BRUNO COTRONEI, I SUOI LIBRI, I SUOI SUCCESSI
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 CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. VI

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Bruno
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MessaggioTitolo: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. VI   Lun Feb 23, 2009 2:43 pm

Cap. VI
«Ma tu non parli?»

Una mano rossa screpolata, le dita gonfie come tanti sai­sicciotti, stringe il braccio di Sergio che si libera dai ricordi con i quali ha trascorso ore e ore incurante dell’ambiente che lo circonda, e se ne rende conto guardando una delle strette finestre ormai senza luce e le sbarre di ferro che si confondo­no con il nero dell’avanzato pomeriggio. L’illuminazione èfioca, ma l’insieme è meno deprimente della mattina quando il sole proietta sulle bianche pareti i tetri graticolati, simbolo della reclusione.

«Perché non parli?», insiste la voce. «Oltre paralitico, sei anche sordomuto? »

Finalmente si gira: un giovane, poco più di un ragazzo, è seduto sul suo letto.

«Che vuoi?”, risponde infastidito per la confidenza a cui non è abituato, e tuttavia lieto dell’opportunità per abban­donare i suoi pensieri.

«E vero che sei un professore importante, e hai ucciso uno per gelosia?>>

«Non ho ucciso nessuno! Sono un professore se proprio lo vuoi sapere, importante non credo...>>

«Eeh, qua sono tutti innocenti.., e l’avete fatto nelle vo­stre condizioni? Siete un uomo! Io mi chiamo Esposito Ciro a servirvi>>

Sorride involontariamente, ha notato il repentino passag­gio dal tu al voi, è quasi compiaciuto di incutere anche in carcere un certo rispetto, quasi la muraglia che cinge Poggioreale non rinchiudesse lui al pari del ragazzo e non può fare a meno di provare commiserazione per l’innato servilismo dei meridionali e l’arcaico sopravvivere di valori come la po­sizione sociale o il titolo di studio. Distrattamente chiede:

((E tu, perché stai qui, cos’hai fatto?»

«Professore, io sono un povero disgraziato, io non ho stu­diato, ho cercato lavoro. Mi hanno detto iscriviti nelle liste del comune, sapete quelle dei giovani disoccupati e in due anni ho lavorato solo tre mesi in un cantiere scuola, poi più niente. Ma debbo mangiare pure io, o no? Allora mi hanno trovato un altro lavoro e per cinquantamila lire mi hanno preso dentro un negozio. E suonato l’allarme e i miei com­pagni hanno abbassato la serranda e sono scappati... E sono uomini quelli? E io sono malato, ho... »

«Spiga in parlatorio! »

La voce imperiosa salva Sergio dal logorroico giovinotto.Si alza e si dirige verso la porta.



Il dottor commendator Guido Spiga è abbandonato nella grande poltrona di faccia alla finestra prospiciente il mare. Da più di due anni è il suo rifugio preferito e la bombola di ossigeno sempre pronta gli dà sicurezza, mentre il mobiletto traboccante di carte, libri, pratiche e il tavolino quadrato in­gombro di medicinali, giornali, riviste e pacchetti di sigaret­te che fanno da corona a una macchina da scrivere portatile, rappresentano ormai tutto il suo mondo e non lo fanno sen­tire completamente avulso dalla vita attiva e di lavoro che per dodici lustri è stata lo scopo preminente della sua esi­stenza. A ottant’anni vuole sapersi ancora utile, anche se da qualche tempo il pensiero della fine, che avverte imminente, lo tormenta e gli riempie gli occhi di sciocche lacrime che cerca furtivo di mascherare alla presenza di altri. È agitato quel pomeriggio: Manù gli ha riferito con gran­de tatto, deve riconoscerlo, della vicenda che ha condotto Sergio, il suo unico figlio, in carcere. Ha dovuto ricorrere all’ossigeno e a una tazza fumante di camomilla. Voleva in tervenire, fare qualcosa, ma il vetro della finestra gli ha ri­mandato la sua immagine sfuocata: è quella di un vecchio rinsecchito, rimpicciolito, senza più energie e ha riflettuto sulla parabola del suo corpo nella sua lunga vita. Da giovane era magro quasi come ora, ma i cinquanta chili erano ricchi di muscoli e nervi tesi, scattanti, efficaci, poi aveva messo su pancia, stomaco, adipe e acquistato l’aspetto da fondo commendatore quasi a voler celebrare l’onorificenza che gli era stata conferita dal Capo dello Stato. Suo figlio in carcere e per una questione di donne! Dio, come era possibile che Silvia si era comportata come tutte le puttanelle di oggi! Lei, una ragazza così seria, ammirevole? Sono i tempi, questi maledetti tempi moderni nei quali le donne hanno rivendicato la parità, escono da sole anche di sera, stanno negli uffici, gestiscono aziende, fanno i deputa­ti, le giornaliste e non si sentono realizzate se non civettano scopertamente nelle comitive! Doveva aspettarsela da Sergio una reazione violenta. Il suo figliolo incapace di subire un qualsiasi torto, imposizione, compromesso. Era proprio co­me lui, anzi meglio di lui! Se ripensa alla storia della sua vita che tante volte ha raccontato lui, Guido è stato coraggioso, audace, ribelle fino a trent’anni e poi si è fatto assorbire dal “sistema~~. I suoi anni ruggenti li ha consumati tutti subito, poi è diventato un borghese come gli altri: il denaro e lo sta­tus in un avvilente conformismo, ecco perché i suoi ricordi sono vivi, attuali quando ripensa a D’Annunzio e Mussolini! Il giovane Guido, studente da geometra, si rammarica di non poter partecipare al Grande Conflitto che può fare dell’italia non solo un paese che conquisti le “frontiere natu­rali” completando l’epopea risorgimentale, ma una vera grande Potenza. L’iniqua Versaglia glielo impedisce. Il gioco politico-diplomatico e l’acquiescenza, la codardia dei nostri governanti ci vuole Potenza di secondo piano e ci nega il ruolo che abbiamo svolto come paese belligerante con 600.000 morti, mezzo milione di mutilati e una grande vit­toria. Quel quacchero di Wilson, il presidente americano, nega il Patto di Londra e i nostri diplomatici non sanno op porglisi, e con insipienza perdono anche la possibilità di ne­goziare compensi. La voce di D’Annunzio esalta Guido quando parla di “vittoria mutilata” e il ragazzo si sente pron­to a sacrificare anche la sua vita per lui e per la Patria! Non può e non deve dimenticare il fratello maggiore morto in guerra! D’Annunzio ha dimostrato di non essere solo un pa­rolaio, ma di saper mettere a repentaglio la sua vita per l’ita­lia: ha perso un~occhio eppure ha continuato ad agire, ricor­da i voli su Trieste, Pola e Vienna e “la beffa di Buccari”. Legge sul “Popolo d’italia” di Mussolini la cronaca del radio­so 12 settembre 1919 quando il Poeta marcia su Ronchi e, in­corporati i granatieri di Rejna e i legionari di Venturi, si dirige su Fiume. il generale Pittaluga vuole fermano e D’Annunzio gli mostra il petto grondante di medaglie e dice: «Se lo consi­derate vostro dovere, sparate qui» e Pittaluga lo abbraccia gridando: «Viva Fiume italiana! » imitato da tutta la guarni­gione, compresi gli equipaggi delle navi da guerra che si met­tono agli ordini del Poeta. Decide di partire, andare come tanti giovani italiani ad ingrossare le file dei Legionari. La sua è una fuga dalla famiglia borghese, dal padre piccolo, tondo con la grande nobile testa ricciuta nella quale vivacissimi oc­chi sono incorniciati dal pince-nez che gli stringe il naso la­sciandogli due profondi solchi. ~ un apprezzato viceprefetto a Caserta dove è approdato con moglie e cinque figli dopo burrascosi trascorsi di seduttore, che lo hanno fatto trasferire da una prefettura all’altra per buona parte dell’italia, tanto che ogni figlio è nato in una differente città. Ora la morte del primogenito gli ha tolto l’irrequietezza, quel prurito di donna e l’ha ridotto in un essere ansioso della salute dei figli tanto da indurlo ogni notte a fare più volte il giro dei ragazzi dormienti per accertarsi con la mano che sfiora le labbra, se respirano regolarmente, se sono ancora vivi. Da moderato rivoluziona­rio con idee spiccatamente liberali è diventato conservatore e molti sono i suoi scritti, considerati un vero e proprio model­lo, sulla teorizzazione della difesa dell’ordine costituito.

La casa immacolata e tranquilla, le sorelle studiose e ob­bedienti, le sere grigie fra le pallide sorelle che fanno corona alla madre dedite al ricamo, allo studio e alla musica sinfoni­ca, la cittadina angusta afflitta dalla catena collinosa culmi­nante nel monte Tifata e l’acuto odore di canapa tenuta a macerare, rendono ancora più esaltante l’occasione, unirsi ai Legionari fiumani, agire per fare della patria, della propria vita, qualcosa di eccitante e di utile. Affida a una lettera fa-natica il saluto alla famiglia e approda a Fiume.

Che vita entusiasmante! Che mesi! Che bello indossare la camicia nera istoriata di teschi, la cintura con il pugnale, il grido di Eja, eja, alalà, ascoltare il Poeta con le sue vibranti parole condite di “immancabili destini”, “mare nostrum”, “legioni romane", “sacrificio sublime” e “patria imperiale”. Quanto gratificante quell’ambiente internazionale col mini­stro degli esteri, un belga di nome Koschnitzy, l’inviato di D’Annunzio, un giapponese napoletanizzato dal nome esoti­co di Harukici Shimoi e Keller, l’asso dell’aviazione, e lo scrittore Comisso, e le gentildonne e le prostitute tutte ar­denti e disponibili, e gli attori e gli artisti, e gli omosessuali e gli spacciatori di droga. Le giornate trascorrono in rituali e a rispondere compatti e convinti al Vate che interroga dal bal­cone: «A chi, l’Italia? A chi, Fiume?» e lui frammisto alla grande folla, che risponde: «A noi!» con vicino ragazze ardi­te e disinibite che indossano come unico indumento una bandiera tricolore portata a mò di sciamma. La notte in fe­ste, nel libero amore, nelle interminabili discussioni sui det­tami del Poeta che vuole il potere gestito dai “migliori”, la popolazione divisa in sei categorie di produttori come le Arti fiorentine, e afferma che la vita è bella e degna di essere ma­gnificamente e severamente vissuta, che la religione naziona­le deve essere la Bellezza e l’Armonia per cui la ginnastica e il canto rappresentano doveri sociali e lo Stato deve signoril­mente provvedere ai vecchi e ai disoccupati e i sessi parificati.

Guido, pur essendo nato a Milano, non può dimenticare l’adolescenza trascorsa a Caserta e la mentalità meridionale, e indirizza messaggi esaltati alla famiglia, Il padre non ri­sponde, è indignato e la mamma e le sorelle lo invitano, ad­dirittura lo supplicano, di ritornare, di chiedere perdono al genitore, ma il giovane è ancora infervorato da tutta la mes­sa in scena e da promese o larvati programmi di “Marcia su Roma”, dalla marcia sulla cittadina di Traù, dalla spedizio­ne su Zara, dall’introduzione a Fiume dei divorzio che la ve­de invasa di coppie in dissesto, dalle imprese del capitano Giulietti alla testa di una flottiglia salgariana di pirati che con le spericolate imprese fanno di Fiume una specie di “ni­do della filibusta” avvalendosi della giustificazione di dover provvedere ai rifornimenti dei Legionari e della popolazio­ne. Come può un giovane fanatico non approvare e non sen­tirsi eccitato da tutto ciò se la Marina e la pubblica opinione approvano tanto da costringere il presidente Nitti a riman­giarsi il richiamo dell’ammiraglio Mulo? Se Badoglio defini­sce l’impresa di Ronchi la più bella dopo quelle di Garibaldi?

Il nuovo governo di Giolitti, la trattativa diretta con gli ju­goslavi, la firma del trattato mettono D’Annunzio in crisi. La città è ormai stanca del continuo clima sagraiolo, lo ab­bandonano Rejna, Mulo e Giuriati e l’avvento dei maggiori agitatori europei come l’egiziano Zaghulul Pascià, l’irlande­se O’Killy, l’ungherese Belà Khun e la stima di Lenin, aprono gli occhi a molti. Anche Guido è stanco e spesso sente no­stalgia della quieta vita casertana e della famiglia. Non vi so­no più imprese avventurose, ma solo programmi velleitari e goliardici nei lunghi bivacchi nei caffè e quella che doveva rappresentare il preludio per una grande azione a livello na­zionale, langue in uno stato di fastidio e di accidia. Indirizza una lettera al padre, chiede con toni umili perdono e si di­chiara disposto a riprendere il suo posto in casa e sui banchi di scuola. Immediata la risposta positivae Guido abbando­na Fiume seguendo l’esempio di ben tremila altri legionari.

Il ritorno alla penombra silenziosa della casa paterna, agli odori familiari dominati dalla giornaliera bagnacauda, vera e propria mania della mamma piemontese, alla vita ordinata e scandita dagli orari di scuola, di pranzo e di cena, fanno apprezzare all’irrequieto giovane l’esistenza sicura, tranquil­la, protetta che gli era sembrata tanto oppressiva e gli dona­no serenità e voglia di studiare, anche se il fascino della fuga, dei mesi vissuti nella bollente Fiume, l’aver conosciuto da vi­cino D’Annunzio e partecipato a spedizioni ed imprese che hanno avuto così vasta eco nel paese e tanta risonanza spe­cialmente nei piccoli centri dimenticati, gli coagulano intor­no l’ammirazione degli elementi più esaltati della cittadina che lo considerano quasi come il loro capo. Guido ne è lu­singato e trascorre le lunghe sere invernali a sbruffoneggiare su imprese che, di volta in volta, diventano sempre più eroi­che e cruente. Tuttavia non perde un giorno di scuola, atten­to alle lezioni e a non farsi coinvolgere dalle tante baruffe politiche di quegli anni agitati. Consegue il diploma e inizia a frequentare la facoltà di scienze economiche e commerciali nella vicina Napoli. Il padre è stato nominato prefetto e la madre e le sorelle pregano per la sua incolumità, messa a re­pentaglio dagli scioperi dei lavoratori e dalle violenze squa­driste particolarmente brutali nella confinante Puglia e nelle zone agrarie per eccellenza. I raid dei manipoli a cavallo di Caradonna, gli articoli di Mussolini infiammano nuovamen­te Guido che diventa un’attivista del fascismo napoletano. Lo conforta la malcelata propensione per Mussolini dei due più prestigiosi artefici della vittoria nel Grande Conflitto, Diaz e Thaon de Revel e persino della Regine Margherita e del Duca d’Aosta. Lo esalta il sempre più esplicito progetto di Marcia su Roma e la grande adunata a Napoli del 24 ot­tobre del ‘22. Ed eccola la grande giornata: la città parteno­pea brulica di camice nere, più di sessantamila, ridiscendono dal Campo di Marte dove s’è svolto il raduno, e vengono giù a frotte per il Museo con labari e gagliardetti oscillanti che aumentano l’impressione di moltitudine. Una pioggia di fio­ri li ricopre mentre per ordinanza prefettizia le saracinesche dei negozi sono abbassate e cosparse di manifesti e strisce di omaggio e benvenuto alla gioventù fascista. Capannelli di soldati, carabinieri e guardie regie sono accantonati negli androni dei palazzi con un atteggiamento timoroso che inor­goglisce Guido che sfila facendo ondeggiare il fiocco pendu­lo del berretto calzato sfrontatamente. Intorno a lui side­car, automobili, carrozzelle strapiene, la cavalleria di Cara donna e anche ragazze con camicia nera e gonna-pantaloni grigio scuro. Se il giovane guardasse più attentamente con l’occhio critico che solo le tristi esperienze degli anni futuri gli daranno, stigmatizzerebbe il guazzabuglio caotico così diverso dall’inquadramento militare che il Movimento vor­rebbe darsi, le uniformi scalcagnate, l’indisciplina da corteo sudamericano, i cavalieri con atteggiamenti truci, ma l’entu­siasmo è immenso e diviene incontenibile in piazza San Car­lo quando Mussolini in persona pronuncia il discorso con accenti infuocati e dice: «Prenderemo per la gola la vecchia classe dirigente... »

Gli ordini sono tassativi: il 28, in tutte le città, si debbono occupare gli uffici pubblici, le prefetture, le stazioni ferro­viarie, le centrali telefoniche e telegrafiche. Subito dopo le squadre devono concentrarsi a Monterotondo, Santa Mari-nella e Tivoli per lo scatto sulla capitale!
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MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. VI   Lun Feb 23, 2009 2:45 pm

Sn de Revel, mentre gran parte di loro non comprendono cosa èesattamente accaduto e i capi li convogliano alla stazione e li rispediscono a casa. Guido è profondamente deluso: quella non è una rivolu­zione, ma un accomodamento, uno dei tanti all’italiana e, come moltissimi altri, si sente tradito da Mussolini che non ha saputo o voluto mantenere quanto aveva promesso o ciò che lui aveva compreso. Solo a scorrere la lista dei ministri del nuovo governo del quale il capo del Fascismo non è il dittatore, c’è da farsi cadere le braccia: appena tre fascisti, due democratici, due popolari, un liberale, un demosociale, un nazionalista, un indipendente e due militari! Ma la cosa più ridicola e mortificante è il consenso della quasi generali­tà degli uomini politici più autorevoli e della stragrande maggioranza del Paese. Si dice che la gente è stanca di tre an ni di guerra civile e che non gli importa di perdere l’uso della libertà. Del resto Mussolini promette anche quella! E gli an­tifascisti incominciaolo il 30, dopo due giorni di freddo e pioggia, possono entrare in Roma e molti, esasperati per l’attesa, si scontrano, dopo averli provocati, con gli operai del quartiere San Lo­renzo causando una dozzina di morti, e gozzovigliano a spe­se di trattorie, caffè e taverne. Infine, il 31 sfilano per sei ore sotto il Quirinale salutati dal Re affiancato da Diaz e Thaono ad essere convinti che il castigamatti delle intemperanze squadriste è proprio Benito Mussolini e si permettono anche prudenti e moderate preseingiro! Ma il fatto più traumatizzante per Guido è l’atteggiamento pater­no ormai favorevole al nuovo primo ministro e ai precisi e severi ordini che impartisce di contenere anche con la forza le camice nere più scalmanate. Il giovane abbandona ogni frequentazione attiva del partito, mentre imperversa la corsa alla “tessera” da parte di tanti che improvvisamente si sco­prono una irresistibile vocazione per il Fascio, e si dedica esclusivamente allo studio universitario che, per il cervello pronto e gli indubbi meriti da marcia su Roma, conclude an­che prima del previsto.

La laurea potrebbe significare per Guido un lungo perio­do di tranquillità in famiglia, ma un amaro destino stabilisce che fra lui e il padre non vi sia mai accordo e gli avvenimenti tumultuosi di quegli anni siano sempre vissuti da posizioni contrastanti. Caratteri forti si fondono con le incomprensio­ni generazionali per scatenare dissidi e Guido proverà, anche se in chiave diversa, con Sergio ciò che il padre ha assaggiato con lui.

L’assassinio del giovane esponente del socialismo riformi-sta di Turati, Giacomo Matteotti soprannominato “tempe­sta” dai suoi compagni per il carattere battagliero, il ritiro dell’opposizione parlamentare sull’ “Aventino”, il discorso di Mussolini del 3 gennaio del 1925 alla Camera che segna l’inizio di una vera e propria dittatura, le diecine di disposi­zioni ai prefetti di sciogliere organizzazioni sovversive, le norme repressive sulla libertà di stampa, inducono il prefet­to Spiga a rassegnare le dimissioni. E una decisione grave per una famiglia numerosa che ha come unico sostentamen­to lo stipendio paterno e amici si precipitano a cercare di far­gli cambiare idea. Ma l’uomo è severo e risoluto e dopo mesi finalmente accetta la direzione di un modesto istituto priva­to con uno stipendio che a stento riesce a soddisfare i bisogni primari della moglie e delle figlie. Tempi duri per gli Spiga, ma grande è la stima che circonda l’ex prefetto, anche se nes­suno la manifesta apertamente e Guido non è d’accordo, pur ammirandolo, col padre perché l’aspetto autoritario de~ fa­scismo è quanto ha sempre desiderato, convinto che non si può governare l’Italia, renderla grande e rispettata senza eli­minare la caotica opposizione ognora pronta ad aperture servili verso lo straniero. Ma il giovane uomo sente anche il dovere di aiutare il padre nel mantenimento della famiglia e, rinunciando a progetti ben più ambiziosi, accetta l’offerta di uno zio di entrare in una piccola industria meccanica alla quale si dedica anima e corpo, riuscendo in appena quattro anni a rappresentarne il vero pilone portante. Solo lui sa i te­sori di intelligenza, il lavoro instancabile che vi ha profuso, lo studio continuo per impadronirsi di nozioni tecniche, am­ministrative e commerciali adeguate ai tempi di grande evo­luzione tecnologica. Ha trascurato politica, amici, antichi camerati, divertimenti e anche le ragazze. Si può dire che non conosca donne se non quelle dei bordelli dove si reca pe­riodicamente per dare sfogo a bisogni fisiologici più che per evadere dalla massacrante fatica.

Un giorno capriccioso di marzo, quando il sole splende a tratti prepotente e subito dopo scompare ricoperto da una spessa coltre di nubi minacciose, mentre raffiche di vento si­bilano fra le aperture, i corridoi e i cento anfratti dell’antico palazzo Donn’Anna a Mergellina, dove si sono trasferiti gli Spiga, quasi si scontra con una ragazza bella ed elegante e viene a sapere che abita al piano superiore. Da allora Guido, il Legionario, il fascista, il lavoratore infaticabile incomincia a conoscere le pene d’amore e dimentica tutto fin quando non riesce a farla sua. Non sa nulla di corteggiamenti Gui­do, non è bello, non è elegante, il suo fisico si avvicina stra­namente al suo idolo giovanile, D’Annunzio, ma non possie­de gli occhi magnetici, nè la parola alata, nè l’esperienza. Tutt’altro, i suoi occhi miopi sono contornati da modesti oc­chiali rotondi, la favella gli si inceppa maledettamente quan­do non deve parlare di politica o di lavoro, non ha mai cor teggiato una ragazza: le fiumane più che essere conquistate, conquistavano, e nei bordelli non c’è bisogno di molte paro­le. Matilde è una ragazza viziata dai genitori e dagli spasi­manti, il padre è un ricco commerciante e la madre ha qual­che quarto di nobiltà, nella sua casa non c’è molta cultura, ma abbondanza e rapporti con la nuova classe emergente frammista a nobili squattrinati, vi si danno feste, pranzi e il denaro scorre in una quantità che gli Spiga, sempre legati a precisi stipendi, non hanno mai potuto maneggiare. E vero che gli altri inquilini del seicentesco palazzo lambito dal ma­re guardano con rispetto l’ex prefetto di Caserta, ma le sorel­le di Guido, con gli abitucci modesti, i corpi dalle forme tutt’altro che prepotenti, i visi squallidi, sembrano ben poca cosa nei confronti di Matilde e delle sue amiche. Eppure il viso affilato, lo sguardo torvo, i suoi trascorsi politici e gli atteggiamenti scimmiottanti il Poeta, le lettere deliranti che sembrano ricopiate da epistolari dannunziani, soggiogano Matilde e le fanno preferire quel giovane del quale ammira la grande volontà e il lampo d’intelligenza che le sembra di scoprire aldilà delle brutte lenti. Ma la famiglia non è d’ac­cordo: sogna per l’avvenente fanciulla un titolo nobiliare o un ricco imprenditore e ai due giovani non rimane altro che vedersi di nascosto e, dopo una lunga serie di missive tempe­stose e una minaccia quasi attuata di suicidio compilata in termini fra salgariani e dannunziani, porre i genitori di fron­te al fatto compiuto.

A Guido sembra di toccare il cielo con un dito quando conduce la sua Matilde nell’appartamento del Vomero dove non pare di stare a Napoli con le strade larghe, l’aria fina, i marciapiedi alberati, la gente meglio vestita e dagli accenti e cadenze prevalentemente settentrionali che appartengono si­curamente a mogli o figlie di funzionari governativi venuti dal Nord. È felice, e quando la moglie lo informa raggiante di orgoglio di attendere un figlio, centuplica le sue forze e trova il coraggio per tentare il grande passo che da tempo va progettando:. mettersi in proprio, aprire una sua fabbrichet­ta di macchinari per edilizia. Napoli, come tutto il paese, sotto la spinta mussoliniana è un grande cantiere e le impre­se di costruzione si moltiplicano ricorrendo sempre più di frequente alla meccanizzazione il cui costo viene rapidamen­te ammortizzato dalla maggiore velocità di esecuzione. Ma, come al solito, il Nord fa la parte del leone nel fornire pro­dotti industriali. Guido parte per Milano Genova Bologna e Roma e si aggioma sulle ultime novità. Passa notti insonni per mettere a punto progetti e calcoli economici e infine si reca presso varie banche per ottenere il prestito necessario. Quanto espone è accolto benevolmente e apprezzato, ma so­no necessarie garanzie immobiliari che non possiede nè, or­goglioso com’è, vuole rivolgersi al suocero che peraltro, a causa di speculazioni sfortunate, non attraversa un buon momento finanziario. Un direttore di banca gli suggerisce di utilizzare la sua antica militanza fascista e di chiedere l’ap­poggio del partito dove trova una burocratizzazione ben di­versa dai caotici, ma entusiastici inizi. Gli viene offerta una carica, ma per garanzie non trova disponibilità. Gli si dice che deve fare carriera e per lui, con i suoi precedenti, non sa­rà difficile, poi potrà ottenere tutto ciò che vuole o rivolgersi subito al vero deus cx machina della sede napoletana, il pro­fessor Peri. Lo ricorda bene! ~ stato il suo capitano a Fiume e lui l’ha tratto tremante per la paura da una forra dove era caduto durante una scaramuccia con gli slavi. Non aveva avuto una buona impressione di quell’uomo imponente e pomposo, tanto propenso a parlare di eroismo, quanto pa­vido alle prime fucilate. Anche nella grande adunanza del ‘22 era sul palco nei pressi di Mussolini e assumeva atteggia­menti battaglieri, ma a Tivoli durante la marcia su Roma era giunto in una lussuosa automobile e, mentre tutti loro si consumavano nell’attesa al freddo e alla pioggia, alloggiava nell’accogliente villa di un caporione locale.

Chiede di essere ricevuto e, dopo ore di anticamera, viene riconosciuto ed abbracciato dal gerarca ma, quando gli sot­topone i suoi problemi, il sorriso scompare dal volto altero e con farraginosi discorsi infiorati dai soliti luoghi comuni e dagli immancabili elogi al fascismo e al Duce, gli fa comprendere che tutto ha un prezzo: farà apporre la firma di ga­ranzia solo dietro versamento di una congrua somma di de­naro! Guido è disgustato, il suo disprezzo per l’individuo au­menta. Ma come, pensa, questo è uno dei nostri maggiori scienziati? e non dovrebbe occuparsi di ricerche e lezioni? e allora i commercianti e gli imprenditori o i burocrati di pro­fessione cosa faranno? e Mussolini lo sa? Guido torna alla banca con la garanzia, ma anche con idee più chiare su quel­lo che è diventato il Regime.
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MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. VI   Lun Feb 23, 2009 2:45 pm

La gioia per l’entrata in funzione della piccola fabbrica, un capannone a San Giovanni a Teduccio nella zona indu­striale della città, si annulla nel dispiacere per la perdita del bambino che mantiene Matilde fra la vita e la morte per al­cuni giorni. Una brutta caduta ha causato l’aborto rivelando all’indaffarato Guido tutto il pesante lavoro che la moglie ogni giorno svolge in casa. La giovane donna, abituata ad essere servita nell’abitazione paterna, si è buttata a capofitto nelle sue nuove mansioni di padrona di casa: senza aiuti tie­ne puliti come specchi i modesti pavimenti facendoli brillare di cera e di olio di gomito, lava, stira e cucina succulenti pranzetti per il marito. Con il poco denaro non fa mancare nulla e provvede anche ad aggiusti per i quali sarebbe oppor­tuno l’intervento dell’idraulico, dell’elettricista o del falegna­me. Ma quando Guido torna a casa la sera stanco ed affa­mato trova ad accoglierlo un delizioso e sereno donnino che nulla gli racconta delle difficoltà che quotidianamente deve superare sorretta dall’àmore e dalla considerazione della grande avventura che il marito ha intrapreso, e Guido sente di volerle bene ancora di più ed è lieto della scelta fatta. Pre­sto il lavoro lo riassorbe: le mescolatrici, le molazze, le car­riole, gli elevatori elettrici che ogni giorno si allineano pronti per la spedizione, odorosi di vernice fresca con la grande S dipinta in nero che spicca sul grigio chiaro sono per lui come tanti figli e lo spingono ad aumentare, se fosse ancora possi­bile, il ritmo del suo lavoro. Fa di tutto: il direttore tecnico, l’amministrativo, il commerciale. Con soli dieci operai e un venditore aumenta la produzione e la fortuna lo assiste. I prodotti della ditta Spiga, anche se non di avanguardia, so­no solidi e i prezzi concorrenziali e le imprese napoletane li acquistano in quantitù crescente. Il risparmio, la possibilità di immediata assistenza, le consegne rapide e precise vinco­no l’innata esterofilia. dei partenopei e solo le imprese più vecchie e snob continuano ad ordinare analoghi prodotti a Milano e Genova. Rapidamente il debito con la banca si ri­duce e Guido acquista nuova sicurezza che trae radici anche nella consapevolezza della buona compagna che la sorte be­nigna gli ha affiancato. Avverte allora il bisogno di un vero figlio, l’erede, colui che proseguirà ed amplierà quanto con il suo coraggio e la sua tenacia ha creato e puntuale il figlio ar­riva: è come lo voleva, maschio, bello, robusto e sano! Deci­dono di chiamarlo Sergio come il nonno e per l’occasione gli antichi attriti sono dimenticati.

Siamo nel ‘36 e l’Italia palpita per la trionfale impresa etiopica. L’intero Paese si sente partecipe di un avvenimento fondamentale. “L’impero è riapparso sui colli fatali di Ro­ma”! Il conflitto abilmente propagandato come scontro italo-inglese, il superamento delle “inique sanzioni”, la spe­ranza di trovare in terra d’Africa gli spazi e il lavoro che da sempre ha spinto gli italiani ad emigrare, l’orgoglio di sentir­si cittadini di una nazione assurta finalmente al ruolo di Grande Potenza, l’ammirazione per quello che sembra, e forse lo è, una dimostrazione di coraggio e di memorabile ef­ficienza, fanno coagulare il popoio intorno al suo Duce di­menticando il buco finanziario di 12 miliardi che la guerra ècostata e considerare ben poca cosa i 1304 morti in combat­timento, i 1009 per cause di servizio e i 1600 delle truppe in­digene e obliare del tutto i 453 operai caduti. Anche vecchi liberali come Vittorio Emanuele Orlando, socialisti come Arturo Labriola o intellettuali contrari come Sem Benelli si riconciliano o riavvicinano al fascismo. Persino l’ex prefetto Sergio Spiga evita ogni polemica fino a parlarne senza più l’antico rancore o addirittura con larvata ammirazione.

C’è più benessere in casa di Guido, la sorte sembra volerlo favorire senza tentennamenti: Matilde assume una domesti­ ca che tratta con autorevolezza e con quella dose di cattive­na che è tanto diffusa nei rapporti fra padroni e dipendenti. Inizia una girandola interminabile di volti nuovi, di ragazze tremanti dal dialetto campano, veneto, friulano e ciociaro, identici a quello del raddoppiato personale delle officine Spi­ga che possono permettersi ora anche un capofabbrica e un secondo capannone. La produzione è triplicata e il debito con la banca interamente saldato quando Guido acquista un appartamento con giardino e una Topolino con la quale si reca ogni mattina al lavoro e in giro per uffici. Si sente a trentasette anni un uomo quasi arrivato e indubbiamente il più ricco e con le migliori prospettive fra i cognati sia della sua famiglia ché di quella di Matilde che è orgogliosa di aver così clamorosamente potuto smentire le infauste profezie dei genitori. Come ha fatto bene a non seguire i loro consigli! I nobili, i ricchi commercianti che avrebbero voluto propinar­le non navigano più in buone acque come del resto il padre che malauguratamente non si è ripreso da investimenti sba­gliati e che non vive più nel lusso, ma in una mediocrità sten­tata e sofferta. Delle cameriere, del cocchiere e dei tanti commessi, non è rimasto altri che la vecchia Emilia ormai troppo anziana e malandata per cercarsi un nuovo servizio. Guido, anche se ha dovuto accollarsi il mantenimento della madre rimasta vedova, non ne sente il peso, tutt’altro, do­narle agiatezza rende ancora più palpabile la coscienza del suo successo che trova riscontro all’Unione degli Industriali dove non è più uno sconosciuto e nel Partito in cui ricopre una carica di un certo rilievo.

L’Italia fascista è al centro della politica europea, i capi di stato, i popoli la guardano con ammirazione, partiti recanti come emblema il Fascio sorgono dovunque, altri gli si ispira­no, ma per i più avveduti il nazismo con alle spalle una gran­de nazione come la Germania e un capo come Hitler rappre­senta il vero pericolo, ed ecco che il dittatore tedesco è da­vanti ai loro occhi! L’intero Paese è stato mobilitato per far bella figura: sul percorso Brennero-Roma vetuste costruzio­ni sono state abbattute e tutti gli edifici ridipinti di fresco, dovunque un’orgia di fiori e di bandiere. Napoli, dove si svolge la parata navale, ha messo l’abito della festa fra un misto di atmosfera piedigrottesca e da epopea: la statua di Nicola Amore è stata rimossa dai Quattro Palazzi nel tenta­tivo di trasformare il Rettifilo in una specie di via dell’Impe­ro e piazza Plebiscito addobbata con girasoli dorati recanti svastica e fascio littorio, i balconi di Palazzo Reale con una doppia fila di candele e quello della Prefettura con arazzi az­zurri e pùrpurei e drappi gialli e rossi. Davanti alla chiesa di San Francesco di Paola carri armati, emblema di potenza guerriera, e avanguardisti e giovani italiane, simbolo di edu­cazione militaresca. Guido è fra i sostenitori della tesi che non bisognava permettere l’Anschluss e mai si dovrà apporre la firma in calce al Patto di Alleanza con la Germania. E ol­tremodo guerrafondaio Hitler e fin troppo chiare sono le sue mire sulla Cecoslovacchia e la Polonia. Viene zittito e gli si rinfaccia il suo consenso alla decisione mussoliniana di in­viare truppe e rifornimenti in Spagna. Risponde che la situa­zione è ben diversa: lì è una lotta fra fascismo e comunismo, ossia fra noi e un regime peraltro peggiore del già razzista nazismo. Gli si crea un vuoto attorno e solo pochi rimango­no a discutere, mentre il corteo è preceduto da un fremito che scuote la folla, nella piazza gremita scrosciano gli ap­plausi e fragoroso squilla il grido di «Heil Hitler, Du-ce, Du­ce! » intantoché i colombi spaventati volano alti nel cielo az­zurro, piccole cose contro il sole che dardeggia implacabile. Guido prende le distanze dal partito e abbandona ogni ca­rica ufficiale, anche se i folgoranti successi del ‘39 gli con­fondono le idee. Come non essere orgoglioso della vittoria di Franco in Spagna che tanto è dovuta a Mussolini, e dell’oc­cupazione dell’Albania? Ma come non essere spaventati dal­la firma del Patto d’Acciaio e dalla fulminea sconfitta polacca?

Gli avvenimenti precipitano e la stentata duttilità delle po­tenze democratiche sembra vieppiù spingere Mussolini nell’abbraccio mortale del suo ex allievo Hitler. Ed è con sentimenti contrastanti che il 10 giugno 1940 l’industriale ascolta la voce metallica del duce annunciare l’entrata in guerra dell’Italia contro Gran Bretagna e Francia. Ogni volta che va con la mente agli anni della guerra un malinconico buio cala sui ricordi di Guido attraversato da lampi che illu­minano quel terribile giorno che è scolpito indelebile nella sua memoria: il 4 dicembre 1942! È un’immagine di sangue, di urla, di gemiti, di morti e di feriti ammucchiati tutti insie­me nei cortili degli ospedali, scaricati da autoambulanze, carretti, autocarri militari che arrivano colmi e ripartono vuoti per raccogliere gli altri. Barellanti che scavalcano corpi straziati alla ricerca di chi deve entrare con urgenza in sala operatoria guidati solo dai lamenti. I grembiuloni dei medici e degli infermieri già sporchi, marroni di sangue e materia. Sirene di ambulanze e di vigili del fuoco, fiamme ossidriche per strappare dalla ferraglia contorta di tram, dell’incrocia­tore Attendolo, dalle macerie della Posta Centrale e dei tanti palazzi colpiti poveri esseri spauriti che lottano per sopravvi­vere, per non essere confusi con i morti e che non sanno più se il braccio o la gamba insanguinata e immota gli appartie­ne o è parte di quell’altro poveretto che gli giace accanto, so­pra, sotto con occhi sbarrati che non vedono più nulla. Sa­gome impolverate che vagano chiamando disperatamente chi fino a pochi attimi prima era lì vicino a loro e dovunque fumo, fiamme, esplosioni. Cittadini terrorizzati corrono a perdifiato dentro portoni, nei ricoveri, urtandosi; travolgen­do donne e bambini e ostacolando i già caotici soccorsi. Sembra un cataclisma, eppure sono solo venti aerei america­ni, venti “Consolitaded Liberator” che si sono accodati a una formazione tedesca di “Junkers” e da seimila metri d’altezza scaricano bombe da 500 e 1000 libbre a grappoli sul poào, sulle industrie e sulla città indifesa. Ordigni di morte cadono sugli incrociatori Attendolo, Eugenio di Savoia e Montecuc­coli, su navi mercantili, sulla zona industriale, sui vicoli di Toledo, sulla Posta, sulla Riviera di Chiaia, al Chiatamone, a Porta Nolana, a via Colonna, al Corso e su verso il Vome­ro e l’Arenella.

Guido abbandona disperato le officine Spiga miracolosa­mente indenni e cerca con la sua Topolino di raggiungere Casa, Matilde e Sergio. I telefoni non funzionano, riesce con giri inenarrabili a giungere alla stazione, ma via Carbonara èinterrotta, prova per il Rettifilo, ma Monteoliveto è addirit­tura stravolta, torna dietro e una, due, cinque volte tenta di arrivare al Vomero, ma gli dicono che è tutta una maceria! Dopo tre interminabili ore riesce a scorgere il palazzo dei suoi affetti: è intatto! Poi tutto si confonde nuovamente, non ricorda bene, non vuole rammentare: lo sfollamento, l’Italia divisa e preda di eserciti contrapposti che parlano tut­te le lingue meno l’italiano e infine il ritorno e la faticosa ri­presa.

Le officine Spiga non esistono più. I camion, i macchinari, i disegni, le materie prime, tutto scomparso. Bisogna rico­minciare daccapo: le case di proprietà e il suolo delle officine costituiscono la garanzia, ma ben tre anni sono necessari per vedere nuovamente pronta e fiammante la prima mescolatri­ce della nuova serie. Un vicino prepotente e superprotetto ha ostacolato la ricostruzione della fabbrica e cause su cause sono state necessarie per riprendere i lavori interrotti appena all’inizio. Guido trascura la famiglia e la salute per la sua at­tività e sempre di più la considera il centro del suo universo. Sergio e Matilde non lo vedono quasi mai; nevroticamente, anche quando è terminata la necessità, le dedica ogni atti-. mo, ogni pensiero ed improvvisamente si ritrova un figlio grande alle soglie dell’università. Lo vuole ingegnere, quante volte ha sognato suo figlio ingegnere meccanico, che condu­ce a grandezze che a lui non è stato dato di realizzare, le offi­cine Spiga, ma un solco si è aperto fra padre e figlio: anni di incomprensione li dividono, la fabbrica, la sua creatura meccanica, gli ha fatto trascurare l’altra sua creatura, quella di carne, ossa, sangue e cervello. Il ragazzo è venuto su affi­dato praticamente alla sola madre e quando padre e figlio si parlano è solo per litigare. Idee politiche, concezioni di vita, di affetti li dividono. Eppure che caratteri simili, forti, coc­ciuti, tenaci e taciturni entrambi. Guido non si sente di rin­negare il suo passato politico, anche se del fascismo non ap­prova la dissennata avventura nella quale ha precipitato il Paese e dalla quale ha preso, per sua fortuna, in tempo le di­stanze. Ma le corporazioni, l’indubbio orientamento di de­stra, l’atteggiamento epico, la distanza incolmabile fra pa­droni e lavoratori, il riconoscere diritti solo a una certa clas­se e poco o niente alle altre meno difese e forti lo trovano an­cora d’accordo e il suo voto va al partito dei nostalgici. Ser­gio è di tutt’altro avviso e da solo, come praticamente ha do­vuto formare il suo carattere, prepara il suo avvenire. Sceglie matematica e rapidamente fa carriera nell’ambiente universi­tario fra la stima nascosta di Guido, seppellita da una conti­nua aria di insoddisfazione scimmiottata dalla madre e dai parenti compiacenti e timorosi di perdere il favore dell’agia­to commendator Spiga.

E ora cosa rimane al vecchio Guido? Matilde non c’è più, la fabbrica è stata venduta da anni a un gruppo industriale del Nord, la fedele Concetta lo accudisce, e Manù, la figlia di una sorella morta che ha praticamente adottato dagli anni Quaranta, si reca a visitarlo ogni giorno. E le telefonate di Sergio. Ma ora suo figlio, il suo unico vero figlio, è in carce­re per colpa di un Peri, di un discendente del disonesto e op­portunista Aristarco. Cosa può fare per Sergio? Vuole agire, darsi da fare, stargli vicino, riprendere tutto ciò che si è fatto sfuggire così sventatamente, ma si sente debole, inutile e vec­chio, tanto vecchio e privo di forze, e la notte che giunge a lui dalla finestra ormai buia è nel suo cuore e nella sua mente e si sente come avvolto da essa, facente parte di quel manto scuro, senza stelle, senza speranza.
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CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. VI
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