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 PADRONI ATTENZIONE!...narrativa verità

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Bruno
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MessaggioTitolo: PADRONI ATTENZIONE!...narrativa verità   Ven Gen 02, 2009 7:58 pm

COPERTINA:


IV DI COPERTINA:




PADRONI ATTENZIONE! ECCO COME DUE VETERINARI AMMAZZANO UN CANE!!

PREFAZIONE DELL'AUTORE
Il mio Gimmy, uno stupendo dalmata di sette anni,
è morto. Giace dolcemente riverso su di un fianco. La
testa massiccia, forte, bianca, interrotta dai tré mera-
vigliosi punti neri - gli occhi e il tartufo - e con-
tornata da orecchie morbide e pendenti, è appoggiata
al cuscinetto che mia moglie gli ha collocato sotto il
capo per tenerlo più alto del corpo, per agevolargli
la respirazione, per aiutarlo nella sua inutile ultima
battaglia, quella contro la morte.
Pare che dorma, non fa impressione, tutt'altro.
L'immagine è bella se non fosse per il sommesso pianto
della sua padrona che lo accarezza seduta sul letto
accanto a lui, suo compagno fedele, insuperabile essere
che l'ha amata di un amore esclusivo, completamente
dedito a lei, alla famiglia nel breve arco della sua breve
vita, e si è spento come una candela, senza un lamento,
senza una contrazione se non l'incredibile violento
sbatter di coda - in un individuo dalle forze tanto
depauperate - che ne ha sottolineato la fine in un
ultimo afflato d'affetto, quasi a volerla ringraziare, a
farle comprendere la sua felicità per la costante pre-
senza, le cure assidue degli ultimi giorni.
Sì, era sfato contento Gimmy, forse mai tanto ap-
pagato come in quelle lunghe interminabili ore nelle
quali avevamo tentato, sperato di salvarlo e mai l'ave-
vamo abbandonato, neppure per un minuto, conti-
nuamente assistendolo, curandolo, sostenendolo fra un
conato di vomito giallastro e il disperato tentativo di
ingerire qualche goccia di liquido che, con le iniezio-
ni di Laevosan, di soluzione fisiologica e dei tanti me-
dicinali, desse sollievo alla disidratazione, all'intossica-
zione che gli stava distruggendo il fegato, i reni e la
sua 'enorme carica vitale. Gli avevamo tenuto su la
testa protesa a carpire ossigeno dall'aria, le narici dila-
tate, le gote enfiate e poi sgonfie in una specie di sof-
fietto insistente, allucinante, quasi senza requie. Un
paziente perfetto, nonostante le indubbie sofferenze,
felice per il contatto, le carezze, il continuo avvolgerlo
nella coperta, nel mio pullover infilategli sulle gambe
lunghe, diritte, nervose e sul corpo possente, sul to-
race profondo, e spesso, guardandoci con gli occhi
intelligenti, grandi, amorevoli, aveva battuto la coda
consumando le residue ormai esauste energie per rin-
graziarci, per comunicarci la sua gioia, per tranquil-
lizzarci, consolarci.
Questo è un cane; di nulla più bramoso se non
di una carezza, di un segno sia pur minimo d'atten-
zione del suo padrone, di potergli essere costantemen-
te vicino, proteggerlo, difendergli la casa, i beni, ac-
cucciarsi silenzioso ai suoi piedi, intuirne la gioia o il
dolore e parteciparvi in modo totale. Chi non l'ha mai
posseduto, o chi l'ha solo usato come guardiano tenuto.
durante il giorno a catena e sciolto di notte in un
giardino, un parco o in un cantiere, o come elemento
coreografico, elegante, quasi a sottolineare uno status
sociale o una passeggiata spocchiosa, non può com-
prenderlo, si sarà privato di godere di una delle sod-
disfazioni maggiori cui un essere umano possa mai
ambire. Un affetto totale, una dedizione assoluta che
nessun uomo potrà mai dare in modo tanto completo,
esclusivo. Eppure il cane, sia al padrone che lo tratta
come un amico - il migliore degli amici - e lo fa
parte integrante della sua vita, sia al distratto, al su-
perbo che lo considera poco più d'una cosa, dona
tutto se stesso.
E Gimmy ora è lì, come sprofondato in un sonno
sereno, bello come, se non di più di quando era in
vita. Ma bisogna provvedere, farlo portare via, farlo
sotterrare e la cosa non è facile in questa nostra civiltà
spesso dimentica dei valori più puri. Bisogna turbare
quel suo sonno ormai interminabile, consolare la pa-
drona che continua ad accarezzarlo e non si vuole
staccare da lui, oppressa dal dolore, da mille pensieri,
da rimorsi che non le competono, che non sono, non
possono essere suoi, ma forse di altri, di qualcuno
che ha scelto una professione, la medicina veterinaria,
e non l'ha assolta - perlomeno in questo caso -
con scrupolosità e competenza. Perché Gimmy è morto
non per una malattia grave, incurabile, non per vec-
chiaia, non per lunghe irreversibili debilitazioni che
sia pure con dolore rendono più accettabile il doverlo
perdere per sempre, non perché sia finito, in una di
quelle corse scatenate e un po' sconsiderate, sotto una
automobile, ma per una concatenazione di avvenimen-
ti, di decisioni, di non azioni che lasciano quantomeno
perplessi e che proverò a raccontarvi dettagliatamente
con scrupolosità assoluta augurandomi che possano
servire a chi possiede cani, a chi li ama e li cura e
anche a chi non li considera degni di tanta attenzione.
Perché chiunque leggerà questo mio libretto faccia men-
te locale che avvenimenti simili accadono per cani e
per uomini, e mi rifiuto dì credere che ci sia qualcuno
che non ami ne gli uni ne gli altri.


GIMMI (e Ramona)

Avevo telefonato all'allevamento Montespino da dove qualche ora dopo tre dalmati. due femmine e un maschio, giunsero per conquistarci. Avrei desiderato un cucciolo di due mesi, non quei cuccioloni di cinque e dieci. Ma in quel tiepido aprile del '79 l'allevamento non ne disponeva e l'invio, l'arrivo dei tre cani, era stato un ripiego. Le femmine mi sembrarono subito insignificanti, per quanto graziosissime e con un viso dolcissimo. Il maschio, alto, robusto, altero, dal corpo muscoloso, perfetto, mi conquistò a prima vista, specialmente per quel "capocchione" grosso, pesante, i grandi occhi rotondi nerissimi che alternavano lampi selvaggi ad un certo che di triste, sofferto. Era, mi avevano raccontato, uno dei maschi, il più giovane, sui quali contavano come futuro stallone. ma era anche, mi dissi, un cane che non aveva famiglia e che non l'avrebbe mai avuta. Un allevamento non è una famiglia: li nutre più che bene, li fa correre, li allena, ma non può ovviamente dare al cane - essere più che mai desideroso di carezze, di un padrone tutto suo, di una casa da proteggere -l'affetto, unica vera cosa che lo rende felice, realizzato.
A differenza delle due femmine di molto più piccole d'età e di taglia, Gimmy (questo era il suo nome) non corteggiava, non veniva verso di noi con movenze suadenti, con l'umida lingua distribuente baci -toccatine veloci, calde alle nostre gambe, alle nostre mani-, ma s'aggirava lento, dignitoso, altero per il mio studio, il terrazzo, per poi accucciarsi con la testa, il capocchione, tenuta ben alta sul collo sodo, bellissimo, dal pelo vellutato. Sembrava una specie di leopardo, più attraente ancora con quel manto impareggiabile, brillante, dal fondo bianco, puro, costellato di dense macchie nere senza sbavature, rotonde e ben delimitate. Fu un amore a prima vista: un dalmata - razza stupenda - che poteva rivaleggiare in potenza con un dobermann, un boxer di grossa taglia, un piccolo alano arlecchino; e poi quegli occhi, quel portamento, quella tristezza ...
Avrei dovuto convincere mia moglie. Ero consapevole che mai avrebbe accettato un altro dalmata maschio. Il ricordo, l'amore di Cepry, il nostro precedente cane, era ancora troppo vivo, e se proprio avesse acconsentito, avrebbe preferito una delle due femmine, dolci, piccole, affettuose. Lentamente, con abilità riuscii a far convergere la sua attenzione su quel magnifico esemplare e tentai di fugare ogni perplessità per l'età, il sesso, il ricordo. Rimaneva la prova-casa, più volte negli anni passati pressappoco rivoluzionata da Cepry, al quale quasi se non tutto si perdonava per la tenerezza e il calore infiniti che ogni giorno ci donava, viziato e trattato come un figlio e che più di un figlio ci ricompensava. Lasciammo allevatore e dalmate allo studio e salimmo verso la nostra abitazione lungo le scale del palazzo seguiti da Gimmy. Non era timido, non era invadente, ma dignitoso e serio e seppe comportarsi da vero gentleman: ubbidiente quel tanto necessario, mai abbandonandosi a corse sfrenate che avrebbero compromesso mobili, ninnoli, tappeti e pavimenti e . . . si conquistò il posto e poi l'affetto.
Dormiva in una stanzetta con balcone in una di quelle cucce per cani di panno colorato avvoigente un'anima di gommapiuma, e non si muoveva di lì se non riceveva un preciso ordine. Solo la mattina, quando mi vedeva prepararmi per uscire, dava qualche segno d'agitazione nel dubbio, per lui angoscioso. se l'avessi condotto con me o lasciato in casa e dava manifeste prove di gioia quando gli facevo cenno di seguirmi allo studio ed uscivamo insieme sul terrazzo, una specie di grossa L di settanta metri quadrati al primo piano e prospiciente un grande meraviglioso parco dove dagli alberi secolari sempreverdi giungono profumi e sensazioni di bosco e un suadente concerto d'uccelli che si mescola all'aria ossigenata, pura, solo sul tardi parzialmente inquinata dall'intenso traffico. Soltanto allora Gimmy si scatenava in tutta la sua prepotente energia, nella scattante vitalità e inseguiva e afferrava la piccola palla di gomma che gli lanciavo due, tre volte o abbaiava con veemenza, correndo velocissimo lungo la balconata, a qualche cane di passaggio. Poi mi raggiungeva e si ac cucciava ai miei piedi, rispettoso del mio lungo lavoro allo scrittoio.
All'una ritornavamo a casa e Gimmy affondava il muso nella scodella colma di cibo che divorava con voracità insaziabile, fino all'ultima mollica, passando e ripassando la lingua sul fondo e sui bordi del contenitore, tanto da renderlo pulito e splendente al punto tale che solo ad un attento esame non sembrava accuratamente lavato con acqua e sapone.
Nei primi tempi non aveva occhi che per me, viveva quasi in simbiosi con me, afferrando a volo, intuendo ogni mia più riposta intenzione e gioiva agitando violentemente la coda se ero contento, o intristendosi, la coda bassa, se avevo qualche problema, se ero nervoso o turbato. Avvertiva, con sesto senso spiccatissimo, che lo avevo accettato, gli volevo bene, mentre sembrava consapevole di non godere ancora dei favori di mia moglie; né si mostrava servile, ruffiano per accattivarsene l'affetto. Ero io che lo spedivo, senza farmene accorgere, da lei e lo vedevo aggirarsi nei pressi sempre dignitoso, con i grandi occhi rivolti verso quelli di lei, e quando lo lasciavo a casa rimaneva per ore in attesa silenzioso e tranquillo nella sua cuccia e non varcava, se non ne riceveva l'ordine, la soglia della sua stanzetta. Quale differenza in casa rispetto all'invadenza gioiosa, sicura, a volte nevrotica di Cepry, padrone incontrastato degli ambienti, dei letti e del cuore di mia moglie, di mia figlia e della domestica. Eppure Gimmy non era quieto di carattere, non era riservato. Ce ne accorgemrno con il passare delle setti mane con le prime carezze, con le prime lotte e i primi giochi sui tappeto che mia moglie gli concesse, e allora si sciolse, perse ogni timore, ogni riservatezza e la sua presenza anche in casa, la sua spiccata propensione alla guardia. alla socialità, s'esplicarono con feste, salti, abbaiate, richieste di pezzetti di pane che attendeva dalle donne di casa. sollevandosi e mantenendosi a lungo eretto sulle zampe posteriori dai muscoli di ferro il capocchione proteso verso l'alto, gli occhi lampeggianti.
Ma in me quel terrazzo dello studio, da tempo desiderato e inseguito, con i bracci lunghi oltre quindici metri, aveva scatenato il desiderio, represso per anni, di avere perlomeno un altro cane. Ero convinto che una coppia sarebbe stata l'ideale e, amante come sono dei cani, avrei voluto possederne magari un
esemplare di ognuna delle razze di taglia medio-grande più diffuse. Forse un pastore tedesco, un alano, un dobermann, uno schnauzer gigante. Avevo molti libri sui. cani e nei momenti liberi li consultavo, arrovellandomi su quale - non era pensabile di averne ancora più di uno - potesse fare al caso mio e di Gimmy, che mi piaceva, sì, e amavo, ma non era ancora riuscito a riempire del tutto il vuoto lasciato da Cepry, bello, affettuoso e coccolone come ogni dalmata, fedele come un pastore tedesco, aggressivo e difensore del padrone come un dobermann.
Prolungate furono le discussioni e i contrasti conmia moglie e poi, alla fine, riuscii a spuntarla e giunse Ramona.
Un contenitore rosso fuoco e da una porticina
forata spuntò un esserino nero con qualche tenue focatura sulle zampe e orecchie diritte come antenne, mobili come un periscopio che s'ergevano sulla testa piccola dal muso non ancora di lupo, come comunemente viene chiamato il pastore tedesco. Era timidissima, piccola - non aveva due mesi -, gli occhi carboni ardenti che si fondevano quasi del tutto con il capo e il tartufo spugnoso. I patti con mia moglie erano chiari: la nuova arrivata doveva rimanere nello studio, usufruire del terrazzo e dormire in una stanzetta-ripostiglio. (SEGUE)


Ultima modifica di Bruno il Mer Gen 23, 2013 1:42 pm, modificato 6 volte
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MessaggioTitolo: Re: PADRONI ATTENZIONE!...narrativa verità   Ven Gen 02, 2009 8:07 pm

Quando arrivò e incominciò a muovere i primi incerti passi sulla maiolica eravamo tutti lì, mia moglie, mia figlia, io e Gimmy, e Ramona subito si diresse verso quel colosso bianco e nero che l'annusava curioso e si protese verso il muso di lui cercando senza riuscirvi di raggiungerlo nel tentativo di baciarlo, la linguetta guizzante, e Gimmy scodinzolò, la leccò e la prese sotto la sua protezione che non venne mai meno. E Ramona viveva per lui, lo seguiva muovendo a velocità folle le zampette corte dai solidi larghi piedi che scivolavano sul pavimento per cercare di tenere il passo del fratello maggiore che rallentava l'andatura e si fermava per farsi raggiungere, attento sempre, magari quando si scatenava ad abbaiare ai passanti, a non travolgerla, a non farle male e si rovesciava per terra, la pancia all'aria, per permetterle di essere più alta di lui, di sovrastarlo, di aggredirlo con piccoli innocui morsetti e poi con un lento movimento del capocchione l'allontanava per rialzarsi. Era nato un amore, un grande amore, tanto più strano ed apprezzabile se si pensa che Gimniy - allevato per stallone - aveva un'aggressività violenta, possente verso gli altri cani e una volta aveva quasi squartato un grosso boxer che aveva osato sfidano, uscendo dalla lotta, da me subito interrotta. del tutto indenne. macchiato dal sangue delle ferite che aveva procurato all'avversario.
Ma altri amori erano nati: quello di mia moglie per il piccolo essetino nero e per Gimmv, tanto bello, forte, affettuoso e generoso. Era gratificante vederli giocare insieme in un agitarsi di braccia e zampe di varie dimensioni e colore e ci conquistava osservare il capocchione di Gimmy poggiato sul bracciolo o il piano di una poltrona, quasi gli pesasse, con gli occhi vivi, contenti, ammiccanti, mentre la coda vorticava in un mulinello senza tregua.
Ramona era timida, paurosa, ma quando si usciva tutt'insieme procedeva fiduciosa con andatura corretta, sicura se il breve guinzaglio assicurato al minuscolo collare giallo di cuoio era afferrato dai denti di Gimmy, che con il massimo impegno e pressione dolce e costante, la guidava, attento alle gambe dei passanti o agli ostacoli del terreno.
E Ramona incominciò a crescere, ad irrobustirsi, a correre sempre più velocemente sul pavimento di gomma che avevo fatto applicate su parte del terrazzo. Quasi ogni giorno la misuravo con un metro pieghevole o confrontavo l'altezza del garrese con quella dei vasi di varie dimensioni. Venticinque centimetri, trenta e così via. Ora, quando non c'erano visitatori allo studio, non solo Gimmy, ma anche Ramona rimaneva a lungo accucciata ai miei piedi e nessuno dei due abbaiava, guaiva,~ rispettosi, orgogliosi di custodire il mio lavoro. E Gimmy aveva lasciato alla sua protetta il posto che fino ad allora era stato occupato da lui e poi fuori, su1 terrazzo, rallentava la corsa e si faceva precedere dalla lupetta invadente ma baciona, quando lanciavo ai due compari la palla di gomma, e se nei primi tempi avevo definito " signor Gimmy e palla "il suo non separarsene mai, presto dovetti aggiungere " signorina Ramona e palla ", perché lei tutto imitava del suo grande compagno, anche il correre a perdifiato ifl un continuo andirivieni lungo la ringhiera della balconata.
E, pur timida e paurosa, come lo sono buona parte dei lupi nei primi mesi di vita, seppe utilizzare ogni più riposto coraggio quando incominciai a tentare d'insegnarle a saltare un piccolo ostacolo, alto non più di trenta centimetri, che ponevo nella parte più lunga e stretta del terrazzo. Le ordinavo di seguirmi e poi d'improvviso iniziavo a correre superando l'asta e lei mi seguiva ubbidiente per poi fermarsi - orecchie basse - con gli occhi imploranti, l'espressione mortificata per non potermi accontentare. La blandivo allora e le impartivo piccole punizioni, ma sembrava non ci fosse nulla da fare fin quando Gimmy, che seguiva incuriosito tutto quel nostro affannarci, non spiccò a sua volta il salto con breve rincorsa e una specie di volo rettilineo che lo portò ben più in alto e ben oltre l'asticella, abituato com'era a superare senza la minima paura ostacoli molto più consistenti. E . . . miracolo, potenza dell'imitazione e della totale fiducia, anche Ramona saltò e risaltò e sempre più su ad ogni mio oplà. fermandosi solo quando non msistevo più, quasi delusa perché quello per lei costituiva un lavoro, e i pastori tedeschi amano lavorare, rendersi utili, accontentare in ogni occasione il padrone.
Differente era il comportamento di Gimmy, gli occhi grandi, intelligenti, umani, sembrava disapprovare tutto quel saltare a vuoto, senza uno scopo e si rifiutava di ubbidire a quegli, per lui, insulsi oplà; ma lo faceva con naturalezza e coraggio quando per seguirmi doveva far salti alti anche più di un metro e su un terreno scivoloso e meno sicuro del pavimento di gomnìa o di moquette.
Caratteri diversi: allegro, ciancioso, festaiolo, guardiano vigile, addirittura sconsiderato il dalmata che si lanciava senza timore, senza preventiva valutazione contro la fonte del più impercettibile rumore di notte o di giorno, da solo o in compagnia; attenta, riservata, misuratrice Ramona, tutta dedita alla difesa dei padroni e di Gimmy, e quando c'era un ospite in casa o allo studio s'accucciava pronta allo scatto, all'azione immediata ad ogni minimo gesto che, secondo il suo cervello, poteva costituire un pericolo sia pur minima per i suoi protetti. Anche quando le esigenze corporali si facevano impellenti, il comportamento dei due compari era diverso. Qualsiasi posto del terrazzo o della strada era buono per Gimmy; sempre il solito nell'angolo più nascosto e che meno poteva dar fastidio, per Ramona. Pari invece era l'entusiasmo quando all'una s'infilavano con me in ascensore per ritornare a casa a mangiare e, nel breve tragitto e nell'angusta cabina, musi, gambe e code bianche, nere e grigiastre mi giravano intorno e mi urtavano in un'ansia a stento controllata. Ma, non appena la porta di casa si spalancava, Gimmy partiva a razzo verso la stanzetta e il terrazzino dove le scodelle colme li attendevano, mentre Ramona si fermava prima a salutare chi apriva, scodinzolando e guaendo di felicità ed impiegava il doppio del tempo per consumare il cibo, ringhiando al fratello e compiendo attacchi dimostrativi contro di lui nel timore che s'impadronisse anche della sua razione, più abbondante, ma poi, quando vedeva il fondo del contenitore in plastica, lo lasciava, quasi con noncuranza o per un atto generoso, al compagno che ripuliva e lucidava meticolosamente anche quello dopo aver reso già splendente il suo.
Era ormai divenuta una cagnona, Ramona: il corpo senza difetti, compatto, robusto seppur non muscoloso quanto quello di Gimmy, il manto lucido, perfetto, le focature più grandi e meno tenui, la coda lunga e folta di pelo, il muso allungato, gli arti diritti dalle ossa massicce, i piedi grossi arrotondati, ben chiusi ed aveva superato in altezza al garrese ogni vaso del terrazzo e Gimmy, raggiungendo una misura record per una femmina di pastore tedesco. La sua mole, la sua aggressività d'impareggiabile guardia del corpo ci costringevano, io allo studio e mia moglie a casa, a tenerla chiusa quando c'era qualche visita non abituale, mentre Gimmy gioiva nel poter essere presente a raccogliere carezze e complimenti ai quali, vanitosissimo, tendeva allo spasmo il corpo da campione assumendo posizioni scultoree e rispondendo con immediatezza insolita quando lo si chiamava " bello ". Ma anche lui era grande difensore dei padroni e guai se un malintenzionato avesse attentato alla nostra incolumità e a quella della sua compagna. Quando partiva all'attacco - e non avveniva se proprio non era necessario e giustificato - non c'era più nessuno che potesse fermarlo. al contrario di Ramona che preventivamente abbaiava e ringhiava ed era pronta all'alt lanciatole tempestivamente da me o da mia moglie per poi rimanere in posizione d'attacco e infine, terminata l'emergenza, per bearsi all'appellativo di " brava ".
Una strana coppia davvero, il grande dalmata e la possente lupa, nei quali col tempo stava avvenendo una specie di osmosi caratteriale, assimilando ognuno dei due pregi e difetti della razza, o meglio del rispettivo inseparabile idolatrato compagno.
Presto costituirono una vera e propria attrazione per i passanti di via Cimarosa o per gli habitués del parco, ed i bambini impazzivano per loro quando s 'affacciavano fra corse ed abbaiate furiose, dimenar di coda violenti, le teste tanto diverse infilate, protese verso l'esterno fra il passamano in plastica e l'ultimo tratto in ferro della ringhiera della balconata.
La sera prima di salutarli - ormai dormivano allo studio del tutto affidato alla loro abnegazione e coraggio- sfregavamo con forza le teste, spesso accomunate, percorrendo con le mani i lati dal pelo morbido, vellutato del capo e i loro occhi assumevano uno sguardo sognante, pieno di gioia e d'affetto, di dedizione e felicità assolute.


Ultima modifica di Bruno il Mer Gen 23, 2013 1:16 pm, modificato 2 volte
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MessaggioTitolo: Re: PADRONI ATTENZIONE!...narrativa verità   Ven Gen 02, 2009 8:12 pm

COME È STATO AMMAZZATO

Lunga, terribile, interminabile estate quella del 19...
Termometro sempre al di sopra dei trenta, a
volte dei trentacinque gradi e umidità altissima, ciò
che davvero conta per la sofferenza, il grave disagio
di chi, per lavoro o altro, è costretto fra l'asfalto, il
traffico e gli assordanti rumori di un'invivibile per
quanto ancora bella città come Napoli, che pare im-
provvisamente presa da una smania d'attivismo per
i lavori pubblici. Strade sconvolte da profonde trincee
contornate da mucchi polverosi di terra non innaffiata
dalla pioggia o dalle autopompe del Comune, dove ma-
gari pochi operai si muovono stancamente e impiega-
no, per carenza di personale o mezzi, il doppio del
tempo, e ratti immondi emergono dalle fogne e si
aggirano spavaldi di notte e qualche volta di giorno,
anche per le strade delle zone turistiche o dei quartieri
residenziali o in quelle del centro, dove si affacciano
negozi lussuosi, palazzi dignitosi, tavolini di bar, ri-
vendite di gelati e bancarelle di abusivi invasi da mo-
sche, polvere, sole in un'assenza di controlli spaven-
tosa, incredibile per una città non del terzo mondo o
di zona equatoriale, dove ognuno sembra fare il pro-
prio comodo ed accettare senza batter ciglio i cumuli
di immondizia lasciata a imputridire, e le migliala di
motorini sciamanti rumorosamente dovunque fra evo-
luzioni inutili e pericolose, suoni striduli, insistenti di
antifurto difettosi e altoparlanti che gracchiano incon-
trollotamente su auto e furgoncini ricolmi di mercé
d'ogni genere.
Estate faticosa per uomini e cani che non trovano
refrigerio se non in qualche ora di qualche raro giorno
quando il vento finalmente levatesi s'infila fra un pa-
lazzo e l'altro di strade perlopiù strette che diventano
budelli per la fila ininterrotta delle auto in sosta a
volte abbandonate per settimane.
Nel mio studio avevo installato un apparecchio
per l'aria condizionata e spesso di sera cercavo il son-
no dal fresco procurato dal prezioso congegno che, per
la sua innaturalezza e forse per i danni che magari a
distanza di tempo procura, teneva sulla soglia della
stanza Gimmy o Ramona che si alternavano a farmi
compagnia e che poi mettevo a dormire nella stanza
adiacente.
La strana coppia, i due compari, di giorno vive-
vano insieme come sempre uniti e legatissimi e
nemmeno il caldo, l'umido riuscivano a temperare le
corse sul terrazzo, il tumultuoso andirivieni lungo la
balconata e l'esibizione gioiosa di lotte apparentemente
selvagge e invece tanto accorte, incruente, addirittura
delicate, nonostante la forza, le zampe possenti e i
denti affilati, robusti di un potenziale da capogiro, e
tutto si concludeva fra baci, leccatine affettuose, e
un rovesciarsi alternato a pancia all'aria fra un agitare
di gambe sempre più lento, quasi carezze, all'insepara-
bile compagno e gli occhi grandi, buoni di Gimmy, il
capocchione, appoggiato sugli arti anteriori, fissavano
quelli più piccoli, tenebrosi, saettanti di Ramona e
poi o me o la padrona mentre la coda si sollevava per
un attimo mulinando felice per la gioia d'essere insie-
me, per l'affetto quasi palpabile mai assente sul ter-
razzo, nello studio, nella casa.
Solo di notte, appunto, quando dormivo allo stu-
dio nella fresca, a volte fredda aria condizionata, uno
dei due era distaccato a guardia a protezione della
padrona e si allungava sul pavimento del corridoio
dell'abitazione come a voler sbarrare la strada a qual-
siasi estraneo, ad un possibile malintenzionato. E mia
moglie già da luglio aveva iniziato la lotta lunga, ma
vittoriosa contro gli insetti che di tanto in tanto, resi
forti e numerosi dal caldo e dalla scarsa igiene nelle
strade o nel cortile vicino, si nascondevano fra il pelo
corto e vellutato di Gimmy o in quello lungo e morbido
di Ramona.
Nei primi giorni di agosto, nonostante l'assenza
degli animaletti, qualche macchia rossa era comparsa
sul mantello da leopardo bianco di Gimmy e mia mo-
glie l'aveva condotto nella solita casa del cane dove
l'addetto ai bagni le aveva consigliato di farlo visitare
dal veterinario presente nell'adiacente ambulatorio.
Mia moglie, per l'assenza dell'abituale medico curante »
di Gimmy e Ramona e già in precedenza di Cepry, si
era lasciata convincere e aveva varcato la soglia della
stanzetta trovandosi alla presenza di un giovane sicuro
professionista, il dottor X, che aveva effettuato un'ac-
curata visita ed aveva diagnosticato una micosi non
infettiva, inoltre aveva rilevato fegato dolente, in-
grossato e debordato. Con aria sapiente aveva prescrit-
to Toxepasi complex (una fiala al dì); Catargen (una
compressa al dì); Nizoral (una compressa al dì per
venti giorni); Assocort (due applicazioni sulla pelle al
dì) e Complesso B antitossico (due capsule al dì). Era
1'8 agosto, la cura veniva iniziata dopo aver chiesto
al titolare dei bagni e dell'ambulatorio, un anziano
onesto signore amante dei cani, informazioni sul sani-
tario che aveva sostituito da qualche anno il prece-
dente veterinario divenuto ben noto ed apprezzato e
da tempo con un ambulatorio proprio dove si pratica-
va solo medicina. Le risposte erano state ampiamente
rassicuranti e l'uomo dei bagni — all'occorrenza anche
infermiere — era giunto ogni mattina nella nostra abi-
tazione per l'iniezione sottocute a Gimmy che ormai
viveva, tranne qualche ora al giorno, in casa sotto le
attente, amorevoli cure di mia moglie.
Le macchie rosse si gonfiavano, esplodevano la-
sciando una specie di cratere e poi incominciavano a
regredire mentre sporadicamente qualcuna nuova in-
sorgeva.
La situazione veterinaria a Napoli per animali do-
mestici si è, a mio avviso, nettamente evoluta negli anni
recenti, perlomeno nel numero se non forse nella so-
stanza. Ricordo vent'anni fa, quando Cepry era poco,
più di un cucciolo, che vi erano nella città pressappoco
quattro-cinque ambulatori, rarissimi gli apparecchi ra-
diografici, quasi sconosciute o quantomeno mai richie-
sta tranne lodevoli rare eccezioni le analisi del sangue,
mentre più comunemente eseguite le analisi delle feci
e dell'urina. Basterebbe consultare le pagine gialle di
oggi per rendersene conto: fra case del cane, ambula-
tori e cllniche veterinarie sono perlomeno una ventina,
tutte o quasi reclamizzanti chirurgia, radiografie, ana-
lisi, e all'incirca lo stesso numero i veterinari che si
dedicano prevalentemente ai cani. Sembra che quasi
tutti, e se non dico tutti è per la mia innata scrupo-
losità, abbiano le sale d'attesa piene di pazienti accom-
pagnati da padroni d'ogni condizione sociale e di censo
che sborsano, magari con sacrificio, il costo della visita
e delle cure per le quali non esiste cassa mutua, e le
visite a domicilio non sono rare e rivaleggiano co^ i
frequenti interventi chirurgici. Inoltre, a quel che vedo
e a quel che mi raccontano, una fiorente attività fatta
di vendita di cuccioli, cucce, lettini, guinzagli, muse-
ruole, palle, mantelline d'ogni foggia e colore e di
alimenti per cani si è insediata, o in qualche modo è
collegata con gli ambulatori stessi in una situazione
talvolta di interdipendenza. Tutto questo giro si basa,
si avvale di quanto, in compagnia, affetto, difesa e
guardia, cani d'ogni razza, dimensione e specializzazio-
ne riescono a dare all'uomo, che sempre più e giusta-
mente li apprezza nel loro reale, a volte inestimabile
valore. A mio modesto avviso quindi, non solo per
una travolgente inclinazione, per una reale passione o
per serietà innata o professionale, perché in definitiva
hanno una vita, oggettivamente o soggettivamente pre-
ziosa, fra le mani, ma anche per un doveroso omaggio
a dispensatori di tanti soldi, sarebbe opportuno un'os-
servanza attenta, una retta applicazione, un aggiornarsi
ed attrezzarsi continuo da parte di questi medici che
indubbiamente, e forse più dei pediatri (che possono
usufruire di strutture infinitamente più e meglio orga-
nizzate), esercitano una professione difficile in un am-
biente, nella generalità, ancora non aperto a compren-
derne il ruolo, indispensabile in una società civile. Basta
informarsi, per capirlo, su ciò che si fa in questo set-
tore in paesi come la Francia, la Germania, l'Inghil-
terra, gli Stati Uniti e così via. E per la verità molti
veterinari napoletani raggiungono un lodevole livello
professionale con sacrifici personali di tempo e di de-
naro e si aggiornano fra difficoltà a volte immani e s^no
preparati, attenti, scrupolosi come ritenevo, ahimè, lo
fosse quello al quale da circa vent'anni mi rivolgevo,
il dottor Y.
L'avevo conosciuto per caso — gli altri am-
bulatori erano chiusi — quando aveva già superato
i quarant'anni ed esercitava, se la memoria non mi
tradisce, in un popolare quartiere nei dintorni della
Ferrovia ed abitava nei pressi del modesto, quasi spo-
glio ambulatorio affollato prevalentemente da gente
che proveniva dalla provincia. Di statura non alta, i
capelli neri, gli occhi piccoli, vivaci, il sorriso comu-
nicativo, palesava un grande amore per gli animali ed
era pronto, o almeno così mostrava, a correre in soc-
corso di cani e gatti anche randagi che si trovavano,
(SEGUE)


Ultima modifica di Bruno il Mer Gen 23, 2013 1:34 pm, modificato 3 volte
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MessaggioTitolo: Re: PADRONI ATTENZIONE!...narrativa verità   Ven Gen 02, 2009 8:13 pm

venivano messi o si ponevano nei guai e ciò gli procura-
va una discreta popolarità fra le vecchiette, i pensionati
che riponevano nel gatto o nel cane non di razza, spes-
so anziano e malandato, ogni loro affetto nella solitu-
dine triste, disperata di un'età e di una condizione so-
ciale, affettiva e di censo di pressoché totale emargi-
nazione. Per loro vedere il dottore prendere amorosa-
mente fra le braccia forse l'unico esserino al quale
ancora potevano essere utili che li faceva sentire vivi,
importanti ricompensandoli con un trasporto totale
quasi fossero gli individui più belli, intelligenti del-
l'universo, e che lo risanava dalle gravi affezioni — al-
meno così quasi sempre diceva il dottore, probabilmente
con sottile quanto utile furberia — li riempiva di feli-
cità grata, memore sudditanza psicologica. È i poveri
vecchi sborsavano il modesto onorario e idolatravano
il dottor Y e lo pubblicizzavano presso portieri, operai,
contadini che a loro volta conducevano, sia pur con
riluttanza, i loro compagni a quattro zampe all'ambu-
latorio i cui introiti s'andavano dilatando. Quel vete-
rinario, quel professionista non li faceva sentire in
difficoltà come un medico o un avvocato. Il baratro
culturale non c'era o non si manifestava. Quell'uomo
con un camice spesso maltrattato, con la barba non
rasa di fresco, le scarpe grosse, l'eloquio dialettale, che
abitava come loro in una casa modesta ed era afflitto
da una numerosa famiglia era un loro simile, uno di
loro che aveva frequentato l'università, ma non baz-
zicava teatri, non leggeva libri impegnati o riviste cul-
turali e solo per lo studio tecnico di materie mediche
si differenziava da loro, ma le mani erano grosse, non
curate e quando esercitava erano sporche non di pol-
vere o di calcina, ma di escrementi, di sangue degli
animali che si vantava di salvare con fare modesto,
ma sicuro, ed è ovvio che ogni sua parola sulle ma-
lattie dei loro piccoli pelosi protetti era Verbo in
quello squallore culturale, sia pure mitigato, se non
del tutto riscattato, da sentimenti puri, vivi, reali.
Con il tempo i giornali locali incominciarono a fare
il nome del dottor Y con frequenza quando — erano
tempi ancora da libro Cuore — il gattino finito chissà
come sull'albero o il cane piombato ed imprigionato
dalla calce o lasciato semiaccoppato da un'auto pirata,
veniva da volenterosi salvato e da lui curato, ma non
dicevano i fogli stampati se poi morivano o continua-
vano a vivere quegli animali. Il fatto, gli interventi
facevano notizia; il seguito della storia non era più
attualità e veniva dimenticato.
La clientela si estese ai cacciatori per i quali il
cane era strumento di lavoro o di hobby e a qualche
commerciante, professionista o signora bene che in
quel medico rude, d'origini modeste vedevano la pos-
sibilità d'un bagno di purezza o un nuovo elemento di
conversazione nel cun-cain pomeridiano o nel pokerino
serale fra pasticcini, rilanci e chiusure doppie; e gli
onorar! si dilatarono e la folta famiglia si trasferì nella
città alta.
Continuai a rivolgermi a lui anche se avevo avver-
tito immediatamente un certo che di falso, di furbe-
sco nel suo atteggiamento e nel suo comportamento.
Aveva curato bene Cepry, mettendo in pratica con
impegno una mia idea per far rimanere diritte gambe
decalcificate, in precedenza abbondantemente fornite
di calcio e vitamina D da un mio conoscente che inse-
gnava nella facoltà di veterinaria. Fu una circostanza
fortunata per lui che ne ricevette ampia pubblicità fra
i miei amici e conoscenti e tanti altri clienti, e per
me che riebbi il piccolo Cepry nuovamente scattante
e pronto alle corse e ad una vita normale, sebbene le
zampe anteriori fossero rimaste un tantino più corte
di quelle posteriori. Eravamo andati d'accordo anche
perché con me — con indubbia intelligenza — il
fare furbesco del dottor Y era scomparso e si guar-
dava bene d'inoltrarsi in definizioni e affermazioni che
potevano funzionare con i vecchietti ed i clienti della
Ferrovia. Veniva spesso a casa mia, visitava solerte il
cane parlando poco, operando con attenzione e solo
alla fine da me sollecitato, per cortesia, mi raccontava
di sé, della famiglia, della professione e ... dei nuovi
acquisti per i quali mi chiedeva — quasi timido —
qualche consiglio. Stava comprando, mi diceva, un ap-
partamento ampio e moderno in una zona residenziale
di semiperiferia ed una casa di villeggiatura in non
ricordo quale isola.
Con gli anni stava progressivamente cambiando:
vestiva in modo più accurato, incominciava a viaggiare
e qualche screzio con la famiglia lo stava spingendo
(o era il contrario?) fra le braccia di, credo, qualche
giovane — forse troppo per lui — collega straniera
o laureata nostrana, attratta da quella ormai semisel-
vatichezza, da quei capelli neri che mai s'imbiancavano
forse per l'applicazione di opportune brillantine o tin-
ture, da quegli occhi vivaci. Furono proprio loro, a
mio avviso (ma poco m'interessa), di tanto più colte e
con interessi diversi ad introdurlo nel mondo di una
certa cultura — teatri, cinema d'essai, romanzi, f
musei — da lui perseguita con sforzo e che a
me sembrava molto mal digerita da renderlo, quando
affrontava l'argomento, notevolmente ridicolo. Ma pel-
ine rimaneva un buon veterinario, appassionato del suo
mestiere e i contatti con i cani rimanevano quelli d'una
volta, affettuosi e direi di una dedizione quasi totale,
e avrei voluto vedere il contrario se a loro doveva
l'agiatezza se non proprio il lusso avaro nel quale or-
mai viveva!
Acquistò e permutò altre case e frequentò — al-
meno così affermava — congressi per aggiornarsi e
sempre più spesso sparava a zero sui suoi colleghi na-
poletani colpevoli — per lui — di incompetenza, scar-
so fiuto diagnostico o di fargli le scarpe e una certa
megalomania comparve quando un giorno, dopo una
visita, dichiarò che un figlio non riusciva a laurearsi
perché i professori di Veterinaria non solo di Napoli,
ma addirittura d'altre città, lo ostacolavano per essere
suo figlio, un loro grande, bravo, acerrimo concorren-
te; o ricordo male?
Qualche segno di sfaldamento mentale quindi c'era,
ma come si fa a cambiare o a non fidarsi, quando una
persona ti ha servito bene o almeno a me così sem-
brava per vent'anni? Sì, è vero, sembra che una nuova
compagna italiana o straniera con la quale conviveva (a
intero o mezzo servizio non so, perché a volte, oltre
che all'ambulatorio, lo si poteva rintracciare nella casa
dei figli e della moglie o in quella sua e della nuova don-
na) lo facesse disperare. Ma, ripeto, fino ad allora, anche
se spesso era assente, prima o poi da uno dei suoi più '
recapiti telefonici si veniva a sapere dov'era o quando
sarebbe tornato.
Lo scrupolo, l'amore che mia moglie ed io aveva-
mo sempre portato per i due impareggiabili compari,
Gimmy e Ramona, ci indusse a insistere con continuità
anche nell'occasione dannata della micosi del dalmata,
e finalmente lo rintracciammo e lo invitammo a visi-
tare Gimmy per confermare la diagnosi del giovane dot-
tor X e verificarne le prescrizioni. Disgraziatamente
in quei giorni centrali del caldissimo agosto anche il
dottor Z, di cui parlerò poi, aveva chiuso per quindici
giorni il suo ambulatorio.
E il dotto Y venne il 19 agosto, sudato, affannato,
stanco perché la sua nuova donna — ci raccontò con
un pizzico d'orgoglio passandosi la mano nei sempre
nerissimi capelli — l'aveva spinto ad accompagnarla a
non ricordo quale rappresentazione nelle Terme di Cara-
calla a Roma e lui aveva sofferto l'intenso umido che
le ossa ormai anziane e non facilmente ricopribili di
tintura mal avevano sopportato. Lo facemmo riposare,
gli offrimmo un caffè e lo conducemmo da Gimmy, rac-
contandogli dettagliatamente l'operato, la diagnosi del
suo giovane collega e mostrandogli la ricetta e le sca-
tole dei medicinali.
Subito dopo aver eseguito un accurato esame al
manto di Gimmy, partì in una filippica contro il dottor
X, del quale ci disse che era troppo giovane, non una
realtà e nemmeno una speranza della veterinaria napo-
letana (era chiaro, pensammo, non volesse perdere buo-
ni, generosi clienti come noi non certo per tema di X, y
ma del dottor Z al quale, gli avevamo detto con since-
rità e chiarezza, già più volte ci eravamo rivolti per la
vicinanza dell'ambulatorio rimanendone più che sod-
disfatti), benché ne confermò la diagnosi per le macchie
ed i crateri. Era micosi, ma fortemente infettiva per
animali ed uomini, affermò. Ramona doveva essere te-
nuta separata da Gimmy per un mese abbondante e
mia moglie che lo curava doveva ogni volta che lo toc-
cava lavarsi accuratamente le mani. No, la cura di X
non andava bene. Dovevamo, e lo scrisse sulla ricetta,
fare toccatine giornaliere per una settimana, e a gior-
ni alterni per ancora una settimana, con iodio tintura
decolorata e dare sia a Gimmy che a Ramona (come cu-
ra preventiva) Grisovina compresse, tré al giorno per
due settimane.
« Ma », obiettati, « il dottor X ha detto che ha il
fegato ingrossato, debordato, dolente. Non lo visita,
non fa controlli? »
« No, non occorre, sta bene ».
« E il cuore, non l'ausculta? »
« No, e perché? Gimmino sta bene, è forte » e lo
accarezzò con quell'affetto vero o apparente che lo ren-
deva simpatico ai padroni, a tutti i padroni.
36
« Vuoi controllare Ramona? », gli chiedemmo an-
cora.
« Dategli la Grisovina, non c'è bisogno di altro,
ve lo assicuro. Casi del genere li vedo quasi tutti i
giorni ». Poi riflette un attimo: la ricetta di X nuova-
mente fra le sue mani, la scatola di Nizoral sotto i i
suoi occhi.
« Signora, vi prego, raccogliete un po' d'urina, gli
farò un esame ».
« Ma come fa », dissi io, « dall'urina a control-
lare il fegato? »
« Se ci fosse qualcosa risulta », rispose deciso e
sicuro.
« Sì, ma solo se è davvero compromesso in modo
clamoroso », insistei ed obiettai.
« N00, nei cani no, stia tranquillo », rispose.
« E al tatto, all'esame clinico? », continuai cer-
cando di fargli perlomeno palpare il fegato.
« Non serve a nulla. Mi perdoni, ma le ho detto
sono casi per me comuni », la testa di Gimmy fra le
mani. « Invece come volete che dica ai vostri amici
che sono in salotto? ».
« Dica quello che vuole ».
« Sa, è infettiva, meglio dire . . . dermatite aller-
gica ».
Mia moglie gli consegnò l'urina che nel frattem-
po aveva raccolto. Ci lavammo tutti e tré a lungo le
mani e ritornammo dagli amici dopo aver consegnato
a Y le solite cinquantamila lire, suo onorario per i
nostri cani (beninteso per uno, per due si raddoppiava).
Lo congedammo.
Gimmy fu messo in una specie di quarantena: la
stanzetta, il terrazzino e due passeggiate al giorno e la
cura fu iniziata la mattina del venti quando sapemmo
che l'analisi dell'urina aveva dato — se era stata dav- f
vero eseguita — risultato negativo. Ramona rimase
giorno e notte allo studio.


Ultima modifica di Bruno il Mer Gen 23, 2013 1:18 pm, modificato 1 volta
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MessaggioTitolo: Re: PADRONI ATTENZIONE!...narrativa verità   Ven Gen 02, 2009 8:18 pm

I primi quindici giorni della cura del dottor Y
erano trascorsi. I piccoli crateri sulla testa del nostro
colosso bianco e nero s'erano chiusi e il pelo incomin-
ciava a ricomparire, la pelle nelle minuscole circon-
ferenze appariva sana, bianca, mentre gli altri sul dorso
miglioravano sensibilmente e di nuovi ne erano spun-
tati solo qualcuno piccolissimo (non più di due o tré)
sulla coda e sotto il collo. Gimmy sembrava contento
e soddisfatto nella solita buona salute, seppure era co-
stretto nell'angustia della stanzetta e del terrazzino.
Ma l'assiduita di mia moglie, il dedicarsi soltanto a lui
le leccatine e gli esami giornalieri, le carezze tenere
e principalmente le due lunghe passeggiate quotidiane
fra gli alberi delle strade vomeresi meticolosamente
annaffiati quasi uno per uno — la gamba muscolosa
alzata — lo rendevano felice, appagato per il poter
ascoltare da dietro la porta le voci e i rumori familiari
di casa. Forse io gli mancavo perché, tutto preso da
una mole poderosa di lavoro urgente da smaltire, solo
qualche rara volta mi affacciavo nella stanza e, un po'
timoroso per i ripetuti avvertimenti di Y, evitavo di
accarezzarlo limitandomi a sorridergli e salutarlo con
un cenno della mano ed un « capocchione bello, stai
buono, ciao ». Con Ramona invece Gimmy aveva tutta
una serie di rapporti, pur senza potersi scorgere, con
latrati e modulazioni varie della voce fra il terrazzino
di casa e il terrazzo dello studio. E quando uno dei f
due abbaiava ad un cane o a un passante antipatico,
l'altro gli faceva immediata eco e l'insieme, la poten-
zialità, l'amorosità della coppia rimaneva inalterata no-
nostante la separazione fisica.
Certo Ramona era un po' triste ed io leggermente
a disagio, un po' spaesato nel non scorgere come im-
mancabile sfondo alle mie ore di scrittoio i due com-
pari che spesso confondevo fra di loro o addirittura
consideravo come un unico essere per quella specie
di osmosi ormai avvenuta perlomeno nella mia mente
e che mi portava a volte a chiamarli con un unico
nome: Gimmyramona. Quando alzavo il capo dallo
scrittoio ero abituato a vederli dietro i vetri o al di là
di una piccola barriera. Questa era un vecchio para-
vento appoggiato con la parte lunga al pavimento e
fra i battenti del balcone: una separazione del tutto
formale e mai superata dai due solo per la mia espressa
volontà. Sarebbe stato per loro fin troppo facile sca-
valcarlo utilizzando una minima parte della loro poten-
zialità di saltatori. Ero abituato da anni a suddividere
le mie attenzioni, le mie carezze, il fagottino delle me-
rendine preconfezionate sempre e rigorosamente per
due e ora invece mi ritrovavo davanti il muso, le orec-
chie e il gran corpo nero-focato di Ramona e spesso
soprappensiero cercavo Gimmy per poi finalmente ri-
cordarmi che era su in casa, in cura.
Mia moglie aveva telefonato al dottor Y che s'era
ostinato nel fargli continuare la terapia nella quantità
non ridotta di tré pillole di antibiotico al giorno che
a me in verità sembrava esagerata. Avevo pregato, mia
moglie d'insistere per altri esami, oltre l'unica analisi
dell'urina effettuata, o perlomeno di ottenere una ri-
duzione della dose, ma Y ancora senza alcuna esitazio-
ne aveva ribadito che bisognava continuare così e non
vi era nessun altro problema.
Eravamo presi in quei giorni (s'era al dieci settem-
bre) dalla preparazione di una festa che avevamo orga-
nizzato per la ricorrenza ormai prossima — il 19 set-
tembre — di un avvenimento importante, decisivo
della nostra vita. Circa settanta persone avrebbero af-
follato il nostro salotto, e il buffet, gli inviti, le tele-
fonate fatte o ricevute, qualche regalo, qualche sosti-
tuzione di chi non poteva intervenire o avevamo di-
menticato, ci assorbivano oltre il normale lavoro. Ciò
nonostante di tanto in tanto parlavamo di Gimmy e
della sua cura ed io avevo più volte affermato che tré
pillole al giorno per così lungo tempo mi sembravano
esagerate. Ma Y s'era mostrato sempre sicuro, tran-
quillo, e come non fidarsi di lui che mai fino ad allora
nei nostri confronti, nei riguardi dei nostri cani, Cepry
prima e i due compari poi, non aveva mai commesso
errori macroscopici o dannosi; anche se più volte, a"
noiato e irritato di quei suoi viaggi, di doverlo inse-
guire fra i tré recapiti, avevo detto a mia moglie: « Y
dobbiamo definitivamente accantonarlo e sostituirlo con
il dottor Z, con ambulatorio vicino e non sbattuto
verso la Ferrovia come quello di Y, e inoltre più gio-
vane e forse più aggiornato ». Ma poi il tran tran che
avvolge e schiavizza un po' tutti, ci aveva fatto sopras-
sedere sulla decisione definitiva. Verso il 12 del mese
però avevo deciso — e mia moglie s'era mostrata d'ac-
cordo — di far ritornare Gimmy alla ben maggiore
libertà dello studio e principalmente del terrazzo di
settanta metri quadrati e avevamo invertito le dislo-
cazioni: Ramona su (più libera di Gimmy potendo
girare per tutto l'appartamento) e Gimmy giù. Ca-
pocchione s'era precipitato per le scale percorse al so-
lito con andatura velocissima e mulinando la coda, gli
occhi contenti s'era rimpadronito dello studio, del ter-
razzo e di me accucciandosi ai miei piedi, di fianco o
sotto lo scrittoio.
Apparentemente ad un occhio profano, sia pur
amoroso come il nostro, il dalmata non mostrava alte-
razioni di sorta: nessun indebolimento o cambiamento
effettivo se non quei crateri ormai tutti o chiusi o in
via di risoluzione. E se proprio qualche diversità di
comportamento che non avevamo alcun motivo di ri-
scontrare con meticolosità eccessiva c'era, si sarebbe
potuta facilmente attribuire alla noia di quella sorta
di segregazione, al numero ridottissimo delle carezze
da parte mia e alla separazione di circa tré settimane
dalla sua compagna di giochi e di vita. Incominciò però
a vomitare dopo il pasto dell'una, che come al solito
divorava con voracità, ma ogni o quasi preoccupazione
veniva fugata dal fatto che subito dopo rimangiava
quanto aveva rigettato come per il passato ed in perio-
di non sospetti. Comunque telefonammo al dottor Y
che non c'era e decidemmo, per ogni buon conto, di
sospendere la somministrazione delle tré pillole quoti-
diane, proseguendo soltanto con le toccatine di tintura
di iodio, e il vomito cessò per poi riprendere qualche
giorno dopo.
Riuscimmo a metterci in contatto con Y che ap-
provò la sospensione, ma non ritenne opportuno ve-
derlo o eseguire delle analisi. Pensammo allora ad un
fatto nervoso e, depistati dal veterinario, non sospet-
tammo minimamente che fosse necessario altro per
Gimmy, sempre tanto forte e sano, immagine di forza
e di salute. Gli riconcedemmo quindi la compagnia di
Ramona e il 15, la domenica mattina, lo condussi
passeggiare; ma il pomeriggio, alla presenza di mio
suocero, vomitò e rimangiò di nuovo e riconquistò il
posto vicino a me sul divano dello studio. Era felice,
gli occhi vivi, la coda in movimento. Ero convinto di
aver risolto quei momenti di sbandamento, di leggera
modificazione e gli tenemmo compagnia di sera, oltre
che di giorno, recandoci allo studio per vedere la tele-
visione. Giocava con Ramona come al solito e si ac-
cucciava ai nostri piedi; ma mercoledì 18 mi preoc-
cupai davvero quando, distribuita ai compari la solita
merendina preconfezionata, forse per la prima volta
nella sua vita Gimmy non la mangiò con il solito en-
tusiasmo lasciandola in terra, quasi cedendo a Ramona
anche la sua parte. Mandai via la lupa e lui lentamente,
forse più per farmi contento che per voglia, la masticò
ed ingoiò svogliatamente.
Telefonai al veterinario al quale imposi con ener-
gia di venire e la sera intorno alle nove il dottor Y
giunse allo studio. Raggiunsi lui, mia moglie e Gimmy
e lo trovai sereno, tranquillo, sicuro che parlava di tut-
t'altro e lanciava sguardi distratti al dalmata. Solo
dopo seppi che mia moglie gli aveva detto, criticando
la durata e l'intensità della cura:
« Ma per quanto tempo bisognava dare questo
prodotto (si riferiva alla Grisovina}. Così va a finire
che non solo si ammazza la micosi, ma anche il cane ».
E lui, l'ineffabile sanitario, aveva risposto:
« Signora, qualche volta avviene pure ».
Lo dirottai subito su Gimmy, sui suoi disturbi,
sul vomito solo quel pomeriggio non rimangiato del
tutto, sulla merendina non divorata come al solito,
e lo invitai a visitarlo, a controllare gli organi interni
con un'accurata visita medica e con analisi. Mi rispo-
se: « Non ce n'è bisogno. Proprio perché volete gli
farò questo », Estrasse dalla borsa un flacone di Lae-
vosan e gliene iniettò sottocute 40 mi misto ad una
fiala di Toxepasi e ad una di Cortigen e prescrisse (con
ricetta di pari data) identica cura, ma senza Cortigen,
ogni giorno per cinque giorni aggiungendo: « Ma se
domani siete indaffarati con la festa potrete iniziare
dal 20 mattina. Vi mando io una mia parente per pra-
ticare l'iniezione » e si congedò sicuro, tranquillo, dopo
aver intascato le solite cinquantamila lire (« L'iniezio-
ne è un omaggio »).
Per scrupolo, per affetto (che, sembra evidente, Y
non provava, nonostante il più volte ripetuto « caro
Gimmone » con relative carezze) telefonammo prima
a lui e poi alla parente e l'iniezione fu praticata per
nostro volere avallato da lui e non per disposizione
medica, già il mattino del 19.
Era mezzogiorno, lo ricordo chiaramente, e con
Gimmy avevo fatto una passeggiata sul terrazzo. Notai
che era uno po' fiacco, ma sveglio, vigile e contento qua-
si come al solito. Il pomeriggio prima della festa — era-
no le 5 — ritornai a vederlo e mi accorsi che aveva
nuovamente vomitato e tutto il mangiare indigerito
era sul pavimento del terrazzo e Gimmy era stracca-
mente disteso nella stanza dove dormiva e non mi seguì
quando lo invitai a farlo. Venne fino da me, solo qual-
che metro più in là — la coda abbassata —, mentre
preoccupatissimo telefonavo ad Y. Il sicuro, forse im-
passibile o incosciente veterinario, ascoltò e mi disse:
« Gli prenda la temperatura. Non c'è alcun pericolo
se non ha febbre ». Chiamai mia moglie, gli mettemmo
il termometro: 38,7. Ritelefonai ad Y. « Non c'è pro-
blema », affermò. « Ma se proprio vuole richiamerò
più tardi, godetevi la festa e auguri (non per Gimmy,
beninteso, ma per la nostra ricorrenza) ».
Decisi e dissi a mia moglie: « Gimmi viene con
noi a casa » e lui ci seguì lento, ma felice e, non
appena rimise piede nella stanzetta con terrazzo sem-
brò ravvivarsi, ritornare il cagnone di sempre ed ori-
nò a lungo — la gamba alzata — intorno ad un grande
vaso. Ci riconfortammo e incominciammo a vestirci
— erano le 6 — per ricevere gli invitati che dovevano
giungere per le 7.
Settanta persone: alcuni erano vecchi amici che
non vedevo da anni; mi immersi nei miei doveri di
ospite nel piacere di conversazioni interessanti, sep-
pure rimanevo un po' turbato, ma mia moglie mi tran-
quillizzò: Gimmy era sul letto (vi era salito da solo)
e riposava sereno.
Solo quasi alle 11, quando i nostri ospiti incc
minciavano ad andar via, seppi quello che stava avve-
nendo e che mia moglie mi aveva nascosto per non
turbarmi conoscendo il mio carattere apprensivo. Fino
a poco prima delle 10 tutto bene, poi Gimmy aveva
rigettato dei pezzettini di carne che la domestica, pre-
sente contrariamente al solito quella sera, gli aveva
dato. Mia moglie aveva telefonato ad Y, non l'aveva
trovato e poi finalmente l'aveva raggiunto — via filo —
e, superata la barriera di quella compagna del dottore,
ineducata e forse isterica, l'aveva convinto con le buone
e le cattive a venire da noi.
Mi precipitai da Gimmy e rimasi impressionato:
respirava con gran fatica, il capo a cercar aria, tremava,
le zampe lo reggevano male, sembrava improvvisa-
mente dimagrito. Y non veniva, mi precipitai a tele-
fosare al dottor Z, e mentre gli parlavo mi dissero che
al citofono aveva bussato Y, ma che non voleva venire
in casa, voleva portassimo Gimmy al mio studio per
non farsi vedere senza quell'eleganza per me pacchiana,
o casual, ridicola in lui alla sua età e per il portamento
che non era mai riuscito a cancellare carenze di base.
Infuriato gli ingiunsi di salire a casa e lo introdussi
veloce dalla porta della cucina. Entrò da Gimmy e ri-
mase perplesso, incerto, impacciato. Poi finalmente si
decise a visitarlo a lungo con stetoscopio e mani, e
sentenziò:
« Ha un edema polmonare, mannaggia, come mi
dispiace, ma da dove è venuto? »
Poi, dopo dieci minuti di bofonchiamenti ci chiese
di andare a comprare Celestone da 4 mg e glielo iniettò
sottocute con una fiala di Lasix. Il sensorio di Gimmy
era offuscato, non riusciva a centrare da solo il livello
dell'acqua nella scodella. Mia moglie ed io eravamo
disperati e alternativamente a affrettatamente conge-
dammo gli ospiti rimasti. Il sensorio dopo circa un'ora
migliorò, il respiro no. Gimmy beveva moltissimo e
urinava a fatica. All'una e venti della notte Y praticò
un'altra fiala di Celestone ed un terzo di fiala di Lasix
fra manifestazioni di dispiacere. Poi dopo, verso le
due e mezza — la situazione non s'era modificata —
si congedò con il patto che alle 7 gli avremmo
praticato — dopo esserci sentiti per telefono — altra
(la terza in otto ore) fiala di Celestone. Aveva rac-
colto un po' d'urina e uscendo mi chiese un cesto di
fiori fra i molti giunti per farne omaggio alla donna
convivente.
« Prenda ciò che vuole », gli dissi e mi precipitai
nuovamente da Gimmy un po' tranquillizzato da una
certa serenità del veterinario che, se pensava ai fiori,
voleva dire, secondo la mia mentalità ed ingenuità,
che il suo antico paziente non doveva poi trovarsi in
condizioni davvero disperate.
C'eravamo accinti, mia moglie ed io, ormai soli,
ad assistere il nostro dalmatone, il capocchione allegro,
gentile, forte ed il contrasto di come passava ora, era
vieppiù stridente, triste, preoccupante, intenerente. Su-
dati, stanchi, c'eravamo spogliati o meglio cambiati di
abito e mia moglie sul letto della stanzetta ed io su
una poltrona nel corridoio accanto alla porta aperta e
di fronte al balcone spalancato, eravamo lì intorno a
lui, con lui e s'era mostrato contento, appagato, quasi
se non del tutto felice delle nostre attenzioni. Spesso
durante quello scampolo di notte, gli avevo sostenuto
la testa pesante che mi abbandonava fiducioso sul pal-
mo della mano fuori al terrazzino e su una coperta get-
tata sul pavimento, poi finalmente s'era accucciato e
sembrava aver ceduto al sonno.
Anch'io, sfinito, angosciato, m'ero disteso nella vi-
cina camera da letto e fra veglia e sonno avevo avver-
tito una presenza. Era Gimmy che straccamente era
venuto a trovarmi, gli occhi grandi, buoni, stanchi, si
era accucciato fra il mio letto e la porta e poi irre-
quieto era tornato dalla padrona. L'avevo seguito ed
era finalmente giunta l'alba che mai come durante una
grave malattia infonde speranza, così come la notte fa
paura e precipita gli uomini nei più tetri pensieri.
Alle 7, un po' prima, avevo svegliato Y, de-
scritto l'andamento e ricevuto conferma sull'iniezione
da praticare.
«


Ultima modifica di Bruno il Mer Gen 23, 2013 1:21 pm, modificato 2 volte
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MessaggioTitolo: Re: PADRONI ATTENZIONE!...narrativa verità   Ven Gen 02, 2009 8:19 pm

Ci vediamo fra un'eretta come siamo rimasti d'ac-
cordo? », gli avevo chiesto.
« Mah, dovrei accompagnare Caia al lavoro e poi
più tardi recarmi a registrare una trasmissione e Tele-
video Vattelapesca ...»
« Ma lei deve vederlo ».
« Va bene, a più tardi, sì, entro le nove ».
« Ancora prima, la prego ».
E c'eravamo salutati, ma alle 10 passate ancora
non era venuto, ne era giunta alcuna notizia per giu-
stificare il ritardo in un caso tanto grave come quello
del povero Gimmy il cui respiro affannoso, corto, se
non era peggiorato, non accennava a nessun migliora-
mento. Al contrario beveva e rimetteva, e urinava spo-
radicamente e sempre più a fatica .
Decisi allora di non frapporre più indugi. Ritele-
fonai ad Y alla casa della donna, alla casa della moglie,
all'ambulatorio e a qualsiasi casa del diavolo dove po-
tessi trovarlo, e infine al dottor Z.
Questo professionista serio, non deviato da inte-
ressi prevalenti sulla sua attività, ascoltò con cortesia
e pazienza l'esposizione che gli feci dell'insorgere della
malattia di Gimmy, della visita dell'8, di quella del 19
agosto e degli sviluppi più recenti e della situazione
al momento. Non feci, per innata correttezza, nomi di
veterinari ne me li chiese, anzi, sapendo che avevo
parenti medici, quindi non specializzati nel settore, mi
sembrò supporre che la G riso vino, fosse stata prescritta
da uno di questi, e subito mi fece rilevare la causa
della gravissima intossicazione: l'incompatibilità fra
Nizoral e la Griseofulvina contenuta nella Grìsovìna.
Non ci capii molto, ma fecalizzai che bisognava ten-
tare una rapida energica disintossicazione che tenesse
conto degli altri organi compromessi. Pregai, scongiu-
rai il dottor Z di venire subito e, dopo qualche resi-
stenza per precedenti impegni ed altro, mi promise di
giungere al più presto.
Non erano trascorsi più di venti minuti che final-
mente Y si fece vivo.
« Ho preso sonno », mi disse. « Sa, non ho chi
mi svegli ed ora sono a Televideo Vattelapesca. Re-
gistro e vengo da lei ».
« Ah, pensavo fosse andato all'ambulatorio », ri-
sposi con distacco e voce tagliente, rancorosa.
« Ma no, le pare, sarei venuto prima da Gim-
mone ».
« Quando pensa di venire? ».
« Subito dopo la registrazione ».
« Ah, capisco, pubblicità, consigli di bagnetti. Mi
telefoni quando ha finito ».
« Farò presto, poi prenderò un tassi ».
« Mi chiami prima, arrivederla », conclusi ed ab-
bassai .
Ma il dottor Z non giungeva e le nostre ansie
aumentavano. Il traffico, il dannato, invivibile, frastor-
nante traffico dove a volte se non sempre ambulanze
non riescono ad ottenere spazio, impazzava.
Un'ora dopo nuova telefonata di Y.
« Ho finito, vengo ».
« Senta, le dico che quando non si è fatto vivo e
non riuscivo a rintracciarla ho chiamato il dottor Z ».
« Ah », la voce si spezzò in ansia e finalmente
— penso — in vero dispiacere; perdere due clienti
come Gimmy e Ramona e padroni apprensivi e gene-
rosi che lo convocano a domicilio — cinquanta/ cento-
mila lire per volta — mi sembrò il motivo, o la paura
che si scoprisse il suo errore, la sua leggerezza, la sua
vecchiaia, la sua strafottenza, il suo non sapersi orga-
nizzare, non dico nulla con una sveglia. Ma c'impie-
gherò pochi minuti ».
« Senta, l'altra sera e stanotte mi ha detto che
sarebbe partito nuovamente e tornato dopo quattro
giorni...»
« Ma in questo caso sarei rimasto ».
« Ora ho chiamato il dottor Z che sta venendo e
poi non capisco perché i veterinari non possono fare
consulti come i medici. Ha qualcosa in contrario? »
Voce di chi ha subito un duro colpo mi giunse,
così reputai, e frasi smozzicate.
« Bisogna chiederlo », disse.
« A lei lo sto chiedendo ora, al dottor Z quando
verrà ».
« Va bene, come vuole ...»
« Va all'ambulatorio? ... Le farò sapere », lo con-
gedai.
Suonarono alla porta e il Duemila entrò in casa
mia, nella cura di Gimmy.
Il dottor Z, efficientissimo, pronto, non stracco
e consumato, non vestito casual o con malinteso senso
dell'eleganza, si diresse deciso, seguito da un infer-
(SEGUE)

miere, verso la stanzetta. Il tavolo che mi aveva chiesto
era già pronto, insieme ad una forte luce. Rapido esa-
me delle medicine che da!P8 agosto erano state
prescritte per il cane. Poi — Gimmy sul tavolo,
paziente perfetto, docile, tranquillo — un esame cli-
nico lungo, accurato, un prelievo di sangue e l'intro-
duzione di esso in un apparecchietto portatile. Il test
sull'azotemia superò i limiti dell'apparecchio. Era quin-
di altissima. Telefonò immediatamente ad un vicino
laboratorio d'analisi per uomini ed ottenne, preciso, si-
curo, competente, di farvi effettuare l'esame, mentre
l'infermiere fu spedito ad approvvigionarsi di medicine.
La diagnosi messa per iscritto fu di Uremia grave,
la cura:
Laevosan 5. Flac. 500 mi
120 cc. ore 7-23
Soluzione fisiologica. Flac. 500 mi
120 cc. ore 15
Mencortex B6. Fiale
1 fiala ore 7-23 + Laevosan
Ipoazotal. Fiale
1 fiala ore 7 + Laevosan
Biochetasi. Fiale
1 fiala ore 15 + soluzione fisiologica
Debridot. Fiale
2,5 cc. ore 23 + Laevosan
Stropofan 1/8. 1 flac. 10 mi
1 mi mattina e sera 8-20
Tefamin 1,5 mi fiale
1 fiala ore 8,15-20,15
In un'altra stanza ci disse che le probabilità di
guarigione erano scarse non per il pr• eedema polmonare,
ma per la situazione renale. L'infermiere fu messo a
nostra disposizione. Gli parlai allora di Y e gli chiesi
se aveva nulla in contrario per un consulto magari te-
lefonico. Mi disse di chiamarlo. La ormai querula voce
di Y mi rispose e poi feci subentrare il dottor Z che
senza alcuna estazione e con cortesia gli comunicò dia-
gnosi e cura. Nessuna obiezione di Y, tanto facile nel
criticar colleghi, ed ora — almeno così mi era sembrato
il tutto — tanto accondiscendente. Ripresi il micro-
telefono:
« Allora nessuna obiezione, è d'accordo? », gli
chiesi cercando di provocarne una reazione positiva
per Gimmy.
« No, va bene », disse timido, impacciato.
« Sicuro? », insistei.
« Sì ».
« Le farò sapere e se ha qualcosa da dire lo fac-
cia ». Non rispose. Lo salutai.
Via telefono giunse il risultato delle analisi: Crea-
tininemia mg 8,6 (valori normali massimi per un cane,
precisatimi dal dottor Z, 1,Cool; Azotemia gr 4,18 (va-
lori normali massimi gr 0,35). Spaventoso! Purtroppo
le possibilità di salvare Gimmy erano ridotte ad un
lumicino. Allora, dopo le prime iniezioni, insistetti col
dottor Z per farmi spiegare la questione del Nizoral
e della Grisovina. Nicchiò facendo forza sul suo carat-
tere battagliero, attento e meticoloso da studioso scru-
poloso. Si capiva che non voleva danneggiare i colle-
ghi e poi il danno era fatto, una specie di delitto si
era consumato, ma io ormai m'ero impadronito dei
foglietti d'istruzione e delle ricette.
In sostanza il dottor X (quello dell'8 agosto) ave-
va ordinato Nizoral nel cui foglietto interno, che ogni
sanitario — medico o veterinario — che lo prescrive
dovrebbe conoscere, oltre alle proprietà, alla composi-
zione, alle indicazioni, alla posologia, somministrazione
e durata del trattamento, porta come controindicazioni:
" Ipersensibilità individuale accertata verso il far-
maco, stato di insufficienza epatica, epatiti acute e
croniche.
Poiché le alterazioni epatiche più gravi sono state
riscontrate in soggetti già trattati a lungo con grìseo-
fulvina, una terapia con Nizoral in tali pazienti dovrà
essere accuratamente valutata e controllata con la mas-
sima attenzione attraverso la frequente esecuzione dei
tests di funzionalità epatica e dei livelli enzimatici del
siero ..."


Ultima modifica di Bruno il Mer Gen 23, 2013 1:22 pm, modificato 1 volta
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MessaggioTitolo: Re: PADRONI ATTENZIONE!...narrativa verità   Ven Gen 02, 2009 8:20 pm

Y, a cui era stata sottoposta la ricetta e la scatola
comprensiva del foglietto di istruzione, aveva ordinato
con ricetta del 19 (e quindi dopo dieci giorni di trat-
tamento con Nizoral), senza nemmeno un giorno d'in-
tervallo Grisovina. Le istruzioni di quest'ultimo far-
maco riportano, oltre alle caratteristiche, indicazioni,
le seguenti controindicazioni e precauzioni:
" Porfiria; insufficienza epatica. Ipersensibilità in-
dividuale accertata verso il prodotto.
Durante i trattamenti prolungati occorre effettuare
controlli periodici delle funzioni epatica, renale ed
emopoietica. Può aversi sensibilità crociata con peni-
cillina. Poiché può determinarsi una reazione di foto-
sensibilizzazione occorre evitare, durante il trattamen-
to, l'esposizione protratta alla luce naturale o artifi-
ciale ..."
In aggiunta quindi alla gravissima leggerezza, stra-
fottenza o ignoranza mostrata — e sembrerebbe più
che evidente — in questo caso da Y che si era limi-
tato in ogni fase del trattamento e poi dell'improvviso
star male di Gimmy, ad un semplice esame dell'urina
il 19 agosto e poi ad un prelievo, sempre di urina,
nella notte fra il 19 e 20 settembre, va aggiunto quel
che mi sembra l'inqualificabile operare anche di X:
assolutamente nessuna analisi, pur avendo riscontrato
fegato ingrossato, dolente e debordato e avendo pre-
scritto un antibiotico pesante come il Nizoral e, fra
l'altro, il famigerato Catargen sul quale già impazza-
vano controversie sulla dannosità che avrebbe, lui ve-
terinario, dovuto conoscere e che ai primi di set-
tembre ha costretto le autorità a farlo sequestrare.
Non era però il momento di polemiche: bisognava
fare di tutto per salvare, aiutare Gimmy.
La battaglia iniziò, finalmente dopo circa un mese,
con medicinali che avrebbero dovuto svolgere la loro
vera funzione, ossia di curare le malattie o le affezioni
e non di distruggere quanto la natura, l'allevatore ed
i padroni avevano fatto di positivo con il risultato di
ottenere un cagnone grande, bello, utile e sano.
Alle due del pomeriggio praticammo quanto nella
ricetta del dottor Z era previsto per il mattino e alle
cinque ciò che era stato programmato per le tré. Non
si poteva perder tempo. Le prescrizioni sballate, im-
prudenti, strafottenti, come risultava più che evidente
a meno di non esser tutti impazziti, la prolungata ac-
cidiosa non azione di Y e l'iniettare o far iniettare cor-
tisone (il Celestone) in dosi così massicce, sembravano
aver dato il colpo decisivo in senso negativo. Che ciò
fosse purtroppo vero era dimostrato anche dal fatto
che Y aveva accettato in toto la terapia del dottor Z,
senza alcuna obiezione e non insistendo minimamente
sulla terapita cortisonica da lui iniziata nella notte e
proseguita fino alle sette del mattino.
Gimmy non urinava più, ma inquieto rimaneva a
lungo in piedi per carpir aria dal balcone spalancato,
per poi piombare in terra sulla coperta distesa sul pa-
vimento.
Provammo a fargli ingerire qualche cucchiaino di
caffè e non lo ritenne. Passammo al tè zuccherato e
sembrò sopportarlo meglio. Ore interminabili, ango-
sciose trascorse nel tentativo di alleviargli le sofferenze
— la mano sotto il capocchione, un ginocchio a so-
stenergli il corpo. A volte lo adagiavamo sul letto dove
sembrava trovare un po' di requie sempre rivolto ver-
so la finestra. Altre volte ci fissava con occhi implo-
ranti aiuto, sempre pieni d'amore, d'una pazienza e
fiducia infinita.
Gli amici che avevano intuito il nostro dramma,
alcuni partecipandovi vivamente, altri forse criticando
— era un cane dopo tutto —, ci telefonavano in con-
tinuazione, ma non rispondevamo tranne a qualcuno
di loro: a chi come noi ha cani e li ama. Non avevamo
voglia, non avevamo tempo: ci sentivamo in qualche
modo anche noi colpevoli anche se lo avevamo fatto
curare e visitare per una più o meno banale micosi da
due veterinari dei quali uno era ritenuto — ah, gli
errori che si commettono! — esperto e scrupoloso ed
ora da un terzo che sembrava per informazioni, atti-
vismo e organizzazione di tanto più avanti. L'Ottocen-
to di fronte al Duemila.
Alle 11 di sera le ultime iniezioni del giorno. Le
gengive secche sembravano migliorare, il respiro era
meno affannoso. Ci preparammo per la notte.
Gimmy sul letto, una sdraio accanto dove prese
posto mia moglie, il balcone spalancato nonostante un
fresco pungente facesse contrasto con l'afosità e il
caldo del giorno morente.
Andai in bagno e nella vicina camera da letto, e
poi mi riaffacciai per un controllo. Una scena meravi-
gliosa, gratificante, confortante ed il cuore pompò san-
gue in quantità felice: Gimmy era disteso, come quan-
do stava bene, sul lettino, il capo rivolto verso la
padrona che gli era accanto sulla sdraio e gli teneva
una mano appoggiata al corpo bianco e nero palpitante.
E Gimmy batteva la coda, il respiro più calmo, le gote
non più agitantisi in un perenne soffietto. Lo accarezzai
con mano leggera, e speranzoso mi ritirai per riposare
un poco e poi dare il cambio a mia moglie.
Incubi: un giovane in motoretta schizzava da die-
tro una macchina e cadeva per terra, si spaccava il
cranio e giaceva fra sangue e materia cerebrale. Mi
alzai, entrai nel corridoio e Gimmy era per terra fra
le due porte. Gli occhi grandi, buoni, fiduciosi ebbero
un lampo nel vedermi, la punta della coda si agitò.
Mi sedetti su una sedia vicino a lui e lo accarezzai.
Poi dissi a mia moglie di mettersi sul nostro letto per
tentare di dormire perlomeno un'ora. Non voleva, la
costrinsi. Faceva freddo — una delle poche notti fred-
de di questa dannata interminabile estate —, presi un
plaid e avvolsi il corpo ancora sodo, caldo, muscoloso
del mio dalmatone, del capocchione bello di casa, e
cercai di farlo riposare. Ma il respiro non era quello
più rassicurante, incoraggiante di qualche ora prima
che dava adito a qualche sia pur larvata speranza.
L'alba del 21 settembre spuntò e alle 7 telefonam-
no al dottor Z. Ci disse di continuare la terapia, di
tentare di far ingerire a Gimmy qualche liquido, di
valutare se ciò che rigettava era pari ai liquidi intro-
dotti a mezzo iniezioni, di tenerlo caldo, perché la
temperatura fino al giorno prima sul 38,7 era scesa
a 37,5: bassa per un cane. « No », rispose, « non c'è
altro da fare, è il suo organismo che deve reagire. No,
se sta giù inutile dargli del Micoren. Speriamo tratten-
ga, riesca a non rimettere quel po' di caffè o di tè
e zucchero ».
Venne l'infermiere e il paziente perfetto — come
capiva che si cercava d'aiutarlo! — subì senza prote-
ste, anzi collaborando, la serie d'iniezioni che gli gon-
fiavano il collo per poi rapidamente essere assorbite
dai tessuti disidratati. Raggiunse il balcone e si trat-
tenne con il mio aiuto — la mano sotto il capocchione
pesante che abbandonava nel mio palmo — a lungo
a cogliere ogni particella di quell'aria ossigenata pro-
veniente dal vicino parco e poi rientrò. Mia moglie gli
cambiò il mio pullover a mezze maniche che dal giorno
prima gli avvolgeva il corpo, le zampe anteriori infilate
negli spazi normalmente destinati a far passare le mie
braccia, tenuto aderente all'ancora magnifico manto
bianco e nero con spilli di sicurezza, con un altro mar-
rone di lana più fitta, più calda. Sembrava un piccolo
lord e qualche guizzo felice negli occhioni neri c'inte-
nerì vieppiù, ci confortò e avvolto dalla coperta si
adagiò ai miei piedi — il respiro quasi regolare — e
un po' d'ottimismo, di speranza mi prese e travolse
mia moglie, sicura che sarebbe guarito, che sarebbe
tornato il Gimmy di sempre. Un'ora di tranquillità e
le abbaiate di Ramona sul terrazzo dello studio alle
quali Capocchione poneva qualche attenzione ci con-
fortarono ulteriormente. Lessi il giornale, la mano a
carezzare Gimmy, a compensarlo dei lunghi giorni
quando l'assurda paura di un contagio assurdo mi ave-
va trattenuto dal farlo e sono sicuro che in quei mo-
menti Gimmy fu felice. Poi si alzò e incominciò a
rigettare quanto mia moglie con pazienza infinita gli
aveva fatto ingerire da grossi pezzi d'ovatta saturi di
tè o caffè che lui strizzava fra le labbra, comprenden-
do ed aiutando con l'intelligenza spiccata per la quale
scherzosamente anni prima l'avevo definito « lo scien-
ziato ». Un liquido giallastro d'un intenso odore di
medicinale usciva dalla bocca di Gimmy in quantità
ridotta fra conati strazianti. Poi sembrò calmarsi. Cer-
cammo di valutare la quantità di liquido che aveva
rimesso e fortunatamente era meno, o così ritenemmo,
di quello che aveva ingerito o gli era stato immesso
con le siringhe.
Altra ovatta ripiena di caffè, strinse i denti sul
morbido elemento e inghiottì e non rimise. Nuova
speranza, fin quando mi accorsi che la lingua lunga,
nerastra sporgeva fuori dalla bocca. Ritenni per il caldo
e gli bagnammo il labbro, le gengive.
Da oltre due ore non rigettava, il respiro buono.
Mia moglie, che traeva dall'amore forze insospettate,
lo aveva messo sul letto, un cuscino grande dietro le
spalle ed uno piccolo sotto la testa. Eravamo più sereni.
Dissi:
« Vai a mangiare, sto qui io, poi quando alle due
verrà l'infermiere mi sostituirai ».
« No, vai tu, non voglio lasciarlo ora. Andrò poi ».
Non discussi e mi allontanai. Mi recai in bagno a
lavarmi le mani e raggiunsi la porta del tinello. Stavo
per aprirla quando udii mia moglie che chiamava con
voce acuta la domestica. Una percezione terribile: mi
precipitai nella stanzetta e Gimmy era lì, adagiato e
mia moglie gli massaggiava con forza il torace.
« Cosa c'è? », chiesi. Nulla sembrava cambiato.
« Massaggiagli il cuore. Fai qualcosa! », mi disse
concitata.
Capii finalmente e violentemente sfregai quella pel-
le vellutata, lo sterno robusto, ma Gimmy non rispon-
deva, gli occhi aperti, dolcissimi. Cercai di sentire un
battito, di cogliere un respiro sia pur flebile. Era
morto. La vicenda s'era conclusa, l'esistenza di un
essere stupendo s'era spenta.
Quando Gimmy fu portato via per essere sepolto
sotto un cipresso in una piccola cassa di semplice legno
trascinai mia moglie allo studio. Ramona ci venne in-'
contro e — sembra incredibile — non scodinzolò, non
ci fece feste, ma si accucciò silenziosa ed ancora non
trova pace, equilibrio. S'aggira, annusa i posti prefe-
riti di Gimmy e ci rivolge uno sguardo interrogante,
triste.
Oggi, mentre finivo di scrivere questa storia ver-
gognosa per chi mi ha ammazzato un cane, un amico
insuperabile, commovente per chi ama questi esseri
stupendi a quattro zampe, educativa per chi ha un pro-
prio caro — animale o persona — sottoposto a cure
qualche volta date con eccessiva leggerezza o incom-
petenza, e osservavo il poderoso dossier che ho rac-
colto, le registrazioni, le dichiarazioni per dimostrare
gli errori commessi ai danni di Gimmy, mi è giunta
una lettera. La riporto integralmente:
« S. Angelo a Scala (Avelline) 25-9-85
Egregio dottore,
Le invio in allegato le foto del povero Gimmy, la
notizia mi ha molto addolorata e con piacere ho cer-
cato le sue foto che custodivo con affetto come faccio
con tutti i miei cani. Le mando a lei perché, con sua
moglie, ne ha tutto il diritto. Io ricorderò Gimmy così
com'era in realtà, affezionato, intelligente, bello.
Con stima
Edith Merolla ».
La signora è la contitolare dell'allevamento Mon-
tespino dal quale, quando era nei pressi di Napoli,
Gimmy giunse da noi a dieci mesi. Di poco prima sono
le fotografie che sono scivolate dalla busta. Il nostro
dalmatone, un vero colosso all'epoca, è ripreso nel
pieno fulgore del suo corpo perfetto, da esposizione,
con il capocchione ritto orgogliosamente e gli occhi
grandi un po' tristi.
No, non userò la documentazione se non ne sarò
costretto. Meglio, molto meglio far circolare questo li-
bro. Un ricordo, un omaggio. E se servirà a far più
efficacemente comprendere cosa sono i cani, la loro
simbiosi col padrone, se salverà solo uno di loro, se
farà riflettere i faciloni e spronerà chi li cura con amore
ad agire ancora, se possibile, meglio, se farà capire
qual'è la funzione di un buon veterinario e la grati-
tudine che gli dobbiamo quando riesce ad operare cor-
rettamente e direi a volte miracolosamente nonostante
l'emarginazione di uomini e strutture stupide che ten-
dono non di rado a ghettizzarli, sarò più che soddisfat-
to e Gimmy non sarà morto invano.
30 settembre 19...
FINE




AVVERTENZA


L'autore dichiara che gli avvenimenti riportati nella vicenda raccontata sono disgraziatamente reali, ma i personaggi
umani e i luoghi descritti appAtengono non a Napoli o all'Italia, bensì ad Incubolandia, strano paese d'incubo onirico
dove forse per imitazione, per amore o somiglianza, alcune città prendono lo stesso nome di quelle della nostra
penisola e ne risproducono, pari pari, appellativi e caratteristiche di strade e di altro.
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