BRUNO COTRONEI, I SUOI LIBRI, I SUOI SUCCESSI
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 I CINQUE DUCI A CONFRONTO saggio di storia comparata

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MessaggioTitolo: I CINQUE DUCI A CONFRONTO saggio di storia comparata   Lun Ott 20, 2014 6:26 pm

QUESTA E' LA SECONDA EDIZIONE, LA PRIMA NEL 2000 FU EDITA DA CAMPANIA LIBRI
PREFAZIONE
Chiunque si interessi alla storia contemporanea non può fare a
meno di soffermarsi a lungo sulla Seconda Guerra Mondiale, sulle
cause che l’hanno determinata, sul suo svolgimento e sulle sue
conseguenze.
Senza alcun dubbio è stato l’avvenimento più importante e
traumatico del XX secolo, nel quale si sono scontrate ideologie
diverse causando una lunga e crudelissima lotta (che ha lasciato sul
terreno ben 50 milioni di morti e oltre 100 milioni di feriti) e un
sostanziale sconvolgimento di equilibri di potenza nell’intero Globo.
Infatti gli imperi italiano e giapponese sono del tutto scomparsi
seguiti, non molto tempo dopo, da quelli inglese e francese. Inoltre la
Germania (rimasta divisa in due parti per circa cinquant’anni) e la
Polonia hanno dovuto cedere vasti territori all’est, mentre l’URSS
(per oltre mezzo secolo) ha ancor più esteso i suoi già vastissimi
confini ed ha esercitato un ruolo dominante su varie nazioni
confinanti. Infine gli Stati Uniti d’America hanno praticamente
assunto la guida della politica mondiale.
Ebbene, è ormai consolidata convinzione che fra i protagonisti del
colossale conflitto soltanto cinque hanno assunto singolarmente un
ruolo davvero determinante. Sono, in ordine alfabetico, Churchill,
Hitler, Mussolini, Roosevelt e Stalin. Tutti loro, chi più chi meno,
non solo hanno gestito (al di là dei risultati e della morale)
l’andamento della guerra, ma l’hanno anche causata per dare sfogo a
smodate ambizioni (palesi o occulte che fossero). Sono essi quindi, nel
bene o nel male, i veri protagonisti della storia del ‘900, o,
quantomeno, della prima metà del secolo.
Eppure, nonostante le tante biografie, a volta pregevoli, pubblicate
su ognuno di loro, manca un libro che racconti le loro vicende, dalla
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nascita alla morte, in modo comparativo e il lettore, appassionato
della storia e dei suoi personaggi e dei raffronti fra di loro, deve
ricorrere a più testi nella faticosa e dispersiva ricerca di fasi
analoghe con il risultato, nella gran maggioranza dei casi, di
abbandonare insoddisfatto l’impresa.
Con questo libro ho inteso colmare la lacuna ed ho chiamato i
cinque protagonisti, per comodità di titolo, “DUCI”, sempre che si
intenda tale appellativo come quello usato nel primo medioevo (dux è
colui che assume nella circoscrizione territoriale, assegnatagli o
conquistata, tutte le funzioni governative sia civili che militari). Non
intendo quindi confondere l’appellativo che ho dato con dittatura o
tirannide, né tanto meno impegolarmi sull’ex defectu tituli o sull’ex
defectu exercitii. Non è questo l’intento del libro e sarà il lettore, se lo
vorrà, a fare le debite distinzioni sulla conquista e sulla gestione del
potere di ognuno dei cinque “duci”.
Quindi, tornando al libro e tralasciando il titolo, desidero
sottolineare che ho fatto largo uso del metodo comparativo e ho dato
ampio spazio alla corrispondenza intercorsa fra i cinque protagonisti,
ad alcuni significativi colloqui fra di loro e ai giudizi reciproci
espressi in più occasioni.
I primi capitoli del mio libro sono dedicati, sempre
comparativamente, all’anno, al luogo, all’ambiente sociale nel quale i
cinque futuri “duci” sono nati, oltre al rapporto con i rispettivi
genitori, agli studi scolastici intrapresi, ai titoli di studio conseguiti,
alle letture formative, all’impatto con il lavoro, ai primi passi in
politica, a quale ruolo hanno svolto nella Prima Guerra Mondiale e
alla scalata al potere.
Nei capitoli successivi, quando l’azione dei cinque protagonisti si
identifica con quella dei loro paesi e quindi con la politica mondiale,
si parla della crisi economica del 1929, e delle crisi per l’Etiopia, per
la Renania, per l’Austria, per la Spagna, per la Cecoslovacchia, per
l’Albania e per la Polonia, che prelude allo scoppio della Seconda
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guerra Mondiale. Gli avvenimenti sono raccontati, in ogni capitolo,
sempre dalla angolazione di ognuno dei cinque protagonisti,
divenendo però, nell’insieme del capitolo, un tutt’uno che, spero,
renda ben comprensibile e scorrevole la lettura, senza tuttavia mai
perdere il rigore necessario ad un libro di storia.
Infine l’ultimo capitolo, il 18° (che può essere consultato anche
durante la lettura dei precedenti), è dedicato ad una serie di
comparazioni estremamente sintetiche che raggruppano, nella prima
parte, ben 21 argomenti; mentre, nella seconda parte, vi è l’attività
parallela dei cinque protagonisti in ognuno di 29 anni, scelti come
campione; infine, nella terza parte del capitolo, la comparazione
riguarda i cinque quando hanno la stessa età: a 15, 20, 25 anni e cosi
via.
Bruno Cotronei
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CAP. I
QUANDO E DOVE E DA QUALI GENITORI E IN QUALI
AMBIENTI NASCONO I CINQUE PROTAGONISTI
Nella ricca e potente Gran Bretagna dell’età vittoriana, mentre il
Primo Ministro Disdraeli provvede a consolidare e ad espandere
l’Impero britannico e a conciliare la tradizione monarchica a qualche
concessione democratica spinta dall’impetuoso progresso industriale,
a novembre del 1874 una nobildonna cade durante una partita di
caccia e viene immediatamente trasportata nello splendido palazzo di
Blenheim.
Si tratta della moglie di Lord Randolph Churchill, incinta da meno
di sette mesi. Pochi giorni dopo, ed esattamente nelle prime ore del 30,
nasce, settimino e primogenito, WINSTON CHURCHILL.
Il destino sembra averlo privilegiato: è un bambino sano, la
famiglia è ricca e nobile, il nonno paterno è il settimo duca di
Marlborough mentre quello materno è un capitalista e proprietario di
giornali americano. Invece, solo tre anni dopo quando il nonno è
nominato viceré d’Irlanda e il padre ne diviene il segretario, il piccolo
Churchill segue i genitori a Dublino ma non li vede quasi mai: suo
punto di riferimento diviene la bambinaia, la signora Everest che,
nonostante l’affetto e l’abilità profusi in continuazione, non riesce a
compensare lo struggente bisogno del padre e della madre che sono,
sempre più frequentemente in viaggio, come nel Natale del 1881
quando nemmeno una grande collezione di soldatini e di bandiere
allevia il desiderio dei mancati baci materni.
Altro prediletto della fortuna sembra essere FRANKLIN
DELANO ROOSEVELT che nasce il 30 gennaio 1882 a Hyde Park
nello Stato di New York da una famiglia di origine olandese che era
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sbarcata nel Nuovo Mondo nel 1649 e aveva mutato il cognome da
Martensen a Roosevelt facendo fortuna, dapprima con il commercio
delle stoffe, e poi con raffinerie di zucchero. Il padre del nostro
protagonista aveva combattuto con Garibaldi a Napoli e,
successivamente, rientrato in America, s’era occupato di miniere,
compagnie ferroviarie e della non brillante iniziativa di congiungere
l’Atlantico al Pacifico attraverso il Nicaragua.
Quando Franklin Delano Roosevelt nasce nella bella villa
contornata da una grande tenuta, il padre ha 54 anni mentre la madre è
una bella ed elegante giovane di 28 anni, figlia di Warren Delano che
aveva guadagnato ben un milione di dollari con il commercio
dell’oppio, richiesto in grandi quantità dagli ospedali americani
durante la Guerra di Secessione, e poi era divenuto socio d’affari del
futuro marito della figlia.
Mentre gli Stati Uniti s’ingrandiscono annettendo nuovi Stati per
oltre un milione di chilometri quadrati e scoppiano grandi scioperi per
ottenere la giornata lavorativa di otto ore culminanti
nell’impiccagione, il 1° maggio del 1885 dei cosiddetti “Martiri di
Chicago”, il giovanissimo Roosevelt cresce figlio unico e adorato dai
genitori e dalla fedele bambinaia ed è il potenziale erede di più di un
milione di dollari equivalenti a ben 2.400 anni di reddito medio di un
operaio.
Sei anni prima, migliaia di chilometri lontano dagli splendori di
New York, alle estreme propaggini meridionali della Russia, in
Georgia nella piccola città di Gori, nasce Josif Dzugasvili. Il futuro
STALIN. E’ esattamente il 21 dicembre 1879.
I genitori sono entrambi semianalfabeti, di origine contadina, e da
appena quindici anni sono stati emancipati dalla condizione di servi
della gleba per i provvedimenti che lo zar ha emanato per tutta la
Russia di un primo e prudente tentativo di riformare lo Stato in senso
più liberale. Il padre, che ha sposato Ekaterina Geladze, fa il calzolaio
e, con la piccola famiglia, abita in una casa in mattoni composta da
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una sola stanza, un solaio ed uno scantinato. Il piccolo Stalin non solo
si ammala di vaiolo e a stento riesce a sopravvivere, ma deve
continuamente subire i maltrattamenti paterni impartiti anche alla
mamma che cerca, con la sua fede religiosa e col suo amore, di
proteggere il figlio. Poi, nel 1883, il padre si trasferisce a Tiflis a
lavorare in un calzaturificio e la madre, conducendo con se Stalin, va
ad abitare presso la casa di un prete ortodosso dove svolge il mestiere
di cameriera notte e giorno.
Proprio in quell’anno, a Varano dei Costa nel villaggio di Dovia in
frazione di Predappio in Romagna, in un vecchio casolare che domina
una piccola altura, una levatrice si prodiga per far nascere un bambino
che si presenta più grosso del normale. E’ domenica 29 luglio e fa
molto caldo. La levatrice ha dovuto abbandonare di corsa la sua
famiglia e il pranzo del giorno di festa, l’unico nel quale in tavola
compare la carne a completare la solita zuppa di verdure e pasta dei
giorni feriali.
La donna si deterge la fronte e completa il suo delicato lavoro
tranquillizzando la ventiquattrenne Rosa Maltoni che è la maestra del
paese, da un anno moglie del fabbro Alessandro Mussolini.
Alla levatrice, come a molti benpensanti di Dovia, non piace
quell’uomo duro, rissoso e donnaiolo che spesso abbandona la bottega
per bere vino in eccesso e diffondere le idee dell’Internazionale
socialista divenendo caporione di un gruppo numeroso con idee
anarchiche che è stato sciolto da un deciso intervento della polizia. Ma
la giovane maestra è tanto buona e il bambino è bello e sano anche se
sembra che il padre voglia imporgli il nome del rivoluzionario Benito
Juarez. Si chiamerà quindi BENITO MUSSOLINI.
In effetti il neonato non sembra essere del tutto sfavorito dalla
sorte. E’ vero che non ha genitori ricchi e altolocati come Churchill e
Roosevelt, ma nemmeno poverissimi e semianalfabeti come quelli di
Stalin. Anche i suoi sono di origine contadina, ma non braccianti bensì
piccoli proprietari andati in rovina ai tempi del nonno. E’ vero che il
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padre non ha frequentato la scuola, ma ha imparato a leggere e bene e
la sua casa di capofamiglia ha in buona evidenza uno scaffale colmo
di libri come il Capitale di Marx o il Principe di Macchiavelli. Eppoi
la mamma ha pur conseguito un diploma e la patente di maestra, sia
pure di grado inferiore! Certo il padre guadagna poco e la madre ha un
misero stipendio, ma il necessario non manca.
Anche nella casa del piccolo Mussolini (due stanze, compresa la
cucina, miseramente arredate più un’altra che funge da scuola), che
s’avvicina molto più a quella di Stalin che alle vastissime ed
imponenti di Churchill e Roosevelt, la mamma deve tribolare, come la
levatrice, tutti i giorni per mettere sulla tavola un pasto composto di
minestra di verdura, la mattina, e di radicchio di campo, la sera. Solo
la domenica c’è il lusso della carne di pecora per il brodo. Eppure al
bambino bastano alcuni miniviaggi a Forlì e un breve soggiorno a
Milano con il padre per rendergli più sopportabili i primi anni della
sua vita trascorsi quasi sempre nei campi dove diviene presto il
capobanda dei suoi coetanei e sviluppa un carattere impulsivo e
rissoso al contatto con un ambiente violento dove spesso deve
assistere a scene tutt’altro che adatte ed educative per un fanciullo. Più
tardi egli stesso, ricordando la sua infanzia, scrive:“ La mia vita di
relazione cominciò a sei anni. (...) Io ero un monello irrequieto e
manesco. Più volte tornavo a casa con la testa rotta da una sassata.
Ma sapevo vendicarmi. Ero un audacissimo ladro campestre (...)
Trascinavo a mal fare parecchi miei coetanei. Ero il capo di una
piccola banda di i che imperversava lungo le strade, i corsi d’acqua e
attraverso i campi”. Ma, quasi per contrasto, ama gli animali e
principalmente la musica che è indubbiamente importante in
quell’Italia ricca di contrasti, che da solo qualche decennio è divenuta
nazione e dove solo da poco, Primo Ministro il capo della sinistra
moderata Depretis, si è esteso il diritto al voto ai ventunenni alfabeti
che abbiano superato la seconda elementare o analfabeti che paghino
imposte dirette non inferiori alle venti lire annue, e s’è stabilito
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l’obbligo dell’istruzione elementare impartita gratuitamente, mentre si
muovono i primi passi coloniali occupando Massaua in Eritrea
seguiti, però nel 1887, dalla distruzione di un distaccamento italiano a
Dogali da parte degli Etiopici.
La notizia della disavventura italiana in Africa suscita qualche
represso compiacimento nell’ancora potente Impero Austro-Ungarico
dove, due anni dopo a Braunau am Inn un paesino alla frontiera con la
regione tedesca della Baviera, il 20 aprile nasce ADOLF HITLER.
Il padre Alois e la madre Klara , entrambi di origine contadina, ma
di quella più evoluta dei coltivatori indipendenti che si trasforma in
artigiani di villaggio, abitano in una casa linda e dignitosa, ben diversa
da quella misera di Stalin o povera di Mussolini. Risponde ai dettami
delle abitazioni della borghesia alla quale ormai appartiene Alois
Hitler che, avendo conseguito un diploma ed essendo stato assunto
come doganiere, ha fatto carriera giungendo così al grado più alto
previsto per i funzionari pubblici in possesso del suo livello
d’istruzione.
E’ un uomo duro, autoritario ed egoista Alois, e, dopo due
matrimoni mal riusciti, aveva preso per amante Klara, una sua cugina
di secondo grado più giovane di lui di ben 22 anni, e l’aveva sposata
quando era già incinta e lui era ormai alle soglie della pensione. Il
rigido funzionario austriaco non mostra mai comprensione per le
esigenze dei figli e della giovane moglie, ma è tutto preso dal perfetto
espletamento del suo lavoro e dalla sua grande passione per le api alle
quali dedica tutto il suo tempo libero. Finalmente, dopo altri due
trasferimenti e dieci anni dopo la nascita di Adolf, può realizzare la
sua massima aspirazione: acquistare una proprietà a Leonding nei
pressi di Linz e dedicarsi completamente all’apicoltura.
Hitler bambino sembra del tutto normale e,seppure soffre per
l’autoritarismo paterno, è pienamente compensato dall’affetto e dalle
cure materne che non diminuiscono mai,nemmeno quando nasce un
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fratellino che diventa, per qualche tempo il suo compagno di giochi e
col quale trascorre a Passau l’anno più felice della sua fanciullezza.
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CAP. II
DOVE STUDIANO E QUALI TITOLI SCOLASTICI
OTTENGONO I CINQUE PROTAGONISTI
E’ una mattina grigia e fredda del novembre 1882 quando
CHURCHILL, che sta per compiere 8 anni, segue riluttante la madre
che lo accompagna al collegio St George’s presso Ascot dove dovrà
rimanere come interno. Non è certo la famosa Eton dove ha studiato il
padre. Lui, Winston, è considerato un ragazzino difficile, per il quale è
necessario l’uso di una continua severità e spesso della frusta per ben
15 colpi ogni volta, quando, già dopo tre o quattro, si formano grosse
macchie di sangue. Ed è ovvio che il futuro protagonista della Storia
ricordi così quel periodo: “Quanto odiavo la scuola, e che vita
angosciata ho vissuto per più di due anni! Facevo ben pochi progressi
negli studi e proprio nessuno nei giochi. Contavo i giorni e le ore che
mancavano alla fine di ogni trimestre, quando sarei tornato a casa da
quella schiavitù odiosa e avrei schierato i miei soldatini in battaglia
sul pavimento della camera dei giochi”.
Il bambino continua per due anni a lamentarsi, perché i
genitori, particolarmente il padre che si candida al Parlamento per la
circoscrizione di Birmingham, sono quasi sempre assenti. Inoltre,
tranne in storia e geografia, seguita ad andare male negli studi e ad
essere, nonostante le percosse, un tenace ribelle. Ma quando,
finalmente, a causa della salute cagionevole, viene trasferito a
Brighton nel collegio diretto dalle sorelle Thomson, si sente quasi
felice e la pagella segnala buoni progressi tranne che in condotta,
probabilmente perché i genitori persistono a villeggiare per loro conto,
lontani dai figli.
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Nemmeno nel 1886, quando il giovane Churchill è ormai un
adolescente di 12 anni, riesce a vincere la frustrazione di sentirsi
sempre più trascurato dal padre, che nel frattempo è stato nominato
Cancelliere dello Scacchiere. Lo ama e lo ammira perdutamente, e
sommessamente lo rimprovera per lettera: “Non sei mai venuto a
trovarmi la domenica quando eri a Brighton”. Poi piange lacrime
amare quando il suo eroe è costretto a dimettersi dalla carica politica,
al punto da scagliarsi contro un uomo che fischia al nome paterno
dicendogli: “Smettila con questo schiamazzo, radicale col naso
rincagnato!”, e ne ricava un po’ di considerazione da Lord Randolph
che, dal Marocco, gli invia una moneta d’oro e gli comunica che ha
deciso d’inviarlo ad Harrow per proseguire negli studi.
Nella scuola pubblica Churchill entra nell’aprile del 1888,
quando ha 14 anni e vi si trova abbastanza bene. Addirittura è felice
quando partecipa ad una finta battaglia, nella quale però si limita a
portare solo le cartucce. Ciò nonostante scrive alla madre: “Ho
portato 100 colpi da distribuire nel folto della mischia, cosicché il
mio incarico mi ha consentito di avere una buona visione del campo.
E’ stato davvero eccitante, attraverso il fumo si vedeva il nemico
avvicinarsi sempre più”. Ma quando la madre, che si fa sempre
desiderare, lo va a trovare, lo rimprovera aspramente per il disordine
nel quale tiene la sua stanza, riecheggiando il vice direttore che si
lamenta per la sua irregolarità negli studi tranne, come al solito, nella
storia per la quale Churchill ha una vera e propria passione che gli
permette di vincere il primo premio per due trimestri consecutivi. Ma
il padre non ha molta stima per il ragazzo, tanto che comunica al
direttore che vuole che Winston frequenti la classe militare, anziché
quelle regolari. Anni dopo Churchill scrive a tale proposito: “Per anni
pensai che mio padre, con la sua esperienza e il suo intuito, avesse
colto in me le qualità del genio militare, ma anni dopo seppi che era
giunto alla conclusione che non ero abbastanza intelligente per fare
l’avvocato”. Niente Oxford e niente laurea quindi, al contrario del
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padre, ma solo la carriera militare nell’esercito, dove, peraltro,
nemmeno è facile accedere. Ci prova per ben due volte senza
successo, mentre i genitori viaggiano per tutta Europa, per buona parte
del 1892 e per molti mesi del 1893 e, finalmente, in agosto, ottiene
6.309 punti, non sufficienti per entrare in fanteria, ma che gli
assicurano il quarto posto nel ruolo della cavalleria.
Il padre, affetto da sifilide all’insaputa di Winston, gli scrive:
“Sono piuttosto sorpreso del tuo tono di esultanza per l’inclusione nel
ruolo di Sandhurst. Vi sono due modi di superare un esame, uno
degno di lode e l’altro no. Sfortunatamente hai scelto il secondo
metodo e sembri molto soddisfatto del successo. (...) Il tuo mancato
ingresso in fanteria dimostra in modo inconfutabile il tuo stile di
lavoro sciatto, spensierato e irresponsabile, con cui ti sei sempre
distinto nelle varie scuole. Non ho mai sentito un giudizio davvero
positivo sulla tua condotta nello studio da nessun insegnante o
istitutore con cui hai avuto a che fare di volta in volta. Con tutti i
vantaggi che hai avuto, con tutte la capacità che ritieni scioccamente
di avere e che alcuni parenti ti attribuiscono, con tutti gli sforzi fatti
per renderti la vita facile e gradevole, il grande risultato è che
guadagni una classe di 2° o 3° rango, valida solo per il brevetto in un
reggimento di cavalleria. Ora è bene spiegarti le cose in tutta
franchezza. (...) Imprimiti indelebilmente nella mente quanto segue: se
la tua condotta e le tue azioni a Sandhurst saranno analoghe a ciò che
sono state in altre istituzioni in cui vanamente si è cercato di
impartirti una certa educazione, allora la responsabilità che ho di te
verrà meno. Lascerò che tu faccia assegnamento su te stesso, dandoti
solo l’aiuto necessario per consentirti una vita rispettabile. Sono certo
infatti che se non saprai evitare di condurre la vita oziosa, inutile e
vana che hai vissuto durante i giorni di scuola e nei mesi seguenti,
diverrai null’altro che un rifiuto sociale, uno delle centinaia di falliti
delle public schools, fino a precipitare in un’esistenza meschina,
infelice e futile. Se così sarà, dovrai sopportare l’intera responsabilità
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di tali disgrazie. La tua coscienza ti permetterà di ricordare e
enumerare tutti gli sforzi per offrirti le migliori opportunità cui ti
dava diritto la tua condizione, e come tu le abbia trascurate
praticamente tutte”.
Eppure, nonostante la durezza di questa lettera dalla quale il
giovane Churchill si difende promettendo tutto intero il suo futuro
impegno, il padre gli fa ottenere un brevetto speciale, con cui Winston
può entrare in fanteria nel 60° fucilieri. Dopo pochi giorni del Royal
Military College egli scrive al padre: “...C’è qualcosa di
entusiasmante nel modo militare con cui tutto funziona; penso che mi
piacerà moltissimo la vita qui nei prossimi 18 mesi”.
In effetti davvero Churchill si appassiona dei cannoni, delle
granate, dei ponti, dei campi d’assedio, delle mappe, del nuovo fucile
da 12 libbre, ma la salute lo aiuta poco e, dopo una corsa di un
chilometro con fucile ed equipaggiamento, sta male e il medico gli
dice che il cuore non sembra molto forte. Ciò nonostante Wiston
prosegue, senza risparmiarsi, nei suoi studi militari, nei viaggi, durante
i quali scala montagne e nuota nei laghi, e nella vita brillante a
Londra, dove spesso fa le ore piccole e cene a notte fonda.
Nel frattempo il padre, che va sempre più peggiorando sia
mentalmente che fisicamente, decide di girare il mondo accompagnato
dalla moglie, e Churchill fa giusto in tempo a raggiungerli alla
stazione per salutarli, frammisto a numerose personalità fra le quali fa
spicco il Primo Ministro Rosebery.
Ora, dopo averla quasi snobbata, la sua passione è
l’equitazione, in cui eccelle e desidera ardentemente entrare in
cavalleria, contrastato dal padre che, dalla California, gli nega il
permesso. Poi il giovane, sempre più sicuro di sé, s’impegna, anche
con lettere pubblicate su giornali, in una polemica sulla chiusura
dell’Empire Theatre e in proposito scrive al fratello minore “Hai letto
gli articoli sul tumulto all’Empire sabato scorso? Ero io a capo dei
rivoltosi, e ho arringato la folla!”.
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A fine novembre 1894, improvvisamente, Churchill viene a
sapere che al padre restano solo sei mesi di vita, ma non qual è la sua
vera malattia che gli era stata sempre nascosta. Insiste allora con la
madre perché riporti Lord Randolph a casa, mentre il principe di
Galles invia il suo medico personale a visitare l’infermo, che non è più
in grado di apprezzare i buoni risultati che Winston consegue agli
esami, dove si classifica ventesimo su 130.
In una mattina piena di sole che fa luccicare la neve il padre di
Churchill muore pochi giorni prima di compiere 46 anni, allineandosi
con quasi tutti gli uomini della famiglia nella precocità della morte e
creando, questa volta del tutto involontariamente, un nuovo complesso
nel figlio: quello di una terribile tara ereditaria.
Nemmeno un mese dopo, ed esattamente il 20 febbraio 1895,
Churchill conclude i suoi studi con il brevetto d’ufficiale e il grado di
secondo luogotenente.
Mentre il presidente repubblicano Harrison, dietro la spinta dei
capitalisti concede forti incentivi ai settori privati dell’economia e
stabilisce tariffe doganali fortemente protezionistiche per le imprese
statunitensi, in casa ROOSEVELT viene deciso di non far
frequentare al piccolo Franklin le scuole pubbliche primarie, ma di
affidarlo, fra il 1888 e il 1890 ad una maestra tedesca e poi, nei due
anni successivi, a un’istitutrice svizzera, che gli insegnano, fra l’altro,
a parlare correntemente il tedesco ed il francese.
E’ uno spettacolo confortante vedere l’intera famiglia composta
dal padre anziano e affettuoso, dalla mamma giovane bella ed
elegante, e dal ragazzo sereno e attento, girare per qualche mese ogni
anno attraverso l’Europa e visitare città, regioni e musei con la
curiosità e l’attenzione di turisti colti, pronti a distinguere le
caratteristiche e le differenze dei vari popoli europei, come la libertà
inglese, l’obbedienza tedesca e l’allegria italiana.
Nemmeno i periodi riservati allo studio sono spiacevoli per il
giovane Roosevelt, perché li alterna, in compagnia del padre, con
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partite di caccia e pesca, lunghi giri a cavallo e appassionanti gare di
golf. Tutto gli è permesso per l’agiatezza e l’affetto dei genitori e la
sua esistenza sembra un perenne gioco. A 14 anni lo si vede sovente
condurre sul fiume Hudson, con notevole perizia, la barca paterna
lunga 21 metri. E’ quella la sua vera passione e desidera frequentare
l’accademia navale di Annapolis per diventare ufficiale di marina, ma,
per una volta, i genitori non lo accontentano e preferiscono inviarlo,
nel settembre 1896, alla scuola di Croton nel Massachusetts.
Si tratta di una scuola privata fondata dal pastore Peabody sul
modello del famoso collegio inglese di Eton, quello dove studiò il
padre di Churchill e che invece non fu consentito a Winston. E per la
prima volta Franklin prende contatto con una rigida disciplina che
genera, ai deboli, danni morali irreversibili, mentre ai forti
irrobustisce il carattere per tutta la vita.
Il giovane Roosevelt, nonostante non abbia mai frequentato una
scuola, si adatta bene ai sistemi del collegio, ma non eccelle
particolarmente negli studi. Poi, improvvisamente, a 16 anni, tenta
l’avventura. Scappa dalla scuola per arruolarsi come marinaio nella
guerra contro la Spagna nella quale gli Stati Uniti colgono una
folgorante vittoria e ottengono Puerto Rico, Guam, le Filippine e il
protettorato su Cuba, divenendo così una potenza imperiale e
coloniale. Però Roosevelt non vi partecipa perché un attacco di
scarlattina lo fa rientrare riluttante a casa. E’ mortificato per
l’insuccesso: avrebbe voluto ad ogni costo ricalcare le orme
avventurose del padre garibaldino a Napoli, o del nonno materno che
aveva navigato nei mari della Cina, o del cugino Theodore Roosevelt,
che, da Sottosegretario alla Marina, è un tenace sostenitore della
politica di forza e riesce a trasformare gli Stati Uniti in un’agguerrita
potenza navale.
Nell’autunno del 1900, Roosevelt, conclusi gli studi a Croton,
entra, a vele spiegate, nella prestigiosa università di Harvard e
immediatamente ha dei problemi, perché nella contemporanea guerra
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anglo-boera, lui, che è di origine olandese, parteggia per i boeri,
aprendo a loro favore una sottoscrizione. Ma la stragrande
maggioranza dei suoi più eleganti colleghi sono a favore degli
aristocratici inglesi e considerano i coloni olandesi del Sud Africa
“sudici e barbuti”. Così non lo ammettono nel Porcellian, che è il
club studentesco più esclusivo del quale sempre hanno fatto parte i
Roosevelt.
Per la prima volta nella sua vita fortunata di ragazzo ricco e amato
dai genitori, Franklin si sente escluso. Non dalla sorte, ma da altri
uomini. E’ una specie di doccia gelata per lui e lo costringe a valutare
in modo ben diverso da come ha fatto in precedenza i diseredati e gli
oppressi. Incomincia a professarsi progressista in vari articoli, che
pubblica sul periodico dell’università, Crimson. Comprende quanto
sia, in democrazia, più importante il favore popolare e la forza della
massa e tenta di mettersi alla testa dei 600 studenti disorganizzati, fino
ad allora dominati da un centinaio di bulletti che si sono arrogati il
diritto di comandare per privilegio di casta. Infatti scrive: “C’è un
dovere molto più alto di quello di votare per il vostro amico
personale, ed è quello di trovare per tutta la classe dei capi che
meritino veramente questo posto (...) Nessuno dovrebbe essere eletto
per la casta, ma tutti a seconda delle loro capacità”. Poco dopo
Roosevelt diviene il direttore di Crimson, ma la sua soddisfazione è
mitigata dalla morte del padre settantaduenne..
Proprio negli anni in cui Franklin frequenta l’università, il
presidente McKinley viene assassinato e gli subentra Theodore
Roosevelt che annette l’Oklaoma e il Nuovo Messico.
Nel 1904 Roosevelt consegue il primo livello di lauree
universitarie, il Bachelor of arts e, successivamente, invece di
conseguire la laurea vera e propria di Master of arts, supera l’esame di
stato che gli consente l’esercizio della professione d’avvocato.
Il piccolo STALIN, pur non vivendo negli splendori abbacinanti
nei quali sono cresciuti Churchill e Roosevelt e non muovendosi mai
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dalle miserie di Gori, a 4 anni abita in una casa meno povera e stretta
di quella natale. E’ vero che il prete ortodosso al quale la madre fa da
cameriera lo tratta con distacco, ma non gli nega la possibilità di
accedere alla sua piccola biblioteca e di sfogliare le pagine di qualche
libro. Il bambino potrebbe quindi essere più sereno, se non fosse per le
visite che, di tanto in tanto, il padre gli fa, e allora riprendono le dure e
ingiustificate percosse a lui e alla madre. Di conseguenza nel piccolo
Stalin si sviluppa, giorno dopo giorno, la convinzione che tutti coloro
che esercitano un’autorità su altre persone somigliano al padre e
quindi vanno duramente odiate.
Ciò nonostante la mamma coltiva il sogno di farlo diventare prete,
ma bisogna pur pagare le tasse scolastiche per fare frequentare al
bambino la scuola religiosa che, solo da poco, ammette fra i suoi
studenti i figli dei contadini o degli operai. Con grande tenacia la
donna riesce a far ottenere al figlio una borsa di studio e ad avere la
gioia di vederlo ogni mattina frequentare il collegio teologico. Però,
quando Stalin ha dieci anni, nel 1889, il padre torna ad imperversare e,
di forza, conduce il bambino a Tiflis ad imparare il mestiere nel
calzaturificio. Ma la mamma non si arrende e torna a riprenderlo,
vincendo, fra un diluvio di percosse, una durissima battaglia.
Stalin entra a far parte del coro della chiesa, dove mette in mostra
buone doti vocali. Frequenta la scuola dove si appassiona alla
letteratura georgiana, privilegiando i racconti romantici di Kazbegi
sull’eroica resistenza delle tribù montane del Caucaso contro i
conquistatori russi. Lo fa letteralmente impazzire il personaggio di
Koba, una specie di Robin Hood caucasico, che sconfigge i cosacchi e
difende i diritti dei contadini.
Nel 1894, quando ha quattordici anni compiuti, Stalin ritorna a
Tiflis per frequentarne il seminario che, mancando un’università in
tutto il Caucaso per la precisa volontà delle autorità russe, raccoglie
tutti i giovani georgiani che tendono a raggiungere un’istruzione
22
superiore, senza però avere, nella grande maggioranza, alcuna
intenzione di diventare sacerdoti.
L’atmosfera del seminario è severa militaresca e repressiva: oltre a
pregare in piedi per molto tempo ogni giorno, si deve studiare
intensamente antico slavo ecclesiastico, teologia, latino, greco, storia e
letteratura russa. Nonostante, o proprio per questo, il continuo frugare
dei monaci fra gli abiti e i cassetti degli studenti, serpeggiano violente
idee sovversive.
Stalin non vi si trova male e studia intensamente, sviluppando una
memoria prodigiosa. I compagni lo rispettano anche per la forza fisica
che racchiude in un corpo solido anche se non alto.
Comunque sia, le dure esperienze di Gori e la continua
repressione nel seminario, rafforzano nel giovane la voglia di
apprendere, specialmente dai testi proibiti che riesce a procacciarsi in
qualche modo. Legge Darwin, Comte, Marx e Plechanov, che è il
primo marxista russo. Fonda successivamente, insieme con altri
studenti, un circolo di studi socialista, del quale diventa un capo del
tutto intollerante per chi non è d’accordo con lui. In Stalin studente si
sviluppa sempre di più l’adesione all’idea marxista dell’inevitabilità
della guerra di classe e della necessità di distruggere l’attuale ordine
sociale, ingiusto e corrotto. Condisce il tutto con l’innata passionalità
e l’odio che si è sviluppato contro il padre, in tal modo egli finisce con
l’identificare i suoi nemici come nemici della storia.
D’altra parte nel Caucaso, dove vi sono giacimenti petroliferi,
raffinerie, un oleodotto e una ferrovia in costruzione, è attivo un
circolo marxista chiamato Messame Dassy dove studenti e operai
entrano in contatto. Lì Stalin conosce un giovane, Lado Keckoveli,
che, avendo tre anni più di lui, aveva frequentato prima sia la scuola di
Gori che il seminario di Tiflis. Il giovane futuro protagonista della
storia ammira, quasi adora, Keckoveli, che oltretutto possiede il
fascino di essere un clandestino e di aver imparato a fare il tipografo
per produrre quasi un milione di copie di pubblicazioni illegali. Lo
23
frequenta intensamente apprendendo moltissimo su Marx, sulla
rivoluzione proletaria e sui metodi per svilupparla. Tutto ciò rafforza
la decisione di Stalin di lasciare il seminario per dedicarsi anima e
corpo a fare l’agitatore e il rivoluzionario di professione, e, nel
maggio 1899, quando già da un anno in Russia è stato fondato il
Partito Operaio Socialdemocratico d’ispirazione marxista, egli viene
espulso dalla scuola per non essersi presentato, senza motivi noti, agli
esami di fine anno.
Dopo aver frequentato le prime due classi di scuola elementare
nel paese natale MUSSOLINI, che si è mostrato sveglio e intelligente
ma anche provvisto di un carattere violento da piccolo teppista, viene
iscritto, come interno, al collegio dei preti salesiani di Faenza, dove
trascorre gli anni più difficili della sua infanzia e della sua
adolescenza.
Infatti, mentre a Dovia il ragazzo passa gran parte della sua
giornata in assoluta libertà con la sola costrizione di qualche ora di
scuola e viene poche volte punito dalle cinghiate paterne, impartite
però col calore selvaggio di un padre che tutto sommato ama il figlio,
nel collegio ogni cosa è diversa e impersonale. Innanzitutto c’è una
disciplina ossessiva con un sorvegliante in tonaca che non lo perde
mai di vista. Poi, ed è per Mussolini il fatto più traumatizzante, “A
tavola noi ragazzi sedevamo in tre reparti. Io dovevo sempre sedere in
fondo e mangiare coi più poveri . Potrei forse dimenticare le formiche
nel pane della terza classe. Ma che noi bambini fossimo divisi in
classi sociali, mi brucia ancora nell’anima”.
Da qui nel ragazzo decenne (1893) si sviluppa ancora di più
l’innato senso di ribellione che si esprime con una continua
indisciplina e gli procura una serie di punizioni severe da parte di
insegnanti, che sembrano crudeli e sadici. Non sono buoni i rapporti
neppure con i compagni di classe o di camerata che, invece di aiutarsi
fra di loro, sono sempre pronti alla delazione. E nel giovane
Mussolini scompare, giorno dopo giorno, quel senso di cameratismo
24
che provava per i suoi compagni di gioco a Dovia e subentra,
irreversibile, l’incapacità che sempre proverà a stabilire veri rapporti
d’amicizia, come confesserà molti anni dopo: “Io non posso avere
amici, io non ne ho. Primo per il mio temperamento, poi per il mio
concetto degli uomini. Perciò non sento la mancanza né d’intimità né
di discussione”.
Nel 1894 tutto ciò sbocca addirittura nella violenza, e
Mussolini, preso da tavola un coltello, insegue e ferisce alla mano un
compagno: “Le grida del ferito richiamarono l’istitutore, il quale mi
acciuffò e mi rinchiuse immediatamente in uno stanzino. Atterrito da
quanto avevo fatto, mi misi a piangere e a implorare perdono, ma
nessuno si fece vivo. (...) La notte era già inoltrata quando udii
camminare alla mia volta. Diedi un balzo. Poi misero la chiave nella
toppa e una voce cavernosa (...) mi ordinò :‘Esci! La tua coscienza è
nera come il carbone. Tu dormirai con i cani di guardia stasera,
poiché chi tenta di uccidere i propri compagni non deve più avere
contatti con loro’. E ciò detto mi abbandonò in mezzo al corridoio.(...)
Un latrato dei cani mi fece ritornare suoi miei passi. I cani
s’allontanarono. Attraversai rapidamente il cortile per recarmi nella
mia camerata. Ma il cancello d’ingresso alla scala era chiuso. Lo
scossi. Inutilmente. Il rumore del ferro richiamò i cani. Fu quello un
momento di tremenda paura. Mi arrampicai sul cancello e riuscii a
scavalcarlo, non tanto in fretta però da non lasciare un lembo
inferiore dei miei pantaloni fra i denti aguzzi di quelle bestie feroci.
Ero salvo. Ma ormai estenuato. Avevo appena la forza di gemere.
Dopo molto tempo l’istitutore della mia camerata ebbe pietà di me.
Mi raccolse e mi condusse a letto. Alla mattina non potei alzarmi.
Avevo la febbre altissima. Deliravo. Dopo tre giorni fui giudicato e
condannato alle seguenti pene e cioè: alla retrocessione dalla quarta
alla seconda elementare, all’angolo fino alla fine dell’anno, alla
privazione della pietanza, a otto giorni d’isolamento in un camerino
di fronte all’aula della quinta ginnasiale. Non mi espulsero dal
25
collegio perché le vacanze estive erano imminenti. Si trattava di
poche settimane. Espiai le mie pene, senza chiedere, come mi veniva
consigliato, il perdono e la grazia del direttore”.
Ormai al ragazzo non conviene tornare per un terzo anno ai
Salesiani e, dopo accese discussioni in famiglia, viene deciso che deve
assolutamente proseguire negli studi e che ci si dovrà sobbarcare del
notevole sacrificio di pagare la retta di un istituto laico di
Forlimpopoli, il collegio Giosué Carducci dove Mussolini entra
nell’ottobre 1894 per frequentarvi, da interno, la quinta elementare.
Mentre in tutt’Italia fermentano agitazioni di lavoratori e si
costituisce a Milano la prima Camera del Lavoro e in Sicilia i Fasci
dei Lavoratori, viene fondato il Partito Socialista Italiano. Ma il Primo
Ministro Crispi firma i decreti di scioglimento delle nuove
organizzazioni e, a Milano, il generale Bava Beccaris fa sparare
cannonate sui dimostranti che protestano per il carovita. Come se non
bastasse, il corpo di spedizione italiano in Eritrea viene sbaragliato ad
Adua dall’esercito del negus etiopico Menelik e Crispi è costretto a
dimettersi e a riconoscere la piena sovranità dell’Etiopia.
Invece al giovane Mussolini la vita e gli studi sembrano più
facili nel nuovo collegio dove non vi sono discriminazioni sociali e gli
insegnanti sono più comprensivi.
Ciò nonostante il carattere del ragazzo, seppure avviato a un
buon miglioramento, lo trascina ancora ad intemperanze che
costringono il direttore del Carducci ad espellerlo come interno e a
riammetterlo come esterno per gli ultimi tre anni che mancano al
diploma.
Certo il giovane Mussolini non si è del tutto normalizzato:
stargli vicino non è molto gradevole per quella strana timidezza che
improvvisamente si trasforma in orgogliosa irruenza e che, comunque,
lo rende un ragazzo interessante ed importante fra i suoi coetanei. Egli
va abbastanza bene in tutte le materie e, a volte, brilla in storia,
geografia e italiano, dove riesce immediatamente a comprendere
26
l’essenza di ciò che studia. Indubbiamente quasi tutti i suoi insegnanti
lo stimano, al punto che, quando nel gennaio 1901 muore Giuseppe
Verdi, gli affidano il compito di commemorare in pubblico il grande
musicista. Senza batter ciglio, Mussolini improvvisa un caloroso
discorso che, partendo dall’opera artistica di Verdi, presto si trasforma
in comizio politico sulla situazione italiana durante il Risorgimento in
parallelo con l’attualità, e il quotidiano socialista “Avanti!” pubblica
un trafiletto nel quale viene scritto: “Ieri sera al teatro comunale il
compagno studente Mussolini commemorava Giuseppe Verdi,
pronunciando un applaudito discorso”. Pochi mesi dopo, e prima che
il giovane compia 18 anni, giunge il sospirato diploma di maestro
elementare
Quando HITLER bambino incomincia a frequentare la scuola
elementare, il padre non ha motivo per lamentarsi di lui perché i
maestri gli assicurano che il piccolo scolaro è tutto sommato brillante
anche se è testardo e non si applica con la dovuta e fruttuosa costanza.
Invece alla scuola media di Linz, dove Hitler viene iscritto nel 1900, è
un vero disastro: voti bassissimi e la sufficienza solo in disegno. Ciò
nonostante il padre non demorde dal fermo proposito che il figlio si
diplomi come lui e, come lui, diventi un ottimo funzionario statale. Lo
sorveglia e lo punisce continuamente e gli impedisce, per quanto gli è
possibile, di giocare alla guerra e di leggere le storie d’avventura dei
pellerossa nordamericani. Ma, quando il giovane non ha ancora
compiuto 14 anni, Alois Hitler muore e il ragazzo chiede
insistentemente alla madre di lasciare la Realschule per dedicarsi agli
studi artistici. Non viene accontentato ed è costretto, con risultati
ancor più disastrosi, ad andare nel collegio di Steyr fin quando, nel
1905, a 16 anni, un’infezione polmonare induce la madre, che
teneramente lo ama, a consentirgli di tentare l’esame di ammissione
all’Accademia di Belle arti di Vienna.
In fondo però il giovane Adolf non è ansioso di farlo, ma solo
di godersi la vita e per ben due anni non sostiene l’esame, ma si
27
gingilla a fare disegni, a dipingere, a vestirsi come i giovanotti
benestanti, mostrando orgogliosamente un elegante bastone da
passeggio nero con il manico d’avorio, e a spacciarsi per studente
universitario.
Come platea ha principalmente un amico più giovane
appassionato di musica, al quale continuamente dice di sentirsi un
vero genio artistico che avrebbe mostrato il suo talento
prevalentemente nell’arte pittorica, e, forse, anche nell’architettura e
nelle belle lettere.
I due si recano sovente a teatro e Hitler assume come suo eroe
Richard Wagner di cui ammira tutto: la teatralità, la dimensione epica
delle sue opere e, non ultimo, il suo antisemitismo. E già in quegli
anni Hitler descrive dettagliatamente al fedele amico di come un
giorno avrebbe salvato il popolo tedesco.
Poi la madre che, permettendo a Hitler di attingere dal lascito
paterno e di poter spendere interamente la pensione che gli spetta
quale figlio di un funzionario statale deceduto, gli consente di
condurre quella vita scioperata, si accorge di essere affetta da un
cancro al seno e insiste perché Adolf si trasferisca a Vienna e
finalmente si presenti all’esame di ammissione all’Accademia.
E’ l’ottobre 1907 quando il giovane ormai diciottenne sostiene
l’esame, ma senza ottenere successo. Ciò nonostante fa credere alla
madre ed ai parenti di essere entrato a vele spiegate nella desiata
scuola di pittura. Però lo choc è stato così violento che odia
profondamente quei professori, “maledetti ebrei”, che lo hanno
respinto. Inoltre gli giunge notizia della malattia e delle condizioni
disperate della madre dalla quale si precipita per assisterla
amorevolmente fino alla morte, che gli procura un immenso dolore.
Poi, incassata la magra eredità, torna a Vienna con il fedele amico,
che, al contrario di lui, non ha difficoltà ad essere ammesso al
Conservatorio di Musica.
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I due vivono insieme in una linda, anche se superaffollata,
camera d’affitto e conducono la vita affascinante degli studenti d’arte
che vivono indipendenti e lontano dalle famiglie in una grande città.
Fra di loro i due giovani parlano spesso di donne e Hitler lo fa con
ardore, ma non risulta che abbia rapporti sessuali. L’amico, ai sempre
più repentini sbalzi d’umore di Adolf, lo definisce “completamente
squilibrato”. Inoltre, insospettito del fatto che mentre lui esce ogni
giorno presto di casa per frequentare il Conservatorio Hitler rimane a
letto, gli chiede dei suoi studi all’Accademia, provocando una vera e
propria crisi nervosa in Adolf. Questi gli confessa la mancata
ammissione e il suo odio verso i professori che, del tutto
ingiustificatamente, l’hanno bocciato, ma gli dice anche di essere
sicuro di poter divenire un architetto autodidatta e di trionfare nella
vita nonostante tutto.
In effetti Hitler è continuamente per strada e fa bozzetti dei più
interessanti edifici, ma, quando l’amico nel luglio 1908 si trasferisce
per le vacanze a Linz per poi tornare a Vienna in novembre, non si fa
trovare. E’ scomparso nell’anonimato della grande città perché non ha
il coraggio di confessare di essere stato, nell’autunno 1908,
nuovamente respinto dall’Accademia. Con questo traumatico
avvenimento si concludono definitivamente gli studi, veri o tentati, di
Hitler.
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MessaggioTitolo: Re: I CINQUE DUCI A CONFRONTO saggio di storia comparata   Lun Ott 20, 2014 6:45 pm

CAP. III
QUAL E’ L’IMPATTO CON IL LAVORO E QUALI SONO I
PRIMI PASSI IN POLITICA DEI CINQUE PROTAGONISTI
Ad Aldershot gli ufficiali subalterni del 4° Ussari di cavalleria
conducono giornate piacevoli con colazione a letto. Un’ora al
comando di 30 soldati per sorvegliare che i cavalli siano strigliati,
lavati e nutriti, un po’ d’equitazione e bagni caldi, cena, biliardo e
bazzica. Il secondo luogotenente CHURCHILL vi si trova
pienamente a suo agio e raggiunge addirittura la felicità quando viene
incaricato di parlare agli elettori di Barneabury, cavandosela molto
bene al punto da scrivere, nell’agosto del 1895, alla madre: “E’ un bel
giocare il gioco della politica, e vale senz’altro la pena di aspettare
una buona mano prima di tuffarvisi davvero (...) La vita militare tanto
più mi piace, ma mi convinco che non è il mio mestiere. Bene, staremo
a vedere”.
Qualche mese dopo Churchill, usufruendo ancora una volta del
patrimonio di famiglia, decide di andare a Cuba, dove le forze armate
spagnole cercano di reprimere una violenta rivolta. Ma, come spesso
succede, piove sul bagnato per lui, perché il prestigio del nome gli
procura un incarico semiufficiale da parte del comandante in capo
dell’esercito britannico e un contratto con il Daily Grafic, al quale
avrebbe potuto inviare articoli dalla scena dell’insurrezione. Come se
non bastasse, a New York i suoi cugini americani lo accolgono
festosamente e gli procurano un servizievole valletto e gli ottengono
di poter visitare West Point ,che è la Sandhurst americana, ma con una
disciplina ben più severa che induce il giovane Churchill a scrivere al
fratello: “Gli americani sono un popolo grande, rozzo, forte e
giovane, simile a un robusto, chiassoso ragazzo in mezzo a dame e
30
gentiluomini fiacchi ma ben educati. (...) Immagina il popolo
americano come un ragazzone gagliardo che calpesta tutta la tua
sensibilità, che penetra ogni possibile nefandezza in fatto di
maleducazione, cui né l’età e neppure la tradizione ispirano rispetto,
e che pure si muove in mezzo ai suoi affari con una freschezza
spensierata che può ben suscitare l’invidia di nazioni più vecchie”.
Anche a Cuba Churchill è trattato dagli spagnoli con molto rispetto
ed assiste ad alcuni sanguinosi scontri con i ribelli. Ne ricava, in uno
dei suoi articoli, un giudizio favorevole alla causa dei cubani perché
“L’isola era stata spremuta in misura enorme per un periodo
considerevole e la Spagna estorceva tanto denaro al Paese che le
industrie sono paralizzate e lo sviluppo è impossibile.(...) Ritengo che
alla fine gli Stati Uniti interverranno per mettere pace”.
La mamma del giovane, che da quando ha perso il marito è molto
più partecipe della vita del primogenito, s’affretta ad inviare a
Chamberlain una copia di un articolo di Winston su Cuba pubblicato
da Saturday Review, ricavandone questo giudizio: “E’ la migliore
sintesi che abbia letto sui problemi che gli spagnoli si trovano ad
affrontare, e che concorda con le mie conclusioni (...) E’ evidente che
Mr Winston ha tenuto gli occhi aperti”.
Gli anni seguenti trascorrono per Churchill nei tentativi, spesso
falliti, di ottenere dal prestigio e dalle conoscenze materne incarichi in
zone militarmente calde per ottenere decorazioni e il diritto di
“sostituire alla spada il tagliacarte e alla giberna il comizio”. Poi, di
ritorno dall’India, chiede ai Conservatori di organizzargli una serie di
comizi, dove sarebbe stato presentato come il figlio di Lord Randolph,
nei quali dice: “...e ora dovrebbe iniziare il declino come a Babilonia,
Cartagine e Roma. Non bisogna credere agli uccelli del malaugurio,
ma smentire la loro lugubre profezia mostrando con le nostre azioni
che il vigore e la vitalità della nostra razza restano integri, che da
veri inglesi siamo decisi a conservare l’impero ereditato dai nostri
padri e la nostra bandiera sventolerà sui mari, la nostra voce sarà
31
ascoltata nei consigli d’Europa, la nostra Sovrana, incoraggiata
dall’amore dei suoi sudditi, ci guiderà sicché continueremo a seguire
la strada indicataci da una mano onnisciente e a svolgere la nostra
missione di portare pace, civiltà e buon governo nei più remoti angoli
della terra”.
Ritorna in India e, nell’Agosto 1897, inizia un lungo viaggio per
giungere a Malakand, dove tutte le tribù di razza afgana sono in
rivolta. Come Churchill scrive al fratello, è per gli inglesi “impossibile
ignorare un torto subito: bisogna vendicarlo. Così a nostra volta
dobbiamo attaccare afridi e orakzai e altri che hanno osato violare la
Pax Britannica”.
Nel frattempo, la mamma onnipresente ha convinto il Daily
Telegraph a pubblicare lettere dal fronte del giovane ufficiale e
l’Allahabad Pioner ad accettare un telegramma quotidiano di 300
parole dalla frontiera, ma entrambe le testate omettono di firmare i
pezzi col nome dell’autore.
Churchill entra subito in azione sia come giornalista che come
ufficiale, ed è più volte nel vivo di selvaggi combattimenti dove
mostra un notevole coraggio, quasi a volersi definitivamente riabilitare
dalle critiche che il padre gli aveva rivolte durante gli studi. Egli
scrive alla madre: “Ambisco alla fama di coraggio personale più di
qualunque altra cosa al mondo poiché in molte cose -in particolare a
scuola- sono un codardo”. Ma, in fondo, è l’ambizione politica, che si
fa sempre più pressante, che lo guida a mettersi in mostra a qualsiasi
rischio. Tutto, medaglie, nastrini, uccisioni, articoli e un romanzo già
iniziato, deve servire ad acquisire una vasta notorietà che lo favorirà,
ne è certo, in politica. Più volte è menzionato nei bollettini e
apprezzato dai superiori, e , abbandonato il romanzo, inizia a scrivere
Story of Malakand Field Force dicendo: “Ogni cosa necessita di un
duro lavoro e di frequenti rielaborazioni. (...) Una buona conoscenza
della storia è una faretra piena di frecce nelle discussioni”.
32
Il 31 dicembre 1897 invia il manoscritto alla madre che gli trova
subito agente letterario ed editore. Nel frattempo Churchill, che ha
assistito alle atrocità degli indigeni e a quelle ancor più terribili degli
inglesi che, fra l’altro, fanno largo uso delle nuove pallottole dumdum
“i cui effetti dirompenti sono semplicemente spaventosi. E’ un
quadro terribile e naturalmente presenta aspetti cui non si fa cenno
sulla stampa...”, scrive alla madre: “...naturalmente basta osservare
la natura per accorgersi quanto poco valore attribuisca alla vita, la
cui santità è un’idea squisitamente umana. Prova a pensare che la
magnifica farfalla, 12 milioni di piume sulle ali, 16mila lenti
nell’occhio, è solo un boccone per l’uccello...”
Immediatamente dopo Churchill, nonostante gli splendidi rapporti
con la madre, avvia una causa per impedirle di trasferire parte
dell’eredità ad un eventuale secondo marito che avrebbe potuto essere
“un uomo povero non di mio gradimento, un vagabondo”. In effetti il
giovane è preoccupato, perché l’eccessiva prodigalità della madre ha
più che dimezzato il patrimonio familiare, e i Churchill sono abituati a
vivere nel lusso. Inoltre fare politica, che ormai è sempre più lo scopo
della vita di Winston, costa e molto. Poi ci ripensa e annulla tutto,
dicendo “confido nella mia capacità di scongiurare definitivamente la
miseria grazie al giornalismo”.
Torna a rivolgersi alla madre per chiederle di organizzare alcune
riunioni politiche di grandi dimensioni e per ottenere che il generale
Kitchener, comandante dell’esercito in Sudan, lo chiami in servizio
presso di lui. Mentre i comizi si svolgono splendidamente e Churchill
viene acclamato con “un entusiasmo incredibile”, Kitchener non
molla, nonostante sia intervenuto in favore di Winston addirittura il
Primo Ministro che ha letto il suo libro e lo invita per la prima volta al
numero 10 di Downing Street. Ma poi l’insistenza pressante di molte
ladies, che contano nei salotti e nei letti, gli ottiene la chiamata
desiderata presso il 21° lancieri in Egitto, e un amico di famiglia,
33
proprietario di giornali, gli fa avere l’incarico dal Morning Post per
una serie di articoli compensati con 15 sterline a colonna.
Il 26 agosto 1898 Churchill è al fronte sudanese, dove si distingue
per coraggio e intelligenza e ha anche modo di conoscere e farsi
apprezzare da Kitchener, che procede allo sterminio dei dervisci con
decisione e ferocia tali da indurre Winston a scrivere alla madre: “La
vittoria di Omdurman fu disonorata dal massacro inumano dei feriti,
Kitchener ne è responsabile”. E nel suo nuovo libro, The River War,
scrive: “Per ordine di Sir H. Kitchener la tomba era stata profanata e
rasa al suolo e la salma del Mahdi disseppellita. La testa fu staccata
dal corpo e, per citare la spiegazione ufficiale, ‘preservata per future
disposizioni’, espressione che in questo caso significa che passò di
mano in mano fino ad arrivare al Cairo”.
Ora non c’è più bisogno di raccomandazioni: anche i giornali più
grandi vogliono Churchill come collaboratore, e lui, mentre continua a
scrivere il libro sui dervisci e la loro sconfitta, decide di lasciare
l’esercito entro sei mesi per dedicarsi alla politica. Tornato in
Inghilterra, il 9 giugno 1899 si presenta alle elezioni suppletive di
Oldham per il partito conservatore, ma viene battuto per poco più di
mille voti dal candidato liberale.
Non passano che pochi mesi e Churchill è nuovamente in azione: il
suo desiderio di successo e di superare le imprese paterne è sempre più
vivo! Il Daily Mail gli ha offerto l’incarico di corrispondente in Sud
Africa, dove sta per scoppiare un conflitto con i Boeri, e Churchill
gioca al rialzo, finendo con l’ottenere dal Morning Post un compenso
per 4 mesi, tutto compreso, di ben 1.000 sterline (circa 100 milioni di
lire di oggi).
Ed ecco, nei primi giorni di novembre 1899, Churchill cercare in
tutti i modi di raggiungere la città di Ladysmith, accerchiata dai boeri,
senza riuscirci. Poi ha la discutibile fortuna d’incontrare un suo amico
dai tempi dell’India, il capitano Haldane, che ha ricevuto un ordine di
ricognizione su di un treno corazzato e che lo invita ad
34
accompagnarlo. E’ il 15 novembre quando il treno, composto da un
vagone armato di un potente cannone di marina, 3 vagoni corazzati
con 150 uomini a bordo, e una locomotiva con il tender, parte. Ma
dopo qualche ora viene centrato da una granata boera, mentre
s’intravedono truppe nemiche che tendono un’imboscata alla quale gli
inglesi cercano di sfuggire a tutto vapore. Un masso sui binari fa
deragliare alcuni vagoni e Churchill, quale ex ufficiale, offre ad
Haldane i suoi servigi, che vengono immediatamente accettati. Qui
inizia l’epopea di Winston. Il futuro protagonista della storia va avanti
e indietro intrepidamente e rivitalizza il macchinista colpito al capo.
Poi, nonostante un vivissimo fuoco d’artiglieria nemico che causa 4
morti e 30 feriti, riesce a salvare locomotiva, tender e vari uomini.
Torna intrepidamente da solo indietro per cercare Haldane e gli altri
che, nel frattempo, dopo essersi asserragliati in una casa colonica,
vengono fatti prigionieri. A sua volta Churchill, che è senza la pistola,
viene perseguitato da due fanti e da un alfiere boeri che, alla fine,
riescono a catturarlo e a condurlo “come bestiame” nella prigione di
States Model School da dove scrive lettere a profusione: alla madre, al
Principe di Galles, e al Ministro della Guerra boero, chiedendo di
essere liberato immediatamente perché non è un militare, ma un
corrispondente di guerra.
Tutto è inutile: i Boeri dicono che si è comportato nell’azione
come un soldato, non come un giornalista. Allora chiede ad Haldane
di poter far parte di un tentativo di fuga con lui e il sergente maggiore
Brokie. I tre dovrebbero, nascondendosi di giorno e viaggiando di
notte, compiere a piedi ben 500 chilometri fino al confine con il
Mozambico portoghese. Prima, però, bisogna scavalcare un muro,
sempre sorvegliato, fra la prigione e un piccolo giardino privato. Dopo
vari tentativi, in una notte senza luna, Churchill vi riesce e gli altri due
no, ma, in un romanzesco dialogo attraverso il muro di lamiera, i
compagni lo incitano a proseguire da solo.
35
E’ il 12 dicembre, Churchill salta su di un treno in corsa e, giunto
dopo molte ore nei pressi di un piccolo centro minerario, si lancia giù
affamato ed assetato. S’incammina verso le luci di alcune misere case,
dove ha la grande fortuna di trovare minatori inglesi che lo
nascondono nel più profondo della miniera, fra una massa
formicolante di topi bianchi.
Nel frattempo in tutto il Transvaal si cerca di riprenderlo: c’è una
taglia di 25 sterline per la sua cattura vivo o morto. Viene diffusa una
sua fotografia con questa descrizione: “Inglese, 25 anni, altezza circa
1 metro e 73 centimetri, corporatura media, colorito pallido, capelli
rosso scuro, baffetti quasi invisibili, voce nasale, pronuncia male la
lettera s , non parla l’olandese”.
Alcuni giorni dopo, aiutato dai provvidenziali amici minatori, si
nasconde in un vagone di un treno diretto nell’Africa orientale
portoghese e, alle 4 del pomeriggio del 21 dicembre, è al consolato
britannico dove, oltre a spedire una marea di telegrammi, fa un bagno
ristoratore e apprende che la guerra va male per gli inglesi. Poi parte
per Pretoria dove trova una folla entusiasta che lo scorta
applaudendolo fino all’ingresso del municipio. La popolarità tanto
cercata è finalmente giunta! Non può deluderla ritornando subito in
patria, quindi riprende per mesi l’attività di corrispondente, insieme a
quella di luogotenente della South African Light Horse, mentre i suoi
libri vanno a ruba e varie circoscrizioni elettorali inglesi gli chiedono
di candidarsi per le elezioni generali. Sceglie ancora una volta Oldham
e la famosa rivista Vanity Fair pubblica una vignetta su di lui con
questo testo: “Sa scrivere e sa combattere. Aspira alla politica fin da
quando era bambino ed è probabile che tutte le sue fatiche, militari o
letterarie, siano state compiute con un occhio alla politica”.
Sbarca in Inghilterra e 10.000 persone invadono le strade per
festeggiarlo, ma la mamma non è lì: sta per sposare un capitano che ha
solo 16 giorni più di Winston e vent’anni meno di lei. Allora Churchill
va ad abitare in un elegante appartamento da scapolo e il 1° ottobre
36
1890 viene eletto deputato. Per quasi quattro mesi, sull’onda della
fama derivatagli dalle sue avventure sudafricane, tiene, in Inghilterra e
negli Stati Uniti, una lunga serie di conferenze a pagamento, che gli
fruttano ben 10.000 sterline, quasi un miliardo di lire di oggi!
Poi il corso della sua vita diviene meno frenetico: è un deputato di
27 anni, giovane, ma assai più noto e corteggiato di colleghi alla loro
prima esperienza in parlamento. Quattro anni dopo, quando il premier
conservatore Chamberlain inizia una politica fortemente protezionista,
Churchill gli si schiera contro e passa al Partito Liberale, propugnando
libertà di commercio. Ne viene premiato nel 1906, a 32 anni, quando il
governo retto dai liberali lo chiama a farvi parte come Sottosegretario
alle Colonie. Dopo altri due anni Churchill fa ancora un passo avanti e
diviene, prima Ministro del Commercio, e poi Ministro degli Interni.
A 34 anni è ormai un uomo politico influente e collabora
strettamente con il Primo Ministro, Lloyd George, nel promuovere
fondamentali provvedimenti sociali come: assistenza sanitaria, sussidi
di disoccupazione, e limitazione della giornata lavorativa nelle
miniere.
Nella politica militare Churchill privilegia il rafforzamento della
Marina da Guerra e viene nominato Primo Lord dell’Ammiragliato,
adoprandosi, con l’attivismo e l’aggressività del suo forte carattere,
per ottenere un significativo incremento delle costruzioni navali.
Molto meno articolato e avventuroso è invece l’impatto con il
lavoro e la politica per ROOSEVELT. Nel 1905 supera l’esame di
Stato ed entra nello studio legale Carter-Ledyard-Milburn dove si
occupa, senza grande entusiasmo, di cause di diritto marittimo. Ma
anche per lui, come per Churchill, la massima aspirazione è la carriera
politica, perché tanto ammira e vuole imitare il cugino Presidente.
Forse è proprio per ottenerne i favori che lui, giovane ricco e bello,
sposa, appena ventitreenne, la nipote diretta e prediletta di Theodore
Roosevelt. La ragazza diciannovenne, infatti, non sembra proprio
poter ispirare grandi passioni amorose: è intelligente, ma non bella né
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aggraziata, e il suo aspetto mascolino, la voce stridula e il sorriso che
mette in mostra denti sporgenti, sono tutt’altro che attraenti. Eppure,
dopo un breve e facile corteggiamento, Franklin la sposa il 17 marzo
1905, ricevendo come ricompensa al matrimonio la presenza
ammiratissima di Theodore, che abbraccia gli sposi davanti ai
giornalisti estasiati e tiene il discorso di circostanza.
Ciò nonostante debbono trascorrere quasi cinque anni nella routine
della professione che non ama e le continue gravidanze della moglie,
perché il mondo politico si accorga di Franklin. Stranamente sono i
democratici e non i repubblicani a pensare che, in quel periodo di
confusione, un Roosevelt democratico possa essere utile al partito e gli
propongono di candidarsi ad un seggio senatoriale per lo Stato di New
York. Franklin non se lo fa dire due volte e, anche se ha sempre votato
repubblicano in omaggio a Theodore, rispolvera la fede democratica
del padre e del nonno.
Ma il collegio nel quale deve candidarsi non si presenta come una
conquista facile perché è una roccaforte repubblicana. Ed ecco venir
fuori il temperamento del giovane Roosevelt che organizza una
campagna aggressiva e spettacolare con l’uso, così poco
consuetudinario, di un’automobile decappottabile completamente
ricoperta di manifesti, con la quale gira per tutto il collegio,
improvvisando discorsi dovunque trova un po’ di gente, attratta più
dall’auto che da lui.
Non è un buon oratore, ma gli strali che lancia con veemenza
contro l’alta finanza, la corruzione politica e le argomentazioni in
favore della sicurezza del cittadino, il diritto al guadagno e alla
felicità, conquistano gli ascoltatori.
E’ il 1910 quando viene eletto e subito si trasferisce, con tutta la
famiglia, ad Albany, capitale dello Stato, anche per allontanarsi dalla
madre, il cui amore s’è tanto intensificato da divenire quasi maniacale.
Subito la sua azione di senatore è improntata in senso progressista
e riformatore e, capeggiando la rivolta dei “giovani leoni” contro la
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designazione di Sheehan a senatore dell’Unione, mette in luce una
grande abilità che gli frutta il successo, un’ampia popolarità sui
giornali e il merito di una riforma costituzionale, che stabilisce
l’elezione diretta dei senatori dell’Unione da parte del popolo.
Tre anni dopo, nel 1913, il nuovo presidente Wilson, che Roosevelt
ha appoggiato come candidato democratico, si disobbliga
nominandolo, a 31 anni, Sottosegretario alla Marina, dove si trova ad
avere alle sue dipendenze circa centomila civili che riesce a guidare
tanto abilmente da farli collaborare attivamente al potenziamento della
flotta da guerra americana senza un solo sciopero. In questa occasione
Roosevelt conferma definitivamente come suo prezioso assistente il
giornalista Howe.
Meno felice nelle scelte si dimostra Eleanor, che gli
raccomanda come segretaria una bella ragazza ventiduenne di cui
Franklin presto s’innamora, facendone la sua amante e riuscendo
persino (con l’uso della stessa astuzia e spregiudicatezza sperimentata
in politica) ad inserirla nella vita familiare fin quando, anni dopo, la
moglie non viene a scoprire la verità e gli offre il divorzio. Ma
Roosevelt non accetta e rinuncia alla ragazza, perché più di tutto ama
la sua carriera, ed Eleanor, seppure insopportabile e poco femminile,
gli è assolutamente indispensabile.
Al contrario di Churchill e Roosevelt, STALIN vive lontano
dalla ricchezza e da conoscenze altolocate. Inoltre la Russia della fine
Ottocento è la più vasta, ma anche la più arretrata, delle grandi
potenze. Ha 129 milioni di abitanti di cui circa l’85% analfabeti. Solo
poco più di centomila persone studiano o hanno studiato all’università.
Buona parte dell’economia si fonda su un’agricoltura arretrata che,
comunque, procura l’essenziale per vivere a 90 milioni di contadini.
Da qualche tempo si punta sull’industria, che si va sviluppando
impetuosamente, dove intellettuali russi, convertiti al marxismo,
penetrano nei circoli operai cercando di fare proseliti per le loro idee
rivoluzionarie. Fra questi è Stalin che, all’età di vent’anni, ha ormai
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definito sia i propri ideali che il suo futuro lavoro: agitatore
professionista e politico.
Ecco perché trascura gli esami al seminario facendosi espellere. Ma
il giovane deve pur mangiare e gli studi che ha fatto gli danno la
possibilità di essere assunto come impiegato all’Osservatorio
Astronomico di Tiblis nel 1899.
Nella sua attività prediletta, condotta parallelamente, ha assunto il
nome di battaglia di Koba e dirige, a 22 anni, una violenta agitazione
fra gli operai del petrolio nella città di Batum. Presto le manifestazioni
diventano imponenti e si trasformano in grandi scioperi, che generano
scontri armati con la polizia e l’esercito. Il giovane Stalin, a 23 anni
(1902), viene arrestato ed imprigionato per sei mesi in varie carceri
della Georgia. Ovviamente perde il posto di lavoro e viene condannato
a tre anni di confino in Siberia, ma , durante il viaggio, fugge e fa
ritorno nella sua città, dove riprende l’attività di rivoluzionario.
E’ ormai un clandestino. Tuttavia, fornito di documenti falsi,
pubblica articoli sia sui giornali marxisti che circolano di nascosto, sia
su quei pochi che hanno il permesso di essere distribuiti legalmente.
Continua ad organizzare l’attività rivoluzionaria dei lavoratori e viene
ancora più volte arrestato. Sempre riesce a fuggire. Nel frattempo ha
aderito alla corrente bolscevica del Partito Operaio Socialdemocratico
e, come delegato del Caucaso, partecipa al Congresso Bolscevico di
Tammerfors, dove finalmente incontra il già mitico Lenin che gli
appare il suo nuovo Koba, “un leader di incomparabile statura,
un’aquila di montagna, impavido di fronte alla lotta e che con
audacia guida il partito lungo sentieri inesplorati”. Anche il grande
capo incomincia ad apprezzare il giovane rozzo e scorbutico che
afferma continuamente “Anche quando dormono, i contadini sognano
di potersi impossessare delle terre dei grandi proprietari terrieri”
mostrando un gretto realismo, ma anche tanta forza e tanta fede.
Decide quindi di inviarlo ai congressi della Socialdemocrazia russa di
Stoccolma e Londra (1906 e 1907), dove il ventottenne Stalin ( tale è
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il suo nuovo e definitivo nome di battaglia che significa “uomo
d’acciaio”) viene considerato uno dei massimi dirigenti bolscevichi
del Caucaso. Nel frattempo nel 1906, nonostante la vita tumultuosa e
pericolosa, si sposa con Ekaterina Svanidze dalla quale ha un unico
figlio.
Successivamente Stalin si trasferisce nella città industriale di Baku,
che è da tempo teatro di aspra rivalità fra menscevichi e bolscevichi, e
diviene il deus ex machina delle attività illegali per finanziare il
Partito, consistenti nei cosiddetti “espropri proletari”, ossia rapine e
assalti armati a banche, casse e uffici governativi.
Nel 1912 giunge per il trentatreenne Stalin il vero successo
politico, che lo proietta da un ambito regionale ai vertici nazionali.
Infatti, nonostante sia stato confinato a Vologda nella Russia
Settentrionale, viene eletto fra i nove membri del Comitato Centrale
del Partito Socialista Russo.
Appena saputo della nomina, Stalin non esita un attimo a fuggire
dal confino, perché deve assolutamente mantenere l’importantissima
posizione acquisita dopo tanti anni di lotta. Intensifica quindi, in tutto
il Paese, la sua azione, ottenendo due risultati fondamentali: la
pubblicazione del primo numero della “Pravda”, il giornale dei
Bolscevichi in Russia, e l’organizzazione accurata dell’elezione dei
deputati alla quarta Duma, dove riesce a portare, fra i tredici deputati
socialdemocratici, sei bolscevichi. Si stabilisce poi a Pietroburgo e
Lenin gli affida stabilmente la direzione del giornale.
L’anno dopo Stalin è nella Polonia austriaca a Cracovia per
incontrare Lenin, e poi a Vienna dove prepara uno scritto
fondamentale, che espone il punto di vista bolscevico sul problema
delle nazionalità. Questo saggio, dal titolo “Il marxismo e la questione
nazionale”, rivela in Stalin una notevole cultura e lo afferma
definitivamente anche come teorico. Ma non ha il tempo per goderne i
risultati: viene arrestato a Pietroburgo, esiliato e tradotto (questa volta
sotto rigorosa sorveglianza) in Siberia.
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MUSSOLINI nel 1901 (a 18 anni) ha ottenuto il diploma di
maestro parallelamente alla fama di individuo violento e donnaiolo.
Ma è anche ritenuto intellettuale e bohemien, perché scrive poesie e
cerca di farsele pubblicare, perché conosce a memoria interi canti
della Divina Commedia e perché legge forsennatamente, e più volte,
di tutto.
Ha bisogno di guadagnare e, forte del diploma, fa domanda per un
posto di maestro a Predappio, Legnano, Castelnuovo Scrivia,
Tolentino e Ancona. Senza successo. Poi prova ad essere assunto
come secondo aiutante del segretario del Comune di Predappio, ma la
sua cattiva fama gli procura un deciso rifiuto. E’ scoraggiato al punto
da scrivere ad un amico: “Ma vedi la filosofia m’ha reso
perfettamente uno stoico. Guardo e sorrido. Che è la nostra
miserabile esistenza al paragone del macrocosmo (...) Così rido.
Ridere, ridere sempre! Ho concorso in 4 posti, ma probabilmente
rimarrò a piedi ed io me ne vendicherò andando alla strada di Zeno a
condurre una carriola e colla licenza avvolgerò mite lo stracotto e
abbrucerò i libri”. Ma è solo un atteggiamento, perché continua a
studiare, prendendo lezioni di latino e di musica, oltre a comporre
un’infinità di poesie. Improvvisamente, ai primi di marzo 1902 il
padre gli fa ottenere una supplenza alla scuola maschile di Pieve
Saliceto, una frazione del comune di Gualtieri, che è il primo in Italia
ad avere un’amministrazione “rossa”. Ma a giugno non viene
confermato per l’anno successivo, non perché abbia mostrato carenze
come maestro, ma per aver subito intrecciato una burrascosa relazione
con una ventenne sposata con un militare che, appena viene a
conoscenza dell’adulterio, scaccia di casa l’infedele, e, come ricorda
Benito, “Essa si prese il suo piccino e riparò nella stanza dove ci
eravamo incontrati la prima volta. Tutte le sere io l’andavo a trovare.
Ella aspettava sempre sulla porta (...) Nel paese, la nostra relazione
era oggetto di scandalo, ma noi ormai non ne facevamo più mistero
alcuno. Ci recammo insieme a certe saghe campestri...”, .
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Mussolini si ritrova quindi a 19 anni (1902) disoccupato, anche se
è entrato in politica ed è riuscito a diventare segretario del Circolo
Socialista di Gualtieri, dove incomincia a mettersi in luce scrivendo
articoli per vari giornali della Sinistra ed improvvisando, con non
comune abilità, discorsi su qualsiasi argomento.
Ma la politica, gli articoli e i discorsi gli fruttano solo pochi soldi e
nel mese di luglio il futuro Duce si trasferisce in Svizzera, dove fa
dapprima il muratore e poi il commesso in un negozio. Ora la politica
diviene per lui una vera e propria passione, oltre che un mezzo per
tentare di ottenere una migliore collocazione nella vita, e il giovane
s’inserisce nell’attività che il Partito Socialista svolge fra gli immigrati
italiani. Fra l’altro scrive sul giornale “Avvenire del lavoratore”, riesce
a frequentare la rivoluzionaria russa Angelica Balabanoff, che lo aiuta
ad approfondire la conoscenza dei classici del socialismo europeo,
frequenta per vari mesi le lezioni del grande sociologo Pareto
all’Università di Losanna, nella cui fornitissima biblioteca Mussolini,
mai sazio di sapere, trascorre lunghe e utilissime ore a fare vaste,
anche se disordinate, letture. Però la sua attività di agitatore lo fa
arrestare, prima a Berna e poi a Losanna.
Nel 1904 (a 21 anni) l’inquieto giovane trascorre qualche tempo in
Francia ed anche qui viene arrestato. Poi, approfittando di un’amnistia
che estingue la condanna ad un anno di prigione per renitenza di leva,
rientra in Italia e compie disciplinatamente il servizio militare a
Verona come bersagliere.
Quando nel settembre 1906 torna alla vita civile, il ventitreenne
Mussolini riprende l’attività di maestro elementare come supplente a
Tolmezzo, dove non riesce assolutamente ad inserirsi nella scuola, al
contrario di quello che gli accade con le donne del paese, con le quali
intreccia sordide relazioni che gli rendono “gli ultimi mesi assai
tempestosi. Ebbero luogo fra me e il marito della P. spiegazioni assai
penose, scambio d’invettive e un pugilato, nel quale la peggio toccò
naturalmente al marito, più vecchio e debole di me. Nel paese non si
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parlava che di questa nostra scandalosa relazione”. Ovviamente
nemmeno questa volta la supplenza gli viene rinnovata e Benito torna
a Dovia, stanco e sfiduciato, con progetti di emigrare definitivamente
in America. Ma, come sempre, presto si risolleva e a novembre ottiene
a Bologna, dopo esami scritti e orali, l’abilitazione all’insegnamento
della lingua francese nelle scuole secondarie che mette a frutto, dal
febbraio 1908, nel collegio Ulisse Calvi di Oneglia, dove gli spetta il
titolo di professore.
Finalmente si trova bene e non dà scandalo con amori proibiti.
Anzi, stringe amicizia con influenti socialisti con il cui aiuto spera di
poter porre le basi per una candidatura politica. Pubblica in appena
quattro mesi ben 24 articoli per il settimanale “La lima” e decide di
abbandonare definitivamente l’insegnamento, per dedicarsi
interamente alla politica e al giornalismo.
Dopo aver partecipato alle lotte dei braccianti in Romagna, nel
1909 Mussolini si trasferisce a Trento, che è ancora austriaca, e, con la
raccomandazione della Balabanoff, dirige il segretariato trentino del
lavoro e il settimanale “L’avvenire del lavoratore”. Poi, presentato a
Cesare Battisti, diviene redattore capo del suo giornale, “Il popolo”.
Il modo di condurre il quotidiano, gli attacchi violenti al partito
clericale ed in particolare ad Alcide De Gasperi, conducono Mussolini
a ben cinque condanne e più volte in carcere. Infine all’espulsione dal
Trentino, dove aveva concepiti sia il romanzo storico “Claudia
Particella, l’amante del cardinale” che il saggio “Il Trentino veduto da
un socialista”. Entrambi scritti e pubblicati qualche mese dopo, sotto
la spinta di un assoluto bisogno di denaro, che costringe Mussolini,
nel febbraio del 1910, a scrivere a Cesare Battisti: “Come avrai visto
dal giornale che ti ho mandato, mio padre trovasi colpito da paralisi
all’ospedale. Per istallarcelo abbiamo vuotato la casa. Bisogna
anticipare l’importo per un mese di degenza: tre lire al giorno. La
mia crisi finanziaria è acutizzata dal mio faux-menage iniziato nel
gennaio Puoi pensare che io non ho scritto Claudia P. per i begli
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occhi delle Claudie trentine attuali, né del resto per speculare sul
“Popolo”. Verbis brevis io ti chiedo 200 lire. Non spaventarti, amico
mio, leva da tale somma le 65 lire che ti debbo per la stampa della
santa di Susà e le 20 che mi consegnasti a Verona. Rimangono 115.
Converrai che romanziere non deprezzò mai a tal punto la sua prosa
narrativa. Senti: per il 16 corrente ho uno di quegli impegni che
torcono il collo: mandami 65 lire , le altre 50 me le darai quando
vorrai. Più che una ricompensa, mi farai un piacere e te ne sarò
grato. Ad ogni modo scrivimi subito qualcosa. Spero che non farai il
sordo, ma ricordati che stroncherò il romanzo. Absit injuria verbis e
ciao, tuo Mussolini”. Nel frattempo, come anche risulta dalla lettera,
l’inquieto Benito si unisce a Rachele Guidi, che è la figlia della nuova
compagna del padre, rimasto vedovo nel 1905, e il primo settembre
nasce la sua primogenita, alla quale dà il nome Edda.
Sempre in Romagna, dove s’è nuovamente stabilito, il giovane
socialista , che ha acquisito il marxismo esclusivamente come lotta di
classe e lo ha mescolato con gli aspetti irrazionalistici e volontaristici
della cultura del tempo, come il vivere pericolosamente e il mito del
superuomo di Nietzsche e la funzione della violenza nell’agire storico
di Sorel, diviene nel 1910 segretario della Federazione Socialista
Forlivese e direttore del giornale “Lotta di classe”, che presto
raddoppia le vendite.
I suoi discorsi si moltiplicano e nel 1911 il futuro Duce capeggia la
protesta contro la guerra in Libia, ricavandone una condanna a cinque
mesi di carcere, ma anche l’assoluta preminenza nel Congresso del
Partito Socialista a Reggio Emilia e la direzione dell’importante
quotidiano del Partito, “Avanti!”, che si pubblica a Milano, e dalle cui
colonne raggiunge, a meno di 30 anni, larghi consensi e una vasta
popolarità nazionale, come attesta persino Antonio Gramsci che
scrive: “L’Avanti! Diretto dal Mussolini, lentamente, ma sicuramente
si viene trasformando in una palestra per gli scrittori sindacalisti e
meridionalisti. I Facello, i Lanzillo, i Panunzio, i Ciccotti ne
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diventano assidui collaboratori: lo stesso Salvemini non nasconde le
sue simpatie per Mussolini, che diventa anche il beniamino della Voce
di Prezzolini”.
A novembre 1908 HITLER ha ancora del denaro e riesce a
sopravvivere per un anno in una buia stanzetta a basso prezzo. E’
ormai completamente solo e trascorre le giornate a leggere nelle
biblioteche pubbliche. Poi rimane completamente senza soldi ed
incomincia a dormire, come un vero barbone, nei parchi o negli
androni dei palazzi e a mangiare facendo la fila avanti alla cucina d’un
convento. Infine riesce ad entrare in un ospizio per senzatetto delle
suore di carità.
Lui che era un giovane snob, abituato a vivere senza problemi
economici, anche se mai nel grande lusso come Churchill e Roosevelt,
ora è solo un vagabondo ai margini di tutto! Ne viene però tirato fuori
parzialmente da un certo Hanisch, che ha imparato a muoversi nella
miseria. I due fanno società: Hitler dipinge quadri e l’altro li vende.
Un po’ di denaro torna nelle tasche di Adolf, che alloggia per tre anni
in un albergo dei poveri migliore dove usufruisce di un trattamento
particolare perché, come pittore di quadretti di maniera, viene pur
sempre considerato un artista e, quindi, un intellettuale. In quello
strano ambiente trova anche un pubblico ed incomincia ad uscire dalla
solitudine e dall’estraniazione in cui è sprofondato.
E’ ormai l’inizio del 1913 e il giovane ventiquattrenne quando
sente parlare di politica si trasfigura: s’alza in piedi e incomincia a
sproloquiare, ma è ancora lontano dal praticare vera politica attiva.
Poi, con maggior calma e al di fuori dell’ospizio, ascolta con
attenzione discorsi e dibattiti politici nei quali interviene, dapprima,
timidamente e, poi, con più convinzione. In queste occasioni si
accorge di riuscire a trascinare gli interlocutori quando ripete
ossessivamente il concetto che ha nella mente.
Il giovane Hitler prova un profondo odio per i suoi simili nei quali
trasferisce costantemente l’esecrata figura paterna, e diviene sempre
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più irresistibile in lui il concetto che gli uomini sono molto stupidi e
deboli quando sono schiavi di stucchevoli sentimentalismi. Però, per
lui, in ogni caso i tedeschi sono superiori agli altri popoli, ma non nel
vecchio e cadente Impero Austro-ungarico. Ed è proprio per non
prestare servizio militare nella nazione dov’è nato che si trasferisce a
Monaco nel maggio 1913, quando ha 24 anni.
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CAP. IV
I CINQUE PROTAGONISTI DURANTE E DOPO LA GRANDE
GUERRA 1914/18
Quando nel 1914 scoppia la Grande Guerra, ROOSEVELT è
ancora segretario aggiunto alla Marina ed è immediatamente
favorevole ad un intervento americano o, quantomeno, a far in modo
che la flotta sia pronta ad un eventuale impiego. Ma il presidente
Wilson lo frena e gli dice: “Venga, Roosevelt, si sieda. Le voglio
spiegare. Noi operiamo sotto gli occhi della storia. Certo, la nostra
entrata in guerra è possibile. Ma, vede, nel 1980 qualche storico
scriverà su questa guerra: forse un tedesco, forse un russo; ebbene
costui dovrà poter dire: l’America è stata trascinata alla guerra
impreparata”. E così avviene davvero, perché quando gli Stati Uniti
entrano in guerra solo un terzo della flotta è pronto e occorrono nove
mesi perché tutte le navi siano in buona efficienza. Ancora Wilson
blocca lo scalpitante Franklin che, ad imitazione di quello che aveva
fatto Theodore nel conflitto con la Spagna, vuole dimettersi
dall’incarico governativo ed arruolarsi. Riesce soltanto a conoscere
Churchill in una sua visita di lavoro negli Stati Uniti ed a recarsi ad
ispezionare basi americane sorte alle Azzorre e a Corfù.
A guerra largamente conclusa Roosevelt, che nel frattempo è stato
in Europa con Wilson, i cui famosi “14 punti” alla Conferenza di Pace
scontentano sia vincitori che vinti, accetta di presentarsi, nel 1920
quando ha 38 anni, come candidato democratico alla vicepresidenza
degli USA con Cox che è candidato alla presidenza. Ma l’ombra
negativa di Wilson e una violenta campagna elettorale da parte dei
suoi avversari lo condannano all’insuccesso, a ritirarsi deluso dalla
vita politica e ad accettare l’incarico di direttore di agenzia della
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società di assicurazioni Fidelity and Deposit Company, che gli offre
ben 25mila dollari di stipendio annuo.
Nemmeno un anno dopo viene improvvisamente aggredito da un
violento attacco di poliomielite. Salva la vita, ma rimane quasi
completamente paralizzato alle gambe, senza alcuna speranza di poter
guarire completamente.
E’ lunga e dura la battaglia per riuscire ad accettare di convivere
con la grave menomazione, ma Roosevelt, ha tre alleati
impareggiabili: il suo forte temperamento, la moglie e l’amico Howe,
che abbandona immediatamente un ottimo lavoro a Washington per
dedicarsi completamente a lui. E Franklin lentamente migliora e
occupa il tempo, una volta dedicato alla vela e al golf, nello studio
della storia americana da cui ricava le basi teoriche che fino ad ora gli
sono mancate.
Nel 1923 riprende l’attività forense e parallelamente inizia a
speculare in borsa, dove guadagna cifre considerevoli dimostrando
anche tanta spregiudicatezza in combinazioni finanziarie e societarie
con individui di dubbia fama. Poi, finalmente, nel 1928 torna, a vele
spiegate, in politica e accetta la candidatura a Governatore dello Stato
di New York. Intensa è la campagna elettorale dove fa largo uso della
radio e vince. Ha quasi 47 anni quando, a Capodanno del 1929, prende
possesso della carica e immediatamente inserisce nel suo staff
governativo l’amico Howe e la moglie Eleanor, oltre ad altri validi e
competenti collaboratori.
A sua volta CHURCHILL affronta la Grande Guerra con la carica
di Primo Lord dell’Ammiragliato e prende o caldeggia una serie di
iniziative dall’esito tutt’altro che brillante, o addirittura disastroso
come la spedizione anglo-francese ai Dardanelli nel 1915. Il suo
prestigio ne viene profondamente scosso al punto di doversi dimettere
dalla carica. Ma il suo ardente temperamento non gli permette di
tenersi fuori dalla mischia e Churchill chiede e ottiene il comando di
un battaglione sul fronte francese dove combatte per sei mesi. Ciò non
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serve a riabilitarlo come uomo di governo, anzi i conservatori, nel
1916, pongono il veto più assoluto a Lloyd George di avvalersi della
collaborazione di Churchill. Però un anno dopo, nel 1917, quando ha
43 anni, il tenacissimo uomo politico torna a far parte del governo fino
alla conclusione della guerra, sia pure con un ministero non di
primissimo piano, come quello delle Munizioni.
Non trascorre un anno dalla fine del Grande Conflitto che
Churchill torna ad ottenere un incarico importante come Ministro della
Guerra e dell’Aviazione, ed immediatamente riprende a commettere
errori, come l’ossessiva insistenza con la quale ottiene l’intervento
armato contro la Russia rivoluzionaria e comunista, che si risolve in
un insuccesso perché gli eserciti dei Russi Bianchi vengono sconfitti
dai Bolscevichi nonostante gli aiuti. Allora Churchill viene dirottato al
Ministero delle Colonie dove costituisce il mandato inglese in
Palestina, che nemmeno gli darà ragione.
Quest’uomo testardo è più che mai in disgrazia e, quando Lloyd
George si dimette nel 1922, non solo perde l’incarico di ministro, ma
addirittura viene battuto alle elezioni. Ma non demorde. Nel 1924,
all’età di 50 anni, cambia partito e viene eletto deputato conservatore
ottenendo dal Governo Baldwin la carica di Cancelliere dello
Scacchiere, che lo vede promotore di una politica deflazionistica e di
violenta repressione contro i sindacati nel grande sciopero generale del
1926.
STALIN invece non è un protagonista, sia pure minore, della
Grande Guerra e della presa di potere da parte dei rivoluzionari russi,
perlomeno nella fase iniziale. Infatti è relegato dapprima in una
località più che mai desolata della Siberia, al di sopra del Circolo
Polare Artico e distante ben sei settimane di viaggio in slitta dalla
stazione più vicina della ferrovia Transiberiana. Poi, essendo stato
riformato per un difetto al braccio sinistro, è custodito in una località
molto più vicina alla grande linea ferroviaria. Qui, liberato
dall’abdicazione dello zar, si precipita ad inviare a Lenin un
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telegramma di fraterni saluti e a partire per la capitale, dove giunge il
12 marzo, e, in assenza dei maggiori esponenti bolscevichi, assume
per un mese il comando dell’attività del Partito e poi entra a far parte
del Comitato Esecutivo del Soviet dei Deputati, degli Operai e dei
Soldati.
Tornato Lenin, Stalin retrocede di grado, ma presto chi è più in alto
di lui è costretto alla clandestinità dalla repressione dei moti popolari.
Allora il futuro padrone della Russia torna in primo piano e tiene la
relazione introduttiva al Sesto Congresso del Partito.
Nel 1918 viene costituito il primo Governo Sovietico, e il
trentanovenne Stalin ne fa parte come Commissario delle Nazionalità.
Successivamente, durante la sanguinosa Guerra Civile e in quella
contro la Polonia (1918 e 1920), viene inviato come Commissario
Speciale nei punti più caldi del fronte dove sa mettersi così bene in
evidenza che la sua notorietà cresce vertiginosamente in parallelo alla
fama di individuo sempre pronto ad agire con efficacia, ma in modo
spietato e violento.
Con accorte ed opportunistiche alleanze, continua ad essere eletto
nei maggiori organi del Partito e nel Politburo. Poi, nel 1922 Lenin, le
cui condizioni di salute sono divenute estremamente precarie, lo
nomina suo assistente di fiducia e segretario del Comitato Centrale.
Infine, quando nel 1924 Lenin muore, Stalin, a 45 anni, conquista la
guida assoluta del Partito nel quale ha preventivamente minato
l’autorità del più prestigioso Trotzkij, che viene espulso dall’URSS
nel 1929.
HITLER, quando scoppia la Grande Guerra, si è da qualche mese
trasferito a Monaco dove si è fatto registrare dalla polizia come pittore
e scrittore e ha continuato a condurre la solita vita di Vienna: dipinge
quadretti e li vende, si reca nelle biblioteche dove legge
principalmente di marxismo, fa infiammate discussioni nei caffè. Poi,
improvvisamente, viene fermato dalla polizia per essersi sottratto agli
obblighi di leva in Austria, ma a Salisburgo viene dichiarato inabile al
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servizio perché è troppo gracile. Al contrario l’esercito tedesco, dove
si è presentato per partecipare da volontario alla guerra, lo fa abile e lo
spedisce al fronte. Hitler è felice, finalmente si sente del tutto inserito
e si mostra un soldato valoroso con la partecipazione a più di 50
scontri sul fronte occidentale. Fa il portaordini con impegno e sprezzo
del pericolo e viene ferito per ben due volte guadagnandosi
meritatamente la Croce di ferro di prima classe. Però non va oltre il
grado di caporale perché i suoi superiori non lo ritengono fornito di
doti di comando...
La resa della Germania, giunta così imprevista per la truppa e per
la maggior parte del popolo tedesco quando i suoi eserciti sono ancora
al di là delle frontiere e nessun nemico ha toccato il suolo della patria,
addolora e frustra profondamente Hitler, quasi quanto il suo
insuccesso di nove anni prima negli esami di ammissione
all’Accademia di Belle Arti in Austria. Com’era fortemente convinto
delle sue qualità artistiche, così ora è fermamente sicuro che i tedeschi
non avrebbero potuto perdere contro i popoli inferiori che hanno
affrontato senza il contributo determinante degli ebrei e dei
socialdemocratici, purtroppo presenti anche in Germania, ed il suo
odio contro di loro cresce a dismisura. Così decide di votarsi alla
politica e di dedicare allo stremo ogni sua energia per lavare l’onta
della sconfitta..
Quando rientra a Monaco, che nel frattempo ha visto duri scontri fa
comunisti ed esercito, Hitler viene inviato dal comando militare a un
corso educativo tenuto da professori dell’università fra i quali lo
storico Muller, che scrive: “Trovai la strada bloccata da un gruppo di
persone che si accalcava intorno a un uomo, il quale parlava loro con
una strana voce gutturale, senza pause e con sempre maggior calore.
Ebbi la strana sensazione che quell’uomo andasse nutrendosi
dell’eccitazione che andava via via suscitando. Scorsi un volto pallido
e magro sotto una selva di capelli cascanti alquanto indegna di un
soldato, con dei corti baffetti e degli occhi azzurri straordinariamente
52
grandi, sfavillanti di un freddo fanatismo...”. Poco dopo le autorità
militari lo incaricano di fare attività di informatore e di tenere discorsi
di propaganda ai suoi colleghi reduci, fra i quali, nel 1919, quando ha
30 anni, inizia la sua carriera politica, che indirizza principalmente
allo sparuto Partito Tedesco dei Lavoratori (DAP), al quale aderiscono
disperati di estrema destra quali artigiani in miseria e intellettuali
frustrati o sensibili alla mitologia ottocentesca dell’eroe. Presto Hitler
si impone con il suo notevole talento d’oratore, di cui ha la definitiva
conferma nell’ottobre del 1919 “parlai per trenta minuti, e ciò che
avevo sempre sentito nel profondo del mio cuore, senza mai poterlo
verificare, si dimostrava ora essere vero: sapevo parlare”, e diviene il
capo del partito che nel 1920 ribattezza come Partito
Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi (NSDAP) rendendolo, in
pochi anni, la più importante organizzazione di destra della Baviera
dove convergono personalità notevoli come l’ex asso dell’aviazione
Goring, l’architetto Rosemberg, il professore universitario di
geopolitica Haushoher e Roehm ed Hess.
Quando, nel 1923, la Repubblica di Weimar attraversa una grave
crisi, Hitler, che ha 34 anni, progetta un colpo di Stato che viene
subito represso dal fuoco della polizia. Il futuro Fuhrer viene arrestato
e il tribunale speciale lo condanna per alto tradimento a cinque anni di
fortezza. Ma Hitler utilizza le udienze come una tribuna e la stampa
come cassa di risonanza delle sue idee politiche.
Dopo appena un anno viene graziato. Il periodo di detenzione non
è trascorso inutilmente per lui: l’ha utilizzato per scrivere il suo libro
“Mein Kampf”. In esso preannuncia quella che sarà la sua battaglia in
favore della grande nazione germanica. I principi, che enuncia,
dettagliatamente e senza alcuna paura, costituiranno una specie di
“Corano” per i suoi seguaci che diventeranno molto numerosi.
Scrive, tra l’altro: “l’uomo è un animale battagliero e di
conseguenza la nazione , essendo una comunità di guerrieri, è
un’unità guerriera; l’organismo vivente che abbandoni la lotta per
53
l’esistenza è condannato a perire; il Paese o la razza che cessino di
combattere sono destinati a estinguersi; la capacità di lotta di una
razza dipende dalla sua purezza, quindi è necessario espellere le
contaminazioni straniere; la razza ebraica, che è multinazionale, è
necessariamente pacifista e internazionalista; il pacifismo è un
peccato mortale perché porta alla rinuncia della razza alla lotta per
l’esistenza; il primo dovere di ogni Paese è nazionalizzare le masse;
individualmente l’intelligenza ha una relativa importanza, ciò che
conta sono il volere e la forza di decisione; l’uomo adatto al comando
ha un valore superiore a quello di migliaia di temperamenti
subordinati; solo la forza bruta può assicurare il sopravvivere di una
razza, sono quindi necessari i sistemi militari; se al momento giusto la
razza germanica sarà unita il dominio del globo sarà suo; il nuovo
Reich deve condurre all’ovile tutti gli elementi tedeschi sparsi in
Europa; una razza che ha subito una sconfitta può essere salvata se le
si restituisce la fiducia in se stessa; bisogna insegnare all’esercito di
aver fede nella propria invincibilità; per innalzare alla primitiva
grandezza la nazione germanica il popolo deve essere convinto che si
può recuperare la libertà usando le armi; l’idea aristocratica è
corretta; l’intellettualismo è un elemento indesiderabile; estremo
ideale dell’istruzione è produrre un tedesco che, con un minimo di
allenamento, possa mutarsi in un soldato; senza la forza trascinatrice
delle passioni fanatiche e isteriche, i più grandi movimenti della
storia sarebbero inconcepibili; le virtù borghesi della pace e
dell’ordine non possono dar vita a nulla; il mondo procede ora verso
un sommovimento del genere e il nuovo Stato germanico deve
preparare la razza alle estreme e più grandi decisioni che l’umanità
possa prendere; non si debbono avere scrupoli in politica estera; la
diplomazia non ha il compito di permettere alle nazioni un eroico
collasso, ma deve provvedere alla loro prosperità e conservazione;
per la Germania esistono solo due possibili alleati: l’Inghilterra e
l’Italia; nessun Paese parteciperà ad un’alleanza con una nazione
54
vilmente pacifista governata da elementi democratici e marxisti; se la
Germania non si difenderà da sola nessuno penserà a difenderla; le
provincie perdute non possono essere riconquistate con grandi
preghiere o speranze nella Società delle Nazioni, ma soltanto con la
forza delle armi; la Germania non deve ripetere l’errore di
combattere in una sola volta contro tutti i suoi nemici, ma deve
isolare il più pericoloso e assalirlo con ogni energia; il mondo non
sarà più antitedesco solo quando la Germania avrà recuperato la
parità di diritti e ripreso il suo posto al sole; non debbono esserci
sentimentalismi nella politica tedesca e attaccare la Francia per
motivi solo ideali sarebbe assurdo; quello che occorre alla Germania
è un ampliamento dei suoi territori in Europa; la politica coloniale
d’anteguerra era sbagliata e bisognerà abbandonarla; la Germania
deve tendere ad un’espansione verso la Russia e soprattutto verso gli
Stati Baltici; non si può tollerare il concetto d’una alleanza russogermanica;
entrare al fianco della Russia in una guerra contro
l’Occidente sarebbe criminale perché lo scopo dei sovieti è il trionfo
del giudaismo internazionale”.
Ebbene un siffatto programma non turba minimamente gli
esponenti della democrazia tedesca ed europea, forse perché si tratta,
nel 1924, di un libro poco diffuso di un piccolo leader di un minuscolo
partito.
Uscito di prigione, il futuro dittatore si rafforza come capo del
partito, sconfiggendo gli esponenti dell’ala sinistra guidata dai fratelli
Strasser.
Nel frattempo la tattica hitleriana per la conquista del potere è
cambiata: non tenta più l’eliminazione della Repubblica o
l’introduzione della dittatura, secondo il modello inaugurato in Italia
da Mussolini, ma iniziative con una parvenza di legalità e secondo le
regole del sistema, ossia attraverso elezioni ed incarichi governativi
ufficiali che, però, tardano a venire, perché, alle elezioni del 1928, il
partito di Hitler ottiene solo 810.000 voti. Ciò nonostante il futuro
55
dittatore tiene a freno le scalpitanti e ben organizzate Squadre
d’Assalto.
MUSSOLINI, dopo aver ottenuto il raddoppio, com’è ormai sua
consuetudine, della tiratura del giornale che dirige a Milano e aver
amoreggiato tumultuosamente, nonostante conviva con Rachele Guidi
e la figlia Edda, con alcune sue collaboratrici come la Balabanoff, la
Rafanelli e la Sarfatti, nella primavera del 1914 trionfa nel Congresso
Socialista di Ancona dove chiede ed ottiene l’espulsione dei massoni
dal partito.
Quando nel giugno dello stesso anno la polizia uccide tre
partecipanti a una dimostrazione antimilitarista, Mussolini scrive un
articolo di fuoco contro il governo, eccitando le masse che scendono
in piazza, disarmano le truppe e danno inizio ad una “settimana rossa”
che il futuro Duce definisce: “la più grande rivolta popolare che abbia
mai scosso l’Italia”. Il Paese cala in una grande paura predisponendosi
ad un fascismo ante litteram che Mussolini ha lucidamente previsto.
Non ha invece previsto la reazione di Turati (il suo grande avversario
nel Partito) che riesce a far revocare lo sciopero, indebolendo la
posizione mussoliniana.
Proprio in quei giorni il principe ereditario dell’Impero Austriaco
viene ucciso a Sarajevo e l’Austria, senza minimamente consultare
l’Italia (sua alleata nella Triplice), ma in perfetto accordo con la
Germania (terza nazione della Triplice), invia un ultimatum alla Serbia
tanto severo e punitivo da condurre automaticamente alla Grande
Guerra: in una settimana la Germania dichiara guerra alla Russia e alla
Francia, mentre l’Inghilterra si schiera con il governo di Parigi.
L’Italia dichiara la propria neutralità, fra la soddisfazione di tutte le
forze politiche del Paese. I motivi sono diversi: i socialisti ed i
cattolici perché contrari a qualsiasi guerra, i nazionalisti perché
vengono liberati dall’incubo di dover combattere a fianco degli
oppressori di Trento e di Trieste.
56
Però solo poco tempo dopo, gli irredentisti, appoggiati dai
nazionalisti di Marinetti, incominciano a premere sul Governo
affinché l’Italia entri nel Conflitto a fianco dell’Intesa. Fra i socialisti
vi sono forti contrasti perché i sindacalisti si richiamano alle “società
operaie” di Mazzini e sono giunti al socialismo per la via tracciata da
Sorel che è l’apostolo della “violenza levatrice della storia”. Mussolini
comprende a volo l’importanza storico-politica del momento e
appoggia i dirigenti sindacali. Il Partito lo deplora e lui si dimette dalla
direzione dell’Avanti per fondare “il Popolo d’Italia”, un nuovo
giornale che diviene l’organo più attivo dell’irredentismo.
I socialisti dicono che Mussolini è stato comprato dai Francesi,
desiderosi di avere l’Italia come alleata. Non è vero: il futuro Duce
viene finanziato da gruppi di industriali italiani interessati sia ad un
incremento di produzione derivante dall’entrata in guerra, sia a
fomentare contrasti fra i socialisti. Ma, in definitiva, ciò che davvero
determina l’azione di Mussolini in questa circostanza è il suo violento
temperamento, accompagnato dal suo accorto fiuto politico. Egli
comprende che la guerra sta per liberare quelle forze rivoluzionarie
che più sono congeniali a lui, e fonda, a 32 anni, un nuovo partito,
“Fascio Autonomo di Azione Rivoluzionaria”, che propugna una
specie di nazionalismo di sinistra. Il motto che lo contraddistingue è
“Chi ha ferro ha pane”, mentre il Popolo d’Italia scrive: ”O guerra o
rivoluzione”, ma, in realtà, lui vuole la prima, perché foriera della
seconda.
L’Italia entra in guerra nel 1915 e anche Mussolini è richiamato
alle armi. Si comporta con coraggio, ma non guadagna alcuna
decorazione, solo la promozione a sergente. Viene congedato nel
1917, quando viene accidentalmente ferito, e torna alla guida del
proprio giornale dal quale assume le posizioni imperialistiche
caratteristiche dei nazionalisti e teorizza il superamento del socialismo
a mezzo di un produttivismo di tipo interclassista, che avrebbe dovuto
far cessare i contrasti sociali nel superiore interesse della nazione.
57
L’Italia vince la guerra, ma deve contare 600.000 morti, un
disavanzo salito da 600 milioni a ben 23 miliardi, e, ovviamente,
un’inflazione galoppante. Come compenso ha ottenuto il confine del
Brennero e Trieste, ma nessuna colonia tedesca, né la Dalmazia, né
Fiume e quant’altro era stato promesso dagli Alleati.
Col solito tempismo, è il marzo del 1919, Mussolini fonda un
Movimento che due anni dopo diventerà il Partito Nazionale Fascista.
Il suo programma raggruppa motivi nazionalistici, che sono
particolarmente graditi agli ex combattenti fra i quali spiccano i
coraggiosi e violenti “arditi”, anticlericali e repubblicani, conditi da
estese socializzazioni.
Presto, però, il Movimento sbandiera solo un acceso nazionalismo,
esasperato dal mito della “vittoria mutilata”, che condanna duramente
la politica governativa rinunciataria nei confronti degli Alleati e
appoggia incondizionatamente Gabriele D’Annunzio, poeta di fama
internazionale e mitico eroe di guerra, che s’impadronisce di Fiume
con un pugno di “legionari”.
Inoltre i seguaci di Mussolini, sostenuti dagli industriali e dagli
agrari, incominciano a fare ricorso sistematico alla violenza contro gli
altri partiti, le Camere del Lavoro e le cooperative contadine. Nel
1921, quando ha 38 anni, il futuro Duce viene eletto deputato con la
lista “Blocco Nazionale”, formata da fascisti e liberali di destra.
I partiti tradizionali sembrano paralizzati dall’abilità e dalla
violenza mussoliniana e gli stessi organi dello Stato non riescono ad
essere più attivi. Perfino il re rifiuta di firmare lo stato d’assedio
quando i fascisti convergono da tutta l’Italia su Roma (è la cosiddetta
“Marcia su Roma” che culmina il 28 ottobre 1922) e conferisce al
futuro Duce l’incarico di formare il governo.
Proprio in questa occasione Mussolini compie il suo capolavoro:
include fra i ministri molti elementi non fascisti dando l’illusione di
poter essere strumentalizzato e tenuto in un alveo costituzionale. In
effetti è lui che utilizza come vuole tutti gli altri e, ottenuta non solo la
58
fiducia, ma addirittura i pieni poteri per la riforma della pubblica
amministrazione, incomincia subito a “fascisteggiare” lo Stato
istituendo il “Gran Consiglio del Fascismo” e una legge maggioritaria
con la quale, nelle elezioni del 1924, assicura alla lista fascista il 64%
dei voti.
E’ quasi la dittatura, ma l’assassinio, che non è stato voluto da
Mussolini, di un attivo oppositore, il deputato socialista Matteotti,
rischia di travolgere il Fascismo. Però l’opposizione non sa
approfittarne. Il re conferma la fiducia al futuro Duce che non
frappone più indugi, dando una svolta decisamente totalitaria e
dittatoriale al Movimento Fascista: gli altri partiti vengono soppressi
unitamente alle organizzazioni sindacali e alle libertà di stampa e di
riunione. Di conseguenza il Duce, nel 1926, a 43 anni, gode di un
potere personale quasi assoluto.
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MessaggioTitolo: Re: I CINQUE DUCI A CONFRONTO saggio di storia comparata   Lun Ott 20, 2014 6:52 pm

CAP. V
QUATTRO DEI CINQUE PROTAGONISTI CONSOLIDANO O
CONQUISTANO IL POTERE
ROOSEVELT è governatore dello Stato di New York quando
negli Stati Uniti un’orgia di speculazioni trova appoggio in uno
straordinario ottimismo. Ma nel 1929, improvvisamente, si abbatte
una violenta bufera sulla borsa di Wall Street e niente riesce a frenare
le immense vendite causate dal panico. L’intera ricchezza in valuta
cartacea, così rapidamente accumulata negli anni precedenti,
scompare, come il grande sviluppo industriale basato su continue
colossali vendite consumistiche a pagamento dilazionato. I poderosi
impianti di produzione vengono sommersi dal disordine e dalla
paralisi e il sistema bancario, così poco concentrato in America,
sospende i pagamenti, investendo le case dei piccolo borghesi, degli
operai e, in misura minore, anche dei ricchi. Quasi dieci milioni di
cittadini rimangono senza lavoro.
E’ proprio in questa perniciosa occasione che Roosevelt, come
governatore del più popoloso Stato degli USA, dimostra il suo talento,
fronteggiando la crisi efficacemente, nonostante l’opposizione della
maggioranza repubblicana. Di conseguenza egli raggiunge una grande
notorietà nazionale e, con essa, nel 1932, la designazione democratica
a candidato presidenziale. La sua vittoria è inevitabile, perché anche
favorita dall’impopolarità del presidente repubblicano Hoover,
ritenuto responsabile della crisi. Roosevelt, quindi, diventa presidente
con ben sette milioni di voti di vantaggio e raggiunge il potere (come
è avvenuto o avverrà a tutti gli altri 4 protagonisti) quando il suo
Paese si trova in gravi difficoltà.
60
Immediatamente dichiara: “La sola cosa di cui dobbiamo avere
paura è la paura stessa”. Poi forma un formidabile gruppo di
consiglieri, che viene chiamato il “brain trust” ovvero il trust dei
cervelli, e, insieme con loro, agisce con formidabile energia
nell’ideazione e attuazione d’un illuminato programma di
restaurazione economica e di avanzata legislazione sociale che
garantisca un “New Deal”, ossia un nuovo metodo di vita e di
governo.
In cento giorni viene disposta ed attuata una rapida successione di
misure legislative e di innovazioni amministrative che cambiano
radicalmente la vita pubblica americana mediante l’attribuzione al
Governo Federale di un potere mai visto prima in tempi di pace:
insomma una vera e propria dittatura.
CHURCHILL nel 1926 è Cancelliere dello Scacchiere e quando a
Londra partecipa agli incontri italo-inglesi dichiara: “L’Italia possiede
un governo che sotto la forte spinta del signor Mussolini non si ritrae
dalle logiche conseguenze dei fatti economici e che ha il coraggio
d’imporre i rimedi necessari (...) L’Italia aumenta sempre di più
d’importanza sotto la direzione virile e illuminata del suo presente
governo che le ha assicurato una magnifica posizione nell’Europa e
nel mondo”.
Mussolini, indirettamente, gli risponde definendo Churchill: “il
cervello più potente d’Inghilterra, incarnante la coscienza imperiale
del suo Paese” e inviando una sua fotografia con dedica alla moglie
dell’uomo politico anglosassone.
Ancora Churchill, nel 1927, appena giunto in Italia con la moglie
e i due figli, manifesta il desiderio di incontrare il Duce. Viene
accontentato e, nel pomeriggio del 15 gennaio, i due rimangono per
oltre cento minuti impegnati in un colloquio a quattr’occhi. Il giorno
dopo il “Popolo d’Italia” pubblica: “Il signor Churchill ha una
preparazione in grande stile, una poderosa conoscenza dei problemi
di Stato e una sicura ed agile visione di timoniere (...) Spirito
61
battagliero, egli assume posizioni di lotta contro il Socialismo la cui
perniciosa influenza si è rivelata appieno nell’ultimo sciopero dei
minatori britannici (...) Come Italiani notiamo con favore la buona
amicizia che Churchill ha per il nostro Paese e la stima, che
condivide con il signor Chamberlain, verso il nostro Primo Ministro”.
Alla conferenza stampa Churchill dice: “Non potevo non rimanere
affascinato, come tante altre persone, del suo (di Mussolini) cortese e
semplice portamento e del suo contegno calmo e sereno malgrado
tanti pesi e tanti pericoli. Secondariamente è facile accorgersi che
l’unico suo pensiero è il benessere durevole del popolo italiano, così
come lo si intuisce, e che qualunque altro interesse di minore portata
non ha per lui la minima importanza”. Non più tardi di un mese dopo
Churchill inizia una collaborazione al “Popolo d’Italia”, attraverso 14
articoli riguardanti la Prima Guerra Mondiale.
Con le elezioni del 1929, quando ha 55 anni, Churchill perde ogni
incarico governativo e prende posizione contro Baldwin che vuole un
confronto “soft” con i laburisti. Il dissenso si acuisce sul problema
dell’India e sulla libertà concessa a Gandhi. Ciò lo porta ad assumere
una rigida e tenace posizione di estremismo imperialistico e di
chiusura a ogni moderazione e concessione.
Poi, nel 1932 a Londra, Churchill dichiara: “Il genio romano,
impersonato da Mussolini, il più grande legislatore vivente, ha
mostrato a molte nazioni come si deve resistere all’incalzare del
socialismo e ha indicato la strada che una nazione può seguire
quando sia coraggiosamente condotta. Col regime fascista Mussolini
ha stabilito un centro d’orientamento dal quale i Paesi che sono
impegnati nella lotta corpo a corpo col socialismo non possono
esitare a farsi guidare”.
Sempre 1932, nel mese di maggio, quando tutti i partiti innalzano
alle stelle le virtù del disarmo, dichiara: “Mi dorrei profondamente se
dovessi vedere crearsi un’equiparazione tra il potenziale bellico della
Germania e quello della Francia. Coloro che ne parlano, quasi fosse
62
questione di giustizia o persino di leale procedere, sottovalutano
completamente la gravità della situazione in Europa. A coloro che
dicono di desiderare che la Francia e la Germania siano poste alla
pari sul terreno degli armamenti, io chiedo: volete dunque un’altra
guerra? Da parte mia spero sinceramente di non vedersi avverare una
simile parità, né durante la mia vita né durante quella dei miei figli.
Questo non vuole menomamente implicare una mancanza di riguardo
o di ammirazione per le grandi virtù del popolo tedesco, ma sono
certo che la tesi dell’eguaglianza degli armamenti fra Germania e
Francia è tale da condurci, nel più breve tempo - e qualora dovesse
mai attuarsi - alle soglie di una catastrofe quasi smisurata”. E
qualche mese dopo: “Mi è spiaciuto apprendere dal Sottosegretario
che noi siamo la quinta potenza aeronautica e che il programma
decennale è stato rimandato di un altro anno. Più ancora mi sono
rammaricato nel sentirlo menar vanto del fatto che il Ministero
dell’Aeronautica non ha formato nel corso di questo anno una sola
nuova squadriglia. Tutte queste idee si rivelano sempre più insensate
con il progredire degli eventi e sarebbe saggio da parte nostra
concentrarci con uno sforzo sempre più grande sul problema dello
sviluppo della nostra difesa aerea”.
Churchill ha pienamente ragione perché la Germania, dopo i
travagliati anni della vertiginosa inflazione dovuta agli immensi danni
di guerra da pagare, si sta riarmando (contrariamente a quanto stabilito
dal trattato di pace) a cura del generale von Seeckt, che è occupato da
anni a tracciare, in segreto, i piani di un esercito tedesco di grandi
dimensioni. D’altra parte già dall’immediato dopoguerra, dietro
l’impalcatura dei governi repubblicani, lo Stato Maggiore della
Reichswehr è il vero potere politico e l’ossatura reale della nazione.
Ha fatto e disfatto presidenti e governi, e nel maresciallo Hindemburg
ha trovato un rassicurante simbolo del potere e un agente della sua
volontà. Sotto tale copertura le alte sfere militari fingono di formare
ministeri della ricostruzione, delle ricerche e della cultura e riuniscono
63
a Berlino diverse migliaia di ufficiali in abiti civili, ma con la mente
fissa solo al passato e al futuro bellico della Nazione. Essi sanno che
una vera ed efficiente struttura di comando militare si forma solo con
il contributo di più generazioni e con metodo rigoroso. Di
conseguenza vengono introdotte su larga scala esercitazioni pratiche e
manovre di guerra segrete, per creare una classe di ufficiali superiori
dove si integrino elementi sopravvissuti alla Grande Guerra con altri
più giovani provenienti dai livelli inferiori.
Sotto la guida di von Seeckt, tutti gli insegnamenti ricavabili dal
Grande Conflitto vengono accuratamente studiati, nuove tecniche
vengono introdotte, manuali militari vengono riscritti per un possente
esercito. Ma, per eludere il controllo degli Alleati, intere parti dei
manuali vengono stampate con testo falso e rese di dominio pubblico,
mentre le nozioni essenziali (anch’esse stampate) giungono nelle
mani solo dei diretti interessati e insegnano che esercito, aviazione e
marina debbono strettamente cooperare fra di loro, se non addirittura
fondersi. Come se non bastasse, Hitler avanza: dai 12 seggi in
parlamento del 1928, è passato ai 107 del 1930, e ai 230 del 1932!
Proprio nel 1932 Churchill, durante una visita privata in Germania,
è ad un passo dall’incontrare Hitler, ma, per un disguido, i due non
s’incontrano in quella occasione né lo faranno mai più.
HITLER, nonostante operi in un Paese che per sua natura tende
all’espansionismo nazionalistico, non riesce a raggiungere il potere
con la rapidità di Mussolini al quale s’ispira. Il suo progresso, fino alla
crisi economica del 1929, è estremamente lento e, manovrando il suo
partito, non è riuscito ad altro che allearsi con la Destra e a
guadagnarvi un po’ di spazio. Ma quando sostiene a spada tratta
l’opportunità di un plebiscito popolare per respingere il Piano Yung,
concernente le riparazioni di guerra dovute dalla Germania agli
Alleati, incomincia a ricevere da alcuni industriali più consistenti
finanziamenti, che gli permettono di dare al suo NSDAP la struttura di
64
partito di massa e, di conseguenza, di raccogliere il 18% dei voti, che
significa essere la seconda forza politica del Paese.
Nel frattempo Hindenburg ha raggiunto la veneranda età di 83 anni
e bisogna trovargli un valido successore. Lo Stato Maggiore
incomincia ad adoprarsi esaminando attentamente, uno per uno, i
propri membri, ma, parallelamente, non può ignorare l’esistenza di
formazioni paramilitari nell’ambito del Partito Nazista, né il suo
sviluppo divenuto fremente e consistente. Non sono tanto le Squadre
d’Assalto (SA) che impressionano gli alti ufficiali, ma le molto più
organizzate Staffette di Protezione (SS). Entrambe hanno assorbito
gran parte dei nazionalisti tedeschi e hanno scopi analoghi a quelli dei
militari di carriera: risollevare la Germania dall’abisso, vendicandone
la sconfitta. La conclusione è fin troppo ovvia: solo Hitler può essere
il successore di Hindenburg.
A sua volta il futuro Führer è convinto che, per mettere in atto il
suo programma sulla rinascita germanica, è indispensabile concludere
un’alleanza con le alte sfere della Reichweher. Il patto viene concluso
e Hitler, nel gennaio del 1933, a 44 anni, diviene Cancelliere del
Reich. Poi, con grande prontezza, travolge amici e nemici, disponendo
una serie di provvedimenti di emergenza, giustificati da un misterioso
e opportuno incendio del palazzo del Reichstag, che sovvertono i
principi giuridici e gli permettono di far trarre in arresto i maggiori
esponenti del Partito Comunista Tedesco (KDP) e molti
socialdemocratici.
Appena un mese dopo i nazisti ottengono alle elezioni ben il 44%
dei voti , e Hitler fa approvare la “Legge sui Pieni Poteri”, con la
quale il Parlamento gli trasferisce la sua competenza legislativa.
Nell’agosto del 1934, morto Hindemburg, Hitler diviene “Fuhrer e
Cancelliere del Reich” accorpando i poteri di capo dell’esecutivo e di
comandante delle forze armate tedesche. Poi, sempre più rapido ed
implacabile, elimina le SA e numerosi Conservatori in una purga
crudele e sanguinosa.
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A 45 anni il potere del dittatore tedesco è assoluto e il suo modo di
governare genera dolore e sangue come quello di Stalin. Al confronto
di questi due “colleghi”, Mussolini sembra un modello di umanità e
moderazione.
Ciò nonostante in Germania, dove la democrazia è ormai del tutto
assente e gli strumenti di repressione (la Gestapo, ossia la polizia
segreta, e i tribunali speciali) sono severissimi, le masse plaudono al
Regime perché, parallelamente, vengono prese efficaci iniziative per
migliorare le possibilità di spesa delle famiglie, per far diminuire la
disoccupazione, per migliorare l’assistenza sociale e per dare l’avvio a
grandi lavori pubblici come, fra l’altro, la costruzione di una
modernissima rete autostradale.
Ora il riarmo avviene senza grandi mascheramenti e, nel 1935,
Hitler da una parte reintroduce il servizio militare obbligatorio, e,
dall’altra, dichiara di voler riparare alle ingiustizie del Trattato di Pace
solo per vie pacifiche.
MUSSOLINI, intanto, incomincia a favorire l’esaltazione della
sua personalità presentata come quella di un uomo provvidenziale,
non fallibile, che può risolvere tutti i problemi del Paese. Ne dà
ulteriore prova quando, nel 1929, risolve con il Concordato l’annosa
pendenza politico-amministrativa con la Chiesa Cattolica e dà vita alla
Stato indipendente della Città del Vaticano. Anche in campo
economico il Duce non si mostra da meno affrontando con adeguati
provvedimenti la grave crisi del 1929. Infatti crea l’IMI (Istituto
Mobiliare Italiano) cui viene affidato il compito di accordare prestiti
ad imprese private o di assumervi partecipazioni azionarie, poi fa
nascere l’IRI con lo scopo di porre riparo alle sofferenze economiche
delle aziende più deboli.
Superata l’emergenza, Mussolini vara un’altra serie di
provvedimenti: riduzione dell’inflazione, e la lira si rivaluta sulla
sterlina che passa dal valore di 154 a 92, alleggerimento del carico
fiscale e dei canoni d’affitto degli immobili, ma anche degli stipendi e
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del caro viveri, rigorosa limitazione dei prezzi massimi dei generi di
largo consumo, soppressione degli esoneri doganali con conseguente
protezione dei prodotti nazionali, incremento dell’industria,
dell’agricoltura, con la famosa battaglia del grano, e dell’energia
idroelettrica, che aumenta di ben il 1.300%, e della resa della mano
d’opera.
Parallelamente a questa gran massa di iniziative, il Duce promuove
una colossale propaganda di incremento demografico, condotta
all’insegna de “il numero è potenza”, di una tassa sugli adulti non
sposati, di esenzioni fiscali e premi alla famiglie numerose e crea
un’efficiente Opera Nazionale per la Protezione della Maternità e
dell’Infanzia.
Nel Paese, in forte evoluzione, viene anche varato un vasto
programma di opere pubbliche: la rete ferroviaria passa da 2.100 a
3.700 chilometri di cui molti elettrificati e i treni sono più veloci e
molto precisi. Nasce l’ANAS, con il compito di costruire migliaia di
chilometri di nuove strade e qualche moderna autostrada. Si
inaugurano 400 nuovi ponti, viene ampliata e migliorata la rete
telefonica, si inizia una grande bonifica delle paludi fra le quali spicca
quella Pontina a sud di Roma, con la creazione di una nuova città
(Littoria) che diviene capoluogo di provincia. Infine il Duce dà ordine
di combattere, con inflessibile severità, la Mafia siciliana, che viene
rapidamente sconfitta, e fa varare la Carta del Lavoro, che dà
sicurezza agli operai e agli impiegati.
Nel 1932 l’infaticabile Mussolini, che ha raggiunto l’età di 49 anni,
vuole festeggiare il decennale della Marcia su Roma e dice alle folle
osannanti: “Il secolo Ventesimo sarà il secolo del fascismo, sarà il
secolo della potenza italiana, sarà il secolo durante il quale l’Italia
tornerà per la terza volta ad essere la direttrice della civiltà umana,
perché fuori dei nostri principi non c’è salvezza né per gli individui né
tanto meno per i popoli. Tra un decennio l’Europa sarà fascista o
67
fascistizzata. L’antitesi in cui si divincola la civiltà contemporanea
non si supera che in un modo, con la dottrina e la saggezza di Roma”.
L’Italia sembra davvero volare con una serie di successi e di
realizzazioni: costruzione di numerosi transatlantici, fra i quali il Rex,
che batte il record di velocità nella traversata atlantica, trasvolate del
Ministro dell’Aeronautica Italo Balbo con una squadra di 12
idrovolanti, progettati e costruiti in Italia, da Pisa all’America
Meridionale e, questa volta con ben 22 idrovolanti, da Orbetello a
Chicago, entrata in funzione dell’autostrada Milano-Torino.
Quasi a celebrare questo magico periodo, un’immensa e
spettacolare parata militare percorre la nuova e maestosa via dei
Trionfi a Roma, e Mussolini dichiara: “L’Italia fascista deve tendere
al primato sulla terra, sul mare, nei cieli, nella materia e negli
spiriti”.
Il dittatore, come un attore di grande successo, cura attentamente la
sua immagine e lo scenario nel quale vive ed opera. Abita con la
famiglia nella splendida Villa Torlonia munita di 14 ettari di parco, 40
stanze, tennis e galoppatoio, mentre ha posto il suo studio al piano
nobile del merlato Palazzo Venezia in un vano vastissimo e spoglio, il
Salone del Mappamondo, dove lo scrittoio è sistemato nell’angolo
opposto all’ingresso, con tre telefoni e una tastiera che consente al
Duce di graduare l’intensità delle luci a seconda dell’importanza del
visitatore che è costretto a sostare in piedi davanti a lui. Solo in casi
particolari può sedere su di una poltrona che viene accostata allo
scrittoio, ma a tutti, e senza eccezioni, viene vietato di fumare. Dallo
stesso salone si accede sul balcone principale del palazzo dal quale
Mussolini arringa la folla convogliata in Piazza Venezia. Sempre,
anche di notte, una lampada sullo scrittoio rimane accesa a rassicurare
il cittadino sull’operosità e la solerzia del dittatore.
In politica estera il Duce, pur affermando in continuazione la
volontà guerriera del fascismo e le sue tendenze revisioniste nei
confronti dell’assetto politico e territoriale stabilito dai trattati di pace,
68
mantiene un atteggiamento di cautela verso la Francia e l’Inghilterra e,
nel 1933, propone un patto a quattro fra Italia, Francia, Inghilterra e
Germania per assicurare la pace in Europa. Poi, nel 1934, quando il
Duce ha 51 anni, si oppone decisamente, causandone il fallimento, al
tentativo della Germania nazista di annettersi l’Austria.
Da quando Mussolini ha conquistato il potere, fra lui ed Hitler
esiste un amore a senso unico. Infatti, mentre l’italiano non dà al
tedesco soverchia importanza e definisce Mein Kampf illeggibile,
l’altro nutre per il Duce un’ammirazione sconfinata: lo considera un
grande uomo, un maestro formidabile che potrebbe ascendere a
qualsiasi vetta se a collaborare con lui e ad eseguire i suoi ordini
illuminati e geniali vi fosse un materiale umano superiore a quello di
cui l’Italia dispone.
Hitler non osa rivolgersi direttamente a Mussolini, ma lo fa a
mezzo di intermediari, come il maggiore Renzetti, capo della camera
di commercio italiana a Berlino, dal quale, nel 1927, manda a chiedere
al Duce una fotografia con dedica senza essere accontentato. Torna
alla carica tre anni dopo, quando il suo partito ha ottenuto il secondo
posto in Germania ed i contatti fra i movimenti fascista e nazista sono
più frequenti. Questa volta usa come portavoce Goring, al quale affida
la pressante richiesta di essere ricevuto in udienza, anche privata, dal
Duce. Ma questi non lo degna di alcuna risposta e continua a farlo
anche quando, nel 1931, Renzetti gli riferisce che Hitler ha esternato,
più volte e in manifestazioni ufficiali, grande ammirazione per il
fondatore del fascismo, che si limita a concedere al tedesco la
fotografia richiestagli ben quattro anni prima.
Ciò nonostante Hitler continua ad ammirare follemente Mussolini e
chiunque entri nel suo studio, anche nel 1933, quando è divenuto
Cancelliere del Reich, può osservare un gran busto marmoreo del
Duce e poco più in là un ritratto di Federico II. Allora il Führer
convoca Renzetti e gli dice.: “Dal mio posto seguirò con tutte le mie
forze quella politica di amicizia verso l’Italia che ho finora
69
costantemente caldeggiato. Ora posso andare dove voglio.
Eventualmente potrei recarmi in aeroplano a Roma, se occorre anche
in via privata. Sono arrivato a questo punto per il fascismo”. Ma
ancora non ottiene il sospirato incontro, eppure insiste con ogni
mezzo, come quello di trascurare, in un solenne ricevimento ufficiale a
Berlino, ogni diritto di precedenza per offrire vistosamente il braccio
alla moglie dell’ambasciatore italiano dicendole: “Avevo troppo
rispetto verso quel grand’uomo per disturbarlo prima di aver
raggiunto risultati positivi, ma ora le cose sono cambiate e sono
ansioso di conoscerlo. Sarà il giorno più bello della mia vita”.
Nemmeno questa volta Mussolini si lascia commuovere, mentre
Hitler, durante il 1933, completa la conquista del potere fino a
divenire dittatore assoluto. Ci sono però motivi per gli ultimi rifiuti del
Duce: egli caldeggia un patto a quattro per stabilire una sorta di
Direttorio europeo, vuole un riarmo tedesco controllato non quella
burla di disarmo fittizio. Il Primo Ministro inglese, il laburista Mac
Donald, dice ad amici francesi: “Noi siamo vecchi, una nuova forza si
è impadronita del mondo, il fascismo. Adesso ha conquistato la
Germania. Temo per voi e per noi che ci batterà”. Poi, durante una
visita a Roma, dichiara: “L’Europa intera deve essere grata al Capo
del Governo Italiano per l’opera svolta in queste settimane difficili”.
L’inglese si riferisce alle mire germaniche sull’Austria il cui
Cancelliere è divenuto una specie di protetto di Mussolini. Ed è
proprio in questa atmosfera che il Duce accetta finalmente di ricevere
Hitler. Siamo nel giugno del 1934 quando, mentre Hitler, che giunge
in visita privata come ha imposto Mussolini, appare dal portello
dell’aereo a Venezia, il Duce sussurra a Ciano, che è suo genero e
capo dell’ufficio stampa: “Non mi piace”. Poi il dittatore italiano,
imponente e pomposo in una sgargiante uniforme, assume un
atteggiamento protettivo e batte familiarmente la mano sulle spalle del
tedesco, che appare tanto inferiore e sottomesso nel suo abituccio
70
borghese al punto da ispirare a un giornalista francese come titolo del
suo articolo “Adolfo davanti a Cesare”.
Ma Adolfo non è così mite come sembra in quell’occasione:
contrasti violenti scoppiano fra i due dittatori per l’Austria, ciò
nonostante “Cesare” prevale e Hitler si dichiara disposto a rinunciare
all’Anschluss. Mussolini dichiara: “Hitler ed io ci siamo incontrati
non già per rifare la carta politica dell’Europa e del mondo, ma per
tentare di disperdere le nuvole che offuscano l’orizzonte”. Poi,
quando l’aereo decolla, si lascia andare e sussurra a qualche
collaboratore: “E’ una scimmietta chiacchierona, merita una lezione,
non è altro che un fonografo a sette voci”. Invece il Führer dice a
Renzetti: “Sono felice che l’incontro mi abbia dato la possibilità non
solo di confermare la mia opinione, ma altresì di ampliarla: uomini
come Mussolini nascono una volta ogni mille anni e la Germania può
essere lieta che egli sia italiano e non francese. Io, ed è naturale, mi
sono trovato alquanto impacciato con il Duce, ma sono felice di aver
potuto parlare lungamente con lui”.
Quest’uomo tanto umile con Mussolini, dopo appena due settimane
dà vita alla famosa “notte dei lunghi coltelli” e fa uccidere un migliaio
di persone, fra cui il capo delle SA, Rohm, e il generale Schleincher.
Il 1929 è l’anno della svolta decisiva nella politica di STALIN.
Liquida il NEP e avvia l’industrializzazione rapida del Paese e la
collettivizzazione forzata nelle campagne. L’ormai dittatore ha appena
definitivamente sconfitto i suoi avversari della sinistra del Partito
capitanati da Trotzkij, e, senza alcuna soluzione di continuità, attacca
Bucharin, che ha osato opporsi alla sua azione nelle campagne. Stalin,
come al solito, non ha esitazioni né debolezze e costringe l’avversario
a rinnegare quanto sosteneva prima e ad accettare passivamente di
essere rimosso dalla carica occupata.
Eppure, nel 1930, il cinquantunenne Stalin, pur essendo il padrone
assoluto dell’URSS, non ha alcuna carica ufficiale nel Governo, ma la
sua autorità non è mai minimamente scalfita, nemmeno dai costi
71
terribili che la sua politica impone al Paese. Infatti la
collettivizzazione forzata, che tende a trasformare ben 25 milioni di
piccole aziende familiari in appena 250mila fattorie collettive, fa
precipitare in una crisi senza precedenti l’agricoltura dell’intera URSS
per tutta una generazione. Un milione di contadini ricchi, i cosiddetti
kulachi, che si oppongono ai progetti staliniani, muoiono
probabilmente uccisi dai sicari del Partito.
Come se non bastasse, nel 1932 e 1933, la carestia causa la morte
di oltre 5 milioni di contadini consunti dalla fame e dagli stenti,
proprio quando il Paese esporta quasi due milioni di tonnellate di quel
frumento che, forse, avrebbero potuto salvarli. Ma l’URSS diviene
una potenza industriale e Stalin ne è l’incontrollato deus ex machina
in politica culturale, interna ed estera. Il culto della sua personalità
raggiunge livelli ben maggiori a quelli riservati alla memoria di Lenin.
72
CAP. VI
LE AMBIZIONI DI HITLER SULL’AUSTRIA E LA GUERRA
DI MUSSOLINI IN ETIOPIA COINVOLGONO
PARZIALMENTE GLI ALTRI PROTAGONISTI
Negli anni 1934 e 1935 ROOSEVELT poco s’interessa alla
politica estera: si limita ad esercitare una forma di protettorato
sull’America Centrale e Meridionale, mentre trascura una vera e
decisa opposizione all’espansionismo giapponese in Cina. In fondo il
Presidente Americano è coerente alla politica isolazionista del suo
Paese, che non fa nemmeno parte della Società delle Nazioni dalla
quale si ritira anche la possente nazione nipponica. A maggior ragione
Roosevelt non si sente coinvolto dalle crisi italo-etiopica e italoinglese
e si limita ad esortare Mussolini (agosto 1935) a scongiurare la
guerra “perché sarebbe una calamità mondiale, le cui conseguenze
influirebbero negativamente sugli interessi di tutte le nazioni”. Ne
ricava solo un deciso rifiuto.
E’ invece impegnatissimo nella politica interna, dove molti sono i
tentativi messi in essere per contrastarlo. L’attacco più forte gli
giunge dalla Corte Suprema che annulla la NRA, la legge da lui varata
per la rinascita industriale e per una serie di fondamentali lavori
pubblici conditi da avanzatissime norme sociali. Franklin non si
scoraggia, ma reagisce con un “paniere” di provvedimenti, che
costituiscono una specie di secondo New Deal e per i quali costringe il
Congresso, completamente in suo potere, a una lunga sessione ente
straordinaria. Vengono disposti provvedimenti come: il Social
Security Act, che assicura la pensione ai lavoratori e aiuta gli
handicappati di ogni genere, il Work Progress Administration, un
diretto da Hopkins che gestisce grandi fondi per i lavori pubblici, e
73
l’enorme aggravio di tasse a carico delle società e dei grandi
patrimoni.
A chi gli si oppone o protesta Roosevelt dichiara: “Sto
combattendo il comunismo, voglio salvare il nostro sistema
capitalista, ma per salvarlo occorre prestare attenzione al pensiero
contemporaneo e livellare la distribuzione della ricchezza(...) Per
combattere il comunismo è necessario sacrificare quelle 46 persone
che hanno un reddito annuo superiore ad un milione di dollari: questo
si può fare con le tasse. Non voglio il comunismo nel nostro paese e
questo è il solo modo per combatterlo”.
Anche STALIN è più dedito alle colossali epurazioni e
trasformazioni interne che alla politica estera. Ciò nonostante dal 1935
attua una politica di avvicinamento all’Occidente, per tentare di
fermare la crescente minaccia di Hitler e del Giappone. Parallelamente
rafforza l’organizzazione dell’Internazionale Comunista, attraverso la
quale dà ordine a tutti i partiti comunisti europei di ribaltare
l’impostazione canonica della “classe contro la classe”, che equipara
socialdemocrazia a fascismo, per avviare la nuova politica attraverso
“Fronti Popolari” nei quali forze socialiste, comuniste e democratiche
si alleano contro il nazifascismo.
Invece MUSSOLINI, dopo l’incontro di giugno 1934 con Hitler,
viene sempre più coinvolto dalla politica estera. Nel luglio dello stesso
anno un suo protetto, il Cancelliere austriaco Dollfuss, viene ucciso
durante un fallito colpo di stato a Vienna e gli affida la moglie e i figli
che sono ospiti della famiglia Mussolini a Riccione. Il Duce non ha
esitazioni e dà ordine a quattro divisioni di portarsi, pronte all’azione,
sulla frontiera del Brennero determinando l’inattività dei nazisti e la
pubblica sconfessione di Hitler. Francia ed Inghilterra plaudono e
danno merito a Mussolini di aver evitato un’altra Sarajevo.
Parallelamente sul “Popolo d’Italia” viene pubblicato un articolo,
scritto o ispirato dal dittatore italiano, che dice: “Trenta secoli di
storia ci permettono di guardare con sovrana pietà talune dottrine di
74
oltralpe, sostenute dalla progenie di gente che ignorava la scrittura,
con la quale tramandare i documenti della propria vita, nel tempo in
cui Roma aveva Cesare, Virgilio e Augusto”.
Dalla Germania nessuna reazione, solo una larvata protesta
dell’Ambasciatore tedesco a Roma per i violenti attacchi della stampa
italiana. In realtà i veri rapporti fra i partiti fascista e nazista sono più
distesi di quanto sembri, né Mussolini, per quanto irritato per la morte
di Dollfuss, ha mai davvero pensato di muovere guerra alla Germania
come traspare da quanto confida allo stretto collaboratore Dino
Grandi: “Se fossimo arrivati al dunque con la Germania per l’Austria,
la Francia e l’Inghilterra non avrebbero mandato ad aiutarci
nemmeno una divisione. Avremo la disgrazia della Germania al
Brennero, la sola alternativa che ci rimane è l’Africa”.
In fondo in questa sua realistica e lucida visione il Duce traccia la
sua politica estera, che tende ad accattivarsi Francia ed Inghilterra
affinché non si oppongano al suo grande progetto d’invadere
l’Etiopia, dove lo spingono quattro fondamentali motivi: vendicare la
sconfitta di Adua (1896), dare con la guerra lavoro alle fabbriche, una
sistemazione, attraverso l’aumento degli effettivi nell’esercito, a
numerosi disoccupati, sfogo al voluto incremento demografico, nuova
gloria alla sua immagine di condottiero.
Non c’è improvvisazione nell’azione mussoliniana che procede
con adeguata e attenta preparazione militare e politica. Viene
rispolverato un vecchio trattato del 1906 nel quale Italia Francia e
Inghilterra s’erano progettualmente spartite l’Etiopia dell’allora
imperatore Menelik: i britannici s’erano riservati le fonti del Nilo, i
francesi la ferrovia Gibuti-Addis Abeba con una striscia di territorio
intorno ad essa, gli italiani, che avrebbero dovuto sconfiggere
militarmente gli etiopici, tutto il resto del Paese. Quindi l’unica
richiesta del Duce è che sia considerato ancora valido quel trattato al
quale, da una parte, si oppone l’attuale appartenenza dell’Etiopia alla
75
Società delle Nazioni, e, dall’altra, c’è come elemento favorevole
l’abolizione della schiavitù ancora in uso nella nazione africana.
Con la Francia, e col suo Primo Ministro, il vecchio amico
socialista Laval, Mussolini non trova grossi ostacoli. I Francesi,
preoccupati dalla potente avanzata della nuova Germania e da vecchie
pretese italiane nell’area mediterranea, vogliono rafforzare i legami
italo-francesi e concedono centoventimila chilometri quadrati di
deserto ai confini Libia-Tunisia, un tratto di costa (all’incirca
ventimila chilometri quadrati) della Somalia francese, lo stretto di Bab
el Mandeb, uno statuto speciale in favore dei cittadini italiani in
Tunisia, e, in segreto, mano libera sull’Etiopia.
Con l’Inghilterra non è altrettanto semplice, perché il Primo
ministro Mc Donald, pur riconoscendo i buoni rapporti italo-inglesi, i
meriti italiani nella vicenda austriaca e la necessità di fare fronte unico
contro le decisioni hitleriane di ripristinare il servizio militare
obbligatorio e di stabilire in 36 divisioni la forza dell’esercito tedesco,
rimane particolarmente sensibile all’opinione pubblica del suo Paese,
che non vede di buon occhio un’azione espansionistica italiana di tale
portata da impadronirsi d’oltre un milione di chilometri quadrati in
Africa.
Nel frattempo, esattamente nel dicembre 1934, un “casus belli” è
scoppiato a Ual-Ual alla frontiera fra Etiopia e Somalia Italiana e il
nuovo imperatore etiopico, Hailé Selassié, si rivolge alla Società delle
Nazioni e chiede l’applicazione dell’articolo 11 che recita: “Ogni
guerra o minaccia di guerra sarà considerata come interessante
l’intera Società delle Nazioni e questa prenderà ogni iniziativa che
possa risultare opportuna ed efficace”.
Incomincia, di conseguenza, una lunga vertenza che sembra, nella
sostanza, superata quando nell’aprile del 1935 Francia, Inghilterra e
Italia s’incontrano a Stresa per discutere sulla potenziale minaccia
tedesca. Pur non affrontando ufficialmente la questione etiopica,
Mussolini pretende ed ottiene di modificare il comunicato finale che
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da: “...sono d’accordo di opporsi con tutti i mezzi possibili a qualsiasi
ripudio unilaterale dei trattati che possa mettere in pericolo la pace
ed agiranno...” inserisce, dopo ”pace”, “dell’Europa” che dà a tutti la
sensazione di essere una tacita accettazione inglese dell’azione italiana
nel Paese africano. Ma non è così, perché le masse laburiste si sono
più volte mostrate contrarie al fascismo e Mc Donald si troverebbe in
grave difficoltà a non opporsi a una tanto vasta penetrazione italiana
in Africa.
Nemmeno quando Baldwin sostituisce Mc Donald e il nuovo
Ministro degli Esteri è Hoare, che aveva conosciuto Mussolini nella
Grande Guerra, il problema viene risolto. Anzi il Duce, ormai deluso
ed irritato, respinge seccamente ogni richiamo ai rapporti personali.
Addirittura, nel giugno 1935, la contesa italo-etiopica assume
l’aspetto di una ben più grave disputa italo-britannica, né la visita in
Italia del vice ministro Eden, latore di un’offerta inglese per quietare
l’Italia, migliora le cose, tutt’altro. Infatti la proposta, che comporta la
cessione all’Italia della provincia etiopica semidesertica dell’Ogaden,
viene ritenuta offensiva dal Duce che formula una controproposta
aggiungendo che, in caso di rifiuto, cancellerà la nazione africana
dalla carta geografica. Al misurato diniego di Eden, Mussolini vuole
rendere visibile a tutto il mondo la sua antipatia per l’altissimo ed
elegantissimo “gelido figurino” che rappresenta l’Inghilterra, e, in
occasione del ricevimento in onore dell’ospite all’hotel Excelsior, si
presenta in pantaloncini bianchi, giacca con rinforzi ai gomiti, camicia
con colletto aperto e non gli rivolge la parola. In un sussurro Eden
dice ad un collaboratore: “Non è un gentleman”. Ma il Duce fa ancora
una scortesia al politico inglese: gli fa dire che non può partecipare ad
una colazione a Castelfusano, il cui ospite d’onore è Eden, per
impegni improrogabili, poi, mentre l’inglese è a tavola, si fa vedere
sulla prua di un motoscafo che costeggia lentamente la zona.
A metà agosto, mentre 280.000 soldati italiani sono ormai pronti in
Africa Orientale, Eden e Laval fanno alla diplomazia italiana
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un’ultima proposta: affidare all’Italia, in rappresentanza della Società
delle Nazioni, una soprintendenza amministrativa ed economica
dell’Etiopia, ampia al punto da permetterle sostanziali modifiche di
frontiera in favore della Somalia e dell’Eritrea. Ma ormai è tardi e
Mussolini, che ha già fatto spendere all’erario più di due miliardi di
lire, non accetta.
Come se non bastasse, ad aggravare ancor più la situazione, giunge
il verdetto della commissione di arbitrato per l’incidente di Ual-Ual
che ne attribuisce la responsabilità ad entrambe le parti in causa,
dando così la possibilità (e l’obbligo) alla Società delle Nazioni di
decretare, in caso di aggressione italiana, gravi sanzioni. In tal caso la
Francia non potrebbe dissociarsi dall’Inghilterra, il cui governo
sicuramente si allineerebbe al voto che gli iscritti alle Trade Unions
hanno già espresso in favore delle sanzioni, con il risultato di 3
milioni di sì contro 200mila no. D’altra parte Mussolini ormai sembra
del tutto indifferente a quanto avviene nella Società delle Nazioni,
dove il caso viene portato in discussione all’assemblea generale,
mentre Laval cerca di convincere Hoare che si deve cercare “se
possibile, di evitare di provocare Mussolini e non prevedere
assolutamente la chiusura del Canale di Suez. In sostanza escludere
tutto quello che possa portare alla guerra”. Ma imprevedibilmente il
Ministro degli Esteri inglese dichiara in Assemblea: “La Società delle
Nazioni è l’alfiere, e il mio Paese lo è con essa, del mantenimento
collettivo del patto nella sua interezza e in particolare della resistenza
tenace e collettiva a tutti gli atti di aggressione non provocata”.
Ottiene un grande successo e, pochi giorni dopo, l’Ammiragliato
britannico trasferisce nel Mediterraneo molte navi della Home Fleet,
che si vanno a sommare alla flotta inglese del Mediterraneo per un
totale di 144 unità e ben 800.000 tonnellate di stazza. Il Duce, a sua
volta, dispone l’invio di due divisioni in Libia dando la sensazione di
voler invadere l’Egitto.
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Sembra davvero che fra i due Paesi debba scoppiare una
gravissima guerra, ma i governanti continuano a comunicare fra di
loro. In particolare Hoare scrive personalmente a Mussolini per
assicurarlo che le uniche sanzioni contro l’Italia sarebbero state di
natura economica. Ma Hoare ha più volte cambiato idea.
La Società delle Nazioni fa nuove offerte all’Italia che risponde di
no, mentre le richieste di aiuto del Negus s’intensificano nonostante
una moltitudine di suoi soldati sfili nella capitale dicendosi sicura di
battere rapidamente l’Italia. L’Imperatore etiopico finisce, il 28
settembre, per firmare l’ordine di mobilitazione che, a parere italiano,
rappresenta una chiara provocazione e rende superflua una
dichiarazione di guerra.
Il duce telegrafa a De Bono, comandante in capo italiano in Africa
Orientale, dandogli ordine di avere “decisione inesorabile contro gli
armati, rispetto e umanità per le popolazioni inermi”. Poi si reca dal re
che gli dice: “Duce vada avanti. Sono io alle sue spalle. Avanti le
dico”. Nel pomeriggio Mussolini si affaccia al balcone di Palazzo
Venezia su una piazza colma di popolo, mentre altoparlanti sono stati
istallati in tutte le maggiori città italiane a loro volta nereggianti di
folla. Il tono della voce e gli atteggiamenti del Duce fanno impazzire
di entusiasmo gli italiani specialmente quando dice che le altre grandi
nazioni negano all’Italia un posto al sole e che il Trattato di Pace della
Grande Guerra non le ha dato nulla del grande bottino coloniale:
“Abbiamo pazientato tredici anni durante i quali si è ancora più
stretto il cerchio degli egoismi che soffocano la nostra vitalità. Ora
basta! Alle sanzioni economiche opporremo la nostra disciplina, la
nostra sobrietà, il nostro spirito di sacrificio, e alle sanzioni militari
risponderemo con misure militari, ad atti di guerra, risponderemo con
atti di guerra. Ma noi faremo tutto il possibile perché questo conflitto
di carattere coloniale non assuma il carattere e la portata di un
conflitto europeo”
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Il 3 ottobre 1935 le truppe italiane entrano in territorio etiopico nei
pressi di Adua.
CHURCHILL dal 1929 non ha più incarichi di governo, ma
continua ad occuparsi, con il solito accanito interesse ed impegno, dei
problemi politici mondiali, del disarmo e del riarmo. Nel 1935 i suoi
discorsi, i suoi articoli su giornali di sedici Paesi europei e i suoi libri
diventano ancor più numerosi.
Quando le mire di Mussolini sull’Etiopia diventano più evidenti,
l’uomo politico inglese (che solo fino a pochi anni prima aveva
tenacemente caldeggiato il mantenimento di un pieno e autoritario
potere britannico in India e in Africa) li giudica non consoni all’etica
del XX secolo, anche se comprende come l’Italia voglia vendicare la
sanguinosa sconfitta di Adua costata migliaia di morti e di prigionieri
che successivamente erano stati oscenamente mutilati. In fondo anche
la Gran Bretagna aveva vendicato le sconfitte di Cartum e Majuba, ma
ormai l’Etiopia fa parte della Società delle Nazioni, dove è stata
ammessa proprio per le pressanti richieste italiane del 1923. Nella
realtà a Churchill, nonostante la sua ammirazione per Mussolini, poco
importa dell’Etiopia e dell’Italia. La sua valutazione della loro
vertenza riguarda esclusivamente il danno o il vantaggio che
l’Inghilterra può ricavarne. In tale ottica s’immerge, quindi, in
approfonditi ed utilitaristici calcoli e ne trae queste conclusioni:
un’Italia molto più forte e autorevole in Africa non fa comodo ai
britannici, cui invece è utile il contenimento che la nazione
mediterranea già esercita su Hitler e le sue mire di annessione
dell’Austria. Ma, tutto sommato, la riaffermata maestà della Società
delle Nazioni contro l’Italia può ottenere per la futura pace in Europa
un apporto di energie ben superiore a quello che il Paese di Mussolini
possa mai dare, rifiutare o trasferire. Se dunque l’organismo
internazionale è disposto e preparato ad usare la forza di tutti i suoi
componenti per frustrare le mire del Duce, all’Inghilterra conviene
condividerne il peso dell’azione, a patto che non si esponga in prima
80
persona perché, forse, in questo momento essa è più debole
militarmente di un’Italia decisa e ben armata.
Churchill è tutt’altro che un ingenuo e, prima di appoggiare senza
più dubbi sanzioni di ogni genere contro l’Italia, non si nasconde il
consistente pericolo che Mussolini passi, armi e bagagli, dalla parte
germanica, facendo quindi pendere la bilancia della sicurezza
collettiva (rispetto a quello della Grande Guerra) in favore della
nazione tedesca. Ma ciò che offende il politico inglese e, forse, gli fa
perdere lucidità, è la convinzione che il Duce (confortato dalla
risoluzione Joad del 1933 degli studenti di Oxford che si rifiutavano di
combattere per il re e per la nazione) ritenga la Gran Bretagna “una
vecchierella spaventata e indebolita che, nella peggiore delle ipotesi
per lui, avrebbe emesso qualche urlo, ma non sarebbe stata mai in
grado di fare la guerra”.
Nella contraddittorietà dei suoi ragionamenti e delle sue
conclusioni Churchill sembra ritrovare la via giusta e l’11 luglio 1935
tiene un discorso in Parlamento: “Sembrava che noi avessimo dato
l’impressione di assumere una specie di guida dell’opinione pubblica
europea contro i progetti italiani sull’Etiopia. Si parlò persino di una
nostra azione separata e indipendente; sono lieto di apprendere dal
Ministro degli Affari Esteri che non esiste alcuna base a tale ipotesi.
Dobbiamo compiere il nostro dovere soltanto in unione con gli altri
Paesi e in ottemperanza a quegli obblighi che gli altri al pari di noi
riconoscono. Non siamo abbastanza forti per divenire gli
amministratori delle leggi e gli avvocati del mondo. Faremo la nostra
parte, ma non ci si può chiedere di andare oltre. Senza dubbio oggi,
allo stato attuale delle cose, una nube si è stesa sulla vecchia amicizia
fra Inghilterra e Italia, una nube che, a quanto sembra, potrebbe non
dileguare facilmente, ad onta del desiderio di tutti. Si tratta di
un’antica amicizia e non dobbiamo dimenticare, anche se il
precedente è poco noto, che l’Italia, quando nel secolo scorso entrò a
far parte della Triplice Intesa, richiese una particolare convenzione
81
con la quale si riconoscesse che in nessun caso gli obblighi
dell’alleanza avrebbero potuto indurla ad un conflitto armato con la
Gran Bretagna“.
Appena un mese dopo la crisi con l’Italia è ancora peggiorata, e
Churchill, consultato dal Ministero degli Esteri inglese, dice a Eden,
che gli compare davanti sorridente e d’ottimo umore: “E’ giustificata
da parte del Foreign Office un’azione contro l’Italia estesa fino al
limite cui fosse possibile condurre anche la Francia, però non bisogna
dimenticare l’accodo militare franco-italiano che le permette di
mantenere il Fronte Sud sguarnito di divisioni, né bisogna dimenticare
le divisioni che Mussolini ha fatto schierare al Brennero contro la
Germania il cui riarmo fa paura alla Francia, quindi non c’è
d’attendersi molto da essa”.
Intanto grandi convogli italiani continuano a passare per il Canale
di Suez carichi d’armi e di soldati senza alcun ostacolo, poi,
improvvisamente il 24 agosto 1935, il governo inglese dichiara che la
Gran Bretagna avrebbe tenuto fede agli obblighi derivanti dai trattati e
dalle decisioni della Società delle Nazioni, e la situazione precipita.
Immediatamente Churchill scrive al Ministro degli Esteri: “Sono certo
che starete in guardia contro l’errore enorme di lasciare prendere
alla diplomazia la precedenza nei confronti della preparazione
navale. Nel 1914 usammo grande cautela a riguardo. Dove sono le
nostre squadre navali? Si trovano in buono stato? Sono adeguate al
compito? Possono concentrarsi con rapidità? Ricordatevi che state
esercitando un’estrema pressione su un dittatore che potrebbe
trovarsi in difficoltà disperate. Può darsi che egli ci misuri col suo
metro; può darsi che in un momento qualsiasi della prossima
quindicina vi attribuisca progetti assai più avanzati di quelli che il
Gabinetto sta studiando. Mentre voi parlate con garbo, secondo
formule ben misurate, può darsi che egli agisca con la violenza. E’
molto meglio non offrirgli tentazioni di questo genere. Leggo sui
giornali che la flotta del Mediterraneo lascia Malta per il Levante. E’
82
un passo ispirato a saggezza quello di abbandonare Malta dove, come
ho appreso, non esiste alcuna installazione di difesa antiaerea.
Secondo quanto documentato, e noi non siamo autorizzati a guardare
più in là, la flotta del Mediterraneo di base ad Alessandria è assai
inferiore alla marina italiana. Oggi ho impiegato qualche tempo ad
osservare le costruzioni di incrociatori e di naviglio leggero che le
due nazioni hanno eseguito dopo la guerra. Mi pare che voi non
abbiate metà della forza dell’Italia per quanto riguarda gli
incrociatori e i cacciatorpediniere, e che siete ancora inferiori a
questo limite in fatto di sommergibili. Ritengo quindi che si
dovrebbero indirizzare subito all’Ammiragliato domande precise sulla
situazione in questa flotta britannica nel Levante. E’ sufficiente per
procurarci perdite dolorose, ma è del pari sufficiente a difendersi?
Essa si trova a più di tremila miglia dai rinforzi della flotta atlantica e
dalla Home Fleet. Molte cose potrebbero avvenire prima che queste
riuscissero a effettuare una congiunzione. Non oso dubitare che
l’Ammiragliato abbia impartito i suoi ordini con circospezione. Spero
potrete accertarvi che le risposte a queste domande siano
soddisfacenti Qualche tempo fa ho sentito parlare di un piano per
evacuare il Mediterraneo nel caso di una guerra con l’Italia
conservando soltanto lo stretto di Gibilterra e il Mar Rosso. Lo
spostamento della flotta del Mediterraneo a Levante dà l’impressione
di far parte di questa linea di condotta. In tal caso voglio sperare che
essa sia frutto di riflessione. Se abbandonassimo il Mediterraneo
mentre quasi ci troviamo in stato di guerra con l’Italia, soltanto la
Francia potrebbe impedire a Mussolini di sbarcare di viva forza in
Egitto impossessandosi del Canale. L’Ammiragliato è sicuro del
contegno che la Francia assumerebbe in un simile frangente? Lord
Lloyd, che mi è vicino, ritiene che io debba mandarvi questa lettera in
vista degli incerti della situazione. Non vi domando una risposta
particolareggiata, ma gradirei ricevere un’assicurazione che le
disposizioni prese dall’Ammiragliato vengano da voi approvate”.
83
Due giorni dopo il Ministro risponde a Churchill: “Potete essere
certo che tutti i punti da voi menzionati sono stati e sono ancora
adesso oggetto di attive discussioni. Sono conscio dei rischi cui voi
avete accennato e farò del mio meglio affinché altri non abbiano ad
ignorarli. Vi prego di non esitare a farmi pervenire qualsiasi
suggerimento o avviso che vi sembri necessario. Voi conoscete
perfettamente i pericoli dell’attuale situazione e conoscete del pari lo
stato in cui si trovano ora le forze armate imperiali”
L’11 settembre il Ministro degli Esteri inglese, sotto la fervida
spinta del suo principale collaboratore Eden, che sembra avercela a
morte contro l’Italia, tiene un discorso alla Società delle Nazioni
dichiarando la ferma intenzione del suo Paese di intervenire contro
l’aggressione italiana. Il cuore di Churchill batte all’impazzata di
commozione e di orgoglio, anche se la sua testa pensa che, in fondo,
l’Italia non ha altra intenzione che ricalcare ciò che in passato hanno
fatto tutte le grandi nazioni in Africa, in Asia e in America.
Dalle parole, Hoare sembra passare ai fatti, quando il 12 settembre
due grandi incrociatori da battaglia e una nutrita flottiglia di
cacciatorpediniere giungono a Gibilterra, facendo vibrare
d’entusiasmo l’intera nazione britannica. Alcuni giorni dopo Churchill
tiene un discorso nel quale si rivolge a Mussolini in questi termini:
“Gettare un esercito di quasi un quarto di milione di uomini, scelti fra
il fiore della gioventù italiana, sull’arida sponda a duemila miglia
dalla patria, contro la volontà del mondo intero e senza possedere la
padronanza dei mari, ed imbarcarsi poi in quella che può divenire
una sequela di campagne contro un popolo e un Paese che durante
quattromila anni nessun conquistatore ha pensato valesse la pena di
soggiogare, significa lanciare alla fortuna una sfida senza precedenti
nella storia”. E Chamberlain, vecchio estimatore di Mussolini ed
eminente ex Primo Ministro inglese, scrive a Churchill per dirgli che
approva in pieno il suo discorso, provocandone l’immediata risposta:
“Sono lieto che approviate la mia linea di condotta nei riguardi della
84
questione abissina, ma sono anche molto addolorato. Rovinare
l’Italia sarebbe un gesto terribile e ci costerebbe molto caro. E’
strano che dopo aver pregato la Francia durante tutti questi anni
affinché si riconciliasse con l’Italia, proprio noi si debba ora
costringerla a scegliere fra Italia e Gran Bretagna. Non avremmo
dovuto intraprendere un’azione così decisa e violenta. Se avessimo
avuto opinioni tanto forti al riguardo, sarebbe stato nostro dovere
informarne Mussolini due mesi prima. Sarebbe stato più intelligente
rinforzare per gradi la nostra flotta nel Mediterraneo al principio
dell’estate, facendogli così comprendere quanto fosse grave la
situazione. Che possiamo fare ora? Mi aspetto un serio rialzo di
temperatura quando incomincino in Etiopia le operazioni”.
Nonostante tutto il Duce non sembra minimamente impressionato e
dà ordine di invadere l’Etiopia. Sette giorni dopo, con una votazione
di 50 contro 1, la Società delle Nazioni decide di prendere
provvedimenti contro l’Italia, ma prima nomina una commissione per
tentare ancora una pacifica composizione della vertenza. Il dittatore
italiano mostra, ancora una volta, lucidità e astuzia dichiarando:
“L’Italia risponderà con la disciplina, la frugalità, il sacrificio”,
aggiungendo poi, in seconda battuta, che non avrebbe tollerato
sanzioni che ostacolassero l’invasione dell’Etiopia, avrebbe quindi
dichiarato guerra a chiunque avesse sbarrato il suo cammino, e
conclude: “Cinquanta nazioni!, cinquanta nazioni al seguito di una
sola!”.
In Inghilterra siamo alla vigilia di nuove elezioni e l’azione italiana
crea agitazioni in seno al partito laburista. I membri dei sindacati, con
Bevan in testa, hanno un fortissimo desiderio di combattere il
dittatore italiano, imponendogli spietate sanzioni e impiegando la
flotta per bloccare il Canale di Suez. Una serie di infiammate riunioni
porta alle dimissioni del capo del partito laburista e alla nomina del
maggiore Attlee, che ha al suo attivo un passato di coraggioso
combattente. Ma tutto il risveglio nazionalistico inglese non
85
corrisponde alle reali intenzioni del Primo Ministro Baldwin che
aveva, è vero, affermato: “sanzioni uguale guerra”. In effetti, in pieno
accordo con Laval, decide di scartare tutto quello che avrebbe potuto
provocare un conflitto armato. Insomma le sanzioni diventano una
specie di burla per il popolo inglese, perché si permette la libera
entrata in Italia del petrolio (del quale ha tanto bisogno), si proibisce
invece, con gran rigore, l’importazione di alluminio che l’Italia già
produce al di là del fabbisogno. In sostanza non si deve ostacolare
l’esercito italiano nella sua invasione dell’Etiopia, né si vuole
impiegare in modo aggressivo la flotta, ma ciò viene tenuto nascosto
agli elettori inglesi ai quali si fa trapelare solo la preoccupante notizia
che vi sono tante squadriglie suicide di bombardieri italiani pronti a
schiantarsi sui ponti delle navi inglesi, prive di adeguata difesa
antiaerea e non in grado di affrontare vittoriosamente la flotta di
Mussolini. Churchill sa bene, ora che è giunta nel Mediterraneo la
Home Fleet, che non è così e si lamenta per l’insipienza del Governo
che costringe la sua patria a fare una misera figura estremamente
dannosa non solo con l’Italia, ma anche con la Germania e il
Giappone, che osservano attentamente gli avvenimenti. Poi, al
Congresso del Partito Conservatore, Churchill appoggia una proposta
articolata nei seguenti punti: “1)Riparare alle serie deficienze delle
forze militari e organizzare le nostre industrie per una rapida
eventuale conversione a scopi di guerra. 2)Compiere uno sforzo per
la parità aerea con le più potenti aeronautiche dei Paesi vicini. 3)
Ricostruire la flotta e rafforzare la marina per salvaguardare i
rifornimenti e garantire l’unione delle varie parti dell’impero”.
I conservatori vincono le elezioni e Churchill viene rieletto, ma
non ottiene l’Ammiragliato cui tiene moltissimo: non bisogna turbare,
con la presenza di un così coriaceo personaggio, la resa dinanzi alla
sfida italiana. Lui brontola che l’Inghilterra attuale, priva di decisione
e coraggio, avrebbe dovuto comportarsi come gli Stati Uniti, che si
sono tenuti del tutto estranei alla questione. Per Churchill il fondo
86
della vergogna viene toccato quando, nel dicembre 1935, Hoare e
Laval presentano un progetto di spartizione dell’Etiopia fra l’Italia e
l’imperatore Selassié, ma il Gabinetto lo respinge, costringendo Hoare
a dimettersi e Baldwin a dichiarare nel dibattito alla Camera: “Sentivo
che queste proposte erano troppo arrischiate, e non sono stato
sorpreso della reazione che hanno provocato. Non mi aspettavo però
quella reazione più profonda del Paese che si è manifestata in nome
di quello che io chiamo coscienza e onore. Nel momento in cui mi
trovo di fronte a essa, so che qualcosa ha fatto appello ai sentimenti
più profondi dei nostri connazionali, so che una corda ha vibrato
domandando risposta al loro intimo convincimento. Ho riesaminato le
mie azioni e ho sentito che il Paese non potrebbe approvare quelle
proposte...” La Camera accetta le scuse, l’azione inglese non cambia e
Churchill, più che mai deluso, va in viaggio all’estero a “imbrattar
tele”.
Nel frattempo le truppe italiane, dopo aver iniziato le operazioni di
guerra il 3 ottobre 1935 e conquistato il 5 Adigrat, il 6 Adua, il 15 la
città santa di Axum, l’8 novembre Macallé, hanno un periodo di
relativa sosta che termina il 20 gennaio 1936 quando, sotto il comando
di Badoglio che ha sostituito De Bono, entrano a Neghelli. Affrontano
poi la prima dura battaglia detta del Tembien, nella quale muoiono
diecimila etiopici e mille fra italiani e truppe eritree. Fanno seguito
altre durissime battaglie come quella dell’Endertà e la Tembien 2° che
conducono alla conquista (28 febbraio) del massiccio dell’Amba
Alagi, con gravissime perdite etiopiche. La battaglia dello Sciré
spalanca le porte al definitivo successo, al quale contribuisce anche il
generale Graziani che attacca e avanza dalla Somalia. Con la battaglia
del lago Aschianghi e l’offensiva dell’Ogaden (15 aprile), il Negus
fugge e gli italiani entrano in Addis Abeba il 5 maggio 1936.
Mussolini, al colmo della felicità, proclama l’Impero avendo
conquistato, a 53 anni, un Paese di quasi un milione di chilometri
quadrati con una popolazione di diecine di milioni di abitanti. E
87
Churchill annota che l’annessione all’Italia dell’intera Etiopia produce
in tutto il mondo (ed in particolare in Germania) grande ammirazione
per il Duce e disprezzo per il Governo inglese e l’Inghilterra tutta, che
subisce una notevole diminuzione di prestigio e la perdita d’una forte
alleata contro la quale ha voluto provare a fare, perdendolo, un braccio
di ferro durato ben una diecina di mesi. Nel mese di luglio la Home
Fleet viene ritirata dal Mediterraneo e le sanzioni vengono abolite.
HITLER, nonostante la sudditanza psicologica nei confronti di
Mussolini, gioca abilmente le sue carte per attrarlo dalla sua parte
durante la crisi etiopica. Da un lato si dichiara pronto a fornirgli le
materie prime che eventualmente dovessero mancare all’Italia per
effetto delle sanzioni, dall’altro, in tutto segreto e fino all’inizio delle
ostilità, ha fornito armi al Negus con lo scopo di far durare la
campagna etiopica il più a lungo possibile, in modo da poter avere
mano libera sull’Austria e far ulteriormente peggiorare i rapporti italoinglesi.
Ma la rapida e brillante vittoria italiana in un Paese tanto vasto
ed impervio frustra in parte i suoi progetti, lo accende di ancor più
viva ammirazione per il Duce e gli conferisce maggiore sicurezza per i
suoi programmi di espansione europea ai danni degli alleati della
Francia e dell’Inghilterra. Non a caso in Germania fioccano articoli
come questo della Munchener Zeitung pubblicato il 16 maggio 1936
che dice: “...Una politica che tenta di raggiungere il successo
posponendo le decisioni, può difficilmente sperare di resistere al
turbine che scuote l’Europa e il mondo. Sono pochi gli uomini i quali,
su basi nazionali e non su presupposti di partito, combattono contro
l’imbelle e ambiguo atteggiamento del Governo, facendolo
responsabile di pericoli verso cui viene trascinato l’Impero (inglese)
ancora inconscio. Le masse sembrano d’accordo con il Governo nello
sperare che esso migliori tutte le situazioni, e che mercé lievi rettifiche
e manovre ben studiate l’equilibrio possa di nuovo venire raggiunto.
Oggi l’Abissinia è irrevocabilmente e completamente italiana. Di
conseguenza, né Ginevra né Londra possono nutrire dubbi sul fatto
88
che soltanto l’impiego di una forza straordinaria riuscirà ad espellere
gli italiani dall’Etiopia. Ma non si trovano a portata di mano né la
forza né l’ardire necessario per usarla”.
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MessaggioTitolo: Re: I CINQUE DUCI A CONFRONTO saggio di storia comparata   Lun Ott 20, 2014 7:04 pm

CAP. VII
RENANIA E SPAGNA COINVOLGONO QUATTRO DEI
CINQUE PROTAGONISTI
HITLER, galvanizzato dai successi che le truppe di Mussolini
stanno cogliendo in Etiopia e dalla conseguente mortificazione della
Società delle Nazioni e della Gran Bretagna, fa convocare, il 7 marzo
1936, dal suo Ministro degli Esteri gli ambasciatori di Inghilterra,
Francia, Italia e Belgio per proporre un patto venticinquennale che
comporta: smilitarizzazione della frontiera del Reno, limitazione delle
forze aeree, trattato di non aggressione con i confinanti dell’Ovest e
dell’Est. Però, appena due ore dopo, il Führer annuncia che intende
rioccupare militarmente la Renania. Subito 35mila soldati tedeschi
invadono l’intera regione che il Trattato di Pace e quello di Locarno
hanno vietato alle truppe tedesche, pena l’immediata reazione, anche
armata, delle nazioni firmatarie.
Ma la beffa non finisce qui: Hitler dichiara che l’occupazione è
puramente simbolica, mentre il suo ambasciatore a Londra presenta a
Eden, divenuto Ministro degli Esteri inglese, proposte simili a quelle
formulate poche ore prima a Berlino ai diplomatici delle quattro
nazioni europee.
Solo in Francia si scatena un’ira violenta, ma del tutto improduttiva
di risultati pratici, perché il Primo Ministro Serraut e il Ministro degli
Esteri Flandin, nonostante siano alla guida di un Paese che vanta
l’esercito e l’aviazione più potenti d’Europa e una leaderschip su
Cecoslovacchia, Iugoslavia, Romania e Polonia, si limitano a concitate
consultazioni con il governo inglese che invita alla calma e ad
appellarsi alla stessa Società delle Nazioni appena svergognata
90
dall’Italia di Mussolini. Ciò consente ad Hitler di rinfacciare, ai
generali tedeschi, che gli avevano sconsigliato l’azione, l’infondatezza
dei loro timori, e di dare ordine di procedere, in tempi rapidi, alla
costruzione di possenti fortificazioni ai confini occidentali della
Renania, che gli avrebbero concesso di poter liberamente disporre di
grandissima parte dell’esercito per eventuali imprese aggressive ad est
e a sud. Poi, con volto impassibile, il dittatore tedesco dichiara al
mondo: “Adesso tutte le ambizioni territoriali della Germania sono
soddisfatte”.
Nel frattempo il capo dei nazionalisti spagnoli, il generale Franco,
che si sta battendo contro le forze governative della sinistra, manda
(nel luglio 1936) a Bayreuth da Hitler suoi emissari per chiedere aiuti
militari per la Guerra Civile nella quale sono già intervenute, con
consistenti forniture belliche, la Francia e principalmente l’URSS.
Dalla Germania partono, con destinazione Spagna, 30 aerei da
trasporto Junkers 32, 6 caccia Heinkel, e ancora 80 aeroplani, 60 carri
armati, 166 cannoni e 300 mitragliatrici. Per ora il Führer non vuole
inviare altro per rispetto a Mussolini del quale, per un tacito accordo,
riconosce l’assoluta preminenza nell’Europa meridionale.
In effetti la politica del dittatore tedesco, che tenta una sempre più
stretta collaborazione con l’Italia fascista, sembra avere il pieno
successo: le due nazioni sono affiancate contro l’URSS quando, nel
settembre del 1936, si svolge a Londra la prima riunione del Comitato
di Non Intervento in Spagna. Inoltre Hitler raccoglie altri autorevoli
consensi durante le grandiose Olimpiadi organizzate, nello stesso anno
a Berlino, dove Lloyd George riconosce in lui l’uomo che, dopo la
sconfitta tedesca, ha unito mirabilmente il suo popolo e gli ha
permesso di riprendersi. Ma il Führer è pronto, formalmente, ad
assumere una posizione di secondo piano in favore di Mussolini e
immediatamente dice al diplomatico italiano Anfuso che: “Il Duce è il
primo europeo che ha disfatto i marxisti, e l’Italia e la Germania
debbono camminare affiancate perché sono alleate naturali per la
91
grandezza dei loro capi, per le diverse sfere d’influenza e per il
comune destino di grandezza”.
Dopo aver riconosciuto l’Impero Italiano nel 1936 e offerto
all’Ungheria futuri compensi territoriali (su ipotetiche avanzate
tedesche) a spese della Cecoslovacchia, nel 1937 il dittatore tedesco
raggiunge la grande soddisfazione di far aderire Mussolini all’idea di
un reale Asse Berlino-Roma, di fargli tacitamente accettare una futura
Austria nazisteggiata e, dulcis in fundo, di convincerlo a recarsi in
visita ufficiale in Germania.
Tutto è organizzato in modo perfetto: grandi decorazioni floreali,
entusiastici applausi, e stampe raffiguranti Predappio (paese natale del
Duce) collocate negli appartamenti che ospitano la delegazione
italiana. Ma Mussolini inizialmente si mostra freddo e distaccato fino
alla fantasmagorica parata militare nel Macklenburg dove incomincia
a sorridere e a dare qualche tangibile manifestazione di amicizia e di
ammirazione, nonostante Ciano e Badoglio (che l’accompagnano)
sembrino ben poco coinvolti. Infine a Berlino, dopo che i treni speciali
dei due dittatori si sono affiancati e gli osanna e i consensi della folla
si dilatano per le imbandierate strade della città e principalmente al
Campo di Maggio, Mussolini tiene un acceso discorso, nel quale dice:
“Oggi sono qui, sono voluto venire qui e domani non andrò altrove.
Se si è amici si marcia insieme fino in fondo. I nostri due popoli con i
loro 115 milioni di anime debbono essere uniti in una sola
incrollabile decisione!”
CHURCHILL già dal febbraio del 1936 avverte un’atmosfera
diversa in Inghilterra, in gran parte causata dall’azione italiana in
Etiopia e dai vergognosi accordi Hoare-Laval. In generale l’opinione
pubblica sarebbe favorevole a un’eventuale guerra contro il fascismo
che sta ricevendo continui attestati di solidarietà dal nazismo. Però in
Parlamento si continuano ad ostacolare misure di riarmo e il Governo,
dopo la primitiva impennata di Hoare, insiste nella politica di
moderazione ispirata da un Baldwin che appare, ogni giorno che
92
passa, sempre più vecchio. In Francia la situazione è, più o meno,
analoga anche se viene firmato un patto franco-sovietico in funzione
antitedesca.
Quando Hitler invade la Renania, Wigram, uno stretto
collaboratore di Eden, e il Ministro degli Esteri francese Flandin si
recano in visita privata da Churchill e gli dicono di essere pronti a far
varare la mobilitazione delle Forze Armate, avendo anche avuto ampie
assicurazioni, sia dai Paesi della “Piccola Intesa” che da altre Potenze,
di analoghe decisioni. Ma appena pochi giorni dopo il Cancelliere
dello Scacchiere inglese, Chamberlain, getta acqua sul fuoco dicendo
a Flandin: “La pubblica opinione non ci approverebbe qualora
volessimo imporre sanzioni di qualsiasi genere. Anche se voi pensate
che la Germania, trovandosi davanti a un fronte compatto, verrebbe a
più miti consigli senza bisogno di una guerra, noi non possiamo
accettare questa opinione come un giudizio attendibile a proposito
delle possibili reazioni di un dittatore pazzo”. Poi suggerisce di
condurre negoziati con la Germania, ma su base internazionale e
offrendole, in cambio del ritiro delle truppe dalla Renania, la cessione
di una colonia africana.
Anche i grandi quotidiani inglesi appoggiano e, in qualche caso,
ispirano, ammaestrati dai miseri e mortificanti risultati conseguiti dalla
campagna contro Mussolini, la politica pacifista del Governo e
scrivono di credere alla sincerità della proposta di Hitler sul patto di
non aggressione.
Ciò nonostante Flandin, appoggiato da Churchill, dice agli inglesi:
“Il mondo intero, e in particolare le piccole nazioni, volge oggi lo
sguardo alla Gran Bretagna. Se l’Inghilterra agisse, si troverebbe
alla testa dell’Europa; la sua linea di condotta sarebbe seguita da
tutto il mondo e in tal modo si eviterebbe una guerra. E’ la vostra
ultima possibilità. Se non fermate la Germania oggi, tutto è finito. La
Francia non può garantire la Cecoslovacchia perché questo è
geograficamente impossibile. Se non provvedete a mantenere in
93
vigore il Trattato di Locarno, non vi rimarrà altro che aspettare di
veder completato il riarmo germanico contro il quale la Francia è
impossibilitata ad agire. Se voi non frenate oggi la Germania, la
guerra scoppierà inevitabile a onta di qualsiasi temporanea amicizia
che vi riesca di concludere con quello Stato. Una vera amicizia tra
Inghilterra e Germania è impossibile secondo il mio parere e i
rapporti tra i due Stati saranno sempre tesi. Nondimeno, nel caso voi
abbandoniate Locarno, io muterò la mia linea di condotta poiché non
mi rimarrà altro da fare”. Per tutta risposta l’inglese Lord Lothian si
limita a dire: “Dopo tutto i tedeschi sono entrati soltanto in casa
propria!”. A questo punto Churchill suggerisce a Flandin di rivolgersi
nuovamente a Baldwin a cui, in fondo, spetta di decidere
l’atteggiamento globale del Governo, ma nulla cambia: il Primo
Ministro risponde al francese che il Paese non è disposto a correre il
rischio di una guerra anche perché, per ora, la Gran Bretagna non è in
grado di farla.
Quando la delegazione francese riparte per Parigi, Wigram dice
alla moglie (che riferisce per iscritto a Churchill): “Ora la guerra è
inevitabile, e sarà la guerra più orrenda che sia mai avvenuta. Non
credo che vivrò tanto da vederla, ma tu la vedrai, cadranno le bombe
sulla nostra casetta. Tutto il mio lavoro di questi anni è stato inutile.
Sono un fallito. Non sono riuscito a far sì che la gente comprendesse
il pericolo. Suppongo di non avere energie sufficienti. Non sono stato
capace di fare gli altri partecipi delle mie convinzioni. Winston
(Churchill) ha sempre, sempre capito, è forte e andrà avanti sino alla
fine”. Wigram muore appena qualche mese dopo.
In questo periodo agitato, il governo inglese decide di creare un
nuovo ministero di Coordinamento della Difesa e Chamberlain
propone che venga affidato a Churchill, ma Neville (che è sicuro di
sostituire Baldwin entro breve tempo) dice: “Se il nuovo ministero
andasse a Churchill, quegli elementi liberali e il Centro che hanno
considerato l’esclusione di Hoare una garanzia contro il militarismo
94
ne sarebbero allarmati, si prenderebbe una decisione contraria al
parere degli esponenti della volontà generale del partito e si
correrebbe il rischio di suscitare alla scomparsa di Baldwin una
disputa per la successione”. Il nuovo ministero viene così affidato
all’abile avvocato Inskip che, non avendo nessuna conoscenza di cose
militari ed essendo del tutto sconosciuto, non può, al contrario di
Churchill, risultare sgradito a Hitler.
Proprio Churchill, quando il 6 aprile 1936 il Governo chiede un
voto di fiducia sulla politica estera, dice in Parlamento: “Hitler ha
lacerato i trattati e guarnito di presidi la Renania. Le sue truppe ne
hanno preso possesso e vi rimarranno. Tutto ciò significa che il
regime hitleriano ha guadagnato nuovo prestigio in Germania e nei
Paesi vicini. Ma il fatto più importante è che la Germania sta
fortificando. In primo luogo vengono costruiti soltanto trinceramenti
campali, ma chi conosce quale perfezione i tedeschi possono
raggiungere nell’apprestare fortificazioni quali la linea Hindeburg,
con tutte le armature e l’assieme dei corridoi ivi inclusi, capirà come i
trinceramenti differiscano solo sino a un certo punto dalle
fortificazioni permanenti e come dal primo squarcio inflitto al terreno,
essi possano rapidamente svilupparsi sino ad assumere la loro forma
finale perfetta. Quali saranno le conseguenze diplomatiche e
strategiche? Mettere la Germania in grado di economizzare truppe
sul suo fronte, e darà modo alle forze più importanti di compiere una
manovra di avvolgimento attraverso il Belgio e l’Olanda. E sul fronte
Orientale gli Stati Baltici, la Polonia e la Cecoslovacchia, cui
dobbiamo unire Jugoslavia, Romania, Austria e alcuni altri Paesi,
subiranno tutti una nuova e decisiva influenza”.
Tre mesi dopo, nell’agosto 1936, scoppia una nuova crisi. In
Spagna s’instaura un regime di tipo comunista nel quale è evidente la
matrice staliniana che si sta efficacemente estendendo anche in campo
internazionale. Immediatamente si oppone il generale nazionalista e
filo fascista, Francisco Franco, e si sviluppa una violenta, sanguinosa
95
e crudele guerra civile. Personalmente Churchill si mantiene neutrale
e, per una volta, appoggia il governo inglese che vuole mantenersi
equidistante dalle due parti in lotta. La Francia propone un piano di
non intervento secondo cui i contendenti debbono essere lasciati liberi
di combattersi senza alcuna intromissione straniera. Vi aderiscono
tutte le grandi Potenze (con l’ormai abituale assenza degli Stati Uniti),
ma per alcune l’adesione è solo formale. Infatti, mentre la Gran
Bretagna si attiene rigidamente a quanto stabilito, l’URSS (per i
governativi) seguita da Italia e Germania (per il generale Franco) e,
infine, dalla Francia (che cede alle pressioni dei comunisti locali in
favore dei governativi) inviano aeroplani ed armamenti vari.
Churchill ne è profondamente turbato e scrive all’ambasciatore
francese a Londra: “Una delle mie più grandi difficoltà nel mantenere
le vecchie posizioni è l’affermazione tedesca che tutti i Paesi
anticomunisti dovrebbero schierarsi insieme. Sono certo che, se la
Francia mandasse aeroplani ed altro all’attuale Governo di Madrid e
gli italiani e i tedeschi facessero pressione dalla parte opposta, le
forze qui dominanti proverebbero simpatia per il comportamento
della Germania e dell’Italia, allontanandosi di conseguenza dalla
Francia. Spero che non vi offenderete per quanto scrivo, dato
naturalmente che espongo soltanto il mio punto di vista personale.
Non mi piace sentir parlare di azione congiunta di Inghilterra,
Germania e Italia contro il comunismo. E’ troppo facile per dare
buoni risultati. Sono certo che la rigida neutralità accompagnata
dalle più nutrite proteste per qualsiasi eventuale infrazione sia l’unica
linea di condotta corretta e savia da seguire in questo momento. Può
darsi che un giorno, venendosi le due forze a trovare in situazioni del
pari insostenibili, la Lega delle Nazioni possa intervenire. Ma anche
questa eventualità è molto dubbia”
Vedere l’Italia e la Germania (il cui potenziale bellico aumenta
continuamente) procedere d’amore e d’accordo e cogliere successi in
terra spagnola, finalmente inducono l’intera nazione inglese in
96
un’ansia costruttiva per un efficace riarmo specialmente
dell’aeronautica, e, puntuale, Churchill il 12 novembre 1936 dice in
Parlamento: “Qualsiasi Governo di questa nazione e soprattutto un
governo nazionale, farà in modo che per quanto concerne la potenza
aeronautica e la sua forza essa non venga a trovarsi in condizioni
d’inferiorità nei rapporti con qualsiasi Stato vicino. I membri del
Governo non riescono a decidersi, oppure non riescono a far decidere
il Primo Ministro, e persistono così in una situazione stranamente
paradossale, risoluti soltanto di essere irresoluti, adamantini
nell’abbandono, solidi nell’elasticità, onnipotenti nell’impotenza.
Così dunque noi insistiamo a perdere altri mesi e anni preziosi, forse
vitali per la grandezza della Gran Bretagna, affinché siano divorati
dalla locusta”. Gli risponde Baldwin con la stupefacente confessione
di non aver compiuto il proprio dovere nei riguardi della sicurezza
nazionale, perché aveva temuto di perdere le elezioni a insistere sul
riarmo. L’intera Camera rimane talmente scioccata e penosamente
impressionata che avrebbe sicuramente chiesto le dimissioni di Balwin
se non fosse intervenuto, del tutto imprevisto, il problema del re che
vuole assolutamente sposare la più volte divorziata signora Simpson.
Mentre Baldwin pilota con grande abilità la vicenda, Churchill, in
preda alla solita foga, si schiera contro l’abdicazione del re, rimanendo
del tutto isolato e con la carriera politica finita. Per lunghi mesi in
Inghilterra non si pensa ad altro che alla famiglia reale e al passaggio
da un re (che abdica) ad un altro (che assume la corona). Affari esteri
e difesa militare non hanno più importanza. Solo a nuova
incoronazione avvenuta (maggio 1937), Baldwin si dimette e viene
sostituito da Chamberlain, che non ha più voglia di lavorare con
Churchill:
Eppure l’anziano e coriaceo uomo politico inglese viene
considerato all’estero ancora molto importante e i suoi articoli
vengono attentamente letti. Così nel 1937 l’ambasciatore tedesco a
Londra, von Ribbentrop (che presto diventerà Ministro degli Esteri),
97
invita a colloquio Churchill e gli dice di essere nella capitale
britannica per ottenere un’alleanza anglo-germanica nella quale i
tedeschi avrebbero montato la guardia all’Impero inglese perché essi
non pretendono la restituzione delle loro ex colonie, ma mano libera
nell’Est europeo. La Germania, prosegue von Ribbentrop, deve
raggiungere lo spazio vitale per la popolazione in continuo aumento,
quindi la Polonia e il corridoio di Danzica debbono venire assorbiti, e
la Russia bianca e l’Ucraina sono indispensabili al futuro della
Germania; nessuna annessione minore può essere ritenuta sufficiente,
mentre la Francia può ritenersi al sicuro. Prontamente Churchill gli
risponde che, nonostante i cattivi rapporti con l’URSS e l’odio per il
comunismo, la Gran Bretagna non si sarebbe mai disinteressata, come
la sua storia ampiamente dimostra, al Continente al punto da
permettere alla Germania il dominio dell’Europa Centrale e Orientale.
E Ribbentrop di rimando: “In tal caso la guerra è inevitabile. Non
esiste altra via d’uscita. Il Fuhrer è deciso. Nulla potrà fermarlo,
nulla potrà fermarci”. Al che Churchill risponde: “Quando parlate di
una guerra che senza dubbio sarebbe mondiale, non dovete
sottovalutare la Gran Bretagna. E’ una singolare nazione, e pochi
stranieri possono comprendere la sua mentalità. Non giudicatela in
base al comportamento dell’attuale governo. Quando una grande
causa venisse presentata al popolo, questo stesso governo e la
nazione britannica potrebbero dimostrarsi capaci dei gesti più
inattesi. Non stimate l’Inghilterra al di sotto del suo valore. E’ molto
abile e, se voi ci getterete tutti in un’altra grande guerra, la Gran
Bretagna porterà contro di voi tutto il mondo, come avvenne l’altra
volta”. L’ambasciatore replica immediatamente: “Può darsi che
l’Inghilterra sia molto abile, ma stavolta non condurrà tutto il mondo
contro la Germania”.
Quando Hitler manda i soldati in Renania, MUSSOLINI è in
tutt’altre faccende affaccendato: bisogna ancora raggiungere la vittoria
completa in Etiopia. Poi, occupata Addis Abeba, proclama, dal
98
fatidico balcone, che: “L’Impero è riapparso sui colli fatali di Roma”
e respingere le fervide iniziative del re che vuole assolutamente
nominarlo Principe con questa motivazione: “Ministro delle Forze
Armate, preparò, condusse e vinse la più grande guerra coloniale che
la storia ricordi, guerra che egli, Capo del Governo del Re, intuì e
volle per il prestigio, la vita e la grandezza della patria fascista”.
Indubbiamente questo è per Mussolini un periodo esaltante, egli
raccoglie dovunque (all’interno e all’estero) grandi consensi e molti si
convertono al fascismo. Ma l’Italia, ora, ha bisogno di un lungo
periodo di pace, sia per proseguire e concludere la normalizzazione
dei rapporti con le nazioni che avevano votato e applicato le sanzioni,
sia per riassestare le finanze, le attrezzature e gli armamenti
seriamente intaccati dallo sforzo della guerra. Invece sopravviene la
crisi spagnola, dove si affaccia prepotente nel Mediterraneo il
comunismo e, parallelamente, sempre più pressanti giungono le
richieste di aiuto dalla parte nazionalista e filo fascista.
Inizialmente il Duce non si fa coinvolgere più di tanto e, dalla
primitiva risposta negativa, solo in parte pungolato dagli invii
staliniani in Spagna di elementi del Comintern e di aiuti militari russi,
francesi e tedeschi, decide di concedere a Franco 12 bombardieri S 81
e altro materiale bellico, previo pagamento di un milione di sterline.
Poi la Guerra Civile Spagnola diviene una questione di prestigio,
d’influenza politica e di lotta al comunismo: l’Italia ed il fascismo,
freschi di gloria e di reputazione guadagnata a spese della Società
delle Nazioni e dell’Inghilterra, non possono assolutamente cedere
posizioni, specialmente nel Mediterraneo, che Mussolini incomincia a
chiamare “Mare nostrum”, come gli antichi romani. Così 27 caccia, 5
carri armati, 40 mitragliatrici e 12 cannoni contraerei prendono la
strada della Spagna. Inoltre il 26 agosto 1936 il Duce dà ordine a
Galeazzo Ciano di inviare alcuni idrovolanti e l’incrociatore “Fiume”
(tutti con personale italiano) a Palma de Maiorca per dare man forte ai
nazionalisti spagnoli minacciati dai governativi e dalla loro flotta che,
99
presto, ripiega su Gibilterra. Eppure, fino al dicembre 1936, non è
l’Italia che manda nella nazione iberica più armi. Infatti contro i
complessivi invii italiani di 118 aerei, 35 carri armati, 92 pezzi
d’artiglieria e 102 mitragliatrici, i tedeschi forniscono 162 aerei, 60
carri armati, 166 cannoni, e 300 mitragliatrici, mentre l’URSS
concede 50 aeroplani, 400 autocarri, 100 carri armati, e 400 fra piloti e
carristi e la Francia 100 aerei oltre a consistenti quantitativi d’altre
armi.
Così il conflitto, nato come guerra civile, diviene europeo
perché vede Italia e Germania contro URSS e Francia e non solo per
invii di materiali bellici, ma anche con partecipazione diretta di
personale militare. Incomincia Stalin, che invia il generale Pavlov a
combattere al fronte spagnolo alla testa di aerei e carri armati russi
guidati da soldati sovietici. Poi la “Legione Condor” tedesca (al
comando del colonnello von Richthonfen) entra in azione con 120
aeroplani, batterie contraeree e anticarro e 4 compagnie di carri armati.
Ma Hitler non va oltre, fermo nel convincimento che deve essere il
Duce a sopportare gli oneri maggiori in Spagna e a goderne poi dei
massimi onori.
Quando il 18 novembre 1936 Italia e Germania riconoscono il
Governo Nazionalista che Franco ha insediato a Burgos, il generale
spagnolo entusiasta proclama: “Spagna, Italia, Germania e
Portogallo sono i baluardi della civiltà, della cultura e della
Cristianità in Europa”. A questo punto Mussolini sembra totalmente
conquistato dall’idea di assicurasi una seria e definitiva ipoteca
d’influenza sulla futura nazione spagnola e il 28 novembre stipula il
patto italo-franchista con il quale l’Italia assicura alla Spagna il suo
appoggio per conservarne l’indipendenza e l’integrità e invia un corpo
di spedizione non di soldati regolari, ma di pseudovolontari chiamati
“legionari” al comando del generale Roatta. Sono 50mila uomini,
raggruppati in 4 divisioni, più reparti speciali, aviazione e
autotrasporti. Vi è poi la Marina da guerra, che impegna 13
100
incrociatori, 22 cacciatorpediniere e 42 sommergibili, assicurandosi
presto il dominio incontrastato sulla flotta repubblicana.
Nel febbraio 1937 le truppe italiane entrano in azione nella
battaglia per conquistare Malaga, il cui possesso è necessario per
assicurare ai franchisti un porto Mediterraneo continentale. La città è
difesa da 12.000 repubblicani e gli italiani attaccano con una divisione
fiancheggiata da reparti spagnoli. Il successo giunge rapidamente (7
febbraio) e frutta anche diecimila prigionieri contro 94 morti e 276
feriti italiani. Il Ministro degli Esteri Ciano invia immediatamente un
telegramma di elogio: “Azione fulminea che ha pienamente
corrisposto nostra aspettativa”. Seguono sue istruzioni perentorie a
Roatta e a Franco: “Occorre sfruttare immediatamente brillante
successo agendo massima rapidità et decisione su direttrice Almeria-
Murcia-Alicante-Valencia (che si trova a ben 600 chilometri di
distanza ed è sede del governo repubblicano) . Divisione Littorio in
arrivo consente agire decisamente per ottenere crollo nemico. Franco
intensifichi contemporaneamente sua azione su Madrid per
immobilizzare forze nemiche”.
Invece che all’avanzata i franchisti si dedicano a una feroce
repressione (che si allinea a quelle più volte messe in atto dai
repubblicani) con quattromila uomini giustiziati dopo una parvenza di
processo. Ma Franco, che è un orgoglioso galiziano di origine italiana
di 45 anni, deve una risposta agli ordini di Ciano e la comunica il 13
febbraio al vice di Roatta: “In fin dei conti si sono mandate qui delle
truppe senza chiedermi autorizzazione. Dapprima mi si era detto che
venivano volontari da inquadrare nei battaglioni spagnoli, poi mi si
chiese di inquadrarli in propri battaglioni e io accondiscesi. Quindi
arrivano ufficiali superiori e generali a comandarli, poi altre unità
inquadrate. Ora mi si vuole imporre di lasciare che queste truppe
combattano unite agli ordini del generale Roatta, mentre i miei piani
sono ben diversi. L’impiego di queste truppe resta grandemente
limitato dalla necessità che siano sempre riunite”. Spiega poi che non
101
vuole tante offensive lampo, ma un’occupazione sistematica del
territorio che consenta un’accurata pulizia politica. Per quanto poi
riguarda Sagunto e Valencia dice: “Valencia deve essere occupata da
truppe nazionali. Mi riservo di decidere sull’impiego della massa, che
mi dispiace di non poter impiegare, come avevo progettato, su diversi
fronti, ma è molto probabile che vi chieda di attaccare Guadalajara”.
Nella zona indicata dal generalissimo spagnolo i franchisti sono
in difficoltà e i loro attacchi si sono spenti in una guerra di posizione.
Roatta, più volte invitato ad entrare in azione con le sue truppe,
nicchia, preferisce preparare le cose nel modo migliore, ma Mussolini
afferma: “L’attacco è ottimo per accerchiare sul serio Madrid e forse
determinare la resa”. Ovviamente Roatta si convince, al pari del
roccioso Franco, che fissa una specie di appuntamento fra le sue
truppe e quelle italiane che constano di 3 divisioni, 81 carri armati
veloci (forniti, come unica bocca di fuoco, di mitragliatrice), 8
autoblindo. Sono in tutto 35mila uomini ben equipaggiati, ma
mancanti di mezzi di trasporto sufficienti per tutti. Sono affiancati da
una divisione franchista di 10mila uomini. Hanno contro solo 2
divisioni repubblicane, ma nevica e gli aerei italiani non possono
alzarsi in volo e il promesso attacco spagnolo su Jarama (che sarebbe
servito come diversivo) non avviene. Invece i repubblicani possono
inviare cospicui rinforzi. Ciò nonostante le truppe fasciste penetrano
nelle linee avversarie per 12 chilometri e il giorno dopo occupano
Almadrones e Brihuega, ma si trovano di fronte (il 19 marzo) l’XI
Brigata Internazionale, fornita di grandi carri armati russi, della quale
fanno parte anche volontari italiani antifascisti, che iniziano una ben
architettata propaganda a mezzo di altoparlanti e volantini. A questo
punto Roatta pensa sia bene fermarsi e accontentarsi del successo
parziale, ma Franco vuole assolutamente che avvenga l’attacco. Si
giunge ad un compromesso mentre intervengono, da una parte, altri
carri armati russi e ingenti rinforzi repubblicani, e, dall’altra, la
divisione Littorio. Sono ora i repubblicani ad attaccare e i fascisti
102
ripiegano, mentre continua a nevicare, attestandosi e mantenendo
nuove posizioni più arretrate. Il bilancio delle perdite è favorevole ai
fascisti, con 400 morti e 500 dispersi contro i 2.000 morti e alcune
centinaia di prigionieri repubblicani, ma l’obbiettivo primario dello
sfondamento delle linee nemiche è venuto a mancare, inoltre qualche
reparto s’è fatto prendere dallo scoramento.
Nell’ambiente internazionale antifascista, dove da anni si
attende un mancato successo mussoliniano, non sembra vero di poter
far passare la Battaglia di Guadalajara come un vittoria repubblicana
dove Davide ha battuto Golia, ma, in fondo, sia i risultati che il
numero e i mezzi delle forze in campo si sono equivalsi. Ciò
nonostante il Duce sostituisce Roatta con Bastico e fa svolgere alle
truppe italiane, anche il 19 giugno quando tornano in azione nella
vittoriosa Campagna del Nord, un ruolo non più autonomo ma
comunque importante.
L’11 dicembre 1937 Mussolini, dopo aver aderito al patto
Anticomintern stipulato fra Germania e Giappone, esce dalla Società
delle Nazioni.
STALIN nel 1936 prosegue nella nuova organizzazione del
Paese e del Partito che raggiunge il culmine nel 1937 fra crudeltà e
sangue. Infatti dieci milioni di oppositori del regime sono ristretti nei
campi di lavoro e vecchi esponenti leninisti (alcuni dei quali sono stati
antichi alleati di Stalin) subiscono processi e condanne dopo essere
stati costretti a confessare, per lo più colpe non commesse, con
continue torture e con la tecnica del “lavaggio del cervello”. Sono più
di mezzo milione le vittime, una vera e propria carneficina che tende
(e ci riesce) ad annientare ogni opposizione con l’aggiunta di un
sadismo smisurato, non necessario nella stragrande maggioranza dei
casi.
Parallelamente ai successi all’interno del Partito e del Paese,
Stalin intende diffondere il comunismo nel mondo occidentale,
avvalendosi di un perfetto apparato, e, laddove possibile, cerca di
103
conquistare il potere. Così avviene in Spagna dove un gran numero di
volontari, provenienti da ogni Paese e ben organizzati dalle strutture
staliniste, converge per combattere al fianco dei repubblicanicomunisti,
che debbono debellare i franchisti decisamente intervenuti
in difesa degli opposti interessi. Ormai l’URSS non è più
politicamente isolata e, in Spagna, la Francia fiancheggia i sovietici
contro i nazionalisti filofascisti.
Il collegamento fra i volontari internazionali, il governo
repubblicano spagnolo e i sovietici è perfetto e, nella sostanza, tutti
prendono ordini da Mosca attraverso un capillare sistema di
diplomatici, consiglieri bellici e terroristi. Sono militanti comunisti
spietati, che debbono rispondere di ciò che fanno a Stalin, che è
ancora più spietato di loro. Fra i volontari, numerosi sono gli
antifascisti esuli dall’Italia inquadrati nella brigata Garibaldi, che si
comporta molto bene nella battaglia di Guadalajara. Fra di loro Stalin
ha un fedele e autorevole proconsole, esecutore freddo e lucido di
qualsiasi suo ordine, l’italiano Palmiro Togliatti, che è anche un alto
dirigente del Comintern con la carica di capo della sezione latina.
ROOSEVELT continua, invece, a disinteressarsi (ed è ormai
l’unico fra i 5 protagonisti) della politica internazionale. Non le truppe
tedesche in Renania, né lo scontro fra regimi estremisti in Spagna, e
nemmeno la conquista di Shangai e Nanchino nella guerra cinogiapponese
lo vedono decisamente impegnato. Anzi, quando
Mussolini fa invadere l’Etiopia, Roosevelt, che nutre per il dittatore
italiano una certa ammirazione, non applica le sanzioni economiche
contro l’Italia, utilizzando molte scappatoie che permettono di
continuare il commercio dei privati con la nazione mediterranea.
La sua infaticabile attività continua ad essere indirizzata alla
politica interna, dove le nuove elezioni presidenziali del 1936 lo
vedono oggetto di accuse anche sul suo mondo privato come
l’evasione di tasse sulla sua azienda agricola o come l’ancor più grave
evasione della moglie, che non pagherebbe il dovuto sulle ingenti cifre
104
guadagnate in un lungo giro di conferenze e sui tantissimi articoli
continuamente pubblicati dai giornali di tutto il Paese. Roosevelt si
difende con tranquilla sicurezza, dimostrando che sia lui che la moglie
pagano il giusto, come ogni buon cittadino. Sottolinea invece le sue
aperture sociali che gli valgono l’appoggio dei sindacati e gli
ottengono una strepitosa vittoria con ben 11 milioni di voti di
vantaggio e il trionfo in 46 stati su 48.
A questo punto Roosevelt, sentendosi invulnerabile, tenta di
addomesticare la Corte Suprema che, a suo avviso, continua a
boicottare le sue iniziative politiche. Si apre quindi una intensa lotta
fra di lui, il Congresso e i 9 giudici supremi, con alterne vicende che
lo vedono, alla fine, vincere con l’assegnazione da parte sua di ben 5
posti sui 9 della Corte che viene ironicamente soprannominata “Corte
Roosevelt”, accentuando il carattere dittatoriale del suo governo che,
però, non può fare a meno di rispettare la volontà isolazionista della
maggioranza dei cittadini statunitensi.
105
CAP. VIII
ROOSEVELT SI FA VIVO NELLE QUESTIONI EUROPEE
MENTRE AUSTRIA E CECOSLOVACCHIA IMPEGNANO
INTENSAMENTE QUATTRO DEI CINQUE PROTAGONISTI
All’inizio del 1938 finalmente ROOSEVELT (56 anni) sembra
accorgersi della gravità di quanto da tempo sta avvenendo in Europa e
dell’opportunità di un oneroso intervento americano, che non si limiti
a sterili e poco impegnative missive personali. L’11 gennaio incarica il
Sottosegretario di Stato Welles di consegnare all’ambasciatore inglese
un suo messaggio confidenziale indirizzato a Chamberlain, nel quale
dice che sta osservando con grande preoccupazione le crescenti
discordie internazionali ed è disposto ad assumere l’iniziativa di
invitare in America i rappresentanti di Inghilterra, Francia, Germania e
Italia per discutere le cause fondamentali di attrito. Prima però
desidera ricevere, entro il 17 gennaio, l’incondizionato consenso
britannico.
A Londra è assente il Ministro degli Esteri Eden che tanto si è
adoprato per migliorare le relazioni anglo-americane e per coinvolgere
Roosevelt nelle vicende europee. C’è invece il Primo Ministro
Chamberlain che, pur dichiarando di apprezzare la fiducia
dimostratagli dal Presidente e prima di dare la sua approvazione
all’iniziativa, desidera raccontargli l’esito del suo intenso e stressante
lavoro per raggiungere un accordo con la Germania e l’Italia. In
particolare “il Governo di Sua Maestà, qualora sapesse che il
Governo Italiano fosse pronto a dimostrare il desiderio di contribuire
al ristabilimento di rapporti fiduciosi e amichevoli, sarebbe disposto a
riconoscere, de jure , l’occupazione dell’Abissinia”. Conclude
106
dicendo che “il Primo Ministro riferisce questi fatti per dare modo al
Presidente di considerare se il suo attuale piano non possa intralciare
gli sforzi britannici. Non sarebbe il caso di posporre il progetto del
Presidente?”.
Il rifiuto, anche se ammantato di cortese riconoscenza per
l’interesse mostrato, è fin troppo chiaro e Roosevelt è profondamente
risentito. A nulla vale l’immediato intervento di Eden appositamente
tornato a Londra. La replica del Presidente Americano dice
laconicamente di acconsentire a rimandare l’attuazione della sua
iniziativa, ma di essere molto preoccupato sulla volontà inglese di
riconoscere all’Italia la posizione conquistata in Etiopia che, senza
alcun dubbio, incoraggerebbe la politica aggressiva giapponese in
Estremo Oriente. Immediatamente, è il 21 gennaio, partono da Londra
ben due lettere di Chamberlain per il Presidente. Nella prima, dopo
averlo ringraziato nuovamente, gli dice che non assume alcuna
responsabilità di un eventuale fallimento dei tentativi americani. Nella
seconda spiega che non ha accettato a scatola chiusa l’intervento
diplomatico statunitense perché avrebbe potuto suscitare il fastidio e il
rancore dei due dittatori europei e del governo nipponico, ma
l’eventuale riconoscimento de jure avrebbe fatto parte di un generale,
e augurabile, accordo con l’Italia.
Ora Roosevelt è davvero furioso per come Chamberlain ha
agito: in sostanza l’ha messo alla porta, lo ha posposto a Mussolini, e
ha considerato Italia e Germania più importanti degli Stati Uniti. Guai
se trapelasse in America il suo insuccesso per una volta che si è
occupato con impegno di politica europea! Istintiva e subitanea la
decisione di disinteressarsi del Vecchio Continente e di tornare a
profondere tutto il suo impegno per i problemi di politica interna del
Paese.
Anche il cinquantanovenne STALIN , che è da qualche anno
attivamente presente nella politica europea, riceve dei rifiuti anglofrancesi.
Avviene esattamente il 18 marzo 1938, qualche giorno dopo
107
l’annessione dell’Austria da parte della Germania, quando il dittatore
russo propone che si tenga, a Londra o a Parigi, una conferenza per
esaminare la situazione politica e per rendere più efficiente ed esteso il
patto franco-sovietico. Ma il governo francese ha anche altre
preoccupazioni, come i violenti scioperi che travagliano l’industria, e i
successi massicci delle truppe italo-franchiste che nella Spagna stanno
nettamente prevalendo sui comunisti, con grave discredito dello stesso
Stalin. A sua volta Chamberlain dice alla Camera: “Il Governo di sua
Maestà ritiene che conseguenza indiretta, ma ciò nonostante
inevitabile, di un gesto quale ci viene proposto dal Governo Sovietico
sarebbe l’aggravarsi di quella tendenza a costituire gruppi di nazioni,
che secondo il nostro punto di vista è dannosa agli effetti della pace
europea”. Con questa dichiarazione e il precedente rifiuto
all’intromissione di Roosevelt, il Primo Ministro inglese precisa la sua
linea di condotta, del tutto concentrata su prudenti interventi a Berlino
e a Roma per cercare di contenere le ambizioni italo-tedesche senza
irritare Mussolini e Hitler. Il dittatore sovietico non può fare altro che
prenderne atto e orientare la sua politica estera in modo diverso.
CHURCHILL, che a 64 anni è in disgrazia e non ha incarichi
governativi, si rode di non poter modificare la politica di Londra dove,
ad un Ministro degli Esteri come Eden, convinto antifascista, si
oppone la ben maggiore autorità di Chamberlain, che ha dalla sua
anche i Capi di Stato Maggiore, sempre più inclini a valutare la
situazione militare con nero pessimismo. Infatti ritengono la potenza
bellica dell’URSS, dopo la grande epurazione di ufficiali superiori
avvenuta nel 1937, assolutamente inferiore a quella di ognuno dei tre
Paesi (Italia, Germania e Giappone) strettamente collegati e sempre in
grado di attaccare simultaneamente, mentre l’Inghilterra non ha, per
ora, alcuna possibilità d’inviare in Europa un esercito grande ed
efficiente, e la Francia si macera continuamente in una timorosa
incertezza.
108
Quando il 15 febbraio 1938 giunge a Londra la notizia che
l’Austria ha dovuto cedere all’imposizione germanica di inserire come
Ministro degli Interni un agente nazista, scoppia fra Chamberlain ed
Eden un ulteriore dissidio, che si acuisce durante l’incontro (18
febbraio) con l’ambasciatore italiano Dino Grandi. Infatti, mentre il
Primo Ministro inglese sembra sopportare le prepotenze dell’Asse
senza corpose reazioni, Eden è sconvolto dall’arroganza del
diplomatico italiano, che si rifiuta di esaminare la posizione del suo
Paese nei confronti dell’Austria e la possibilità di richiamare in patria i
cosiddetti volontari italiani che combattono in Spagna. Si limita, con
molta degnazione, ad invitare gli inglesi a Roma per conferire con
Mussolini. Chamberlain aderisce con entusiasmo, al contrario di Eden
che si dimette, subito sostituito da Lord Halifax.
Churchill evita di fare commenti pubblici per non danneggiare
il Governo in un momento tanto delicato, ma la notte del 20 febbraio è
preda, e non gli è mai accaduto prima, dell’insonnia e annota: “Mi
sembrava di vedere una figura giovane e forte (Eden) ergersi contro
le pesanti correnti dell’abbandono e della resa, contro le valutazioni
false e le deboli reazioni. Io forse mi sarei comportato in modo
diverso dal suo, ma in quell’ora mi pareva di vedere incarnata in lui
ogni speranza della nazione britannica, dell’antica e grande razza
britannica che tanto ha fatto per l’umanità e tanto può ancora fare.
Ora egli era scomparso. Guardai la luce del giorno penetrare lenta
dalle finestre e con gli occhi dello spirito mi vidi sorgere dinanzi
l’ombra della morte”.
Il giorno dopo, durante il dibattito relativo alle sue dimissioni,
Eden dice: “Permettere che all’estero si crei sempre più la
convinzione che noi pieghiamo alle costanti pressioni non mi sembra
il mezzo più adatto a raggiungere la pacificazione in Europa. Sono
convinto che il progresso dipende soprattutto dal carattere del Paese
e che il carattere deve trovare la sua espressione nella fermezza dello
109
spirito. Confido che questa fermezza esista. Non darle modo di farsi
udire mi sembra ingiusto nei confronti della nazione e del mondo”.
Mentre in Italia le dimissioni di Eden vengono festeggiate come
un’ulteriore grande vittoria del Duce e tutti gli italiani sparsi per il
mondo sono più che convinti di un’Italia dominatrice in Europa ed
oltre, Churchill dice alla Camera: “La scorsa settimana è stata per i
dittatori una delle più propizie che essi abbiano avuto. Il dittatore
tedesco ha steso la pesante mano su di un Paese piccolo ma ricco di
tradizioni storiche, e il dittatore italiano ha visto giungere a una
vittoriosa conclusione la sua vendetta contro Eden (che aveva fatto
applicare le sanzioni durante la conquista dell’Etiopia). Tra essi il
conflitto è stato lungo, ma senza dubbio il signor Mussolini ha vinto.
Tutta la maestà, la potenza, il prestigio della Gran Bretagna non sono
bastate ad assicurare il successo di quelle cause che la volontà del
Paese e del parlamento avevano affidato al dimissionario Ministro
degli Esteri. Così dunque ha fine questa parte della storia, così si
verifica il distacco dal Governo dell’inglese cui la nazione e il
parlamento avevano affidato una carica, e il trionfo assoluto del
dittatore italiano proprio quando questo trionfo gli era maggiormente
necessario per ragioni di politica interna; (...) Il primo Ministro e i
suoi colleghi hanno intrapreso una nuova e diversa politica. La
vecchia linea di condotta si basava su uno sforzo per stabilire il
dominio della legge in Europa e per opporre, mercé l’appoggio della
Lega delle Nazioni, una minaccia effettiva all’aggressore. La nuova
politica intende forse venire a patti con le Potenze totalitarie, nella
speranza che grandi gesti di acquiescenza, non soltanto nel campo
dell’orgoglio e del sentimento, ma anche nel campo delle concessioni
materiali possano assicurare la pace? (...) Ora sappiamo che in
Renania un fermo atteggiamento della Francia e dell’Inghilterra,
sostenute dalla Lega, avrebbe avuto come immediata conseguenza il
ritiro delle truppe tedesche senza che si spargesse una goccia di
sangue”.
110
Quando nel mese di marzo 1938 Vienna viene occupata dalle
truppe tedesche, Churchill, sempre più inquieto e sempre più
impotente a modificare la condotta del governo inglese, dà al
parlamento una lezione di geografia politica, di comunicazioni e di
rapporti di forze che dovrebbe far comprendere a quel consesso, che
sembra inerte, la lucidità e la lungimiranza della politica hitleriana:
“Non si esagererà mai nel valutare la gravità dei fatti del 12 marzo.
L’Europa si trova davanti a un programma di aggressioni, ben
calcolato e predisposto, che si svolge di grado in grado. L’unica
possibilità di scelta esiste ancora, non soltanto per noi ma anche per
gli altri Stati: sottometterci come l’Austria, oppure prendere
provvedimenti efficaci mentre abbiamo ancora il tempo necessario
per eliminare il pericolo o, quantomeno, prepararci per affrontarlo
(...) Se continuiamo ad aspettare gli eventi, quante delle risorse su cui
ora possiamo fare affidamento per la nostra sicurezza e per
mantenere la pace andranno perdute? Quanti amici saranno straniati,
quanti eventuali alleati precipiteranno a uno a uno nell’abisso? E
quante volte ancora la forza millantata raggiungerà il successo,
prima che la forza reale si sia veramente costituita? A che punto ci
troveremo tra due anni, quando l’esercito tedesco sarà certamente più
forte dell’esercito francese, e quando tutte le nazioni minori avranno
abbandonato Ginevra per rendere omaggio al potere accentratore del
regime nazista e per ottenere da esso le migliori condizioni possibili?
(...) Vienna è al centro delle linee di comunicazione di tutti i Paesi che
costituivano l’antico impero austro-ungarico e di tutte le nazioni
poste a sud-est dell’Europa. Gran parte del Danubio si trova in potere
dei tedeschi, e i nazisti, essendosi impadroniti di Vienna, possiedono il
controllo economico di tutte le comunicazioni dell’Europa sudorientale,
strade, ferrovie e traffici fluviali. Qual è l’effetto di questa
situazione sulla struttura politica europea, sull’equilibrio dei poteri,
su quella che viene chiamata Piccola Intesa? A proposito dei tre
Paesi che compongono la Piccola Intesa, desidero dire qualcosa.
111
Presi ad uno ad uno, essi possono venire definiti potenze di
second’ordine, ma dato il loro vigore e la loro forza, nel complesso
formano una Grande Potenza. Sino ad ora sono stati e sono uniti dal
più stretto accordo militare, ottenendo così un insieme bellico pari a
quello di una grande nazione. La Romania possiede il petrolio, la
Iugoslavia possiede minerali e materie prime; ambedue hanno grandi
eserciti e ricevono abbondanti rifornimenti di munizioni dalla
Cecoslovacchia. Il nome Cecoslovacchia suona barbaro alle orecchie
britanniche. Senza dubbio si tratta di un piccolo stato democratico,
che ha un esercito soltanto due o tre volte superiore al nostro e
dispone di munizioni soltanto tre volte superiori a quelle dell’Italia;
ma è un popolo virile, ha i propri diritti e i diritti stabiliti dai trattati,
ha una linea di fortificazioni ed è animato dall’energica volontà di
vivere. Di vivere libero. In questo momento la Cecoslovacchia è
confinata in un isolamento economico e militare. In virtù dei trattati
di pace, il suo traffico commerciale ha come sbocco Amburgo, e può
venire troncato da un’ora all’altra. Uguale pericolo corrono le vie
fluviali di comunicazione con il sud e con il sud-est d’Europa, mentre
il suo commercio può venire sottoposto a gravami economici tali da
soffocarlo. Questo Paese, che una volta formava la zona più
industriale del vecchio impero austro-ungarico, è isolato dal mondo o
può divenirlo improvvisamente, qualora dalle discussioni cui si deve
procedere non abbiano origine accordi capaci di proteggere le vie di
comunicazione. La Cecoslovacchia potrebbe trovarsi tagliata fuori
dalle forniture di materie prime provenienti dalla Iugoslavia e dai
mercati che assorbono i suoi prodotti. In conseguenza della
sopraffazione perpetrata nella notte dello scorso venerdì ai danni
dell’Austria, può accadere che venga uccisa la vita economica di
questo piccolo stato. Si è piantato un cuneo entro il cuore della
Piccola Intesa, di questo gruppo di nazioni che ha diritto di vivere
senza molestie in Europa, come tutti noi abbiamo il diritto di vivere
senza molestie nel nostro paese natale”.
112
Coerentemente, nonostante la innata repulsione per il
comunismo, Churchill appoggia la richiesta staliniana di una
conferenza per fermare i nazisti, anzi caldeggia apertamente
un’alleanza anglo-franco-sovietica, ma Chamberlain dichiara: “Avevo
pensato a un piano di Grande Alleanza, come lo chiama Churchill,
già molto tempo prima che egli ne facesse cenno (...) Ne parlai con
Halifax, sottomettendo poi il progetto al giudizio del Capo di Stato
Maggiore. La cosa è teoricamente bella e, sin quando non si esamini
la possibilità di attuarla, non perde nulla del suo valore. Ma all’atto
pratico i vantaggi sfumano. Basta guardare la carta d’Europa per
rendersi conto che Francia e Gran Bretagna non potrebbero far nulla
per aiutare la Cecoslovacchia qualora i tedeschi decidessero di
conquistarla. Ho dovuto quindi abbandonare l’idea di dare garanzie
alla Cecoslovacchia o alla Francia nei confronti dei suoi obblighi
verso questo Paese”. E Churchill risponde che la concezione
moderna della guerra non comporta di dover intervenire in diretto
soccorso sul suolo dell’alleato, ma di minacciarne l’avversario di
invadere il suo territorio da altre parti e di stroncare il suo commercio.
Chamberlain e il suo governo non gli danno alcun ascolto. Invece
cercano di quietare quantomeno uno dei due dittatori, offrendo un
favorevole accordo all’Italia che Mussolini, soddisfatto di aver
determinato la caduta in disgrazia di Eden, accetta benevolmente. Il 16
aprile 1938 viene quindi firmato il trattato italo-inglese. In esso la
Gran Bretagna concede all’Italia una grande libertà di azione in
Etiopia e in Spagna, in compenso della “buona disposizione” italiana
nelle questioni dell’Europa centrale. Churchill chiama il trattato “il
pentimento inglese”, e, non potendo far altro, si sfoga con Eden
inviandogli, il 18 giugno, questa amara lettera: “Naturalmente il patto
italiano costituisce un assoluto trionfo per Mussolini che ha ottenuto
la nostra cordiale acquiescenza alla conquista dell’Abissinia, alle
fortificazioni erette in Mediterraneo contro di noi, alle violenze in
Spagna. Sento nondimeno che è necessario usare grande cautela
113
prima di opporsi con energia all’accordo. Ormai è concluso e viene
definito un passo verso la pace. Senza dubbio esso diminuisce la
possibilità che le scintille sprigionate nel Mediterraneo accendano
una conflagrazione europea. La Francia dovrà assecondare questa
iniziativa, per sicurezza personale, al fine di non vedersi divisa dalla
Gran Bretagna. E, alla fine, esiste anche la possibilità che Mussolini,
per proprio interesse, si vegga invogliato a combattere l’invadenza
della Germania nel bacino danubiano...”.
Intanto la minaccia di Hitler sulla Cecoslovacchia diviene
sempre più consistente. Il dittatore tedesco usa come pretesto
l’esistenza di una nutrita minoranza tedesca nella zona dei Sudeti. E’
convinto, confortato dall’acquiescenza mostrata alle azioni di
Mussolini e sue da Francia ed Inghilterra, che gli Alleati non faranno
mai la guerra per la Cecoslovacchia. Però, ad ogni occasione buona, i
suoi generali si precipitano a fargli sapere che per aggirare le fortezze
boeme sono necessarie ben 35 divisioni, che l’esercito cecoslovacco è
fornito di ottime armi moderne e che, a difesa della frontiera
occidentale, sarebbero rimaste soltanto 13 divisioni tedesche, contro le
cento che la Francia avrebbe potuto mobilitare in breve tempo. Come
se non bastasse i generali fanno presente al Führer la pesante incognita
di un possibile intervento dell’URSS. Meglio sarebbe, concludono,
attendere qualche anno: allora sì che l’armata tedesca sarebbe
invincibile!
Ciò nonostante Hitler è sicuro di poter, con un abile bluff, riuscire
subito nel suo intento, che non è certamente limitato all’ottenimento di
uno statuto a favore delle minoranze etniche, come quello che il
governo cecoslovacco si precipita ad approntare per cercare di
fermarlo. Il dittatore tedesco vuole entrare subito in azione e
sbandiera, in ogni modo, la sua alleanza con Mussolini. Fa diffondere
dal Ministro degli Esteri Ribbentrop la notizia che il 27 agosto
l’ambasciatore italiano gli avrebbe comunicato, che il Duce chiede
alla Germania di fargli sapere la probabile data d’inizio dell’azione
114
contro la Cecoslovacchia per “poter prendere a tempo debito le
necessarie misure alla frontiera francese”.
A sua volta Churchill, pur non avendo incarichi governativi,
continua ad essere molto ricercato dai diplomatici stranieri che, a
volte, vanno da lui e non dai ministri di Chamberlain. Così, i primi di
settembre, egli riceve l’ambasciatore sovietico e subito dopo si
precipita a comunicare a lord Halifax quanto ha appreso: “Ieri 2
settembre l’incaricato d’affari francese a Mosca ha chiesto quali aiuti
la Russia darebbe alla Cecoslovacchia in caso di attacco tedesco. In
risposta il ministro sovietico chiese che cosa avrebbe fatto la Francia,
dato che aveva un impegno diretto mentre gli obblighi della Russia
erano solo in funzione della condotta del governo francese.
L’incaricato d’affari non rispose alla domanda. Nondimeno il
ministro affermò che l’URSS era decisa a mantenere i suoi impegni e
suggeriva che il consiglio della Lega delle Nazioni venisse convocato
in virtù dell’articolo 11 (consistente pericolo di guerra). Egli pensava
sarebbe stato bene agire al più presto e che si dovessero svolgere
subito consultazioni tra gli Stati Maggiori della Russia, della Francia
e della Cecoslovacchia...”
Per tutta risposta Halifax, in pieno accordo con Chamberlain, getta
acqua sul fuoco ed ispira l’autorevole quotidiano “Times” che scrive:
“Se i Sudeti richiederanno ora più di quanto il governo cecoslovacco
si è dimostrato pronto a dare, bisognerà dedurne che i tedeschi non
intendono accontentarsi soltanto di eliminare l’inferiorità di cui
risente quella parte di popolazione che non si trova a suo agio in
Cecoslovacchia. In tal caso sarebbe forse meglio che il governo
cecoslovacco riflettesse se convenga escludere risolutamente il
progetto di consolidare l’omogeneità dello Stato, rinunciando a quel
contingente di popolazione straniera che risiede in zone contigue alla
nazione a cui appartiene per razza”. In pratica è un chiaro invito alla
nazione Ceca di cedere tutta la regione dei Sudeti, con annesse
fortificazioni, alla Germania. Ed è proprio su questa linea di richiesta
115
che le trattative vanno avanti, con viaggi di Chamberlain in Germania
e dei francesi Blum e Deladier a Londra. Come al solito Churchill non
riesce ad astenersi dall’intervenire e, il 21 settembre, scrive: “La
spartizione della Cecoslovacchia, effettuata sotto il peso
dell’influenza inglese e francese, costituisce una resa completa delle
democrazie occidentali alla minaccia nazista. Un crollo simile non
assicurerà la pace, né all’Inghilterra né alla Francia, ma porrà al
contrario ambedue queste nazioni in una posizione di pericolo ancor
maggiore. Il semplice fatto di aver reso neutrale la Cecoslovacchia
permette alla Germania di liberare 25 divisioni che minacceranno il
fronte ovest e apre ai nazisti trionfanti la strada verso il Mar Nero.
Non soltanto la Cecoslovacchia si trova in pericolo, ma la libertà e la
democrazia di tutti i Paesi. Ritenere che si possa raggiungere la
sicurezza gettando un piccolo Stato nelle fauci dei lupi è un’illusione
fatale. Entro breve tempo il potenziale bellico della Germania verrà
accresciuto con rapidità superiore a quello che la Francia e la Gran
Bretagna potranno raggiungere nel completare i loro mezzi di
difesa”.
Proprio lo stesso giorno il ministro sovietico dice all’Assemblea
della Società delle Nazioni: “...Al momento attuale la Cecoslovacchia
subisce un’interferenza nei suoi affari interni da parte di uno Stato
vicino e viene pubblicamente minacciata (...) La sparizione
dell’Austria è trascorsa inosservata dalla Lega. Comprendendo quale
significato avesse un evento simile per il fato dell’Europa, il governo
sovietico, subito dopo l’Anschluss, ha proposto alle altre Grandi
Potenze europee di prendere provvedimenti immediati e concordi per
prevenire ulteriori pericoli. Con nostro grande rammarico, questo
progetto, che avrebbe forse potuto salvare il mondo dall’apprensione
con cui esso ora considera il destino della Cecoslovacchia, non è
stato apprezzato nel suo giusto valore (...) Quando il governo francese
domandò quale sarebbe stato il nostro atteggiamento in caso di un
attacco contro la Cecoslovacchia, io diedi la seguente risposta chiara
116
e precisa: ’Noi intendiamo soddisfare agli obblighi che il Patto
c’impone, dando alla Cecoslovacchia, in accordo e in collaborazione
con la Francia, tutto l’aiuto che ci sarà possibile’. (...) Soltanto due
giorni fa, il governo cecoslovacco rivolse al mio governo la formale
domanda se, qualora la Francia si fosse mantenuta fedele ai suoi
impegni, anche l’URSS sarebbe stata pronta a dare, secondo gli
accordi del Patto ceco-sovietico, un aiuto effettivo e immediato. La
risposta fu chiaramente affermativa”.
Tuttavia per i franco-inglesi è come se il ministro russo non
avesse nemmeno parlato. E’, invece per loro, meritevole della
massima attenzione la dichiarazione che Mussolini fa a Treviso nello
stesso giorno: “Se oggi la Cecoslovacchia si trova in quella che può
venir definita una posizione delicata, ciò si deve al fatto che essa era -
si può già dire era, e ve ne spiegherò la ragione tra poco- non la
Cecoslovacchia, ma uno Stato ceco-germano-polacco-magiaroruteno-
romeno-slovacco, e io vorrei asserire che, avendo affrontato
questo problema, è necessario risolverlo in modo totale”.
Seguono nuove trattative, ma Hitler è sempre più inflessibile e
pretende sempre dell’altro, tanto che il 23 settembre la Cecoslovacchia
mobilita l’esercito seguita, molto parzialmente, dalla Francia il giorno
dopo. Il 26 settembre Churchill riesce a farsi ricevere da Chamberlain
e da Halifax e li incita, con tutto il suo ardore, a dimostrare unità
d’intenti e di sentimenti con la Francia e la Russia. Ne deriva un
comunicato governativo che dice: “Se, nonostante gli sforzi compiuti
dal Primo Ministro, la Germania attaccasse la Cecoslovacchia, come
immediata conseguenza si avrà che la Francia sarà tenuta ad
intervenire, e che la Gran Bretagna e la Russia si schiereranno certo
al lato della Francia”.
Tutto fa pensare che si sia giunti al confronto armato e le cifre
non sono certo a favore della Germania. Infatti solo la Cecoslovacchia
dispone di ben un milione e mezzo di soldati, protetti dalla più robusta
linea fortificata d’Europa, ben equipaggiati da un industria nazionale
117
potente; inoltre l’esercito francese è già parzialmente mobilitato e la
flotta inglese è pronta, aerei russi possono essere subito trasportati in
Cecoslovacchia e l’esercito non impiegherebbe molto tempo a
raggiungerli. Di contro la tanto sbandierata armata tedesca non si è
mostrata particolarmente efficiente a Vienna (ma pochi se ne sono
accorti) e deve suddividersi fra troppi impegni ad est ed a ovest,
inoltre 250mila soldati debbono rimanere in Austria per prevenire un
eventuale rivolta o un’invasione cecoslovacca. Eppure, in questa
situazione favorevole, Chamberlain offre ancora un segno di pacedebolezza-
umanità e, la sera del 27 settembre, dice alla radio:
“Quanto è orrendo, assurdo, incredibile, il pensiero che noi dovremo
scavare trincee e indossare maschere antigas a causa di una
discordia nata in terra lontana, tra individui a noi completamente
sconosciuti! Non esiterei a recarmi una terza volta in Germania, se
ritenessi utile un passo simile (...) Sono un uomo di pace, i conflitti
armati fra le nazioni mi sembrano un incubo, eppure nutro la
convinzione che se uno Stato dovesse mostrarsi deciso a dominare il
mondo con la paura, bisognerebbe opporsi alla sua forza. Sotto un
simile dominio, la vita, per coloro che credono nella libertà, non
meriterebbe più di essere vissuta. Ma la guerra è una cosa terribile e
prima di affrontarla dobbiamo accertarci che veramente siano in
palio problemi di estrema gravità”.
Hitler dà appena un lieve cenno epistolare di buona volontà e
Chamberlain si precipita, il 28 settembre, a scrivergli: “Dopo aver
letto la vostra lettera sono certo che potrete ottenere i vostri fini
essenziali senza guerre e senza indugi. Sono pronto a recarmi a
Berlino subito, per discutere il trasferimento con voi e i
rappresentanti del governo ceco, alla presenza, se lo ritenete
opportuno, di inviati francesi e italiani. Sono convinto che in una
settimana si potrebbe giungere a un accordo”. Contemporaneamente
il Primo Ministro inglese telegrafa a Mussolini: “Confido che la
Vostra Eccellenza farà noto al Cancelliere germanico il proprio
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MessaggioTitolo: Re: I CINQUE DUCI A CONFRONTO saggio di storia comparata   Lun Ott 20, 2014 7:05 pm

desiderio di inviare un rappresentante e lo inciterà a accettare la mia
proposta, in modo da evitare una guerra ai nostri popoli”.
Ormai è più che chiaro che Londra e Parigi non vogliono
battersi e le loro iniziative, del tutto prive di una reciproca
consultazione, si moltiplicano. Addirittura i francesi la notte del 27
settembre (precedendo la lettera e il telegramma di Chamberlain)
propongono a Hitler di estendere ancora di più il territorio sudeto da
consegnarsi immediatamente ai tedeschi, ma, prima che Hitler
risponda, esattamente alle 3 del pomeriggio, giunge in Germania un
messaggio di Mussolini che appoggia la conferenza chiesta da
Chamberlain, e il Führer immediatamente aderisce, indicendo per
l’indomani (29 settembre) l’incontro a Monaco con italiani, francesi e
inglesi.
Puntuale la conferenza ha inizio, con l’esclusione dell’URSS (di
cui nemmeno la Francia ha chiesto la presenza) e della
Cecoslovacchia, e segna il trionfo formale di Mussolini ed effettivo di
Hitler e della pace. Ma questa è stata strappata solo a prezzo di dure e
penose cessioni che Churchill fustiga in successivi dibattiti
parlamentari dove, quantomeno, ottiene che venga accelerato il riarmo
inglese.
Eppure Hitler, per tutta risposta (gelida ma non priva di qualche
lucida verità) alla dichiarazione di spontanea amicizia presentatagli da
Chamberlain, il 9 ottobre 1938 dichiara a Salisburgo: “Gli uomini di
Stato che ci stanno di fronte desiderano la pace...Ma noi sappiamo
bene come essi governino Paesi la cui organizzazione interna può da
un momento all’altro deporli per far posto a altri che vogliono la
guerra. Basterebbe che in Inghilterra, invece di Chamberlain,
salissero al potere Duff Cooper, Eden o Churchill e noi sapremmo
d’aver davanti uomini il cui scopo immediato sarebbe una nuova
guerra mondiale...”.
HITLER , da quando ha attirato Mussolini nel nascente Asse
Roma-Berlino e dopo il forte discorso che il Duce ha tenuto nel
119
settembre del 1937 in Germania, procede a tutto vapore nella
realizzazione dei suoi ambiziosi progetti di espansione territoriale ai
quali però sembrano opporsi, più delle Potenze straniere, i suoi
generali che spesso lo disapprovano. Nel febbraio 1938 convoca il
Ministro degli Esteri, quello della Guerra e i comandanti in capo
dell’Esercito, della Marina e dell’Aviazione e comunica a tutti loro,
con tono che non ammette repliche, che i problemi della Germania
possono essere risolti solo con la forza il che, ovviamente, comporta
dei rischi dei quali è ben conscio. Traccia quindi i suoi piani che
prevedono il raggiungimento delle massime mete fra il 1943 e il 1945,
o prima, se le circostanze lo permetteranno. Ma gli obiettivi più
immediati, come Austria e Cecoslovacchia, saranno realizzati molto
presto. Aggiunge che in Spagna non desidera, per ora, una vittoria
totale di Franco, ma una persistente tensione nel Mediterraneo ed,
eventualmente, una guerra dell’Italia contro Francia e Gran Bretagna
che lascerebbe alla Germania mano libera nell’Europa orientale. Poi il
dittatore sostituisce il Ministro degli Esteri con il fedelissimo von
Ribbentrop e il Ministro della Guerra e il Comandante in Capo
dell’Esercito praticamente con se stesso. Ora davvero si sente pronto e
anche i tempi gli sembrano maturi per realizzare il suo vecchio sogno:
annettere l’Austria alla Germania.
Il 12 febbraio convoca il Cancelliere austriaco Schuschnigg e gli
dice: “Mi basta dare un ordine e in una notte sola dileguerà tutto il
ridicolo spauracchio al confine. Lei non creda di potermi trattenere
nemmeno per mezz’ora. Chissà? Forse da un momento all’altro
piomberò su Vienna come un temporale di primavera. Allora capirà
quello che significa! Vorrei davvero risparmiare agli austriaci una
simile esperienza: costerà molte vittime; dopo le truppe verranno le
SA e la Legione; e nessuno, io neppure, potrà evitare la vendetta.
Vuol fare dell’Austria una seconda Spagna? Tutto ciò, se possibile,
vorrei evitarlo”.
120
Il povero Cancelliere austriaco, anche se fortemente impressionato,
risponde non senza dignità: “Mi farò un dovere d’informarmi e far
sospendere tutti gli eventuali lavori al confine tedesco. So
naturalmente che lei può marciare sull’Austria; ma, sia pure contro
voglia ne risulterebbe uno spargimento di sangue: noi non siamo soli
sulla terra. E significherebbe probabilmente la guerra”.
Hitler sorride ironicamente e conclude con estrema sicurezza: “E’
assai facile dirlo ora che noi due ce ne stiamo comodamente in
poltrona. Ma bisogna rendersi conto dell’immane complesso di dolore
e di sangue che ne sarebbe il prezzo. Non s’illuda a ogni modo che
qualcuno al mondo possa ostacolare le mie decisioni. L’Italia? Con
Mussolini sono a posto: con l’Italia sono in strettissima amicizia.
L’Inghilterra? L’Inghilterra non muoverà un dito per l’Austria...E la
Francia? Già, quando due anni fa noi marciammo con un pugno di
battaglioni sulla Renania...se la Francia allora si fosse mossa,
saremmo stati costretti a ritirarci...Ora è troppo tardi per la
Francia!”.
Di conseguenza il Cancelliere è costretto a permettere la
legalizzazione in Austria del partito nazista, ma non si rassegna e
cerca in qualche modo di reagire, rivolgendosi più volte al Governo
italiano che dichiara, in un telegramma cifrato, di non poter offrire
nessun consiglio. Allora Hitler vuole inviare un durissimo ultimatum
al Gabinetto austriaco, mentre provvede a spedire a Mussolini una
lettera personale nella quale espone i motivi che lo inducono ad agire
contro l’Austria. L’11 marzo il dittatore tedesco rompe gli indugi e dà
ordine di occupare militarmente l’Austria, parallelamente si mette in
contatto con Filippo d’Assia, suo inviato speciale presso Mussolini,
che gli riferisce: Torno ora da Palazzo Venezia. Il Duce ha accolto
l’evento in modo molto amichevole. Vi fa salutare cordialmente. Alle
tante insistenze di Schuschnigg, Mussolini ha detto che l’Austria per
lui era una questione risolta”. E Hitler, raggiante e commosso,
prorompe: “La prego di dire a Mussolini che non lo dimenticherò
121
mai. Mai e poi mai. Succeda quel che vuole succedere. Ora sono
anche disposto a concludere con lui un accordo di diversa natura”. E
d’Assia: “Sì, gliel’ho già detto”. E Hitler: “Dal momento che la
questione austriaca è tolta di mezzo sono disposto a fare qualsiasi
cosa per lui, qualunque essa sia. Mi ascolti bene. Posso fare ora
quell’accordo. Non mi sento più nella terribile situazione in cui ci
potevamo trovare in caso di conflitto. Può dirglielo ancora una volta:
intendo ringraziarlo di tutto cuore. Quanto ha fatto non lo
dimenticherò mai!”. E d’Assia: “Sì, mio Führer”. E Hitler:, sempre
più commosso: “Non lo dimenticherò mai, qualunque cosa accada. Se
mai dovesse trovarsi in difficoltà o in pericolo, può essere sicuro che
a qualsiasi costo e con ogni mezzo, anche se il mondo intero dovesse
sollevarsi contro di lui, sarò al suo fianco!”.
Quando, di lì a pochi giorni Hitler -ex aspirante pittore frustrato
nelle sue speranze di poter frequentare l’Accademia di Belle Artitorna
a Linz da padrone assoluto, prova un senso di vertiginoso
appagamento e di suprema potenza. Però la maggior parte dei carri
armati e dell’artiglieria pesante motorizzata si inceppa sulla strada
Linz-Vienna, facendolo diventare furioso e consapevole di quanto sia
ancora imperfetto l’esercito germanico che, invece, viene da tutti
considerato di gran lunga il migliore.
Finalmente il 10 maggio 1938, a coronamento di un altro vecchio
sogno, Hitler è in visita ufficiale in Italia. Una piazza viene intitolata a
suo nome e tutto è infinitamente bello tranne la presenza del re che
ruba, per motivi protocollari, il primo posto a Mussolini. Il Führer non
riesce a capire perché il Duce continui a mantenere in carica quel
grifagno vecchietto e ne è turbato fin quando, a Napoli, assiste alle
evoluzioni della grande Flotta da Guerra italiana e all’emersione, in
appena due minuti, di ben 90 sommergibili. Immediatamente ogni
sensazione negativa scompare e il dittatore tedesco è ammirato e
contento, ricavandone un’impressione di potenza e di efficienza. Ma i
122
suoi generali, sia pure timidamente, non sono del tutto d’accordo con
lui.
Nell’ottobre anche la questione cecoslovacca è risolta con
successo, nonostante i tanti pericoli corsi, e, per il Führer, il merito è
da attribuire, in parti uguali, alla sua abilità, al suo coraggio e
all’appoggio del Duce.
MUSSOLINI nel 1938, a 55 anni, è ricco di successi. Non solo ha
conquistato un impero, ha piegato la Società delle Nazioni e la grande
Inghilterra che ha sempre fatto tremare il mondo, ora in Spagna sta
sconfiggendo il bolscevismo e la Russia, e viene continuamente
corteggiato da tutti i capi di Stato e dalla Chiesa Cattolica che, per
bocca del cardinale di Milano Schuster, dice: “Ma come la Divina
mens inviò Ottaviano, così anche in Italia sorse l’uomo
provvidenziale, l’uomo di genio il quale salvò lo Stato e fondò
l’Impero (...) Dio ha voluto dare al Duce un premio che ravvicina la
sua figura storica agli spiriti magni di Costantino e di Augusto”.
E’ vero che le imprese di Etiopia e Spagna sono costate e costano
molti quattrini hanno però sviluppato un’autarchia, tutto sommato,
utile con prodotti come: la gomma sintetica, l’alcool carburante (in
luogo della benzina), il cotone nazionale, e così via. Ma, come fatto
fondamentale, s’è sviluppata l’industria, che conta nel 1937 518.000
addetti, con il formidabile incremento del 71% in una quindicina
d’anni. Eppure il Duce non ha alle sue spalle un Paese ricco come la
Francia, la Gran Bretagna o, addirittura, gli Stati Uniti che possono,
fra l’altro, permettersi di consumare 45 chili di carne pro capite
all’anno e 95 litri di latte contro, rispettivamente, i 16 chili e i 35 litri
degli Italiani.
Ma, ad offuscare i successi e le sicurezze mussoliniane, c’è
l’ascesa di Hitler, un allievo che può rapidamente superare il maestro.
Il Duce ne è cosciente, però si consola perchè, per ora, il tedesco non
ha successi militari da sbandierare, a parte la militarizzazione della
123
Renania alla quale vuole, nel 1938, aggiungere l’Anschluss,
annessione che il Duce aveva sventato energicamente nel 1934.
Questa volta le condizioni politiche e militari sono ben diverse: con
Hitler e la Germania c’è una strettissima intesa e qualche debito di
gratitudine. Di conseguenza, quando il Cancelliere austriaco corre a
Roma a chiedere protezione (come nel passato faceva Dollfuss),
Mussolini non gli fornisce alcuna garanzia, ma il consiglio di allineare
l’Austria alla politica dell’Asse Roma-Berlino. In fondo il Duce s’è
già rassegnato a cedere in Austria, non solo per opportunismo, ma
anche per la continua deferenza che Hitler continua a manifestargli in
tutti i modi, anche alquanto minacciosi, come nella lettera inviatagli
nel marzo 1938 che dice: “...E’ la mia terra natale ed è una decisione
che appare necessaria in queste circostanze ed è già diventata
irrevocabile. Ora io desidero solennemente dare a Vostra Eccellenza,
Duce dell’Italia fascista, queste assicurazioni:1) il mio passo ha
carattere di autodifesa, e ogni uomo degno di questo nome al mio
posto agirebbe nello stesso modo. Voi stesso, Duce, non agireste
diversamente se il destino degli italiani fosse in gioco, ed io come
Führer del nazionalsocialismo non posso comportarmi in altro modo;
2) in un’ora critica dell’Italia io vi ho provato la solidità della mia
simpatia. Abbiate la certezza che anche in futuro non vi saranno
cambiamenti a questo riguardo; 3) quali che siano le conseguenze
degli imminenti avvenimenti, io ho stabilito un confine definitivo tra la
Francia e la Germania, e ora ne stabilisco uno altrettanto definitivo
tra l’Italia e noi. Il Brennero. Questa decisione non sarà mai posta in
discussione, o mutata. Non ho preso questa decisione nel 1938, ma
immediatamente dopo la fine della Guerra Mondiale, e non ne ho
fatto segreto (...) Sono dolente di non potervi parlare di persona in
questa circostanza, per esprimervi i miei sentimenti”
Quasi come una compensazione per l’annessione dell’Austria e
della viva gratitudine che prova per lui, Hitler permette a Mussolini di
cogliere un grande successo durante la crisi cecoslovacca. Infatti,
124
quando Chamberlain prega vivamente il Duce di appoggiare la sua
richiesta di conferenza e Mussolini, il 28 settembre 1938, telefona
all’ambasciatore italiano a Berlino e gli ordina: “Andate subito dal
Führer e, premesso che in ogni evenienza sarò al suo fianco, ditegli
che lo consiglio di dilazionare di 24 ore l’inizio delle ostilità. Nel
frattempo mi riservo di studiare quanto potrà essere utile per
risolvere il problema”, immediatamente Hitler si dichiara d’accordo.
Non solo, ma chiede al Duce di scegliere, fra Francoforte e Monaco, la
sede della conferenza, tanto che Chamberlain dice in Parlamento:
“Qualunque sia l’opinione che voi onorevoli colleghi abbiate avuto in
passato di Mussolini, credo che ognuno di voi saluterà questo suo
gesto come un desiderio di contribuire con noi alla pace
dell’Europa”.
Nello stesso giorno il Duce è sul treno speciale che lo porta a
Monaco e dice a Ciano: “Sono moderatamente felice perché, sia pure
a caro prezzo, potevamo liquidare per sempre Francia e Gran
Bretagna”. La mattina dopo, (29 settembre), appena varcata la
frontiera, il treno di Hitler si affianca a quello di Mussolini che viene
calorosamente invitato ad accomodarsi nella carrozza del Führer dove
ascolta spiegazioni e richieste e osserva carte geografiche mentre
Hitler gli dice: “Sono lieto che noi due rivoluzionari stiamo
cambiando la faccia dell’Europa”.
Poco dopo mezzogiorno inizia la Conferenza. Hitler prende la
parola e lamenta le persecuzioni barbariche cui sono sottoposti i
tedeschi della regione ceca dei Sudeti, aggiungendo: “Ho pazientato
solo per le pressioni del mio amico Mussolini”. Il Primo Ministro
francese replica duramente, ma viene immediatamente interrotto da
Mussolini che, con tono autorevole, dice che quello scontro è frutto di
un malinteso e trae di tasca un foglietto dove sono fissati i punti
dell’accordo che lui propone. Le condizioni non si discostano di molto
dall’ultimatum tedesco, ma Chamberlain e Deladier accettano con
minuscole modifiche che irritano Hitler. Ancora una volta il Duce si
125
mostra abile e capace di utilizzare appieno il prestigio di cui
indiscutibilmente gode e, il 30 settembre, l’accordo viene raggiunto: la
Cecoslovacchia del 1918 ne risulta profondamente mutilata, ma non
può fare a meno di accettare.
Al suo ritorno in patria, il Ministro degli Esteri francese dichiara:
“Al fianco di Mussolini, Hitler lo guardava intensamente affascinato e
quasi ipnotizzato. Se il Duce rideva, anche il Führer rideva, se
Mussolini si aggrottava, anche il Führer si aggrottava”.
Tutto il mondo festeggia i 4 grandi come salvatori della pace, ma,
di gran lunga, la figura dominate è quella di Mussolini che raggiunge,
in questa occasione, il suo apogeo.
126

CAP. IX
LE INVASIONI DI HITLER IN CECOSLOVACCHIA E DI
MUSSOLINI IN ALBANIA AVVICINANO L’EUROPA ALLA
GUERRA, MA NON RISULTANO DECISIVE
HITLER, che con l’accordo di Monaco s’è aggiudicato la
regione cecoslovacca dei Sudeti, completa di tutte le poderose
installazioni militari, procede rapidamente alla divisione del bottino,
concedendo ai polacchi una piccola zona intorno a Cesky Tesin, agli
ungheresi una lunga fascia di terreno a spese della Slovacchia,
compensata a sua volta con la concessione di una specie di autonomia
politica.
Il dittatore tedesco è sempre più sicuro della sua forza e
dell’insipienza dei potenziali nemici al punto da non preoccuparsi
minimamente delle possibili reazioni dei franco-inglesi, e, per ora, non
sbaglia. Infatti Chamberlain, nel novembre 1938, dichiara: “Noi
assistiamo ora alla rettifica delle frontiere tracciate a Versailles. Non
so se coloro a cui toccò la responsabilità di segnarli ritenessero che
questi confini sarebbero rimasti immutati. Ne dubito molto.
Probabilmente previdero che ogni tanto si sarebbe provveduto a
nuove delimitazioni. E’ impossibile pensare che essi potessero agire
da superuomini, fissando frontiere giuste per l’eternità. La questione
quindi non è se tali confini debbano di quando in quando venire
rettificati, ma se tali rettifiche debbano attuarsi per mezzo di trattative
e discussioni, oppure per mezzo di guerre. Si sta procedendo a queste
nuove delimitazioni; nel caso della frontiera ungherese,
Cecoslovacchia e Ungheria hanno accettato la decisione della
Germania e dell’Italia circa la definitiva sistemazione del confine che
le divide. Credo di avere parlato abbastanza della Cecoslovacchia...”.
127
Intanto Hitler procede inesorabile nel suo programma di
espansione che prevede, durante il 1939, acquisizioni di territorio a
spese della Polonia e, negli anni successivi, i grandi spazi sognati:
Ucraina, Stati baltici e Russia bianca. Già il 18 gennaio 1939 il
Ministro degli Esteri tedesco viene inviato a Varsavia per porre, a
muso duro, richieste di cessioni che vengono decisamente respinte dai
polacchi. Allora Hitler fa incorporare alla Prussia orientale
l’importante porto di Memel e una larga fetta di territori circostanti
della Lituania e, con l’appoggio del ministro polacco Beck, cui non
par vero di poter dirottare l’interesse tedesco fuori della Polonia,
fomenta le istanze di separatismo slovacco. Infine, il 14 marzo, il
Führer, dopo un fulmineo ultimatum ai Cechi (ormai privi delle loro
fortificazioni), dà ordine di conquistare la Boemia e la Moravia, che
diventano un protettorato tedesco, mentre gli Slovacchi proclamano la
loro indipendenza.
Ora che Hitler s’è impadronito, per la prima volta, di un
territorio non abitato in prevalenza da individui di lingua tedesca, il
mondo si attende la guerra, ma la Francia tace e Chamberlain dichiara
in Parlamento (il 15 marzo): “L’occupazione della Boemia da parte di
truppe germaniche si è iniziata. Il governo ceco ha ordinato alle
popolazioni di non opporre resistenza! (...) Per quanto riguarda la
nostra garanzia, la situazione è mutata dall’anno scorso in quanto la
Dieta slovacca ha dichiarato l’indipendenza della Slovacchia. Questa
proclamazione ha come effetto la fine, per separazione interna, dello
Stato le cui frontiere noi avevamo promesso di garantire e, di
conseguenza, il Governo di Sua Maestà non può più considerarsi
vincolato a questi impegni (...) E’ naturale che io consideri con dolore
l’accaduto. Ma esso non deve indurci a deflettere dalla nostra linea di
condotta. Ricordiamo che la speranza di tutti i popoli del mondo è
fissa sempre ad un solo oggetto: la pace”.
Però, a soli due giorni di distanza, il Primo Ministro inglese fa
un’improvvisa inversione di rotta rimproverando decisamente Hitler
128
per tutte le bugie che ha più volte detto e concludendo le sue
impreviste nuove dichiarazioni con: “Sono persuaso che dopo
Monaco la grande maggioranza del popolo inglese condivise il mio
sincero desiderio di persistere in questa politica; ma oggi, io
condivido la sua delusione, la sua indignazione nel vedere pazzamente
distrutte le nostre speranze. Come conciliare gli eventi di questa
settimana con le assicurazioni che io vi ho riferite? Chi mai non potrà
provare simpatia per il popolo orgoglioso e valoroso che si è veduto
privare all’improvviso della libertà e dell’indipendenza nazionale?
Ora si dice che questa scissione di territorio è divenuta necessaria in
seguito dei torbidi che s’erano verificati in Cecoslovacchia (...) Ma se
davvero vi furono disordini, non ebbero un’origine esterna? E questo
l’ultimo attacco a un piccolo Stato o ne seguirà presto un altro? Si
tratta forse di un passo verso il tentativo di dominare il mondo con la
forza?”.
A sua volta Hitler è convinto che quello del politico inglese sia
solo uno sfogo senza pericolose conseguenze per lui. Invece, il 31
marzo, Chamberlain dice in Parlamento: “Devo informare la Camera
che, nel caso di una azione che minacciasse palesemente
l’indipendenza polacca e alla quale il Governo polacco reputasse
necessario resistere con le forze nazionali, il Governo di Sua Maestà
si sentirebbe tenuto a prestare subito alla Polonia tutta l’assistenza in
suo potere. Il Governo polacco ha ricevuto assicurazioni in merito.
Posso aggiungere che il Governo francese mi ha autorizzato a riferire
di voler adottare a questo riguardo il nostro medesimo atteggiamento.
I Domini sono perfettamente informati della situazione”.
Per la prima volta in quegli ultimi anni Hitler è perplesso:
qualcosa davvero deve essere cambiata in Chamberlain se finanche
Churchill, il duro, la Cassandra inglese, si limita a dire: “Con l’aiuto
di Dio , non possiamo fare altro”. Deve o no andare avanti nel piano
perfetto che ha, da tempo, ideato: Saar, Renania, Austria,
Cecoslovacchia, Polonia? Si dovrà davvero combattere contro gli
129
inglesi ora? Eppure questo strano popolo (e i suoi governanti) non è
sceso in guerra quando avrebbero potuto avere alleato il grosso
esercito cecoslovacco, attestato dietro le sue fortezze, quando i
francesi disponevano d’una forza armata molto maggiore di quella
tedesca, quando ancora non era terminata la linea fortificata Sigfrido
in Renania, e non ha, quando concorrevano tutte queste circostanze ad
esso positive, accettato l’interessamento di Roosevelt e gli aiuti offerti
da Stalin!
Il 21 marzo, ancora una volta, il Governo sovietico si fa vivo
proponendo una conferenza di 6 potenze, ma, con stupore, si viene a
sapere che non ha un’accoglienza positiva perché, in privato,
Chamberlain dice: “Debbo confessare la profondissima sfiducia che
nutro nei confronti della Russia. Non credo che essa sarebbe capace
di reggere ad un’effettiva offensiva, anche se ne avesse la volontà. E
diffido delle sue ragioni che non mi sembrano avere alcun rapporto
con le nostre idee di libertà, ma piuttosto essere intese a forzare la
condotta degli altri. Inoltre molti Stati minori, soprattutto Polonia,
Romania e Finlandia, nutrono per la Russia diffidenze e ostilità”.
Ciò nonostante il Primo Ministro inglese sembra davvero
procedere con decisione e, il 29 marzo, annuncia in Parlamento il
progetto di raddoppiare gli effettivi dell’esercito territoriale. Ma
Hitler, che pare aver superato le momentanee perplessità, dirama il 3
aprile 1939 le sue direttive segrete per le forze armate: “I preparativi
(per la Polonia) devono essere eseguiti in modo da permettere l’inizio
delle operazioni in qualsiasi momento a partire dal 1° settembre”.
Dal canto suo Mussolini, nonostante il nuovo atteggiamento
inglese, fa conquistare in pochi giorni l’intera Albania e rappresenta,
dalle frontiere di quel Paese, una seria minaccia per la Grecia.
Ovviamente Hitler ne gioisce, sia perché il suo alleato mostra
ancora una volta decisione e coraggio, sia perché l’attenzione anglofrancese
sulla Polonia viene in parte deviata. Rapido, dopo aver
proclamato ufficialmente il protettorato germanico su Boemia e
130
Moravia, invia Goring a Roma per riferire a Mussolini e Ciano i
grandi progressi compiuti dai tedeschi nella preparazione bellica e per
sottolineare l’importanza strategica delle regioni ceche occupate. Il 15
aprile il gerarca tedesco dice: “Il solido armamento della
Cecoslovacchia dimostra che anche dopo Monaco un serio conflitto
con questa nazione avrebbe presentato gravissimi pericoli. Il gesto
tedesco ha migliorato la situazione dei due Paesi dell’Asse, causa tra
l’altro dei vantaggi economici che la vasta capacità di produzione
della Cecoslovacchia (in particolare delle grandi officine meccaniche
Skoda) ha trasferito in campo germanico. Ciò contribuisce a
rafforzare notevolmente l’Asse nei confronti delle Potenze occidentali.
Inoltre la Germania non ha più bisogno di tenere pronta neppure una
divisione per fronteggiare la Cecoslovacchia in caso di una guerra di
maggiore importanza. E anche questo è un vantaggio di cui, in ultima
analisi, beneficeranno ambedue i Paesi dell’Asse. La Germania
potrebbe ora attaccare la Polonia da due lati e trovarsi a soli 25
minuti di volo dai nuovi centri industriali polacchi, che sono stati
trasferiti nel cuore del territorio in prossimità di altri distretti
industriali, poiché la posizione ove si trovavano prima era troppo
vicina al confine”.
MUSSOLINI fino a qualche mese dopo l’accordo di Monaco
di cui è (perlomeno in apparenza) l’assoluto protagonista, si sente più
che soddisfatto. Tutto sembra procedere bene per lui sia in patria, dove
non ha alcun avversario, sia all’estero dove ogni sua iniziativa, per
quanto azzardata, è coronata dal pieno successo pur non avendo alle
spalle una nazione particolarmente ricca o fortemente industrializzata.
Anche l’intervento italiano nella Guerra Civile spagnola sta
volgendo per il meglio. Dopo la battuta d’arresto nel marzo 1937 a
Guadalajara, il corpo di spedizione italiano (Ctv), appoggiato
efficientemente dalla sua aeronautica, ha agito nuovamente in massa a
Santander (agosto 1937) dove, insieme ai falangisti di Franco, ha vinto
e ha conquistato la città. Anche la Marina militare italiana ha svolto un
131
ruolo di grande importanza, non solo nel dominio assoluto navale dei
franchisti sugli avversari, ma anche nel tentare d’impedire i massicci
rifornimenti ai repubblicano-comunisti da parte dei russi che, in 4
mesi (febbraio/maggio 1937), attraverso i Dardanelli, hanno avviato
nel Mediterraneo navi dirette in Spagna cariche di 113 aerei, 430
cannoni e 375 carri armati. Si è però dovuto ricorrere ad un
escamotage perché, ovviamente, l’intervento diretto della flotta di
superficie italiana avrebbe suscitato un vespaio di critiche e di
pericolosi incidenti diplomatici. Mussolini ha quindi ordinato che i
cacciatorpediniere si limitassero a segnalare le navi russe a squadriglie
di sommergibili, privi di insegne, che provvedono ad affondarle.
Comunque ne è derivata una violenta reazione di Eden, che ha
promosso una conferenza che s’è risolta, tutto sommato, in un altro
successo italiano. Infatti le navi italiane da imputate affondatrici sono
state promosse al ruolo di poliziotti mediterranei, con la totale
esclusione dei russi.
Nel marzo 1938 c’è stato un ulteriore decisivo intervento del Ctv
nell’offensiva d’Aragona, durante la quale Mussolini ha ordinato agli
aerei italiani di bombardare Barcellona, con il risultato di causare
ingenti danni e migliaia di morti e di feriti. Ma Stalin non ha mollato
in questo sanguinoso e crudele conflitto che, pur essendo
ufficialmente una guerra civile spagnola, in pratica è divenuto un
lungo confronto italo-russo. Ha inviato nel luglio 1938, attraverso la
riaperta frontiera francese, 300 aerei e 25.000 tonnellate di
rifornimenti bellici, che hanno causato una brusca battuta d’arresto
nell’avanzata italo-falangista verso Valencia e suscitato le ire di
Mussolini a tal punto da fargli proporre a Franco l’invio, in appoggio
al Ctv, di alcune divisioni regolari dell’esercito italiano, onde ottenere
una vittoria definitiva e chiudere una guerra che durava ormai da più
di due anni. Ma Franco si è mostrato, ancora una volta, prudente e
furbo: vuole evitare incidenti internazionali e un peso italiano
completamente e troppo chiaramente determinante in Spagna. Ha
132
risposto, con cortesia e fermezza, che gli bastano altri 10mila legionari
italiani.
Finalmente, il 26 gennaio 1939, gli italiani impongono la loro
volontà al generalissimo spagnolo: costituiscono la punta di diamante
nell’attacco e nella conquista di Barcellona e vengono da lui
apertamente elogiati. Ma il dittatore spagnolo è un uomo di ferro ed è
fermamente geloso dell’indipendenza nazionale. Nonostante i
massicci aiuti chiesti ed accettati, non vuole dare al mondo
l’impressione di essere stato assorbito nella sfera d’influenza italiana.
Quindi, da una parte, dichiara che osserverà la più completa neutralità
nelle vicende europee perché il suo Paese è esausto e, dall’altra,
aderisce all’Anticomintern ed invia in Italia il suo collaboratore Suner
a rendere omaggio a Mussolini.
Anche Chamberlain, nel gennaio 1938, vuole nuovamente
omaggiare il Duce, sollecitandone un invito a Roma che viene
concesso. In proposito Ciano scrive nel suo diario: “La visita è
sostanzialmente tenuta in tono minore. Il contatto effettivo non è stato
ancora preso. Ma come siamo lontani da questa gente! Un altro
mondo. Ne parlavamo dopo pranzo col Duce che ha detto ‘Questi
uomini non sono più della pasta dei Francis Drake e degli altri
magnifici avventurieri che crearono l’Impero. Questi sono ormai i
figli stanchi di una lunga serie di ricche generazioni’. Gli inglesi non
si vogliono battere. Cercano di retrocede il più lentamente possibile,
ma non vogliono battersi. I colloqui con gli inglesi sono finiti: niente
di fatto. Telefono a Ribbentrop per dirgli che la visita è stata una
‘grande limonata’ assolutamente innocua (...) Peth ha mandato in
visione la minuta del discorso che Chamberlain pronuncerà alla
Camera dei Comuni per eventuali varianti da parte nostra. Il Duce
l’ha approvato e ha commentato ‘Credo sia la prima volta che il
Capo del Governo britannico sottopone ad un Governo straniero le
bozze d’un suo discorso. Brutto segno per loro’”.
133
Ma quando, nel marzo 1939, Filippo d’Assia viene spedito da
Hitler a Mussolini per consegnargli il suo messaggio personale, che
spiega il perché ha occupato la Boemia, il Duce prende coscienza di
una verità già intravista in precedenza, ma spesso, se non sempre,
rimossa, e piomba in una crisi depressiva: il dittatore tedesco gli sta
rubando definitivamente il ruolo di protagonista della politica europea
che ha interpretato per circa 15 anni! Come se non bastasse teme che i
Croati, affascinati dalla rinata grandezza tedesca, proclamino
l’indipendenza dalla Jugoslavia e si mettano al servizio di Hitler e non
al suo. Ma Ribbentrop immediatamente assicura, per conto del Führer,
che la Croazia è zona d’influenza italiana riuscendo a tranquillizzare,
per quanto possibile, il Duce che il 23 marzo dice in pubblico: “Vi
dichiaro che se le grandi democrazie piangono amaramente sulla fine
prematura e alquanto inonorata di quella che fu la loro più grande
creatura (la Cecoslovacchia), questa è un’ottima ragione per non
associarsi alle loro lacrime più o meno decenti. Infine dichiaro che se
avvenisse la vagheggiata costituzione di una coalizione contro i
regimi autoritari, questi regimi raccoglierebbero la sfida e
passerebbero dalla difesa al contrattacco su tutti i punti del globo”.
Con la sua spiccata sensibilità politica, Mussolini, però, si rende
conto che dalle parole bisogna passare ai fatti: pareggiare con una
italiana la nuova conquista tedesca. Si decide di puntare più
decisamente sull’Albania, che è anch’esso uno Stato europeo grande
quanto il Belgio o la Svizzera. Certamente è un Paese sottosviluppato
ma fornito di qualche buona risorsa mineraria. Su di esso l’influenza
italiana è sempre stata forte, benché, con l’avvento di re Zog, varie
scortesie hanno incrinato i rapporti italo-albanesi. Ora, giunto alla fase
operativa e all’autorizzazione di procedere alla conquista, Mussolini
tentenna, sembra aver perso il coraggio e la decisione che ha
caratterizzato l’invasione dell’Etiopia e l’aperta sfida all’Inghilterra. Il
Duce preferirebbe all’occupazione militare un patto che, pur
assoggettando del tutto il piccolo Paese all’Italia, salvasse le
134
apparenze come la Gran Bretagna aveva fatto con l’Egitto e con l’Iraq.
Ma Zog prende tempo e s’incontra con gli ambasciatori di Grecia e
d’Inghilterra. Mussolini, allora, dà ordine alle navi italiane di partire
per Durazzo dove, all’alba del 7 aprile, sbarcano le truppe e
rapidamente conquistano l’intera Albania con la perdita di 8 marinai e
3 bersaglieri. Il 16 aprile una delegazione albanese offre al re d’Italia
la corona del Paese d’oltre Adriatico, mentre le reazioni internazionali
ufficiali sono poche e di basso tono, ben diverse da quelle che
accompagnarono la conquista dell’Impero in Africa.
Quando Hitler invade la Boemia e la Moldavia e Chamberlain si
limita, inizialmente, a dire di non poter intervenire, CHURCHILL è
su tutte le furie, ma la successiva reazione del Primo Ministro,
avvenuta appena due giorni dopo la primitiva dichiarazione, lo
sorprende piacevolmente e lo fa meglio penetrare nella sua psicologia.
Non la paura ha caratterizzato l’azione di Chamberlain, ma una forse
ingenua, sebbene genuina, convinzione della validità dei patti di
Monaco e della buona fede di Hitler. Poi, d’improvviso, quasi l’effetto
di un’esplosione, la presa di coscienza dell’amara verità, e il mite
uomo con l’ombrello, dall’aspetto perennemente borghese e bonario, è
cambiato e non intende recedere più sulla garanzia data alla Polonia.
Immediatamente l’opinione pubblica, i francesi e i Domini sono con
lui. Anche Churchill che dichiara: “Vivaddio, finalmente Inghilterra e
Francia sono giunte al termine della loro sottomissione!”, e poco
dopo scrive a Chamberlain: “Si dovrebbe mettere la difesa antiaerea
in condizioni di piena efficienza. Questa misura non potrebbe venir
definita aggressiva, ma darebbe rilievo alla serietà degli impegni che
il Governo ha assunto sul Continente. Ma soprattutto io penso ad
Hitler. In questo momento egli deve trovarsi in uno stato di grande
tensione. Sa che stiamo cercando di formare una coalizione per
resistere alle sue future aggressioni. Da un uomo simile ci si può
aspettare di tutto. La tentazione di attaccare dal cielo Londra o quelle
industrie aeronautiche delle quali mi preoccupo, sarebbe eliminata se
135
si sapesse che siamo pronti a difenderci. Sparirebbe in tal modo la
possibilità di agire di sorpresa, e l’incentivo alle violenze estreme
sarebbe soppresso, così che più prudenti consigli potrebbero
prevalere...”.
Due giorni dopo lo sbarco dell’Italia in Albania, Churchill scrive
ancora a Chamberlain: “Spero che il Parlamento verrà riunito martedì
al più tardi e vi scrivo per esprimervi la mia fiducia che le
affermazioni che voi potrete fare otterranno la stessa unanime
approvazione dell’accordo polacco. Mi sembra che in questa
situazione anche le ore abbiano importanza. A tutti i costi dobbiamo
riprendere l’iniziativa nel campo diplomatico e questo scopo non può
venire raggiunto né con le dichiarazioni. né denunciando il patto
anglo-italiano o richiamando il nostro ambasciatore. I giornali della
domenica pubblicano per esteso la notizia che noi abbiamo offerto
garanzie alla Turchia e alla Grecia e vedo che molti giornali parlano
di un’occupazione navale inglese di Corfù. Questo passo, se già fosse
compiuto, costituirebbe la miglior misura per conservare la pace. Se
non viene eseguito da noi, naturalmente con il consenso greco,
ritengo che, data la pubblicità della stampa su tale disegno e date le
necessità inerenti alla situazione, l’Italia s’impadronirà rapidamente
di Corfù. Riconquistarla sarebbe allora impossibile. D’altra parte se
noi la occupassimo per primi, un attacco diretto anche a poche navi
inglesi, metterebbe Mussolini di fronte alla necessità di iniziare una
guerra d’aggressione contro l’Inghilterra. Questa diretta
conseguenza accrescerebbe, nel migliore dei modi, la forza di tutte
quelle correnti che in Italia sono contrarie a una guerra con la Gran
Bretagna. Quindi i rischi già esistenti ora non sarebbero aggravati
ma diminuiti. Bisognerebbe però agire entro stasera. Ciò che ora si
trova in pericolo è, niente di meno, l’intera penisola balcanica. Se
questi Stati continueranno a subire la pressione tedesca e italiana
mentre, a loro giudizio, noi siamo incapaci di intervenire, si imporrà
loro la necessità di venire a patti con Roma o con Berlino. Come ci
136
troveremo isolati allora! Saremo compromessi nell’Europa orientale
a causa dei nostri impegni verso la Polonia e nel medesimo tempo ci
troveremo privi d’ogni speranza di stringere quella grande alleanza
che una volta conclusa potrebbe significare la salvezza. Ho scritto
quanto sopra senza sapere con precisione dove si trovi la nostra flotta
nel Mediterraneo, che dovrebbe naturalmente essere concentrata in
alto mare, in posizione tale da poter assicurare protezione alle
proprie unità , senza peraltro offrire un facile bersaglio al nemico con
l’eccessiva vicinanza”.
Appena quattro giorni dopo, il 13 aprile, Churchill torna a fustigare
il Governo, dicendo in Parlamento: “L’abitudine inglese del week end
e la grande considerazione con cui i Britannici osservano le feste
religiose sono oggetto di studio all’estero. Il venerdì santo si sapeva
che in quel giorno la flotta britannica stava eseguendo regolarmente
un programma annunciato da lungo tempo, trovandosi di
conseguenza un po’ sparsa dappertutto. Ritengo che se la nostra flotta
riunita avesse incrociato nelle acque a sud del mar Ionio, l’avventura
albanese non sarebbe mai iniziata. Dopo 25 anni di esperienze
belliche e di pace, considero l’Intelligence Service la migliore
organizzazione del genere. Eppure abbiamo visto che, sia nel caso
della conquista della Boemia, sia in occasione dello sbarco in
Albania, i ministri della Corona non avevano evidentemente ricevuto
alcun rapporto o quantomeno alcuna informazione convincente
riguardo agli avvenimenti che andavano preparandosi. Non posso
credere che ciò debba imputarsi all’Intelligence Service. Mi sembra
che i ministri corrano un tremendo pericolo se permettono che le
informazioni loro comunicate a tempo opportuno siano vagliate,
cambiate, ridotte di gravità, e se si lasciano dominare dal desiderio di
annettere importanza solo a quelle notizie che si accordano con le
loro notevoli e oneste aspirazioni di conservare la pace nel mondo.
Tutti gli avvenimenti si preparano nel medesimo momento. Anno per
anno, mese per mese, la situazione si è modificata per tutti, e mentre
137
noi raggiungevamo certe posizioni mentali, gli altri raggiungevano
certe posizioni pratiche. Il pericolo è vicinissimo ora, e una gran
parte dell’Europa sta effettuando una vasta mobilitazione. Milioni di
uomini si preparano alla guerra. Dappertutto si rafforzano le
frontiere, dappertutto si sente che sta per venire vibrato un nuovo
colpo. Si può forse dubitare che noi saremo costretti ad intervenire se
il colpo cadrà? Non siamo più nelle condizioni in cui ci trovavamo
due o tre mesi fa. Abbiamo assunto impegni da ogni parte, impegni
pienamente giustificati a mio giudizio, dato tutto ciò che è accaduto;
non è necessario enumerare ora i Paesi ai quali abbiamo concesso o
stiamo per concedere garanzie. Quello che non avevamo neppure
sognato di fare un anno fa, quando c’erano tante ragioni di speranza,
quello che non avremmo nemmeno sognato di fare un mese fa, lo
stiamo facendo adesso. Se aspiriamo a far ritrarre l’Europa dall’orlo
dell’abisso, se vogliamo condurla agli altipiani della legalità della
pace, dobbiamo offrire l’esempio senza risparmiarci. Come potremmo
continuare a condurre la nostra comoda vita, qui in patria, evitando
persino di pronunciare la parola coercizione, evitando persino di
prendere quelle misure necessarie a reclutare ed equipaggiare gli
eserciti che abbiamo promesso?”.
Il vecchio leone non si dà pace: si batte con ancor più passione per
una condotta virile dell’Inghilterra che ora, finalmente, può essere
ottenuta dopo tanti anni di inutili tentativi da parte sua e di pochi altri
che hanno saputo scorgere, per tempo, il logico evolversi degli
avvenimenti. Ciò che, nella circostanza, fa impazzire Churchill da ex
Lord dell’Ammiragliato, è la stridente differenza con la quale è stata
utilizzata la flotta inglese (sparsa un po’ dovunque) da quella italiana
(concentrata e pronta nel Canale d’Otranto). Il 20 aprile scrive al
Ministro degli Esteri Halifax: “La situazione della nostra flotta è
inesplicabile. La sera del 4 aprile, martedì, il Primo Lord
dell’Ammiragliato dichiarò che la Home Fleet era in uno stato
d’allarme tale che quasi non si permetteva ai marinai di lasciare i
138
cannoni antiaerei per scendere sottocoperta. Tutto ciò si verificava in
conseguenza d’un telegramma d’allarme, e, secondo il mio concetto,
superava i limiti della normale vigilanza. D’altra parte, nel medesimo
tempo, la Flotta del Mediterraneo si trovava dispersa in
pericolosissimo disordine in tutto il Mediterraneo e, come dimostrano
le fotografie, la Barham era ormeggiata nel porto di Napoli. Ora la
Flotta del Mediterraneo è concentrata e si trova in mare, cioè nel
debito posto. Ma la deficienza di vigilanza si è trasferita nelle acque
territoriali. La Flotta Atlantica, eccetto per quel che concerne i
cannoni antiaerei, è rimasta praticamente inefficiente per alcuni
giorni, dato il gran numero di uomini mandati in licenza. Si sarebbe
creduto che le licenze, in momenti simili, potessero almeno venir
concesse a gruppi alternati di uomini. Tutti i dragamine sono fuori
servizio per lavori di riparazione. Come è possibile conciliare tutto
questo con la tensione che è stato detto esistesse martedì scorso? Mi
sembra che ci si sia scostati in modo assai grave dalle misure di
continua vigilanza. Eppure la situazione oggi non è molto diversa da
quella della settimana passata”.
Nel frattempo le notizie delle imprese dell’Asse, le evidenti
debolezze del Governo, la continua e decisa critica costruttiva, della
forza e della continuità di un martello pneumatico, di Churchill,
incominciano a convincere la gente della strada che l’Inghilterra ha
bisogno di una guida ben più decisa. Così, verso la metà del 1939,
vengono affissi enormi manifesti e diecine di migliaia di giovani
circolano, per intere settimane, lungo le vie di Londra mostrando
grandi cartelli dove campeggia, in caratteri cubitali, la scritta
“Churchill deve tornare!”.
ROOSEVELT , dopo lo sterile tentativo di intervenire nei
problemi europei compiuto nel gennaio del 1938, si occupa
dell’espansionismo giapponese e pone in atto un blocco statunitense
all’esportazione in Giappone di materie prime.
139
Torna a pensare all’Europa solo quando Hitler occupa la Boemia e
Mussolini l’Albania, limitandosi, però, ad inviare ai due dittatori un
messaggio personale dove insiste perché s’impegnino a non
commettere altre aggressioni per un periodo di dieci anni, o “anche di
venticinque se dobbiamo guardare tanto lontano”. Nient’altro. Il
commento di Mussolini è lapidario, dice: “Conseguenze della paralisi
infantile!”.
STALIN invece, pur essendo molto attivo nella politica estera con
l’intervento in Spagna, le varie offerte di conferenze e consultazioni
militari a Inghilterra, Francia e Cecoslovacchia, ne ricava solo
sconfitte ed esclusioni di ogni genere, come quella davvero bruciante,
di Monaco. Ad essa fa seguito, nel marzo 1939, la stroncante
dichiarazione di Chamberlain che afferma: “Debbo confessare la
profondissima sfiducia che nutro nei confronti della Russia.(...)
Inoltre molti Stati minori, soprattutto Polonia, Romania e Finlandia,
nutrono per la Russia diffidenze e ostilità”.
140
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MessaggioTitolo: Re: I CINQUE DUCI A CONFRONTO saggio di storia comparata   Mer Ott 22, 2014 12:13 pm

CAP. X
SCOPPIA LA SECONDA GUERRA MONDIALE CON HITLER
E STALIN INIZIALI PROTAGONISTI MENTRE CHURCHILL
RITORNA AL GOVERNO
MUSSOLINI, dopo la conquista dell’Albania, deliberata e fatta
eseguire nonostante la precedente e ferma presa di posizione del
Governo inglese contro le eventuali nuove aggressioni tedesche, è
tornato ad essere arrogante. Può farlo perché nessuno si è opposto alla
sua azione, né sono giunte serie lamentele da parte di chicchessia.
Continua quindi a comportarsi come se alle spalle avesse una grande
forza militare.
Alla fine di maggio 1939, quando il nuovo ambasciatore inglese
si reca a rendergli omaggio, gli si mostra (secondo quanto scrive
Ciano) con “il suo volto chiuso nella più assoluta impenetrabilità;
sembrava un idolo orientale scolpito nella pietra” e decisamente lo
maltratta. Successivamente il Duce fa consegnare ad Hitler un suo
promemoria circa la necessità dell’Asse di occupare subito, in caso di
guerra, l’Europa centro-balcanica. Tutto concorre a farlo sentire alla
testa di una nazione potente e temuta, anche l’intercettazione di un
rapporto dell’ammiraglio Noble sulle possibilità navali britanniche
contro le forze riunite di Italia-Germania-Giappone. Infatti l’alto
ufficiale inglese è estremamente pessimista proprio per il settore
Mediterraneo dove, a suo parere, dominano nettamente le forze
aeronavali dell’Italia fascista. Il Duce, esaltato, traccia l’assetto futuro
del Mediterraneo centro-occidentale: il Marocco sarà integralmente
della Spagna, mentre la Tunisia e l’Algeria diverranno italiane!
Come se non bastasse Hitler accetta senza fiatare il rimpatrio
dei tedeschi che risiedono in Alto Adige e fa impartire un’immediata e
141
severa punizione al capo della sezione nazista di Bolzano che non si è
comportato correttamente verso le autorità italiane, mentre Ungheria,
Spagna e Iugoslavia fanno a gara per mostrarsi favorevoli all’Asse, ma
con particolare propensione per l’Italia. Quindi un Mussolini quanto
mai sicuro di sé riceve nuovamente, il 7 luglio, l’ambasciatore inglese
e lo ammonisce: “Dite a Chamberlain che se l’Inghilterra è pronta a
combattere per difendere la Polonia, l’Italia è decisa a prendere le
armi per la sua alleata Germania”.
Ma qualche giorno dopo, improvvisamente, il Duce cambia
totalmente registro: è finalmente venuto a sapere (o ne ha preso
coscienza) che le sue Forze Armate, ad eccezione della Marina, sono
in uno stato rovinoso dopo le vittoriose ma logoranti guerre di Etiopia
e di Spagna. Nella nazione iberica l’Italia ha inviato (e probabilmente
saranno rimasti lì o si saranno deteriorati) ben 656 aerei, 950 carri
armati (quelle specie di scatolette dal peso di 1/2 tonnellate che sono
l’unico tipo in possesso dell’esercito), 1930 pezzi d’artiglieria, 3436
mitragliatrici, 240.747 fucili e 1426 mortai. E’ vero che anche la
Russia e la Germania hanno inviato rispettivamente 648 e 593 aerei,
347 e 250 carri armati (del tipo da 10 tonnellate in sù), 120 e 0
autoblindo, 1186 e 700 pezzi d’artiglieria, 20.486 e 31.000
mitragliatrici, 497.813 e 157.306 fucili, 340 e 6174 mortai. Ma la
Russia dal 1930 produce, senza alcun problema di materie prime, più
aerei e carri armati di qualsiasi altra grande potenza e solo dopo le
grandi epurazioni del 1937 diviene, per alcuni anni, militarmente
molto più debole. La Germania, a sua volta, ha una produzione di armi
estremamente più abbondante di quella italiana, mentre la Francia (che
pur ha inviato in Spagna armi per quantitativi equivalenti a quelli
italiani) attinge da una riserva ben più notevole. E’ lecito dedurre che
la guerra spagnola, preceduta da quella Etiopica, ha logorato in misura
ben maggiore il Paese di Mussolini rispetto agli altri, che hanno
consumato di meno e sostituito di più.
142
Quindi in Italia il numero delle divisioni è grande, ma la loro
consistenza è tanto esangue da avere, nella cruda realtà, una forza che
supera di poco quella di un reggimento. Inoltre i magazzini sono quasi
vuoti, le artiglierie sono vecchie, le armi antiaeree ed anticarro sono
praticamente inesistenti e l’Aviazione, che avrebbe dovuto poter
contare sul considerevole numero di 3.000 aerei efficienti, a stento ne
possiede mille! Ed ecco che Mussolini raccomanda al Ministro degli
Esteri Ciano, che deve incontrarsi con il collega germanico a
Salisburgo, di fare di tutto per convincerlo a evitare la guerra con la
Polonia che ormai coinvolgerebbe tutti i Paesi europei in un conflitto
rovinoso. Ma Hitler e Ribbentrop si mostrano implacabili nel loro
desiderio di battersi e dominare e Ciano si rende amaramente conto di
quanto poco, ora, contino gli italiani nell’influenzare le decisioni
tedesche. Anzi Hitler dice a Ciano che consiglia a Mussolini di
“vibrare al più presto il colpo di grazia alla Iugoslavia”. Così,
quando Ciano riferisce al suocero i magri risultati della sua visita,
anche il Duce diviene del tutto consapevole che un’eventuale guerra
sarà decisa da Hitler e non più da lui. Ora sa che ha perso
definitivamente il primato, e il suo umore incomincia ad essere più che
mai cangiante: un giorno dice a Ciano che “è impossibile marciare ad
occhi bendati con la Germania, ma bisogna trovare una soluzione che
permetta: a)se le democrazie attaccano, di sganciarci onorevolmente
dai tedeschi; b) se le democrazie incassano, di cogliere l’occasione
per saldare, una volta per tutte, i conti con Belgrado”, mentre, solo
pochi giorni dopo, vorrebbe confermare che, nonostante tutto, l’Italia
marcerà con la Germania. Poi ancora ci ripensa e dice il contrario e,
poco dopo, (il 18 agosto) addirittura teme l’ira di Hitler. Pensa che una
denuncia del Patto, possa indurre il Führer ad abbandonare la
questione polacca per saldare il conto all’Italia.
Ciano tenta di tranquillizzare il Duce e, al tempo stesso, di
convincerlo definitivamente a non partecipare al conflitto che, giorno
dopo giorno, si presenta sempre più inevitabile. Intanto cerca di
143
incontrarsi col collega tedesco per comunicargli la necessaria
decisione di Mussolini, ma succede qualcosa di sconvolgente che il
Ministro degli Esteri italiano così annota nel suo diario: “Ieri sera (21
agosto 1939) alle 10,30 si è prodotto il colpo di scena. Ribbentrop ha
telefonato che avrebbe preferito vedermi a Innsbruck anziché alla
frontiera, dovendo poi partire per Mosca onde firmare il Patto
politico con i Soviet. Ho sospeso ogni decisione e ho riferito al Duce.
Ha concordato con me nel ritenere ormai sorpassato il viaggio in
Germania. Ho di nuovo parlato con Ribbentrop per dirgli che il
nostro eventuale incontro sarà rinviato al ritorno da Mosca. Lunga
telefonata col Duce. Non c’è dubbio che i tedeschi hanno fatto un
colpo da maestri. La situazione europea è sconvolta. Potranno ancora
Francia e Inghilterra, che hanno basato tutta la loro politica anti
Asse sull’alleanza coi Sovieti, contare sull’adesione incondizionata
delle masse estremiste? E terrà ancora il sistema di accerchiamento a
mezzo dei piccoli Stati ora che il caposaldo di Mosca è crollato?
Comunque non conviene precipitare le decisioni: attendere e se
possibile tenerci pronti a fare anche noi la nostra parte di bottino in
Croazia e Dalmazia. Il Duce ha costituito l’armata comandata da
Graziani: io comincio a mobilitare i nostri amici croati, in Italia e in
luogo”.
Ma Francia e Inghilterra, ormai davvero decise, fanno sapere
che interverranno ugualmente in un’eventuale guerra tedesco-polacca,
mentre il Giappone protesta per l’accordo russo-tedesco. Allora
Mussolini reprime nuovamente la sua voglia di fare la guerra e
desidera promuovere trattative per Danzica, poi ritorna bellicista, ma
viene subito calmato da Ciano che, in accordo con il re, lo convince a
scrivere a Hitler che l’Italia non è pronta per combattere in un
conflitto di così grande portata, ma lo farà ugualmente, se la Germania
fornirà tutto il materiale necessario. Hitler non batte ciglio e chiede
l’elenco. La lista è mortificante e spaventosa: si tratta di 170 milioni di
tonnellate di materiali che avrebbero bisogno per il solo trasporto di
144
ben 17mila lunghissimi treni! Sorprendente per la calma è la risposta
del Führer: dice a Mussolini che ovviamente non può fornirgli quanto
gli è stato richiesto, ma comprende la sua situazione, desidera soltanto
che l’Italia mantenga un atteggiamento amichevole verso la Germania
e metta in atto provvedimenti, tipo oscuramento delle città, per dare
l’impressione al mondo di voler continuare a marciare con la nazione
alleata che farà da sola, sconfiggendo prima la Polonia e poi la Francia
e l’Inghilterra.
Il Duce è avvilito e umiliato ed è ormai l’ombra dell’uomo
volitivo e deciso che è stato fino a poco più di un mese prima.
Addirittura si spaventa mortalmente il 31 agosto, quando Londra, in
risposta all’oscuramento praticato nelle città italiane, taglia le
comunicazioni telefoniche con l’Italia. Mussolini dice al genero: “E’
la guerra. Però domani faremo una dichiarazione in Gran Consiglio
che noi non marciamo”. Al che Ciano risponde: Domani: troppo
tardi. Gli anglo-francesi potrebbero già aver compiuto un gesto che
rende troppo difficile una tale dichiarazione. Propongo di chiamare
Loraine (l’ambasciatore inglese) e di fare io un’indiscrezione. Se lo
scandalo ne sorgerà, io sarò bruciato, ma sarà salvata la situazione”.
Il Duce docilmente approva e Ciano convoca Loraine, gli parla del
taglio delle comunicazioni e poi, quasi per uno scatto del tutto
spontaneo, aggiunge: “Ma perché volete creare l’impossibile? Non
avete capito che la guerra contro di voi o contro la Francia noi non la
inizieremo mai?”. L’ambasciatore si commuove fino alle lacrime e il
pericolo viene scongiurato.
Invece Hitler, implacabile, il 1° settembre alle 5,25 inizia a
invadere la Polonia e subito Mussolini, che non vuole passare per
fedifrago, incarica l’ambasciatore italiano in Germania di ottenere che
il dittatore tedesco faccia all’Italia un telegramma nel quale la liberi
dagli obblighi dell’alleanza, e Hitler invia quanto richiestogli.
Nei giorni successivi, mentre le armate tedesche avanzano
impetuose e vittoriose in Polonia, fanno capo al Duce, senza successo,
145
svariati tentativi di composizione della vertenza che ormai vede anche
Inghilterra e Francia in guerra contro la Germania. Mussolini ha nuovi
rigurgiti di bellicismo, ma ormai i generali italiani continuano a
parlagli chiaro, mettendo da canto le vecchie e cortigiane reticenze,
della situazione militare delle loro armate: i mezzi sono scarsi, c’è
disordine nei comandi, e demoralizzazione nelle truppe. Ciò
nonostante Ciano, in virtù dei folgoranti successi germanici, può
tornare a fare la voce grossa con gli ambasciatori, ammonendoli di
non esagerare con blocchi navali e accerchiamenti politici contro
l’Italia, perché potrebbero subire una forte reazione armata.
Nel frattempo ogni resistenza polacca è frantumata: i tedeschi
sono a Varsavia e i Russi, in base all’accordo Ribbentrop-Molotov,
occupano, senza trovare alcuna seria opposizione, i territori polacchi a
loro assegnati.
A Natale, mentre la guerra è finita in Polonia e il fronte
occidentale langue, le città italiane sono illuminate e sufficientemente
festose perché, oltretutto, la non belligeranza proclamata da Mussolini
ha fornito alla nazione anche indubbi vantaggi economici. Solo il
Duce si sente estremamente frustrato e, per far comunque sentire la
sua presenza, scrive a Hitler una lunga lettera zeppa di consigli non
richiesti alla quale, per la prima volta, non riceve risposta immediata,
ma solo dopo lunghe settimane. Il 18 marzo 1940 i due dittatori
s’incontrano al Brennero. Il Führer domina i colloqui sicuro di sé,
della forza delle sue armi, ed anche dell’appoggio militare che
sicuramente Mussolini, prima o poi, gli darà.
Pochi giorni dopo il Duce sfoga, contro l’inviato speciale di
Roosevelt, che gli propone un incontro alle Azzorre con il Presidente
Americano, la tensione e il nervosismo accumulati da mesi. Rifiuta
decisamente la proposta con un fare ironico e sprezzante e
immediatamente dopo comunica ai suoi collaboratori il programma
bellico che attuerà non appena sarà entrato in guerra in appoggio a
146
Hitler: difensiva sulle Alpi, difensiva in Libia, offensiva dall’Impero
contro Gibuti e il Kenya, offensiva aeronavale nel Mediterraneo.
Si giunge al 10 maggio e, improvvisamente, l’ambasciatore tedesco
dice a Ciano: “Forse stanotte sarò costretto a disturbare lei e il
Duce”. Alle 5 di mattina Ministro degli Esteri e ambasciatore sono a
villa Torlonia da Mussolini: la Germania ha iniziato il grande attacco
ad occidente!
HITLER nel maggio del 1939 è pienamente soddisfatto: l’Italia,
forte e prestigiosa per le vittorie di Etiopia, Spagna e Albania, ha
firmato con lui il Patto d’Acciaio. Però una nube offusca un’alleanza
tanto perfetta e con sfere d’influenza ben delimitate: sembra che Ciano
abbia tentato più volte di convincere il Duce ad abbandonare la
Germania e a schierarsi con le Democrazie. Ciò nonostante in agosto il
Führer ha definitivamente deciso di risolvere con la forza il problema
di Danzica e, con diabolica spregiudicatezza, conclude con la Russia
un accordo di non aggressione e di spartizione della Polonia. Tutti
sembrano felici a Mosca, intorno al tavolo della conferenza russotedesca,
e Stalin propone a Ribbentrop un brindisi dicendo: “Conosco
l’amore che la nazione germanica ha per il suo Führer e vorrei quindi
bere alla salute di lui”.
In fondo Hitler è costretto dalla presa di posizione inglese ad
accordarsi con colui che, prima o poi, aggredirà, perché i suoi progetti
di espansione sono sempre rivolti ad oriente, e la Polonia non
rappresenta che una delle tante tappe che si è prefisso. Tenta quindi di
convincere, ancora una volta, Chamberlain, offrendo all’ambasciatore
britannico un trattato di alleanza, una garanzia all’Impero inglese in
cambio di compensi coloniali e affermando che, subito dopo la
risoluzione della questione polacca, si sarebbe ritirato a vita privata
perché, in fondo, lui si sente principalmente un artista, non un politico.
Ne ricava solo una secca risposta dal Primo Ministro: “Se la
Germania invade la Polonia è la guerra!”
147
Parallelamente il dittatore tedesco cerca di tenere buono Mussolini
di cui teme reazioni contrarie per l’accordo innaturale e gli scrive:
“Duce, da molto tempo la Germania e la Russia meditavano sulla
possibilità di porre su nuove basi i reciproci rapporti politici. La
necessità di addivenire a risultati concreti in questo senso è stata
rafforzata:
1)dalle condizioni della situazione politica mondiale in generale
per la parte che è decisiva per entrambe le potenze dell’Asse;
2)dal continuato procrastinare una chiara presa di posizione da
parte del Gabinetto giapponese. Il Giappone era bensì disposto ad
un’alleanza contro la Russia, alla quale la Germania -come pure,
secondo me, l’Italia- possono essere nelle presenti circostanze
interessate soltanto in modo secondario. Ma non era disposto ad
assumere obblighi altrettanto chiari verso l’Inghilterra, la qual cosa
sarebbe stata decisiva non soltanto dal punto di vista della Germania,
ma anche da quello dell’Italia;
3)i rapporti della Germania con la Polonia sono stati
insoddisfacenti a partire dalla primavera e nelle ultime settimane
sono diventati semplicemente intollerabili, non per colpa del Reich,
ma principalmente a causa dell’azione dell’Inghilterra. Queste
ragioni mi hanno indotto ad affrettare la conclusione delle
conversazioni russo-tedesche. Non vi ho ancora, Duce, informato in
dettaglio su questo argomento. Ora, nelle ultime settimane, la buona
disposizione del Cremlino ad addivenire a un cambiamento dei
rapporti con la Germania -disposizione prodottasi
dall’allontanamento di Litvinov- è apparsa sempre più forte e mi ha
reso ormai possibile, dopo avvenuta una chiarificazione preliminare,
inviare il mio ministro degli Affari Esteri a Mosca per stipulare un
trattato che è soprattutto il più vasto patto di non aggressione oggi
esistente ed il cui testo è destinato ad essere reso pubblico. Il patto è
incondizionato e stabilisce inoltre l’obbligo della consultazione su
tutte le questioni che interessino la Germania e la Russia. Oltre a ciò
148
posso comunicarvi, Duce, che mediante le disposizioni in esso
contenute è assicurato nel caso di qualunque conflitto l’atteggiamento
benevolo della Russia e che, innanzi tutto, non esiste più la possibilità
di un qualsiasi attacco da parte della Romania in tale conflitto...”
Mussolini, che è roso dalla recente presa di coscienza della
pochezza di mezzi e dell’impreparazione delle sue truppe, scrive:
“Führer, rispondo immediatamente alla vostra lettera che mi è stata
consegnata in questo momento dall’ambasciatore.
1) Per quanto riguarda l’accordo con la Russia, io lo approvo
completamente.
2) Ritengo che sia utile cercare di evitare una rottura o un
raffreddamento con il Giappone e quindi un suo avvicinamento agli
Stati democratici.
3) Il Patto di Mosca blocca la Romania e può cambiare la
posizione della Turchia, la quale ha accettato i prestiti inglesi, ma
non ha ancora firmato l’alleanza. Un nuovo atteggiamento della
Turchia sposterebbe tutto il dispositivo strategico dei franco-inglesi
nel Mediterraneo orientale.
4) Per quanto concerne la Polonia, io ho la perfetta comprensione
della posizione germanica e del fatto che una situazione così tesa non
può durare all’infinito.
5) Per quanto concerne l’atteggiamento pratico dell’Italia, nel
caso di un’azione militare, il mio punto di vista è il seguente:- Se la
Germania attacca la Polonia e il conflitto rimane localizzato, l’Italia
darà alla Germania ogni forma d’aiuto politico ed economico che le
sarà richiesto. - Se la Germania attacca la Polonia e gli alleati di
questa contrattaccassero la Germania, vi prospetto l’opportunità di
non assumere io l’iniziativa di operazioni belliche date le attuali
condizioni della preparazione militare italiana ripetutamente e
tempestivamente segnalate a Voi, Führer e a von Ribbentrop. Il nostro
149
intervento può tuttavia essere immediato se la Germania ci darà i
mezzi bellici e le materie prime per sostenere l’urto che i francoinglesi
dirigeranno prevalentemente contro di noi. Nei nostri incontri
la guerra era prevista dopo il 1942, e a quell’epoca sarei stato pronto
per terra per mare e per aria, secondo i piani concordati”.
Quindi il Duce si tira dietro, ma con una giustificazione
abbastanza sensata, ed Hitler, che tiene ad averlo con lui, gli chiede di
cosa ha bisogno. Si vede recapitare una lista di dimensioni
inimmaginabili che lo delude profondamente, perché ha sempre
ammirato Mussolini e l’Italia che ha edificato. Sì, è vero che sa di
alcune carenze nell’armata dell’alleato, ma mai avrebbe immaginato, a
differenza dello Stato Maggiore del suo esercito, che giungessero a
tanto! Dovrà quindi fare da solo e non si sente sgomento perché
conosce bene la forza che il suo esercito ha ormai raggiunto. Attacca e
vince in un lampo in Polonia. E poi, dopo la dichiarazione di guerra di
Francia e Inghilterra, i tre eserciti rimangono fermi alla frontiera,
mentre Stalin, una volta impadronitosi, quasi senza colpo ferire, del
suo bottino polacco e di Estonia, Lettonia e Lituania, attacca la
Finlandia.
Nell’aprile 1940 Hitler fa conquistare la Danimarca e, poco
dopo, la Norvegia. Infine , a maggio, dà ordine alle sue armate di
muovere all’invasione della Francia.
Già nell’aprile del 1939, CHURCHILL freme di sdegno
impotente nell’apprendere ciò che Hitler ha detto davanti al Reichstag:
“Poiché ora l’Inghilterra, sia attraverso la stampa, sia ufficialmente,
sostiene il concetto che la Germania debba venire osteggiata in ogni
modo e tale concetto coincide con quella politica di accerchiamento
di cui ci siamo resi conto, le basi del Trattato Navale non sussistono
più. Ho risolto quindi di inviare oggi stesso una comunicazione in
questi termini al Governo britannico. Data la mia speranza di evitare
una corsa agli armamenti con l’Inghilterra, noi non ci troviamo di
fronte a una questione che riveste un’importanza pratica, ma soltanto
150
un’affermazione di dignità. Se il Governo britannico volesse riaprire i
negoziati con la Germania a questo proposito, nessuno più di me
accoglierebbe con gioia la possibilità di raggiungere una chiara
comprensione”.
Il politico inglese lo giudica una beffa ed è convinto che Hitler, in
possesso della totale amicizia d’una Italia aggressiva e potente, della
superiorità assoluta in campo aeronautico, dell’Austria, della
Cecoslovacchia e delle fortificazioni ad occidente, poco tema la Gran
Bretagna, che s’è mostrata più volte timorosa a partire dalla ingloriosa
prova di forza con l’Italia in occasione del conflitto etiopico.
Ciò nonostante Churchill, da semplice anche se famoso deputato,
fa di tutto per scuotere il Paese con un articolo in cui scrive: “Sembra
fin troppo probabile che la cupidigia tedesca debba rivolgersi verso la
Polonia. I discorsi di Hitler possono o meno costruire un indizio per
giudicare le sue intenzioni, ma è ovvio che il precipuo oggetto della
dimostrazione di ieri fosse quello di isolare la Polonia creando una
plausibile ragione per attaccarla. Sembra che il dittatore tedesco
abbia ritenuto di poter rendere inefficace il Patto anglo-polacco,
accentrando le sue richieste su Danzica e il Corridoio. Evidentemente
egli aspetta che quelle correnti inglesi da cui partiva l’esclamazione
‘Chi mai vorrebbe combattere per la Cecoslovacchia?’ possano ora
trovarsi indotte a urlare ‘Chi mai vorrebbe combattere per Danzica e
il Corridoio?’. Pare che egli non afferri l’immenso cambiamento
operato nell’opinione pubblica dalla fraudolenta violazione
dell’Accordo di Monaco e la variazione dell’indirizzo politico che
questa offesa ha imposto al Governo britannico e soprattutto al suo
Primo Ministro. La denuncia del Patto polacco-germanico di non
aggressione concluso nel 1934, e riaffermato recentemente il 1°
gennaio, durante la visita di Ribbentrop a Varsavia, è un passo grave
e minaccioso. Come il trattato navale anglo-germanico, esso era stato
negoziato per desiderio di Hitler e dava, del pari, notevoli vantaggi
alla Germania nel momento della debolezza. In pratica, la Gran
151
Bretagna concludendo l’accordo navale aveva ammesso la rottura
delle clausole militari definite a Versailles e aveva privato di ogni
valore sia le decisioni di Stresa, sia quelle adottate dal Consiglio
della Lega. L’accordo polacco-germanico diede modo ai nazisti di
polarizzare la loro attenzione prima sull’Austria, quindi sulla
Cecoslovacchia, con esito catastrofico per ambedue quelle infelici
nazioni, indebolendo momentaneamente i rapporti tra Polonia e
Francia e impedendo che tra i vari Stati dell’Europa orientale si
formasse una reale solidarietà d’interessi. Ora, dopo aver servito ai
fini che la Germania si era prefissi all’atto di concluderlo, questo
Patto viene cancellato da una decisione unilaterale. La Polonia è così
implicitamente informata di trovarsi esposta a una possibile
aggressione”.
Finalmente il Governo inglese mostra di accorgersi che tutte le
garanzie concesse alle Potenze minori dell’Europa centroorientale non
hanno un pratico valore, se manca un accordo generale con Stalin, e, il
15 aprile 1939, vengono iniziate conversazioni con la Russia. Si
prende in esame, con meticolosa lentezza, la creazione di una
reciproca assistenza fra Gran Bretagna, Francia e URSS per garantire
quegli Stati d’Europa su cui grava la minaccia di aggressione tedesca,
ma che, forse, hanno più paura della Russia che della Germania. Ciò
rallenta ancor più le trattative, nonostante le continue sollecitazioni di
Churchill a far presto. Nelle more si determina un fondamentale
cambiamento nel Governo russo: Molotov, che è notoriamente
propenso a soluzioni più spregiudicate, sostituisce al Ministero degli
Esteri l’ebreo Litvinov, dando la possibilità ad Hitler di far scrivere,
con molta evidenza, sui quotidiani tedeschi che lo spazio vitale
germanico non invade il territorio russo, anzi termina proprio ai
confini dell’URSS.
Iniziano, con queste premesse, trattative fra tedeschi e russi che
vengono condotte con rapidità e decisione. Il 19 agosto Stalin
annuncia al Politburò la sua intenzione di firmare un accordo con la
152
Germania e, il 22 agosto, il russo Voroscilov dice al capo della
missione francese: “Per molti anni la questione della collaborazione
militare con la Francia è rimasta sospesa in aria e non si è mai
riusciti a definirla. L’anno scorso, quando la Cecoslovacchia stava
morendo, noi aspettavamo dalla Francia un segnale che non fu dato.
Le nostre truppe erano pronte. Il Governo britannico e quello
francese hanno trascinato troppo a lungo le discussioni politiche e
militari. Per tale motivo non si può escludere l’eventualità che si
verifichino certi avvenimenti politici...”.
Il giorno dopo Ribbentrop giunge a Mosca e s’incontra con Stalin.
Viene concluso un accordo, da tutti ritenuto impossibile, che
ufficialmente dice: “Ambedue le parti contraenti si obbligano ad
astenersi reciprocamente da qualsiasi atto di violenza, aggressione o
attacco, che possa venir compiuto sia isolatamente, sia d’accordo con
altre Potenze”. Ma segretamente la Germania ha dichiarato di avere
interessi solo commerciali e per nulla politici negli Stati baltici, ed ha
tracciato la linea che delimita la spartizione della Polonia.
All’annuncio dello sconvolgente accordo, il Governo inglese
reagisce con fredda compostezza e prende, finalmente con pronta
decisione, i seguenti provvedimenti straordinari: requisisce 25 navi
mercantili da trasformare in incrociatori ausiliari, mobilita le difese
contraeree, raggruppa le truppe in punti strategici della costa, avvisa i
Dominions e le Colonie di stare all’erta, richiama alle armi i riservisti,
appronta altre stazioni radar. A sua volta il Primo Ministro scrive a
Hitler: “L’Eccellenza Vostra avrà sicuramente già avuto notizia di
certe misure che il Governo di Sua Maestà ha ritenuto opportuno
adottare e che stasera vengono annunciate dalla stampa e dalla radio.
Secondo l’opinione del Governo questi passi si sono resi necessari in
seguito a movimenti militari che, viene riferito, si svolgono in
Germania e al fatto che in certi ambienti berlinesi il Patto russogermanico
sembra venir considerato come una garanzia che
l’intervento della Gran Bretagna a favore della Polonia non deve
153
essere più ritenuto probabile. Non si può immaginare un errore più
grave. Qualunque sia il carattere del Patto, esso non può modificare
quegli obblighi verso la Polonia che il nostro Governo ha
riconosciuto chiaramente e ripetuto in pubblico e che è deciso a
rispettare in pieno. Si è voluto asserire che, se nel 1914 il Governo di
Sua Maestà avesse dichiarato con precisione i suoi intenti, la grande
catastrofe sarebbe stata evitata. Sia o meno fondata questa
asserzione, oggi il nostro Governo è deciso a far sì che non si verifichi
di nuovo un così tragico malinteso. Esso è pronto, qualora dovesse
presentarsene la necessità, a impiegare senza esitazioni tutto il potere
di cui dispone, e quando la guerra fosse cominciata nessuno potrebbe
prevederne il termine. Anche possedendo la certezza di una serie di
vittorie su uno dei numerosi fronti di combattimento, sarebbe
un’illusione pericolosa quella di credere che il conflitto, una volta
iniziato, potrebbe concludersi rapidamente. Confesso di non vedere in
questo momento alcun altro mezzo per evitare il disastro che
trascinerebbe l’Europa in una conflagrazione. In vista delle gravi
conseguenze che potrebbero derivare all’umanità dalla condotta dei
suoi governanti, confido che l’Eccellenza Vostra vorrà considerare
con la massima attenzione le considerazioni da me esposte”.
Hitler non tarda a rispondere con una lunga lettera dove, fra le
tante altre cose, dice: “...L’incondizionata assicurazione data
dall’Inghilterra alla Polonia, di aiutare questa nazione in ogni
circostanza e indipendentemente dalle cause che potrebbero originare
il conflitto, può venire interpretata dalla Polonia soltanto come un
incoraggiamento a scatenare d’ora in avanti, sotto la protezione di
questo documento, un’ondata di pauroso terrorismo contro quel
milione e mezzo di tedeschi che risiedono nel suo territorio...”
Il primo settembre 1939 la Germania invade la Polonia e
Inghilterra e Francia entrano in guerra. Pochi giorni dopo, a Londra,
viene formato un Gabinetto di Guerra di cui fa parte Churchill che
viene nominato, così come nella guerra 1914/1918, Primo Lord
154
dell’Ammiragliato e alla flotta viene comunicato. “Winston è
tornato!”.
Nel settembre 1939 la Gran Bretagna dispone di 12 corazzate e 3
incrociatori da battaglia contro 3 corazzate tascabili e 2 incrociatori da
battaglia tedeschi; 15 incrociatori da 8 pollici contro 2 tedeschi; 49
incrociatori da 6 pollici contro 6 tedeschi; 184 cacciatorpediniere
contro 22 tedesche; nessuna torpediniera contro 30 tedesche; 58
sommergibili contro 57 tedeschi; 27 motosiluranti contro 17 tedesche,
7 portaerei contro nessuna tedesca. A sua volta la Francia dispone di 8
corazzate e 2 incrociatori da battaglia, 18 incrociatori da 8 o 6 pollici,
28 cacciatorpediniere, 12 torpediniere, 70 sommergibili, 3
motosiluranti, 1 portaerei. La superiorità navale a favore dei francoinglesi
è quindi schiacciante, anche se entrasse in guerra l’Italia che
dispone di 4 corazzate, 7 incrociatori da 8 pollici, 12 incrociatori da 6
pollici, 59 cacciatorpediniere, 69 torpediniere, 105 sommergibili, 69
motosiluranti e nessuna portaerei, sebbene, in generale, il naviglio
italo-tedesco sia decisamente più moderno.
Altre grandi potenze navali sono gli Stati Uniti e il Giappone che
annoverano rispettivamente: 15 e 10 corazzate, 5 e 6 portaerei, 18 e 18
incrociatori da 8 pollici, 18 e 17 incrociatori da 6 pollici, 181 e 113
cacciatorpediniere, 99 e 53 sommergibili, pochi o addirittura nessuna
motosilurante o torpediniera.
Le forze di terra invece sono di 115 divisioni tedesche (di cui 58
impiegate in Polonia) contro 65 francesi (di cui 12 a protezione del
confine alpino con l’Italia) e 4 inglesi sul continente.
Pure a favore dei tedeschi è il potenziale aereo, che vede ben 1600
bombardieri tedeschi contro 950 apparecchi franco-inglesi.
La posizione alleata si aggraverebbe ulteriormente se entrassero in
guerra anche le forze di Mussolini, accreditate di diecine di divisioni e
di un gran numero di aerei.
E’ fin troppo ovvio che, con tali rapporti di forze, i franco-inglesi
debbono mantenere la difensiva nonostante abbiano, in omaggio agli
155
impegni presi con la Polonia, dichiarato la guerra a Hitler. Fra di loro
ci si domanda se le truppe germaniche, una volta sconfitti i polacchi,
avrebbero sfondato la linea fortificata francese Maginot, oppure optato
di passare per la Svizzera o per l’Olanda e il Belgio, nonostante la
neutralità di tali nazioni.
Così, mentre i tedeschi rapidamente conquistano la Polonia
nonostante l’eroica resistenza, il fronte occidentale rimane immobile
tranne che sul mare, dove è intensa l’attività dei sommergibili
germanici che fanno strage di mercantili inglesi, calandone a picco in
un solo mese per 150mila tonnellate, con l’aggiunta della vecchia
portaerei britannica Courageous.
Proprio nel mese di settembre 1939, tanto impegnativo per
Churchill, Roosevelt gli scrive: “Poiché durante la guerra scorsa voi
e io abbiamo coperto uguali cariche, mi sento spinto a dirvi quanto
sono felice del vostro ritorno all’Ammiragliato. I problemi che dovete
risolvere oggi vengono complicati da elementi nuovi, lo capisco bene,
ma i fattori essenziali non sono molto diversi. Desidero rendere noto a
voi e al Primo Ministro che mi sarà gradito ricevere qualsiasi
rapporto personale sugli argomenti che riterrete opportuno farmi
conoscere. Potrete corrispondere con me liberamente per mezzo di
lettere sigillate che passeranno dalla vostra alla mia tasca”. E
Churchill, che aveva personalmente conosciuto Roosevelt nel loro
unico incontro durante la Grande Guerra, si affretta a rispondergli,
dando luogo ad una lunga e memorabile corrispondenza che diventerà
ben più cospicua di quella fra Mussolini e Hitler.
Nel mese di aprile 1940, dopo una lunga stasi di sei mesi sui fronti
terrestri, il Führer, dà ordine di invadere la Danimarca che viene
conquistata senza resistenza. Parallelamente un corpo di spedizione
tedesco, sbarcato da navi da guerra, occupa le città costiere norvegesi
di Oslo, Bergen, Trondheim e Narvik oltre a Stavanger e Sola, che
vengono conquistate con truppe aviotrasportate e lanci di
paracadutisti. La giustificazione tedesca con la Norvegia è la
156
precedente azione dei franco-inglesi che, per volere di Churchill,
minano le coste del Paese neutrale, e il rifiuto di esso alla pretesa
germanica di presidiare punti strategici del suo territorio. Le truppe
norvegesi, sebbene colte di sorpresa dalla rapida ed efficace azione
tedesca, organizzano una difficoltosa resistenza, aiutate da truppe
Alleate sbarcate nell’isola di Harstad e a Namsos. Le battaglie
infuriano e si risolvono quando, di lì a poco, Hitler attacca in Francia.
La guerra di Norvegia non fa molte vittime umane, mentre numerose
ed equivalenti sono le perdite di naviglio. Ancora una volta Churchill,
come in modo ben più grave nella Grande Guerra a Gallipoli, si
mostra tenace ma alquanto confusionario, come ampiamente dimostra
una testimonianza giornalistica sullo sbarco inglese a Namsos: “Non
avevo mai visto una confusione simile. Noi ci eravamo annessa una
tenda e, fra il materiale che si stava sbarcando, non ci fu difficile
trovare di che mobiliarla quasi sontuosamente. Nessuno ci impediva
di fare man bassa al porto dove ognuno si recava per suo conto a
cercarvi ciò che gli faceva comodo. I piroscafi restavano al largo e
sbarcavano uomini e mezzi con scialuppe, alcune delle quali
andavano a vela. Nessun reparto organico toccava terra. I soldati
arrivavano alla spicciolata, carichi di roba, si guardavano attorno
senza raccapezzarsi in quel bailamme e chiedevano a tutti, anche a
noi, se sapevamo della compagnia tale comandata dall’ufficiale X.
Nessuno sapeva mai nulla, ma tutti rispondevano che certo dovevano
trovarsi nei dintorni e che bisognava cercarli. Si avviavano verso i
boschi a piccoli gruppi o anche isolatamente, e in genere si perdevano
nelle osterie in cui trovavano da bere qualcosa”.
Eppure, appena poche settimane dopo, Churchill, a 66 anni suonati
e a furor di popolo, diviene finalmente, dopo oltre un quarantennio di
carriera politica, Primo Ministro e manterrà la carica, agendo come un
vero dittatore, fino alla vittoria!
STALIN , che in qualche modo si è confrontato militarmente in
Spagna con le potenze dell’Asse e ne è risultato sconfitto, teme sia
157
l’espansionismo italiano nei Balcani, sia quello tedesco nell’Europa
centro-orientale e tenta ancora di raggiungere reali accordi militari con
Francia ed Inghilterra, ma le trattative vanno troppo a rilento. Ecco
perché, quando Hitler gli offre un patto di non aggressione e la
delimitazione di precise e reciproche zone d’influenza e la spartizione
della Polonia, accetta con entusiasmo. Egli è ben consapevole che il
suo esercito, dopo la grande epurazione dei migliori generali da lui
stesso fatta effettuare, non è particolarmente forte anche se
numericamente possente. Fa quindi, in ottemperanza al Patto, invadere
la sua zona di Polonia e, subito dopo, impone trattati di reciproca
assistenza a Estonia, Lettonia e Lituania che durante la guerra civile
russa si erano riuscite a sottrarre al Governo sovietico e a instaurare
una società e una pubblica amministrazione basate principalmente
sull’avversione del comunismo. Dopo i trattati, che prevedono il
libero ingresso di truppe russe nei tre Paesi baltici, una gran massa di
soldati irrompe nelle tre capitali e vi effettua un feroce sterminio e una
massiccia deportazione in Siberia senza che dai governi della Francia
e dell’Inghilterra giunga nessuna seria protesta.
Ormai Stalin è lanciato in un espansionismo che è, forse, secondo
solo a quello di Hitler. Infatti, nel novembre del 1939, chiede alla
Finlandia, con estrema arroganza, la cessione di basi navali per poi,
all’ovvio rifiuto, attaccare senza alcuna dichiarazione di guerra il
piccolo Stato nordico che si difende disperatamente con le sue 12
divisioni che debbono fronteggiarne 45 russe. L’impari lotta non si
risolve immediatamente, ma dura ben tre mesi a dimostrazione
dell’eroismo finlandese e dell’impreparazione dell’esercito sovietico.
La Società delle Nazioni fa sentire la sua voce sempre più fioca per
espellere, ma senza sanzioni, la Russia, mentre la Svezia, la Francia e
l’Italia inviano qualche vecchia arma (26 vetusti aerei dall’Italia) e
pochi volontari.
Il conflitto russo-finlandese, che si conclude nel marzo 1940 con la
cessione alla Russia dell’istmo di Carelia, fornisce l’occasione a
158
Mussolini di inviare a Hitler una fiera lettera dove il Duce sembra
ritrovare antichi accenti: “Nessuno più di me, che ho ormai
quarant’anni di esperienza politica, sa che la politica -specialmente
una politica rivoluzionaria- ha le sue esigenze tattiche. Ho
riconosciuto i Sovietici nel 1924; nel 1934 ho stipulato con essi un
trattato di commercio e di amicizia. Così ho compreso che, non
essendosi realizzate le previsioni di von Ribbentrop circa il non
intervento dei francesi e degli inglesi, siate stato costretto a evitare il
secondo fronte. Lo avete dovuto pagare in quanto la Russia, in
Polonia e nel Baltico, è stata -senza colpo ferire- la grande
profittatrice della guerra. Ma io che sono nato rivoluzionario, e non
ho modificato la mia mentalità di rivoluzionario, vi dico che non
potete continuamente sacrificare i principi della vostra rivoluzione
alle esigenze tattiche di un determinato momento (...) Ho il preciso
dovere di aggiungere che un ulteriore passo nei vostri rapporti con
Mosca avrebbe ripercussioni catastrofiche in Italia, dove l’unanimità
antibolscevica è assoluta, granitica, inscindibile. La soluzione del
vostro Lebensraum è in Russia e non altrove...”.
ROOSEVELT, all’inizio della guerra, dichiara la neutralità degli
Stati Uniti, ma subito dopo invia una serie di lettere in Europa e, nel
marzo 1940, il Sottosegretario agli Esteri Sumner Welles che in Italia
è ricevuto da Ciano e da Mussolini con differenti reazioni. Infatti,
mentre il Ministro degli Esteri lo giudica “una degna persona”, il
Duce, dopo aver rifiutato la proposta d’un incontro alle Azzorre con
Roosevelt, dice: “Tra noi e gli Americani è impossibile qualsiasi
intesa perché loro giudicano i problemi in superfice mentre noi li
giudichiamo in profondità”. A sua volta Welles così descrive
Mussolini: “Statico e massiccio, piuttosto che vigoroso, si muoveva
con pesantezza elefantina, come se ogni passo gli costasse uno
sforzo”.
159
CAP. XI
DALLA VITTORIA IN FRANCIA DI HITLER E
DALL’INGRESSO DI MUSSOLINI IN GUERRA AI PRIMI
GRANDI INSUCCESSI ITALIANI
CHURCHILL, che come Primo Lord dell’Ammiragliato può
essere considerato il maggior responsabile dell’insuccesso in
Norvegia, da Primo Ministro non sbaglia più un colpo.
Giunto finalmente alla massima carica governativa, la regge con
un assolutismo degno di un dittatore, e, quando in poco più di un mese
la Francia crolla sotto il violento e più che mai efficace attacco
tedesco del maggio 1940, riesce a pilotare con grande abilità e
coraggio l’imbarco a Dunkerque del corpo di spedizione britannico
salvando più di 300mila soldati (190mila inglesi e 140mila alleati) che
sono ricondotti sulle coste britanniche da 860 imbarcazioni di cui 240
vengono affondate dai tedeschi. E’ l’epopea non solo dei marinai in
divisa militare, ma anche di quelli delle navi mercantili e,
principalmente, di tanti diportisti, per lo più anziani, che, alla guida di
piccole imbarcazioni anche a vela, compiono, galvanizzati dalle
incitazioni di Churchill, la traversata della Manica andata e ritorno,
sotto l’inferno di fuoco scatenato dai tedeschi.
Il 10 giugno del 1940 anche Mussolini entra in guerra con forze
che, sulla carta, fanno paura. Una stima, che forse include anche i
mezzi impiegati e logorati in Spagna, accreditano l’Italia di 73
divisioni, per oltre un milione di uomini, 1500 carri armati leggeri
(quelli da 1 o 2 tonnellate), 70 carri armati medi (in fase di messa a
punto), 61mila automezzi e motomezzi, 3.000 aerei fra bombardieri e
caccia, e una grande flotta in cui fa spicco la più grande
160
concentrazione di sommergibili del mondo composta da ben 115
elementi fra i quali 42 oceanici.
Se si pensa che nella grande campagna di Francia Hitler ha
impiegato 125 divisioni di cui 10 corazzate, 2.000 carri armati
medioleggeri, 1000 carri armati pesanti e oltre 1000 aerei, mentre gli
avversari (Francia, Inghilterra, Belgio e Olanda) hanno
complessivamente disposto di 135 divisioni, 2600 carri armati
prevalentemente medioleggeri, le truppe e i mezzi italiani che vanno,
potenzialmente, ad aggiungersi a quelli di Hitler scoraggerebbero
chiunque, ma non Churchill.
Infatti il ”mastino” inglese rifiuta le onorevoli offerte di pace
mosse dal Führer e va diritto per la sua strada che ha, e sembra
incredibile, come traguardo la sconfitta dell’Asse. Eppure, per la
colpevole inazione di Chamberlain, la consistenza e la preparazione
militare dell’esercito inglese è in forte ritardo. L’aviazione invece, pur
non essendo numerosa, è agguerrita e moderna e i suoi caccia sono più
manovrabili e meglio armati di quelli tedeschi che sono superiori solo
per la velocità. L’unico vero punto di forza inglese è, come al solito,
la flotta che è non solo immensa ma anche agguerrita e ben attrezzata
(radar).
Il mondo intero sembra convinto che Churchill non possa resistere
all’Asse. L’Inghilterra è ormai sola e i Dominions sono lontani e poco
armati. Inoltre Stalin e il Giappone sono anche dalla parte di Hitler e
negli Stati Uniti prevale la politica isolazionista. Eppure il “mastino”
inglese non ha tutti i torti nel non considerarsi battuto. La sua
profonda cultura storica e l’esperienza diretta nella Prima Guerra
Mondiale gli hanno insegnato che chi non possiede il dominio dei
mari non può sbarcare un grande esercito, con l’aggiunta dei viveri e
delle armi per alimentarlo, nell’isola di Albione.
Il vero problema per la Gran Bretagna risiede nei rifornimenti e,
principalmente, nell’aviazione. In essa c’è la chiave di volta di tutto
perché, pur disponendo di una grande Marina da Guerra che domina
161
sia l’Atlantico che lo stretto della Manica, gli inglesi, se a loro volta
fossero dominati nell’aria dall’aviazione nemica, subirebbero tali
perdite navali da non poter continuare per lungo tempo a controllare
gli Stretti sia a nord che a sud di Dover. Proprio per questo Churchill
ha posto, con una durezza che sembra spietata ma è solo lungimirante,
l’assoluto divieto di utilizzare ulteriormente lì i residui aerei inglesi di
stanza in Francia e ha dato ordine di farli rientrare subito in patria per
partecipare alla difesa ad oltranza dell’isola.
Ora, analizzando le due flotte aeree e i risultati degli scontri nei
cieli francesi, gli aerei di Churchill possono reggere il confronto,
perché le perdite che hanno inflitto agli avversari nella battaglia di
Francia ha il rapporto confortante di 3 a 1 che, grosso modo, pareggia
la proporzione del numero di aerei in possesso fra i contendenti che è,
appunto, di 3 a 1 a favore dei tedeschi.
Il 18 giugno in Parlamento Churchill dice: “La Marina non ha mai
sostenuto di poter impedire incursioni di formazioni militari di
5/10mila uomini fulmineamente sbarcate in vari punti delle nostre
coste in qualche notte buia o in qualche mattino nebbioso. L’efficacia
delle forze navali dipende dalla mole più o meno imponente
dell’esercito invasore. Esso deve essere di grande mole, in previsione
delle nostre forze militari, per servire a qualcosa. Se di grande mole,
allora la Marina avrà qualcosa da ricercare, affrontare e
sconvolgere. Ora non va dimenticato che solo 5 divisioni, per leggero
che sia il loro armamento, richiedono da 200 a 250 navi, e, con i
moderni sistemi di ricognizione e fotografie aeree, non sarebbe facile
riunire una simile flotta, ordinarla e condurla attraverso il mare
senza potenti forze navali di scorta. Senza contare che, nella migliore
delle ipotesi, questa flotta verrebbe intercettata molto prima di
raggiungere la costa e affondata, o, nella peggiore, le truppe
verrebbero fatte a pezzi con tutti i loro materiali nel tentativo di
sbarcare”.
162
Hitler, nonostante la gioia e l’esaltazione della fulminea vittoria in
Francia seguita dalla firma dell’armistizio che ha voluto avvenisse a
Compiegne, nello stesso vagone nel quale fu firmata la resa tedesca
nel 1918, e la sfilata orgogliosa del suo esercito sotto l’Arco di
Trionfo a Parigi, sembra pensarla come Churchill sullo sbarco in
Inghilterra. Anche lui condiziona l’operazione d’invasione della Gran
Bretagna, denominata “Sea Lion” alla vittoria della sua aeronautica su
quella di Churchill. Così il 10 luglio 1940 inizia la cosiddetta
“Battaglia d’Inghilterra” con il primo attacco in grande stile della
flotta aerea tedesca che ha come obiettivo immediato i porti
meridionali inglesi di Dover e Plymouth.
L’aviazione tedesca, “Luftwaffe”, dispone di 2.669 aerei
comprendenti 1.015 bombardieri, 346 bombardieri in picchiata, 933
caccia e 373 caccia corazzati e il suo comandante in capo, Goring, dà
ordine di eseguire continui attacchi sulla costa inglese prospiciente la
Manica per attirare tutte le squadriglie nemiche a sud e, una volta
ottenuto tale risultato, far intervenire altri aerei per bombardare, in
diurna, le grandi città industriali a nord. L’esecuzione più poderosa e
impegnativa di tale tattica avviene il 15 agosto quando ben 800 aerei
tedeschi vengono impiegati a tormentare il sud e,
contemporaneamente, più di 100 bombardieri e 50 caccia vengono
lanciati contro Tyneside. Ma il comandante dell’aviazione inglese,
Dowding ha, con felice intuizione, riservato 7 squadriglie per il nord e
la battaglia aerea infuria dovunque con il risultato, in quella sola
giornata, di 106 aerei tedeschi abbattuti contro gli appena 34 inglesi!
Inoltre, mentre i piloti tedeschi degli aerei abbattuti che si riescono a
salvare con il paracadute vengono fatti prigionieri, quelli inglesi
cadono sul suolo patrio e quindi possono rientrare, dopo qualche
giorno, nuovamente in azione su altri aerei.
L’11 settembre Churchill dice alla radio: “Ogni volta che le
condizioni meteorologiche siano favorevoli, ondate di bombardieri
germanici protetti da caccia, spesso tre o quattrocento per volta,
163
s’abbattono sulla nostra isola, in particolar modo sul promontorio del
Kent, nella speranza di attaccare obbiettivi militari o non militari
nelle ore diurne. Tuttavia vengono intercettati dalle nostre squadriglie
di caccia e quasi sempre dispersi; e la media delle loro perdite si
calcola di 3 a 1 in apparecchi e di 6 a 1 per quanto riguarda i piloti.
Questo sforzo da parte tedesca di conseguire la padronanza dei cieli
inglesi nelle ore diurne è naturalmente il punto cruciale di tutta la
guerra. Fino a questo momento questo sforzo è notevolmente fallito.
E’ costato molto caro al nemico e noi ci siamo sentiti più forti, e
infatti siamo relativamente molto più forti da quando questi duri
combattimenti ebbero il loro inizio a luglio. Non c’è dubbio che Hitler
usi della sua aviazione da caccia con molta intensità e che se dovesse
continuare così per molte altre settimane non potrà che logorare e
rovinare questa parte vitale delle sue forze aeree. Questo ci darà un
grande vantaggio. D’altra parte, sarebbe per lui impresa ben
azzardata cercare d’invadere il nostro Paese senza essersi
precedentemente assicurato la superiorità aerea. Comunque tutti i
suoi preparativi d’invasione su vasta scala procedono ininterrotti.
Parecchie centinaia di barconi a motore scendono lungo le coste
europee dai porti germanici e olandesi a quelli della Francia
settentrionale; da Dunkerque a Brest; e, oltre Brest, ai porti francesi
del golfo di Guascogna. Inoltre, convogli di navi mercantili a gruppi
di diecine e di dozzine vengono avviati attraverso lo stretto di Dover
nella Manica, spostandosi di porto in porto sotto la protezione delle
batterie che i tedeschi stessi hanno postate sulla costa francese. Ci
sono ora considerevoli concentrazioni di naviglio mercantile nei porti
tedeschi, olandesi, belgi e francesi lungo tutta la rotta da Amburgo a
Brest. Infine sono stati ultimati i preparativi perché delle navi
possano trasportare forze d’invasione dai porti norvegesi. Dietro
queste concentrazioni di piroscafi e di barconi forti contingenti di
truppe germaniche attendono l’ordine d’imbarcarsi e di salpare per
la loro pericolosissima e incerta traversata. Non possiamo dire
164
quando tenteranno di giungere a noi; non possiamo neppure essere
certi che lo tenteranno addirittura; ma nessuno deve chiudere gli
occhi dinanzi alla realtà del fatto che una grande invasione su
vastissima scala viene preparata contro quest’isola con tutta la
consueta meticolosità dei tedeschi, e che essa può scatenarsi in questo
stesso istante sull’Inghilterra, o sulla Scozia, o sull’Irlanda, o su tutt’e
tre. Se questa invasione sarà tentata, gli indugi non potranno durare
ancora a lungo. Il tempo può rompersi ad ogni istante. Inoltre è
difficile per il nemico mantenere questi concentramenti di navi in
attesa indefinita, sottoposte come sono ogni notte agli attacchi dei
nostri bombardieri, e molto spesso al cannoneggiamento delle nostre
navi da guerra, che le attendono fuori al varco. Dobbiamo pertanto
considerare la prossima settimana come un periodo particolarmente
importante nella nostra storia. E’ paragonabile ai giorni in cui
l’Armada Spagnola si avvicinava alla Manica e Drake stava
terminando la sua partita a bocce; o ai giorni in cui Nelson si eresse
tra noi e la Grande Armata di Napoleone a Boulogne. Abbiamo letto
tutti di ciò sui libri di storia; ma quanto avviene ora è di proporzioni
di gran lunga maggiori e infinitamente più importante per la vita e
l’avvenire del mondo e della sua civiltà, che non in quegli eroici tempi
antichi”.
Anche negli eroici tempi moderni la novella “Battaglia
d’Inghilterra” è vinta dai britannici con il loro capo supremo,
Churchill, che riesce, con la sua calma e la sua ferma decisione, ad
infondere fiducia alla popolazione ed alle forze armate e
principalmente a quel pugno di aviatori, non più di duemila, che con
eroismo ed infaticabile perizia, prevalgono sulla Luftwaffe che perde
ben 1.733 aerei contro i 915 inglesi. E’ vero che la proporzione si è
ridotta da 3 a 1 a 2 a 1 e che la produzione industriale di entrambi i
Paesi rimpiazza gli aerei distrutti, ma gli inglesi incominciano a
ricevere anche aerei commissionati negli Stati Uniti e piloti dal
Canada. Come se non bastasse, il tempo s’è rotto e sono incominciate
165
le piogge e le tempeste per cui, in ottobre, Hitler è costretto ad
accantonare l’operazione “Sea Lyon” e a dover accusare la sua prima
sconfitta.
Churchill, però, ha anche un altro temibilissimo avversario,
Mussolini, che con le sue (sulla carta) poderose forze aeree e navali
non richieste nella “Battaglia d’Inghilterra”, può procurare veri e
propri scatafasci nel Mediterraneo. Gli si accredita, infatti, la
possibilità di infliggere un duro colpo alla flotta inglese e all’isola di
Malta oltre a tentare l’invasione dell’Egitto e di tutto il Medio Oriente
dove gli inglesi hanno poche forze militari a disposizione.
Il “mastino” inglese, nonostante la minaccia tedesca sulla
Manica, incomincia subito, dal giugno 1940, a tempestare i suoi
collaboratori di raccomandazioni per l’amato Mediterraneo e, proprio
il 10 luglio quando inizia la Battaglia d’Inghilterra, scrive: “Ritengo
opportuno costituire un piccolo Comitato Ministeriale formato dai
Ministri: della Guerra (Eden), dell’India (Amery) e delle Colonie
(Lloyd), affichè abbiano a consultarsi sulla condotta di guerra nel
Medio Oriente, che li riguarda tutt’e tre, e mi consiglino, come
Ministro della Difesa, sulle richieste ch’io debba fare al Gabinetto.
Favorite scrivere tutto ciò nella debita forma. Il Ministro della
Guerra ha accettato di assumere la presidenza del Comitato”. Poi,
nonostante la strana inerzia italiana, il 16 agosto 1940 Churchill invia
al Ministro della Guerra e al Capo di Stato Maggiore Imperiale le
direttive generali per il Comandante Supremo del Medio Oriente
(generale Wawell): “Parte I, 1) L’invasione su vasta scala dell’Egitto
dalla Libia deve essere attesa ormai ad ogni istante. E’ quindi
necessario raccogliere e distribuire le più grandi forze possibili lungo
e verso la frontiera occidentale(...) 5) In vista dei crescenti attacchi
aerei che si possono prevedere nel Mar Rosso in seguito alla
conquista italiana della Somalia Britannica, è importante che la
difesa aerea di Aden venga rafforzata. (...) L’esercito egiziano deve
essere utilizzato come servizio attivo. (...) I suddetti corpi (inglesi,
166
neozelandesi, australiani, polacchi, indiani) dovranno formare per il
1° ottobre al più tardi, 39 battaglioni insieme con le forze corazzate
per un totale cioè di 56.000 uomini e 212 cannoni. Indipendentemente
dalle truppe di sicurezza interna(...). Parte III (...) 16)In questo modo
l’armata del Nilo attenderà l’invasione italiana. C’è da prevedere che
il nemico avanzerà con grandi forze rallentato soltanto, ma
aspramente, dalla scarsità d’acqua e di carburante. Disporrà
certamente di notevoli forze corazzate per contenere e respingere le
nostre più scarse, a meno che queste non vengano migliorate in tempo
dal reggimento corazzato proveniente dalla Gran Bretagna. Coprirà,
se non potrà distruggerla, Mersa Matruh. Ma se la linea principale
del Delta verrà diligentemente fortificata e saldamente tenuta, il
nemico sarà costretto a mettere in campo un esercito i cui rifornimenti
d’acqua e di petrolio, viveri e munizioni saranno molto difficili.
Quando questo esercito fosse seriamente impegnato, l’azione contro
le sue linee di comunicazione da Mersa Matruh i bombardamenti dal
mare e gli attacchi a Sollum, o anche molto più ad ovest,
costituirebbero un colpo mortale per esso...”.
In effetti le armate di Mussolini sono già entrate nella Somalia
inglese e stanno per conquistarla. Poi entrano nel Kenia e nel Sudan
dove occupano Cassala. Infine il 13 settembre 1940 il grosso delle
truppe italiane inizia la tanto prevista, e temuta, invasione dell’Egitto.
Si fa precedere, come è d’uso in tutti gli eserciti, da un intenso fuoco
di artiglieria e poi avanza in questo ordine: in testa i motociclisti in
perfetta formazione da un fianco all’altro e dalla prima fila all’ultima,
seguono i carri armati leggeri (le scatolette da 1 o 2 tonnellate armate
solo di mitragliatrice) e molte file di automezzi. Un colonnello
britannico dice: “Lo spettacolo ricordava una parata per qualche
genetliaco nella Long Valley di Aldershot”.
La superiorità di mezzi e di uomini è tale che gli italiani non hanno
molta difficoltà nel conquistare territorio egiziano fino a Sidi Barrani
compresa, ma offrono, così compatti come procedono, un generoso
167
bersaglio all’artiglieria inglese che riesce ad uccidere o a ferire 400
uomini, contro perdite di appena quaranta unità.
A Dakar, in Africa, un’organizzazione più solida mostra l’esercito
della Francia del Maresciallo Petain, capo del nuovo governo di Vichy
alleato ai tedeschi, che viene aggredito dai francesi del generale De
Gaulle massicciamente appoggiati da navi da guerra inglesi. Churchill
quasi si giustifica della sconfitta scrivendo, il 25 settembre, a
Roosevelt: “ Mi rammarico assai di aver dovuto troncare l’impresa di
Dakar. Vichy ci ha preceduti e ha rianimato la difesa con suoi adepti
ed esperti d’artiglieria. Tutti gli elementi amici sono stati
immobilizzati e neutralizzati. Parecchie delle nostre navi sono state
colpite, e persistendo a voler sbarcare in forze noi ci saremmo
addossati un indebito impegno mentre voi conoscete ciò che abbiamo
da fronteggiare”.
Nel mese di ottobre, quando le truppe di Hitler entrano in
Romania, Mussolini, quasi per una rivalsa e una compensazione
all’inazione delle sue truppe in Egitto ferme da tempo a Sidi Barrani,
ordina l’invasione della Grecia dall’Albania. Immediatamente
Churchill, come colto dalle convulsioni, tempesta il Ministro della
Guerra Eden (che è in Egitto) scrivendogli: “Sembra di primaria
importanza per noi avere il miglior aeroporto possibile e una base per
il rifornimento di carburante alle navi nella baia di Suda. Una
fortunata difesa di Creta sarebbe di enorme aiuto alla difesa
dell’Egitto. Lasciar prendere Creta dagli italiani significherebbe un
aggravamento doloroso di tutte le nostre difficoltà nel Mediterraneo.
Una tal posta val bene il rischio ed equivale quasi a un’offensiva
fortunata in Libia. Per favore, dopo aver esaminato tutto quanto il
problema con Wawell e Smuts non esitate a fare proposte di azioni in
grande stile a spese di altri settori, e chiedeteci pure tutto l’aiuto di
cui abbisognate, compresi aerei e batterie antiaeree. Noi stiamo
studiando la maniera di soddisfare le vostre necessità”.
168
Il “mastino” inglese ancora una volta mostra un’efficienza fuor del
comune e, riuscito a convincere il governo greco, fa occupare, dopo
appena due giorni dall’inizio dell’azione italiana, la baia di Suda che è
il miglior porto dell’isola di Creta, poi scrive a Eden: “Adesso la
preminenza deve essere data alla situazione greca. Noi ci rendiamo
ben conto dell’esiguità delle nostre risorse. Si devono attentamente
studiare gli aiuti da dare alla Grecia, altrimenti si rischia di perdere
la posizione di favore che abbiamo in Turchia, perché si farebbe
vedere che l’Inghilterra non cerca mai di onorare le proprie garanzie.
Vi invito a trattenervi al Cairo almeno per un’altra settimana mentre
si studiano questi argomenti e noi ci accertiamo che il più possibile
sia fatto da ambo le parti. Intanto per il 15 novembre vi arriveranno
altri 30.000 uomini, cosa che deve pesare sulla situazione locale in
Egitto”. Trascorrono solo pochi giorni e Churchill scrive ancora a
Eden: “Vi stiamo mandando rinforzi aerei, che arriveranno, nella
maniera esaurientemente spiegata in unito messaggio dei capi di
Stato Maggiore. Mandate subito in Grecia una squadriglia di
Gladiator e altre due di Blenheim, tre in tutto. Se necessario mandate
a Creta un secondo battaglione. Profittate dell’arrivo dei predetti
rinforzi aerei per mandare al più presto un’altra squadriglia di
Gladiator. I cannoni contraerei destinati agli aeroporti greci
dovrebbero arrivare colà prima delle squadriglie”.
Il Primo Ministro inglese è un vero vulcano: non sono trascorsi che
pochi giorni dall’inizio dell’attacco italiano e già tutto è sotto
controllo e tutti i comandi britannici sono continuamente sollecitati e
indirizzati all’azione. Non a caso l’Ammiraglio Cunningham, capo
della flotta inglese del Mediterraneo, mette in essere un’azione già
studiata da tempo: attaccare la flotta italiana nel porto di Taranto. E’
l’11 novembre quando dalla flotta inglese in navigazione partono due
ondate di aerosiluranti che riescono ad affondare una corazzata e a
metterne altre due fuori combattimento per alcuni mesi al misero costo
di soli due aerei abbattuti! Churchill non si lascia sfuggire l’occasione
169
per poter scrivere a Roosevelt in questi termini: “Sono sicuro che
sarete compiaciuto di Taranto. Le tre navi da battaglia italiane non
colpite hanno lasciato Taranto oggi, il che significa che forse
ripiegano a Trieste”.
A loro volta i greci, dopo aver subito inizialmente l’avanzata
italiana, contrattaccano violentemente, entrano in Albania e
conquistano Coritza il 22 novembre, mentre, nemmeno venti giorni
dopo, in Egitto gli inglesi attaccano, con carri armati da 15 e 30
tonnellate, gli italiani e fanno diecine di migliaia di prigionieri. E
Churchill, dopo tanto (e ingiustificato) timore, si rivolge via radio agli
italiani per dire: “Italiani, vi voglio dire la verità. E’ tutto causa di un
uomo solo. Un uomo solo, un uomo solo ha schierato il popolo
italiano in lotta mortale contro l’Impero Britannico e ha privato
l’Italia della simpatia e dell’amicizia degli Stati Uniti d’America. Che
egli sia un grand’uomo non lo nego, ma che dopo 18 anni di sfrenato
potere egli abbia condotto il vostro Paese all’orlo orrendo della
rovina nessuno può negarlo. E’ un solo uomo che, contro la Corona e
la Famiglia Reale Italiana, contro il Papa e tutta l’autorità del
Vaticano e della Chiesa Cattolica Romana, contro i desideri del
popolo italiano, che non era affatto entusiasta di questa guerra, ha
portato i depositari ed eredi dell’antica Roma dalla parte dei feroci
barbari pagani”.
Poi “il mastino” trova anche il tempo per compilare ed inviare,
sempre nel dicembre 1940, una lunghissima lettera a Roosevelt: “Mio
caro Presidente, 1)Poiché ci avviciniamo alla fine dell’anno, credo
che vi aspetterete da me un preventivo sul 1941. Lo faccio con
sincerità e fiducia, perché mi sembra che la maggioranza dei cittadini
americani abbia testimoniato la convinzione che la sicurezza degli
Stati Uniti, l’avvenire delle nostre due democrazie e il tipo di civiltà
che esse difendono, siano strettamente legate alla sopravvivenza e
all’indipendenza del Commonwealth britannico. Soltanto così
possono restare in mani fedeli e amichevoli quei bastioni del potere
170
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MessaggioTitolo: Re: I CINQUE DUCI A CONFRONTO saggio di storia comparata   Mer Ott 22, 2014 12:14 pm

marittimo dai quali dipende il controllo dell’Atlantico e dell’Indiano.
Il controllo del Pacifico da parte della Marina Americana e
dell’Atlantico da parte della Marina Inglese è indispensabile alla
sicurezza e alle rotte commerciali dei due Paesi, ed è il mezzo più
sicuro per impedire che la guerra raggiunga le coste degli Stati Uniti.
2) (...) Ci vogliono tre o quattro anni per convertire a scopi bellici le
industrie di una nazione moderna (...) la Germania certamente
raggiunse questo punto alla fine del 1939. Noi ci troviamo ora solo a
metà strada del secondo anno (...) Negli Stati Uniti sono ora in corso
di attuazione immensi programmi di difesa navale, militare e aerea,
per completare i quali ci vorranno due anni (...) E’ nostro dovere
d’inglesi nell’interesse comune tenere il fronte ed impegnare la
potenza nazista finché saranno completati i preparativi degli Stati
Uniti (...) 4) La prima metà del 1940 è stato un periodo disastroso per
gli Alleati e per l’Europa. Gli ultimi 5 mesi hanno visto invece una
forte e forse inaspettata ripresa della Gran Bretagna che combatte da
sola, ma con l’inestimabile aiuto in munizioni e cacciatorpediniere
che la Grande Repubblica, di cui siete per la terza volta il capo
prescelto, ha messo a nostra disposizione. 5) Per il momento il
pericolo di un colpo rapido e soverchiante che distrugga la Gran
Bretagna si è di molto allontanato. In sua vece abbiamo un pericolo
lungo che matura gradatamente, ugualmente mortale. E’ la costante e
crescente diminuzione del nostro tonnellaggio (...) 6) Le nostre perdite
di naviglio, di cui accludo le cifre relative agli ultimi mesi, hanno
raggiunto proporzioni quasi paragonabili a quelle degli anni peggiori
dell’altra guerra. Nelle cinque settimane terminate il 3 novembre le
perdite hanno raggiunto un totale di 420.000 tonnellate. Noi stimiamo
che il tonnellaggio annuale che bisognerebbe importare per
mantenere il nostro sforzo al suo massimo livello è di 43 milioni di
tonnellate; il tonnellaggio entrato in settembre fu in ragione di 37
milioni di tonnellate annuali, e in ottobre di 38 milioni. Se questa
diminuzione dovesse continuare con questo ritmo sarebbe fatale(...). Il
171
nemico controlla tutti i porti lungo le coste settentrionali e occidentali
della Francia. Esso disloca in misura crescente i suoi sommergibili,
idrovolanti e apparecchi da combattimento in questi porti e nelle isole
a largo della costa francese. A noi è negato l’uso dei porti e del
territorio dell’Irlanda (...) In realtà abbiamo ora soltanto una rotta di
ingresso alle Isole britanniche dove il nemico concentra sempre di più
i suoi sforzi (...) 9)Vi è una seconda possibilità di pericolo: il Governo
di Vichy (...) con le più gravi conseguenze per le nostre comunicazioni
fra l’Atlantico nord e sud, e complicazioni per Dakar e naturalmente
poi per il Sud America. 10) Terza sfera di pericolo è l’Estremo
Oriente. (...) Si riferisce che i giapponesi stanno preparando 5 buone
divisioni per destinarle oltremare come corpo di spedizione. Oggi noi
non abbiamo nell’Estremo Oriente forze atte a sostenere questa
situazione. 11) Di fronte a questi pericoli noi dobbiamo cercare di
usare il 1941 per farci una tale riserva di armi, specialmente di aerei,
sia accrescendo la produzione interna a onta dei bombardamenti, sia
coi rifornimenti d’oltreoceano. In vista delle difficoltà di questo
compito io mi sento autorizzato a prospettarvi le varie maniere in cui
gli stati Uniti potrebbero dare aiuto supremo e decisivo a quella che
sotto certi aspetti è la causa comune. Bisogna arrestare o limitare le
perdite di tonnellaggio. Ciò si può raggiungere accrescendo il
numero delle navi mercantili disponibili. O alternative del genere:
riaffermazione negli USA della dottrina contro i metodi barbari di
guerra con le forze statunitensi, cioè corazzate, incrociatori, caccia e
flottiglie aeree di scorta, a proteggere il traffico. (...) In mancanza di
tutto ciò, è indispensabile la donazione, il prestito, o la fornitura di un
buon numero di navi da guerra americane, soprattutto
cacciatorpediniere (...) 13) Per assicurare la vittoria finale si
richiederà un aumento di almeno tre milioni di tonnellate nella nostra
capacità costruttiva (oggi un milione e un quarto di tonnellate) per
naviglio mercantile. Soltanto gli Stati Uniti possono sopperire a
questo bisogno (...) 14) Inoltre contiamo sull’energia industriale degli
172
USA per un rinforzo della nostra produzione di aerei da
combattimento (...) Attualmente siamo impegnati in un programma
che dovrà aumentare la nostra forza fino a raggiungere i 7.000 aerei
di prima linea per la primavera del 1942 (...) Ma per conseguire la
superiorità schiacciante ci abbisognerà la massima produzione di
aerei che l’America sia in grado di mandarci (...) Posso quindi
invitarvi, signor Presidente, a prendere in seria considerazione
un’immediata ordinazione combinata di altri 2.000 aerei da
combattimento al mese? La massima parte dovrebbe essere di
bombardieri pesanti perché da quest’arma dipendiamo per abbattere
le fondamenta della potenza militare tedesca (...) 15) Senza il vostro
continuo aiuto nella fornitura e nelle cessioni di giacenze non
potremmo sperare di armare nemmeno 50 divisioni nel 1941.(...) 17)
Infine passo alla questione finanziaria (...) In realtà, come ben sapete,
le ordinazioni già fatte, compresa la spesa a copertura sostenuta per
creare fabbriche di munizioni negli Usa, superano di molte volte il
totale delle riserve di cambio che rimangono a disposizione
dell’Inghilterra. Si avvicina il momento in cui non saremo in più
grado di pagare in contanti il naviglio e le altre forniture(...) 19) Se,
come credo, voi siete convinto che la sconfitta della tirannia nazista e
fascista sia questione di grande importanza per il popolo degli USA e
per l’emisfero occidentale, voi considererete questa lettera non come
una richiesta di soccorsi, ma come un’esposizione del programma
minimo necessario al conseguimento del nostro fine comune”.
Quando, nel maggio 1940, la Germania inizia il suo travolgente
attacco in Occidente, anche la figlia primogenita e viziatissima di
MUSSOLINI si precipita dal padre per dirgli, agitata ed entusiasta,
che l’Italia intera vuole la guerra e prolungare la non belligeranza
sarebbe un disonore. E la natura guerrafondaia del Duce sembra
prendere il sopravvento al punto da fargli dire a Ciano : “Entro un
mese dichiaro la guerra, attaccherò Francia e Inghilterra in aria e in
mare”. A nulla serve una nobile lettera che il 16 maggio Churchill
173
invia al dittatore italiano: “Nell’assumere la carica di Primo Ministro
e Ministro della Difesa, torno con la memoria ai nostri colloqui di
Roma e il desiderio mi coglie di dire una parola di buonavolontà a
voi, Capo della Nazione Italiana, attraverso quello che sembra essere
un abisso sempre più vasto. E’ troppo tardi per impedire che un fiume
di sangue scorra fra il popolo inglese e il popolo italiano? Senza
dubbio possiamo infliggerci atroci ferite l’un l’altro e straziarci
crudelmente e oscurare il Mediterraneo con la nostra contesa. Se
questo è il vostro comando, tale sia; ma dichiaro di non essere mai
stato nemico della grandezza italiana e mai neppure segretamente
ostile al legislatore italiano. E’ vano predire il corso delle grandi
battaglie che ora infuriano in Europa, ma sono certo, quale che sia la
sorte del Continente, che l’Inghilterra continuerà fino alla fine, anche
se affatto isolata, come già facemmo, e ritengo con qualche
fondamento che saremo aiutati in misura crescente dagli Stati Uniti e,
anzi, da tutte le Americhe. Vi prego di credere che non uno spirito di
debolezza o di paura mi muove a questo solenne appello, di cui
rimarrà traccia negli archivi. Dall’evo più lontano, sopra ogn’altro
richiamo giunge il grido, onde gli eredi congiunti della civiltà latina e
cristiana non abbiano a schierarsi gli uni contro gli altri in una lotta
mortale. Porgete ad esso l’orecchio, ve ne supplico con tutto l’onore e
il rispetto, prima che l’orrendo segnale sia dato. Non sarà mai dato
da noi”.
Due giorni dopo Mussolini scrive con non minore nobiltà :
“Rispondo al vostro messaggio per dirvi che certo vi rendete conto
delle gravi ragioni di carattere storico e contingente che hanno
schierato i nostri due Paesi in campi opposti. Senza tornare troppo
addietro nel tempo, vi ricorderò l’iniziativa presa dal vostro governo
nel 1935 per organizzare a Ginevra sanzioni contro l’Italia, intenta
ad assicurarsi un po’ di spazio al sole africano senza portare il
minimo danno ai vostri interessi e territori o a quelli altrui. Voglio
anche ricordarvi l’autentico stato di servitù in cui l’Italia si trova nel
174
suo mare. Se fu per onorare la vostra firma che il vostro governo
dichiarò guerra alla Germania, comprenderete che lo stesso
sentimento d’onore e di rispetto per gli impegni assunti col Patto
italo-germanico guida la politica attuale e futura dell’Italia di fronte
a qualsiasi eventualità”.
In quello stesso giorno (18 maggio) le notizie della grande battaglia
in corso ad Occidente registrano: Bruxelles caduta, Anversa
smantellata, la Francia percorsa da colonne di carri armati tedeschi
fino a Soissons. Eppure il generale italiano Soddu non è ancora
convinto che quello tedesco sia un vero successo. Inoltre concorrono a
non far prendere ancora a Mussolini la decisione fatale di entrare in
guerra offerte francesi di concessioni territoriali e una lettera di
Roosevelt (27 maggio) che garantisce l’esecuzione delle promesse
franco-inglesi all’Italia. Ma il 30 maggio il Duce è definitivamente
deciso a favore dei tedeschi, nonostante gli giungano nuovi pressanti
offerte francesi e una nuova lettera del Presidente Americano che
ammonisce: se l’Italia entrerà in guerra, determinerà automaticamente
un aumento degli armamenti statunitensi ed il raddoppio degli aiuti
agli Alleati.
Solo 9 giorni dopo, mentre i tedeschi sono inarrestabili e avanzano
di gran carriera lungo tutta la Francia, il Maresciallo italiano Badoglio
dice che la battaglia sarà ancora lunga e dura, ma Mussolini il 10
giugno dichiara la guerra a Francia e Inghilterra. Poi il 18 e 19
s’incontra a Monaco con Hitler per fissare le condizioni di armistizio
alla Francia che sono incredibilmente moderate e lasciano ancora in
piedi la nazione transalpina con un vasto territorio libero, la sua flotta
e le sue colonie. Hitler non ha voluto infierire nella precisa
convinzione di poter aggregare i resti della Francia come alleati e di
far accettare all’Inghilterra, sconfitta in Francia, buone condizioni di
pace che chiudano definitivamente la guerra ad Occidente.
Mussolini deve fare buon viso a cattivo gioco e fermare l’esercito
che è riuscito ad occupare solo Mentone e non s’è mostrato
175
particolarmente efficiente, così come attesta Starace a Ciano:
“L’attacco sulle Alpi ha documentato la totale impreparazione
dell’esercito, l’assoluta mancanza di mezzi offensivi e l’insufficienza
completa dei comandi. Si sono mandati gli uomini incontro ad un
inutile morte due giorni prima dell’armistizio con gli stessi sistemi di
vent’anni or sono. Se la guerra in Libia sarà condotta in egual
maniera l’avvenire ci riserba molte amarezze”.
Per ora, però, tutto sembra procedere bene e dà la sensazione che
l’Italia, nonostante la sua impreparazione militare, possa continuare a
trarre notevoli vantaggi dalla sua politica. E il re sembra più
interessato a contestare a Ciano la concessione dell’alta decorazione
del collare dell’Annunciata a Goring, che alla situazione militare. Così
come Claretta Petacci, la favorita di Mussolini, continua a tempestare
il suo Benito di telefonate amorose, dalla villa principesca che occupa
alla Camilluccia, alle quali una sola volta il Duce risponde
innervosito: “ Ma come è mai possibile parlare di simili stupidaggini
quando tra poche ore potranno essere in gioco le sorti dell’Italia e un
solo gesto, una sola parola, potrà significare la gloria, l’avvenire ma
anche la fine più ignominiosa?”.
Nel frattempo, nei primi di luglio, avviene un primo breve scontro
fra la flotta italiana e quella inglese e Mussolini si mostra soddisfatto
dei risultati, senza dare soverchia importanza alla segnalazione di
gravi incomprensioni tattiche fra marina e aviazione che hanno portato
quest’ultima a scambiare per nemiche navi da guerra italiane e a
sottoporle a sei ore di bombardamento, fortunatamente senza danni.
Eppure i tedeschi l’11 agosto chiedono che aerei italiani intervengano
nella grande battaglia che infuria nei cieli d’Inghilterra e mostrano di
apprezzare la rapida conquista della Somalia inglese da parte delle
truppe italiane.
In settembre Mussolini è ancora ottimista, al punto da dichiarare al
Consiglio dei Ministri di essere indifferente alla notizia della
concessione da parte di Roosevelt a Churchill di ben 50
176
cacciatorpediniere e alla convinzione che la guerra non si concluderà
immediatamente. Vuole nuovi successi personali e ordina
imperiosamente al generale Graziani di non ritardare oltre, pena
l’immediata sostituzione, l’attacco in Egitto, che inizia il 14 settembre
e conduce, in soli tre giorni, alla conquista di Sidi Barrani.
Indubbiamente l’effetto delle vittorie italo-tedesche, seppure non
ancora decisive, si fa sentire nel mondo e conduce il Giappone a
firmare l’alleanza militare con l’Asse e la Spagna a dichiararsi pronta
ad entrare in guerra se riceverà materiali in misura tale da ricordare
l’analoga richiesta italiana dell’anno prima a Hitler.
Il 12 ottobre il Duce, che è tornato a sentirsi militarmente possente,
è infuriato per l’invasione tedesca della Romania, avvenuta senza che
lo si consultasse preventivamente. Allora dice ai suoi collaboratori:
“Mi mette sempre di fronte al fatto compiuto. Questa volta lo pago
con la stessa moneta: saprà dai giornali che ho occupato la Grecia.
Così l’equilibrio verrà ristabilito”.
E’ un’azione sconsiderata, perché Mussolini preferisce dare ascolto
al generale Visconti Prasca che ritiene sufficienti le 9 divisioni
dislocate in Albania, in luogo delle 20 ritenute indispensabili dagli
altri generali italiani. E tutto precipita: il 12 novembre gli inglesi
mettono fuori uso metà delle corazzate italiane a Taranto e le truppe in
Grecia invece di avanzare indietreggiano. Ma Mussolini non è
abbattuto, ritiene infatti di poter rimediare e riprendere l’iniziativa,
anche se Hitler ha ormai sull’alleato italiano idee chiare, al punto da
dire a Ciano, in visita in Germania, di chiedere al Duce se gli consente
di tentare di ottenere un’alleanza con la Iugoslavia per aprire un
secondo fronte in Grecia. Il dittatore tedesco è commosso fino alle
lacrime quando, avvicinatosi a Ciano, gli sussurra: “Da questa Vienna
mandai a Mussolini un telegramma per assicurargli che non avrei mai
dimenticato il suo aiuto il giorno dell’Anschluss. Lo confermo oggi e
sono con ogni mia forza al suo fianco”. Quindi consegna al genero del
177
Duce una busta chiusa per Mussolini che, una volta presane visione, si
affretta ad accettare in toto sia per la parte militare che politica.
Nemmeno un mese dopo (4 dicembre), nonostante i rinforzi italiani
fatti precipitosamente affluire in Albania, Mussolini è angosciato per
le dichiarazioni del generale Soddu che dice: “E’ impossibile ogni
azione militare. La situazione deve essere risolta mediante un
intervento politico”. Al che il Duce convoca Ciano e gli comunica:
“Qui non c’è più niente da fare. E’ assurdo e grottesco, ma è così.
Bisogna chiedere la tregua tramite Hitler. Ogni uomo compie nella
sua vita l’errore fatale. E l’ho compiuto anch’io quando ho prestato
fede al generale Visconti Prasca. Ma come non farlo se quest’uomo
appariva tanto sicuro di sé medesimo e se tutti gli elementi davano il
maggiore affidamento? E’ il materiale umano con cui lavoro che non
serve, che non vale”. Invece si tratta di un vergognoso equivoco:
Soddu aveva inteso dire che sarebbe stato opportuno un diversivo
militare sul fianco greco, quale l’intervento germanico o iugoslavo,
ma per vincere definitivamente, non per resistere, perché a questo
obiettivo sarebbero bastate solo le forze italiane. Infatti, già il giorno
dopo, la situazione appare più tranquilla e Hitler invia a Mussolini 50
aerei da trasporto e una lettera che lo rincuora. Ma il 10 dicembre
giunge, improvvisa e del tutto inaspettata, la notizia dell’attacco
inglese a Sidi Barrani che produce uno sfacelo: in appena un giorno
ben 4 divisioni italiane sono fuori combattimento! Gli inglesi non
hanno molti uomini, ma 50 carri armati pesanti 30 tonnellate e 176
pesanti 15 tonnellate oltre a 200 carri armati leggeri, ma anch’essi più
pesanti e meglio armati di quelli italiani, che non raggiungono le 3
tonnellate e hanno come bocche da fuoco due mitragliatrici e nessun
cannone.
Graziani, il comandante in capo italiano in Libia, invia a Roma
questo telegramma: “Penso di ritirarmi a Tripoli per tenere almeno
alta la bandiera italiana su quel castello essendo stato obbligato da
Mussolini a fare la guerra della pulce contro l’elefante”.
178
E’ il trionfo dell’impreparazione e dell’incompetenza, perché se è
vero che l’esercito italiano accusa, come d’altra parte già si sapeva, la
mancanza di armi adeguate ad una guerra contro un esercito di una
grande Potenza, è anche vero che è difficile per chicchessia avanzare
nel deserto e, in una sola volta, di ben duemila chilometri. Infatti, già
il giorno dopo, gli inglesi arrestano la loro avanzata e Mussolini dice:
“Cinque generali prigionieri e uno morto. Questa è la proporzione tra
gli italiani che hanno caratteristiche militari e quelli che non le
hanno. Nell’avvenire faremo un esercito di professionisti scremandoli
tra dieci o dodici milioni di italiani: quelli della valle del Po e in
parte dell’Italia centrale. Tutti gli altri fabbricheranno armi per
l’aristocrazia guerriera”.
Nel frattempo nella caotica Roma di quei giorni, che sembra essere
priva di un vero capo, la moglie di Graziani va da Ciano e gli dice:
“Con le unghie non si spezzano le corazze”, e chiede un intervento in
massa in Libia dell’aviazione tedesca che, sola, potrebbe ancora
tramutare in un successo la rotta odierna.
Come se non bastasse anche dall’Albania le notizie tornano a
tingersi di nero e il Duce prepara un messaggio per Hitler, nel quale
chiede un sollecito intervento tedesco in Tracia attraverso la Bulgaria.
Ma il generale Marras interviene per chiarire al Duce che, fino a
marzo, il Führer non potrà intervenire in Tracia, né le truppe tedesche
potranno difendere il porto di Valona dai Greci, perché non
potrebbero giungere colà prima di un mese. Ciò che può essere utile,
invece, è l’invio, in tempi brevi, in Libia delle due divisioni corazzate
germaniche, fornite di veri carri armati, che erano state nei mesi
precedenti più volte offerte da Hitler e sdegnosamente rifiutate dal
Duce. Il pallido Mussolini di questi giorni caotici annuisce
passivamente e si accinge a scrivere in tali termini al collega tedesco.
HITLER, dopo il trionfo delle sue modernissime e
organizzatissime armate in Francia, che hanno attuato concetti
strategici rivoluzionari nella collaborazione carro armato-aereo, è
179
convinto di poter facilmente far accettare all’Inghilterra una sua
generosa proposta di pace che, il 19 luglio 1940, dice: “In questa ora
sento il dovere dinanzi alla mia coscienza di fare appello ancora una
volta alla ragione e al buon senso così della Gran Bretagna come di
altri Paesi. Mi ritengo in grado di fare questo appello non essendo un
nemico vinto che mendichi favori, ma il vincitore il quale parla in
nome della ragione. Non vedo perché questa guerra debba
continuare. Il pensiero dei sacrifici ch’essa sottintende mi tormenta
(...) Forse il signor Churchill spazzerà via queste mie parole,
attribuendole semplicemente a timori e a dubbi sulla vittoria finale. In
questo caso avrò liberato la mia coscienza in merito al futuro”.
Parallelamente passi diplomatici nazisti vengono mossi attraverso la
Svezia, gli Stati Uniti e il Vaticano, ma Churchill mostra tutta la sua
incrollabile decisione ed il suo lucido giudizio sulla situazione inglese
e mondiale che sembra drammatica. In effetti la Gran Bretagna ha il
dominio assoluto del mare e, alle spalle, un impero ricco di risorse in
materie prime ed uomini e, principalmente, l’appoggio della più
possente nazione industriale del mondo, gli Stati Uniti d’America.
Ecco perché, in ottemperanza all’incrollabile volere di Churchill, che è
ormai un vero e proprio illuminato dittatore, il Ministro degli Esteri
inglese, il 22 luglio 1940, dichiara alla radio: Non cesseremo di
batterci se non quando la libertà sia stata assicurata”. Poi il 3 agosto
scrive al re di Svezia: “Il primo ottobre 1939 il Governo di Sua
Maestà chiarì per esteso la sua posizione verso offerte germaniche di
pace in dichiarazioni lungamente meditate al Parlamento. Da allora
nuovi crimini vergognosi sono stati commessi dalla Germania nazista
contro minori nazioni ai suoi confini. La Norvegia è stata aggredita e
saccheggiata; il Belgio e l’Olanda, nonostante tutte le assicurazioni
del Governo germanico che la loro neutralità sarebbe stata rispettata,
sono stati occupati e soggiogati. Soprattutto in Olanda, azioni di
brutalità e tradimento ordite da tempo culminarono nel massacro di
Trotterdam, dove molte migliaia di olandesi sono stati uccisi e gran
180
parte della città è stata distrutta. Questi orribili fatti hanno incupito le
pagine della storia europea di una macchia indelebile. Il Governo di
Sua Maestà vede in essi motivi per restare fedeli ai principi e alle
decisioni esposte nell’ottobre 1939. Anzi, la sua intenzione di
proseguire la guerra contro la Germania con ogni mezzo in suo
potere, finché l’hitlerismo non sia abbattuto e il mondo riscattato
dalla maledizione che un malvagio gli ha imposto, è stata rafforzata a
tal punto che i suoi membri preferirebbero perire tutti nella rovina
comune anziché vacillare o mancare al proprio dovere. Essi però
credono fermamente che, con l’aiuto di Dio, non mancheranno loro i
mezzi per adempiere al loro dovere. Questo potrà richiedere molto
tempo, ma sarà sempre possibile alla Germania chiedere un
armistizio, come fece nel 1918, o pubblicare le sue proposte di pace.
Prima però che siffatte richieste o proposte possano essere prese in
considerazione, sarà necessario che effettive garanzie di fatti, e non
parole, vengano fornite dalla Germania, le quali restituiscano a vita
libera ed indipendente Cecoslovacchia, Polonia, Norvegia,
Danimarca, Olanda, Belgio e soprattutto la Francia, come pure a
effettiva sicurezza la Gran Bretagna e l’Impero britannico in una pace
generale”.
Questa splendida, decisa e sdegnosa risposta rappresenta un duro
colpo per Hitler che contava, come Mussolini, su di un’immediata
pace. Il dittatore tedesco sa perfettamente le enormi difficoltà di un
massiccio sbarco in Inghilterra per riuscire a soggiogarla, e non le
nasconde nemmeno a Ciano il 7 luglio a Berlino, dicendogli che lo
sbarco è possibile, ma estremamente difficile per la presenza della
grande e agguerritissima flotta inglese. Inoltre anche l’aviazione
britannica si è, al contrario delle previsioni, mostrata efficientissima
nella battaglia di Francia e nei bombardamenti sulla Germania.
Fortunatamente per l’Asse gli aerei inglesi disponibili non superano il
numero di 1.500, con un’assoluta carenza di piloti.
181
Immediatamente Ciano, a nome di Mussolini, offre 10 divisioni e
30 squadriglie aeree per partecipare all’invasione. Hiltler rifiuta i
soldati, ne ha già troppi, ma accetta alcune squadriglie che
giungeranno e saranno impiegate più tardi con pessimi risultati e
molte perdite.
Per l’invasione dell’Inghilterra Hitler riprende in esame un
progetto dell’ammiraglio Raeder che pone, come condizione
indispensabile, il completo controllo dei porti francesi, belgi e
olandesi. Successivamente bisogna aprire uno stretto passaggio nella
Manica con campi di mine sui due lati e uno schieramento esterno di
sommergibili oltre la protezione di batterie di cannoni pesanti puntati,
da Gris-Nez e da Calais, su Dover.
Hitler chiama l’operazione “Sea Lion” e dice che si tratta di:
“Un’impresa eccezionalmente audace e temeraria. Anche se la via è
breve, non si tratta di attraversare un fiume, ma un mare
signoreggiato dal nemico. E non si tratta nemmeno di una sola
traversata come in Norvegia: non si può sperare in un’azione di
sorpresa; un nemico preparato alla difesa e deciso a tutto c’è di
fronte e domina la zona di mare in cui dobbiamo muoverci. Per le
operazioni di terra occorreranno 40 divisioni. La parte più difficile
saranno le scorte e i rifornimenti di materiali. Non possiamo contare
su nessun genere di risorse per noi in territorio inglese. Quindi
preliminari dell’operazione debbono essere il completo dominio
dell’aria, potenti artiglierie nello Stretto di Dover e protezione
mediante campi minati. Inoltre la stagione è un fattore importante,
perché il tempo nel Mare del Nord e nella Manica durante la seconda
metà di settembre è molto cattivo e le nebbie cominciano a metà di
ottobre. L’operazione principale dovrà quindi essere ultimata per il
15 settembre, perché dopo questa data la cooperazione fra la
Lufwaffe e le armi pesanti diventa quanto mai incerta”. Inoltre, ad
aumentare ulteriormente la difficoltà dell’impresa, per il trasporto
delle forze d’invasione, occorrono ben 600.000 tonnellate di naviglio,
182
che va sottratto dal milione e duecentomila tonnellate rappresentante
la totale disponibilità tedesca in questo settore, indispensabile per
l’economia della nazione germanica. Ciò nonostante la Marina
requisisce 168 trasporti per un totale di 700mila tonnellate e 1910
barconi, 419 rimorchiatori e motopescherecci oltre a 1.600 motoscafi.
Passano le settimane e la battaglia aerea non dà ai tedeschi i
risultati sperati per cui, dopo vari rinvii, il 14 settembre l’ammiraglio
Raeder dice: “L’attuale situazione aerea non offre le condizioni
necessarie all’esecuzione dell’operazione poiché il rischio è ancora
troppo grande. Ove l’operazione Sea Lion fallisse, ciò significherebbe
un grande aumento di prestigio per l’Inghilterra. La Sea Lion non va
però abolita dato che lo stato di angoscia degli inglesi deve essere
mantenuto; se l’abolizione venisse conosciuta all’estero, questo
rappresenterebbe un grande sollievo per l’Inghilterra”. Così nel
silenzio più assoluto l’invasione viene accantonata. E Hitler, fino ad
ora trionfante, accusa la sua prima sconfitta, dando indirettamente
ragione al coraggio e alla consapevolezza di Churchill.
Quando il 5 ottobre Mussolini incontra Hitler è in gran forma per i
successi conseguiti in Africa Orientale e in Egitto e quasi rimprovera
il collega tedesco per il rinvio dello sbarco in Inghilterra. Poi, quando
Hitler dirotta una parte delle sue ingenti armate ad invadere la
Romania e ad impadronirsi dei pozzi di petrolio, Mussolini s’infuria e,
sfoggiando a Firenze un’uniforme ancor più splendida del solito,
comunica al Führer che le truppe italiane marciano in Grecia, dove
conquisteranno Atene in quindici giorni. Hitler si mostra perplesso,
ma non muove consistenti critiche. Poi, quando appena qualche
settimana dopo, la situazione militare italiana precipita, comprende
che con Mussolini dovrà ormai comportarsi come un buon padre con
un figlio non molto dotato: aiutarlo senza mortificarlo. Il suo sincero
affetto per il “collega” dittatore e la gratitudine che ha provato per lui
ai tempi dell’annessione dell’Austria glielo impongono.
183
ROOSEVELT, da qualche tempo, si occupa con impegno delle
gravi vicende europee, ma non tutti gli hanno dato l’importanza che
merita quale Presidente del più industrializzato e ricco paese del
globo. Mussolini risponde con arroganza alle sue lettere e
Chamberlain lo tratta cortesemente, senza però concedergli spazio
nelle trattative con la Germania e l’Italia. Solo Churchill lo coinvolge
immediatamente nella difficile situazione inglese e inizia con lui una
fitta corrispondenza, grazie alla quale viene stabilito fra USA e Gran
Bretagna un cordialissimo rapporto che fa affluire in Europa aiuti
fondamentali per resistere allo strapotere di Hitler. Il tono usato dal
“mastino” inglese è affettuoso e rispettoso, ma tutt’altro che servile.
Anzi, il suo carattere focoso qualche volta lo rende imperioso nella
richiesta di aiuti ed interventi americani, come nella lettera del 15
giugno 1940, che rimane un documento di un realismo agghiacciante e
che, più d’ogni altro, fa comprendere la lucidità del disegno hitleriano
(assolutamente non basato sul bluff) per la conquista del mondo:
“Comprendo tutte le difficoltà che incontrate con l’opinione pubblica
americana e il Congresso, ma gli avvenimenti procedono a un passo
che andrà oltre il controllo dell’opinione pubblica americana quando
finalmente sarà maturata. Avete considerato quali offerte Hitler può
aver deciso di fare alla Francia? Può dire: ‘Dammi la tua flotta
intatta e io ti lascerò l’Alsazia-Lorena’. Oppure: ‘Se non mi dai le tue
navi, distruggerò le tue città’. Sono personalmente convinto che
l’America alla fine opererà miracoli, ma questo momento è quanto
mai critico per la Francia. Una dichiarazione che gli Stati Uniti, se
sarà necessario, entreranno in guerra potrebbe salvare la Francia.
Diversamente in pochi giorni le resistenza francese potrà essere
frantumata e noi resteremo affatto soli. Quantunque l’attuale governo
e io personalmente siamo, ora e sempre, disposti a mandare la flotta
oltre Atlantico se la resistenza venisse qui infranta, potremmo
giungere a un punto in cui gli attuali ministri non avessero più il
controllo della situazione e condizioni vantaggiose fossero offerte
184
all’Isola britannica in cambio del suo vassallaggio all’impero
hitleriano. Un governo filogermanico verrebbe certamente formato
per stipulare la pace, il quale potrebbe avere elementi irresistibili da
offrire a una nazione vinta e affamata per una completa sottomissione
alla volontà nazista. Il destino della flotta britannica sarebbe decisivo
per l’avvenire degli Stati Uniti, perché il giorno che questa andasse a
sommarsi alle flotte nipponiche, francesi e italiane, oltre alle grandi
risorse dell’industria germanica, una schiacciante superiorità navale
sarebbe in mano di Hitler. Naturalmente egli potrebbe usarla con
misericordiosa moderazione. Ma potrebbe non essere misericordioso.
Questa rivoluzione nel dominio dei mari potrebbe attuarsi con
estrema rapidità e certo assai prima che gli Stati Uniti avessero avuto
il tempo di prepararvisi. Se noi soccombessimo, potreste avere gli
Stati Uniti d’Europa sotto il comando nazista di gran lunga più
popolosi, più forti e meglio armati del Nuovo Mondo. So bene, signor
Presidente, che il vostro occhio avrà già sondato questi abissi, ma
sento di avere il diritto di porre in rilievo in qual modo gli interessi
americani siano in palio nella nostra battaglia e in quella della
Francia”.
A Roosevelt, tutto quanto scrive Churchill in questa lettera, è ormai
già estremamente chiaro e dal novembre 1939 ha praticamente
revocato l’atto di neutralità con il principio del “Paga e porta via” che,
per il dominio del mare, è praticabile solo dall’Inghilterra e dalla
Francia. In virtù di esso l’Inghilterra è immediatamente foraggiata di
armi e le industrie americane hanno accettato di fornire (con
pagamento immediato) 11.000 aeroplani e si accingono ad accettare
un’ulteriore commissione per altri 12.000.
Ma la Gran Bretagna non ha ormai più soldi alla fine del 1940 e
Churchill lo comunica crudamente a Roosevelt nella lunghissima
lettera dell’8 dicembre. Il Presidente è in crociera nei Caraibi sulla
nave da guerra Tuscalosa quando gli giunge la lettera che lo colpisce
profondamente al punto da abbandonare ogni altra occupazione per
185
trovare una rapida soluzione valida. Un’idea brillante gli attraversa il
cervello e la rivela nella conferenza stampa del 16 dicembre 1940:
“Immaginate che la casa del mio vicino prenda fuoco e che io abbia
una bella pompa da giardino a quattro o cinquecento piedi di
distanza. Se egli potrà prendere la pompa e attaccarla al suo idrante,
io potrei aiutarlo a spegnere il fuoco. Ora io che faccio? Io non gli
dico prima di questa operazione: ‘Vicino mio, la mia pompa mi costa
15 dollari; devi pagarmela 15 dollari’. No! Quale transazione si fa?
Io non voglio 15 dollari, io rivoglio la mia pompa dopo che l’incendio
sia spento. (...) Un numero enorme di americani non dubita un istante
che la miglior difesa immediata degli Stati Uniti stia nel buon esito
della difesa inglese, e che perciò, a parte il nostro interesse storico ed
attuale alla sopravvivenza della democrazia in tutto il mondo, è
ugualmente importante da un punto di vista egoista nonché da quello
della difesa americana che noi facciamo tutto il possibile per aiutare
l’Impero inglese a difendersi. (...) Io cerco di eliminare la sigla del
dollaro”.
Su questa base nasce la legge “Affitti e Prestiti” che è più
importante di una colossale vittoria militare. Churchill la definisce “il
gesto più disinteressato della storia di qualunque nazione”. In essa
non ci sono clausole per il pagamento, non si tiene nemmeno un
estratto conto in dollari o in sterline di quello che viene prestato o
affittato. In effetti Roosevelt, ormai più che esplicitamente, considera,
e fa considerare dai suoi concittadini, le forze armate inglesi come una
“longa manus” di quelle americane!
STALIN si mostra fedele all’accordo con Hitler che gli ha
permesso di occupare parte della Polonia, gli Stati Baltici e qualche
territorio finlandese. Poi, dopo la strepitosa vittoria in Francia delle
armate tedesche, il dittatore russo invia ossequiose congratulazioni ad
Hitler e gli fornisce grandi quantità di vettovaglie e di materie prime,
mentre cerca di rafforzare, in tempi brevissimi, il suo esercito che ha
mostrato gravi lacune negli scontri con i finlandesi.
186
L’atteggiamento, però, cambia sensibilmente quando la tenace
resistenza inglese fa comprendere che la guerra sarà lunga e dura
anche per i tedeschi. Il Ministro degli Esteri Molotov, nel novembre
1940 a Berlino, pretende che la Germania delimiti rigorosamente le
zone di sua influenza rispetto a quelle russe e solleva la questione
della striscia di territorio lituano occupato dai tedeschi. Hitler gli
risponde: “Dopo la conquista dell’Inghilterra, l’Impero britannico
sarà liquidato né più né meno di una gigantesca proprietà mondiale
in bancarotta dall’estensione di 40 milioni di chilometri quadrati. In
questa proprietà in bancarotta la Russia avrà accesso all’oceano
sgombro di ghiacci e realmente libero. Sinora una minoranza di 45
milioni di inglesi ha governato 600 milioni di abitanti dell’Impero
britannico. Io sto ora per schiacciare questa minoranza. Anche gli
Stati Uniti non stanno facendo altro che prelevare da questa proprietà
in bancarotta alcune partite particolarmente confacenti ai loro
interessi”.
187
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