BRUNO COTRONEI, I SUOI LIBRI, I SUOI SUCCESSI
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 CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. V

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Bruno
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MessaggioTitolo: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. V   Dom Feb 22, 2009 1:55 pm

Cap. V
Il fascio di quadriche di equazione X (x ~ — x i x ~) + X 2 x3 — x x ~) = O contenente una sola quadrica degenere: il cono di equazione x2 = x i x3 ha il luogo dei punti base costituito da una retta (quella di equazioni x = x 2=0) e da una curva algebrica sghemba (detta cubica sghemba), dicono i testi. Invece sosteniamo che questo fascio non spe­ciale può avere...

Il dottor Sergio Spiga, titolare della cattedra di Geometria Analitica, scaglia la penna sul lungo tavolo ingombro di car­te, libri, fogli spiegazzati e schiaccia nervosamente la sigaret­ta nel portacenere ricolmo, causando la fuoriuscita di cicche e cenere che aumentano la baraonda del piano di lavoro. Non riesce a concentrarsi, la sua mente di solito così lucida è un guazzabuglio di pensieri. Il senso della propria esistenza è confuso, turbato, è quasi un mese che cerca disperatamente di mettervi ordine e di comprendere, interpretare quegli av­venimenti imprevisti che come un ciclone hanno sconvolto la sua vita, i suoi sentimenti, le sue certezze. Faticosamente si solleva dalla sedia e raccoglie le stampelle, vi si appoggia e si dirige verso l’ampia portafinestra che dà sul piccolo giardi­no. Il vento agita i rami degli eucalipti che, a seconda dell’oscillazione, gli impediscono o gli aprono la visuale sul golfo. Nubi scure, dense di pioggia opprimono lo stupendo panorama, ma al tempo stesso ne accrescono la visibilità in quella mattina di fine ottobre priva di foschia. Lontano, quasi all’orizzonte, la sagoma da immensa portaerei di Capri si staglia netta, inconfondibile, e una strana luminosità ne esalta i contorni. A sinistra il Vesuvio sembra voler proteg­gere la miriade di costruzioni che ai suoi piedi, quasi confon­dendosi col mare senza soluzione di continuità, indicano all’occhio esperto Portici, Ercolano, Torre del Greco, Torre Annunziata e poi la penisola Sorrentina con la punta Cam­panella protesa verso Capri. Più vicino il Castel dell’Ovo con i muri corrosi dalla salsedine, la scogliera a protezione della Rotonda ~Diaz e il porticciuolo di Mergellina con lo stretto molo biancheggiano della spuma di ondate rabbiose che ten­tano invano di sommergerli. Qualche grande nave da guerra ancorata al largo beccheggia, mentre traghetti arrancano ver­so i porti. Sergio è affascinato da quello spettacolo di violenza e bellezza, da quel panorama al quale è abituato, ma che l’eterno moto del mare e la mutevolezza delle condizioni cli­matiche rendono sempre nuovo. Dimentico dell’insoddisfa­zione per il suo lavoro di ricerca che non riesce a progredire come vorrebbe e delle recenti disavventure, osserva il monu­mento equestre ad Armando Diaz perfettamente in asse con la villa donatagli dalla comunità che è proprio sotto il suo giardino. Confronta l’immobilità della statua con l’ondeggia­re dei lecci, pini, palme, araucarie della villa Comunale che gareggiano con le alberature dei panfili attraccati o ancorati nell’insenatura ai piedi della collina di Posillipo. Sotto le raffi­che impetuose, sembrano spezzarsi e si curvano o si chinano, ma per riemergere orgogliosi pronti a proseguire la lotta.

Lo squillo prolungato del campanello del suo studio lo ri­chiama alla realtà e, saltellando sulle gambe quasi immobili, aiutandosi con le stampelle, si dirige verso l’ingresso, apre e incontra lo sguardo attento e sospettoso di due individui massicci dal volto segaligno che lo apostrofano:

«Il dottor Sergio Spiga?»

<
«Polizia» ed esibiscono le tessere.

“Vuoi vedere che queI vigliacco di Nino mi ha denuncia­to?”, pensa Sergio. Non prova paura, ma un vivo senso di fastidio. Domanda:

((Cosa desiderano? »

«Ci deve seguire. Abbiamo un mandato di comparizione del giudice Fucci”. Un foglio viene sventolato sotto il suo naso.

« Perché? »

«Glielo comunicherà il giudice>>

«Guardi che mi muovo con difficoltà.>>

«Non ha importanza. L’accompagniamo noi. Venga!»



Manlio Fucci è soddisfatto. Tutto volge per il meglio: do­po soli due giorni il caso sembra risolto. Il suo ufficio non gli appare più tanto disadorno, malandato e sporco. E quasi un privilegio poter occupare un vano di un castello costruito dai Normanni nel XII secolo, successivamente ampliato dagli Svevi, palazzo reale fino al Quattrocento e che nel 1540 fu adibito a palazzo di giustizia. Dalla finestra si domina Porta Capuana, una delle più belle del Rinascimento italiano, eret­ta nel 1484 su disegno di Giuliano da Maiano e famosa per le calibrate proporzioni e l’eleganza della decorazione mar­morea. Quale dei suoi colleghi dei telefilm americani può vantare tanto? Persino Bernabò non gli sembra così vecchio e non ornamentale, tutt’altro! E in stile con un ambiente d’alto e autentico antiquariato. E poi ieri sera Annamaria era tutta languori e tenerezza con lui: elegante in un abito ampiamente scollato gli si è seduta vicinissima e gli ha parla­to a lungo fitto fitto. Dapprima ha chiesto del caso Peri —voleva conoscere tutto —, poi, mentre sempre di più avverti­va il calore e le rotondità di quel corpo magnifico, gli ha, fat­to chiaramente intendere la sua disponibilità. Ogni occasio­ne era buona per avvicinare alle sue le labbra carnose, le braccia e il seno lo hanno sfiorato più volte provocanti e che fervore per la sua professione! «Il magistrato”, diceva «è l’at­tività più nobile, più autorevole’>. E lui si è lasciato andare, forse per la prima volta nella sua carriera, ad affermazioni ottimistiche sulla rapida soluzione del delitto. «Ma>’, le ha mormorato «non dirlo a nessuno. E una primizia che ho ser­bato solo per te>>

In mattinata gli è giunto il rapporto della polizia (una vol­ta tanto estremamente sollecita ed efficiente) sulle donne in­sidiate da Peri in ospedale. Un muro di reticenze, ma, a pa­rere del maresciallo, nulla poteva provenire da quelle perso­ne: povera gente, timorosa di qualsiasi autorità, priva di uo­mini validi e senza alcun aggancio con camorristi o similari. Rimaneva quindi solo il dottore, o meglio il professor Spiga.

Gli era comparso davanti affannando sulle grucce. Un uo­mo interessante: alto, robusto, bruno, un vero peccato quel­la menomazione, ma abbondantemente compensata da un vivo intelletto che, d’altra parte, non aveva bisogno di dimo­strazioni per la rapida e brillante carriera, le innumerevoli pubblicazioni e la generale stima. Non è stato con piacere che ha dovuto incriminarlo, ma, dopo il racconto della si­gnora Peri confermato virilmente da Spiga e la mancanza di un alibi, non ha proprio potuto evitarlo, anche se lui si èprofessato non solo innocente, ma addirittura ignaro fino a quel momento della morte di Peri, argomentando con abilità e forse con sincerità sull’assoluta inutilità di sopprimere il chirurgo dopo la severa lezione che gli aveva impartito. «Sì», aveva detto «quel giorno, se non mi avessero fermato, avrei anche potuto ucciderlo; ma dopo a che sarebbe valso?»

Fucci è sconcertato. Più riflette sul minuzioso interrogato­rio, maggiori sono i dubbi. La soddisfazione si dissolve rapi­da, ma come agire? Vuole (è il suo mestiere) trovare ed incri­minare presto il maggiore indiziato e purtroppo Spiga Io è: èl’unico che ha un serio movente, non ha alibi e ha dato di­mostrazione di violenza. Che altro inventare? Avrebbe di gran lunga preferito accusare Ortesio, Amintore o Mario Minucci o Arturo Negri, o al limite, Franca Peri; ma tutti hanno alibi di ferro e, ad esclusione della moglie, motivazio­ni troppo fiàcche. E un vero peccato rinchiudere quell’uomo simpatico appena quarantacinquenne che sta cercando di re­cu.perare l’uso completo delle gambe e che è stato profonda­mente colpito nel fisico e nei sentimenti. Ma che fare? E la vita! Sì, la soddisfazione è definitivamente scomparsa.
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MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. V   Dom Feb 22, 2009 1:56 pm

Violente folate di vento fanno volare i cappelli e arruffano i capelli dei convenuti a villa Peri per il funerale di Nino. Or­tesio ha generosamente concesso uno dei saloni dove la bara già chiusa è contornata da alti e antichi candelabri. La vedo­va in gramaglie riceve le condoglianze, i veli ed il pallore del volto accentuano i lineamenti angolosi. La mancanza di trucco rende ancor meno attraente quel volto equino e pro­fonde rughe denunciano, e forse appesantiscono i quaranta­sei anni, anche se la figura slanciata, le gambe lunghe e ben fatte compensano in parte la primitiva impressione. I figli al­ti, grossi e biondi assistono frastornati e sono quasi del tutto trascurati, mentre Ornella è un polo di attrazione: il cappot­tino nero, il leggero velo esaltano la sua bellezza, i lineamen­ti delicati, gli occhi verdi, la zazzeretta bionda emergono per contrasto e la rendono ancor più desiderabile, ma tic a ripe­tizione, il continuo agitarsi, il forsennato tastarsi, palparsi seno e cosce con le lunghe, delicate mani erbunee, l’alternare un aspetto ridente, allegro a brevi pianti fanno pensare che qualcosa non funzioni bene in quella deliziosa testolina. Molti l’attribuiscono allo choc per la morte del padre e ne provano pena. La più composta è Lina, la più piccola dei fi­gli che piange sommessamente e ringrazia con un mesto cen­no della testa quanti le si avvicinano e le mormorano parole di convenienza e qualche genuino incoraggiamento.

Pochissimi, quasi assenti, i colleghi e i conoscenti di Nino, ma numerosi quelli di Ortesio, di Amintore, di Minucci e di Negri. Se proprio si volesse fare una graduatoria, Ortesio batte di gran lunga i parenti: quasi tutti i titolari delle due fa­coltà di medicina con aiuti ed assistenti sono presenti.

La bara viene caricata nel carrò funebre e il corteo si for­ma. Il lungo serpente si snoda per il corso, i commenti rive­lano quanti dubbi e incertezze hanno tormentato fino all’ul­timo tutti loro sul partecipare o meno, e ognuno si conforta della presenza dell’altro e trae soddisfazione per la decisione positiva presa.

Proprio quella mattina il giornale ha pubblicato un trafi­letto sull’arresto del professor Spiga con una breve osserva zione dubitativa sulla opportunità della decisione e sulle possibili cause.

Franca è pervasa da un acuto senso di rimorso: il suo rac­conto ha provocato il coinvolgimento di Sergio in quella vi­cenda. Odia il marito che è riuscito anche a rovinare la pos­sibilità che l’amicizia con gli Spiga, così conosciuti e stimati, aveva spalancato loro permettendogli di essere finalmente integrati alla pari in una comitiva qualificata ed omogenea. Era stato un vero colpo di fortuna l’improvviso malessere di Silvia e la necessità di operarla d’urgenza proprio a ferrago­sto, quando gli importanti chirurghi, che sicuramente Sergio avrebbe convocato per la moglie, erano tutti in ferie, irrag­giungibili e il nome di Nino gli era stato fatto, quale unico aiuto chirurgo presente in città, da un suo lontano parente. Non c’era stato tempo per approfondite informazioni e il so­lo dato certo era l’età di Nino che perlomeno doveva assicu­rare una lunga esperienza decisamente preferibile alle incer­tezze di neolaureati o di altri, magari con qualche anno di professione alle spalle, ma che al massimo erano assistenti e non ancora aiuto anziano come Nino, che se l’era cavata ab­bastanza bene ed era stato una volta tanto abile, nell’impos­sibilità di smentite, a valorizzare la sua opera guadagnando­si l’imperitura gratitudine di Silvia convinta di essere stata addirittura salvata da lui. La degenza e la lunga convalescen­za avevano visto il chirurgo prodigarsi come non mai, forse finalmente cosciente dell’importanza per la sua professione di una cliente di quel nome e aveva utilizzato l’abbondante tempo libero che la perenne penuria di pazienti privàti gli concedeva, trattenendosi per ore presso gli Spiga, pronto a soddisfare le domande e i controlli e ad offrire tutto lo zelo che ogni malato spera di ottenere dal proprio medico. L’aria di padreterno, ormai contenuta in limiti molto più modesti, scompariva totalmente dal suo volto quando varcava la so­glia di casa Spiga e una certa umiltà aEcompagnava le sue vi­site durante le quali esponeva con fare semplice problemi, anche di carattere personale. Sergio sicuramente si era ac­corto della pochezza professionale di Nino, ma provava un senso di commiserazione per quel grosso bambino che anco­ra alla sua età andava blaterando di promozioni, di congiure che gli avevano impedito successi e guadagni.

Il decorso postoperatorio era andato bene e Silvia rifiuta­va controlli di altri chirurghi, mostrando la massima fiducia in Nino che verso di lei, quando Sergio era sostituito da an­ziane parenti, alternava all’umiltà grande sicurezza. Insom­ma gli Spiga lo avevano accettato come amico e anche Fran­ca era stata invitata nella loro splendida casa panoramica le­gando subito con Silvia che l’aveva presa sotto la sua prote­zione, benché di alcuni anni più giovane.

Bella donna la moglie di Sergio: un corpo armonioso con gli attributi femminili ben proporzionati, la pelle elastica e compatta e perennemente abbronzata, il viso dai lineamenti piacevoli e attraenti, grandi occhi assassini, bocca piccola da bambina imbronciata e capelli lunghi, tendenti al biondo. L’insieme le conferisce un’aria estremamente giovanile per nulla segnata dalle vicissitudini non felici che hanno scandi­to la sua vita, come la perdita dell’unico figlio di meno di un anno e il grave incidente che da tanto tempo ha menomato le gambe del marito, forse per sempre.

Il corteo è giunto davanti alla chiesa e si scioglie. Gli ab­bracci, le condoglianze sincere (poche) e di convenienza (molte) e poi i famigliari montano sulle automobili fra il sol­lievo di quelli che hanno partecipato tutti presi a controllare cappelli e capelli che il vento impetuoso e insistente non ri­sparmia.

Anche quell’amicizia è stata distrutta da Nino, ma quanto ha contribuito lei, Franca, con il suo modo di fare?

Non prova alcun dolore, forse solo una punta di commo­zione, quando la bara scompare nella fossa.



Sergio non ha dormito male, contrariamente a quanto po­teva attendersi. Appena associato all’infermeria del carcere di Poggioreale, si è dedicato ad approntare un piano per uscire al più presto da quella situazione che si presenta drammatica e con scarse possibilità di soluzioni a lui favorevoli.

L’atteggiamento del giudice, dapprima severo e accusatorio, si è presto stemperato in una malcelata simpatia, ma i fatti rimanevano pur sempre avversi e altre possibili piste, come Fucci gli ha raccontato, non danno risultati apprezza­bili e si profila, in mancanza di risultanze nuove, un proces­so indiziario che si concluderà con ogni probabilità, con la sua condanna. Identico il parere del miglior penalista con il quale si è trattenuto a lungo e che non si è mostrato del tutto persuaso della sua innocenza. Ha tentato il principe del Foro di convincerlo ad ammettere la sua colpevolezza, a confessa­re spontaneamente di aver ucciso Nino Peri in un momento d’ira sotto la spinta della provocazione grave e ripetuta. Gli ha assicurato una pena lieve e in parte condonata. Ma Sergio non è d’accordo: non è stata la sua mano che ha causato la morte del chirurgo e il vero omicida deve essere trovato, de­ve essere costretto a saltar fuori! Con argomentazioni lucide, stringenti, forse troppo per un penalista abituato all’impre­vedibilità dei sentimenti e delle azioni umane, più che alla lo­gica, ha difeso la sua tesi dell’inutilità di uccidere un uomo già moralmente distrutto e ampiamente penalizzato dalle umiliazioni pubbliche che gli ha inferto.

«Bisogna invece>’, ha sostenuto Sergio con veemenza «che utilizzi tutto il suo prestigio e la sua abilità per non far consi­derare chiusa l’istruttoria, e assumere il miglior investigatore privato perché indaghi e scopra chi può essere stato. La pre­go, avvocato, so che non siamo in America, nè ai tempi di Sherlock Holmes, ma mi risulta che Panzi sia in grado di pro­durre qualcosa di utile. Bisogna assicurarselo assolutamente>>

Era stato troppo occupato il matematico per lasciarsi an­dare a tristezze, malinconie o deprecazioni, e anche l’ingres­so in quel carcere lugubremente famoso, l’essere stato tratta­to all’accettazione quasi come un delinquente comune, l’ave­re come compagni di corsia camorristi, omicidi e ladri l’ave­vano lasciato pressoché indifferente, tutto teso com’era a ri­solvere in senso positivo quella infausta contingenza della sua vita. Non era la prima volta che la malasorte si accaniva contro di lui e da tempo era temprato dalle sventure.

Il risveglio in quell’ambiente triste e disadorno, le finestre piccole e munite di inferriate, gli infermieri sgarbati che lo guardano con derisione, i lamenti e le imprecazioni, l’insop­portabile puzzo di corpi sudati e sudici misto a disinfettanti e medicine e la forzata inattività gli fanno provare un acuto senso di disperazione e di ribellione.
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MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. V   Dom Feb 22, 2009 2:01 pm

Il risveglio in quell’ambiente triste e disadorno, le finestre piccole e munite di inferriate, gli infermieri sgarbati che lo guardano con derisione, i lamenti e le imprecazioni, l’insop­portabile puzzo di corpi sudati e sudici misto a disinfettanti e medicine e la forzata inattività gli fanno provare un acuto senso di disperazione e di ribellione.

Quel vigliacco di Nino, che essere infido e viscido! Inde­gno di far parte della comunità umana! Con quale gioia l’ha afferrato quel giorno e l’ha riempito di pugni e schiaffi e qua­le voluttà nel serrare il collo grasso e sentire le sue dita affon­darsi nei muscoli flaccidi, stringere la trachea, comprimere le carotidi e le giugulari, udire la voce sempre più flebile im­plorare pietà e perdono, vedere il viso farsi cianotico, gli oc­chi iniettarsi di sangue, i bulbi oculari quasi saltar fuori dalle orbite, la bocca emettere bava. Poi mani robuste afferrano le sue, altre Io percuotono sulle spalle, sulle braccia, sulla te­sta, altre ancora gli tirano i capelli. Una lunga lotta, ma le sue dita simili a tenaglie non mollano e la gioia di avvertire quel corpo sotto di lui abbandonarsi completamente vinto ne centuplica le forze, infine abbandona la preda e si gira contro i suoi avversari. Deve far paura e si avvia a fatica ver­so l’automobile indisturbato, mentre gli altri si affannano a soccorrere il misero individuo che giace riverso sul duro sel­ciato. Quanto ci ha impiegato a snidarlo! Ripetute, pressanti te­lefonate in ospedale, a casa, ai colleghi, alla moglie per avere soddisfazione, quella soddisfazione che ogni uomo degno di tale qualifica è disposto a concedere quando insidia la donna di un altro, specialmente quando questa donna è la moglie di un amico, di un essere umano che ha accordato fiducia, ha spalancato le porte della sua casa, ha affidato a un medi­co regolarmente retribuito la cura della sua compagna, mai supponendo che si potesse in modo così proditorio violare la legge dell’amicizia e ancor più la deontologia. Ma Nino Peri ha dato un ancor più rivelatrice ed eclatante dimostrazione della sua pochezza, facendosi sempre negare ad ogni chia­mata diretta, non reagendo minimamente quando Sergio, allo scopo di stanarlo, a chiunque gli rispondeva l’ha qualifi­cato con epiteti sanguinosi e provocatori, invitandolo a un incontro faccia a faccia, l’unico che avrebbe potuto, se af­frontato con coraggio, mitigare, anche se non purgare, i suoi torti. Nino non ha mai accettato l’incontro, la spiegazione, e, rintanato come un topo di fogna nel putrido della sua vil­tà, ha perfino smesso di frequentare l’ospedale, sordo ad ogni richiamo di orgoglio, di dignità nei confronti dei colle­ghi, della moglie, dei figli e di se stesso. Come può un indivi­duo del genere ancora aprire gli occhi la mattina, guardarsi allo specchio, rivolgere la parola a chi conosce ormai la sua pusillanimità? Abbarbicato disperatamente alla convinzione che Sergio, con quelle gambe quasi immobili non potesse mai raggiungerlo, come precedentemente non si era mai po­tuto accorgere dei suoi maneggi, è sicuro che il tempo pla­cherà la tempesta e prima o poi potrà tornare ad essere al mondo (perché solo così può definirsi quella sua sozza vita senza onore) nel modo abituale e i figli, la moglie e i colleghi dimenticheranno l’ulteriore e pesante dimostrazione della sua bassezza morale. Due volte Sergio, spacciandosi per un altro, è riuscito a parlargli, sia pure per telefono e Nino dap­prima ha tentato di addossare ogni colpa alla donna, toccan­do un altro record di codardia, poi ha provato a scusarsi, a scongiurare così, a basso prezzo per uno abituato ad ogni grettezza etica, con giustificazioni puerili ogni pericolo e in­fine rifiutandosi ancora a ogni incontro faccia a faccia. Tut­tavia un giorno il primario lo ha costretto a recarsi in ospe­dale per urgenti necessità di servizio e Sergio, che ogni matti­na con indicibili sofferenze ha trascinato le gambe nella sua automobile con cambio automatico, freno e acceleratore con comando a mano, l’ha scoperto e con gioia selvaggia ha sterzato per bloccarlo, ma Nino ha visto giungere la sagoma inconfondibile della vecchia macchina e rapido per la paura è partito a razzo.

Due automobili turbano l’atmosfera idilliaca della calda giornata d’ottobre. Nuvole bianche danno risalto all’azzurro turchino del cielo e un leggero vento muove appena le cime degli alberi e i panni stesi ad asciugare secondo la solita oleo­grafica, ma vera immagine della città partenopea. Il traffico non è particolarmente intenso, o perlomeno non lo è nel ver­so Camaldoli-Ercolano e procede svogliato, quasi i condu­centi più che a raggiungere i luoghi di destinazione, siano oc­cupati a godere, a immergersi nel bel tempo ricomparso do­po giorni e giorni di pioggia e freddo, sopravvenuti d’im­provviso a chiudere la lunga estate. Sono una grande Peu­geot diesel e una piccola Daf a benzina che, con uno stretto slalom, superano chi le precede. Le ruote cigolano stridenti sull’asfalto e l’odore torrido, oleoso dei motori, dei coperto­ni surriscaldati, dei radiatori fumanti, si diffonde per la stra­da infastidendo i pedoni fra commenti malevoli, ma non proprio indignati, perché il sole caldo ma non afoso impigri­sce e non invoglia certo a scalmanarsi per reazioni che in fin dei conti lasciano il tempo che trovano. Non precisamente così la pensa Sergio che vorrebbe tirar fuori da quella mac­chinetta ben più dei suoi trenta cavalli e vede con rabbia infi­nita la Peugeot allontanarsi sulla tangenziale che con le lar­ghe curve favorisce la maggiore velocità: prega e impreca in un miscuglio forsennato di sentimenti. Non deve sfuggirgli quel maledetto vigliacco: come vorrebbe poter ancora gui­dare e avere, al posto della Daf, l’Alfetta che è stato costret­to a sostituire con l’unica automobile che gli è stato permes­so di condurre dopo la disgrazia di quella caduta che ha reso lui, sportivo ancora praticante, un handicappato. La Peu­geot è ridotta ad un puntino lontano. Sergio tira disperata­mente il pomello dell’acceleratore, mentre dimentica quello del freno. Un grosso autotreno rallenta la corsa di Nino che non riesce a superano: procede quel bestione sulla corsia di sorpasso. Dà una rapida occhiata al retrovisore e vede con terrore la Daf riavvicinarsi, suona freneticamente il claxon ma invano, tenta allora di sopravanzarlo sulla destra e si tro­va una lenta vettura a chiudergli ogni possibilità di passag­gio. Guarda con un’ansia che cresce di secondo in secondo lo specchietto: la Daf, Sergio è a 100 metri, a 50 metri, a 20 metri e aziona la tromba con intermittenza trionfale. Nino scorge il suo persecutore fare gesti di sfida e di fermarsi. Il cofano della vettura olandese è pressoché a ridosso del suo bagagliaio, sente quasi il calore del motore penetrare nell’abitacolo, i paraurti incontrano i suoi e cercano lo scon­tro, una paura infinita lo invade. Non osa più girarsi, nè guardare: immagina gli occhi di Sergio e la sua espressione selvaggia, vindice. Un tonfo, le due auto si urtano insistente-mente, poi il muso della Daf è all’altezza della portiera po­steriore: è finita, dovrà fermarsi; ma, miracolo, l’autotreno e riuscito a sorpassare l’utilitaria e, come un pachiderma, flemmatico si porta sulla destra. Lo spazio davanti si libera:un metro, due metri, Nino passa, accelera, maledice la lenta ripresa del motore diesel, ma sessantacinque cavalli inco­minciano a contare nuovamente e la Daf si allontana sempre di più, mentre la tromba suona ora non più trionfante bensì disperata, lamentosa. E fatta! Sergio è furibondo, c’era qua­si riuscito e ora di nuovo gli sfugge. Un senso di impotenza lo pervade e lo abbatte, ma non dura molto: ce la farà, deve farcela, a qualsiasi costo, nonostante la Peugeot del suo ne­mico sia sempre più distante. Nelle curve scompare comple­tamente alla sua vista, vorrebbe picchiare il pugno per la grande rabbia, ma ha entrambe le mani occupate e allora si morde il labbro con ira, con forza, sangue gocciola sul pul­lover, non sente dolore. Ecco l’indicazione del casello di Napoli-Barra. La Peugeot è ferma, il braccio di Nino si ten­de per lo scontrino. Sergio divora quel chilometro che lo di­vide, la Peugeot riparte e la Daf si infila senza fermarsi: ènuovamente vicina, ma l’altra si riallontana, gli sfugge~ Spe­ra in un miracolo, ma non avviene purtroppo. E di nuovo un puntino lontano, la vede imboccare lo svincolo di Ercola­no: quell’imbecille! Forse ora davvero ce la farà a raggiun­gerlo. Lo stupido avrebbe dovuto proseguire, staccarlo di chilometri e poi uscire dall’autostrada! Sarà l’inconscio che lo guida dove una volta era papà, il suo protettore, ma non c’è più! Anche Sergio è allo svincolo, prende la prima curva due volte più veloce del giusto: le ruote di destra escono, grattano il solco oltre la carreggiata, gira il volante come un pazzo, frena, rientra, riprende velocità. Va giù ad accelerate e rallentamenti, giravolte e allungature, tuffi, frenate e scar­rocciate e la villa è in vista e Nino è fermo per aprire il can­cello. Lo vede e monta in macchina senza rinchiuderlo per la fretta e la paura ormai folle. Sergio imbocca il vialetto ghiaioso strisciando il cancello: Nino è a 10 metri, è in trap­pola! Arresta l’auto con una frenata violenta sullo spiazzo. Sergio è dietro di lui e frena a ridosso della Peugeot. La por­tiera si apre e Nino cerca di usare le sue gambe sane per sfug­gire, ma Sergio si tuffa come un giocatore di rugby e lo plac­ca. Rotolano a terra. Nino agita le braccia nel tentativo di difendersi. E più alto e più grosso di Sergio, ma è raggiunto da un pugno possente, una grandinata di colpi duri, forti, violenti lo avvilisce, ma l’istinto di conservazione più del co­raggio gli fa finalmente impiegare tutte le sue forze, la sua mole, il suo peso. Tuttavia è presto soverchiato. Urla, chie­de aiuto, chiede scusa, chiede pietà. Una morsa gli serra la gola: invano afferra quelle braccia muscolose, scalcia, gli manca il respiro, non riesce più a urlare, parlare, non prova più paura, solo una voglia di cedere, di farla finita, di ab­bandonarsi. Una nebbia sanguinosa cala sui suoi occhi, un ronzio, un rombo gli invadono le orecchie, ma scorge figure indistinte che si precipitano verso i due corpi avvinghiati e ode delle voci affannate, poi più nulla.

Sergio è ritornato nello studio, si lascia cadere sfinito sul di­vano, le braccia sollevano le gambe pesanti e immote, le acca­rezza, le massaggia. Si sono comportate bene, si sono mosse un pò più del solito, lo hanno sorretto. I muscoli dei fianchi e dell’inguine lo tormentano con fitte lancinanti, pure il resto del corpo è dolente, ma che importa! Un senso di compiutez­za lo conforta e gli allevia ogni dolore: ha lavato l’offesa, ha dimostrato a quello spregevole individuo che si può essere uo­mini in senso completo, anche nelle sue condizioni, e non si può approfittare della sua buona fede, della sua probità, che gli fa giudicare gli altri con pari metro, impunemente.
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MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. V   Dom Feb 22, 2009 2:03 pm

Dalla finestra un raggio di sole giunge fino a Sergio e lo ri­scalda. Il mare laggiù brilla di mille riflessi e vele palpitanti come ali lo solcano in ogni direzione. Scie di veloci motosca­fi si incrociano con quelle più ampie dei vaporetti e di qual­che grande nave e l’intenso azzurro del cielo gli appare incor­niciato fra il verde smeraldo degli alberi.

Il trillo del telefono turba quella beatitudine. È preoccu­pato quando risponde, ma è solo la cameriera che gli chiede perché non è andato a pranzo e se vuole che lasci la tavola apparecchiata. Replica infastidito che ha già provveduto e le domanda della signora, di Silvia.

«Riposa, è in camera da letto», dice la servotta. La congeda.

Silvia! E soddisfatto per la lezione e la mortificazione che ha impartito a Nino, ma i dubbi, le sofferenze di quei dieci giorni, il passaggio dalla quieta sicurezza, che ha contrasse­gnato il suo rapporto matrimoniale, allo scatenarsi improv­viso dell’inferno di sentimenti si impadroniscono di lui, della sua mente e del suo corpo. Nuove fitte dolorose, insoppor­tabili investono ogni fibra della sua persona, ma il movente non è fisico, è da ricercare nel tarlo che lo consuma, lo logo­ra mentalmente, non gli dà pace e che ha trovato sosta, ripo­so, intervallo nell’odio, nel disprezzo per l’ignobile individuo che ha catalizzato tutte le sue energie. Ma ora, proprio quando ha potuto appagarli, lo lascia come svuotato, nuo­vamente disponibile e il pensiero ritorna ineluttabile per l’en­nesima volta a quella sera.

È settembre. Un caldo opprimente, innaturale e una tem­peratura che da giorni e giorni supera i quaranta gradi: da oltre vent’arìni, scrivono i giornali, non si ricordava una fine estate così calda, benché l’umidità durante il giorno sia ri­dotta e permette nell’immobilità, nel cono d’aria smosso da un ventilatore, nell’immersione in mare o in piscina di trova­re qualche refrigerio, ma la sera i pochi gradi di diminuzione sono fin troppo compensati dall’umidore che sale dal mare e discende dagli alberi, depositandosi sulle case e sugli uomini e non dà sfogo al sudore che rimane rappresò sulla fronte, sulla pelle, mentre un’afa insopportabile toglie il respiro e si spera sfiduciatamente in un pò di vento che la mitighi. Nel giardinetto dello studio di Sergio alcuni amici si sono riuniti per trascorrere insieme qualche ora per cercare, nella distra­zione del gioco, di obliare quel calore intollerabile, ma prin­cipalmente di procrastinare il momento più terribile di gior­nate come quelle, quando distesi seminudi sul letto si tenta disperatamente di prendere sonno e il materasso raccoglie e restituisce decuplicato il caldo del corpo e il lenzuolo si Im-pregna di madore, il cui odore acre aumenta il senso di fasti­dio e di insofferenza. La luna e le stelle hanno strane forme sfrangiate con un alone che ricorda quello dei fanali nella nebbia e così appaiono le luci di Mergellina e della collina di Posillipo. Le ringhiere e i muretti sono roridi e il gelsomino sembra privo di profumo. Il tavolo da gioco è sotto un im­menso ombrellone, ma Sergio teme che l’umido dell’aperto aggravi un fastidioso ascesso che da giorni lo tormenta e lo obbliga a nutrirsi con quel caldo con purea e polpette e pre­ga Silvia di trasferirlo all’interno. Volenterosi raccolgono il grande tondo fornito di panno verde e Io sistemano su un ta­volo quadrato, mentre Nino rimane all’aperto davanti al te­levisore portatile che trasmette la nona di Beethoven. È par­ticolarmente pimpante quella sera e sul volto ebete riappare l’antica aria da padreterno. Lui, di solito così impacciato con gli amici, accompagna la musica esaltante con il movi­mento delle mani e delle labbra. Indossa una tenuta balneare con una specie di giubbotto di filo che gli lascia scoperto parte del torace grassoccio e dello stomaco adiposo, convin­to che l’abbronzatura annulli il grasso. Pantaloni di lino strettissimi sottolineano l’abbondante ventre e sandali da spiaggia rivelano i grossi piedi. Silvia sembra non soffrire il caldo e un leggero copricostume evidenzia il seno sodo ed alto e le gambe lunghe e abbronzate. È l’unica che dà una sensazione di fresco nella compagnia di individui boccheg­gianti. Le altre signore non riescono quella sera a maschera­re l’età, non proprio giovanile, con il sapiente maquillage semidistrutto dall’abbondante sudorazione, anche se si sfor­zano, -con i soliti atteggiamenti audaci e le battute piccanti infarcite di maleparole che fanno tanto chic, di rendersi in­teressanti Sono in Otto i giocatori e siedono intorno al tavolo che per l’ampiezza lascia spazio sufficiente fra l’uno e l’altro. L’ulti­mo a rientrare dal giardino è Nino che, ancora canticchian­do i passaggi della sinfonia, occupa la sedia vicino a Silvia. Franca siede di faccia al marito e rompe l’abituale silenzio che accompagna la sua presenza in comitiva per suggerire di mantenere le posizioni come sono e di non procedere al ri­tuale sorteggio. Il caldo non invoglia nessuno alla fatica di cambiar di posto e la proposta viene approvata. Si distribui­scono le carte e il gioco inizia e si trascina fra la noia, i la­menti, l’agitarsi, lo sventolarsi e il detergersi il sudore che scorre copioso. Solo la vivace Milena non smentisce il suo temperamento e, fra un lamento e l’altro, trova la forza per ridere e prendere in giro gli amici che replicano debolmente, ad eccezione di Nino, al quale evidentemente la musica bee­thoveniana (un ricordo dei tempi di Aristarco?) produce ef­fetti stimolanti, e di Silvia che ha una strana espressione sul viso più che mai attraente, ma non limpido come al solito. Sergio è silenzioso e per una vota la sua conversazione bril­lante non illumina la compagnia, ma il caldo e il dente lo tengono al tavolo di malavoglia e solo di tanto in tanto rivol­ge la parola e qualche suggerimento a Lisa e Franca che gli siedono ai lati. Si discorre di mare, di barche e di bagni e Ni­no racconta di quelli meravigliosi che con Silvia, Franca e i figli stanno facendo al Capo Miseno dove usufruiscono di una villetta che un collega di Sergio ha messo a sua disposi­zione per ripagarlo dei tanti aiuti ricevuti per la carriera. So­no discorsi che infastidiscono Sergio che dall’epoca dell’inci­dente non fa più bagni, nè si reca al mare per il pudore che la condizione di paraplegico, così crudamente contrapposta al­la precedente immagine di atleta, gli suscita. Eppoi vi sono sempre o quasi scale per raggiungere la battigia e l’essere portato a braccio o arrancare avvinghiato a persone che lo aiutino gli dà un senso profondo di tristezza e ancor più te­me di ispirare un senso di pietà proprio lui che è stato sem­pre invidiato. Ma ormai sono sette anni e si è abituato ad af­frontare di buona grazia anche argomenti sgraditi, discutendone come se anche lui potesse agire in perfetta normalità, ma quella sera il granuloma nella mascella lo tiene di malu­more.

Nino prosegue ed esalta la sua barca dallo scafo di plasti­ca con il fuoribordo da venti cavalli, i bagni di sole, i tuffi, le immersioni al largo in un mare ancora pulito e continua im­perturbabile anche quando Mario con fine umorismo ridico­lizza l’immagine della barchetta semiaffondata sotto il peso di ben otto persone che la rendono tanto più affollata di una spiaggia popolare.

Sergio non può impedirsi di ammirare le doti di recupero di Silvia: sembra che i giorni caotici che hanno preceduto quella sera non l’abbiano riguardata minimamente. Ore di grandi apprensioni e di meticolosi accertamenti per chiarire la causa degli spasmi intestinali che tanto la hanno tenuta in ansia, ingigantita dall’errata diagnosi del radiologo che ave­va avanzato l’ipotesi di un tumore confermando l’esame cli­nico di Nino. Fortunatamente Sergio aveva imposto un en­doscopia che aveva fugato ogni timore e ridotto a una bana­lità il male che quasi per incanto era scomparso. Colpa dell’incapacità di Nino le assurde paure e la scelta del radio­logo, ma come conservargli rancore quando il chirurgo tan­to si era adoperato e aveva dedicato tutto il suo tempo, tra­scurando anche l’ospedale, a Silvia e umilmente, con gioia che sembrava sincera, aveva ammesso i suoi torti dovuti, di ceva, all’amicizia che lo aveva spinto ad una scrupolosità che si era risolta tutto sommato bene. Anche Franca si era prodi­gata con affettuosità ed efficienza accompagnando Silvia e tenendole continuamente compagnia in quel periodo trava­gliato. Avevano festeggiato loro quattro la positiva conclu­sione, ma Sergio si era proposto di non consultare più Nino per futuri e non augurabili nuovi malesseri di Silvia.

L’inizio di quegli esami aveva segnato la fine di un grosso litigio a causa del quale non si erano rivolti parola per quasi un mese. Sergio era stato crudamente accusato di egoismo e di mancanza di affetto dalla moglie che gli aveva rinfacciato di dedicarsi troppo alle ricerche scientifiche e non a cercare di superare la condizione di semiparaplegico che la costrin­geva a condurre un’esistenza come se non avesse marito, ad andare con altri al mare, a fare spese, a rinunciare a una vera villeggiatura e a non uscire quasi mai di sera.

«Sono ancora giovane», gli aveva detto ((e non mi va di continuare a vivere in questo modo!» Come se a lui facesse piacere fare la vita di un handicappato, come se bastasse la volontà per riprendere l’uso completo delle gambe, come se non fosse più penoso trascinarsi dietro un uomo che saltella su stampelle e che ha bisogno di aiuto vigoroso e mortifican­te per salire e scendere le maledette scale che abbondano do­vunque!

Dopo l’incidente Sergio era ridotto su una sedia a rotelle e solo lui sa quanto gli era costato migliorare le condizioni delle gambe: le dolorose terapie, la ginnastica, i massaggi giornalieri e principalmente vincere la depressione psichica che lo aveva portato nei primi tempi a sfuggire la compagnia di amici e di colleghi e a trascurare l’università, gli esami e gli allievi che tanto amava. Ma non era per quello che aveva fatto progressi, tutt’altro, era stato l’amore per Silvia che l’aveva spinto fino allo stremo delle forze a compiere i picco­li miglioramenti e a ritornare a frequentare gente cercando di far pesare alla moglie quanto meno era possibile la sua si­tuazione. Ma doveva anche comprendere che il pudore, il suo carattere orgoglioso gli impedivano di frequentare locali pubblici di divertimento come teatri, stabilimenti balneari, cinematografi, ristoranti e anche alberghi. Per la verità Silvia era stata comprensiva e affettuosa con lui e si era dimostrata una moglie encomiabile, un’infermiera impareggiabile, in­somma una vera compagna, ricambiando il comportamento di Sergio quando lei era stata tanto malata. D’altra parte avevano tanti ricordi in comune del fidanzamento e dei pri­mi dieci anni di matrimonio nei quali Sergio, nonostante la sua attività, l’aveva condotta dovunque e trattata sempre co­me una regina. Fortunatamente lo stipendio di professore universitario, i diritti d’autore del suo libro "Complementi di Matematica" che era stato da tanti anni adottato in quasi tutti i licei scientifici d’Italia e, quelli per i testi di Geometria Analitica e Déscrittiva, oltre ai numerosi articoli pubblicati da riviste specializzate e da terze pagine di quotidiani, assi-curavano loro agiatezza se non addirittura ricchezza, e Silvia sapeva bene che alcune sue ricerche scientifiche dovevano presto assicurargli una fama ben più grande di quella assolu­tamente non trascurabile della quale già godeva e che avreb­be inorgoglito qualsiasi moglie. Certo, Sergio si rendeva conto della posizione non facile di Silvia, dei suoi disagi, ma riprendere l’uso completo delle gambe, anche se possibile se­condo i medici, sembrava sempre più un’utopia e i progressi erano piccoli e limitati anche se costanti. D’altra parte ses­sualmente, dopo i primi mesi, il suo comportamento era ri­tornato alla piena efficienza e faceva di tutto per non farle mancare villeggiatura o divertimenti, organizzandole bagni e distrazioni in compagnia sua dove possibile, o con parenti e amici fidati. Questo era stato uno dei motivi per i quali aveva accettato con piacere il nascere dell’amicizia con Fran­ca e da un paio d’anni li invogliava ad andare a mare insieme mettendo loro a disposizione la villetta del collega o, l’anno prima, una stupenda cabina nel più elegante stabilimento balneare del golfo.
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MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. V   Dom Feb 22, 2009 2:05 pm

Di tanto in tanto però, di iniziativa propria o per maligne ed invidiose soffiate di esseri miserabili, Silvia dava segni di irrequietezza che sfociavano in indegni litigi con il relativo rinfacciargli la sua condizione, il che portava i due coniugi a tenersi il broncio per qualche giorno, fino all’immancabile riconciliazione che si concludeva con baci, carezze, promes­se di non caderci più e un’appassionata notte d’amore. L’ultima volta però erano andati ben più in là ed erano vo­late parole grosse pronunciate con particolare cattiveria, che avevano condotto gli Spiga sull’orlo della separazione e forse non era giunta a sproposito la grande paura. Quella sera Sil­via non conserva tracce dei giorni burrascosi, ma il suo com­portamento non ~ normale, in particolare con Nino sostiene un atteggiamento contegnoso e scostante, ben diverso dalle premurose attenzioni che di solito gli riserva e, pur sedendo gli vicino, procura di mantenere una distanza che eviti a braccia e mani di incontrarsi.

La partita è agli sgoccioli e frettolosamente si fanno i con­ti, si paga o si incassa e gli ospiti incominciano a salutare de­siderosi di tornare alle proprie case a cercare refrigerio in una doccia o in una rubusta lavata che permetta ai pori inta­sati di traspirare liberamente, anche se presto nuovo sudore non evaporato li farà sentire peggio di prima.

Ora gli Spiga sono soli, compiono il solito rituale del do­pogioco allo studio: abbassare le avvolgibili, raccogliere car­te e gettoni, spegnere le luci e infine ritornare a casa. Segio avverte una tensione strana in Silvia che, mentre lui si spo­glia incontrando le solite difficoltà per i pantaloni e le scar­pe, si avvicina e si allontana continuamente con mille prete­sti. Sul viso è ormai evidente un’ansia repressa e sottili rughe appaiono a deformare la pelle che gli anni sembrano non po­ter intaccare. Improvvisamente si ferma e chiede:

((Cosa ti ha raccontato Manù?»

Sergio è meravigliato, ma guardingo: teme un nuovo scontro.

«Niente, cosa mi doveva dire?», risponde.

«Non sei sincero. Prima delle radiografie, quando ancora non ci parlavamo, è venuta allo studio ed è rimasta con te per più di due ore».

((Ah, parli di sabato scorso? Mi ha chiesto dei consigli per il fitto del suo appartamento».

«Solo questo?»

«E cos’altro, Silvia. Non ti nascondo nulla, lo sai. Quante volte ti ho detto che la mia concezione della famiglia vuole che non ci siano mai misteri fra marito e moglie, e ricordati che la mia famiglia sei tu. Solo in secondo ordine vengono gli altri compresi genitori e parenti».

((Sì. Non bisogna permettere a nessuno di entrare nelle co­se della famiglia e non dobbiamo nemmeno avere, amicizie troppo strette, ma solo conoscenti un pò più intimi o meno. Ad esempio sono stanca dei Peri e vorrei vederli più di rado. Come hai sentito ho detto a Franca di non aspettarmi per il mare domani. Se farò altri bagni, magari andrò con Manù al circolo». Il labbro trema sempre più percettibilmente. «Dim­mi che ti ha raccontato Manù».

«Sai che sei strana? Ti ripeto che non mi ha detto nulla!»

Una nube passa e le offusca lo sguardo, le rughe sono più fitte e profonde.

«Ebbene, non ha importanza quello che ti ha riportato e se te l’ha raccontato. Ho qualcosa da dirti... » Non solo il labbro, ma tutto il corpo è scosso da brividi. «Promettimi però che non farai nulla... »

Sergio è incuriosito e preoccupato, una sensazione di tra­gedia lo pervade.

«No, te lo prometto, ma parla».

«Giuralo».

«Te lo giuro, ma parla perdiana!»

«Mi sono vista da sola con Nino!»

Sergio impallidisce, ma non commenta. Accende una siga­retta, le mani tremano.

«Ricordati che mi hai promesso... »

«Sì, sì».

«La settimana scorsa, venerdì, ricordi quando non ci parlavamo e avevo lasciato detto che non sarei andata al mare ma a fare commissioni, ho avuto uno spasmo terri­bile e due pillole lo hanno solo attenuato. Avevo paura e ho telefonato a Franca e lei mi ha spinto a chiamare Nino in ospedale per un consiglio. Ero agitata, ho pianto e lui mi ha chiesto di raggiungerlo subito... » Il capo è chino, lo sguardo fisso in terra. Sergio è allibito. Silvia sa bene che tutto deve passare per lui, ma non interloquisce, deve sa­pere fino in fondo. «Sono andata al San Francesco, ma lui non era in reparto come credevo, mi attendeva sul cancel­lo, è montato in automobile e mi ha fatto segno di seguir­lo con la mia, poi alle spalle dell’ospedale si è fermato e mi ha invitato nella sua macchina per parlare con più cal­ma. Io non volevo, ma il dolore si è intensificato e sono salita. Lui si è diretto verso Chiaiano e giunto al tratto di campagna si è fermato e mi ha domandato cosa avevo e mi ha tranquillizzata dicendomi che non doveva essere nulla di importante, perché quei dolori, anche se di mino­re intensità, già li avevo avuti. Comunque era opportuno che mi visitasse e ha aggiunto che sarebbe venuto a casa il giorno dopo con Franca. L’ho pregato di trovare una scu­sa perché non ci parlavamo e non volevo chiederti nulla e ho pianto, temevo un brutto tumore. Mi ha accarez­zato. ."«Continua». Il viso di Sergio è bianco, l’espressione terri­bile.

Silvia lo abbraccia forte e gli mormora:

«Mi hai giurato che non farai nulla, ti prego... »

«Continua! »

«Mi ha stretta e ha tentato di baciarmi. Mi sono liberata immediatamente e gli ho dato uno schiaffo, ho aperto lo sportello e sono scesa, proprio in quel momento ho visto la macchina di Manù che passava».

«E poi?»

«Lui si è scusato tante volte, mi ha scongiurato di risalire e mi ha riportato alla mia macchina e sono venuta a casa».

Qualcosa si spezza nel cuore di Sergio. ~ la conferma di larvati sospetti che, di tanto in tanto in quei due anni di più stretti rapporti con i Peri, lo hanno tormentato, ma che si è sempre rifiutato di approfondire: non poteva ammettere che la sua Silvia, una moglie insospettabile, una donna seria e aliena da protagonismi del tipo romanzi a fumetti, la sua compagna che tutto gli raccontava; potesse agire come le al­tre. Con immensa tristezza le chiede:

«E poi?»

«Più nulla, sono tornata a casa...>>

«E non mi hai detto niente... »

«Come avrei dovuto fare, non ci parlavamo. .. »

«Ah, di fronte a un episodio così grave, alla prima volta che non ti sei rivolta a me per aiuto, stavi a pensare a uno stupido litigio. . . »

«Ma non era stupido, volevamo separarci... . »

<
«Perdonami Sergio, perdonami. Te l’avrei detto se gli av­venimenti non me lo avessero impedito: la radiografia, le paure, l’endoscopia e ora, vedi, ti ho raccontato tutto,>>

Silvia è aggrappata a Sergio e lo stringe spasmodicamente, piange.

«Sì, perché sospettavi che Manù mi avesse parlato, rac­contato... e quel farabutto ti ha baciata... »

«Ha tentato... anche per questo non sapevo più cosa fare, se dirtelo... ti conosco, so le tue reazioni, ma mi hai promes­so, ricordalo. Sono stata una pazza, ora capisco, ma il dolo­re, la paura...»

«Andiamo a letto!» Una disperazione cupa si è impadronita di Sergio: è la fine di tutto, vent’anni di vita in comune fra fidanzamento e ma­trimonio, un’unione perfetta, un amore che aveva resistito a ogni prova nonostante i dispiaceri, le disgrazie e quel mondo corrotto che li circondava. Il crollo di un mito, la perdita del punto di riferimento della sua esistenza! Che gli importava­no i successi, le pubblicazioni, le ricerche e la stima di cui go­deva! E' finita, lo sente. Ma è confuso, ha bisogno di riflette­re, di mettere ordine nei suoi pensieri, di decidere cosa fare e poi ha promesso, e lui ha sempre tenuto fede alla sua parola. E un uomo serio lui! Silvia ha il volto rigato di lacrime e con timidezza gli si avvicina, lo accarezza. Sergio la scosta e si spinge verso il bordo del letto. Anche Silvia si allontana e i singhiozzi rimbombano nel silenzio della notte. Sergio pensa intensamente. Fissa con gli occhi sbarrati un punto indefini­bile nel fioco chiarore che passa fra le stecche dell’avvolgibi­le. Allora c’era qualcosa fra i due! Chissà da quanto tempo! E lui che non aveva dato grande importanza alla confidenza, alle occhiate complici durante il gioco o le cene, allo stare vi­cini, alle braccia che si urtavano, sfioravano, si sovrappone­vano e alla stima che Silvia mostrava per Nino, ed era forse l’unica! L’aveva sempre attribuito alla gratitudine, alla con­vinzione di essere stata salvata da lui durante l’ormai lonta­no intervento chirurgico, alla commiserazione per quell’uo­mo sgraziato e dalla vita piena di insuccessi! Ma non è pro prio questo che stimola il senso materno delle donne? Si era ritenuto troppo superiore per preoccuparsi. Come aveva po­tuto una donna intelligente preferirgli uno come Nino? E in­vece... E lui, quel grande farabutto, figlio di puttana aveva osato corteggiare Silvia, sua moglie, una paziente prima che amica! Gliela avrebbe fatta pagare! Ah se lo sarebbe dovuto ricordare quel maledetto! E lei? Diceva la grande paura? Perché non si era rivolta al marito come sempre? Come se non sapesse chi l’aveva sempre aiutata con sagacia, con effi­cienza, con infinito amore! Come ha potuto dimenticare?
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MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. V   Dom Feb 22, 2009 2:06 pm

Un’ira profonda ha preso il posto della disperazione, dello smarrimento. Una smania di fare, di sapere, di vendicarsi.

Si alza e va in salotto. E se fosse autentico quanto gli ha raccontato Silvia? Perché non può esserlo? Non si parlavano da quasi un mese, e lui è il suo medico. E poi ha telefonato prima a Franca! Se ci fosse stato qualcosa fra i due avrebbe telefonato alla moglie? Un alibi. Troppa raffinatezza! Non èdel carattere di Silvia così franco, sincero da rischiare storie e litigi pur di affermare ciò che sente. Ha sempre agito così, lui lo sa bene! Ma che sa? E sicuro di conoscere Silvia? E se anche fosse vero perché non rivolgersi a lui? Il litigio? Scioc­chezze di fronte a cose così gravi! Come si può perdere una consuetudine di lustri? E poi perché salire sull’automobile di Nino? Ah no! Non ce la fa più, deve sapere! Rientra da Sil­via, ora la luce è più intensa, albeggia. Guarda la moglie che dorme sotto l’influsso dei tranquillanti che le ha sentito prendere. Continui sobbalzi e trasalimenti turbano quel son­no. La scuote, la sveglia, la interroga e vive ore allucinanti.

Quanto apprende nell’interrogatorio sfiancante, cattivo, opprimente è di una gravitù enorme per lui, per il suo carat­tere, per il suo modo di concepire la vita, anche se non riesce ad accertare se è esistito un rapporto di tipo adulterino. Sil­via lo ha negato sempre recisamente. Ha solo ammesso che fra lei e Nino si era creata una confidenza da vecchi amici e si raccontavano le loro pene, i loro problemi, ma soltanto quando andavano al mare o nelle serate di ricevimento, mai da soli. C’era sempre o Franca, o i figli, o Sergio, o tutti.

Non si sono mai incontrati a quattr’occhi e mai si sono scambiati nemmeno un’amorevolezza a parte ciò che anche Sergio ha potuto vedere. Quella è stata l’unica volta che so­no stati insieme a tu per tu e per pochi minuti. Quelle le uni­che carezze e l’unico tentativo di bacio. Sì, è vero che Nino la corteggiava, aveva avvertito di piacergli, ma non si era mai spinto ad azioni o parole che Silvia non avrebbe accetta­to e che le avrebbero subito fatto interrompere ogni rappor­to. E vero che l’aveva tante volte compianta per la sua vita difficile come moglie di un paraplegico e lei se ne era spesso lamentata. Anche con Franca. Pure lei l’aveva confortata e commiserata. C’era confidenza, molta fra loro tre, ma quel­la di tre amici! Un’amicizia pelosa, ora se ne rendeva conto, ma nulla di più, lo giurava. Ripetutamente Sergio si è fatto raccontare delle telefonate e dell’incontro e mai Silvia si ècontraddetta, anche se lo ha arricchito con altri piccoli parti­colari. Si era persuasa che lui avesse saputo da Manù, ma nulla le aveva rinfacciato per quei giorni caotici della grande paura, per pena, per tenerezza. Sì, aveva parlato convinta che lui sapesse, ma lo stesso gli avrebbe raccontato tutto. Magari più tardi, fra qualche giorno. No, non avrebbe resi­stito con quel peso sulla coscienza e nel frattempo avrebbe rallentato ogni relazione con i Peri fino a farla cessare total­mente. Perché era salita in macchina? Perché si era recata al San Francesco? Perché era rimasta coinvolta! Dapprima ave­va telefonato a Franca per conforto e per trovare una solu­zione per un esame clinico da parte di Nino, poi a lui dietro invito e pressioni della moglie, all’ospedale per la richiesta del chirurgo che le era sembrata al momento naturale e infi­ne in macchina perché, giunta a quel punto, non aveva sapu­to tirarsi più indietro: lo avrebbe offeso, ma di colpo aveva reagito quando il comportamento non era stato corretto e allora aveva compreso i suoi errori. Perché aveva accettato di essere visitata il giorno dopo da Nino? Ma era stato Ser­gio a proporlo quando l’aveva trovata sofferente per i dolo­ri! Come rifiutare senza creare un putiferio e in quel momen­to, con la paura in corpo? Sono esausti entrambi quando il sole prepotentemente si fa strada fra le connessure della per­siana e disegna strisce luminose entro le quali galleggia un pulviscolo impalpabile. In un gioco di luci ed ombre i mobi­li, i quadri, i ninnoli assumono forme strane, irreali come vi­sioni che gli occhi stanchi di Sergio stentano a mettere a fuo­co. Sono due notti che non dorme: prima l’ascesso, poi la stupefacente confessione. Può continuare una vita in comu­ne dopo ciò che ha saputo e principalmente dopo quello che non ha saputo? Ma ci sarà tempo per pensarci, forse anche troppo, ora deve regolare i conti con quel pover’uomo, col subdolo individuo che ha carpito la sua fiducia minando la sua posizione con Silvia giorno per giorno e che si è permes­so come minimo di tentare di baciarla!

E’ alba inoltrata quando telefona a casa Peri. Gli risponde Franca, le chiede di passargli Nino.

«Perché, che è successo?»

«Niente, ho bisogno di parlargli>>

Attimi che sembrano ore, e finalmente.

«Pronto, Sergio, che c’è?»

Come vorrebbe averlo a portata di mano. Cerca di assu­mere un tono naturale.

«Nino, ho bisogno di vederti al più presto, puoi venire al mio studio? O dimmi dove possiamo incontrarci». C’è ansia nella voce quando chiede:

«Perché che è successo, forse Silvia non sta bene?»

«Te lo dirò di persona. Allora dimmi dove e quando, ma rapidamente».

«Ma oggi non posso. Dimmi per telefono».

La voce è timorosa, forse ha subdorato qualcosa.

«Come non puoi? Vengo all’ospedale, a Ercolano, ti ven­go incontro?»

«Ma so che non puoi affaticare le gambe, ci vediamo nei prossimi giorni, ti telefono... ma di che si tratta, dimmi».

Sergio non ce la fa più. Il suo carattere impulsivo è stato tenuto a freno fin troppo a lungo e sbotta:<

«Si tratta che Silvia mi ha raccontato del vostro incontro e mi devi delle spiegazioni. Incontriamoci».

Il timore si fa palpabile.

«Ah, ma si tratta di quando mi ha telefonato ed era spa­ventata per il tumore».

«E invece di venire o di telefonarmi l’hai invitata in mac­china?»

«Ma cosa c’entro io, era spaventata e l’ho tranquillizzata. Non potevo muovermi ed è venuta in ospedale...»

«Non potevi muoverti e te ne sei andato girando in auto? Dove ti posso trovare, non perdiamo tempo!»

«Ma non posso, che vuoi da me, invece di ringraziarmi. . . »

((Sei un uomo di quattrosoldi! E hai tentato di baciarla, pezzo di disgraziato! Dimmi subito dove ti posso rintraccia­re, mi devi spiegazioni e soddisfazione... »

«Ma che spiegazioni, te le ho date, io che c’entro?...»

«Sei un individuo abietto, mi fai schifo! Se non sei un vi­gliacco, ti devi vedere con me. Tanto non ti illudere, ti sco­verò, o pensi che puoi sfuggirmi per le mie gambe? Uomo di merda!»

((Ma, Sergio, te l’ho detto e non ho altro da dire, scusami.. . »

«Sei un gran vigliacco, ma ti prendo».
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