BRUNO COTRONEI, I SUOI LIBRI, I SUOI SUCCESSI
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 CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. VII

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Bruno
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MessaggioTitolo: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. VII   Mer Feb 25, 2009 1:18 pm

Cap. VII
“Non si può leggere con questa luce”, pensa Sergio, e ri­pone sul tavolino per l’ennesima volta il libro “e non si può nemmeno dormire!” Si rigira sul fianco, la pelle nuda sfrega sul lenzuolo ruvido e la testa cerca una posizione comoda sul cuscino duro e troppo alto “e che puzza!” Si guarda intorno: trenta esseri umani appaiono profondamente addormentati nei letti bianchi dalla smaltatura difettosa, scabra e in parte saltata che mette in evidenza tratti scuri del ferro. Le spallie­re sembrano percorse da scarafaggi, cimici, ragni. “Di sicuro non avranno usato uno smalto di buona qualità. L’avranno fatto vetrificare troppo o nella miscela hanno messo pochi silicati e molti borati alcalini. E il carrello per le medicazioni perché l’hanno lasciato così vicino?.., è puzza di tintura di iodio o è alcol?... forse è meglio, attenua il fetore di sudore, feci e orina!.., e dire che mi lamentavo degli scompartimenti a cuccette dei treni: non bisognerebbe mai lagnarsi! Povera gente, chissà quanti innocenti come me, quante storie, quante vicissitudini umane, e dire che fuori sentiamo di car­ceri moderne con servizi, celle singole con televisione, ma dove sono? Eppoi, è davvero meglio rimanere soli?” Cambia posizione e chiude gli occhi, deve tentare di dormire, il tem­po trascorre più veloce e non si pensa. Il sonno è una grande medicina. Ma, a palpebre abbassate, immagini si affollano come in un film di avanguardia: sovrapposte, confuse ma non astratte, informali, tutt’altro. Il giovane Ciro Esposito col suo servilismo e la sua vicenda di miseria, quella dell’an ziano alla sua sinistra che ha ucciso perché tiranneggiato, torturato dal genero, e l’altro, più o meno suo coetaneo, che ha scoperto la moglie a letto con l’amante ed è stato beffeg­giato dai due. Che sofferenze, che umiliazioni, che vivere promiscuo nei bassi, nelle case piccole, umide, disadorne o nei vicoli troppo stretti dove ad ogni starnuto bisogna dar conto a tutti! Tanti nel pomeriggio gli si sono avvicinati e gli hanno raccontato le loro peripezie. Aveva ragione Bruno, il suo amico psicanalista, quando gli diceva che avrebbe potu­to fargli concorrenza per la dote innata di attirare confiden­ze e confessioni. Secondo ciò che aveva ascoltato, tutti ave­vano motivazioni valide per l’azione che li aveva condotti a Poggioreale, ma allora veri delinquenti non ce ne sono? E i camorristi, gli spacciatori di droga, gli scassinatori, i rapina-tori, gli assassini, gli stupratori, gli scippatori? Certo, ci so­no, e alcuni dormono vicino a lui nello stanzorìe caldo dall’aria rancida illuminato da lampade fioche che non per­mettono di leggere ed infastidiscono il sonno. Ma a monte, quali carenze della società li hanno spinti, sulla strada delin­quenziale? E non sono di più i veri colpevoli lasciati impuni­ti, protetti da una parvenza di rispettabilità? Quante cose appaiono falsate da un’ottica conformista o miope? Ad esempio Nino, così inoffensivo e modesto con lui e che poi per anni ha cercato di pugnalano alle spalle e di smantellare, sicuramente per invidia, la sua immagine verso Silvia? E Sil­via stessa sul cui amore, fedeltà e dedizione avrebbe messo la mano sul fuoco? Ma è davvero colpevole la moglie? O è tut­to vero il suo racconto? E anche se fosse autentico come giu­stificare il rivolgersi a Nino per soccorso invece che a lui? Quante volte se Io è chiesto nei trenta giorni dalla confessio­ne? A nipensarci bene forse la sua violenta reazione è stata più prodotta dalla preferenza accordata a quel farabutto, che il sapere con sicurezza di una storia d’amore, di una pas­sione nata irresistibilmente. Lui, Sergio, si è sempre conside­rato tutto per la moglie e Silvia è stata di continuo il suo punto di riferimento, la sua sicurezza, il porto tranquillo e caldo dove rifugiarsi nei momenti neri e festeggiare quelli fe lici. Una coppia modello, esemplare, superiore! Ma perché non mettersi nei panni della sua donna quando afferma che il litigio, il proposito di separazione non le permettevano di ricorrere a lui per aiuto? Non poteva essere spontaneo chie­dere consiglio al suo medico? Sì, forse, ma non doveva anda­re da lui! Ma in ospedale che ci sarebbe stato di male? Forse nulla e poi era stata travolta dalla fraudolenza di quel vi­gl iacco ed aveva saputo uscirne bene, farsi rispettare. Proba­bilmente era fulgidamente innocente! No! Non conoscendo come Sergio tenesse alla reciproca sincerità, alla costante re­gola della loro vita in comune: appoggiarsi l’uno all’altra per ogni necessità in qualsiasi condizione! Ma davvero cerca il pelo nell’uovo nel fare di Silvia, la perfezione non è di questo mondo, tutt’altro! Specialmente nella società borghese nella quale vivono e alla quale appartengono da generazioni. Non pensa alle coppie che hanno frequentato che sono ben lonta­ne dall’essere un modello di rettitudine? Quante se ne fanno! E i genitori, e persino sua madre considerata un luminoso esempio? Ricordava di Formia durante lo sfollamento?





Guido è rientrato stravolto, Sergio non ha mai visto il pa­dre così agitato. Ha abbracciato lui, Matilde e persino Tere­sa, la domestica, quasi fossero fantasmi e ha eseguito un ac­curato sopralluogo ai vetri infranti delle finestre, a piccole fenditure nei tramezzi delle stanze, a larghe zone d’intonaco caduto dai muri portanti che evidenziano i sottostanti cubi di tufo intatti, alla doppia parete di legno ripiena di sabbia nella cantina ed ha deciso la partenza. Non può, ha detto concitato, lavorare tranquillo con l’ansia di trovare al suò ri­torno i propri cari seppelliti sotto le macerie del palazzo col­pito dalle terribili bombe americane. E stata troppo violenta l’incursione di dicembre, la prima attuata di giorno e non li­mitata ad obiettivi di importanza strategica, ma anche con­tro i civili. Ormai gli Alleati sono all’offensiva dovunque: la Cirenaica è persa, la Tunisia seriamente minacciata, la 6a armata tedesca è stata accerchiata a Stalingrado, Malta è di nuovo forte. Matilde non comprende bene il peso di quei luoghi e di quei fatti, e protesta: non andrà via se Guido non li segue. Sergio è dispiaciuto, non vuole abbandonare la ca­sa, il giardino, gli amici. In definitiva per lui la guerra è solo un grande gioco: il suono ululante delle sirene, la discesa nello scantinato, il rumore assordante ed eccitante della con­traerea dei Camaldoli, la ricerca alle prime luci dell’alba del­le schegge dei proiettili che vanno ad arricchire la sua già fornitissima collezione con la quale si pavoneggia nel quar­tiere. Gli scoppi, gli incendi, i palazzi crollati, i morti per lui sono cose remote: il porto è distante, le fabbriche lontanissi­me. Che cos’è la guerra? Un grande film. Anche l’ultima in­cursione, le fragorose e vicine deflagrazioni, i vetri infranti, la mancanza di corrente elettrica e il buio nel domestico rifu­gio, il sussultare della terra e l’oscillare del fabbricato, nient’altro che una maggiore occasione di mostrare il suo co­raggio, la sua temerarietà rispetto ai coetanei piagnucoloni. No, non vuole andarsene e fa fronte unico con la madre con­tro l’assurda pretesa di Guido. Tuttavia non ce nulla da fa­re: il padre è stato categorico e in capo ad una settimana la Topolino seguita dal camioncino della ditta, carico di casse, bauli e valige, li conduce a Formia. Sergio, con il mutevole e caratteristico modo di fare dei bambini è in festa: si gira con­tinuamente nel ristretto abitacolo della piccola automobile e dà di gomito a Manù, la cuginetta di soli due anni più gran­de di lui, che gli è accanto, sbircia fra le teste dei genitori che siedono avanti e dall’opaco finestrino della capote per non perdere alcunché di quel viaggio, di quei posti sconosciuti. Attraversano la martoriata periferia della città con la più parte delle saracinesche dei negozi abbassate, i carrettini del­le masserizie di coloro che sfollano, i cavalli denutriti, le ruote striscianti e saltellanti contro il selciato sconvolto, le insegne abbattute, i palazzi sventrati, case senza porte o fi­nestre come occhi vuoti con i mobili seppelliti dai calcinacci e dalla polvere, gabinetti scoperti e pareti gonfie di crepe che si mostrano alla vista di chiunque come sezioni di un plasti­co di strani, allucinanti edifici. Qualche perplessità frena l’agitazione lieta di Sergio, ma il doppio filare degli alti alberi della via Appia, i bastioni del muro di cinta di Capua, il pon­te sul fiume Voltumo e i saliscendi verso Sessa Aurunca fra vigneti ed oliveti rianimano il bambino che di tutto chiede il nome e di ogni cosa vuole sapere la storia. La testa non sta ferma un minuto e si protende fra quelle dei genitori e Manù e i pericolosi ferri del telaio della capote. Il Garigliano appa­re guizzante dei mille riflessi del sole radioso e scorre tortuo­so fra pioppi e salici. Grande è l’emozione del ragazzo quan­do Guido gli dice che ormài sono nel Lazio, nella regione di Roma, la capitale, la sede del Papa, di Mussolini, del Re! Quanto è distante Roma? Quanto tempo ci vuole per giun­gervi? E perché non ci vanno subito? E scatenato Sergio, che bello quel viaggio! Fortunatamente un convoglio militare at­tira la sua attenzione: i carri armati, i cannoni, i camion pie­ni di soldati lo incantano e poi il paesino di Scauri con la lun­ga spiaggia e infine Formia.

La Topolino e il camioncino si fermano davanti ad un al­bergo, “L’Imperiale”, che si affaccia su minuti e denutriti giardini pubblici. Tutti scendono compresi Teresa e l’autista e aiutati da facchini scaricano il bagaglio. L’albergo è mode­sto e piccolo e tutt’altro che imperiale, ma le stanze sono co­mode. Non c’è servizio ristorante e Guido li conduce a una trattoria vicina tutta ricoperta da un’immensa quercia da cui prende il nome e che dà sul mare limpido, calmo e il dolce rumore della risacca si confonde con i caratteristici suoni della cucina: piatti, bicchieri, pentole sfrigolanti e gli ordini lanciati dai camerieri ai cuochi fra odori appetitosi che si fondono con quello intenso e rinvigorente della superficie salata. Dov’è la guerra, dove sono i bombardamenti? Non è uno sfollamento, ma una bella vacanza! La zuppa di pesce, il ge­lato squisito, che pacchia! pensa Sergio, ma la guerra c’è, se ne accorge quando nota che l’albergo è quasi tutto requisito da militari in divisa e la sala da pranzo è diventata la mensa ufficiali. Sono belli i soldati italiani con le divise grigioverdi, alti, bassi, grassi, magri, fanno tutti un brillante effetto. Un tratto dorato sulla manica vicino al polso significa sottote nente, due tenente, tre capitano, uno più largo ed uno più piccolo maggiore, e uno largo e due piccoli colonnello, ed altro non apprende il bambino curioso perché il colonnello, un uomo di media corporatura, dai radi capelli e curati baf­fetti brizzolati, è il più alto grado presente a Formia e co­manda il reggimento. Pare un buon padre di famiglia, quasi un nonno, ma di stampo particolare con le spalle ben erette, l’andatura marziale, il mento proteso in avanti. Tuttavia non è un Mussolini in miniatura: lo sguardo è dolce, bona­rio e gli ordini che impartisce ai suoi ufficiali sono pronun­ciati con voce gentile e atteggiamento benevolo.
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MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. VII   Mer Feb 25, 2009 1:25 pm

Guido deve ripartire, tornerà ogni sabato, e per Sergio ini­zia un periodo meraviglioso: la mattina insieme con Manù nella vicina scuola, poi a pranzo alla trattoria ricoperta dalla grande quercia dove il razionamento, le tessere annonarie sembrano appartenere ad un altro mondo, il pomeriggio i compiti da una maestra buonissima che pare non avere età su un vecchio tavolo fra credenze ripiene di piatti, bicchieri, terracotte e pezze di stoffa, e la macchina per cucire sulla quale è sempre china un’anziana donna e i dettati, le lezioni di storia e geografia, i problemi di aritmetica prendono il rit­mo ed il suono del ticchettio senza fine dell’ago che s’immer­ge nel foro della placca scorrevole azionato dal pedale che fa girare come in un moto perpetuo la grande ruota di ghisa. Una sonnolenza scende sugli alunni e smorza le primitive ri­sate o qualche tentativo di birboneria e il sole tiepido da eterna primavera invoglia tutti al tranquillo e proficuo stu­dio. Quando la signorina li congeda i ragazzi rimangono un attimo come imbambolati e poi si precipitano giù per la ripi­da scala e attraverso i vicoletti tranquilli sciamano, dando fondo alle riposte energie, nei giardinetti, sul molo del por­ticciolo, sulla striscia di spiaggia dalla rena con granelli gros­si e scuri o nell’unico cinema dove si entusiasmano alle im­prese di Amedeo Nazzari o di Fosco Giacchetti.

La sera, nel chiuso dell’albergo, rappresenta per Sergio il periodo più bello della giornata. E presto diventato il benvo­luto degli ufficiali, la mascotte del reggimento e non lo fanno sentire un bambino, tutt’altro un piccolo ometto e gli inse­gnano a giocare al biliardo, gli raccontano storie di guerra, di come una divisione si suddivida in più reggimenti ognuno dei quali comandato da un colonnello e a sua volta il reggi­mento è composto di battaglioni e questi di compagnie co­mandate da un capitano e così via.

La mamma fa vita ritirata e non si trova a suo agio nelle due stanze senza una casa a cui badare, un marito da accudi­re, pranzi da preparare e la massiccia Teresa è più che suffi­ciente per lavare e stirare mentre il personale dell’albergo provvede al resto. Non ci sono altre signore a parte la moglie del proprietario, e Matilde il pomeriggio passeggia in com­pagnia di Teresa e Manù e qualche volta cerca di trattenere lo sgusciante Sergio sempre indaffarato fra compagni di scuola e ufficiali. Solo il sabato sera e la domenica la noia scompare dal volto di Matilde e intorno a Guido che giunge dalla città è festa grande, ma è stanco l’imprenditore, le cose non vanno bene, i bombardamenti si intensificano e la zona industriale è un inferno. Sergio sente i genitori parlottare fi­no a notte tarda e la mattina Guido ha un’aria soddisfatta e Matilde sorride serena e il suo atteggiamento verso gli uffi­ciali è meno riservato e insieme con il marito accetta qualche volta l’invito al tavolo del colonnello.

Si fanno progetti e viene deciso di prendere in fitto un ap­partamento in una villetta sulla strada che corre lungo la spiaggia fra Formia e Gaeta. E un secondo e ultimo piano con un arioso terrazzino, le stanze odorano di pittura fresca e le pareti sono ancora umide, ma è una casa e Matilde si sente rivivere e incomincia nuovamente a tenere sottopres­sione Teresa per i pavimenti che debbono essere lucidi come specchi, i mobili senza un filo di polvere, la cucina ben ordi­nata. Ora però la scuola non è più a due passi come prima, bisogna percorrere quasi un paio di chilometri. Per Sergio e Manù è nuovamente festa: ogni mattina una carrozzella li accompagna e torna a riprenderli. Sergio monta a cassetta e tanto prega che riesce a ottenere di condurre il cavallo. Che ebrezza l’aria in pieno viso, il rumore degli zoccoli che pic chiano allegri sull’asfalto e le redini che trasmettono al doci­le animale il volere dei ragazzo: tira a destra e gira a destra, a sinistra e gira a sinistra, tutte e due insieme e si arresta, le molla e fa schioccare la frusta e il cavallo accelera mentre la voce infantile emette i caratteristici versi di aah e iih. Che vi­ta meravigliosa, che bella la guerra! Il pomeriggio sulla spiaggia a correre, giocare a palla, rotolarsi sulla sabbia morbida e tiepida e infine la gioia più grande: l’arrivo delle biciclette! Sono quattro, fiammanti: una 28 per Guido, la 26 per Matilde, la 24 per Manù e la 22 per Sergio. In un solo giorno i bambini imparano e incominciano a scorazzare per la strada senza traffico inseguiti da richiami affannosi e preoccupati di Matilde che presto deve convincersi, dopo ri­petuti colpi di mano, che Sergio e Manù sono tanto abili da potersi recare anche in paese, e i ragazzi arrancano sull’erta salita per poi lasciarsi andare nella successiva discesa senza mani provando la follia dell’equilibrista.

E' ormai primavera e nella contrada benedetta sembra già estate. Numerose persone incominciano a fare veloci bagni e a prendere il sole distesi in costume sulla spiaggia e barche di pescatori riempiono sempre più di frequente il golfo racchiu­so fra il promontorio di Scauri e la punta di Gaeta, incro­ciando barche a vela e pattini di ragazzi più grandi e di uffi­ciali. Matilde non è più sola: ha fatto amicizia con una si­gnora bionda tutta imbellettata che abita in una lussuosa vil­la vicina. Non ha figli ed il marito romano non si vede mai. Ogni pomeriggio e qualche volta di sera riceve nell’ombroso giardino amiche e ufficiali. Giocano a bridge, a ramino e parlano, parlano fumando e sorbendo gelati e dolcini. Spes­so si sente il suono del grammofono che diffonde “Maria Laò”, “Parlami d’amore Mariù” e “Ma l’amore no” e si bal­ia. Belle signore con gambe e braccia abbronzate indossano vestiti con ampie spalline, profonde scoilature e alte scarpe ortopediche. Sono sempre accerchiate da baldi ufficiaietti che sembrano del tutto dimentichi della guerra che infuria nel mondo. Lungo la strada che corre parallela alla spiaggia poveri soldati dall’aspetto campagnolo sono rintanati nelle casematte che a distanza di duecento metri l’una dall’altra hanno il compito di presidiare il litorale e trascorrono ore e ore a mostrare visi smunti dalle strette feritoie, mentre il pensiero corre alle famiglie lontane e ai campi che avrebbero bisogno di loro. Di certo invidiano gli ufficiali che conduco­no una vita da eterna vacanza e che possono avvicinare alla pari quelle belle donne e che solo di rado e con aria da gran­di condottieri si recano a controllare la loro postazione più per averne il rispettoso saluto che per compiere un dovere. Sergio avverte un diverso comportamento della mamma che si mostra con lui meno apprensiva del solito e Io lascia più libero e senza le stereotipate raccomandazioni e dappri­ma se ne compiàce e ne approfitta in tutti i modi, ma Manù è divenuta intrattabile e cerca ogni possibile pretesto per non allontanarsi da Matilde che è chiaramente infastidita e la nmprovera e redarguisce aspramente fino a colpirla con un violento ceffone. Un pomeriggio la cugina lo prende per la mano e facendogli segno di non fare rumore, lo guida attra­verso i campi alle spalle della villa della signora bionda. ~ l’imbrunire e i due ragazzini procedono silenziosi facendosi largo fra i rami degli alberi e i cespugli fioriti che emanano un acuto odore turbato da quello degli escrementi dei tanti pollai. Al loro avvicinarsi galline fuggono starnazzando e qualche cane abbaia minaccioso. Infine fanno capolino fra i rami pungenti di un rosaio e vedono signore e ufficiali che ballano al suono di “Ma l’amore no”. Le coppie sono stretta­mente allacciate dimentiche del mondo che le circonda. An­che Matilde è fra di loro e il suo cavaliere è il capitano De Flamineis, alto, biondo, prestante, con una faccia da schiaf­fi. Come la tiene stretta fra le braccia muscolose e non si ca­pisce bene se le mormora parole all’orecchio o le bacia la guancia tonda e vellutata. Sergio non afferra il significato di tutto ciò, ma un istintivo senso di fastidio e di gelosia lo in­vade e vorrebbe aprirsi la strada nell’intrico di foglie, di fiori e di rami per farsi vedere, per interrompere quel qualcosa che non gli sembra normale, ma Manù lo trattiene e lo co­stringe a starsene lì cheto. La musica si ferma e il suono stridente della puntina sul solco non inciso ne prende il posto. Le coppie si arrestano con una perfetta giravolta e il capita­no bacia galantemente la mano di Matilde con un mezzo in­chino, mentre le dice parole che sembrano divertirla. Subito parte un altro disco e i due ricominciano a ballare e l’ufficia­le cinge la dama e la stringe possessivamente. Matilde cerca di allontanarlo, ma De Flamineis insiste e Sergio vuole corre­re in soccorso della madre.

((Fermo, stai buono», gli mormora Manu.

«Ma non vedi cosa le fa? Debbo aiutarla».

<
«Perché?>>

«Perché fra donne e uomini così si fa, non ricordi nei film?»

«Allora che facciamo?»

«Guardiamo, poi decideremo>>

Il ballo è finito. Donne e uomini siedono nelle sedie di vi­mini e bevono e parlano. Una voce lontana chiama «Ser­gioo, Manùù». E Teresa, bisogna ritornare.

Da quella sera i cugini incominciano a montare un’attenta guardia a Matilde e cercano di non lasciarla mai sola. Han­no discusso a lungo e alla fine Manù ha convinto Sergio che non bisogna dire niente a Guido, ma fare di tutto perché De Flamineis trovi sempre loro fra i piedi. Ma non è tanto faci­le: la mattina sono a scuola e il pomeriggio la comitiva di si­gnore ed ufficiali si reca al bar, in qualche villa o in gita nei dintorni e non vogliono bambini con loro.

La sera dal terrazzino di casa quando il cielo è sereno, ver­so sud si vedono lontani bagliori e talvolta giungono suoni lontani come di tuono. Saranno i bombardamenti su Napo­li? E Guido è in pericolo? E Matilde non pensa al marito lontano fra le bombe? La guardano quasi con odio e le chie­dono chiarimenti su quei baleni e cercano di richiamarle alla mente il loro caro lontano. Matilde li tranquillizza, sembra indifferente e li manda a letto.
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MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. VII   Gio Feb 26, 2009 12:24 pm

Una mattina attuando un piano meticolosamente studiato da Manù, i cugini escono prima del solito orario di scuola e si precipitano sulla spiaggia che sembra un serpente, lunga, stretta, sinuosa e punteggiata qua e là di colorati ombrelloni, la sabbia già scotta e penetra fastidiosa nelle scarpe dei bambini che la calpestano spostandosi su bagnasciuga attraverso le zone riservate alle Forze Armate, a stabilimenti e via via a palazzine e ville. Corpi distesi a rosolarsi al sole , sedie a sdraio, pattini , barche, tuffi, risate, richiami danno della striscia dorata un'immagine estiva anche se è ancora maggio e la guerra è qualcosa di remoto, di quasi inesistente. Ma un Mas che si stagli al largo con le sue mitragliere, i marinai operesi e attenti e i grossi fori lanciasiluri ammoniscono tutti che il conflitto c'è, magari ancora lontano, ma tanti giovani vi sono impegnati valorosamente ogni giorno. Le casematte seminascoste lungo la riva mostrano soldatini che sembrano quelli di piombo con i quali giocano i bambini, i visi affilati e sofferti sotto gli elmetti arroventati dal sole e i moschetti che luccicano con le parti metalliche incastrate nel grosso e sagomato pezzo di legno.
Sergio e Manù procedono a fatica con le scarpe dove la rena bagnata dal mare si infila fra le dita dei piedi, sotto la pianta, dietro il calcagno e non rispondono a domande e inviti a sostare che continuamente giungono loro da ogni parte. I visetti seri, lo sguardo attento, scrutano fra gli spensierati bagnanti alla ricerca di Matilde e infine la vedono e si arrestano.
La bella signora è a venti metri da loro distesa su un asciugamano che la difende dalla sabbia e acccanto a lei, quasi su di lei, è De Flamineis ancora più aitante e odioso del solito. Che strana espressione è stampata sul volto della donna! Quella non è più la madre apprensiva, la pedante padrona di casa, la cuoca tutta intenta e soddisfatta nel preparare gustosi pranzetti ai figlioli e al marito, la massaia che pone riparo con le mani magiche alle numerose lacerazioni che i bambini producono ai loro vestiti durante i tumultuosi giochi, ma una donna, solo una donna che non conoscono. I gugini osservano attoniti, hanno l'impressione che qualcosa di più grande di loro si consumi negli sguardi, negli atteggiamenti, in quel rituale che tanto ricorda i film della Ferida e Osvaldo Valenti. Poi Manù avanza e si presenta inaspettata davanti alla zia e la interroga arrogante:

<
Matilde la guarda stupita, si alza e si scrolla i granelli di sabbia di dosso e domanda:

«Che fai tu qui? Perché non sei a scuola?... come, c’è an­che Sergio?»

«Sì, siamo qui!>’ L’atteggiamento nella piccola è già di donna gelosa. Dalle coppie una grande risata nervosa la sommerge, ma Matilde non ride, colpisce i bambini con vio­lenti schiaffi e ingiunge:

«Andiamo a casa, dovrete giustificare questo strano modo di fare! Siete due bambini cattivi! » Li afferra per le braccia e De Flamineis interviene:

«Ma no, lasciali stare. Infine sono bambini’>>.

«Arnaldo, sono bambini ma scostumati e disobbedienti e vanno puniti» e come una furia li trascina verso casa. E agi­tata e durante il tragitto non pronuncia più parola, li rin­chiude nella stanza e sbattendo la porta minaccia: <
I cuginetti si guardano, Sergio piange sconsolatamente e Manù lo conforta, ben più di due anni di età sembrano divi­derli. «Vedrai, vedrai quando verrà zio Guido!»

Che delusione! Non solo Guido non punisce la moglie, ma li rimprovera aspramente e la domenica sulla spiaggia è gentile come al solito col capitano che è sempre accanto a lo­ro. Come odiano quel bellimbusto i cuginetti! Sergio ha sem­pre considerato il padre un uomo grande, forte, impavido, intelligente che può risolvere tutto, sistemare tutto, ma ora incomincia a vederlo per quello che è: un uomo come gli al­tri, anzi più piccolo e debole degli altri. Non può fare a me­no di confrontare la corporatura di Guido con l’alta statura di De Flamineis, i muscoli del padre con quelli del capitano, la pelle bianchiccia con la cute abbronzata, e un sospetto, un atroce sospetto si fa strada nella sua mente infantile: che Guido abbia paura dell’altro? Che non sappia lottare con lui? Ma come non ha combattuto da eroe a Fiume? Non ha fatto la marcia su Roma? E le fotografie che tante volte ha ammirato con il papre~ fiero nella camicia nera, col pugnale in vita? Cosa volevano significare, allora? Qualcosa di irnme­diabile avviene nella sua psiche. Vorrebbe chiedergli tante cose, incitarlo a scacciare l’intruso dalla loro famiglia, a pic­chiarlo, a farlo male, ma ora non crede più nel mito della in­vincibilità paterna, anzi è convinto che fra i due sarebbe Guido a soccombere. Vorrebbe intervenire lui, punire lui l’antipatico impudente che rimane accanto a loro con aria di chi ha diritto a farlo. E Matilde ride e scherza e quando i suoi occhi incontrano quelli di De Flamineis assume lo stra­no atteggiamento che tanto ha turbato il bambino.

Guido riparte come al solito e la vita continua come pri­ma, ma forse Matilde conduce un'esistenza più riservata: meno di sovente frequenta le riunioni della signora bionda e la sera è più spesso con i bambini che ora accompagna qual­che volta al cinema, ma il capitano non è scomparso, tutt’al­tro, è sulla spiaggia, al bar e un pomeriggio li raggiunge an­che al cinema. E gentile, allegro, si prodiga per accattivarsi la simpatia dei bambini, ma Sergio non accetta il gelato, le caramelle, i giornaletti e un giorno lo colpisce con un pugno sferrato con tutte le sue misere forze. De Flamineis è irritato e fa per picchiarlo, ma Matilde interviene con violenza, sem­bra una leonessa e fra i due si accende una breve e vivace di­scussione.

Una domenica il colonnello viene a salutarli: è di parten­za, il reggimento è stato trasferito in Sicilia dove si teme uno sbarco nemico. De Flamineis giunge poco più tardi e si trat­tiene a lungo con loro. E turbato, infastidito, l’idea di dover rischiare la pelle lo preoccupa. Ma alla fine è con il solito at­teggiamento strafottente che prende congedo dagli Spiga e non comparirà più nella loro vita.
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MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. VII   Gio Feb 26, 2009 12:26 pm

Qualcosa è cambiato: i nuovi soldati hanno sul volto segni di sofferenza e di paura. Anche gli ufficiali non sono più co¬me i precedenti, non compaiono in società e le signore ri¬mangono sole. Sergio ha appreso da un sergente di guardia in una casamatta che questo reggimento è reduce dalla Libia dove è stato decimato dai combattimenti e dalla terribile tra¬versata del canale di Sicilia sotto i continui attacchi aerei al¬leati che lanciavano ogni giorno migliaia di bombe affon¬dando quasi tutte le navi. E lui in più è uno dei seicento scampati dalla Tunisia che ha visto battaglie furibonde e an¬cora più terrificanti. Formia incomincia a non essere più un’oasi di pace, di tanto in tanto le sirene suonano lamento-se e la gente non sa dove andare per la mancanza di validi ri¬coveri, ma gli aerei che passano alti nel cielo hanno altri obiettivi e la cittadina rimane indenne. D’altra parte chi po¬trebbe difenderla? Non certo i pochi militari scalcagnati con i moschetti e le esigue mitragliatrici.
All’uscita da scuola Sergio vede sempre più di sovente pas¬sare compatte colonne di strani soldati. Sono alti, robusti, il viso deciso sotto un elmetto diverso e parlano un’altra lin¬gua, hanno armi che sembrano più efficaci: corti mitra, au¬toblindo e grandi carri armati che sfilano sferragliando lun¬go la strada principale lasciando dei segni paralleli e rugosi sull’asfalto. Un compagno più grande informa Sergio che so¬no tedeschi, i nostri alleati che accorrono verso il Sud per contrastare il nemico.
La scuola è terminata, i cugini sono stati promossi e si go¬dono il sole caldo sulla spiaggia senza più ufficiali e con Ma¬tilde che è tornata ad essere una mamma affettuosa e atten¬ta. Lontano dalla strada nazionale hanno dimenticato nuo¬vamente la guerra e le sirene non fanno loro paura. Solò di sera debbono ingaggiare una cruenta lotta con le centinaia di feroci zanzare che, simili ad aerei da caccia, si precipitano su di loro con un zzz al quale fa seguito una dolorosa puntura. Allora mani vendicative cercano di colpirle quando si pog¬giano sui visi, sulle braccia, sulle gambe causando spesso più dolore degli insetti stessi. Sarebbe bello poter godere la leg¬gera brezza della notte sui terrazzino, il cielo stellato e il ru¬more della risacca, ma le zanzare e molto di più i lampeggia¬menti e i suoni lontani verso Napoli turbano la quiete e fan¬no pensare ai cari lontani in pericolo. Verso la fine di luglio qualcosa di strano sorprende Matilde, Teresa e i bambini mentre sono intenti a gustare il gelato giornaliero nel bar dell’Impero: una turba di scalmanati fra i quali sono fram¬miste numerose donne manifestando gioia ed ira al tempo stesso invade la sede del partito proprio lì di fronte e scara¬venta dalle finestre incartamenti, fotografie del Duce, busti marmorei e fasci littori mentre nel bar corre la voce che han¬no arrestato Mussolini. Gli Spiga si affrettano a casa e di notte vengono raggiunti da Guido che stanco e preoccupato si rinchiude con Matilde in camera da letto dove i bambini li sentono parlare a lungo.
All’alba già tutto è pronto per la partenza e la carovana che Otto mesi prima aveva preso le mosse dalla città, ora si mette in viaggio dalla villetta in riva al mare: la Topolino, il camioncino senza più le vivaci scritte sui lati, gli Spiga, Tere¬sa e un autista ingaggiato per l’occasione. L’atmosfera non èpiù la stessa, un senso di tristezza e di irreversibilità pervade anche i bambini. Sembrano quasi un gruppetto di emigranti: si va verso il Nord, ci si allontana ancora di più da Napoli che chissà quando rivedranno, ancora una volta in meno di un anno ci si sradica da luoghi, amicizie e consuetudini; e mobili, biancheria, pentole, bicchieri, piatti, giocattoli, ven¬gono abbandonati nella casa così piena di vita fino a ieri e stamane disertata con porte e persiane sprangate. Un solo pensiero li conforta ed impaurisce al terhpo stesso: Guido ri¬marrà con loro, non farà più il pendolare fra Napoli e For¬mia, il lavoro e la famiglia, ma ciò rende ancor più palpabile quel djstacco. Sergio non fa più il diavoletto e il pensiero di vedere nuovi posti non lo entusiasma,, comprende, anche se vagamente, che corrono tempi difficili, che la guerra non è un gioco, ma una dura realtà e i colossali carri armati tedeschi, i lunghi cannoni autotrasportati che incrociano fino ad Itri accresco¬no questa sua presa di coscienza. Ma in fin dei conti, è sem¬pre un bambino di poco più di sette anni e la desolata strada che incomincia a inerpicarsi sul brullo Appennino nella gior¬nata calda di piena estate, sfociando sulla Cassia a pochi chilometri da Frosinone per inoltrarsi nella Ciociaria, riaccende i suoi entusiasmi e il suo interesse. Già da Alatri il paesaggio è cambiato e vegetazione sempre più intensa, casolari con mucche e pecore e un’aria più frizzante di collina, scatena¬no le sue domandé e portano una ventata di spensieratezza e di allegria nel minuscolo abitacolo della Topolino e Guido chiarisce che sono diretti a Fiuggi, una delle più note località termali italiane, famosa per l’acqua delle sue sorgenti tanto utile alla cura delle malattie renali. E un piccolo centro pla¬smato di alberghi e di pensioni ricco di verde a settecento metri sul livello del mare, a soli settanta chilometri da Ro¬ma. Una sua cugina, la zia Aida, possiede una villetta dove troveranno altri bambini, ma loro non alloggeranno lì, pren¬deranno un paio di stanze in un bell’albergo, il “Villa della Salute”. E dietro una curva il paese appare: è stupendo, qua¬si come un’oasi nel deserto, è immerso in una folta ed estesa macchia di alti e fronzuti alberi sempreverdi e di ampi prati che contrastano con soprastanti pendii calvi e sassosi, dove casette rudimentali sono perlopiù protette da grandi querce. Come figure di un immenso presepio si scoprono qua e là contadini su asinelli e piccoli gruppi di pecore intente a bru¬care sulle stoppie dei campi, mentre in alto capanne cilindro-coniche e recinti di bassi muri a secco punteggiano le monta¬gne non alte dove tra i sassi spuntano radi cespugli.
Un binario a scartamento ridotto incomincia a fiancheg¬giare la strada che si inoltra fra una miriade di variopinte co¬struzioni e un folto ombrello di rami protegge i numerosi passanti su stretti marciapiedi confinanti con bassi muri che lasciano vedere fiori di ogni tipo, sedie a sdraio, tavolini ri¬coperti da vivaci tovaglie. Insegne di ogni dimensione indi¬cano i nomi degli alberghi, delle pensioni, dei ristoranti e dei negozi ricolmi di oggetti ricordo e delle caratteristiche brocche di rame. Sembra un villaggio dei film western, o meglio della guerra di secessione con l’unica strada che inizia nella piazza della stazioncina e dell’ingresso alla Fonte Bonifacio VIII e termina in quella del bar principale dalla quale si di¬partono due altre vie, ma già quasi al di fuori del paese. Una conduce verso Roma e la Fonte Nuova e l’altra nella sterrata via dei Villini e al massiccio cancello del sontuoso “Grande Albergo delle Fonti”.
Il “Villa della Salute" è proprio in centro e il muro di cin¬ta, i bungalow, sono in pietra intonacata, ma illegiadrita da un bordo merlettato di tipo arabo che con le finestre bifore e trifore crea un’accozzaglia di stili di discutibile gusto. Ma cosa importa quando aiuole fiorite e un piccolo, ma folto parco sembrano promettere giochi per i bambini e tranquillo riposo per gli adulti e gentili proprietarie e camerierine bel¬locce si precipitano a ricevere gli ospiti accompagnandoli in fresche ed ampie stanze e nella sala da pranzo dove su linde tovaglie fresche di bucato vengono serviti cibi abbondanti e genuini fra i quali fa spicco un saporitissimo prosciutto di montagna. L’albergo è quasi al completo, ma non vi sono vdleggianti, la clientela è composta di famiglie sfollate perlo¬più meridionali appartenenti all’alta borghesia. Guido e Ma¬tilde fanno presto amicizia con una coppia di napoletani Al¬fonso ed Eliana Calabria che occupano un tavolo vicino. Più che marito e moglie sembrano padre e figlia o tutt’al più zio e nipote: lui è un distinto signore sulla cinquantina, semical¬vo, con una faccia da cinese, l’atteggiamento di persona im¬portante che tende al limite del possibile il corpo tozzo e bas¬so ricoperto di abiti dal taglio perfetto. Lei è una gran bella donna pocopiù che trentenne alta ed imponente dal viso in¬credibilmente somigliante a Ingrid Bergman con un sorriso incantevole e profondi occhi neri. Non hanno figli e a Napo¬li abitano in via Partenope dove lui ha anche lo studio di af¬fermatissimo pediatra docente all’università.
I Calabria presentano gli Spiga alla famiglia regina dell’al¬bergo, i Santomaso anch’essi napoletani che costituiscono una vera e propria tribù ed occupano un intero bungalow nella parte più remota del parco. Sono quasi una ventina ca¬peggiati da una specie di patriarca arricchitosi enormemente acquistando per pochi soldi una grande estensione di suolo panoramico sulla collina di Posillipo dove ha edificato e ven¬duto a prezzi elevatissimi eleganti palazzine, valorizzate da strade sorte coll’esorbitante contributo del Comune, che presto sono andate a ruba fra i nuovi ricchi, conquistati da un’accorta pubblicità che ne ha sfruttato la latente aspirazio¬ne all’escalation sociale, dando loro la possibilità di superare ancestrali complessi di inferiorità nei confronti di affermati professionisti, intellettuali e nobili. Cameriere, bambinaie e istitutrici accompagnano e assistono i figli e i nipoti del pa¬triarca che si comporta quasi come se fosse lui il proprietario del Villa della Salute e ammette con degnazione alla sua cor¬te i pochi clienti dell’albergo che ritiene meritevoli e social¬mente utili per sè e principalmente per il suo pupillo, un bambinetto di cinque anni che porta il suo nome e considera il suo vero erede.
Sergio viene allettato a fargli compagnia, ma presto è an¬noiato dalla continua presenza di due inappuntabili e severe educatrici che parlano solo in francese e tedesco e dai tanti vezzi del moccioso che sembra già conscio dei privilegi che la vita sembra riservargli e, appena riesce ad eludere la sorve¬gl ianza delle istitutrici, insegna all’amichetto maleparole, ge¬sti sconci e lo pizzica sulle guance paffute fino a farlo piangere.
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MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. VII   Gio Feb 26, 2009 12:27 pm

Molto più stimolante è la visita alla villa della zia Aida im¬mersa in un folto bosco di castagni attraversato da uno stret¬to sentiero nel quale i raggi del sole riescono a fatica a pene¬trare, e il tramonto è privo della luminosità caratteristica della stagione estiva. D’improvviso l’oscurità avvolge uomi¬ni e cose e comunica un senso di paurà e solitudine che co¬stringe ad affrettare il passo che spesso si trasforma in una corsa a perdifiato fino alle luci fioche della casa circondata da un giardino incolto il cui ingresso è sbarrato da un vec¬chio cancello che chiude un breve vialetto che dal sentiero si disparte. Si afferra con affanno la fune che muove la piccola campana; e i rintocchi del battaglio che ne percuotono le pa¬reti aumentano l’angoscia che d’incanto si placa quando un fiotto di luce sgorga dal portoncino spalancato e alcune per¬sone si precipitano verso il visitatore e gli permettono di en¬trare nella calda umanità raccolta nelle poche stanze e nei due piani di quella costruzione senza tempo.
La zia Aida, piccola e grassoccia, le numerose cognate, i suoceri, una miriade di marmocchi si fanno d’attorno e fuga¬no presto ogni residuo di paura. I grandi discutono della guerra, della insufficienza che si incomincia ad avvertire an¬che a Fiuggi di cibarie, della recente caduta del fascismo, del nostro esercito e dell’alleato tedesco, e guai in quella casa ad avanzare timori di sconfitta militare, si è subito aggrediti e zittiti. E solo questione di tempo, ma presto le potenze dell’Asse riprenderanno il sopravvento! Le lettere dello zio Fulvio, maggiore medico e medaglia d’argento in Libia, del cognato colonnello dei carabinieri e del fratello capitano pi¬lota, vengono sventolate orgogliosamente sotto il naso degli impudenti a riprova, con le loro frasi gonfie di patriottismo e ricche di “immutabili destini”, del grosso abbaglio che lo sbarco in Sicilia, le continue sconfitte e la sistematica distru¬zione delle maggiori città italiane, può determinare nei com¬patrioti privi della fede necessaria alla riscossa e alla ricon¬quista dei territori perduti accanto al possente alleato tede¬sco che occupa tuttora buonaparte dell’Europa. Basta guar¬darli i soldati del fùhrer, sono lì a un centinaio di metri da loro acquartierati in un piccolo campo nel bosco: alti, bion¬di, fieri, disciplinati e armati di tutto punto. Basta osservare le autoblindo e i formidabili panzer che sono pronti ai mar¬gini del sentiero. Come non sentirsene rassicurati?
Ma Sergio, mentre i bambini della villa gli schiamazza¬no intorno inseguendosi e puntandosi contro fucili, mitra e pistole di latta ed emettono suoni di spari come bum, bang. ta-ta-tà, non è d’accordo: quel campo militare gli comunica un senso di sgomento come il trovarsi improvvi¬samente in terra straniera, i visi duri seminascosti dagli el¬metti, i sorrisi simili a smorfie, le voci gutturali che emet¬tono suoni aspri e secchi, la cronometrica esecuzione degli ordini, l’apparente mancanza di umanità che tanto contra¬sta con la straripante espansività dei soldatini di stanza a Formia non lo tranquillizzano, tutt’altro, e costituisce for¬se il motivo principale delle sue scarse visite alla casa della zia Aida.
Ben diverso e distensivo è il recarsi alla Fonte vecchia o Bonifacio VIII il cui ingresso, delimitato da un alto architra¬ve sostenuto da massicce colonne, domina la piazzetta della stazione. Un viale fiancheggiato da fitte e curatissime siepi e interamente ricoperto da folti alberi, scende attraverso tratti in discreta pendenza intervallati da larghi gradini in una spe¬cie di graziosa piazzetta chiusa su tre lati da portici dove si affacciano negozi, ambulatori e uno strano museo contenen¬te in bocce di vetro allineate su scaffali protetti da spesse e pulitissime vetrine, pietruzze di colore giallognolo. Alcune sono anche di dimensioni notevoli e rendono incredibile la loro provenienza: sono calcoli, ovverosia concrezioni calca¬ree che si formano nella vescicola biliare e che vengono espulsi a prezzo di indicibile dolore attraverso le vie urinarie con l’aiuto determinante dell’acqua curativa di Fiuggi, che proprio alla Fonte viene distribuita da linde signorine in bic¬chieri graduati ad una folla di anziani pazienti. Ma diversi sono i veri poli di attrazione di Sergio, Manù e degli altri bambini. L’orchestrina formata da quattro donne che si af¬fannano dietro pianoforte, viola, oboe, violino e clarinetto agli ordini di uno scatenato direttore dalla fluente chioma bianca che su un palco contornato dai tavolini del bar rico¬perti di multicolori tovaglie eseguono per l’intera mattinata pezzi di musica classica, girando i fogli degli spartiti su tre¬molanti leggii. Ad ogni conclusione un applauso distratto compensa in modo inadeguato i profondi inchini delle cin¬que sagome. Più che dai concerti Sergio trae vivo interesse dal fitto confabulare delle suonatrici, anche durante l’esecu¬zione dei pezzi. Stranamente per il ragazzo non è di musica che si parla, ma di argomenti ben più prosaici come il pran¬zo, la paga, i figli, la casa o la camera della pensione. Un lo¬cale stretto dalle pareti tappezzate di bambole, animali di pezza, soprammobili di infima qualità e giocattolini vari, de¬limitato da una specie di grosso bancone dove ragazzi inerpi¬cati su alti sgabelli fanno scorrere biglie su ripiani di marmo bianco con dieci buche poco profonde e dipinte in rosso li fagocita. Il gioco a premi consiste nel mandare le palle nelle cavità e farvele rùnanere. Dieci sono le sfere a disposizione per ogni partita e grande è l’emozione quando la boccia di¬spettosa cade nell’avvallamento e dopo assestamenti vari non ritorna sul piano, ma vi rimane. Maggiore è il numero delle buche riempite, maggiore il premio, ma solo pochi rie¬scono a fare dieci su dieci e l’accanimento aumenta come il numero delle giocate e i piccoli capitali si assottigliano fino a terminare del tutto. A compenso della spesa qualche anima-letto di peluche e di rado una grande bambola o un premio veramente degno dei soldi investiti.
Talvolta di pomeriggio si va alla Fonte Nuova che chiude una larga strada ben asfaltata parallela per un lungo tratto al bosco dove è la villa della zia Aida. L’ambiente è del tutto differente da quello ottocentesco dell’altra Fonte: un vasto spazio pianeggiante, pochi e sommessi alberi e viali ghiaiosi fra grandi aiuole ricche di abelie con i fiori a forma di cam¬panula che alternano il colore rosso porpora al bianco, eri-che con le penduli campanelle di colore giallo e rosa frammi¬ste ad arbusti di fucsie rosse e profumate gardenie bianche e gerani, rose, petunie che fanno spicco curatissime sul verde brillante del tappeto erboso. Poche le costruzioni realizzate in stile Novecento: una rotonda con bassi muri e un’ardita tettoia è adibita a bar con tavolini e sedie in metallo che con¬tornano la pista per ballare, un’altra quasi simile per la di¬stribuzione dell’acqua curativa, che dicono più leggera e for¬se meno efficace della Bonifacio VIII e dovunque panchine, sedie a sdraio, ombrelloni e in fondo verso una immensa prateria, separata da una rete metallica, tanti campi da boc¬ce ed alcuni da tennis intorno ai quali centinaia di spettatori assistono interessati alle accese competizioni. Al tramonto, quando la Fonte chiude, ci si avvia lungo la strada che con¬duce agli alberghi e alle pensioni a piedi, in carrozzella, nelle rare automobili o sugli asinelli, tenuti per le briglie da piccoli ciociari, sui quali i bambini provenienti dalle città provano l’ebbrezza dell’equitazione, anche se in formato ridotto.
La sera dopo cena si può provare l’emozione della vendita all’asta: ve ne sono tre nel breve spazio di cento metri. La principale occupa un salone ricolmo di ogni ben di Dio dai tappeti persiani ai quadri d’autore, dai grandi vasi cinesi ai soprammobili di pura porcellana, da interi servizi di bicchie¬ri di cristallo di Boemia e di posate in argento 800. Il pro¬prietario è un distinto signore romano titolare di una nota galleria d’arte in via del Tritone e il banditore un giovane dalla parola facile e dall’occhio pronto che illustra con pro¬prietà e sfoggio di erudizione i pezzi che vengono fatti girare per la sala da alcuni anziani commessi che indossano impec¬cabili camici blu scuro. I prezzi sono elevati eppure si assiste ad accese gare fra ricchi sfollati che ingannano la noia del forzato ozio con competizioni che, anche se alla lontana, ri¬cordano loro quelle che sono stati costretti ad abbandonare. Il vecchio Santomaso fa la parte del leone e quasi ogni sera si aggiudica quanto di meglio viene mostrato.
Le altre due sono ben più modeste: locali angusti con se¬die impagliate di infima qualità e banditori dall’accento spic¬catamente ciociaro che mettono in vendita per poche lire quadri di pittori sconosciuti con cornici di gesso ricoperto di scadente vernice color oro, piatti di terracotta, soprammobi¬li di pessima fattura e, nel migliore dei casi, tappeti di produ¬zione nazionale. Ma pure loro fanno affari perché l’inopero¬sità dei più modesti ospiti del centro termale produce uguali risultati, anche se magari si fa un’offerta più per partecipare che per aggiudicarsi l’oggetto della gara, ed è interessante studiare i volti ansiosi che scrutano gli altri nella speranza che, dopo la loro, un altro rilancio venga fatto, ma i concor¬renti più accorti se ne guardano bene e il banditore picchia frettolosamente il martelletto complimentandosi con quella specie di giocatore di poker poco prudente nel fare un bluff nel momento sbagliato.
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MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. VII   Gio Feb 26, 2009 12:28 pm

Nella tranquillità del paesino dove la guerra sembra nem¬meno esistere, a parte qualche soldato tedesco e la carenza di pane e pasta bianchi sostituiti da pezzi scuri e gommosi fortunatamente ancora abbondanti, l’occupazione principa¬le dei bambini consiste in lunghe passeggiate nelle verdi pra¬terie fino alle pendici di monti che appaiono tanto vicini da potersi toccare con la mano e che invece sono lontani e a volte irraggiungibili neI breve tempo lasciato loro a disposi¬zione dai genitori fra andata e ritorno.
Le piccole comitive si muovono presto di mattina nell’aria frizzante di collina prima che si arroventi per l’effetto del so¬le di fine agosto. Percorrono in letizia sentieri fra secolari al¬beri che diventano via via più radi per sfociare nell’arioso prato dove si rincorrono, giocano a palla e colgono marghe¬rite e fiori di campo che le bambine compongono in graziosi mazzetti per regalarli alle madri che ne adornano camere di alberghi e di pensioni che hanno sostituito le case lontane. Di tanto in tanto incontrano contadini, mucche e cani e si fermano ad osservarli mentre in qualche fattoria bevono lat¬te appena munto. In una di queste gite Sergio e Manù distin¬guono lontane figure note su un biroccino che si dirige verso un casolare semiabbandonato: sono Eliana Calabria e il banditore dell’asta importante. Parlottano con un contadino che consegna loro una chiave e si allontana, mentre la cop¬pia scompare nell’interno. Manù fa cenno agli amichetti di proseguire e si avvicina alla cascina presto raggiunta da Ser¬gio incuriosito. Gli impone il silenzio e incomincia a sbircia¬re dalle aperture del piano terra. L’interno è buio e squallido e sembra del tutto disabitato, ma l’intraprendente bambina si arrampica su una scala a pioli e riesce a raggiungere una fi¬nestra del primo piano, fa un gesto di stizza e discende e spo¬sta la scala, vi risale e guarda da un’altra finestra, si gira ver¬so Sergio e gli mormora di raggiungerla. Quattro occhi poco più su del davanzale scrutano l’interno e assistono meravi¬gliati, incuriositi ed impauriti ad una specie di lotta che si svolge fra le lenzuola di un monumentale letto che troneggia nel piccolo ambiente. Ampie zone di pelle morbida e bianca si intrecciano con un’altra abbronzata, pelosa e muscolosa mentre il viso alla Ingrid Bergman assume un’espressione estasiata, sognante, mani grandi e nervose accarezzano seni abbondanti e sodi dai larghi fiammeggianti capezzoli e altre lunghe, delicate, affusolate frugano un torace velloso per poi piantare curate ed appuntite unghie smaltate su una schiena che si marca e distende ritmicamente. La scala oscil¬la pericolosamente sotto i movimenti dei due piccoli corpi che si tendono per osservare meglio, ma voci che si avvicina¬no costringono i cuginetti a discendere velocemente e rag¬giungere di corsa la comitiva. Manù ha giusto il tempo per sussurrare all’attonito Sergio di non dire nulla e dirottano i compagni verso la collina lontana.
A tavola, nel salone da pranzo del Villa della Salute i Ca¬labria sembrano la coppia più unita di questo mondo e una linda e serena Eliana risponde alle cortesie del marito con af¬fascinanti sorrisi e quando si alzano si ferma vicino al tavolo degli Spiga per scambiare le rituali due chiacchiere con Ma¬tilde e fare la solita rapida carezza a Manù e Sergio e chiede¬re loro cosa hanno fatto nella mattinata. La bambina, con un sorriso malizioso, risponde che sono stati in campagna a cogliere fiori e aggiunge, fissandola intensamente, «E lei?»
«Le solite spese» e si allontana sotto braccio al marito.
Più tardi nell’ombrosa stanza dei bambini, Manù racconta a Matilde quello che hanno visto. «Zia, capisci? Quelli face¬vano l’amore! »
«Zitta, stupida, avrai visto una cosa per un’altra o scam¬biato persone».
«Ma anche Sergio ha visto... »
«Bell’esempio che dai a tuo cugino! Impara a fare gli affari tuoi, a non essere curiosa, queste non sono cose che debbo¬no riguardare i bambini. Ti proibisco, e intendimi bene, di curiosare ancora! Pensa ai tuoi giochi e dimentica. Stai bene attenta che se ancora ti sento parlare di queste cose o ti pe¬sco a curiosare, non ti farò più uscire senza Teresa!» E Ma¬tilde si allontana mascherando un sorriso. La guerra sembra essersi dimenticata di Fiuggi, ma da qualche giorno il cielo su, su in alto verso il sole si ricopre di oggetti luccicanti, splendenti quasi fossero di alluminio o di carta argentata. Un lontano rombo dura a volte per quasi un’ora e dà a tutti un penoso senso di angoscia: sono aerei americani, non possono essere italiani — la nostra aeronau¬tica non ne possiede tanti e così grandi — nè tedeschi che sono ricoperti di una vernice grigio scura. Sono del nemico che si reca a bombardare le città del centro-nord partendo da Malta o dalla Sicilia ormai interamente nelle mani degli Al¬leati.
Guido e gli altri uomini dell’albergo appaiono sempre più preoccupati e non consentono ai ragazzi le lunghe passeggia¬te di prima. Il cinema è diventato ormai il passatempo consi¬gliato e Sergio e Manù vi si recano quasi ogni giorno. E una modesta e spoglia sala ricavata in alcuni ambienti di uno dei più grandi e vecchi alberghi del centro termale, il “Salus”. Pochi sono i posti occupati e, durante la proiezione, quando solo il fascio luminoso che parte dalla cabina e si allarga fino ad illuminare lo schermo dona un pò di luce, strani rumori a volte si sovrappongono ai dialoghi della pellicola: topi grossi e neri attraversano, rapidi come saette, i corridoi inseguiti da gatti famelici e zuffe si accendono e spesso gli inseguitori diventano inseguiti.
E un film interpretato da Vittorio De Sica che stanno dan¬do quando improvvisamente le luci si accendono e la gente sembra impazzita: abbracci, urla di “Evviva”, “La guerra è finita!”, “Tutti a casa” e occhi lucidi e qualche pianto dirot¬to. Solo due ufficiali tedeschi che siedono alle spalle dei cugi¬netti osservano quella scena in silenzio e sulle labbra aleggia un sorriso triste, presago. Tutti si precipitano fuori e corro¬no verso i propri cari in una confusione indescrivibile. E il tardo pomeriggio dell’8 settembre 1943. Da poco dai micro¬foni dell’EIAR la voce impersonale dello speaker Giovan Battista Arista ha presentato il maresciallo Badoglio che, con voce abbastanza ferma, ha comunicato: «Il governo ita¬liano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lot¬ta contro la schiacciante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi danni alla nazione, ha chie¬sto l’armistizio al generale Eisenhower... La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze ita¬liane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attac¬chi da qualsiasi altra provenienza».
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MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. VII   

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