BRUNO COTRONEI, I SUOI LIBRI, I SUOI SUCCESSI
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 CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. IV

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Bruno
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MessaggioTitolo: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. IV   Ven Feb 20, 2009 8:25 pm

IV



Manlio Fucci sembra un leone in gabbia: non riesce a star seduto per più di cinque minuti e guarda quasi con odio Bernabò, simbolo di tutto il vecchiume che lo assedia, ufficio, palazzo, attrezzature, procedure. Un raggio di sole autunnale taglia in due la stanza e beffardamente evidenzia le crepe nei muri, la polvere, il tavolo macchiato, le sedie zoppicanti e quella massa di carte dalle quali non riesce mai a liberarsi. Ha dormito male e il risveglio è stato ancora peggiore quando la moglie gli ha portato il giornale insieme al caffè ed ha iniziato la solita campagna a favore della prima colazione. ~ una fa-natica di tutto quello che sa di americano, non le basta la linda e accessoriatissima cucina all'americana dove, quandò si apre uno sportello, esce un'asse da stiro o il recipiente dei rifiuti o l'affettasalumi, nè educare e vestire i bambini e rimpinzarli di toast, pop corn, uova con pancetta come dei perfetti newyorkesi. Vuole che anche lui si comporti da americano. Il solo caffè la mattina? Non potrà lavorare bene così! Ha bisogno di in-mlagazzinare energie, perbacco! Ma come può fare l'americano se deve ogni giorno lavorare in quel palazzo del Duecento, attraversare quella piazza sporca di cumuli di rifiuti, di sterco, di acqua maleodorante, mentre venditori di pesce, di verdura, di salumi e di mille altre cose lanciano modulate grida per attirare clienti, aumentando ogni momento di più il tono della voce per sovcrchiare i concorrenti?
Il giornale: ricordava il titolo Chirurgo assassinato sull'autostrada. Camorra o gelosia? Le indagini affidate al giudice Fucci. Rimarrà anche quest'altro omicidio impunito? e giù una sfilza di considerazioni sull'inefficienza degli inquirenti. Come se si potesse lavorare con efficienza in una città come quella dove la mafia a tutti i livelli la fa da padrona! Il delitto Grimaldi ad esempio è ancora un mistero, e perché? Troppe cose sono mescolate e troppi i silenzi.
Il raggio centra la pratica che ha davanti e illumina fogli e fogli dattiloscritti: si fa per dire con quella macchina e quel cancelliere! Il nastro consumato rende difficile la lettura, i caratteri sono impressi più per la disperata pigiatura dei tasti che manda a battere i martelletti sul foglio che per una regolare inchiostratura e lettere mancanti o ripetute, e intere parole omesse. Eppure già più di settanta pagine riempite. E stata una mattinata piena: la telefonata del "capo" per il solito rituale fervorino che tranquillizza la sua coscienza, il rapporto del medico legale, gli sfibranti interrogatori. Decisamente non doveva essere troppo amato, nè stimato Nino Peri: dal primario ai colleghi, agli infermieri una voce unanime, sebbene variamente articolata, sulle mediocri capacità professionali e larvati accenni a un comportamento non molto corretto, che gli è stato precisato durante la stessa visita dei fratelli, che gli hanno raccontato "per dare la massima collaborazione alla giustizia" di miserevoli tentativi di seduzione ai danni di ricoverate o di parenti di pazienti che potrebbero configurarsi quasi come ricatto o plagio. Bizzarri personaggi i Peri: composto e dignitoso Ortesio, il radiologo, e agitato e con un'aria scaltra Amintore, il ginecologo. Non giela contano giusta!. Il parlare come un affiatato duo vocale, gli sguardi non limpidi, gli studiati o involontari ritegni lo insospettiscono. Il suo sesto senso, al quale deve i non pochi successi, gli suggerisce di indagare di più su quella famiglia: qualcosa di grosso avrebbe dovuto saltar fuori a dragare perbene il fondo!
Altro settore delle indagini, quello dei detenuti, sembra non dover aver seguito, secondo quanto riferitogli da un informatore che ha escluso ogni possibilità di collisione fra il Peri e camorristi o delinquenti in generale, verso i quali il chirurgo era tanto gentile e a volte servile quanto borioso e scortese con i pazienti dai quali non aveva nulla da temere. Si va in sostanza sempre più delineando un temperamento impregnato da una subdola personalità e da una pecoraggine innata.
Chiude rabbiosamente il fascicolo, aggira il tavolo, accende una sigaretta e si dirige a lunghi passi verso la finestra e ìnciampa nel solito maledetto esagono sollevato. E dire che per quell'individuo ha dovuto saltare la piacevole serata dai Coppola, sospendere il corteggiamento ad Annamaria! Spalanca i battenti impiegando una forza eccessiva, quasi lo investono. Quell'infido legno nonostante i decenni assorbe umido come una spugna: una mattinata di sole e si ritira, e non fa più attrito con il davanzale. Il disco dorato è scomparso, minaccia nuovamente pioggia: è tipica di Napoli l'incostanza climatica. Si sporge per osservare il cielo, ma subito si ritrae: il fetore che sale dalla piazza è ben più insopportabile del tanfo della stanza. Richiude di colpo la finestra, i vetri oscillano pericolosamente, si rivolge a Bernabò:
"Ma chiedi che perlomeno vengano a mettere un pò di
mastice... Chi abbiamo convocato per il pomeriggio?"
Il cancelliere abbandona i tasti dell'Olivetti (senza i quali non potrebbe forse più vivere, quasi prolungamenti ormai incorporati dei suoi polpastrelli), pesca fra una massa incredibile di fogli un'agenda e flemmaticamente risponde:
"La signora Franca Peri, signor giudice".
"Andiamo a mangiare, Bernabò".


Soltanto sistemandosi nell'automobile di Armida Franca prende coscienza dell'ineluttabilità della scomparsa di Nino. La mattina è trascorsa fra letto e poltrona, ancora imbambolata dai sedativi, l'hanno costretta a ingurgitare il tè, ma ha rifiutato decisamente ogni elemento solido. Finalmente all'ora di pranzo una delle parenti, che si sono alternate infaticabili e invadenti a prendersi cura di lei e dei figli, è riuscita a farle mangiare una minestrina e una fettina di carne, quasi imboccandola come una bambina. Mario Minucci è stato affettuoso, anche troppo: ha voluto assolutamente accompagnarla con Armida. Forse un senso di colpa per i litigi e le anghcrie ai danni di Nino nei tanti anni di coabitazione nella palazzina? Anche Aristarco junior avrebbe voluto accompagnarla, ma i parenti più di lei glielo hanno impedito.
Immalinconiti tacciono. Si ode solo il fruscio del tergicristallo che somiglia al borbottare di una pentola in bollore e oscilla ritmico con una rigorosa velocità ributtando ai lati del suo arco preciso le gocce che nell'intervallo rifanno gonfio e opaco il parabrezza. Nell'interno della vettura ristagna un odore di cuoio muffito e una fredda umidità. Franca fissa i capelli neri di Armida, il collo rigido, le spalle ossute nel tailleur di lana. Mario è robusto, tarchiato, il collo corto, i capelli radi e brizzolati, la giacca pesante sformata. Una coppia grigia, triste, che sa di libri, di laboratorio, di aule. Le sembra di avvenire odori di reagenti e conservanti.
Non riesce a concentrarsi o meglio a vincere e dominare un nervosismo che aumenta di minuto in minuto. Si volta a pulire col dorso della mano il finestrino assorbendosi nell'osservazione, come per un imperioso bisogno di distrazione, di quel tratto di periferia che sfila attraverso lo squarcio nitido apertosi fra la peluria di vapori che ricoprono all'interno il cristallo. L'intonaco dei miseri casermoni intriso d'acqua, il selciato su cui le gocce della pioggia cadono fitte sollevando schizzi, gli ombrelli lucidi e neri sotto i quali la gente procede frettolosa e indaffarata nei propri pensieri e quasi sopraffatta da essi, invece di distorglierla dalle sue tristezze, ne accrescono lo smarrimento. E proprio vero che siamo sempre propensi ad attribuire agli altri i sentimenti che ci animano.
Nino è morto, è scomparso per sempre, è stato ucciso. Le sembra ieri di averlo conosciuto quando con i cugini si lascia trasportare dall'indolente moto di un dondolo di uno chalet di Mergellina, mentre il sole primaverile dona la prima tintarella alle gambe inguainate nel nailon, alle braccia fino all'altezza della mezza manica e al viso. L'odore del mare dona più sapore alla coviglia e spensierati giudicano il passeggio e le automobili che a lenta andatura percorrono via Caraccio lo nella curva antistante il porticciolo. Onde lunghe si smorzano sulla rena e i pescatori rammendano le reti a cavalcioni del muretto o nelle barche in secca. Il rumore rombante, accelerate insistenti di un potente motore in folle attirano la loro attenzione: una splendida Appia coupè sport carrozzata Zagato è ferma davanti a loro e rompe la quiete di quella meravigliosa mattina.
"Che maleducato esibizionista! ", dice Fausto.
"Ma che bella macchina!", aggiunge Marina.
Un uomo alto e biondo ne discende; i pantaloni di flanella grigia, la giacca doppiopetto blu con bottoni dorati non riescono a dissimulare la rotonda pancetta, io stomaco gonfio e il torace ben imbottito.
"Ma è quello sbruffone di Nino!", annuncia Fausto. "Nino, Nino, vieni qui" e fa larghi gesti coi braccio. Un attimo
dopo le presentazioni.
Franca si accorge che il proprietario della Zagato ha radi capelli anche se accuratamente riportati e che è timido. Impacciato siede con loro e non sa cosa dire. Fausto parla di automobili e allora Nino si anima e lancia occhiate interessate alle belle gambe di Franca. Qualche minuto dopo i quattro sono compressi nello stretto abitacolo della coupè che a folle velocità e con doppie e inutili acceleràte ad ogni cambio di marcia percorre la via Posillipo, sosta al Parco della Rimembranza e per via Manzoni conduce i cugini alla loro abitazione ai Vomero. Non è un bravo guidatore Nino e non deve essere nemmeno molto coraggioso se, dopo il primo rischioso esibizionismo, rallenta e procede con un'andatura più moderata. Di tanto in tanto la mano grossa e grassoccia sfiora il ginocchio di Franca e lancia di sottecchi sguardi cupidi, ma, appena gli occhi si incontrano, si finge occupato alla guida. Ha ventiquattro anni Franca e non ècerto l'immagine di una ragazza brillante: non è fidanzata, nè ha molti ammiratori. Sarà per il suo carattere, sarà per il viso dalle fattezze equine, chissà. Il fatto è che Nino, una volta informatosi dell'assenza di concorrenti e constatato che si tratta di una ragazza tranquilla, all'antica, dalla con versazione non particolarmente erudita, incomincia a corteggiarla. A Franca non piace, lo trova anche un pòanziano per lei (dodici anni di differenza non sono pochi), ma l'automobile, la villa, l'accoglienza dei genitori di lui, la prospettiva di una brillante carriera (non ne capisce molto) e non ultimo il timore di rimanere zitella la rendono propensa al sì. Prova anche un pò di tenerezza per Nino che, aldilà di una certa aria di padreterno, non sembra emergere in nulla e nemmeno molto esperto con le ragazze: le sue avance sono quasi da collegiale, timide o improvvisamente veementi, quasi brutali, e nella notte di nozze la brutalità si manifesta in tutta la sua evidenza denunciando nel marito un'esperienza limitata però ad una certa categoria di donne.
E stata fortunata o no? Sembrerebbe di no da tutto ciò che
è accaduto dopo, ma come si fa a dire dove finiscono le colpe dell'uno o incominciano quelle dell'altra?
L'auto svolta nella piazza De Nicola. Sono così presto arrivati? Soffoca un imprevisto batticuore: le torri smozzicate luccicano di pioggia e i venditori ambulanti ripongono cassette di pesce, frutta, ortaggi su sgangherati motocarri e lei vorrebbe annullare o ritardare il momento in cui si troverà faccia a faccia con il giudice. Ma la macchina sfrigolando sul selciato lustro inesorabilmente li conduce verso il palazzo del tribunale che è avvolto da pulviscoli di pioggia.
"Bernabò, fai accomodare la signora. I parenti attendano
fuori".
Ecco, il momento è giunto. Non è più come ieri sera quando la concitazione della notizia, la confusione, lostupore doloroso, l'incredulità non avevano dato spazio alla paura. Ma paura di che? Che cosa ha da nascondere? Cosa ha da temere? Non è quello un uomo che vuole, deve aiutare la giustizia a far luce e a punire chi ha ucciso suo marito? E vero, ma come il chirurgo prima di guarire deve causare dolore, così il giudice deve rovistare fra i segreti più riposti, i sentimenti più nascosti di un essere umano, di una famiglia, di un ambiente. E, a somiglianza del paziente che una volta condotto nella sala operatoria perde ogni timore sopraffatto dall'ansia di far presto e osserva quasi da spettatore le mosse del medico, così in Franca avviene uno sdoppiamento di personalità e quasi con freddezza e in uno stato di irrealtà attende le domande.
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MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. IV   Ven Feb 20, 2009 8:25 pm

"Signora, mi dispiace di averla dovuta disturbare in una circostanza così dolorosa e le assicuro che farò il possibile per essere breve e per permetterle di ritornare al più presto dai suoi figli, ma lei deve aiutarmi rispondendo alle mie domande con la massima sincerità e precisione. Si ricordi che qui io rappresento la giustizia e quello che mi dirà che non sia determinante per l'inchiesta, rimarrà fra queste mura. Mi consideri come uno psicanalista o, se vuole, come un confessore".
Sorride rassicurante. È un bell'uomo Fucci, ma quel sorriso appare a Franca come una smorfia, come una contrazione innaturale dei muscoli facciali, simile a quella delle maschere carnevalesche. Distoglie lo sguardo dal magistrato, osserva la pila di incartamenti polverosi, il muro screpolato e il Cristo che domina la parete. Risponde con un filo di voce torcendosi le mani con tale forza da far sbiancare le nocche e scricchiolare le giunture.
"Sì, giudice, chieda pure".
"Quali erano i rapporti fra suo marito e i parenti?"
((Abbastanza buoni, anche se dalla morte del padre nòn tanto frequenti".
"Aveva motivi di rancore verso i fratelli?"
Deve dirlo, deve raccontare della casa?
"Signora, intendo se fra di loro ci fossero motivi di attrito
o di invidia".
"Perché mi chiede questo? "
"Mi perdoni, maa me sembra che suo marito, pur essendo il primogenito, non possa proprio considerarsi quello che ha fatto più carriera. Eppure sono medici tutti. Se ne è mai lamentato? Hanno mai litigato?'>
E proprio un diavolo quest'uomo! Come può in un solo
giorno aver inquadrato una situazione, le continue lamentele di Nino, le sue frustrazioni? Ma cosa c'entrano i fratelli?
Non sospetterà di loro? Deve dire tutto. Toccherà al magistrato valutare.
"Per la verità, sì. Quando morì il padre noi abitavamo nella villa, poi Ortesio, aiutato dai fratelli, ci ha praticamente costretti a trasferirci nella palazzina. Hanno avuto un diverbio: Nino sosteneva che spettava a noi, che il padre voleva che il primogenito abitasse nella sua casa. Loro hanno più soldi, Nino se ne lamentava continuamente... Ma, giudice, i rapporti sono sempre stati corretti dopo quel giorno e sono passati tanti anni... "
"Erano amici, si aiutavano?"
"Amici? Noi facevamo la nostra vita, loro la loro".
"Si aiutavano professionalmente? "
"Nino mandava i suoi pazienti dai fratelli specialmente da Ortesio".
"E i fratelli?"
"Mah, forse, qualche volta.., sa, Nino è, era occupato
con l'ospedale... ah, aspetti, delle volte siamo andati in villeggiatura in qualche loro casa che rimaneva sfitta".
"E non ne era mortificato? Signora, mi perdoni se insisto,
ma cosa le diceva suo marito dei fratelli? Come giudicava la loro carriera? I loro studi affollati? La loro posizione economica?"
"Ma guardi che solo Ortesio ha fatto una vera carriera,
Amintore non ha cattedra! Nino era aiuto di ospedale e
avrebbe dovuto diventare primario... "
"Conosco primari di quarant'anni, e un chirurgo che vale
guadagna molto!"
Che crudeltà! Ma ave'~ra ragione.
"Giudice, fortuna, meno scrupoli".
"Questo diceva suo marito?"
((Sì".
"Allora c'era rancore anche professionale e non conosce di altri litigi fra di loro? "
"E con i cognati?"
Proprio tutto voleva sapere! Franca distende le mani, sente dolore per la stretta parossistica con la quale le ha tenute giunte. Si gira e scopre la presenza di Bernabò che, chino sui tasti, quasi si fonde con l'Olivetti.
"Dica, signora, il cancelliere è solo occupato a trascrivere
e fa parte dell'ufficio".
Franca appoggia le mani sul tavolo: sono mani lunghe, forse un giorno erano belle, ora sono sciupate dal lavoro, le unghie tagliate corte e poco curate. Che differenza con quelle di Annamaria dal tocco vellutato. Fucci è annoiato, deve far presto, non vuole rinunciare anche quella sera ad andare dai Coppola e intensificare gli approcci con la donna che agita i suoi sensi.
"Col dottor Negri sono ottimi, col professor Minucci ci
sono stati dei litigi per l'uso del giardino e dell'autorimessa".
"Violenti? "
"Mario è un violento, ma Nino ha evitato".
Fucci affretta l'interrogatorio, difficilmente salterà fuori qualcosa.
"E ora un argomento delicato. Comprenderà che non posso fare a meno di affrontarlo... Ho motivo di ritenere che suo marito abbia, per così dire, insidiato delle ricoverate o delle parenti di ricoverati del suo reparto, attirandosi l'odio di qualcuno. Le risulta?"
Una scossa elettrica per la povera Franca: ecco il bisturi che si affonda tagliente nei tessuti del suo corpo e della sua anima. Se le risultava? Ma se era stato l'inizio della loro crisi, del loro disaccordo!
"In sostanza", insiste implacabile il giudice "desidero sapere se suo marito ha mai ricevuto minacce, se è mai venuto
alle mani con qualcuno per motivi di questo tipo'>.
Un lampo squarcia le tenebre della sua memoria: Sergio, come aveva fatto a non pensarci? Una storia vergognosa per Nino e per lei, ma tutto era finito, non poteva essere stato Sergio! No, perché avrebbe dovuto dopo che si era preso ogni soddisfazione e rivalsa e aveva crudamente mortificato Nino? A che valeva narrarlo al giudice? E se i figli lo avessero fatto? Come poteva chiedere il loro silenzio senza dover ricordare la giornata terribile dopo la quale fra padre e figli si era creata una penosa atmosfera? E se ne avesse parlato, si sarebbe rovistato fino in fondo nello strano rapporto che coinvolgeva anche lei? Cosa doveva fare? No, non avrebbe avuto il coraggio di riparlarne con i figli, giustificare una richiesta di silenzio quando era stato un episodio eclatante che li aveva direttamente chiamati in causa. Meglio, molto meglio confidarsi con quest'uomo che, per il suo magistero, chissà quante bizzarre e depravanti storie aveva ascoltato. Abbassa lo sguardo e con flebile voce dice:
"Giudice, c'è un episodio che debbo riferirle. Venti giorni fa
mio marito è stato inseguito e picchiato da un nostro amico, lo
avrebbe ucciso se i miei tre figli non fossero intervenuti".
Fucci, che già stava pregustando la piacevole serata in casa Coppola ed era pronto a congedare la signora, si alza di scatto, i sensi tesi: è convinto di essere vicino alla soluzione. Gli sovviene quell'accenno fattogli dal medico legale di ecchimosi non recentissime rinvenute sul volto e sul corpo di Nino Peri.
"Come e perché? Racconti con calma", si risiede e assume
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MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. IV   Ven Feb 20, 2009 8:31 pm

quell’atteggiamento tranquillizzante, da confessore acquisi­to in anni di interrogatori.



E sola nella camera matrimoniale, il vento impetuoso sbatte le leggere stecche dell’avvolgibile di plastica e la piog­gia violenta si infiltra fra il telaio e le traverse della finestra sconnessa, generando delle bollicine d’aria che improvvise si rompono lasciando passare rivoletti d’acqua che si raccolgo­no sul davanzale per poi scivolare giù lungo il muro danneg­giando il parato di carta. Franca assiste impassibile, distesa sul letto, non ha voglia di provvedere come al solito a tam­ponare con stracci, quella notte i suoi pensieri sono rivolti a ben altro. Ha respinto decisamente ogni offerta di compa­gnia: vuole rimanere sola, non Armida, Alma, Clara e nem­meno Ornella e la piccola Lina sono state ammesse nella sua stanza, nè ha voluto che Ortesio, Amintore o Gabriele le praticassero iniezioni di sedativo. Fissa il piccolo televisore ai piedi del letto sconsolatamente spento e pensa a Nino che lo teneva acceso a volte per l’intera nottata. Nino, suo mari­to, l’uomo con il quale ha trascorso ben ventidue anni, con lui è passata dalla giovinezza alla maturità. Ventidue anni, una vita! Non prova dolore, solo una sensazione di solitudi­ne, ci si abitua alle cose che fanno parte della nostra esisten­za e quando ci vengono a mancare proviamo un senso di vuoto. Figurarsi se scompare per sempre un essere umano, un marito! Ma che marito è stato Nino? Cosa ha portato nella sua vita? Era una ragazza tranquilla, non si prevedeva per lei un avvenire brillante, ma sereno come l’unione dei suoi genitori che l’adoravano. Il padre, un rispettato inse­gnate di scienze, la madre, una quieta donna di casa, i fratel­li ottimi studenti universitari e poi impiegati e dirigenti d’azienda: una famiglia dignitosa, sana. Infine l’incontro con Nino, il matrimonio e il trasferimento nella villa dove Aristarco e la moglie l’avevano trattata come una figliola a compensare la strafottenza del marito che continuava a mantenere abitudini da scapolo, incurante delle nuove re­sponsabilità acquisite con il matrimonio e con i figli che, a scadenza quasi annuale, accrescevano la famiglia. Le inter­mmabili serate in compagnia dei suoceri e di qualche cogna­ta di fronte al televisore o ad ascoltare musica, le mattinate fra la cura della casa e dei figli si succedevano l’una all’altra scialbe, ma non monotone; e quel marito, quasi come se non ci fosse: di sera sempre assente, i pomeriggi spesso rinchiuso nello studio con il padre. E anche l’attività sessuale non era appagante, dopo i primi tempi si era sempre più ridotta tan­to da farle sospettare di avventure di Nino nella cui macchi­na talvolta scopriva forcine, fazzoletti e persino una scatola di profilattici.

Solo ad ascoltare i dialoghi fra le cognate, si risvegliavano in lei desideri normali per una donna giovane, come andare al cinema, al teatro o in qualche viaggio, ma avrebbe pur do­vuto lasciare bambini così piccoli, nondimeno le parenti lo facevano, si organizzavano fra di loro, assumevano bambi­naie o baby sitter, ma Nino non Io proponeva mai e lei in de­finitiva non ne sentiva un bisogno così pungente. Allora avrebbero potuto visitare o meglio ricevere amici, invitarli a cena, combinare una canasta, ma a ripensarci amici non ne avevano. Nino non aveva amici, non frequentava colleghi, non sembrava trovarsi a suo agio con i fratelli e con i cogna­ti. Ma Franca si sentiva nonostante tutto una privilegiata: non era sua la casa più bella? I suoceri si erano ritirati all’ul­timo piano della villa, Ortesio e Armida vivevano nella mo­desta palazzina e Amintore e Alma in piccole case in città. Nino era stato promosso da assistente ad aiuto al San Fran­cesco e Aristarco parlava continuamente di libera docenza. Avrebbe fatto carriera il marito, perché preoccuparsi se il lussuoso studio e l’ampia attesa erano quasi sempre desola­tamente vuoti? Si sarebbero riempiti presto, ne era sicura. E Nino con il maggiore lavoro avrebbe messo la testa a posto.

E' vero che Ortesio aveva ottenuto la cattedra, che Amintore era già comproprietario di una bella clinica, che i loro studi erano colmi di clienti tenuti a bada da linde infermiere, che le mogli esibivano pregiate pellicce e costosi gioielli; ma lei non riceveva di tanto in tanto regali dai suoceri? Non le ba­stava per essere soddisfatta accogliere i genitori e i fratelli in quei vasti e antichi salotti, anche se i mobili più preziosi era­no stati venduti o divisi fra i figli di Aristarco? Non l’appagava la sera ritirarsi al secondo piano salendo lentamente lo scalone di marmo pregiato dalla balaustra in ferro e piperno ammirando i magnifici stucchi e il portale imponente che im­mette nella camera da letto e godersi i figli che crescevano sani e belli nella grande casa e nell’ampio prato odoroso? Che le importava se le cognate d’estate partivano per le càse di villeggiatura al mare o ai monti, quando la sua residenza era accogliente in ogni stagione? Bisognava solo attendere, pazientare e Nino le avrebbe dato le soddisfazioni che le sue rinunce meritavano.

Il giorno della docenza Franca sentiva che il tempo della raccolta era giunto. Una sensazione di felicità, di completez­za aveva fugato ogni amarezza passata. Nino, come lei ave­va lungimirantemente previsto, la colmava di cortesie e di affettuosità: sembrava di essere tornati ai primi mesi del matrimonio. Aristarco l’aveva chiamata al suo fianco e paterna­mente la carezzava presentandola orgoglioso agli invitati, indicando anche i cinque bambini. Ma nella folla di conve­nuti non era mancata qualche nota stonata che aveva, anche se di poco, offuscato la sua gioia: risatine ironiche e com­menti a mezzo tono sul come Nino aveva ottenuto il nuovo titolo, sulle sue scadenti capacità professionali e sull’insoffe­renza che lo circondava nel suo reparto all’ospedale. Maldi­cenze e cattiverie, o forse anche verità. Cosa contavano? Non valeva nemmeno la pena o non sarebbe stato opportu­no polemizzare. Non doveva permettere che le rovinassero quella giornata, quella festa che aveva atteso per anni.

Poi la morte dei suoceri e tutto era cambiato. La cosa più penosa non era stata per Franca il doversi trasferire nella palazzina, perdere l’unico privilegio che poteva vantare con le cognate, ma come Nino si era comportato: senza dignità, senza intelligenza, senza coraggio. No, non è da uomo su­bire le provocazioni e le offese di Ortesio, non è da uomo non reagire ed eseguire quanto gli veniva imposto in quel modo brusco. O non si inizia nemmeno un’azione e si ac­cetta virilmente una situazione di fatto, o si assumono re­sponsabilità e si va fino in fondo. Tutto era crollato per lei e malediceva il giorno in cui aveva conosciuto quell’indivi­duo privo di spina dorsale che oltre tutto non sembrava neanche rendersi conto dell’affronto subito, ma aveva man­tenuto con lei lo stesso atteggiamento come se nulla fosse avvenuto. Avrebbe voluto lasciarlo, ma come avrebbe po­tuto fare con i bambini? Si rassegnò e incominciò a vivere in quella modesta casa, senza più saloni, scaloni, senza amore e rispetto e principalmente senza più speranze. Al contrario del passato però non sopportò impunemente le squallide avventure del marito con le pazienti dell’ospedale. Quel pazzo incosciente aveva solo paura fisica e non di poter per­dere il posto danneggiando ancor di più la moglie e i figli, e allora fu lei che cominciò a percorrere la china dell’inganno accettando la corte che il marito di Alma da tempo le face­va. Ma non fu altro che un dispetto, non amava Arturo Negri, nè provava particolari sollecitazioni fisiche e presto la relazione finì.

Anni di matrimonio con un uomo come Nino, una vita grigia e senza prospettive l’avevano resa torpida, bisognosa forse di sensazioni perverse. Presto ebbe modo di verificare e sentì una gioia e un piacere di flagellarsi nel continuo altale­nare fra soddifazione e rimorso.
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MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. IV   Ven Feb 20, 2009 8:32 pm

Finalmente ha un’amica, sì chiama Elena ed è moglie di un architetto. L’ha conosciuta in casa di Alma ed è una donna non bella, ma piacent~dal carattere forte, dagli appetiti an­cora vivaci. A quarant ~anni e stata improvvisamente abban­donata dal marito invaghitosi follemente, come solo un uo­mo di mezza età può fare, di una ventenne. Abita con i due figli ancora piccoli in uno dei rari palazzi di lusso di Ercola­no. La casa è spaziosa e ben arredata con le pareti letteral­mente tappezzate di quadri di autori di buon livello come Waschimps Notte De Stefano Lippi Nazzaro Capaldo e al­cuni autentici “scuola di Posillipo”. Il giudice le ha assegnato un congruo appannaggio mensile che le consente tranquillità economica, l’automobile, villeggiature dignitose, canaste e cun-cain con amiche, ma orgogliosa com’è non frequenta più le allegre ed eleganti comitive di prima. La posizione di donna sola in un ambiente di coppie non fa per lei, si lega quindi a Franca alla quale si sente accomunata da un’insod­disfazione profonda, da frustrazioni che, anche se di diversa origine, danno uguali risultanze. Sempre più di frequente si trattiene nella casa della nuova amica e le insegna giochi di carte, a vestire con maggior gusto, a truccarsi valorizzando il bello e minimizzando il brutto, raccontandole di viaggi, di crociere, consigliandole romanzi degli autori di moda e clas­sici russi, francesi e americani. Franca le deve molto, ma principalmente incomincia a comprendere che la vita non può essere spesa soltanto fra la casa e i figli, o nell’attesa di inattuabili progressi professionali da parte di un marito or­mai ultracinquantenne e senza reali capacità. Esce sempre più spesso, va a cinema, a teatro, partecipa a canaste per si­gnore e costringe Nino a condurre lei e i figli in villeggiatura. Elena è donna di mondo e quando il chirurgo è in casa gli parla dandogli importanza, chiedendogli consigli medici, pareri politici, annuendo con finta convinzione alle afferma­zioni di quell’uomo dalla culturà d’accatto e mostrandosi lu­singata del corteggiamento dapprima timido e incerto e poi sempre più convinto e pressante. Franca osserva tutto e con sottile perversione fa in modo da rassicurare il marito sull’assenza di uomini o parenti della donna (lo conosce or­mai troppo bene) e lo esorta ad accompagnarla di sera a ca­sa, ad andare con loro a cinema o a teatro e infine a visitarla quando l’amica è affetta da una banale influenza. L’esame di quel corpo ancora sodo e ben fatto, la scarsa se non addirit­tura assente coscienza professionale, la compiacenza di Ele­na eccitano Nino e i due diventano amanti, sebbene la vali­dità ed esperienza sessuale dell’uomo, tanto spesso decanta­ta dalla moglie, (che altro può vantare?) deludono Elena.

Franca si accorge di tutto e ne prova un gusto sadomaso­chistico, è felice di avere qualcosa in più in comune con l’amica, ma si rimprovera per aver favorito la tresca. Nella sua vita squallida, ricca solo di delusioni e mortificazioni, quella situazione è un piacevole benché tormentoso (e forse proprio per questo) diversivo. Anche senza dirsi nulla le amiche agiscono quasi come complici e la loro assiduità au­menta fino al punto da prendere in estate una casa in comu­ne in un paesinò calabro. Nino è sempre con loro: sulla spiaggia, in barca, nelle gite in auto e in pizzerià, e si de­streggia a fatica fra le due donne. Franca riprova le sensazio­ni dei primi mesi di matrimonio e si strugge di desiderio non sempre appagato, trascurando i figli in un’età particolar­mente difficile per dei caratteri in formazione. I poveri ra­gazzi già hanno dovuto subire per anni la presenza-assenza di un padre frustrato e vanesio, capace di alzare la voce sol­tanto con loro e mai con gli estranei, avvertire — con la spic­cata sensibilità dei ragazzi — il generale disprezzo per il ge­nitore, confrontare il padre con gli zii e il ricordo del grande nonno. Ora si trovano perdipiù di fronte al modo di fare del tutto nuovo della madre che, pur nell’insoddisfazione sem­ pre nascosta ma intuibile, è stata loro vicina con affetto a volte anche asfissiante, ma sempre rivelatore di un amore to­tale ed esclusivo. I risultati degli studi mai brillanti peggiora­no ulteriormente e il comportamento si allontana forse in modo irreversibile da quello dei coetanei di pari estrazione sociale.

Quanto è durato il sodalizio con Elena? Franca non lo ri­corda bene, è frastornata, ha digerito male la cena che le co­gnate l’hanno costretta a consumare, ha lo stomaco pesante, la bocca impastata, una sensazione di aridità alla gola. Si al­za, attraversa il corridoio buio e silenzioso, entra in cucina e si prepara dell’acqua e bicarbonato. il vento ulula fra gli al­beri e si infila fra i battenti facendo muovere le tende come il manto di un fantasma. Rabbrividisce e torna a stendersi sul letto, l’ometto è ancora ricoperto dalla vestaglia di Nino, le pantofole riposano sul ripiano sottostante in attesa del pa­drone. Nessuno ha pensato di ripone nell’armadio. Anche la bottiglia di whisky è sul comodino, il marito ne faceva un uso sempre maggiore a volte mescolandolo a pillole eccitanti che traeva di tasca con fare furtivo.

Cosa stava pensando? Ah, sì, di Elena. Quanto tempo? Ora ricorda: circa due anni e come era finita la loro storia? Quasi d’improvviso. Elena aveva allacciato un’altra relazio­ne e aveva congedato Nino che come al solito non si era op­posto. E con lei? Era stata ancora a trovarla, ma sempre ptu di rado, qualche volta erano ancora uscite insieme, ma senza Nino subito defilatosi e poi più nulla. L’aveva incontrata in due o tre occasioni sul corso e a stento si erano salutate. E dopo? Dopo cosa? Ha la mente torpida, si dibatte fra veglia e sonno, forse sogna. No, non sono sogni, è la realtà. Cosa sono quelle ombre minacciose lì sul muro vicino al ritratto di Aristarco? E forse la proiezione della sua coscienza, dei suoi rimorsi? Rimorsi per che cosa, che ha fatto di male? No, è il suo corpo che si agita sul letto. Ha sbagliato a non prendere un sedativo! Ha sbagliato anche nel modo in cui ha agito con Elena? No, gli errori sono stati altri, quello vero è stato di sposare Nino. Il periodo con Elena perlomeno ha dato un pò di sapore alla vita piatta alla quale è ritornata quando l’amica è volata verso lidi più ariosi, più interessanti. E stato un miracolo che una donna intelligente e di mondo sia rima­sta con loro per qualche tempo. Solo situazioni particolari avevano favorito il sodalizio. Che vita era stata la sua dopo? Quella della moglie di un qualsiasi impiegatuccio, aggravata dall’assenza di amore e senza nemmeno provare più l’ansio­so affetto per i figli. Passa le giornate fra il rassetto, la cucina e la televisione. Un Nino sbracato e sempre più gonfio di ci­bo e di alcol tormenta il telecomando indifferente alle prote­ste dei ragazzi. Non esce più la sera, non che abbia perso il gusto per le belle automobili, ma non sa dove andare. ~ stanco, per la prima volta nella sua vita lavora: parenti di detenuti, contadini, pescatori, piccoli bottegai sono la sua clientela. Non molti, ma ora perlomeno lo studio non è de­solatamente vuoto. Qualcuno non paga, altri lo compensa­no con prosciutti, salame, pesce, vino, frutta. Qualche inter­vento modesto o sul filo della illegalità in cliniche di infimo ordine. Franca si occupa degli appuntamenti: uno o due al giorno, non di più, e quando mancano si impegna nella sua mania nuova di zecca, cambiare la disposizione del mobilio, dei tappeti, dei ninnoli. Cerca disperatamente di rendere quella casa mediocre quanto più possibile simile alla villa che ha dovuto abbandonare. E un tentativo dissennato, ma se non altro la tiene occupata e le fa dimenticare le villeggiaù ture da elemosina che Nino accetta usufruendo di apparta­mentini sfitti di Ortesio e Amintore. Il marito ha sviluppato l’avarizia e custodisce nevroticamente il contante lasciatogli da Aristarco. Dopo Elena non ha sollecitazioni e le misere avventure di ospedale non lo attirano più. Continuano i Peri a non avere amici, non vanno non ricevono nessuno. I pa­renti li invitano solo nelle feste di famiglia, quando non si può proprio ignorarli. Amintore e Alma conducono un in­tensa e brillante vita di società. Ortesio fa viaggi affascinanti appena libero dai tanti impegni di lavoro. Armida una vita dignitosa e serena e Mario Minucci spadroneggia nella pa­lazzina approfittando della pecoraggine di Nino. No, non si pente di quelle sue deviazioni, tutt’altro, le benedice: sono stati fra i pochi momenti splendenti di un’esistenza buia!
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