed è assalito con una furia inaudita da Pino che lo colpisce con pugni e calci. Ha facile vita il giovane con il corpo e i muscoli da adulto contro un ragazzo, ma non ha fatto i conti con l’orgoglio di Sergio che non conosce la fuga e rimane davanti ai due raccogliendo sassi per ripagarlo quanto possibile, nonostante dal naso goccioli abbondante il sangue ed il viso e le membra acutamente gli dolgano. Il violento si lancia ancora sull’adolescente, quasi un fanciullo, con gli occhi piccoli da formica lampeggianti di un’ira ingiu­stificata e sproporzionata e ancora lo percuote selvaggiamente senza che Manù muova un dito per difendere il cugi­no, ma limitandosi semplicemente a fioche preghiere di smetterla. Ancor più grave è il comportamento di un altro cugino di Sergio, nel frattempo sopraggiunto, che pur essen­do alto e robusto ben più di Pino, non interviene, forse me­more delle sigarette che spesso l’universitario gli regala e as­siste inerte ad un terzo assalto che riduce il ragazzo corag­gioso e tenace a terra, quasi calpestato da spesse scarpe con le mezze lune di metallo. Solamente al quarto tentativo in­terpone il suo corpo fra i due, aiutato anche da Manù che fi­nalmente si è mossa. Sergio rientra in casa e, a Matilde che si precipita a chiedergli cosa gli sia successo e a tamponare il sangue, risponde che è caduto e non accusa nessuno: dovrà rivalersi da solo, non è un moccioso piagnucolante lui che subito ricorre ai genitori per ottenere giustizia, e già qualche ora dopo si arma di un vecchio cuscinetto a sfera del quale è rimasto unicamente il cerchio metallico più esterno e lo mu­nisce con un solido nodo di un lungo spago che, fatto ruota­re come un lazo, rappresenta l’elemento di offesa-difesa più usato dai bambini del quartiere e va in cerca del suo nemico riempendo le scale del palazzo di scritte ingiuriose. All’ora di pranzo Pino ha l’impudenza di bussare alla bassa finestra della cucina di casa Spiga e fa riferire da Manù una specie di ultimatum che impone a Guido di far smettere il ragazzo, al­trimenti gli impartirà un’altra dura lezione. Giocoforza a quel punto Sergio deve raccontare cosa è accaduto e profon­da è la sua delusione quando il padre non solo n~n si reca a vendicarlo, ma lo redarguisce e incarica Manù di dire al gio­vanotto di stare tranquillo che a Sergio penserà lui. Ma che razza di uomo è il padre? Non si sente ribollire il sangue al pensiero che un ventenne si è permesso di pestare così bru­talmente l’unico figliolo, poco più che un fanciullo? E non va perlomeno ad ammonirlo per aver abbracciato e forse ba­ciato quell’adolescente che è ormai una figlia per lui? Non è questa una manifestazione mortificante di accidia? Certo, è facile prendersela con un ragazzo avvalendosi inoltre dell’autorità paterna ed evitare di cimentarsi con un giovane che può anche reagire! E vero che Guido è impegnato nella faticosa ricostruzione della fabbrica osteggiata da un mag­giorente locale che lo ha anche accusato di profitti del regi­me e di non essere cattolico praticante, ma non è giustifica­zione valida per un marito ospitare in casa per giorni e giorni il fratello di Giulio Nissim, un prete autorevole dai begli oc­chi azzurri che sembra, nonostante la sua veste, molto sensi­bile al fascino di Matilde più bella che mai! Sì, lo strano sa­cerdote gli è molto utile nel governo dominato da forze cat­toliche dove l’autorità del Vaticano pare senza limiti, ma fi­no a che punto di sopportazione?
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MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. X   Mer Mar 04, 2009 12:27 pm

Sergio ripagherà con gli interessi, non appena il suo corpo raggiunge la statura e la muscolatura di adulto, Pino, dando sfogo ad un odio covato per anni. La disistima per il tempe­ramento paterno, che peraltro ammira per l’intelligenza e l’infaticabilità lavorativa, aumenta quando assiste in fabbri­ca alle assunzioni di manovalanza per le linee di montaggio e per la costruzione di un nuovo capannone che Guido fa ese­guire in economia. La solita moltitudine di postulanti com­posta da uomini di tutte le età e da adolescenti si accalca da­vanti ai cancelli per mendicare la grazia di un posto, anche se solo per qualche mese o addirittura per pochi giorni. Ognuno cerca di scavalcare l’altro, di mostrarsi più prestan­te o più sano, sollevando spalle cadenti o gonfiando il magro torace e di contenere con disperata volontà colpi di tosse violenti ed insistenti. Il capofabbrica e il capocantiere che af­fiancano Guido li osservano come fossero animali da tiro e pongono loro domande su esperienze di lavoro precedenti e su che cosa sanno fare. La risposta è sempre la stessa: ~tut­to», ovverossia niente. ~ il dramma di una città praticamen­te priva di scuole di specializzazione e di un popolo che pen­sa a guadagnarsi la giornata senza porsi interrogativi sul do­mani. Mani tremanti mostrano referenze false o raccoman­dazioni del parroco o s’inventano promesse d’occupazione di un familiare dell’imprenditore. Solo in quel giorno Sergio sente quattro o cinque di loro dichiarare di essere stati racco­mandati proprio da lui che non li ha mai visti e li vede arrossire e abbassare lo sguardo per risollevare subito dopo occhi che lanciano una muta preghiera quando apprendono che èlì davanti a loro. 11 giovane, ormai alle soglie dell’università, non ha cuore di smentire quei poveretti e asserisce con un breve vergognoso cenno di testa che sì, è vero, anche se si sente colpevole verso gli altri. Folate di vento freddo ed insi­stente sollevano carte, polvere e spazzatura che vorticano nel cortile della fabbrica e fanno tremare la misera umanità che ha avuto il permesso di varcare il cancello subito richiu­so alle loro spalle in faccia ai più che son rimasti fuori, e si accingono con atteggiamento rassegnato a tornare a sperare davanti a un altro edificio o cantiere. I consunti cappotti, le sciarpe vengono ammassati in rudimentali spogliatoi e una tuta leggera ricopre maglie di lana e pullover con larghi bu­chi o rattoppi mal eseguiti attraverso i quali l’algore fa rab­brividire anche chi ha la fortuna di lavorare sotto i capanno­ni e ancor di più chi è all’aperto, calato in trincee di fonda­zione per allargare lo spazio che consente a .carpentieri e fer­raioli prima di puntellarle e poi mandare giù ~e gabbie dei plinti dai quali partiranno i pilastri. E una pena per un ani­mo sensibile assistere alle sicure sofferenze di gente abituata ad arrangiarsi, magari venducchiando cravatte, cartoline il­lustrate, sigarette o accendini di contrabbando, e obbligati a trascorrere lunghe ore nelle fosse strette e umide o eseguire sempre gli stessi gesti sulle rudimentali catene di montaggio, continuamente pungolati dai sorveglianti con modi più con­soni a negrieri che a capisquadra. Guido è impassibile di fronte a quei disagi che non lo riguardano, tutto preso com e dal rispetto dei tempi previsti di lavorazione e licenzia senza pietà chiunque commetta la più piccola infrazione. Non c’è mensa, ma a mezzogiorno gli operai si raccolgono nel posto più caldo scartocciando grossi pezzi di pane ripieni perlopiù di cachi allappanti perché ancora acerbi o conditi con un filo d’olio. Alcuni mettono insieme il denaro necessario per ac­quistare un litro di vino a basso prezzo dal sapore acidulo o acquoso e al termine accendono sigarette Alfa dall’odore puzzolente. I capi mangiano in disparte: hanno termos per il caffè e contenitori per la pasta e la fettina di carne. I padroni infine si recano a una vicina trattoria o addirittura a casa per un pasto regolare ricco di proteine, attenti a consumare po­chi carboidrati per non mettere su pancia e col pensiero ri­volto agli ingenti profitti derivanti dalle vendite dei prodotti fabbricati a basso prezzo per lo sfruttamento di quella gente che ha diritto di vivere solo per far loro da schiavi e per i quali non hanno più considerazione dei grossi mastini che difendono la proprietà.

Tuttavia Guido non è fra i peggiori padroni, ce n’è ben al­tri e Sergio li sente spesso conversare nella nuova lussuosa casa acquistata, elegantemente vestiti e accompagnati da mogli ingioiellate e impellicciate e figli che a meno di vent’anni hanno moto potenti o automobili coupè o cabrio­let. Si gioca, si mangia e si parla durante le feste in case lumi­nose arredate all’ultima moda e si cammina su tappeti per­siani autentici o su lucidi pavimenti di marmo pregiato. In una sola sera si riesce a vincere o a perdere somme di gran lunga superiori della paga con la quale un povero manovale deve soddisfare i primari bisogni di mogli e figli. Gli argo­menti preferiti sono le oscillazioni di borsa, i tassi attivi e passivi delle principali banche, i contributi governativi, fra gli uomini. Le donne invece si lamentano della servitù che ha sempre maggiori pretese e non sa nemmeno cucinare uno sformato di spinaci o reggere bene la scopa in mano, del rin­caro dei gioielli e dei vestiti e di aver incontrato la sarta o la modista — cosa davvero deplorevole — sulla stessa spiaggia dove prendono i bagni di mare. I giovani infine fra una dan­za e l’altra, un pasticcino e un whisky, progettano gite a Ca­pri, ad lschia o a Roccaraso per sciare vantando il proprio mezzo meccanico come il migliore in assoluto. Qualcuno si atteggia a progressista e sbandiera idee marxiste indossando abiti di pura lana inglese e montando, quando la riunione si scioglie, su automobili che costano cinquanta stipendi di un operaio. Sergio non si trova a suo agio in quell’ambiente dove la spocchia e lo sfruttamento sembrano prevalere sulle doti che pure qualcuno di loro deve possedere, ma che rimangono se­polte in un angolo remoto della mente o del cuore. E’ convin­to che nemmeno Guido se ne sente parte integrante, ma pro­babilmente non possiede la forza morale per venirne fuori, tutto preso com’è a rafforzare la produttività della fabbrica e forse ad assicurare alla famiglia un posto stabile nella classe sociale prevalente negli anni di arraffamento e di oblio delle esperienze più vere della guerra che avrebbe dovuto affratel­lare gli uomini che invece sono divisi da un solco che si fa via via più profondo. Non che il giovane si comporti come un paladino, un difensore degli oppressi, tutt’altro. Anche lui ha approfittato, in amorazzi ancillari, di povere ragazze giunte spaurite a servizio nelle case dei signori e un paio di volte ha avuto flirt prolungati con le eleganti e giovani figlie degli amici del padre che sono state attratte dal suo compor­tamento serio e riflessivo, tanto contrastante dalla fauna di zerbinotti che le attorniano. Tuttavia proprio queste espe­rienze hanno rafforzato in Sergio il desiderio di costruirsi una vita diversa, più vera, lontano dal mondo fasullo e privo di vera cultura dove gli Spiga sono piombati. Manù, al con­trario di lui, si è quietamente integrata brillando con la fre­sca bellezza e attirando, anche per merito della crescente fortuna economica di Guido, nugoli di ammiratori e preten­denti.

Non si iscrive a ingegneria Sergio, nonostante le pressanti insistenze di Matilde, portavoce del taciturno e sempre più assente marito, ma a scienze matematiche e, dopo il trauma­tizzante impatto dovuto ai diversi metodi di studio fra scuo­la e università, incomincia a conseguire risultati sempre più esaltanti.

E' gratificante trascorrere lunghe ore con i nuovi amici: ra­gazzi vivaci, dall’intelletto versatile ed aperto a cogliere la vi­ta e il mondo contemporaneo nei suoi multiformi aspetti e non limitati a una visione corporativistica di ciò che li cir­conda. ~ bello studiare con loro, ma anche uscire insieme per divertirsi e procacciarsi ragazze. Su rnotorscooter di se­conda mano fanno gite e incominciano a prendere bagni di mare a volte già alla fine di marzo quando la primavera na­poletana, riscaldata dai raggi del sole che fugano l’umidità della notte, fa sbocciare dovunque vi sia un giardinetto, un vaso su uno dei caratteristici balconcini o maggiori estensio­ni di verde, policromi e profumati fiori che attenuano il tan­fo emesso dai vecchi palazzi, dalle strade strette e sporche di una città troppo densamente abitata.
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MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. X   Mer Mar 04, 2009 12:30 pm

In una di quelle mattine, Sergio e Umberto, dopo la lezio­ne di Calcolo Infinitesimale, si precipitano lungo lo scalone dell’antico convento dei Gesuiti riattato per le facoltà scien­tifiche e sboccano nella pittoresca via Mezzocannone e am­mirano su in alto il cielo di un intenso colore azzurro non turbato dalla presenza di nubi, nemmeno le bianche e coreo­grafiche che vengono spesso aggiunte nelle cartoline per dare maggiore risalto allo splendore della cupola naturale che ri­sulta superiore a qualsiasi altra che mano umana possa ese­guire. Sono decisi i due amici a tuffarsi nelle acque di Mare-chiaro dopo una rapida corsa sulle vespe posteggiate in piaz­za San Domenico dove folkloristiche pizzerie, minuscole li­brerie stracolme di volumi nuovi e usati disposti in un piace­vole disordine danno rilievo alla guglia barocca con la statua del Santo e all’abside poligonale e merlata della severa chiesa del Trecento, dove nell’annesso convento insegnò San Tom­maso d’Aquino e furono alunni il Pontano e Giordano Bru­no. Stanno per inforcare i cavalli d’acciaio quando Sergio èfolgorato da una specie di visione: una ragazza dai lunghi sottili capelli biondi che incorniciano un viso d’angelo nel quale brillano grandi occhi azzurro cielo è ferma, appoggia­ta ad un’automobile e parla animatamente con una brunetta insignificante. Anche il corpo è degno della testa e completa il bellissimo quadro: snello, longilineo, le gambe con i pol­pacci delicatamente disegnati danno risalto a caviglie piccole e nervose. Sono studentesse di sicuro per i libr stretti da una cinghia di gomma tenuti con grazia nell’incavo del braccio sinistro. Avranno marinato la scuola? E quale delle tante che sorgono nella vicina piazza del Gesù? Sergio fa cenno ad Umberto di lasciar perdere le moto e di vicina e tenta un approccio il più delicatamente possibile. La meravigliosa creatura bionda non risponde, ma per lei e in modo scostante lo fa la brunetta. I giovani si tirano indietro e le ragazze si avviano per il vicoletto che sbocca vicino al Conservatorio. Sergio vince la riluttanza di Umberto e le se­gue. Ritentano usando tutta l’abilità possibile, ma ancora vengono respinti. Sfociano in piazza Bellini dove smunti giardinetti sono allietati da rose a cespuglio in boccio dai pe­tali vellutati. Le ragazze siedono su una panca. Si vede chia­ramente che non sanno come trascorrere le ore che ancora mancano per poter tornare a casa. Sergio ci riprova e questa volta ha maggior fortuna e un dialogo, anche se molto for­male e guardingo, inizia. Sono alunne della prima liceo del Genovesi, il vicepreside non le ha fatte entrare perché erano arrivate con un leggero ritardo. I ragazzi parlano dei loro studi e accennano alle vespe e all’intenzione di recarsi a Ma­rechiaro, ma la velata proposta non trova riscontro e riman­gono lì a conversare di scuola e di argomenti lontani da tutto ciò che Sergio vorrebbe comunicare a quel miracolo della natura che ha già conquistato il suo cuore più dei suoi sensi. Manovra accortamente per prendere posto vicino a lei, poco loquace al contrario dell’amica che ha fatto da cavallo di Troia per iniziare a conoscersi. Anna, la brunetta, ciarla, ciarla e si mostra abbastanza disponibile, ma cosa interessa a Sergio? Serena, l’oggetto della sua attenzione, della passio­ne che lo pervade è dall’altra parte e sfoglia un libro tenuto graziosamente poggiato sul grembo, poi si alza e seguita da­gli altri percorre via Costantinopoli. Sergio. l’affianca e giun­gono vicino al Museo Nazionale sfortunatamente chiuso. Allora giungono nella brutta piazza Cavour, dove un terre­no reso arido e secco dall’incuria è occupato da una turba di ragazzini che inseguono una palla fatta di stracci e si illudo-no di giocare al calcio. E tipico della città e dei suoi abitanti accontentarsi di poco. Più lontano una polverosa palma dal­le foglie mezzegialle e spezzate concede un pò d’intimità ad una panchina, dove finalmente Sergio siede vicino a Serena e riesce a farle dire qualche parola e sempre più è ammaliato da tutto quanto appartiene alla ragazza: la voce melodiosa, la pelle bianca e delicata, le ciglia lunghe che ombreggiano quegli occhi da incantamento.

Un rivo di simpatia incomincia a scorrere fra i due giovani ed un tenue sorriso appena accennato le accende il volto e lo rende, se fosse possibile, ancora più vago. Purtroppo è or­mai l’ora di uscita da scuola e le ragazze raccolgono i libri e si congedano, respingendo decisamente l’offerta di essere ac­compagnate. Sergio non insiste per non sciupare con irìop­portune petulanze l’immagine positiva che ha cercato con tutte le forze di dare di sè, e con malinconia mista a letizia segue con lo sguardo l’esile figura che scompare inghiottita fra il brulicare della folla nell’ampia e polverosa via Foria.

Invano cerca di fermare la sua attenzione su teoremi e for­mule di calcolo integrale. Il sole invia i suoi raggi a rifranger­si sui vetri della finestra della stanza ed illumina lo scrittoio disseminato di dispense ed appunti. Nel pulviscolo luminoso il viso d’angelo ed il lieve sorriso di Serena appaiono conti­nuamente agli occhi di Sergio, quasi la retina avesse impri­gionato in modo indelebile l’immagine meravigliosa e cam­pane suonano a festa nella sua mente meinre il cuore batte all’impazzata. Non gli era mai accaduto prima: è forse que­sto il vero amore? Non era certo la prima volta che una ra­gazza gli era piaciuta o se ne era sentito attratto, ma ora è di­verso ed il tempo non passa mai. Il lungo pomeriggio, l’in­terminabile notte, la torpida mattinata, le parole lontane del professore nell’aula umida e il brusio dei colleghi e il percor­rere in lungo e in largo la piazza del Gesù Nuovo con gli oc­chi che si spostano incessantemente fra l’ingresso del Geno­vesi e l’orologio, indifferente alla gente che sbocca a frotte dallo stretto rettilineo della via Spaccanapoli, che taglia la città da ovest ad est e corrisponde al decumano inferiore del­la città greco-romana, lo rendono sempre più impaziente.

Si appoggia sfinito alla cancellata che cinge la barocca gu­glia dell’immacolata di fronte all’imponente facciata a bugne della chiesa dei Gesuiti ricavata dal palazzo Sanseverino pro­prio accanto all’edificio della scuola che racchiude come uno scrigno l’oggetto dei suoi pensieri e della sua ansia. Final­mente le lancette dell’orologio assumono la posizione lunga­mente desiderata e il suono liberatorio della campanella si sprigiona dalle vecchie mura e giunge fino a lui. Ragazzi e ragazze si riversano nella piazza, come un fiume ricco d’ac­qua impetuosa allaga la campagna circostante per l’apertura improvvisa di una diga e si mescolano a gruppi in attesa e all’abituale traffico pedonale già così intenso, mettendo a dura prova l’abilità e la pazienza di automobilisti che sono costretti a frenare e azionano i claxon con inutile e disperata energia, aumentando il caos di quei luoghi vecchi di secoli e completamente privi di marciapiedi.

Sergio aguzza lo sguardo e si solleva sulle punte per non perdere neppure per un attimo la visuale dell’ampio atrio, nè si fa largo per raggiungerlo: non vuole essere notato subito. Ragazze di tutti i tipi sfilano frammiste agli studenti: alte, basse, grasse, magre, brune, bionde, castane e rosse. Alcune sono belle, altre meno, ma Serena è inconfondibile e davve­ro unica, non può assomigliare a nessun altra. Eccola, col suo comportamento riservato che saluta le amiche e, leggera come una nuvola, avanza verso il centro della piazza. Un ra­gazzo si avvicina, le mormora qualcosa, ma l’adorabile testa bionda prosegue indifferente. Sergio le si para davanti e le dedica il suo miglior sorriso. Serena sembra incerta sul da farsi e dopo un attimo interminabile lo ricambia. Al giovane sembra di toccare il cielo con un dito e tutto intorno a lui di­venta più luminoso e colorato. Ha compreso che la ragazza non ha un temperamento facile ed è un misto di timidezzà ed orgoglio al tempo stesso. Agisce con infinita precauzione co­me un attento giocatore di scacchi che stia per effettuare la mossa decisiva. Inventa una scusa per giustificare la sua pre­senza lì, ma contemporaneamente lascia intendere il vero motivo. È il modo giusto e i giovani si stringono la mano e camminano affiancati per un centinaio di metri, poi Serena, come il giorno prima, lo congeda lasciandolo a sognare e a interrogarsi ossessivamente se davvero il suo atteggiamento è stato il più adatto.

Per quasi una settimana la scena si ripete ed ogni volta Sergio segna al suo attivo impercettibili ma fondamentali progressi: qualche minuto in più insieme, una maggiore con­fidenza ed il tacito permesso e gradimento di quei fugaci in­contri. ~ davvero innamorato, ne è certo, quei pochi minuti sono tutto per lui e sente che non può fare a meno della in­cantevole ragazza. La manina morbida dalle lunghe dita af­fusolate che riesce a trattenere ogni giorno per qualche atti­mo in più nella sua, lo esalta e passa ore e ore a scrivere inge­nue poesie e a mettere a punto le tattiche successive. E la for­tuna gli viene incontro: ha saputo di un provvidenziale scio­pero dei professori e convince o, per meglio dire, costringe un riluttante Umberto ad accompagnarlo la mattina stabilita e, con il risolutivo aiuto di Anna, a recarsi tutti e quattro in via Caracciolo nella Villa comunale, dove la giostra semina­scosta fra il verde ed illeggiadrita dai fiori del circolo del ten­nis, gli offre la possibilità di sedere accanto all’oggetto dei suoi sogni, nelle automobiline dell’autoscontro e, nella vio­lenza degli impatti benedetti, sentire il fianco morbido ac­canto al suo, urtarle le gambe e cingerle con un braccio le spalle delicate mentre i capelli d’oro gli carezzano la mano.

Ormai sono amici e anche qualcosa in più, ma quando una mattina non vede Serena al termine delle lezioni, inter­roga Anna che gli rivela una circostanza che lo sconvolge. All’ora di entrata l’ex fidanzato di Serena l’ha bloccata e scongiurata di passare le ore di scuola con lui ed i due sono scomparsi. Ma eccola Serena, dall’angolo del vicoletto di San Sebastiano fa gesti ad Anna di avvicinarsi. Sergio non si muove, un dolore profondo lo tormenta: allora Serena è o èstata fidanzata! Come poteva pensare che bella com’è non Io fosse? Non gli importerebbe nulla se per lei sentisse solo un’attrazione fisica, ma lui ne è innamorato! Prova una gelo­sia folle, si fa forza e si avvicina. Anna scompare e rimane solo con la ragazza sui cui volto di angelo è come scesa una nube: è triste e distante e s’incamminano insieme. Sergio vuole assolutamente parlarle, sapere ogni cosa di lei e nella chiesa di San Domenico le confida dei dissapori con il padre e ora anche con la madre e i parenti, perché ha preso un in­dirizzo di studi che lo terrà lontano dall’azienda paterna. Le racconta anche la causa della sua decisione e i successi dei suoi studi che farebbero felice qualsiasi genitore, ma che in­vece lo fanno sentire come un estraneo nella sua casa. Ag­giunge che intende edificare il suo avvenire non condiziona­to dalla famiglia e che ci sono buone possibilità, fra un paio d’anni dopo la laurea, perché possa rimanere all ‘università come assistente. La sincerità, l’umanità e la tristezza delle sue parole e del modo con il quale le pronuncia sembrano conquistare il cuore di Serena. La mano si posa sulla sua e la voce melodiosa lo conforta e l’approva e poi più flebil­mente gli racconta di quel ragazzo, dell’innocente fidanza­mento e della, mattina trascorsa solo a confermagli che non lo ama, nè mai l’ha davvero amato e la sua era stata soltan­to un’infatuazione di ragazzina. Se Sergio la vede triste, ag­giunge, è solo perché dispiaciuta di far del male a chi le vuole bene, ma lui deve anche sapere che appartengono a classi sociali diverse: il padre non è un industriale o un lau­reato come il dottor Spiga, ma un caposervizio dell’ATAN, l’azienda tranviaria della città. Sergio si sente rinascere: l’angoscia provata pochi minuti prima si è trasformata in un’intensa inarrivabile felicità. Che gli importa delle diffe­renze sociali, delle difficoltà che il matrimonio può incon­trare? Della severità e della mentalità all’antica della fami­glia di Serena? Gli interessa solo lei e la loro felicità, il resto è nulla!
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MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. X   Mer Mar 04, 2009 12:33 pm

Il pomeriggio nella galleria del cinema di fronte all’univer­sità, Sergio la bacia e prova l’ebbrezza di poter stringere a sè quel corpo che dolcemente gli si abbandona fiducioso. Dopo appena un’ora l’accompagna in via Duomo fino ad un centi­naio di metri dalla sua abitazione.

Sergio è ebbro di felicità e sente di amare la vita, la gente. La forza ricavata dal raggiungimento dell’obiettivo agogna­to che era sembrato sfuggirgli, lo rende più buono e tolleran­te con tutti, a patto beninteso che non gli si tocchi quel viso e l’anima d’angelo che la buonasorte gli ha regalato.

Che giorni meravigliosi, che pienezza di sentimenti, quan­to è bello quando il cuore canta di gioia! Ogni mattina segna il rinnovarsi della letizia che pervade ogni fibra del suo cor­po e della sua mente. Si alza presto e corre sullo scooter sgu­sciante per le strade affollate verso il suo amore. I pochi mi­nuti trascorsi insieme prima che inizi la scuola lo appagano e le parole dei professori, che trattano di calcolo integrale, di quadriche, di funzioni angolari, scandiscono i minuti e le ore che lo separano da Serena, e il ricordo del bacio dolcissimo colto furtivamente sotto un compiacente androne buiò lo tengono calmo e attento alle lezioni che assimila con ancor più profitto del solito. Poi in biblioteca a studiare e di tanto in tanto fra i complessi calcoli, le lettere e i numeri muniti di esponenti sempre maggiori, traccia con grafia resa bella dall’amore il nome del suo tutto: Serena.

Ora all’uscita di scuola nell’antica piazza dagli edifici se­veri, ma illeggiadriti dal suo sentimento, è in prima riga e subito infila il braccio sotto quello sottile, morbido e deli­cato della sua ragazza e rapidi corrono verso il mare nei giardini che ricordano loro i primi contatti, le prime ore felici trascorse insieme. Passeggiano sotto gli alberi fronzu­ti e protettivi e, fra i fiori profumati che esaltano la pri­mavera meteorologica e quella ben più viva dei loro senti­menti, si baciano e si accarezzano approfittando di un tratto di ombra più intensa o dell’assenza di sguardi curio­si della gente così pronta a scandalizzarsi per gesti tanto naturali che sono un inno alla gioventù, alla speranza, alla vera vita. Poi di corsa verso via Duomo nell’ebbreìza dell’aria che investe rinvigorente il viso e scompiglia i ca­pelli, con le braccia che cingono nella morsa più bella del mondo il torace, e il seno che di tanto in tanto si abban­dona morbido sulla schiena e le labbra dolci e calde che sfiorano il collo. Un saluto frettoloso, mentre occhi colmi d’affetto inviano un messaggio che va ben più oltre di qualsiasi parola e la mirabile figuretta scompare nell’alone dorato del sole e dei lunghi capelli ondeggianti nel vicolet­to di Donna Regina.

Qualche pomeriggio approfittando di un paio d’ore di li­bertà strappate al padre severo, s’infilano in un cinema e nel buio meraviglioso caldi baci e dolci carezze incendiano le guance e i sensi e ubriachi escono alla luce del giorno abbaci­nati dal movimento, dal rumore che non li riguarda, che non può entrare in quel pianeta che è solo loro.

Di sera, dopo aver ancora studiato, Sergio si abbandona al sonno ristoratore allietato da sogni incantevoli.

E arriva giugno, l’aria si è ulteriormente riscaldata e i sen­timenti vieppiÙ rafforzati. Serena indossa semplici camicette con le maniche corte e gonne di tela. Ha tolto le calze di nai­lon e la leggera peluria bionda la rende ancor più leggiadra per la delizia di Sergio che non è mai sazio di carezzare la pelle vellutata, la carne morbida e soda che ricopre ossa pic­cole, minute, delicate come il volto dai lineamenti di una pu­rezza infinita. Cosa valgono le elaborate toilettes di Manù, delle eleganti figlie degli amici di Guido al confronto della leggiadria di quella ragazza di sogno? Che importa se magari la gonna è sempre la stessa cucita in casa o le camicette non sono di sarte famose? Che valore hanno i modi affettati e fal­si di fronte alla spontaneità di quella ragazza ineguagliabile? Sergio ne è pazzamente geloso e benedice il padre e la madre di Serena che l’hanno abituata ad indossare anche con quel caldo un pullover, seppure di cotone che permette solo a lui di ammirare le membra da fenicottero. Qualche volta co­stretti a prendere un tram o un autobus il giovane crea una robusta barriera con le braccia muscolose intorno al corpo amato che è e deve essere esclusivamente suo e guai se qual­cuno la sfiora o si attarda ad ammirare i capelli, il volto o il corpo della sua ragazza. Ma giugno segna anche la conclu­sione dell’anno scolastico per Serena e l’inizio degli esami per Sergio.

Gli incontri si diradano, ma rafforzano ancora di più la passione che rende i due giovani pazzamente felici. Serena non ha telefono e appena può si precipita nella casa di vicini e con frasi convenzionali allieta Sergio con la voce soave che risuona al suo udito come la più completa delle melodie.

La ragazza è stata promossa alla seconda liceo, mentre Sergio supera con l’ormai consueto trenta e lode l’esame di Calcolo Infinitesimale, ma per completare il suo programma deve ancora dare verso la fine di luglio Geometria Descritti­va e ciò costituirà un duro ostacolo per gli appuntamenti con Serena che si accinge alla partenza con la madre e il fra­tellino per l’abituale villeggiatura ad Ischia. Bisognerà stabi­lire nuovi rituali, appoggi, ore e luoghi e il giovane sente di odiare l’isola ed il tratto di mare che lo divide da Serena e si tormenta al pensiero di occhi indiscreti e desiderosi che pos­sono in sua assenza posarsi sul corpo di sogno.

Il telefono a gettone della cabina sul porto dell’isola verde inghiotte i pochi soldi della microscopica “settimana” della sua ragazza e le parole sono pronunciate in fretta nell’ansia dell’interruzione improvvisa che incombe continua, e son ben meno numerose dei baci scoccati da labbra frementi che si avvicinano al microfono quasi rappresentasse un lembo di pelle dell’amato. Lettere si intrecciano e l’ora della posta di­venta il punto di riferimento di giornate calde e laboriose. Le pagine fitte della calligrafia armoniosa vengono lette e rilet­te, accarezzate, baciate e accuratamente serbate nell’angolo più riposto del cassetto. A sera, mentre lo sguardo vaga sul mare illuminato da un pallido raggio di luna, dita frementi quanto accorte le raccolgono ed occhi inumiditi dall’emozio­ne scorrono appassionatamente parole d’amore, magari ba­nali che appaiono ben superiori a quelle dei più grandi scrit­tori di ogni epoca.

Finalmente (e non sono trascorsi sette giorni) uno dei bianchi vaporetti solca con estenuante lentezza il golfo su un mare piatto come una tavola che solo dopo l’alto e roccioso Capo Miseno si increspa in onde lunghe, che trasmettono un continuo dondolio fino al porticciolo dell’isola di Procida che si presenta con le policrome case a ridosso del molo in­gombro di pescherecci e di barche ricolme di grossi e profu­mati limoni. Il severo castello utilizzato come penitenziario incombe dal promontorio a nord-est. L’impazienza aumenta e rende Sergio del tuttò indifferente all’agitarsi di tante belle ragazze in short e scollati prendisole cicalanti in lingua stra­niera che potrebbe comprendere, ma che non lo interessano. Ed ecco Ischia, le pinete folte fino al mare, le scogliere, il fa­ro e il porto con lo stretto canale che immette nel pittoresco bacino ricavato da un antico cratere vulcanico. La banchina è affollatissima e la manovra di ormeggio sembra non termi­nare mai. Sergio è a poppa nei pressi della passerella che gli consentirà di toccare terra e vede Serena. Come ha fatto a non distinguerla prima sia pure nella moltitudine dalla quale spicca come un brillante purissimo fra semplici sassi. E an­che lei in pantaloncini corti e prendisole: la pelle bianca do­rata dalla prima abbronzatura, la figura alta e snella e le gambe lunghe, affusolate, ben fatte e il viso dall’espressione angelica incorniciata dai capelli d’oro. Che sono quelle ra­gazze straniere in confronto a lei? Si precipita lungo la passe­rella e vola verso il suo amore che a stento riesce a frenare l’impeto, la voglia di stringerla a sè e di baciarla. Lo guida con la mano le cui dita accarezzano le sue per una stradetta che costeggia il porto fino ad un giardino quasi del tutto oc­cupato da un bar e lì si lanciano l’uno nelle braccia dell’altra e si baciano con la forza dell’attrazione che ogni minuto, ora e giorno di separazione ha reso incontenibile. Ma Serena èpreoccupata: è riuscita ad allontanarsi dalla madre e dal fra­tellino con una gracile scusa e il tempo è trascorso veloce. Deve ritornare e indica a Sergio il luogo del prossimo incon­tro e rapida si dilegua.
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MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. X   Mer Mar 04, 2009 12:36 pm

Il giovane si sente inappagato ed inganna lo spazio che lo separa da lei guardandosi intorno e percorrendo lentamente la viuzza che lo riconduce al porto. Da quanto mancava da Ischia? Anni, e l’isola si è trasformata dal ricordo che ne con­serva: viuzze strette e sporche, nugoli di mosche fastidiose e alberghi miseri più simili a modeste pensioni. Ora invece già il porto ben tenuto e affollato da lindi vaporetti e lussuosi yacht, vie pulite e bar eleganti. Subito dopo la posta, il bivio fra le due strade principali: l’asfaltata che conduce nel cuore delle pinete e la più stretta e lastricata via Roma che mena al vecchio centro. Da lontano può ammirare il sontuoso Jolly Hotel che fa parte della catena Marzotto con l’ampia piscina e il giardino pieno di fiori. Oleandri fioriti sono dappertutto: in grandi vasi o nei piccoli giardini con le verdi foglie lanceo­late che contornano ciuffi di fiori dai cinque petali tendenti al rosso porpora, ma quasi privi di odore. Il profumo domi­nante è quello del mare che si mescola alla fragranza resino­sa dei pini. Alcune traverse si dipartono a sinistra da via Ro­ma e mostrano in fondo fra verde e fiori il mare e il moderno Hotel Mediterraneo. Poco prima della chiesa San Pietro la strada incomincia a mostrare un’accentuata pendenza e pro­prio lì Sergio, seguendo le istruzioni di Serena, si avvia verso la spiaggia. Non è molto larga, alcuni alberghi piccoli, ma ben tenuti vi si affacciano, qualche modesto stabilimento belneare con poche cabine e l’immancabile ristorantino, i ta­volini su un impiantito di legno protetti da una tenda e la cu­cina fumosa e angusta sul retro. Dovunque una selva di om­brelloni di ogni colore e sedie a sdraio di legno e tela. Prende una cabina e si spoglia lentamente, poi esce e la sabbia bol­lente lo costringe a correre verso il mare, si tuffa e si riscalda dall’impatto affrettato con l’acqua ancora fredda con vigo­rose bracciate, poi torna a riva e siede su un piccolo scoglio, mentre l’ansia per l’ormai prossimo comparire di Serena au­menta e lo rende nervoso. La sua ragazza appare e il costu­me le fascia il corpo moderno e perfetto e la spiaggia s’illu­mina di quella bellezza degna di ben altri scenari. Sergio si maledice per il grasso accumulato durante l’inverno che lo fa sentire una misera cosa al confronto di lei. Eppure è alto, le spalle larghe, il torace ampio, le braccia e le gambe muscolo-se, ma ha la pelle ancora non abbronzata e il ventre legger­mente adiposo. Serena gli fa un rapido gesto di attendere e immediatamente dietro di lei spuntano tre figure: una donna alta, ancora abbastanza giovane con un viso che ricorda alla lontana quello di Serena ed il corpo deturpato da una roton­da pancetta che emerge sotto il costume nero, un uomo bas­so, magro dal viso buono e un ragazzino sui dieci anni che non sta fermo un momento. I quattro, accolti da saluti a vo­ce alta, si dirigono verso una piccola comunità di ombrelloni brulicante di giovani, donne e bambini e prendono posto sotto l’unico rimasto libero. Dopo qualche minuto il suo amore accompagnata da una scialba ragazza e da un giovane che subito si rende antipatico a Sergio per la confidenza che mostra verso Serena, lo raggiunge e dopo una rapida presen­tazione gli mormora che imprevisto è giunto il padre e con-verrà che lui si unisca a loro. Ritornano sui loro passi con Sergio al seguito che viene fatto passare per amico di Enzo, il giovinotto antipatico. E taciturno e si sente a disagio, ma presto il padre di Serena incomincia a parlare e in breve gli racconta del suo lavoro all’ATAN e di quando era sottuffi­ciale di marina. E una brava persona, gentile, ammodo e an­che aggiornato, nonostante la sua estrazione piccolo bor­ghese si manifesti appieno e Sergio si domanda come da tale uomo sia nata la figlia meravigliosa non solo nel fisico, ma con un portamento e un modo di parlare da vera principessa di sangue. La risposta ai suoi interrogativi giunge quando scambia qualche parola con la madre di carattere difficile, ma di estrazione palesemente superiore.

Serena è il centro di quella comunità che le ruota intorno, anche se il suo temperamento naturalmente riservato tiene tutti alloro posto, ma Sergio odia la villeggiatura che gioco-forza annulla le distanze e comporta una promiscuità che la città può evitare. Fuma continuamente, imitato dal padre di Serena che sembra un piccolo vulcano e finalmente i giovani fanno il bagno e i natanti ancorati a qualche metro dalla spiaggia sono degli ottimi e provvidenziali paraventi. Sergio e Serena nuotano affiancati nell’acqua tonificante e si distac­cano dagli altri. Che bello stare vicini e poter parlare in li­bertà e illudersi di essere soli con tutto il mare a loro disposi­zione. Dietro una barca si baciano e la saliva si mescola con l’acqua salata e le gambe si intrecciano ed i corpi si toccano. Un silenzio incantato li avvolge dimentichi di tutto. Il brusio dei bagnanti, i rombanti motoscafi, le onde che urtano il le­gno, il tonfo ritmato dei remi nell’acqua si annullano e si perdono nell’aureola dorata dei capelli di Serena e nei suoi occhi azzurri.

Più tardi la pineta solitaria e odorosa li accoglie: mano nella mano percorrono i dolci pendii fra i tronchi scagliosi e rossastri e le chiome scure che si profilano nitide e nere con­tro il cielo limpido e simili a immensi, compiacenti ombrelli sembrano voler proteggere il lieto rincorrersi dei due inna­morati, le parole d’amore scambiate a voce alta senza miste­ri, senza dover nascondere i loro sentimenti fra la gente cu­riosa, o nel buio di cinematografi dall’aria viziata o negli an­fratti di androni vetusti. Sdraiati fianco a fianco sul tappeto di foglie aghiformi fra i cespugli del rado sottobosco riposa­no dopo le effusioni frementi e dolcissime, le guance arrossa­te, le labbra tumide, le mani appagate e memori. Ma il tem­po è volato via troppo rapido, impietoso e il battello ricon­duce Sergio verso la città percorrendo il breve tratto di mare che gli appare più largo di un oceano, mentre il viso dolcissi­mo si sovrappone a qualsiasi altra visione. I giorni trascorro­no lenti. Sergio non sembra accorgersi di nulla: a stento ri­sponde ai famigliari e si rinchiude nella sua stanza interval­lando allo studio accanito, caparbio lo scorrere con occhi sognanti e la mente in fiamme le lettere che puntuali ogni mattina gli donano qualcosa di Serena: il suo profumo, il sa­pore delle sue labbra, la seta dei suoi capelli, il calore della sua pelle, la dolcezza della sua voce e tutto il suo cuore. Il giovane non si è mai sentito così: è sempre stato attento e cu­rioso dell’ambiente e degli avvenimenti che lo circondano. Ora la sua mente, i suoi sensi non fanno altro che fremere per Serena, a progettare il loro avvenire e se studia accanita­mente lo fa solo perché è il mezzo che gli permetterà dispo­sarla e vorrebbe decuplicare i suoi sforzi, dare più esami ed abbreviare l’attesa. Se questo è l’amore, pensa, è la cosa più bella del mondo ed è felice e grato di aver avuto la sorte di provarlo. Non riesce a concepire il suo futuro, la sua esisten­za priva di quell’angelo. A che varrebbe viverla?

Nemmeno gli amici, i lunghi conversari con oro, le serate un pò folli lo interessano più e respinge inviti al mare, ad uscire insieme, a confrontare con loro la preparazione per il prossimo esame e rapido tronca le telefonate per correre nuovamente nella sua stanza a studiare e a pensare a Serena, a rivivere le ore meravigliose di Ischia. Ai genitori comunica che quell’anno non andrà come al solito in montagna, ma all’ “isola verde” e puntuale, il giorno dopo il consueto tren­ta e lode anche in Descrittiva, con la vespa e la valigia sbarca per un preventivo accordo a Casamicciola, un piccolo cen­tro ai piedi del monte Epomeo. La sua ragazza è lì più mera­vigliosa che mai: stretti pantaloni accompagnano le linee ineguagliabili del corpo flessuoso e l’abbronzatura dorata dà risalto agli occhi azzurri. Una corsa frenetica sullo scooter li conduce fra vigneti incantati e il ronzio delle vespe laboriose sottolinea i loro baci e le frasi d’amore. E solo l’inizio di giorni magici che nulla può turbare: l’atteggiamento sco­stante e sospettoso della madre, la presenza quasi continua del fratellino che viene elusa con stratagemmi geniali, il cor­teggiamento dei giovanotti della comitiva affrontati e sco­raggiati uno per uno da Sergio e infine il pedinamento da parte del padre messo sull’avviso da qualche deluso adorato­re che coglie di sorpresa i due innamorati e rende necessaria una spiegazione e una specie di fidanzamento ufficiale, con­trastato fino all’ultimo dalla madre che non vede di buon oc­chio la differenza di censo e di estrazione fra i due giovani.
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MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. X   Mer Mar 04, 2009 12:39 pm

Sergio fa quindi il suo ingresso nella piccola e modesta abitazione presa in fitto dalla famiglia di Serena: due stan­zette arredate sommariamente, ma allietate da finestre che fra le piante profumate di un giardino permettono di scorge­re il mare non lontano e di avvertirne il sapore acre e il ru­more dolce della risacca. La fanciulla al colmo della felicità e orgogliosa la sera nella rituale passeggiata lungo il centrale corso Vittoria Colonna può mostrarsi sottobraccio del suo ragazzo precedendo di qualche passo la madre e il fratellino. O preparargli succose cenette e sussurargli parole d’amore, mentre distesi sulle sdraio godono il fresco della sera.

Mamma e papà Resi hanno puntato tutto sulla figlia così
bella e studiosa e un buon impiego già l'attende subito dopo
la licenza liceale o, se lo vorrà, potrà continuare gli studi fino alla laurea. Temono i genitori per il fidanzamento trop-po precoce e Giorgio più volte li rassicura sulla costanza dei suoi sentimenti che non è inferiore a quella di Serena e sul suo desiderio che completi gli studi per poi decidere liberamente del suo futuro. Ma la sorte sembra già aver concesso troppo ai due fidanzati che sempre più si adorano e a settembre. quando Giorgio trascorre tutte le sere disteso ed appagato nella vecchia abitazione al secondo piano di vicoletto Donna Regina fra mobili antichi che hanno conosciuto tempi migliori e dalle dimensioni sproporzionate agli angusti ambienti, uno strano pallore si diffonde sul viso d'angelo. Il medico della mutua li tranquillizza e prescrive dei costituenti e in breve Serena sembra riprendere il colorito di sempre. Felici i giovani escono in compagnia del ragazzino e trascorrono lunghe ore nei caffé del lungomare o alla giostra in Villa, o si recano a cinema e la sera, con mamma e papà Resi in visita a parenti. Giorgio sempre più apprezza l'ambiente tanto diverso dagli spocchiosi amici di suo padre. Non vi è affettazione o lo stupido sfoggio di benessere e ricchezze, né l'assurda gara ad un tenore di vita freneticamente consumistico fra falsi sorrisi e la frasetta cattiva, ma una genuina ospitalità e il sincero piacere di stare insieme ed aiutarsi senza riserve.
Talvolta di domenica con l'Aurelia dei Parisio si recano al mare per godere gli ultimi giorni d'estate e, fra gli aranceti di Sorrento o le rocce scoscese della costiera Amalfitana, fanno bagni meravigliosi e poi in modeste trattorie pranzetti gustosi e genuini. Altre volte, dopo faticose azioni di convincimento o pretesti ben architettati, Giorgio e Serena sono soli e al cinema o in luoghi solitari e deliziosi danno sfogo alla passione che sempre di più li lega. Ma non minore è il piacere delle lunghe serate trascorse in famiglia, quando per essere appagati basta loro stare mano nella mano, scambiarsi tenere e lecite carezze, specchiarsi l'uno negli occhi dell'altra e, lasciati soli al momento di congedarsi, scoccarsi rapidi e tenerissimi baci.
Ma il pallore ritorna accompagnato da astenia e dimagramento. Il medico ordina esami di laboratorio: i globu li bianchi sono ben cinquantamila rispetto ai normali cmquemila e uno specialista è convocato in tutta fretta. Terribile la diagnosi, leucemia! Giorgio si sente impazzire:
con papà Resi si reca a parlare dall'ematologo che dà loro poche speranze e prescrive arsenico e cloramine. Il giovane non si arrende e fa il giro di medici di grido amici di famiglia e costringe con la forza della disperazione un luminare di Roma a venire al vicoletto Donna Regina. Altre cure vengono iniziate: rontgen-terapia, isotopi radioattivi e trasfusioni. Tuttavia Serena peggiora. Il viso così bello è pallido e consunto, il corpo dimagrisce a vista d'occhio e la milza e il fegato sono talmente ingrossati da creare due visibili gonfiori sui fianchi solo settimane prima così perfetti. La ragazza sembra aver capito e sorride incoraggiante a Giorgio e accarezza il volto del suo amore con infinita tenerezza, facendo finta di non accOrgersi del maldestri tentativi di scherzare. di conferire all voce un tono brioso e fatuo. Maschera i dolori ossei sempre più forti e tranquilhizza tutti nonostante le frequenti aritmie o le improvvise emorragie.
Trascorrono due mesi e Giorgio sembra un folle: parla da solo, piange e gioisce per qualche ingannevole miglioramento. Tormenta tutti gli esperti del settore e si reca a Roma, a Milano, a Zurigo con gli esami di laboratorio e le diagnosi scritte e dovunque la terribile sentenza.
Ormai Serena non lascia più il letto: il viso, il corpo sono scheletriti e le forze sempre più l'abbandonano e calmanti le donano qualche ora di tranquillità. Giorgio èormai perennemente nella vecchia casa e si adopera allo stremo per rendere i giorni tremendi il meno penosi possibile per la ragazza che gli è cara più di qualsiasi cosa al mondo, e vorrebbe trovarsi lui al suo posto. No, non ègiusto che una creatura tanto meravigliosa, ma non per il suo fisico, ma per l'animo bello e generoso, debba finire così. Ha solo diciassette anni Serena, diciassette anni! Perdio, perché!
I genitori sono improvvisamente invecchiati, e frastornati non sanno più cosa fare, il fratellino si aggira silenzioso
per le stanze appena due mesi prima così allegre, calme,
liete. Ma è proprio Serena a rincuorare tutti, perlomeno per qualche minuto e un sorriso,quanto differente dal suo radioso di prima. illumina il viso smunto con i grandi occhi azzurri e i capelli ancora belli. La mano diafana stringe quella di Giorgio e più volte fa introdurre nel mangiadischi le loro canzoni: "Troppo giovane" e "T'amo, t'amo, t'amo" e gli ricorda di Ischia, della pineta, dei bagni, e dei baci appassionati. La voce sottile si perde nelle parole della canzone che Nat King Gole sussurra melodicamente e l'orecchio di Giorgio si avvicina alle labbra quasi bianche che lo baciano con una tenerezza sconfinata.
Giorgio non può oltre resistere e si precipita fuori dalla stanza e piange come non ha mai pianto nella sua vita. Mamma Resi lo raggiunge, la povera donna gli dice che Serena lo vuole da lei. Giorgio si deterge gli occhi, le guance, si ricompone ed entra nella stanza. Il letto con la figurina smunta è lì in fondo oltre il tavolino ora ricolmo di medicine e mesi prima di libri di scuola. Si avvicina, Serena gli fa cenno di sedersi sui letto e di appoggiare il capo vicino al suo sui cuscino. Le teste si toccano, le dita si allacciano, poi la voce fioca gli mormora:
"Giorgio, mi devi fare una promessa."
"Quello che vuoi, amore mio..."
"Ascoltami bene e ricordati... "
"Sì."
"Io muoio, no, non dire no, lo so, lo ho sempre saputo... zitto amore... Ti voglio ringraziare per quello che hai fatto per me... no, non parlare.., so quanto hai sofferto e soffri... Io non ho paura, sai~ Mi hai regalato i giorni più belli della mia vita... mi hai fatto conoscere l'amore... quello vero. Ti amo, Giorgio, sei stata la cosa più bella che ho avuto.., grazie." Tace sfinita, le palpebre si chiudono sugli occhi azzurri, il respiro è affannoso.
"Tesoro mio, gioia mia, ma che dici, mi hai regalato il tuo amore, te stessa, tu che sei un essere meravìgiioso mi ami, io che non valgo niente..." la voce si spezza, compie sforzi disperati per trattenere le lacrime, trema tutto.
I grandi occhi lo fissano con espressione di dedizione
che mai più il giovane dimenticherà.
"Baciami, Giorgio, baciami." Si china sui volto adorato, un bacio brevissimo. Serena respira a fatica.
"Io voglio che tu viva, Giorgio... che studi come hai
sempre fatto.., che abbia successo... tanto, lo meriti e
puoi... Ti amo..."
Le palpebre si richiudono, il capo è abbandonato st1~ cuscini, un sibilo esce dalla bocca spalancata. Papà Resi corre a chiamare il medico. Le ombre della sera avanzano. Il sanitario è giunto e si prodiga. Serena ha perduto conoscenza. Tre figure la fissano impietrite. Il medico si avvicina e si allontana. La notte è giunta. Fuori dalla stanza parenti piangono. Giorgio non piange, è inebetito. Non capisce, non vede, non sente più nulla. Una mano lo scuote: è il medico, quanto tempo è passato? Fuori è sempre buio. Serena è morta. Anche il cuore di Giorgio è morto.
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MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. X   

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