BRUNO COTRONEI, I SUOI LIBRI, I SUOI SUCCESSI
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 CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. III

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Bruno
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MessaggioTitolo: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. III   Ven Feb 20, 2009 7:19 pm

Cap. III
“Ercolano” segnala il cartello illuminato. Ortesio rallenta, innesta la terza e imbocca lo svincolo. Vaghe luci arrampica­te sul vulcano rivelano le ville dei nuovi ricchi che hanno ab­bandonato il centro alla ricerca d’aria buona, panorama e sostanzialmente la distanza dalla massa impiegatizia e ope­raia che ha invaso le nuove costruzioni del paese. Il censo lo impone, non tanto la posizione sociale. Architetti hanno fat­to fortuna progettando e realizzando quelle ville in cemento armato e alluminio dalle strutture ardite e dalle ampie aper­ture. Piscine ellittiche, rettangolari, a fungo, a esedra ne co­stituiscono l’indispensabile accessorio; ombrelloni, tende, dondoli le contornano; cipressi, tuie, pini, palme le ombreg­giano. Verdi tappeti si alternano a lastricati e aiuole colme di fiori donano un colore allegro; cancellate e feroci e orna­mentali alani, dobermann, pastori tedeschi, riesenschnauzer le difendono coadiuvati da vetri antiproiettili e sistemi di al­larme a cellule fotoelettriche.

Quella di Amintore è una delle più grandi ed attrezzate, mentre Alma dimora in un’altra più piccola e modesta. Giù, quasi in centro, la vecchia villa dei Peri è sempre abitata da Nino, Ortesio e Armida, ma con una variazione sostanziale: Ortesio occupa l’intero fabbricato originario e Nino si è tra­sferito nella dependance.

Il casello di uscita costringe Ortesio a una breve sosta che interrompe il filo dei pensieri. Riparte nervosamente: la bru­sca accelerata fa compiere alla macchina un balzo in avanti.

L’incresciosa scena è viva nella sua mente, anche la madre èmorta e bisogna dividere l’eredità di Aristarco ridotta alla villa e a qualche titolo azionario di valore assai limitato. Si convoca un tecnico per la valutazione dell’immobile e tre quinti vengono attribuiti al corpo centrale e il rimanente alla palazzina. Il prezzo è abbastanza elevato, ma è difficile tro­vare compratori. Amintore e AIma non hanno interesse a conservare la proprietà della villa, al contrario di Nino e Or­tesio che si contendono il possesso del corpo centrale. Nino già vi abita da tanti anni, ma non ha il denaro per riscattare altre due quote, può contare sullo stipendio di aiuto ospeda­liero (tale è rimasto). sui magri guadagni di un’attività priva­ta quasi inesistente e su un gruzzoletto, donazione in vita di Aristarco. Ortesio acquista le parti di Amintore ed Alma e raggiunge così le tre quote necessarie. Generosamente si ac­colla anche l’intera tassa di successione. Tutto sembra chia­rito e stabilito: Armida continuerà ad abitare uno degli ap­partamenti della palazzina e Nino e Ortesio si scambieranno le abitazioni. Il giardino sara diviso in tre lotti e si creerà un nuovo ingresso indipendente. Ma a Nino non sta bene e di­mentico dei suoi oltre cinquant’anni inizia petulantemente a lamentarsi affermando che i fratelli vogliono ignorare la vo­lontà del padre desideroso che lui il primogenito prendesse il suo posto nella casa. Ortesio seccamente replica che se pos­siede i soldi faccia pure. Nino è con le spalle al muro e rivol­ge sguardi disperati alle sorelle e ad Amintore: nessuno lo aiuta e Amintore sollecita una rapida decisione perché non ha tempo da perdere. Proprio verso di lui si precipita Nino implorandolo di fare qualcosa, magari di comprare la pro­prietà e di fittargliela. Non solo non riceve risposta, ma vie­ne trattato come un ragazzino immaturo. E dura la vita sen­za Aristarco! Chi lo proteggerà più? Palpabile è il disprezzo dei fratelli. Ormai quell’uomo dal grande corpo e dal cervel­lo piccolo è preda di una crisi isterica e pesanti accuse sono indirizzate ad Ortesio che lo fissa diritto negli occhi e gli dice:

«Ma smettila di fare il bambino! Comportati come tutti noi: lavora di più, diventa più bravo e avrai clienti. Fatti sti mare, non disprezzare e Amintore ed io potremo non vergo­gnarci di te e inviarti qualche nostro paziente e lascia in pace quelle povere donne indifese che hanno la sfortuna di capita­re nel tuo reparto!»

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«Sentimi bene, Nino, ho ascoltato quando il primario ha raccontato le tue prodezze a papà e sento le voci che girano nell’ambiente medico e me ne vergogno. Mi vergogno di es­sere tuo fratello. Se poi non l’hai ancora capito, ricordati che siamo cresciuti e solo perché ho rispetto di me stesso non ti gonfio la faccia di schiaffi. Non c’è più papà a proteggerti. Tirati subito dietro e firma l’accordo».

Tutto questo avrebbe dovuto riferire al magistrato? Sì, pensava proprio di sì, ma anche dei particolari del diverbio e a quale scopo? per farsi includere fra i sospettati? Cosa c en­tra: non è stato lui a soccombere, ma come li va a pensare certi verbi. Nino è quello che è morto fra di lòroL Senza dub­bio la notizia, l’interrogatorio, i ricordi lo hanno sconvolto se può cadere in equivoci così banali. Deve calmarsi, riflettere.

Blocca la macchina (la villa è ormai a un centinaio di me­tri), accende la luce interna e fruga nel ripiano sottostante il cruscotto. La mano tocca la superficie calda, rassicurante, di vera pelle, i polpastrelli si soffermano a carezzarla, quasi a scoprire le sottili venature e poi incontrano il liscio cellopha­ne che avvolge il pacchetto di Marlboro. Le dita lo afferrano e ne estraggono una sigaretta, la porta alle labbra e la stringe provandone un senso di piacere, mentre l’aromatico odore del tabacco quasi lo inebria. Non si decide ad accenderla: non è un fumatore, solo qualche volta e in occasioni partico­lari prova il bisogno di fumare. E un convinto assertore dei danni del fumo e il suo sistema nervoso è sempre stato tanto equilibrato da non averne bisogno. Infine estrae l’accendisi­gari dell’auto e accende, ma il puzzo di bruciaticcio del ta­bacco che rimane sulla resistenza incandescente gli procura un senso di fastidio e si ripropone di usare accenditori a fiamma. Aziona il comando elettrico del finestrino e l’odore penetrante del dopopioggia spazza via quella sensazione sgradevole. Ma l’umido gli procura un brivido, rialza il fine­strino e abbandona il capo sul poggiatesta di finissimo pan­no. Aspira profondamente. Sottili spirali di fumo creano un’aureola alle luci verdi, rosse e gialle delle spie degli stru­menti.

Perché non deve raccontare la discussione avuta con Ni­no? Cosa ha da temere? Tuttalpiù è Nino che può avere pro­vato rancore per lui. Ma non penserà il giudice che Nino si èvendicato e quindi lui, Ortesio, abbia voluto un’estrema ri­valsa? Ubbie! E importante aiutare gli inquirenti: l’assassino deve essere trovato e arrestato al più presto. Ma chi può es­sere stato? Forse qualche parente di una delle donne mole-state da Nino in ospedale? O qualche detenuto ricoverato e poi liberato? O qualche suo “compariello” che voleva vendi­carsi di una scortesia di Nino? Ma è mai possibile che il fra­tello così accorto a scegliere donne non protette abbia ri­schiato con gente pericolosa? No, è da escludere: non ha Ni­no temperamento sufficiente per farlo, lo conosce troppo bene e già da bambino ha sempre mostrato scarso coraggio fisico, e il loro diverbio lo ha confermato. Ma non può aver commesso un errore di valutazione? Sì, questo è credibile. Ma non si ammazza così senza dare la possibilità di riparare e Nino lo avrebbe sicuramente fatto. Allora? Un mistero! Tempi brutti per i Peri, bisogna far fronte unito, forse è bene non raccontare i dissapori: troppo marcio può venire a gal­la. Un assassinato in famiglia, che disgrazia! Deve indirizza­re il giudice sui parenti delle donne, benché potrà nascerne uno scandalo. Meglio questo che indagini approfondite sui Peri: la storia del padre e della madre, il fascismo e il trasfor­mismo e, lo aveva dimenticato, quell’attività di Amintore. Già, c’è anche questo! E pure lui ne è coinvolto! Perché la sua resistenza è stata così fiacca? Non è un reato, certo, ma per le loro professioni non è bello che si sappia. Accende, questa volta senza esitazione, un’altra sigaretta, aspira ner­vosamente. Amintore aveva costituito una finanziaria che presta denaro ad alti tassi di interesse, l’amministratore èuno stipendiato, ma i soci sono loro. Amintore di maggio­ranza, e lui di minoranza. E l’acquisto di appartamenti a prezzi stracciati da persone in cattive acque? Nulla di illega­le, sicuro, ma non proprio edificante p& dei medici! E vero che Amintore ne è il deus ex machina, ma anche lui, Ortesio ha investito soldi. Sì, Amintore ha fatto miliardi, lui molti di meno. Ah, quel fratello così versatile, così intraprendente fi­no al limite del lecito! Un’altra disgrazia per la famiglia, co­me se non fossero state sufficienti quelle precedenti! Perché non accontentarsi dei lauti guadagni professionali? Perché farsi coinvolgere? Passi pure per Amintore che sempre ha mirato al lucrò, ma lui perdio ama lo studio, la ricerca, la carriera, forse ha raggiunto troppo presto il successo. E di Nino, della sua plorte non prova dispiacere? Può darsi, se fosse venuto a mancare come un individuo normale, ma an­che assassinato!

“Calma, Ortesio. Dovrai procedere come un esperto gio­catore di scacchi, impostare una partita posizionale e bloc­care ogni attacco al tuo re. Attento a non scoprire nè i fian­chi, nè il centro. Ricorda le partite del maestro Porreca. Non seguire l’esempio dei giocatori d’attacco, quelli che fanno ‘sacrifici’ non calcolati alla perfezione o sottovalutando l’av­versario. Spesso subisèono sconfitte impreviste.>>

Riavvia l’auto e l’arresta davanti al cancello. Aziona il cIa­xon e osserva l’ingresso dello stretto viale laterale che im­mette con una curva di novanta gradi allo spiazzo della pa­lazzina. Il portone si spalanca e in un fiotto di luce si staglia l’alta e snella figura di Gabriele che gli si precipita incontro.

«Papà, finalmente? Ero preoccupato per te... zia Franca è stata molto male, le ho dato un tranquillante, ma continua­va a piangere e a disperarsi, poi zio Amintore è venuto con zia Clara e le ha fatto un’iniezione’>>.
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MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. III   Ven Feb 20, 2009 7:20 pm

Ortesio guarda compiaciuto il figlio. A ventisei anni non solo è un promettente medico, ma anche un brillante espo­nente della scuola napoletana di equitazione e un papabile per le prossime olimpiadi. Non può proibirsi di pensare con orgoglio quale abissale differenza separi il suo figliolo da quelli di Nino che sono alti e robusti, ma con modi e atteg­giamenti pressoché da zotici e con dei volti che sono una chiara denuncia della pochezza intellettuale. A ventun anni Aristarco junior, una specie di bisonte di quasi un metroeno­vanta, a fatica ha ottenuto il diploma di un istituto profes­sionale con sistemi che ricordano quelli adottati per Nino, mentre Amedeo a diciannove e Alberto a diciassette arranca­no con ritardo sui banchi dell’istituto tecnico. Anche i nipoti hanno frequentato, con la spinta del cugino che ha il culto della famiglia, il circolo di equitazione, ma con risultati rovi­nosi, sia sportivi che sociali. Non sono riusciti ad ambientar­si fra quei giovani raffinati e di mondo e durante le feste si rintanavano in angoli appartati o tentavano pesanti approc­ci con le ragazze abituate a ben altri corteggiamenti. Si erano allora rifugiati fra i giovani del paese scegliendo come amici quelli della piccola borghesia o della classe operaia dove, emuli del padre, si sentono importanti e possono emergere in sport di forza. E strano, pensa Ortesio, come la vita sem­bra ripetersi, ma se anche i risultati sono pressoché uguali fra Nino e i figli vi è una sostanziale differenza: questi poveri ragazzi hanno avuto un padre che ben poco si è occupato di loro, mentre Aristarco ha fatto di tutto per far progredire il primogenito e farlo diventare qualcuno.

Di tutt’altra pasta sono le figlie di Amintore: graziose, raf­finate, intelligenti e studiose, ma le due ragazze non riescono a colmare quel senso di vuoto che la mancanza di un ma­schio procura al padre. Potrebbe essere la fortuna per i nati di Nino se perlomeno da uno di loro si potesse ricavare qual­cosa di buono, ma è una speranza vana e tutte le attenzioni sono concentrate su Gabriele, involontario artefice dei rari attriti fra Ortesio e Amintore.

«Papà, stai bene?»

«Sì, stai tranquillo, sono solo un pò stanco. Il giudice mi ha trattenuto per parlare di zio Nino. E mamma dov’è?»

«Sono tutti da zia Franca».

«Andiamo».

Posteggiano l’auto nel garage e attraverso una porticina si immettono nel viale ghiaioso che con lieve pendenza condu­ce all’abitazione di Nino. Camminano affiancati in silenzio fra il muro di cinta e un filare di pioppi. Il cielo si è aperto e la luna sottolinea nuvole gonfie di pioggia, una civetta emet­te il suo lugubre canto quasi a voler accompagnare il rumore dei passi sul pietrame spezzato. Arrivano su un largo piazza­le delimitato da una ringhiera in ferro che guarda, sei metri più giù, sullo spazio antistante il garage della villa, da un piccolo orto e da una costruzione di tre piani. L’intonaco èin pessime condizioni e lascia intravvedere tratti di muratura in tufo, un portoncino è spalancato e permette l’ingresso a una stretta scala di marmo. La fioca luce di qualche lampa­dina scopre pareti bisognose di pulizia e di una buona mano di pittura. Al secondo piano una pretenziosa porta di ferro battuto e cristallo introduce in una saletta angusta e attra­verso un arco in un ampio salotto illuminato da grandi lam­padari e arredato con mobili di pregio disposti in un ordine caotico. Strette portefinestre sono sormontate da mantova-ne sproporzionate dalle quali pendono spesse tende di broc­cato.

Ortesio e Gabriele vengono accolti con esclamazioni di sollievo dalle numerose persone che su divani, poltrone o in piedi a piccoli gruppi affollano l’ambiente pervaso da volute di fumo che si raccolgono e si evidenziano fra il basso soffit­to e i lampadari. Uno sgradevole odore di bruciato ammor­ba l’aria. Ci sono tutti o quasi: la moglie di Ortesio, Alma e il marito, Armida e il professor Minucci, Amintore con mo­glie e figlie, Aristarco junior, Amedeo, Alberto e Lina, l’ulti­mogenita di Nino che piange sconsolatamente riversa su una poltrona nell’angolo più appartato del salotto. Ha solo quin­dici anni la ragazza e, contrariamente ai fratelli, è bruna e minuta. Strano, pensa Ortesio, come le figlie di Nino non sembrano aver nulla del padre e dei fratelli. Un fisico e ma­niere raffinate e a scuola si comportano con onore. La mag­giore, Ornella ha superato con facilità la licenza liceale e al secondo anno di università è in regola con gli esami. Davvero peccato che tic nervosi le facciano spesso assumere atteg­giamenti grotteschi. Più volte ne ha parlato a Nino consi­gliandogli di farla psicanalizzare, ma al solito dopo aver an­fluito non si era più occupato del problema. Perché conti­nuare a pensare male del fratello? Ormai è morto e dei morti si ricordano solamente le cose buone. Ma quali? Una sì, l’aveva fatta, a ripensarci e se ne era sempre meravigliato: il matrimonio con Franca. La ricordava all’epoca del fidanza­mento: tutto sommato una bella ragazza, anche se il viso non è un modello di perfezione e poi di famiglia perbene e cittadina. E vero che non aveva studiato molto abbando­nando lunghe tradizioni di famiglia, ma rappresentava un grosso passo avanti rispetto alle ragazze con le quali Nino era solito accompagnarsi. Per anni avevano temuto che spo­sasse una di loro e più tempo passava senza che manifestasse propositi matrimoniali, più ne erano sollevati. Solo Aristar­co soffriva, desideroso di un nipote figlio del suo prediletto. Improvviso, a oltre trentasei anni, l’annuncio del fidanza­mento e del matrimonio e la rassicurante sorpresa per la scelta.

Amintore gli si avvicina e chiede ragguagli sul suo collo­quio con il magistrato. E preoccupato, anche se cerca di dis­simularla. Ortesio lo interrompe e si informa sulle condizio­ni di Franca.

«E a letto e dorme sotto l’azione di un sedativo. Anche Ornella era molto agitata. L’ho costretta a stendersi vicino alla mamma. Le ho somministrato due compresse di Pere­quil».

«Va bene. Fra poco andiamo a controllare, poi parlere­mo», afferma autorevole Ortesio e si dirige verso Lina salu­tando frettolosamente gli altri parenti. Si china sulla ragaz­za, le solleva il viso e la bacia affettuosamente.

«Non fare così, piccola, devi mantenerti calma per la mamma che soffre tanto. Ricordati che tutti vi vogliamo be­ne e io non ti farò mancare papà».

La giovinetta lo abbraccia stretto stretto, mentre il pianto aumenta d’intensità. Ortesio è commosso, mormora altre parole d'incoraggiamento e fa segno alla moglie di avvicinarsi e di stare vicino alla povera ragazza. Si stacca da lei con delicatezza e va a stringere la mano ai tre maschi che lo guardano con aria imbambolata.

«Su, ragazzi, pazienza, la vita è dura, ma tutti noi vi sia­mo vicini».

Seguito da Amintore e Gabriele esce dal salotto e percorre lo stretto e squallido corridoio parole d’incoraggiamento e fa segno alla moglie di avvicinar­si e di stare vicino alla povera dove si affacciano tutti gli al-iii vani della casa. Da quanto non metteva più piede nell’abi­tazione di Nino che una volta era sua. Le porte di sottile compensato di pioppo verniciato bianco, il pavimento di modeste mattonelle, l’angusta cucina, il microscopico bagno rivestito di ceramica bianca di scadente qualità, le stanze dei ragazzi disadorne e insufficienti gli danno un senso di pena e di colpa, anche se si conforta pensando che ha fatto assegna­re a Nino anche il primo piano che, pur di minor superficie, gli ha permesso di sistemare con un minimo di dignità lo stu­dio e l’attesa. Entra infine nella camera matrimoniale dove alla fioca luce di un applique ammira i bei mobili “veneziani in lacca azzurra, le poltroncine tappezzate in ra­so e il pavimento di lucido parquet. Si piega su Franca, le sente il polso e tranquillizzato si rivolge verso Ornella che si agita nel sonno, cambia posizione e si porta continuamente la mano dalla fronte al seno. Incarica Gabriele di rimanere nella stanza e poi, sempre seguito da Amintore, ritorna nel corridoio dove ràpidamente lo informa della conversazione avuta con il giudice e dei suoi timori. Si intendono sulla linea da seguire e rientrano in salotto. Armida va loro incontro e versa da bere. Ortesio rigira fra le dita il bicchiere panciuto rorido, lo sguardo perso nel liquido ambrato, poi lo porta alle labbra e beve a piccoli sorsi. Il benefico calore dello sto­maco si diffonde a tutto il corpo e sembra sciogliere il senso di umido che lo ha accompagnato in quella indimenticabile serata. Gli occhi, forse per effetto della vasodilatazione, mettono meglio a fuoco gli oggetti e le persone che lo circon­dano: visi stanchi, dispiaciuti, annoiati. Si schiarisce la voce e con tono fermo dice:

«Allora è inutile che restiamo tutti qui. Stabiliamo un tur­no per assistere Franca e i ragazzi. Gli altri tornino alle pro­prie case». Tace, mentre fra le sorelle, la moglie e la cognata si raggiunge faticosamente un accordo su orari e precedenze. «Volevo aggiungere che Amintore ed io riteniamo opportu­no dare intera la nostra collaborazione al magistrato senza nascondere nulla. Con gli eventuali giornalisti invece nessu­na dichiarazione».

Fra commenti vari si avviano all’uscita. La notte è buia, la luna è stata nuovamente inghiottita dalle nuvole e scrosci di pioggia mitragliano le case. gli alberi, lo spiazzo e i viali. Un lampo squarcia il cielo e un fragoroso tuono sembra voler ri­cordare a tutti la morte violenta del parente.

Ma nessuno pensa a Nino: Aristarco domina le loro menti e i loro sensi di colpa!
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