BRUNO COTRONEI, I SUOI LIBRI, I SUOI SUCCESSI
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 CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap: II

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Bruno
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Data d'iscrizione : 27.10.08
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MessaggioTitolo: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap: II   Gio Feb 19, 2009 2:32 pm

Cap. II
Il suono modulato, insistente, prepotente di un claxon scrolla Ortesio come una mano smisurata, mastodontici fari opprimono la sua vettura, il calore di un possente motore di oltre diecimila centimetri cubici sembra entrare con violenza neIl’abitacolo e gli trasmette un senso di soffocazione. Os­serva quasi con indifferenza il doppio guardrail che separa i due sensi di marcia e si accorge finalmente di occupare la corsia di sorpasso a velocità ridottissima. Si sposta sulla de­stra e il lungo autotreno lo supera fra il frastuono dell’accele­razione e i tanti fruscii e cigolii dell’ingente massa in movi­mento. Contemporaneamente appare l’area di sosta dove èstato trovato Nino morto. Che avrebbe dovuto raccontare al magistrato? Non certo di Aristarco e la moglie, nè di Ari­starco e il fascismo, ma della carriera di Nino sì; quella pri­ma o poi sarebbe saltata fuori evidente e senza veli come un condotto fognario che percorre centinaia di metri in tuba­zione per poi improvvisamente attraversare un tratto a cielo aperto, rivelando senza più dubbi il maleodorante liquame. Pensandoci bene ha un doppio dovere nel raccontarla: il ten­tativo di sviare le indagini dal passato dei genitori e di aiuta­re il magistrato ad individuare l’assassino. Ma conosce dav­vero tutto di Nino? forse no. Ma chi può davvero dire di es­sere completamente informato sulla vita anche la più segreta di un altro essere umano? Non certo lui, nonostante sia vis­suto vicino al fratello per i lunghi anni degli studi universita­ri ed eserciti un’attività che, pur con risultati ben diversi e Cosa è stata l’università per Nino? Questo lo sapeva bene: specializzazioni differenziate, appartiene sempre all’ambito medico. Cos'è stata l'università per Nino? Questo lo sapeva bene: una grande, lunga sofferenza per Aristarco che ha impiegato nell’impresa ogni sua risorsa di pazienza, prestigio, inventi­va e denaro. Esami prefabbricati, nozioni apprese con il cuc­chiaino nella solita tumultuosa confusione di quella mente fatua, e la brillante idea di far vestire al figlio la divisa dell’esercito per permettergli di usufruire di tutte le agevola­zioni riservate ai combattenti. Si fa per dire per uno imme­diatamente assegnato alla sanità di stanza a Napoli e con il permesso di tornare a casa ogni sera e dopo l’armistizio il “tutti a casa” con la qualifica di reduce. Il 18 è assicurato perlomeno per tre o quattro anni, ma bisogna se non altro presentarsi agli esami e Nino solo di rado lo fa dietro le con­tinue pressanti, anche se tenere troppo tenere, sollecitazioni paterne. Una fiammante Ardea a cinque marce è stata dona­ta al giovanotto che ora va per i ventiquattro e con quella scorazza per le strade della città sgombra ormai dalle mace­ne, ma ai cui lati simulacri di palazzi non riescono a masche­rare le dure ferite inferte dal lungo disumano conflitto. Nino non le vede impegnato com’è a farsi bello con le ragazze del paese che giudicano la sua automobile più accogliente delle jeep americane e il suo portafoglio ben più fornito e ancora più generosamente utilizzato. Il caffè del lungomare, i night alla moda assorbono fiumi di quel denaro che Aristarco così accortamente ha messo da parte negli anni d’oro e che sem­pre più rapidamente diminuisce. Il professore lo distribuisce con una parsimonia nuova per i Peri: il numero dei servitori è drasticamente ridotto, la manutenzione della villa e del giardino sono trascurate, la moglie e gli altri figli sono co­stretti ad indossare abiti vecchi di anni, i pranzi e i ricevi­menti spocchiosi sono permessi solo alle feste comandate, i cibi sono sempre più simili a quelli consumati nelle famiglie della media-piccola borghesia del paese e ben più dimessi di quelli della classe emergente dei nuovi ricchi. Lo stesso Ari­starco centellina le sue spese, ma per Nino fa eccezione, il prediletto deve prendere il suo posto: sarà, deve essere, il nuovo professore! E duro per lui quando Ortesio timido, ma anche orgoglioso gli mostra il libretto ricco di trenta e chiede consiglio sull’ormai prossima tesi di laurea. Dovrebbe esul­tare per gli entusiastici complimenti che il titolare di radiolo­gia (un suo vecchio amico) gli rivolge per il secondogenito che vuole assolutamente con sè. Abbozza un sorriso e pren­de la palla al balzo per raccomandargli Nino che ancora de­ve superare quella prova. Triplica le sue energie per il primo­genito e riesce a fargli dare qualche altro esame e non rispar­mia mortificazioni e denaro quando si arrampica sulle scale degli istituti dei suoi colleghi per ottenere raccomandazioni o corruzione. Deve rassegnarsi alla brillante laurea di Orte­sio che ha scavalcato Nino ed è il primo dei giovani Peri a potersi fregiare del titolo accademico, ma vuole evitare asso­lutamente che anche Amintore anticipi il fratello maggiore pur essendo nato ben cinque anni dopo. Non possiede l’in­telligenza di Ortesio, il terzogenito, nè la sua capacità e amore per lo studio, ma procede lungo l’iter universitario con costanza e inflessibilità, superando ad ogni sessione gli esami previsti con voti che si aggirano fra il 24 e il 27. Si gio­va del continuo aiuto e della guida amorevole di Ortesio al quale si rivolge per qualsiasi conforto e i fratelli formano un affiatatissimo duo che viene citato come esempio e dal quale Nino si tiene o viene tenuto fuori, mentre Armida e Alma se ne servono come di una sicura protezione.

Spesso i quattro escono insieme, frequentano la stessa co­mitiva, organizzano qualche festicciola, pur conservando caratteri e interessi in parte divergenti. Amintore ha uno spiccato senso pratico e il suo obiettivo è di accumulare po­tere e quattrini e ha avviato fra i suoi colleghi lucrosi traffici che presto gli hanno procurato un discreto gruzzolo ammi­nistrato con saggezza, se non avarizia. Si è iscritto a medici­na non tanto per passione, ma per un freddo calcolo di con­venienza e, fra le varie specializzazioni, ha optato per l’oste­tricia convinto che possa permettergli, senza costose attrez­zature, di realizzare presto cospicui guadagni. Non ha naturalmente trascurato nella sua valutazione l’importanza del nome che porta e dell’aiuto che l’abilità e l’affetto di Ortesio possono offrirgli. Alma ha simile carattere e, anche se in chiave femminile, identiche aspirazioni, mentre Armida è af­fascinata dalla ricerca, dalle lunghe appaganti giornate tra­scorse fra i libri e laboratorio. Non sono particolarmente av­venenti i fratelli Peri, sebbene Amintore e Alma posseggano un naturale fascino che li rende ben accetti e richiesti fra i coetanei. Nessuno dei quattro ha raggiunto in altezza Nino, ma, anche se privi di un’espressione particolarmente intelli­gente, non hanno il volto contrassegnato dal sorriso ebete che rimane la nota distintiva del fratello maggiore che si sforza di mascherarla con arie da padreterno fisse su quel volto anche quando Aristarco, con l’aiuto di un giovane e portentoso professore appositamente ingaggiato, compie prodigi di bravura per far assimilare la tesi di laurea al figlio­lo prediletto. L’argomento scelto riguarda la chirurgia, uni­ca specializzazione che, a parere del biologo, si adatti a Ni­no, perché praticabile a certi livelli anche senza particolari doti di intelligenza o di applicazione per il prevalere della manualità sull’intuito. Non dimentica Aristarco l’abilità ed il piacere con i quali il suo delfino da ragazzo sezionava lucer­tole o farfalle ancora vive: il volto trasfigurato, attento, gli occhi brillanti, le grosse mani mosse con estrema delicatezza incidono i piccoli corpi frementi e allineano, fissandoli con spilli, code, zampe, dentini, mascelle e ali membranose. In quel deserto culturale, in quell’assoluta mancanza di voca­zione la dimostrazione di bravura è apparsa come un faro in una notte buia e tempestosa. Ma, anche se a volte la realtà effettiva sul figliolo tanto amato imponeva la sua amara evi­denza, Aristarco rimaneva strenuamente convinto che le ve­re qualità e l’intelligenza per ora solo sonnecchianti sarebbe­ro saltate fuori prepotenti e avrebbero permesso a Nino di rinverdire gli allori paterni.

Il giorno agognato è giunto. Aristarco conduce emoziona­to il primogenito nell’aula delle proclamazioni a dottore. La vecchia Augusta arranca sulla via San Sebastiano fra i raggi radiosi del sole che trasfigurano venisti edifici e si riflettono sui vetri delle aule e delle corsie del policlinico. Smunti albe­relli rinvigoriti dall’incipiente primavera conferiscono digni­tà a costruzioni ormai insufficienti e un acuto profumo di fiori sottomette quello dei disinfettanti e medicinali. La fa­miglia Peri è al completo e assiste, animata da sentimenti che variano dall’incondizionato amore alla tenerezza, all’indiffe­renza e all’ironia, all’abile presentazione del relatore e infine alla discussione della tesi di un Nino serio, composto nel suo nuovo vestito di pura vigogna inglese. E tanta la gioia di Ari­starco che rivolge un sorriso affettuoso perfino alla moglie che, pur altera come al solito, non riesce a nascondere lacri­me di commozione.

E con l’aria di padreterno e la sgargiante Cisitalia, vera perla fra la moltitudine di vespe lambrette Fiat 500, che il primo dei Peri comincia a frequentare come assistente volon­tario la divisione chirurgica dell’ospedale San Francesco. Il primario, ex allievo del professor Peri, lo colma di attenzioni e di consigli e come il rettore del liceo lo pone in una posizio­ne di assoluto privilegio rendendolo presto malvisto agli as­sistenti e agli aiuti. Nè Nino fa nulla per mitigare l’atmosfera non piacevole nella quale le sue macroscopiche lacune di preparazione e l’incapacità di apprendimento diventano pre­sto la favola del reparto. Si sente un predestinato al successo ed è convinto di poter continuare ad agire come sempre: il massimo risultato con il minimo sforzo. Come dargli torto? Non è riuscito a conseguire maturità e laurea senza affan­narsi più di tanto? E la sua carriera ha inizio: da assisteùte volontario a ordinario, da ordinario ad aiuto. I tempi non sono stati brevi, ci sono voluti ben quindici anni durante i quali Aristarco ha oliato generosamente primario, direttore sanitario, presidente ed eminenti uomini politici trascinando il vecchio corpo e gli scampoli del suo prestigio fra uffici, corsie e salotti dando fondo alle superstiti sostanze. Frattan­to Ortesio con una carriera folgorante ha ottenuto la catte­dra di radiologia e Amintore è comproprietario di una clini­ca ostetrica di Torre del Greco. Entrambi sono stimati e conosciuti e i loro studi rigurgitano di clienti, hanno moglie e figli ai quali possono assicurare un benessere solido e avveni­re sicuro. Anche Armida e Alma sono maritate, ma la loro posizione economica non è quella dei fratelli, pur essendo più che dignitosa.

Nino non si sente per niente diminuito dai successi di Or­tesio e Amintore, ancora convinto com’è che il loro scalma­narsi non valga quanto hanno ottenuto e che anche per lui giungerà il tempo dei molti clienti e dei grandi guadagni: ba­sta diventare primario, si dice, e allora tutto cambierà. In definitiva nella villa è ancora un privilegiato: Aristarco ha messo a sua disposizione i saloni e il primo piano e si è ritira­to con la moglie al secondo. L’ampio studio è stato dotato di sala d’attesa e di un ingresso indipendente e il menage della famiglia del primogenito (anche Nino ha moglie e figli) ècompletamente a suo carico.

Molte cose sono cambiate ad Ercolano: anche nella quieta cittadina una colata di cemento ha eliminato vecchie ville, tenute agricole e fatiscenti palazzotti. Dovunque nuove pa­lazzine sono sorte aumentando vertiginosamente la densità degli abitanti riducendo ancor di più Io spazio vitale e sosti­tuendo i vecchi e caratteristici effluvi con quello solo in teo­ria inodore del velenoso e soffocante ossido di carbonio, re­galo dei tubi di scappamento delle automobili che ogni fami­glia sente il dovere di possedere. Anche il parco della villa è cambiato: non esiste più! Al suo posto palazzi a quattro piani si affacciano sul giardino dei Peri sottraendogli ogni intimità che solo il grillage riesce a conservare. Alle spalle della villa una modesta costruzione a tre piani è stata realizzata e vi abitano Ortesio e Armida.


(CONTINUA)
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MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap: II   Gio Feb 19, 2009 2:32 pm

Il vecchio professore ha resistito più che ha potuto alle pressioni dei costruttori che pagavano a peso d’oro ogni su­perficie edificabile, fin quando il suo amministratore, dopo aver venduto ogni altra proprietà, gli ha comunicato l’inde­rogabile esigenza di alienare anche il parco se i Peri vogliono continuare a condurre un tenore di vita degno del loro nome e del loro passato. Aristarco ne ha ricavato denaro e la palazzina, ma anche tanto dolore, il suo vecchio cuore è ormai allenato al tormento: incominciò la moglie con il tradimen­to, proseguirono gli atroci dubbi sulla paternità, seguì il crollo del fascismo, continuò Nino con la sua inettitudine negli studi. Ancora Nino gli ha dato dei dispiaceri; il suo amico primario ha dovuto rivelargli che non diventerà mai un ottimo chirurgo: non ha la mano, nè la preparazione, usa il bisturi senza decisione, taglia troppo largo (a simiglianza di un ingegnere che per una costruzione di due piani fa ese­guire pilastri sufficienti per cinque), non ispira fiducia ai suoi colleghi, non ottiene credito. Ecco perché lo studio del figlio, pensa il professore, è quasi sempre squallidamente vuoto e solo pochi e di limitata importanza sono gli inter­venti privati.

«Ma non è tutto», aggiunge il primario, «ho ricevuto una denuncia, una grave denuncia’>>

«Dimmi, ormai sono preparato a tutto», incita Aristarco con il vecchio tono imperioso, mentre fitte lancinanti gli ber­sagliano il cuore.

«Professore, mi dispiace... »

«Dì! »

«Alcuni parenti di una giovane donna mi hanno fatto chiedere di essere ricevuti e mi hanno raccontato una storia penosa e pericolosa... » Il primario sospende il racconto e ac­cende una sigaretta, mentre osserva con apprensione il volto di Aristarco che è impallidito.

«Continua, su, non temere, sono ancora forte».

«Ebbene, la vecchia, la madre della donna, è stata ricove­rata da noi per un difficile intervento allo stomaco e Nino ha preso a ronzare intorno alla figlia che passava lunghe ore al capezzale della paziente. Le ha promesso il suo interessa­mento e ha incominciato ad accompagnarla a casa a Bacoli dove vivono un vecchio malandato e due figli piccoli, il ma­rito è emigrato in Australia...>>

«Ebbene?»

«Il grave è che le ha fatto intendere che ci sarebbero voluti mesi per operare la madre senza la sua benevolenza e che gli esami di laboratorio é radiologici non sarebbero stati ben eseguiti senza la sua raccomandazione. Insomma l’ha circui­ta ed ingannata e si è spinto perfino con un’affettuosità pelo­sa a visitare a domicilio il padre e i figli, a regalarle costosi medicinali dell’ospedale e a farle chiaramente capire che il suo interessamento poteva essere compensato in un solo mo­do...»

«Denaro?>>

«No, andando a letto con lui!»

«E lo ha proprio chiesto?»

«Noo, è stato più raffinato. Le ha detto che voleva visitar­la perché il pallore del viso gli indicava una grave malattia, ma non l’ha condotta allo studio...>

«E dove, perdio?»

«In una villetta di Lucrino che ha fatto passare per il suo studio e dalla visita è passato a quello che può immaginare. Ma non finisce qui: dopo l’intervento e dopo che la madre èstata dimessa ha continuato a pretendere di portarsela a let­to con un’insistenza assidua e prepotente, approfittando che la donna ha il marito lontano che non tornerà più in Italia e le mancano parenti giovani.>>

«Ma non è possibile».

«Invece sì? Purtroppo, professore, è tutto vero. I due po­veri vecchi sono venuti da me perché lo facessi smettere.>>

«E tu?>>

«Gli ho parlato duramente, l’ho messo alle strette e ha do­vuto ammettere tutto. Lei capisce che se quei vecchi non fos­sero così ignoranti e timidi avrebbero potuto rivolgersi al di­rettore sanitario, al presidente dell’ospedale, all’ordine dei medici o alla polizia».

«Ma tu hai messo tutto a tacere?>>

Il primario accende un’altra sigaretta, tira boccate nervo­se, il suo sguardo vaga dal volto ansioso del vecchio Aristar­co ricoperto da una fitta rete di rughe, le guance scavate, la barba completamente bianca a quello studio modesto dall’unica finestra dove solo una grande foglia di palma in­gentilisce la squallida visuale dei palazzi sorti nell’ex parco con la biancheria stesa ad asciugare sui terrazzini. Non può proibire alla sua mente di paragonare con la biancheria stesa ad asciugare sui terrazzini. Non può proibire alla sua mente di paragonare l’uomo, l’ambiente e l’oggetto del colloquio di oggi con le visite del passato. Allo­ra, giovane medico, si recava in quella villa splendida e im­pacciato sedeva di fronte al grande e imponente scienziato. Uno scrittoio lombardo, stupendamente intarsiato forse dal Maggiolini li separava, e le grandi portefinestre mostravano, oltre il giardino, il fitto intrico degli alberi del parco. L’odo­re dei mobili e dei mille volumi rilegati in pelle si mescolava con quello più acuto dei fiori appena colti che donavano macchie di colore intenso ai vasi di pallida e delicata porcel­lana.

Lo sdegno per il ricordo della prodezza di Nino e per l’at­teggiamento da eterno bambino viziato che quell’uomo or­mai ultraquarantenne ha tenuto nel corso del penoso collo­quio in ospedale, si scioglie in un acuto senso di commisera­zione per Aristarco che non merita il castigo di un figlio tan­to diverso e così indegno di portare un cognome onorato. Spegne delicatamente la sigaretta nel portacenere e con tono pacato dice:

«Sì, professore, l’ho fatto per lei, l’episodio è chiuso. Nino è impaurito e mi ha promesso che non darà più fastidio alla donna».

«Grazie, grazie, caro». Qualcosa brilla nello sguardo spento del vecchio.

«Ma purtroppo non è ancora tutto. Mi hanno riferito in via confidenziale che non è la prima volta che Nino si com­porta in questo modo: quando capitano da noi ricoverate o parenti bellocce senza un marito, un padre o fratelli validi lui cerca di approfittarne... »

«No! Questo non posso crederlo, sono pettegolezzi di col­leghi o sottoposti invidiosi, ne sono certo. Nino non è così, non può essere così, sarà capitato una volta... »

Una collera violenta assale il primario. La commiserazio­ne di un momento prima è scomparsa: anni di sopportazio­ne e di tutela di quel buonannulla. I rischi di annoverare nel suo reparto un individuo del genere giunto al grado di aiuto al quale non può affidare senza pericoli interventi aldisopra di un’appendicectomia e, come se non bastasse, anche preoccupazioni da rettore di un collegio pesano sulle sue spalle e sulla sua coscienza. E vero che deve molto al vecchio professore, che i suoi costosi regali arredano la sua casa, che ha avallato i mutui per l’abitazione di città e per quella di campagna, ma lui non ha protettori e non vuole correre il ri­schio di richiami ufficiali e, perché no, di perdere il posto. Veementemente interloquisce:

«Professore, questo non deve dirlo, perbacco! Se mi sono assunto l’ingrato compito di riferirle cose penose per me e per lei, non l’ho fatto senza accertarmi della loro assoluta ve­ridicità e non è certo per piacere che sono qui a chiedere il suo intervento perché ottenga da suo figlio la promessa che episodi del genere non si ripetano più. Non potrò proteggere ancora, nè far passare sotto silenzio fatti di tale gravità». Lo sfogo lo ha calmato e ne è ora dispiaciuto. Aggiunge: «Mi scusi, sa, non potevo farne a meno. La mia stima, la mia gratitudine per lei sono infinite, vorrei solo il suo aiuto». Ac­cende un’altra sigaretta ed evita di guardare Aristarco.

«Visocchi, non c’è bisogno che si scusi, la càpisco. A volte l’amore paterno acceca, ma stia tranquillo, parlerò a Nino e ora mi perdoni, ma ho bisogno di riposo». Si alza. La figura un tempo così orgogliosamente eretta è ora curva quasi mi­nuta, il passo ciabattante, la stretta di mano fioca.

E' con un senso di pena che il primario abbandona la villa.

Il declino di Aristarco avviene con una rapidità impensa­ta. Ormai trascorre il tempo fra la camera da letto e lo stu­dio e solo di rado lo si può vedere in giardino attorniato dai nipoti che diventano sempre più numerosi. Lo sguardo un tempo così superbo e acuto, è spesso vuoto, assente. Tenta ancora di esaminare pubblicazioni e testi di colleghi ed ex al­lievi o di scrivere qualche articolo per riviste scientifiche che continuano a mantenere il suo nome fra i collaboratori, ma presto è spossato e il capo ha bisogno del sostegno di quelle mani diafane di vecchio che sembrano quasi senza muscoli e senza sangue. Spesso lo trovano in quella posizione e il fo glio è umido di lacrime. Un pensiero lo tormenta e non dà pace alla sua vecchiaia: Nino non è ancora professore! Da quando il primogenito è nato attende quel giorno. Cosa gli importa che un altro professor Peri c’è da anni e si sta facen­do onore. Il suo successore non può essere che Nino, anche se non sarà mai titolare di cattedra universitaria. Deve peno­meno conseguire la libera docenza e fregiarsi di quel titolo. Solo allora potrà trovare un pò di serenità e morire con qual­che rimpianto in meno. Quel figlio, il suo unico figlio certo, non gli ha dato le soddisfazioni che da lui si attendeva. Forse non sarà neppure primario e d’altra parte, se pure lo diven­tasse, sarebbe un primario anziano. Ha quasi cinquant~anni Nino e i bravi, quelli che davvero valgono, giungono presto non per la morte e il pensionamento degli altri. Lui conqui­stò la cattedra a meno di trent’anni e Ortesio a meno di qua­ranta! Ma professore deve essere. Già immagina la tomba di famiglia con il qui giace il professore Aristarco Peri e al suo fianco qui giace il professore Nino Peri suo figliolo amatissi­mo. Cosa importa che sarà solo libero docente e non titola­re? E la sua idea fissa, deve realizzarla! E la realizza spre­mendo da quel corpo, che ormai sembra privo di forze, le re­sidue energie vitali e dal patrimonio di famiglia gli ultimi contanti. E costretto a vendere mobili antichi e a recarsi da quelli che contano per gli appoggi necessari e a far passare come studi di Nino pubblicazioni di giovani studiosi. Alla fi­ne tutto è pronto, persino il primogenito che si reca a Roma per le prove da superare compresa la “lezione” durante la quale si arresta e si inceppa più volte mentre la commissione sembra occuparsi di altro. L’ambiente medico ha un profes­sore in più, e il fatto non costituisce scandalo in un Paese do­ve sono più i medici liberi docenti che semplici dottori. E la deformazione di un ordinamento al quale si cercherà riparo con il blocco delle docenze che, per buona sorte di Nino, giungerà solo qualche tempo dopo.

Nella villa è grande festa. Aristarco ha voluto far rivivere gli splendori degli anni Trenta e centinaia d’invitati affollano gli antichi saloni e il giardino, dove solo le palme e alberelli di limoni, mandarini e aranci fanno da corona alle aiuole fonte e ombrelloni di una nota pasticceria cercano di pro­teggere i convenuti dagli sguardi indiscreti dei condomini dei palazzi incombenti. Camerieri in giacca bianca, assunti solo per quella occasione, offrono liquori e dolciumi e un’orche­strina di volenterosi giovanotti sostituisce il concerto di fa­miglia. E una festa piccolo borghese, una delle tante, quanto differente da quelle di un tempo ormai tramontato! Chi ha partecipato alle vere feste di villa Peri, prova un senso di tri­stezza che si accentua quando il vecchio professore compare sostenuto da due nipoti e si abbandona esausto, ma felice su una poltrona. Gente gli si fa attorno e si complimenta con lui. Lo sguardo è vivo, quasi febbrile e il capo è eretto, fiero, ma presto reclina e l’occhio si spegne mentre le prime ombre della sera autunnale calano sulla villa ed i suoi abitanti.

La febbre si impadronisce del vecchio e non lo abbando­nerà più. Invano i migliori cimici si affannano al suo capez­zale. Anistarco sta morendo. Nino è sempre al suo fianco. La notte disteso su una poltrona, le gambe su una sedia, riesce a dormire solo per brevi periodi. Il sonno è agitato, pieno di incubi. I risvegli angosciosi. Lo sguardo corre subito al pa­dre, a quel respiro ansimante a quel petto scheletrito che si solleva a fatica. Sente di amarlo. Per la prima volta ha chiara la visione di ciò che lui ha rappresentato per il padre e di co­me sarà la sua vita futura senza più l’affetto e la protezione di Aristarco. Si sente smarrito. Avrebbe voluto essere un fi­glio migliore. Ricompensarlo per tutto quello che ha ricevu­to. Vorrebbe parlargli, dirglielo, ma il vecchio sembra as­sente. Lo nutrono con fleboclisi. Gli occhi dilatati sembrano non accorsersi di lui, solo la mano, quasi eterea, cerca la sua e si rifugia nel grande palmo. Aristarco è ormai ridotto allo stremo. La moglie e i figli e qualche nipote più grande sono intorno a lui. Il vecchio si scuote, riprende conoscenza. Tut­ti si avvicinano. Fa cenno di no e un filo di voce chiede: «So­lo Nino, solo con Nino».

Gli altri si allontanano e si raccolgono all’estremità più lontana della stanza. Nino si avvicina, gli prende la mano. E quasi fredda. Occhi pieni di amore lo guardano e sembrano chiedergli di chinarsi su di lui. Lacrimoni gocciolano dagli occhi di Nino e bagnano la fronte di Aristarco.

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