BRUNO COTRONEI, I SUOI LIBRI, I SUOI SUCCESSI
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 LA MALEDIZIONE DI TEMPLEMORE (Caucciù), romanzo di Bruno Cotronei

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Bruno
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MessaggioTitolo: LA MALEDIZIONE DI TEMPLEMORE (Caucciù), romanzo di Bruno Cotronei   Gio Gen 01, 2009 2:04 pm




Parte I
(John)

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CAPITOLO I
La bianca Ford mostrò il tetto e l'alto radiatore sobbalzando
sul largo sentiero di terra rossastra che attraversava l'immenso
vivaio di hevea e dal quale si dipartivano a destra e a sinistra
più modesti viottoli. Il contrasto fra l'azzurro del cielo striato di
nuvole grigiastre, la terra rosso-bruna, il verde intenso dell'erba
e i sottili steli chiomati degli alberi in embrione, era di una
pittoresca suggestione, se non fosse stato per il caldo
asfissiante che tormentava il volto bruno, maschio, dai
lineamenti pesanti e marcati del guidatore, costretto a
detergersi con gesti impazienti la miriade di gocce di sudore che
lo imperlavano. Lungo il sentiero uomini dalla pelle scura, col
torace nudo e la testa ricoperta da un largo cappello di paglia, e
donne giovani e graziose, indossanti semplici vestiti di leggera
tela ciancicata o gonne bianche e camicette trasparenti senza
maniche, salutavano con rispetto e si portavano sui margini in
attesa che l'auto passasse veloce ricoprendoli di polvere sottile
ed appiccicosa che s’infiltrava fra i capelli, le ciglia, i vestiti,
aumentando la sensazione di calore.
Dopo un paio di chilometri, subentrò la zona dove sui bordi
del sentiero si estendeva a perdita d'occhio la piantagione con
gli hevea in via di accrescimento, ed i rami sottili, cosparsi di
foglie verde chiaro che si dipartivano da snelli tronchi alti più di
sei metri, creavano come un immensa cupola attraverso la
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quale, il sole filtrava con effetti giallo verdastri in una scacchiera
irregolare di zone semibuie o intensamente illuminate e donava
un certo sollievo. Qui gli indigeni erano più numerosi: alcuni sul
sentiero, conducendo a mano pesanti ed arrugginite biciclette,
o accanto ai tronchi, o infine in piccoli gruppi sdraiati sotto di
essi in allegri conversari dai quali si distoglievano spauriti
all'apparire dell'auto, per ritornare con goffi atteggiamenti
laboriosi a darsi da fare. Ancora molto più avanti iniziava la
piantagione vera e propria con tronchi bruni più robusti,
segnati da incisioni a V lungo le quali scorreva il bianco
vischioso lattice fino a una specie di tazza fissata, a seconda
degli alberi, alla base o a mezz'altezza, che veniva riversata da
donne e uomini, calpestanti a piedi nudi il suolo sterposo, in
recipienti di latta sospesi sui fianchi. Qui il lavoro non aveva
soste e la nenia che accompagnava l'attività dei malesi e dei
daiacchi riecheggiava da distanze di chilometri sotto la fitta
volta di verzura ed i capi ritmavano i tempi con acuti e pur dolci
comandi, convogliando la raccolta verso i lontani capannoni.
A vent'anni John era orgoglioso di Templemore, che
considerava come una cosa sua avendone preso, dopo aver
concluso gli studi superiori, la guida confortato dalla fiducia del
padre, il cui temperamento volitivo si era di molto attenuato e
si occupava ormai solo dell'amministrazione e dei contatti con i
banchieri e gli importatori di Kuching e di Singapore. La
piantagione e la 'Rubber Caracciolo Company Itd.' s' erano
straordinariamente ingrandite dagli ultimi anni del conflitto in
poi. Gli Stati Uniti erano usciti da trionfatori nella grande
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guerra, dove il loro intervento aveva determinato il crollo degli
imperi centrali e l'industria americana aveva prodotto
incredibili quantità di manufatti fra i quali milioni e milioni di
automobili, per i cui pneumatici il caucciù era stato sempre più
richiesto e i prezzi erano saliti vertiginosamente. La Goodyear e
la Firestone s'erano assicurate tutta la produzione di
Templemore, che ormai non era più una semplice piantagione,
ma una vera e propria estates con i suoi quindicimila ettari e le
migliala di minuscole tenute degli smallholders dove si
effettuava solo la raccolta del lattice che veniva venduto e
convogliato a Templemore nei grandi capannoni confinanti con
l'home paddock. Qui si provvedeva alla crematura, ed alla
stabilizzazione ; mentre la parte del lattice destinata alla
produzione di gomma secca veniva diluita con acqua, filtrata e
fatta coagulare in grandi vasche, per poi preparare i fogli
affuimicati, fatti a loro volta passare attraverso una batteria di
laminatoi a cilindri, ed infine tagliati e pressati in grosse balle.
In quell'estate del 1929 nel Sarawak solo l'azienda di Simpson
poteva appena provare a paragonarsi con la 'Rubber Caracciolo
Company' che, da sola, controllava quasi il sessanta per cento
delle quarantamila tonnellate di gomma naturale prodotta nei
quattro tipi principali secondo la classificazione della potente
'Rubber Manifactures Association' di Singapore dove erano
quotati giornalmente. Ed eccoli, sulla destra del kompong
malese delle longhouse daiacche e delle linde casette cinesi, i
capannoni in una lunga fila, risuonanti dell'incessante rumore
delle macchine azionate da motori a vapore, e delle voci, dei
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canti di centinaia d'indigeni che si affannavano innaturalmente
in quella specie d'inferno intormo alle vasche e ai fogli di
colorazione bruno rossiccia o biancastra o nerastra fra
nauseabondi effluvi di sostanze chimiche, che si mescolavano
con l'odore caratteristico e non certo gradevole della gomma.
John, come il padre, non amava quella sorta di schiavi pagati
una miseria, li considerava solo un mezzo per la grandezza di
Templemore e aveva respinto con arroganza ogni tentativo di
convertirlo al credo socialista.
La Ford con un ultimo sobbalzo iniziò il tratto asfaltato
davanti al vecchio bungalow, dove scritturali e contabili malesi
e cinesi si affannavano fra le carte e le pratiche della Rubber
Caracciolo Company, mentre fra gli alti alberi del pepe
s'intravedeva la massiccia costruzione della grande casa, da
anni sontuosa residenza della famiglia Caracciolo. Era nervoso il
giovane: il vecchio Ciang era morto e lui aveva dovuto
interrompere il solito giro per presenziare alle esequie.
Condusse l'auto davanti alla casa e smontò sbattendo lo
sportello. Erano tutti li davanti alla veranda: la grinzosa moglie
di Ciang, i figli minuti ed umili e nugoli di nipoti con i volti
ancora rigati di lacrime,sincere od obbligatorie,e in abiti neri
secondo l'uso della religione cattolica che Ciang, tanti anni
prima in omaggio a Mallow, aveva abbracciato rinnegando
quella dei suoi antenati. Padre Gill, con i capelli incanutiti dal
tempo, indossava i paramenti per la messa requiem che
rendevano l'irlandese ancora più magro e angoloso, come un
vecchio mobile tutto spigoli. Era accanto a una modesta bara,
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posta su un carretto tramato a mano. Corone d'orchidee
riuscivano a malapena ad attenuare l'acuto odore di
decomposizione che il clima equatoriale accelerava oltre ogni
dire. Più lontano, la famiglia Caracciolo al completo. Michele
brizzolato e un po' curvo, Mary ancora bella e luminosa
nonostante i quarant'anni, Linda e Margaret, due fanciulle
splendidamente sbocciate, ma tanto diverse, Tom, solido e
muscoloso nonostante la carnagione chiara ed i capelli biondi
ed infine Paul, l'ultimogenito, un ragazzo alto e sottile dal volto
sognante d'intellettuale incorniciato di riccioli biondi quasi
albini. Accanto a loro il primogenito del rajah e i due figli, un
maschio e una femmina, dei Simpson. Gli uomini indossavano i
soliti vestiti di tela bianca e le donne abiti leggeri e graziosi,
parzialmente ricoperti di scialli di pizzo nero.
John salutò tutti con un rapido gesto ed il piccolo corteo, del
quale facevano parte anche rappresentanti delle tre comunità
di colore di Templemore, mosse lentamente diretto, oltre il
giardino, verso la minuscola cappella contornata da una
semplice e bassa cancellata in ferro che delimitava uno spazio
non grande ricolmo di fiori bianchi e rosa, destinata ad
accogliere le tombe di famiglia e dove Mary, forse per un
tardivo omaggio al padre, aveva voluto, nonostante le deboli e
in definitiva poco interessate opposizioni del marito e di John,
fosse seppellito il primo dipendente di Templemore.
La messa fu breve e non particolarmente solenne e la
comunione impartita in due distinti turni. Dapprima si
avvicinarono all'altare Mary con la fanciulle in uno svolazzare di
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trine, pizzi, tela e lunghe curatissime chiome , e poi il numeroso
gruppo cinese fra lamenti, gesti di disperazione e occhiate
furtive, pronte a cogliere le reazioni dei padroni. All'omelia,
tenuta con voce dai toni alti e accusatori,vi fu un insistito
accenno a mister Mallow, fondatore di Templemore e ora
anziano e solo nella lontana Irlanda, che i giovani non
compresero, mentre destò irritazione in Michele.
L'attuale signore di Templemore si radrizzò come ai vecchi
tempi e rivolse uno sguardo di sfida al prelato e le sue labbra
assunsero la particolare posizione volgare che ne denunciava in
modo palese la modesta origine. In Mary, invece, ricordi
seppelliti da anni e oscuri rimorsi riemersero ed ella provò odio
per il marito e forse per se stessa. Poi la bara fu calata nella
fossa squadrata e la terra rossa cadde con sottili fruscii nel sole
sfavillante, ed il legno scomparve, e la comitiva si sciolse
prendendo i naturali indirizzi che conducevano i bianchi verso
la grande casa ed i servi in cucina, nei capannoni o nelle
modeste capanne.
A tavola, fra il cibo abbondante e prelibato e le conversazioni
vivaci, ogni ricordo di Ciang apparteneva già ad un'altra remota
era, nonostante le figlie si affannassero ad accontentare i
signori, riempiendo i piatti di fine porcellana e i bicchieri di puro
cristallo risuonanti come minuscole argentine campane ad ogni
tocco di dita o di posate.
Il quasi quarantenne sir Charles Vyner Brooke, erede al titolo
di rajah del Sarawak, sedeva fra la deliziosa Linda e la serafica
Mary e, con regale degnazione, divorava, beveva e divideva le
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sue attenzioni fra le due donne che sembravano tanto simili,
anche se divise da una generazione. I baffoni brizzolati e i
boccoli ricadenti sulla fronte spaziosa avevano una squisita
simmetria. Le evidenti borse sotto gli occhi, la camicia
pieghettata a collo alto, la mascella volitiva, l'espressione del
viso contrastavano con la voce sottile, fessa uscente dalle
labbra sensuali. Era evidente il suo corteggiamento alla
primogenita dei Caracciolo, che sembrava gradire con orgoglio
e stimolava con movenze vezzose e sguardi languidi; ma ad un
attento osservatore, meno vanesio, non poteva sfuggire la
ferrea volontà trasudante da quello sguardo. Ormai da tempo si
pettegolava nella ristretta alta società bernese e negli ambienti
commerciali di Singapore sulla prossima fine dell'anziano rajah,
quasi sempre malato, e sulle nozze tra miss Caracciolo e sir
Charles Vyner, e Linda si accingeva a diventare la prima signora
del Sarawak. Altrettanto certo sembrava il matrimonio fra
Margaret, dai profondi, bellissimi occhi neri, ed il filiforme
George Simpson, mentre la pallida Lena, la sorella minore,
mostrava apertamente la sua predilezione adorante per John.
Si diceva che presto un doppio legame avrebbe unito le due
maggiori estates delle Stato bornese.
John non si curava affatto della ragazza, poco del cibo e degli
altri ospiti. Il suo pensiero sembrava perennemente rivolto alla
piantagione e agli affari, e la voce maschia dominava la
conversazione.
"Fra qualche giorno ritorno a Singapore. Ci sono strane voci
alla Rubber Association e negli ambienti consolari. Sembra che
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una crisi di spaventose proporzioni potrebbe scoppiare in Wall
Street, alla borsa. Si dice che l'attuale prezzo della gomma si
dimezzerebbe precitando da una sterlina per libbra a dieci,
dodici scellini. Converrà vendere prima con pagamento
anticipato".
Michele si grattò l'orecchio e volse gli occhi stanchi, spenti
verso il figlio e l'amore, l'orgoglio trasparivano da quel viso
precocemente invecchiato. Domandò:
"Ma, non capisco, John, l'America non è mai stata tanto
opulenta come ora..".
"Credo sia proprio questo. La sovrapproduzione sta saturando
il mercato e la politica economica del governo sembra
inadeguata, c'è troppo abuso di speculazione in borsa. Pensa
all'aumento dei valori delle azioni: in quattro anni di oltre il
centodieciper cento!
"Ebbene, non è un indice di salute?", intervenne sir Charles
Vyner.
"No, sir. A mio avviso e secondo i competenti di. Singapore e il
mio vecchio professore di economia all'high school, sono stati
fatti gonfiare artificiosamente..."
"Perché?, chiese George Simpson distogliendo lo sguardo da
Margaret.
"Basta pensare, George, ad una cosa che sembra sfuggire a
molti. La circolazione delle merci è aumentata nello stesso
periodo del solo quindici per cento! Pensa all'enorme
differenza!"
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"E già successo altre volte, John, non mi preoccuperei
troppo..." "No, papa, scusa, ma credo ti sbagli. Non c'è mai
stata una forbice così accentuata".
"Cosa intendi per forbice?", chiese Michele.
"La distanza fra un elemento in esame e l'altro...", intervenne,
fra lo stupore di tutti, il tredicenne Paul e John infastidito lo
interruppe dominandolo con voce aspra.
"Immagina una forbice e le sue due punte. Ebbene, più si
apre, più le punte sono distanti. L'ideale sarebbe una forbice
chiusa o quasi. Ora, se su una punta vi è l'indice d'aumento
della borsa che, come ho detto, è il centodieci per cento e
sull'altra l'indice d'aumento della circolazione delle merci fermo
al quindici per cento, la distanza è enorme e la forbice è tanto
aperta da far temere si possa rompere o sia già rotta".
"E cosa può succedere?", chiese George. "Cose gravissime,
come una crisi della borsa, calo delle vendite con conseguente
diminuzione della produzione sia industriale che agricola..."
"E una grande disoccupazione", disse Paul con voce ancora da
adolescente e gli occhi spiritati.
"E' la seconda volta che mi interrompi, Paul. Impara che i
bambini debbono studiare ed ascoltare i grandi ".
"Ma pensavo ai poveri operai senza lavoro in una miseria
ancora maggiore...", sostenne intrepidamente il ragazzo e gli
occhi gli si riempirono di lacrime.
"Non sono cose da bambino, taci!... Dicevo che la politica
economica dei repubblicani, con il presidente Coolidge ed ora
con Hoover, forse non è stata la più indovinata e l'isolazionismo
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nel quale si sono chiusi gli Stati Uniti dopo la Guerra Mondiale è
profondamente negativo secondo gli ambienti commerciali di
Singapore, Ma non tutti sono di questo parere, solo una
minoranza ".
"Beh, comunque sia, a noi nel Sarawak poco importa. Se
verranno meno gli americani come acquirenti subentreranno gli
europei", interloquì con aria di superiorità sir Charles Vyner,
lisciandosi gli imponenti baffoni.
"No, caro sir, non è purtroppo così. Gli Stati Uniti sono ormai
troppo influenti in tutto il mondo e la salute della loro
economia condiziona tutte le altre. Che ne pensa tuo padre,
George, non è preoccupato?"
"Per la verità non ne abbiamo parlato. Sai, lui ora tende ad
affidare a me l'azienda, dice che è anziano e vuole riposarsi e
godersi gli anni che gli rimangono da vivere: caccia, pesca e
buoni amici"
"Su, signori, noi donne ci annoiamo. Passiamo in salotto", si
intromise Mary e abbandonò la tavola seguita dagli altri.
"Splendido il tuo vestito, cara, viene da Singapore o da
Londra?", chiese Margaret a Lena.
"Da Singapore, sai, quella sarta parigina giunta da poco. E il
tuo?"
"Sempre miss Betty. Quando mamma e Linda vennero a
trovarmi a Singapore prima della chiusura dell'anno scolastico
ne facemmo confezionare un certo numero per tutte e tre,
anche se Linda si è poi rivolta alla cinese Mei-li che davvero
possiede modelli splendidi".
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Nel salotto ampio, tenuto in una riposante penombra, c'era la
novità rivoluzionaria di un fonografo a molla, senza più la
grande tromba per la diffusione del suono ed una pila di dischi
recentissimi. I giovani vi si precipitarono intorno ad eccezione di
John, ma trascinandosi Mary e Charles Vyner, trascurando del
tutto l'imponente pianoforte, centro delle riunioni di anni
prima. Tom caricò la molla, mise la puntina ed accostò il braccio
ai solchi sottilissimi e la voce limpida, mediterranea di Caruso si
levò dallo scatolone e si diffuse per la sala fino a riempirla tutta,
ascoltata religiosamente. Arie della Tosca, della Bohème, della
Madama Butterfly, della Fanciulla del West pungolarono i già
latenti sentimenti amorosi e Linda si avvicinò all'erede del rajah
Brooke, George a Margaret e Lena riuscì a distrarre John dalle
preoccupazioni di lavoro. Financo padre Gill, che non aveva
pronunciato sillaba durante il pranzo e si era appartato in una
fitta conversazione usando toni da confessionale col
giovanissimo Paul, commentò positivamente le dolci armonie e
la bella voce del famoso tenore. Fu poi la volta delle canzoni
napoletane le cui parole erano comprensibili solo per Michele
al quale sembrava di rivedere le stradette odorose della natia
Sorrento, i gialli mandarini, gli aranci e l'arco incatato del golfo
di Napoli racchiuso da Capri, l'ineguagliabile isola delle sirene.
Ma Margaret, con un'azione di forza, volle far ascoltare le
novità americane di Gershwin, e Porter dicendo: "Sentite
queste, ben altra cosa.
E Rapsodia in Blu e Night and Day, dall'elegante gusto
armonico, trasformarono la casa tranquilla nella foresta
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bornese in un angolo della tentacolare New York, nota a quella
compagnia solo per i libri e le fotografie.
John aveva fretta, già troppo tempo gli era costato il funerale
di Ciang, il pranzo e l'improvvisato trattenimento. Terminò la
fresca bibita e salutò, ignorando l'insistenza delle sorelle a
fermarsi ancora. Uscì nell'abbagliante luce del sole seguito da
Lena. La pallida fanciulla lo divorava con gli occhi e gli si era
attaccata al braccio. L'uomo se ne liberò bruscamente dicendo:
“Ho da fare”.
"Ma io fra un'ora parto".
"Ci vedremo a Kuching".
"Quando? fra un mese?".
"Forse prima".
"John, ti debbo confidare una cosa, ascoltami".
"Ho fretta, me la dirai poi".
"No, attendi, ti prego. Il viso adorante era rattristato,ancora
più pallido del solito. "John, Tom Proves ha chiesto la mia
mano"
"Auguri"
"Ma io ti amo!" e gli si avvinghiò al corpo muscoloso e la
bocca sottile lo baciò appassionatamente.
"No, ragazza, non fare così, non ho tempo e voglia di pensare
al matrimonio, io, lo sai. Meriti un marito affettuoso, con meno
preoccupazioni. Debbo essere libero e poi... non ti amo".
"Ah, è così. E osi dirmelo? Da quando eravamo bambini ho
pensato a tè, a Singapore ragazzi mi hanno corteggiato, lo sai,
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ma io ho sempre rifiutato e volevo solo starti vicina, non puoi
dimenticarlo, non puoi trattarmi così".
"Ma lo faccio. Sposa Tom, sarà un buon marito".
"Alla mia dote non ci pensi?"
"Povera ragazza, dimenticherò quello che hai detto.
Rimarremo amici" e rapidamente si allontanò raggiunto da un
urlo disumano, straziante e cattivo al tempo stesso,
"Non è il lavoro, è la carne cinese che ti interessa, ma io posso
darti di meglio, provami!"
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CAPITOLO II
Che giornata! Il funerale, la messa e l'omelia con l'accenno al
nonno, il pranzo noioso, i dischi già fatti suonare quasi ogni sera
quando non si riusciva a sintonizzarsi con le stazioni
radiofoniche di Singapore, quel buffo e tronfio Charles Vyner, il
saccentello ma pericolosamente intelligente Paul e infine quella
noiosa pazza di Lena, la sua dichiarazione senza dignità e
pudore e l'accenno alla cinese'. Era furibondo John ed entrò
come una furia nel bungalow, sedette allo scrittoio, chiamò il
malese ed insieme lavorarono per un'oretta. Poi si diresse alla
sala telegrafo e dettò alcuni messaggi ed infine al locale della
radio ricetrasmittente, istallata da poco, e s'immerse in una
fitta conversazione con l'ufficio della Rubber Asssociation. Ne
usci stanco ma soddisfatto e montò sulla Ford che diresse verso
capo Dato. S'era calmato, in definitiva nulla di grave. L'omelia di
padre Gill era stata assorbita bene dal padre e dalla madre.
Sicuramente ignoravano che lui conosceva tutta la storia della
partenza del nonno ed approvava, anzi ammirava il padre per
come era riuscito a liquidarlo. Pure lui avrebbe fatto così: il
potere, il denaro innanzitutto! E Brooke era ridicolo e
anzianotto, ma avrebbe sposato e condotto la sorella
all'Astana, ed essere il cognato del nuovo rajah avrebbe
comportato indubbi vantaggi. Anche Margaret sarebbe presto
andata in sposa a George, seppure la situazione economica dei
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Simpson fosse traballante. Dei fratelli? Nulla c'era da temere da
Tom, ne oggi ne mai. Poco intelligente e a lui fedelissimo. Paul,
invece, ogni giorno di più si rivelava in prospettiva pericoloso
con la mente sveglia e le eccessive aperture sociali e religiose.
Bisognava guardarsi da lui, farlo entrare in contrasto con il
padre, al quale già non era particolarmente caro, ed invogliarlo,
una volta finita la scuola Superiore, ad iscriversi all'università.
Tenerlo lontano, insomma, da Templemore. Ma il ragazzo
aveva solo tredici anni, di che si preoccupava? Ombre
evanescenti, fantasmi, è vero, ma nessuno avrebbe dovuto
mettersi fra lui e Templemore,!'avrebbe schiacciato! E Lena
sapeva di Sue? Quanti lo sapevano oltre Michele che gli aveva
ceduto la villetta dove un tempo portava le daiacche? Che
voleva quella pallida esangue ragazza? Provami, aveva detto.
Che c'era da provare che non immaginasse già? E per poi
sposarla? Assurdo! Già quando erano in collegio a Singapore e
di tanto in tanto le scolaresche si riunivano per balli o gite, gli si
affiancava petulante e non lo mollava mai, interponendosi fra
lui e le tante ragazze, belle e meno, figlie di ricchissimi
industriali o commercianti. Poi il sospirato ultimo anno di corso
quando i convittori avevano il permesso di uscire da soli per
qualche ora di pomeriggio e l'intero sabato. Allora gli incontri e
i baci con la Kennedy nel. giardino di Tiger-Balm nei pressi della
graziosa pagoda e le scorpacciate di mangostano, buah duku,
rambutan e papaya, buoni e rinfrescanti, mescolando succo e
saliva e tenerezze piccanti. Se proprio avesse dovuto sposarsi lo
avrebbe fatto con Luana Kennedy, dalla quale avrebbe avuto
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soldi, molti soldi e sesso. Non il sentimento lo interessava, con
le donne, ma il sesso. Lo aveva incominciato a gustare a
Singapore in quel meraviglioso ultimo anno e nei viaggi che ora
faceva per lavoro, quando non lo distoglieva troppo dagli affari.
Nei fumosi postriboli o in lussuose camere d'albergo donne
mercenarie di tutte le razze gli avevano insegnato i segreti del
piacere ed ora a Templemore aveva Sue, la sua cinesina tutta
dolcezza e sesso.
Posteggiò la Ford ed entrò nella villetta sotto il roccione del
Capo. Sbattè la porta, la chiamò ad alta voce ed accese il lume a
petrolio. Sue si era accorta che John era entrato, si sdraiò a
pancia in giù fingendo di dormire.
"Sue!", la chiamò lui con voce stranamente dolce. "Sei sveglia,
piccola?" Le carezzò la schiena. "Sue, tesoro?" Con voluttà fece
scivolare la mano sotto le coperte, le sollevò. La ragazza
indossava una camiciola nera e mutandine uguali. "Dormi?" Lei
rimase sdraiata silenziosa, simulando il respiro regolare di chi è
profondamente assopito. John infilò le dita nervose nell'elastico
delle culottes e gliele tolse. Lei non parlò, ne si mosse, perché
avrebbe dovuto? Aumentava il piacere. Lo amava alla follia.
*******
Quando il fratello era uscito tanto velocemente seguito da
Lena, Linda aveva avvicinato Margaret e le aveva sussurrato
qualcosa all'orecchio e Tom era stato incaricato di mettere sul
piatto del grammofono un valzer viennese. Charles Vyner
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galantemente s'era inchinato davanti a Mary e l'aveva invitata a
danzare, subito imitato da George che, più giovanilmente,
aveva afferrato una mano di Margaret e trascinata al centro del
salotto. Le due coppie volteggiavano al suono della musica
esaltante e i boccoli di Brooke ballavano anche loro sulla fronte
del principe. Michele, torpidamente semisdraiato su un'ampia
poltrona, osservava compiaciuto. Chi lo avrebbe immaginato
ventun'anni prima: la ricchezza, una moglie bella e raffinata, un
futuro rajah che ballava in casa sua e presto sarebbe stato suo
genero e il figlio di un baronetto inglese che aspirava ad
imitarlo. E John e Paul? Ragazzi in gamba .anche se tanto
diversi, ma entrambi frutto dei tempi nuovi e della ricchezza
che lui aveva saputo accumulare. Parlavano con facilità di viaggi
e di economia. Eppure non se la sarebbero cavata bene come
lui in quella terribile notte dell'ormai lontano 1908 quando su
quella vecchia carretta del Santa Lucia aveva sentito urlare:
"Scialuppe in mare!", e una fiumana d'uomini disperati,
sballottati da ogni parte dal beccheggio, si precipitò verso le
lance di salvataggio, ma le carrucole non volevano saperne di
funzionare. "Si salvi chi può", l'ultimo ordine; poi un fracasso
immane: il Santa Lucia si era infranto sulle punte aguzze, i
fianchi, la tolda s'erano aperti, i flutti erano del tutto padroni.
Michele, emerso dalle profondità dalla sala macchine, riuscì a
farsi spazio nella bolgia infernale, travolse un compagno,
afferrò una ciambella salvagente e si precipitò in mare. Subito
un'onda maligna lo catturò, lo sprofondò in un abisso senza
fine. Trattenne il respiro, un energico colpo di tallone, il
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galleggiante e l'onda lo tirarono su. Non vedeva nulla, avvertiva
solo il tremendo frastuono del cozzo dei marosi sugli scogli,
doveva evitarli se voleva salvarsi. Incominciò a nuotare con
disperata energia, doveva farcela, aveva appena vent'anni, era
forte, tutta una vita da esplorare, non doveva finire così in
quella notte tremenda, in quel mare sconosciuto.
Quante ore erano passate? Non se lo voleva chiedere, non gli
importava, si sentiva esausto, ma ancora vitale e le prime luci
dell'alba incominciavano ad apparire, la pioggia cessata, gli
scogli lontani, le onde quasi normali. Ed ecco la terra,
finalmente! Un promontorio roccioso, brullo, quasi nascosto da
un intenso volo di grossi uccelli che improvvisamente
scendevano in picchiata sul mare, per risalire con qualcosa di
vivo nel becco sotto il quale spiccava una specie di sacco rosso
purpureo. Più lontano la spiaggia bianchissima oppressa da una
folta vegetazione con alcune radici immerse nell'acqua. Una
lunga fila di scoglietti faceva ribollire le lunghe onde. Con le
ultime forze Michele si preparò a superarli senza danni, mentre
bruttissimi pesci dal corpo irto di spine bianche, nere, violacee
gli si accostavano, per allontanarsi con energici guizzi della coda
robusta. Si trascinò per alcuni metri sulla rena finissima e,
sfilatesi il prezioso salvagente, si lasciò andare come un corpo
morto su quella terra benedetta e si abbandonò ad un sonno
pesante senza sogni. Il sole, alto nel cielo, era quasi coperto da
una densa massa d'umidità in sospensione, il caldo asfissiante.
Michele, ancora intontito dalla terribile esperienza e dal sonno
profondo, si alzò per scrutare in giro nella speranza, ma anche
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nel timore, di scorgere qualche essere umano. Dov'era finito?
dove si trovava? Lo ignorava del tatto, forse la Cocincina? No,
troppo lontano da Singapore. L'isola di Natuna? Probabile.
Sapeva che nella zona c'erano inglesi ed olandesi, ma anche
pirati malesi ed i daiacchi, quei famosi e pericolosi cacciatori di
teste. Rabbrividì e quando scorse una barcaccia a motore fu
tentato di fuggire, ma si trattenne. Gli avevano raccontato sulla
nave che malesi e daiacchi non possedevano imbarcazioni a
vapore. Dio sia ringraziato! Incominciò ad urlare, ad agitar
braccia e lo straccio di camicia rimastogli per farsi vedere, per
essere salvato. Fu attorniato da quattro uomini di colore, alti,
robusti, nerboruti e seminudi che lo guardavano con rispetto.
Presto si ritrovò sulla barcaccia vicino ad un bianco come lui,
ma elegantemente vestito di tela che, con un gesto imperioso
zitti i "siapa, gli "awak, i 'darimana dei negri e gli rivolse la
parola in inglese. Non gli fu facile comprendere e farsi capire,
abituato com'era unicamente allo slang dei marittimi
frequentati nei due anni di navigazione e di scali nei porti di
tutto il mondo, dove difficilmente si allontanava dai moli e dalle
diecine di bettole squallide e fumose delle immediate
vicinanze.
Il bianco gli disse di chiamarsi Mallow, un ex ufficiale della
marina inglese, ma tenne subito a precisare di essere irlandese
di Dublino e di possedere una piantagione di caucciù, poco
distante dalla spiaggia di Sematan dove lo avevano raccolto.
'Sematan', si interrogò Michele, 'dove si trova, in quale
nazione?' Stava per chiederlo quando fa sommerso da una serie
28
di domande formulate con un tono che non ammetteva
divagazioni. Raccontò del Santa Lucia, del naufragio, di essere
italiano. Immediata avverti la delusione, la poca stima,
purtroppo non nuova per lui, che suscitava nell'interlocutore e
non volle dire di essere un semplice sottocapo macchinista, ma
si spacciò per ufficiale alle macchine. Allora un lampo di
meraviglia illuminò gli occhi cerulei dell'irlandese che
percettibilmente divenne più garbato. La barcaccia frattanto,
fra sbuffi di vapore del corto fumaiolo e sobbalzi sulle onde
lunghe e distanziate, si era portata a largo delle scogliere
appena emergenti dal mare e da numerosi isolotti, e procedeva
lentamente seguendo il dolce arco dell'immensa, piatta
spiaggia che appariva del tutto disabitata da esseri umani,
mentre numerosi uccelli volteggiavano fra i rami di alberi
variatissimi per specie e dimensione con alla base uno stretto
intrico di arbusti e felci di ogni tipo. Più lontano la piatta
estensione verde tendeva a sollevarsi e la vegetazione a
diradarsi. Il caldo umido, accresciuto dalla piccola caldaia,
faceva sudare abbondantemente non solo Michele, non
abituato a quel clima, ma anche i negri, e la tela
dell'impeccabile tenuta di mister Mallow si andava sempre più
chiazzando di bagnato.
"Scusi, mister, in che regione siamo?", chiese timidamente
Michele.
"Ma le ho detto a Sematan, nello stato del Sarawak".
“Nell'isola di Borneo?"
29
"Certo, dove altrimenti? Ah, mi perdoni, dimenticavo che è un
naufrago e viene da così lontano. Sematan è all'estremo ovest
dello Stato ai confini col Bomeo Olandese e a circa 80 miglia da
Kuching, la capitale del Sarawak"
"E andiamo a Kuching?"
"Certo che no, alla mia piantagione, che è poco lontana".
"Cosa sarà avvenuto dei miei compagni?"
"Spiacente, ma suppongo siano affogati o sfracellati sugli
scogli. Se qualcuno di loro fosse riuscito ad afferrare un
salvagente, un rottame e avesse nuotato vigorosamente in
senso contrario alle onde, l'avremmo trovato sulla spiaggia".
'Tutti morti?', mormorò tristemente Michele, mentre un
senso di vuoto, del reale per la prima volta dopo il naufragio, lo
pervadeva con la sua ineluttabile evidenza. Si sentì solo,
abbandonato e d'improvviso il volto ardito e severo, ma in
fondo bonario, del comandante gli apparve come se fosse a
pochi metri da lui, o lontano fra l'alone rorido intorno al sole, o
lì giù fra le onde spumose, o ancora più giù, in fondo a quel
mare straniero di colore verdastro. Sì, era lì, fra l'ufficiale in
seconda e il viso sommerso di barba ispida del mastro e quello
glabro del mozzo e quello maschio, bruno e bello del suo amico
Mario, tanto orgoglioso dei suoi successi con le donne di tutti i
porti e di Sorrento, dove entrambi erano nati.
"Forse non tutti, se qualcun altro si è salvato,
sarà stato trascinato dalla corrente presso Paloh, nel Borneo
olandese ad ovest del Capo Datu. Mister Caracciolo, mi
ascolta?" Con difficoltà Michele si liberò delle visioni,dello
30
sconforto e osservò attentamente l'irlandese, magro, asciutto,
con una strana inopportuna rotonda pancetta. Non doveva
essere troppo alto, non quanto gli inglesi che aveva conosciuto,
e sicuramente non più di lui. I lineamenti aristocratici gli
ricordavano i nobili del suo paese, ma il volto era più
abbronzato, seppure la pelle non doveva essere bruna come
quella degli italiani del meridione. I capelli castano chiaro
tagliati corti s' intravedevano sotto il casco coloniale. Quanti
anni poteva avere? Non era facile ad indovinarsi: forse
cinquanta, o quaranta?
"Sì,mister Mallow. Come potrò conoscere la loro sorte?"
"Temo non potrà saperla. Scarse sono le comunicazioni fra il
Sarawak e il Kalimantan. Noi facciamo capo a Kuching, loro a
Pontianak."
"Ed io?"
"Lei è fortunato.per ora verrà, come già le ho detto, nella mia
piantagione, poi, quando mi recherò alla capitale, vedremo il da
farsi".
Un brusco beccheggio interruppe ogni replica e la barcaccia
puntò decisamente verso la costa fra gorghi violenti di acqua
giallastra, facendo attenzione a non arenarsi fra banchi di
sabbia semiemergenti e un fitto intrico di strane piante
sormontate da chiome verde intenso che parzialmente
nascondevano un dedalo intricatissimo di rami e di radici
curvate ad arco, ricoperte di gusci di molluschi. Un piccolo
corso d'acqua quasi completamente nascosto dalla giungla
s'aprì davanti a loro, il fumaiolo lanciò sbuffi più densi ed
31
asfissianti, il motore emise un rumore ancor più fragoroso ed,
infine, il piccolo natante incominciò a risalire la corrente
abbastanza sensibile.
Michele osservava quel paesaggio nuovo per lui e gli sforzi
compiuti dai quattro negri per tenere in linea la barcaccia e non
poteva fare a meno di ammirare la serafica calma di Mallow
che sembrava trovarsi fra le sponde del Tamigi o in gita sul bei
mare del golfo di Napoli. Gli aveva offerto ed acceso una
sigaretta e fumava beatamente appoggiato sul bordo, le gambe
distese, il volto sereno e sicuro. Incominciavano ad incrociare
qualche piroga occupata da daiacchi, bellissimi uomini di colore
d'alta statura e lineamenti regolari, e a scorgere una longhouse,
caratteristica abitazione in legno e foglie costruita su palafitte e
lunga più di cinquanta metri che raggruppa un intero villaggio
daiacco. Finalmente giunsero ad un imbarcadero in una
minuscola insenatura e la barca fu attraccata accanto ad una
grossa chiatta. Poco più avanti una grande radura con al centro
un'alta cinta in legno teak e un pesante portone a due battenti,
sormontato da una scritta in caratteri cubitale TEMPLEMORE, la
tenuta di Mallow.
All'interno di un grazioso bungalow un'ampia sala arredata
con mobili in bambù dava una piacevole impressione di fresco,
forse per le tende abbassate e per le grandi stuoie sospese al
soffitto e mosse in continuazione da alcuni ragazzini. Ma la cosa
più stupefacente fu di vedere farsi largo fra i servi di colore,
come un' apparizione, un'incantevole ragazza bionda dai
lineamenti delicati, forme aggraziate ed un vitino da vespa. La
32
fanciulla abbracciò teneramente mister Mallow, mentre
lanciava occhiate incuriosite verso Michele, rimasto
esterrefatto ed intimidito a pochi passi di distanza. Mallow fece
le presentazioni:
"mister Caracciolo, ufficiale della marina mercantile italiana,
naufragato al largo di Capo Datu, e miss Mary, mia unica figlia".
A Michele riuscì un perfetto baciamano che io accreditò come
gentiluomo ed ufficiale, e provò un brivido di desiderio a
sfiorare con le labbra riarse dal sole la pelle morbida e fresca.
In un'accogliente stanzetta, messagli a disposizione, mentre si
strappava di dosso gli abiti consunti ed osservava compiaciuto
un lindo abito di tela disteso sul letto, dimenticò il naufragio, i
compagni, la remota Sorrento, gli sporchi bastimenti, l'infernale
sala macchine, le bettole ed i bordelli dei porti ed incominciò a
pensare che forse la fortuna iniziava a sorridergli. Non era più
un marittimo in quella remota isola, ma un ufficiale, un uomo
bianco, di ceto non inferiore a quello dei suoi cortesi e forse un
po' ingenui ospiti.
Michele s'era presto ambientato. La vita scorreva intensa ma
tranquilla, sicura. Di mattina era fuori con mister Mallow fra gli
albrri del caucciù, si trattava di Hevea brasiliensis di alta
produttività che, pur essendo di origine amazzonica, trovano
condizioni ideali di sviluppo in Malesia. Si doveva, gli aveva
raccontato Mallow, a Henry Wickham l'importazione
clandestina dei semi nel 1876. Non era grande Templemore,
circa una trentina di ettari, ma ben organizzata con una
rotazione continua fra hevea interamente scortecciati e nuove
33
semine. Il lattico raccolto in grossi bidoni veniva portato alla
fattoria e separato con accurata acidificazione e stabilizzato con
ammoniaca per trasportarlo con la chiatta a Kuching da dove
veniva spedito a Singapore. L'irlandese, di stanza in Malesia con
la sua nave da guerra della quale era primo ufficiale, aveva
presto compreso le grandi possibilità di sviluppo del caucciù e,
stanco della vita militare, si era congedato e, vendute le poche
proprietà in patria, aveva acquistato una piccola fattoria da un
cinese nel Bomeo e vi si era trasferito con la moglie e la
figlioletta fondando Templemore quasi dieci anni prima. Un
rapido successo, un crescente benessere avevano confortato la
sua scelta, ma la morte della moglie per una misteriosa malattia
stava per fargli vendere tutto e tornare in Europa. Proprio Mary
s'era adoprata a dissuaderlo donandogli la forza per continuare
ed una nuova serenità.
Mary, l'attraente fanciulla. A lei pensava Michele
continuamente, pur ascoltando attentamente Mallow. Non
vedeva l'ora, durante la mattinata, di far ritomo al bungalow
per sederle vicino a tavola, ammirarla, sfiorarle la morbida
mano, riempirsi l'udito e la mente della voce soave e melodiosa
nonostante la durezza della lingua inglese.
L'amava? Non sapeva. Di certo la desiderava con l'energia del
suo giovane corpo, con la passione del suo temperamento
napoletano. E non solo lei, ma anche Templemore, la
tranquillità economica, il prestigio della proprietà, il comando
degli indigeni che vi lavoravano, così obbedienti e rispettosi e
che si accontentavano davvero di poco per faticare
34
instancabilmente per ore e ore ogni giorno. Qualche volta di
pomeriggio la fanciulla si accompagnava al padre e a Michele e,
con la scorta di qualche tozzo e olivastro malese, si recavano in
giro per il bosco o lungo il fiume. Ma le ore più belle erano
quelle della sera quando nella grande sala, dopo il pranzo
abbondante, si sedevano sul divanetto su comodi cuscini a
fumare, a discorrere e la differenza di idioma mascherava le
lacune di Michele rispetto alla cultura degli ospiti. Mary
raccontava delle sue esperienze a Dublino nella severa scuola
delle suore cattoliche dove fra lo studio, il ricamo, le preghiere
giungevano improvvise crudeli pene corporali per la più piccola
ed anche involontaria mancanza, e poi della scuola inglese
frequentata per anni a Singapore, quando i genitori si erano
trasferiti nel Borneo. Anche lì studio assiduo e severità secondo
lo stile dei popoli anglosassoni che tendono a temprare il
carattere, non come i 'mammisti' latini, aggiungeva mister
Mallow con una punta di sarcasmo. E Michele pensava a quale
mammismo si riferisse. Forse a quello della borghesia o della
nobiltà o di un certo tipo di popolo, non certo di suo padre che
lo riempiva di ceffoni, calci e colpi di cinghia non proporzionati
alle mancanze che commetteva, bensì all'umore o alla quantità
di vino bevuto. La mamma cercava di aiutarlo, è vero, ma poi
anche lei, povera donna, abbrutita dal lavoro e dalle sevizie del
marito, gli lasciava andare violenti schiaffoni e urla che
rintronavano per tutto il vicolo. Poi, dopo cinque anni di scuola,
il padre l'aveva sbattuto a lavorare presso un fabbro e infine lui,
per disperazione, s'era imbarcato e doveva a qualche bravo
35
ufficiale se aveva appreso nozioni di meccanica e letto qualche
libro. E Mary cosa provava per lui. Sarebbe stato necessario,
fondamentale saperlo, il tempo a disposizione non sarebbe
stato infinito, anzi si andava consumando troppo in fretta. Si
serviva di Michele solo come di un diversivo alle giornate forse
troppo monotone per una fanciulla senza compagnia della sua
età in quel lembo sperduto di mondo? I neri occhi di Michele, i
tratti decisi del suo viso, il corpo non grande ma muscoloso e
virile l'avevano sedotta? O l'essere lui un europeo, crederlo un
ufficiale perdipiù, l'avevano indotta alla cortesia e niente altro?
Perché allora quando le mani si sfioravano non ritraeva la sua
subito, perché quando gli sguardi si incrociavano un dolce (a lui
sembrava amoroso) sorriso si illuminava e non era pronta a
distogliere il suo? Ah, se avesse potuto comportarsi come aveva
fatto con qualche giovinetta di Sorrento, afferrarla, stringerla a
sé e baciarla! Chissà non dovesse fare così anche ora. Mary gli
piaceva, gli piaceva e gli piaceva anche Templemore e quel tipo
di vita. Perché non approfittare di una momentanea assenza di
Mallow per attirarla a sé e farla sua? E se avesse rovinato tutto?
Se fosse scaduto dalla sua considerazione e forse dalla simpatia
o dal pallido amore che sperava, come minimo, incominciasse a
nutrire per lui? E se l'avesse raccontato al padre dopo averlo
respinto, magari con l'aiuto di un servo? La morte, o come
minimo la prigione l'avrebbero accolto. No, calma, doveva ben
valutare ogni cosa. Ma il tempo, il maledetto tempo non era
molto!
36
Mallow si era assopito o aveva gli occhi chiusi? Si accostò
impercettibilmente, tremava, il fianco contro il fianco, il braccio
ad urtare quello di lei, la gamba vicino alla sua. Era lui che
fremeva o anche la giovinetta? Mary non si allontanò, ne disse
nulla. Michele chinò il capo sul suo e le mormorò parole
d'amore che aveva letto in un romanzo. Mary arrossì e non
rispose. Michele si girò a guardare l'irlandese. Dormiva, ora ne
era certo. Si accostò ancor più vicino a Mary e le sfiorò il collo
con le labbra e profferì ancora una volta parole d'amore più
ardenti, sicure. Mary gli sorrise pallidamente, gli occhi subito
abbassati ma il braccio sfregò contro il suo. Poi,
improvvisamente alzatasi, gli lasciò una carezza lieve, dolce sui
capelli e scosse il padre e si accommiatò rivolgendo, prima di
uscire dalla sala, un sorriso pudico ma incoraggiante a Michele
che prese fuoco come lo zolfanello con il quale accese la
sigaretta e benedisse le fiammelle dei lumi a petrolio tenute
basse, che mascheravono la sua immensa agitazione ed il
sudore copioso sprizzato dai pori dilatati ad inondargli il viso.
"Alla buon' ora, mister Caracciolo, prendiamo l'ultimo
bicchierino e andiamo a dormire. Domattina dovrò alzarmi
prima del solito, farò caricare la chiatta. Saran mi ha segnalato
le buone condizioni del mare ed intendo approfittarne per
andare a Kuching. Come sempre Mary verrà con me e credo
che lei sarà lieto di poter conoscere nella capitale le possibilità
di rientro in patria".
La notte era illuminata da uno splendido plenilunio che
donava toni ovattati agli angoli della casa. L'umidore del clima
37
equatoriale dava irrequietezza e tanto gli ricordava le calde
roride notti estive di Sorrento quando il mare e gli incombenti
agrumeti scaricavano vapor acqueo in abbondanza. La porta
della stanza di Mary era chiusa, a chiave? Perché non provare a
dischiuderla? Si avvicinò, allungò la mano verso la maniglia, poi
si ritrasse. Troppo presto, meglio attendere, Mallow poteva
essere ancora sveglio. Entrò nella sua camera, accese una
sigaretta.
La giovinetta sognava. Verdi prati, aiuole colme di fiori, un
atletico abbronzato torace nudo, un muscoloso braccio
l'attirava a sé, occhi scuri l'osservavano adoranti, rosse tumide
labbra le si accostavano, la baciavano con dolcezza dapprima e
poi sempre più impetuose, violente, possessive. Tremava tutta,
s'agitava, si scopriva, si frugava, poi ogni cosa scomparve e si
ritrovò da sola nel letto caldo, sfatto. L'italiano, Michele!
L'aveva subito favorevolmente impressionata col suo fisico
bruno non diverso dai daiacchi, ma con lineamenti da europeo
e al tempo stesso tanto lontano da quella pelle bianchiccia,
lattiginosa, lentigginosa dei figli di Albione, i suoi compatrioti.
C'era qualcosa di fosco negli occhi del napoletano, di
terribilmente attraente: un certocché di femmineo e di maschio
al tempo stesso. Metallo fuso, tristezza e fierezza insieme: a
volte le suscitavano un senso di pena, di tenerezza, di voglia di
proteggerlo, cullarlo come un bambino spaurito, ed altre il
desiderio di abbandonarsi a lui con fiducia anche se avesse
dovuto farle male, straziarla, distruggerla. Mai aveva provato
simili sensazioni se non forse nella lontana infanzia in Iranda.
38
Com'erano squallidi, al suo confronto, i compagni che aveva
avuto all’high school di Singapore o i giovanottelli e i quasi
imberbi ufficiali frequentati nelle festicciole della grande città
della penisola di Malacca. Sembravano tutti usciti dallo stesso
stampo: o troppo rigidi e seri, o fanciulloni senza alcuna reale
attrattiva. Era stata corteggiata da molti di loro, ma mai aveva
provato un vero interesse, la passione che sentiva oggi
crescerle impetuosa. Forse il
lungo solitario


Ultima modifica di Bruno il Sab Giu 29, 2013 12:16 pm, modificato 5 volte
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MessaggioTitolo: Re: LA MALEDIZIONE DI TEMPLEMORE (Caucciù), romanzo di Bruno Cotronei   Gio Gen 01, 2009 2:11 pm

Sembravano tutti usciti dallo stesso
stampo: o troppo rigidi e seri, o fanciulloni senza alcuna reale
attrattiva. Era stata corteggiata da molti di loro, ma mai aveva
provato un vero interesse, la passione che sentiva oggi
crescerle impetuosa. Forse il lungo solitario soggiorno in
quell'angolo di Borneo con la sola compagnia del padre, dei
malesi, dei daiacchi e le periodiche visite a Kuching, dove tanto
pochi erano i residenti europei della sua età, avevano acuito il
bisogno d'amore, di rapporti nuovi mai avuti. S'era scoperta più
volte ad invidiare le. donne indigene quando fuggivano
sorridenti nei boschi o nell'interno delle capanne in compagnia
di un uomo, o quando recavano in braccio tondi vivaci bambini.
Spesso s'era soffermata ad osservare le membra muscolose, i
toraci levigati dei daiacchi e s'era forzata di distogliere lo
sguardo da quegli esseri, umani sì, ma di razza a lei inferiore,
vietata. Ora con Michele non era più necessario farlo: era un
europeo, anche se non di una nazione particolarmente stimata
dai suoi. Ma, folle, perché insistere in pensieri senza senso,
senza futuro? Michele non era un loro vicino o un abitante di
Kuching o del Borneo, era lì solo di passaggio, presto sarebbe
andato via, lontano, non lo avrebbe più visto! Allora perché lui
le avrebbe sussurrato le parole accattivanti, alcune in quella
lingua dolcissima che tanto ricordava chitarre, mandolini e
violini? La risposta giunse immediata, ovvia: era un uomo, e che
39
uomo! 'Attenzione, Mary, è il prodotto di un popolo che da
secoli ha fatto dell'amore l'unico scopo della vita!' Si ricordò di
frasi sentite di sfuggita in conversazioni di grandi a Dublino, a
Singapore e forse anche in Sarawak. Non ne aveva mai
conosciuti, ora si rendeva conto di quanto potessero essere
infidi, pericolosi, ma anche tanto affascinanti! E lei? Che
sarebbe stato della sua vita? Non desiderava l'amore, il
matrimonio, i figli? Che c'è di meglio per una donna? Si,
ricordava a Singapore quando le sue compagne discutevano
animatamente del nuovo ruolo della donna nel secolo
ventesimo: una donna affrancata dall'uomo, non più ad esso
schiava, ne costretta a mille trucchi per sottometterlo, ma
conscia della sua nuova funzione, della sua indipendenza, di
poter intraprendere mestieri e professioni a lui riservate da una
lunga inveterata stantia tradizione. Non aveva mai assunto una
precisa posizione; sapeva, ora specialmente, che non aveva
voglia di lottare, ma voleva solo abbandonarsi alle delizie che il
suo corpo, i suoi sentimenti le dettavano.
La porta si schiuse prudente, una mano abbronzata fece
capolino e poi il viso tanto bello, l'oggetto dei sogni, dei suoi
pensieri comparve. Un dito posto verticalmente sulle labbra
represse il suo istintivo moto a gridare e il corpo bruno e
muscoloso scivolò nella stanza. Parole sommesse, dolcissime,
una carezza, un bacio, quanto diverso da quelli ai quali era
abituata, e mani possessive, una pressione via via più possente
ed imperativa e poi... il Paradiso!
40
CAPITOLO III
La chiatta oceanica, caricata il giorno prima, dondolava
mollemente affianco all'imbarcadero, non lontana dalla
barcaccia. Fra secchi comandi lanciati con voce concitata, gli
europei presero posto sotto una breve tenda stesa a prua del
piccolo natante, che incominciò a discendere il corso d'acqua,
trainando dietro di sé il più grande tondeggiante barcone, e,
improvviso immenso, comparve l'oceano, piatto, quasi
immobile. Avvicinandosi mezzogiorno, la lenta monotona
navigazione divenne ancor più faticosa e meno confortevole
per il dardeggiare del sole fattosi vieppiù caldo e oppressivo,
dopo essersi liberato delle poche lattee nubi sostituite da un
alone umido di scarso spessore. I malesi servirono la colazione
su vassoi riparati da grandi foglie e Mallow riuscì ad intrecciare
una parvenza di conversazione con i suoi compagni. Era
eccitato l'irlandese, come ogni volta che si recava nella capitale
e pregustava gli incontri, le trattative per la vendita del caucciù,
le spese e la visita al Rajah.
"Forse non sa, Caracciolo, che in Sarawak abbiamo l'unico
rajah bianco del mondo... Veda, nel 1839 l'avventuriero inglese
James Brooke, che i discendenti vogliono far passare per nobile,
si presentò al Sultano di Brunei e gli offri il suo braccio e il suo
armatissimo yacht per soffocare una rivolta di malesi e daiacchi
nel nord-ovest dell'isola, e vi riuscì brillantemente e ne ebbe in
41
ricompensa il titolo di rajah e il territorio dell'attuale stato di
Sarawak ed oggi. sotto la protezione dell'Inghilterra, regnano i
suoi discendenti".
"Ma era tanto ricco da possedere uno yacht suo e un forte
equipaggio?"
"No, navigava come esploratore e forse con altri incarichi per
conto della Compagnia delle Indie, che come sa, era
potentissima, e di sua iniziativa, o perlomeno senza incarichi
ufficiali, si presentò al Sultano. Aveva trentasette anni ed era un
uomo molto deciso, abile e privo di scrupoli. Dopo essere
divenuto rajah, si dedicò ad organizzare il suo Stato e a
reprimere la pirateria malese, allora, e in parte ancora oggi,
arditissima e il numero delle imbarcazioni pirate affondate e dei
malesi uccisi in combattimento non si conta, sicuramente
migliala. Poi nel 1857, quando era già anziano, soffocò nel
sangue una ribellione degli immigrati cinesi, ed infine negli anni
Sessanta ritornò in Inghilterra lasciando il Sarawak ai suoi
discendenti".
"Ma l'Inghilterra non si era già impadronita del Bomeo?"
"No, mister Caracciolo, stranamente i vari imperialismi
europei, mentre si erano scatenati in questa zona di mondo su
Giava, Sumatra e la penisola di Malacca, hanno lasciato per
lungo tempo quest'isola senza colonizzatori".
La barcaccia era giunta alla foce del Sarawak. Dopo le
lunghissime ore di paesaggio monotono, ora uno spettacolo
affascinante si presentava agli occhi dei viaggiatori. Una baia
ampia, ma ben protetta, ricca di magnifiche boscaglie con in
42
fondo, giusto nel centro, il largo fiume con un fitto pittoresco
andirivieni di piroghe, plahos malesi, pesanti giunche cinesi
ricche di ornamenti ed enormi teste di drago, imbarcazioni a
vapore, consunte navi mercantili di non grande tonnellaggio e
qualche cannoniera.
La minuscola flotta di Mallow iniziò a risalire la lenta corrente
del fiume Sarawak. Dopo le settimane di quiete a Templemore
faceva effetto il policromo traffico, le voci, i suoni, i canti e
l'incredibile miscuglio di razze: europei, cinesi, daiacchi, iban,
malesi, giavanesi. Capanne s'intraviedevano fra gli alti alberi e
qualche longhouse. Poi, in una larga ansa del fiume,
comparvero i tetti sfolgoranti sotto i raggi del sole della piccola
città. Mary, approfittando dell'impegno del padre al timone, si
avvicinò a Michele. Era imbronciata ed irritata la fanciulla e,
detergendosi goccioline di sudore sulla fronte, sotto il casco
adornato da un elegante nastro celeste, afferrò il braccio di
Michele con la piccola mano nervosa, lo guardò fisso negli occhi
e gli disse:
"Che fai? Hai finito di occuparti del paesaggio, dei rajah
bianchi, delle risorse economiche del Sarawak? Non mi hai
rivolto un'attenzione, non uno sguardo, non una carezza, già
non ti piaccio più? Già pensi di andartene?"
"Ma cosa dici, Mary, non ne abbiamo già parlato? Come
facevo con tuo padre sempre vicino? Ti amo, lo sai, e ti voglio
sposare, sei tutto per me, cara, il mio presente, il mio futuro,
voglio figli da tè, tanti piccoli ometti con la tua bellezza, la tua
43
intelligenza..." Lesto sfiorò il volto con la mano e le sorrise
rassicurante.
"Non faccio che ripassare quello che dovremo dire a tuo
padre, tu stessa mi hai prospettato le difficoltà... amore. Presto
voglio rifare con tè tutto, daccapo!"
Un vivo rossore si diffuse sulle gote della ragazza e un lampo
di gioia, di soddisfazione, di sicurezza nei begli occhi. Si avvicinò
ancor più all'uomo e gli frugò il torace robusto.
"Andrà bene, vedrai, coraggio !"
Nel frattempo Mallow aveva dato gli ordini perché la chiatta
fosse correttamente attraccata vicino ad uno spoglio
capannone e diresse la barcaccia poco più su, dinanzi ad una
linda palazzina bianca, dove una numerosa famiglia cinese si
precipitò, fra inchini festosi ed ossequiosi, ad accoglierli con
fumanti tazze di tè e ad offrirgli alloggio.
Di buon' ora Mallow e Michele, lasciata Mary in compagnia
della donna cinese, si diressero al porto e rapidamente l'ex
ufficiale concluse le operazioni di pesa e di vendita del caucciù,
per poi recarsi a depositare nell'unica banca il grosso rotolo di
cartamoneta e a fare approvvigionamenti per la piantagione,
infine alla minuscola capitaneria di porto retta da un malese
che indossava una pomposa divisa di ufficiale del rajah.
Sbrigate alcune formalità relative al carico, giunse il momento
più temuto da Michele, il racconto del suo naufragio e la
richiesta se risultasse qualcosa a Kuching. Il malese squadrò
attentamente l'italiano mentre, abbandonato sulla poltrona,
tirava rapide boccate di fumo dalla pipa di argilla.
44
"No, mister Mallow, non ne sappiamo nulla, ma mister
Caracciolo è fortunato: fra quattro giorni un mercantile indiano
parte diretto a Singapore e lì potrà mettersi in contatto con il
consolato del Regno d'Italia ed essere rimpatriato o
reimbarcato come preferisce, credo".
Michele impallidì, abbozzò un sorriso e ringraziò, ma
aggiunse: "Preferirei una nave mglese.. .quando se ne prevede
una?"
"Ah, credo non prima di un mese" Uno sguardo disperato a
Mallow che rimase silenzioso.
"Ritornerò domani, le farò sapere"
Si accomiatarono seguiti dagli sguardi incuriositi dello strano
ufficiale. Fortunatamente per Michele, sulla porta Mallow
incrociò un anziano inglese, mister Stoke, anche lui padrone di
una piantagione di caucciù, poco lontana da Kuching che, pnvo
di eredi, desiderava vendere per rientrare in patria, e fitta
s'intreccio un ' animata conversazione della quale Michele non
comprese quasi niente se non di migliata di sterline che
fluivano come se non fosse nulla dai baffoni di Stoke e dalle
labbra sottili di Mallow. Alla fine, dopo più di un'ora, i due
proprietari presero appuntamento di sera alla festa del rajah e
solo allora l'irlandese, come emerso dal vortice dell'intensa
trattativa, si ricordò di lui e lo presentò. Ma ormai mister Stoke
aveva fretta e rapido chinò in un breve cenno di saluto il capo e
si congedò scomparendo fra la folla colorata.
Trovarono Mary che li attendeva sfolgorante in un sottile
vestito di seta scura che ne sottolineava la carnagione
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purissima e vellutata, appena dorata dal sole, e i lunghi finissimi
capelli biondi.
Mallow, Michele e Mary attraversarono lentamente alcune
vie e sbucarono nella piazza dell'Astana, il palazzo del rajah.
Furono subito introdotti in una sala non molto vasta, ma
dall'aspetto fantasmagorico. Lampade di bronzo pendenti dal
soffitto spandevano una viva luce, alte, arabescate specchiere
ornavano le pareti, stuoie daiacche dai colori rosso sangue
coprivano il pavimento e immensi vasi cinesi erano un pò
dovunque. Ma il vero pezzo forte della festa e la sensazione di
un qualcosa di davvero diverso era costituito dalla calca agitata,
variopinta e sudaticcia compressa nello spazio ridotto. Mallow
si fece energicamente largo nel caotico ambiente e sia lui che
Mary salutavano al passaggio alcuni ospiti, e finalmente
giunsero nei pressi del rajah contornato da alcuni bianchi.
Michele non aveva mai conosciuto un regnante e ne fu deluso:
pelle fra l'olivastro e il bianchiccio, testa quasi del tutto calva ed
un'obbrobriosa pancia, ma il tono e lo sguardo erano regali e
trattava tutti con immensa degnazione. Al mezzo inchino di
Mallow gli porse la mano molle e disse lentamente:
"Ah, mister Mallow, anche voi qui, ne ho piacere. Come va la
piantagione? Che si dice in quella parte del mio Stato? Oh, è la
vostra figliola? Simpatica creatura. Chi è l'uomo che vi
accompagna? Non l'ho mai visto prima".
"Altezza, è mister Caracciolo, un ufficiale della marina
mercantile italiana naufragato al largo di Capo Datu che ho
raccolto a Sematan".
46
"E la sua nave e i suoi compagni?"
"Ho trovato solo lui e al porto questa mattina mi hanno detto
di non sapere nulla di naufragi da tre mesi a questa parte..."
“Strano, molto strano, bisognerà chiedere a Pontianak, ma i
rapporti non sono continui, ne voglio incrementarli...
naturalmente ora ripartirà per Singapore?"
"Sì, altezza, ma mister Caracciolo preferirebbe una nave
inglese. Col vostro permesso decideremo il da farsi". "Concesso,
ne è lei il garante".
"Non dubiti, altezza".
Mary fu catturata da un' anziana dama, moglie di un magro
ufficiale inglese.
"Mia piccola cara, come sta? Sempre più bella e adorabile" e
l'attirava a sé con le braccia grassocce. "Ah, mister Mallow, ma
cosa fa ancora qui una dolce fanciulla da marito? In Inghilterra
deve tornare o a Singapore dove possa frequentare giovani suoi
pari e sposarsi. Se ci fosse ancora la povera Enrichetta avrebbe
pensato al futuro della figlia..."
Stoke aveva nel frattempo ripreso la fitta conversazione con
Mallow e non gli dava tregua. Michele era a disagio in
quell'ambiente non suo. Il maschio volto, il bei vestito lo
valorizzavano, ma un qualcosa di volgare della sua espressione
plebea non era sfuggito al magro ufficiale inglese che
incominciò a tartassano di domande sempre più precise ma il
momento tragico fu superato e definitivamente scongiurato
dall'intervento di Mary che, infilato il braccio sotto il suo, lo
condusse in un'altra zona della sala.
47
"Michele, hai sentito? Mistress Church ha introdotto con papà
l'argomento matrimonio, siamo fortunati?" Gli si strinse felice
mentre Il gruppo di cinesi la guardava ammirato ed ossequioso.
"Macché, il marito, quell'ufficiale magro e antipatico, mi ha
rivolto tante domande e mi ha fatto comprendere

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MessaggioTitolo: Re: LA MALEDIZIONE DI TEMPLEMORE (Caucciù), romanzo di Bruno Cotronei   Gio Gen 01, 2009 2:14 pm

[size=18]"Michele, hai sentito? Mistress Church ha introdotto con papà
l'argomento matrimonio, siamo fortunati?" Gli si strinse felice
mentre Il gruppo di cinesi la guardava ammirato ed ossequioso.
"Macché, il marito, quell'ufficiale magro e antipatico, mi ha
rivolto tante domande e mi ha fatto comprendere chiaramente
di non alzare lo sguardo su di tè, perché mai un britannico
consentirebbe che un italiano sposi la figlia".
"Ah, è così, ti dirò allora che per una cattolica irlandese è
difficile o perlomeno complicato sposare un inglese
evangelista.., e poi quello che c'è stato fra noi.... e abbassò lo
sguardo mentre l'adorabile rossore si diffondeva sulle gote
delicate.
"Sarà, Mary, se avessimo avuto altro tempo, se tu aspettassi
un bambino.., ma per ora non possiamo saperlo". Si picchiò con
violenza il palmo della mano sulla fronte. "Ah, ma solo noi non
lo sappiamo! Se dicessimo questo a tuo padre? In definitiva
sono a Templemore da più di un mese..."
La fanciulla indietreggiò di un passo, il viso sconvolto. "No,
Michele, no! Che penserebbe papa di me. Significherebbe non
un amore nato dopo due settimane di vita in comune, ma un
averti ceduto subito, già dai primi giorni. Una donnaccia! E tu
un individuo scorretto, non un galantuomo ! "
"Ma, noi conosciamo com'è nato il nostro amore, è stata una
forza irresistibile, sviluppatasi dopo settimane di tentativi per
tenerlo a freno, e questo importa. Cara, io non sono ricco o
nobile come te e forse tuo padre mi respingerebbe o
prenderebbe tempo. Sai come si dice al mio Paese? In amore e
48
in guerra tutto è concesso. Solo con la bugia, che potrebbe
anche essere vera, otterremo quello che vogliamo"
L'orchestra intonò una nuova marcia e gruppi di invitati di
colore ripresero a dimenarsi come assatanati. Mary piangeva
sommessamente, incerta sul da farsi e Michele fumava
rabbiosamente. Poi la fanciulla si riprese e disse :
"Va bene. Michele, ti amo ed è l'unica soluzione anche se mi
dà pena, ma per questa sera non diremo ancora nulla a papa, lo
faremo domani".
La mattina dopo Mallow, cedendo alle insistenze di Mary,
condusse lei e Michele a Fort Margherita. Nel Main Bazaar,
davanti al mercato, noleggiarono un sampan e traversarono a
fiume. Dissero ai battellieri di attendere ed incominciarono a
salire verso il forte. Man mano che si avvicinavano alla fortezza,
il panorama della cittadina e del porto appariva in tutto il suo
esotico splendore, fatto di contrastanti colori e di disordinato
intenso movimento, caratteristico delle contrade dell' estremo
oriente. Ma qui c'era qualcosa di diverso. La mano dei rajah
bianchi aveva conferito un certoché di europeo: i prati, i lindi
edifici ed il palazzo del principe anche se mescolati al pittoresco
mercato, alle misere casupole, alla grande Moschea, ai piccoli
templi cinesi, all'arena per il combattimento dei galli.
Sul piazzale Mary dirottò il padre, diretto verso l'ingresso, in
un boschetto appartato e solitario. Era pallidissima, poco curata
e sembrava meno bella. Del solito.
"Papa, Michele ed io dobbiamo dirti qualcosa".
49
Un lampo squarciò le tenebre dalla mente del troppo sicuro
irlandese, un sospetto terribile prese corpo.
"Cosa?"
"Michele voleva chiedertela da solo, ma ho voluto essere
presente..."
"Cosa, per mille bocche da fuoco!"
"Michele mi ama, vuole sposarmi ed anche io...".
Che sollievo per Mallow, solo questo!
"Ma, benedetti ragazzi, vi comprendo, ma per ora mi sembra
affrettato. Michele deve tornare in patria, sistemare la sua
posizione. Vi scriverete e, se ancora i sentimenti saranno come
oggi, esamineremo la cosa. Dovete riflettere, anch'io debbo
riflettere..."
"Papa, vogliamo e.. .dobbiamo sposarci"
Un'ira funesta incendiò Mallow.
"Che vuoi dire, perdio!"
"Papa, aspetto un bambino!"
"No, disgraziata!" Un violento ceffone percosse la guancia
delicata di Mary, non era mai accaduto prima.
"E lei, miserabile italiano, ha approfittato subito della mia
ospitalità per sedurmi la figlia! Mi darà ragione".
"Mister Mallow, è il padre della donna che amo e non
reagisco. Al cuore non si comanda. Infine che le chiediamo? Di
sposarci."
"Mai, mai ad un italiano, e a un delinquente, per giunta!"
"Ma... io lo amo, mi piace e un giorno avrei dovuto
sposarmi..." La voce rotta dai singhiozzi, il viso rigato di lacrime,
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la testa china, non sembrava più la splendida miss tanto
ammirata.
"No, non così, non è questo che ho sempre desiderato per
mia figlia, la mia unica figlia. Preferisco tenerti così, affrontare
lo scandalo, tu e.. .tuo tiglio vivrete con me e, quando non ci
sarò più, avrai di che vivere... e questo delinquente dovrà
rispondermi con le armi all'offesa..."
"Papa, vuoi fare di mio figlio, di tuo nipote, un bastardo?"
Mallow tacque, si allontanò di qualche passo. La sua vita
avventurosa, condotta secondo un rigido codice d'onore, la
carriera, le battaglie, la morte della moglie adorata e venerata,
la speranza di una vecchiaia tranquilla accanto alla figlia e ai
nipoti. Che strana cattiva cosa è la vita. Si fanno progetti,
sacrifici, ci si sposa e si vive lontano, poi ci si riunisce per vivere
insieme e la morte interviene senza pietà e ti rapisce la donna
amata. Cresci una figlia: è bella, intelligente, affettuosa e
d'improvviso una mattina salvi un uomo su una spiaggia, un
uomo venuto dal nulla e il tuo sangue ti tradisce, non sembra
più tuo, è dell'altro, si schiera contro di tè. Si senti vecchio,
distrutto.
Ritornò sui suoi passi.
"Acconsento, ma non per tè. Non ti sei comportata da buona
figlia, da donna timorata. Lo faccio per l'innocente che rechi in
grembo.. .andiamo da padre Gill".
"Grazie, papa, non tè ne pentirai e solo se lo vorrai sarò
sempre la Mary che ricordi. Forse un giorno mi comprenderai e
perdonerai..."
51
"Taci, andiamo!"
Michele aveva un' aria soddisfatta, fece un gesto d'intesa alla
ragazza e disse:
"Mary, attendici davanti al forte, ho da parlare con tuo padre.
Mi segua, mister Mallow, per favore"
"Non ho più nulla da dirle".
"E' necessario che noi si parli, vai, Mary!" e si avviò sicuro di
sé seguito dall'affranto irlandese.
"Signore, era mio desiderio essere un buon marito per Mary e
un buon figlio per lei, ma, a quanto pare, non gradisce nè me,
nè il mio Paese. Desidero quindi, prima di andare dal prete,
chiederle quale dote intende dare a sua figlia..."
"Ah, osa chiedermi anche questo!"
"Certo, sir, non è mia intenzione rimanere a Templemore
come ospite sgradito o, peggio, un dipendente. Mary è la sua
unica figlia ed erede, i suoi nipoti saranno i padroni delle
sostanze. Lascerà prima del matrimonio, con un regolare atto,
metà della piantagione a Mary unitamente alla metà del suo
attuale deposito in banca e di quanto altro possiede, e
nominerà me socio al cinquanta per cento". Il volto del giovane
s'era improvvisamente fatto duro come la pietra. Un sorriso
perfido, deciso, maligno aleggiava fra le lunghe ciglia, i
lineamenti puri, la bocca volgare, rapace.
"Lei non è un gentiluomo, ma un cacciatore di dote!"
"Non ho mai detto di essere un gentiluomo e l'avverto, non
tollererò altre offese..."
"Vuole soddisfazione?"
52
"Che strano concetto avete voi inglesi di soddisfazione, ne
esiste una maggiore di questa? Bando alle chiacchiere, se non
accetta, fra due giorni prenderò la nave indiana per Singapore e
non mi vedrete mai più. Mary rimarrà senza marito e il
bambino senza padre..."
"E non pensa che potrei farla sparire, uccidere da servo?"
"Quando? Ora? Non ce n'é bisogno, posso andarmene da solo.
Dopo? Non ne è il tipo, sir, e poi i servi saranno non solo suoi, e
il rajah non mi sembra esserle particolarmente amico. Suvvia, si
decida. Sa come si dice al mio paese? Faccia buon viso a cattiva
sorte. Pensi, Mary sarà contenta, avrà dei nipoti e Templemore
con la nostra guida unita si amplierà".
"E se la sfidassi a duello?"
"Non accetterei"
"E se raccontassi a Mary il suo ricatto?"
"Eh, che parole.. .cosa otterrebbe? L'infelicità di sua figlia ed
un odio profondo e sordo per aver distrutto il suo sogno, la
buona immagine che oggi ha di me, di suo marito, del padre di
suo figlio. No, mister Mallow, mosse sbagliate, mi creda, e poi,
ci pensi, se torneremo da lei e faremo passare come suo gesto
spontaneo la donazione, l'associarmi a lei, l'amerà di più, sarà
maggiormente la sua figliola affettuosa. Come vede, il diavolo
non è poi tanto brutto come lo si dipinge..."
Sul piazzale del forte la fanciulla camminava irrigidita sotto lo
sguardo vigile, rispettoso ed ammirato delle guardie.
Sentimenti contrastanti l'agitavano: gioia e rimorso, speranza e
pentimento. Per la prima volta, quando i due uomini le si
53
avvicinarono, notò la grande differenza. Era suo padre
quell'uomo curvo, improvvisamente invecchiato che procedeva
stancamente? E davvero aveva tanto desiderato e amava il
giovane vigoroso che gli camminava al fianco? Quanto nobile il
viso paterno e quanto volgare, sfrontato, sicuro quello del
giovane marito! Sul serio voleva sposarlo? Oh, sì, che le
importava del viso volgare, cosa del padre? Era stato bello
giacere vicino a quel corpo nudo, vigoroso, meraviglioso fare
l'amore con lui. Niente affatto traumatizzante, doloroso, come
le compagne le avevano detto. Non avrebbe voluto fermarsi
più, altro che trauma! E lui era stato instancabile, forte e dolce
al tempo stesso. Non vedeva l'ora di rifarlo e presto ogni notte
sarebbero stati insieme, non più nel peccato e forse davvero
avrebbe avuto fra le braccia un bel bambino! Andò loro
incontro. Michele le baciò la mano e l'attirò a sé.
"Cara, hai un papa che davvero ti vuole bene e pensa alla tua
felicità. Non solo ha acconsentito alle nozze, ma ti donerà
subito la metà delle sue sostanze e nominerà me suo socio alla
pari. E' il suo regalo di nozze. Non contraddirlo e abbraccialo", e
la spinse verso l'irlandese che sembrava inebetito, incapace di
una qualsiasi reazione.
********
Michele, diede le ultime istruzioni a Saran e si avviò verso il
bungalow, lanciando a destra e a sinistra occhiate compiaciute.
Era bello vedere i nuovi trenta ettari messi a coltura in parte
54
con hevea brasiliensis acquistati da Stoke e per il rimanente con
nuova seminagione. In pochi anni avrebbero raddoppiato la
produzione, già in quell'ultimo periodo aumentata di un buon
cinquanta per cento. Il numero degli addetti meglio preparati
era stato integrato dagli elementi più validi provenienti dalla
piantagione dell'inglese. Ora un vero e proprio villaggio si
stendeva oltre la cinta e risuonava di giochi di bimbi e del canto
delle donne malesi e daiacche, indaffarate intomo ai fuochi e
nell'interno delle capanne su palafitte.
Varcò il portone e attraversò l'aia scansando il numeroso
pollame e tenendo a freno l'entusiasmo dei cani, e rispose
distrattamente al saluto ossequioso delle figlie di Ciang. Faceva
un caldo infernale, ma una volta entrato nel bungalow un senso
piacevole di fresco lo pervase. Si tolse il casco e lo consegnò alla
signora Ciang, accorsa a riceverlo con una fresca salvietta
profumata, e si deterse il sudore dalla fronte e dai capelli.
Sedette sulla poltroncina di bambù e, sorbita la bibita
tonificante, accese la sigaretta e sprofondò nella lettura del
grosso libro sulla coltivazione ed utilizzazione della gomma
elastica. Una mano vellutata gli carezzò le guance ed i capelli, e
morbide labbra si poggiarono delicate sulle sue. Alzò lo sguardo
e vide Mary fresca e sorridente e graziosa, anche se ormai un
vistoso ventre modificava la linea snella del lungo corpo.
"Giornata faticosa, caro?"
"Non più del solito".
"Vuoi pranzare subito o attendiamo papa? Sai, mi hanno
segnalato che la barcaccia aveva iniziato a risalire il fiume".
55
Un gesto di fastidio. "No, sai che desidero mangiare subito,
tuo padre pranzerà quando verrà".
"Non ti arrabbiare, caro, ora faccio portare in tavola. Ah,
senti, non mi sembra il caso che sia sempre papa ad andare a
Kuching. Lo vedo sofferente ed è molto invecchiato in questi
ultimi quattro mesi, da quando ci siamo sposati. Viaggiare lo
stanca molto anche se non rifiuta mai, forse per non dichiarare
la sua debolezza".
"Ma lo distrae, no? E così non mi crea ostacoli in piantagione"
“Suvvia, dovremmo pur ricordare che Templemore l'ha sempre
amministrata lui, e invece, non solo l'ho convinto a cedereci la
sua stanza e l'ho relegato in quella più piccola e scomoda una
volta destinata agli ospiti, ma gli ho fatto accettare tutte le
grandi modifiche che tu hai voluto apportare nell'azienda e quei
continui esborsi di denaro che abbiamo dovuto fare..."
"E deve solo ringraziarmi! Templemore sta diventando
importante. I vecchi debbono lasciare posto ai giovani, ad idee
ed energie nuove...", disse Michele, nervoso e conclusivo,
lasciando andare un gran pugno sullo stipo della porta.
"Sì, sì, hai ragione, caro, ma, ti prego, fallo per me, sii più
gentile e paziente con lui"
Michele non rispose e sedette a tavola. Come al solito
silenziosamente, voracemente divorò il pasto. Sembrava
provare un piacere sensuale e non seguiva certo Le norme
dell'etichettar usava le mani, strappava con i denti forti e sani
grossi pezzi di cibo. Mary lo guardava affascinata e con un certo
disgusto al tempo stesso, come quando facevano l'amore. La
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porta fu spalancata e Mallow entrò nella sala. Quanto era
cambiato in quel mezzo anno! Trasandato, incanutito,
stempiato. Che differenza dall'uomo asciutto, energico, calmo.
volitivo che l'aveva raccolto Michele naufrago a Sematan.
Aveva gli occhi iniettati di sangue, un tremore percettibile gli
agitava le mani, e la testa era leggermente curva sul collo e di
tanto in tanto scatti incontrollabi lo tormentavano. Con voce
stridula proruppe, sventolando una carta sotto il naso del
genero:
"Ecco, sono giunti i tuoi documenti e notizie sul naufragio!"
Michele sentì una fitta al cuore, ma subito si calmò.
"Ebbene?", chiese continuando a mangiare.
"Solo sette dell' equipaggio, oltre te, si sono salvati a Paloh e
poi rimpatriati. E tu sei il sottocapo macchinista Michele
Caracciolo, non un ufficiale come ti sei spacciato, millantatore!"
"Sarà uno sbaglio di qualifica. Sono Michele Caracciolo? Ero
imbarcato sul piroscafo Santa Lucia?"
“Sì, ma non ufficiale, guarda, ecco le tue carte", e calò sul
tavolo un libretto di navigazione ed un passaporto.
Michele li raccolse, li osservò attentamente e disse con un
sardonico sorriso:
"Bene, mi ci volevano proprio, ora potrò anche viaggiare per
affari fuori del Sarawak".
"Hai capito, Mary, non prova nemmeno il bisogno di
giustificarsi dopo averci ingannato".
"Oh, calmati, Mallow, che differenza fa?"
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"Fa che non ti avrei ospitato in casa mia, non avresti abusato
di mia figlia e non l'avresti sposata. I miei amici non ti
avrebbero accolto come un loro pari e oggi non saresti qui a
fare il padrone".
"Sei anche un razzista? Mi dispiace per te, non certo per tua
figlia che ora è donna e presto sarà madre, ne tanto meno per
Templemore ampliata, meglio condotta e con un futuro
grande..."
"Taci, maledetto. E tu Mary, non dici nulla? Allora è giunto il
momento che ti dica che imbroglione e ricattatore hai
sposato..."
"Zitto, non ti conviene!". Michele s'era alzato minaccioso.
"Ma che zitto, lo sono stato anche troppo... Quel giorno al
forte Margherita mi chiese per sposarti e per dare il nome al
bambino la metà delle mie sostanze e della conduzione di
Templemore. Questo è l'amore che aveva per tè, un miserabile
cacciatore di dote, non un giovane innamorato! Ma ora
possiamo denunciarlo, scacciano finalmente!"
"Vecchio rimbecillito, siediti e taci. Ciò che ho fatto e detto è
stato per amore di Mary, non l'avrei mai avuta altrimenti, e
l'amavo, l'ho amata subito. Sarai tu che andrai via, non è vero,
Mary? Tu mi ami, non puoi fare a meno di me..." Strinse la
donna allibita, le racchiuse il seno in una morsa, la baciò con
violenza e poi con infinita dolcezza.
"Lascia mia figlia, miserabile!" La mano di Mallow afferrò la
spalla di Michele che si girò con violenza e lo spinse
irresistibilmente contro la credenza, rovesciandone i
58
soprammobili. L'irlandese estrasse il revolver, ma non fece in
tempo ad usarlo: un violento pugno di Michele lo spedì gambe
all'aria.
Mary non si mosse. Sentimenti contrastanti si combattevano
nella sua povera testa confusa. Ecco perché le aveva fatto dire
del bambino, ecco la causa della donazione inaspettata! Ma chi
era più colpevole, il padre o il marito, il padre del suo bambino,
perché ora davvero nel suo grembo c'era il frutto di lui. Si chinò
sul padre, ne aveva pena, ma era un uomo al tramonto, anzi
finito. Michele era bello, vigoroso e la notte, anche se
frettolosamente, non si dimenticava mai di lei e le piaceva, oh,
se le piaceva!
"Su, papa, mettiti su, da bravo. Mi dispiace, ma non devi
contare su di me, lui è il mio uomo, il padre di mio figlio. Cosa
m'importa se non è un ufficiale, ora è un proprietario, un buon
lavoratore e Templemore è condotta bene, scusami, ma meglio
che ai tuoi tempi... Forse sarà bene che venda la tua parte e
torni in Irlanda dai tuoi fratelli..."
Mallow sanguinava dalla bocca, un sottile filo di sangue aveva
macchiato la camicia. Strabuzzò gli occhi come un pazzo e
scoppiò in un riso scomposto, mentre lacrime gli bagnavano gli
occhi cerulei.
"Ah, ah, ah, ecco mia figlia, la mia cara unica figlia, tutto le ho
sacrificato, vita, onore, soldi. Mi dice vai via, toma in Irlanda,
lasciami vivere.., ah, ah, ah, lo farò, sì lo farò, stai tranquilla,
oggi stesso tomo a Kuching, vendo la mia parte e rientrerò in
patria.., non mi vedrai più.."
59
Si sollevò a fatica, distrutto, definitivamente sconfitto.
Michele lo sostenne e gli disse:
"Sì, è meglio che tu parta, ma non avrai la metà, ora non più.
Qui c'è il mio lavoro, il futuro di tua figlia e quello di nostro
figlio, non ti permetteremo di vendere. Templemore non può
distruggersi. Avrai, diciamo, cinquantamila sterline e ci cedi
tutto. Prendere o lasciare".
Il vecchio non replicò, era solo dolore. Si limitò ad abbassare
la testa rassegnato: non valeva più la pena di combattere.
"Andiamo, partiamo subito, anche Mary verrà a Kuching,
stenderemo l'atto, ti pagheremo e ti metteremo su una nave, la
prima che c'è per Singapore. Ma bada bene, non cambiare idea,
non protestare, altrimenti a Singapore ci sono anche case dì
salute". Un sorriso di trionfo, girò il capo. Doveva mascherare la
cattiveria fin troppo visibile.
60
CAPITOLO IV
A Singapore una diffusa inquietudine serpeggiava fra
industriali ed affaristi ed i più avveduti cercavano di
provvedere, anticipando gli eventi, e si davano da fare
prendendo iniziative affrettate e pericolose. John sembrava una
facile preda sia per Jack Douglas e Tim Sinatra, i funzionari della
Goodyear e della Firestone, che per gli eleganti e flemmatici
anglosassoni della Rubber Manufactorers Association. I primi,
dall'alto di corpaccioni debordanti grasso che sformavano i
colorati vestiti, gli battevano confidenzialmente le grosse mani
sulle spalle e cercavano di coinvolgerlo in colossali bevute. Gli
altri invece lo invitavano in sontuose dimore affollate di austere
lady, di piccanti miss di alti ufficiali o di nobili dal nome
roboante dalla conversazione fatua riecheggiante ricevimenti
all' esaltante cospetto dalla famiglia reale del più vasto impero
del mondo e cercavano di abbindolarlo. Ma alla fine il vero
trionfatore risultava essere lui anche se i generosi anfitrioni
erano persuasi del contrario. John acquistò merci,
partecipazioni in grande quantità a prezzi che sembravano
azzardati. La Rubber Caracciolo Company si ritrovò
comproprietaria di miniere di stagno, di oro, di piantagioni di
ananas e riso.
Alla fine, accompagnato da Douglas e Sinatra, s'imbarcò sul
Coromandel per il lungo viaggio che lo avrebbe dapprima
61
condotto a Londra e poi, con un'altra più veloce nave, a New
York. Ora poteva concedersi un meritato riposo nei diciotto
giorni occorrenti per giungere nella capitale britannica.
Bisognava organizzarsi per evitare la noia delle settimane dove
il cielo e il mare l'avrebbero fatta da protagonisti con le rare
parentesi degli scali previsti.
Con una certa emozione ricordò, quando la nave salpò gli
ormeggi, che avrebbe percorso in senso inverso la rotta che
ventidue anni prima aveva condotto il padre, allora giovane e
povero marittimo, dal Mediterraneo al mar Cinese Meridionale,
dove un provvidenziale naufragio aveva cambiato in breve da
cosi a così la sua vita. La cabina era sufficientemente ampia,
comoda e pulita. Un dispositivo permetteva di accendere o
spegnere a piacimento la bianca luce elettrica. Le macchine
avevano un funzionamento tanto regolare che spesso risultava
difficile credere che la nave fosse in movimento. Purtroppo di
movimento se ne avvertiva tanto quando il mare era appena
men che tranquillo. Ad attraversare i corridoi o le passeggiate si
era avvolti da un pungente odore di legni lucidati e rumori di
scricchiolii si mescolavano a conversazioni di tono sostenuto, e
dovunque aleggiavano sensazioni di amoreggiamenti in boccio.
Nella galleria dei quadri, per la verità orribili, c'era un organo e
nella sala da pranzo di prima classe i passeggeri, in obbligatorio
abito da sera, sedevano a tavole coperte di felpa pesante fra
camerieri barbuti, intenti al servizio e vasi di palma. Un
centinaio di famiglie britanniche faceva rientro in patria e di
sera sontuosi abiti con generose scollature non sempre
62
rivelavano carni appetibili, mentre scoperti erano gli appetiti
delle miss perlopiù magre e ossute. V'erano invece alcune
attrici tutt'altro che disprezzabili che lanciavano occhiate
tentatrici, mentre sorbivano budino Balmoral, crema Vittoria e
biscotti Winsdor, ed ufficialetti di bordo si affannavano a
raccogliere premi dai viaggiatori più generosi da distribuire ai
vincitori di organizzande gare atletiche.
John era frastornato dai chiassosi ed entusiastici Douglas e
Sinatra che si fecero coinvolgere presto, fra una bevuta e l'altra,
in impegnativi amorazzi con un paio di discrete signore che
avevano battuto sul tempo le attrici. I corpulenti americani,
divenuti simili a scolaretti, erano costretti a giocare con le loro
partner a rimpiattino fra i corridoi e i ponti per non farsi
scorgere dagli ignari mariti e godere di sentimentali minuti al
cospetto di un suadente tramonto o dell'incantevole luna
piena, per poi, dopo qualche insistenza invero non troppo
prolungata, introdurre le signore nell'intimità della cabina dove
il gioco cambiava registro e diventava esclusivamente sessuale.
Nel bel mezzo di una partita di poker o di whist messaggi
sussurrati all'orecchio da premurosi valletti costringevano i
funzionari delle industrie di Akron a scusarsi con la compagnia
per raggiungere con lunghi giri le appassionate inglesi, che
ormai non tolleravano di essere trascurate neppure per poco e
desideravano approfittare di ogni ora di quel viaggio, prima di
ritornare alla grigia inappuntabile vita che le attendeva in
patria.
63
John, per la sua età, per la sua condizione di celibe, per il
fisico attraente e prestante, avrebbe potuto raccogliere ben
altri successi, ma s'era guardato bene dallo spingere oltre la
normale cortesia e qualche larvato complimento i suoi contatti
con le miss o le signore che gli rivolgevano occhiate di fuoco.
Amava la sua libertà, ma non voleva per questo rinunciare a
qualche meno impegnativo piacere della carne. S'era quindi
dedicato a una bell' attrice trentenne dal volto perfetto e le
forme un pò abbondanti, la signorina Susan Walkeey Thomas.
Susan aveva recitato con una compagnia professionista
dell'impresario d'avanguardia Carrington in 'Casa di bambola' di
Ibsen e, dopo tre anni in giro per l'India, Nuova Zelanda ed
Australia aveva sentito il prepotente richiamo della sua Londra
e da sola rientrava in patria. John la condusse sul ponte: poco lo
interessavano i discorsi sul teatro, sulla cultura, sugli autori,
non ne capiva nulla, non era pane per lui. Dalle donne per ora
desiderava solo una cosa, il piacere. La luna tracciava un
sentiero argentato sulla piatta superficie del mare, il lontano
ritmico rumore delle macchine non disturbava il silenzio
meraviglioso. Quanto migliore dell'organo, del pianoforte o del
grammofono. Non parlavano, Susan era soddisfatta e
orgogliosa di sé quella notte, aveva realizzato un trucco che
aumentava la sua bellezza. I capelli sollevati sulla fronte e
pettinati all'indietro, mentre altri gli ricadevano sciolti sulle
spalle. Aveva steso piccoli tocchi di colore dorato sulla pelle
vellutata, sugli zigomi, le palpebre, un ombra anche sulle
labbra. Un cremoso mascara marrone metteva in risalto le
64
lunghe ciglia e le sopracciglia erano evidenziate da
un'ombreggiatura color bronzo e rosa. Il risultato era
eccezionale, ma non troppo vistoso per un 'attrice. Sempre in
silenzio, il braccio muscoloso di lui la guidò lentamente, ma con
fermezza,, verso il corridoio. Lo percorsero ed entrarono nella
cabina, si spogliarono e s'infilarono nel letto. Una fioca luce sul
comodino illuminava un breve triangolo.
"Non hai mai pensato di far venire una compagnia nel
Sarawak?", chiese Susan. In quel momento era a cavalcioni
sopra di lui, le ginocchia serrate intomo ai suoi fianchi, mentre i
capezzoli vistosamente gonfi scendevano a provocarlo vicino
alla bocca.
Lui rimase tanto sorpreso che non rispose. Per quanto lo
riguardava la risposta era no, ne pensava di modificarla. Sospirò
profondamente.
"Allora?", insistè lei. Perché non teneva la bocca chiusa?
Perché rovinargli un bei momento?
"Costa troppo", bofonchiò.
Susan si mosse e portò il suo corpo su quello di lui a stretto
contatto e strinse le gambe. John emise un brontolio di
soddisfazione. La donna conosceva giochetti che neppure lui
aveva mai provato. Lo stringeva forte con i suoi muscoli e lo
faceva impazzire.
"Lo faresti se tè lo chiedessi io?"
Il giovane ignorò la domanda. Stava gustando i preziosi attimi
che precedono l'orgasmo.
65
"Muoviti", mormorò. "Sto per venire". Susan lo strinse ancora
più forte ed agitò il corpo finché anche lei si senti pronta.
Quando lui non si trattenne più, l'attrice lo segui ficcandogli in
bocca i capezzoli eretti, afferrandosi ai suoi capelli, serrando le
gambe tanto strettamente che l'uomo si senti come risucchiato.
"Lascia i capelli", urlò.
"Al diavolo!", gridò lei sovrastandolo con la voce squillante.
Raggiunsero insieme il parossismo.
"Dio", ansimò lui. "Davvero sei eccezionale".
Con calma Susan si snodò da John, si sporse verso il comodino
e accese le sigarette. "Sai quanto denaro occorre?" Lui si
sentiva appagato, ma solo per ora. Mai era stato così bene!
"Cinquantamila sterline". "Cosa dici?" "Che tu ed io potremmo
godercela in Oriente"
Rise di gusto. S'era svincolato da ben altre situazioni.
"Noi stiamo bene insieme qui sulla nave, senza legami di
nessun genere".
"Tu credi?"
"Vedremo. Vedremo e basta" e, cambiando tono, "Perché non
andiamo a fare uno spuntino? Se sarai ancora gentile con me e
non mi creerai complicazioni, a Londra ti lascerò un gioiello
come mio ricordo". Si alzò e si rivestì.
Fuori incrociarono Douglas agitato. L'americano, tiratolo da
parte, gli raccontò di aver dovuto fuggire. Improvvisamente era
comparso il marito della sua Anne e non sapeva se l'aveva visto.
Lasciata Ceylon, la nave aveva puntato verso il mar Rosso. Dopo
la solitudine di un enorme tratto di mare senza scali, seguiva la
66
navigazione fra coste brulle, desolate: un oceano di sabbia con
in lontananza monti spogli, tanto differenti dal verdissimo
Borneo. Il sole, senza il diaframma del vapor acqueo, di giorno
picchiava implacabile e le signore si guardavano bene
dall'esporre un pur piccolo lembo di pelle ai suoi raggi. John ne
aveva abbastanza. Dopo la prima settimana di spensieratezza,
la mente ritornava agli affari, a Templemore, all'azienda e
mordeva il freno impaziente cercando di coinvolgere i due
americani in conversazioni attinenti al caucciù, alla borsa,
all'industria. Ma sia Jack che Tim erano impegolati fin sopra i
capelli nelle loro storie amorose e perseguitati dalle due
signore, sempre più accanite nel non consentire loro nemmeno
un'ora di pausa. Il dover mascherare ai mariti la relazione in un
ambiente in definitiva piccolo e limitato aumentava il gusto e la
passione vieppiù s'accendeva.
A Suez, approfittando di una breve sosta, inviò un
telegramma a Templemore e ricevette una dettagliata e
confortante risposta dopo le venti ore occorrenti per
percorrere l'importante via d'acqua, dove fra le due piatte
sponde una lunga fila di navi proseguiva lentamente nei due
sensi ed era quasi beffeggiata dal treno che correva parallelo ad
una velocità cinque volte maggiore. Ma i neri scafi con le alte
sovrastrutture lucide svettanti fra la sabbia, con numerose
vedette all'erta sui ponti e le bandiere rosse sventolanti
mollemente, non potevano forzare le macchine e John era
stufo di sentirsi ripetere da ogni ufficiale o passeggero inglese
che per ogni mille tonnellate di naviglio passante per il Canale,
67
700 erano britanniche, 95 tedesche, 63 francesi, 43 olandesi, 19
italiane e solo 5 . americane, a dimostrazione della superiorità
navale dell'isola di Albione.
Con Susan i rapporti, come lui aveva desiderato, erano del
tutto tranquilli, senza futuro e s' incendiavano solo fra le
lenzuola in vere e proprie battaglie che li lasciavano stremati,
ma intensamente soddisfatti. L'attrice aveva tentato di farlo
ingelosire accettando la corte di un ricco commerciante
anglosassone, ma all'indifferenza del giovane e alle scarse
risultanze fisiche ed economiche con l'altro, s’era rassegnata ed
era tornata ormai docile nell'attesa delle sue attenzioni e dei
suoi inviti subordinati alle abituali partite di poker e di whist,
gioco nel quale John era divenuto molto abile. Spesso al
giovane Caracciolo veniva da ridere agli affanni dei suoi
compagni di viaggio e sarcastico pensava a come quei due
maturi ingenui fanciulloni si fossero illusi di poterlo incastrare
negli affari, se non riuscivano nemmeno a gestire in modo
decente una relazione amorosa di viaggio. Si rafforzava quindi
nella convinzione della sua superiorità, ma si ammoniva
continuamente di non essere troppo sicuro.
Il Mediterraneo lo attrasse con le sue bellezze e finalmente da
quando era partito incominciò ad interessarsi al paesaggio.
Bellissimo il fratto fra Malta e la Sicilia, forse un richiamo del
sangue, e l'alto promontorio roccioso di Gibilterra, vera
sentinella e porta dell'Atlantico. Gli sovvennero libri di storia,
svogliatamente letti a scuola, quando le mitiche Colonne
d'Èrcole venivano considerate il limite estremo del mondo. Ma,
68
più che la mitologia, lo interessò la considerazione della saggia
politica inglese d'impadronirsi dei punti chiave del globo: Suez,
Gibilterra, Singapore, Città del Capo le isole Falkland e così via;
e il legarsi in una stretta amicizia con gli Stati Uniti, nuova vera
forza mondiale.
Finalmente Londra comparve fra la nebbia diradata da
violenti colpi di vento. Era immensa, ben più di Singapore.
Lungo un affollatissimo ma ordinato molo, i passeggeri
sciamarono ognuno verso la propria destinazione, dopo essersi
scambiati saluti e indirizzi. La bella Susan scomparve nel
comodo taxi e John provò un attimo di rimpianto, ma solo un
attimo.
Ora era nuovamente tempo di lavoro, di affari. Non dimenticò
ad Oxford Street di acquistare un anello ed inviarlo con succinto
biglietto da visita riportante solo la firma. Inutile abbandonarsi
ai sentimentalismi di frasi prive di vero significato.
Douglas e Sinatra, superata la sbornia del viaggio e
dell'asfissiante relazione, erano tornati attivi businessmen e
montavano una sfretta guardia al loro Caracciolo che, però,
riuscì a giocarli e a recarsi da solo negli uffici della Dunlop, la
maggiore industria inglese di pneumatici, alla quale da
Singapore prima e da Suez poi aveva preannunciato la sua
visita. Nelle sale rivestite di legno dalle strette ed alte finestre
sul traffico intenso di Regent Street, dopo un' acerrima
battaglia, John, mortificato e stanco, riuscì ad ottenere solo
un'offerta di tredici scellini alla libbra per il suo caucciù e una
69
sconvolgente notizia: i Simpson avevano venduto il
sessantapercento dell'azienda al colosso inglese!
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Ultima modifica di Bruno il Sab Giu 29, 2013 1:18 pm, modificato 2 volte
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MessaggioTitolo: Re: LA MALEDIZIONE DI TEMPLEMORE (Caucciù), romanzo di Bruno Cotronei   Gio Gen 01, 2009 2:16 pm

CAPITOLO V
Tutto era grandioso negli Stati Uniti: il Paese, le praterie, i
monti, i laghi, le strade dove su un fondo perfetto senza buche
correvano centinaia di migliaia di automobili, i treni veloci e
confortevoli, i palazzi a volte alti fino a cento, duecento metri, i
ponti, la sotterranea, la sopraelevata che vomitavano più che a
Londra in una successione da capogiro milioni di cittadini alti,
floridi, grossi, sprizzanti energia ed entusiasmo, ed infine le
fabbriche.
Il 20 ottobre 1929 John sedeva lucido, ma ancora
impressionato, nell'enorme sala riunioni della Goodyear ad
Akron nello stato dell'Ohio. Un tavolo lungo venti metri largo
due, lustro, massiccio occupava solo una piccola parte
dell'ambiente imponente dove una parete era interamente
occupata da finestroni che davano sugli infiniti capannoni della
più grande fabbrica del mondo di pneumatici. Il pavimento era
ricoperto di spessi, pregiati tappeti, il soffitto di pannelli di
legno lucidato dalle meravigliose venature con una foresta di
costosi lampadari di cristallo dove centinaia di lampadine
elettriche illuminavano anche l'angolo più remoto di una luce
tanto intensa da poter rivaleggiare con quella del sole in una
giornata senza nubi. Sull'altra parete, parallela ai finestroni,
v'erano grafici chiarissimi con linee rosse, gialle, blu e bianche
riportanti la situazione della società, le cui cifre davano le
71
vertigini. Davanti a lui, all'altezza della bocca, uno strano
aggeggio a forma di concentriche circonferenze permetteva di
far sentire alta la sua voce dovunque nella sala, ed altri, uno per
ognuno dei quaranta posti, erano collocati innanzi ai suoi
numerosi interlocutori. V'erano Douglas e Sinatra, intimiditi alla
presenza del direttore generale e a quelli tecnici, commerciali,
di produzione delle potenti società che, come sempre in quegli
anni, intendevano agire di conserva nei confronti della Rubber
Caracciolo Company. Completavano la metà del tavolo
occupata, funzionari dei quali ignorava il nome ed alcune
indaffaratissime segretarie dai visi graziosi e dallo sguardo
freddamente professionale che sembravano uscite tutte dal
medesimo stampo, tanto era difficile poterle distinguere l'una
dall'altra.
La discussione era stata vivace, ma cordiale e John era riuscito
a spuntare ben sedici scellini la libbra per l'intera produzione
dei prossimi quattro anni, ma era perplesso di fronte alla
richiesta di cedere, seppure a un prezzo conveniente, il venti
per cento delle azioni della sua compagnia, suddiviso in parti
uguali fra la Goodyear e la Firestone. Fumava nervosamente e
ricordava quasi come in un sogno la visita di solo due giorni
prima allo Stock Exchange, ovverossia alla borsa di New York in
Wall Street. Il vorticoso movimento di centinaia di frenetici
operatori, le alte grida, il velocissimo agitare di mani in gesti
convenzionali, il tabellone illuminato dove comparivano, per
essere immediatamente modificati, i prezzi delle azioni, il
vertiginoso aumentare delle quotazioni e il continuo passaggio
72
di mano di centinaia di milioni di dollari erano ancora nei suoi
occhi e nelle sue orecchie. La sicurezza che aveva fino ad allora
contraddistinto la sua vita in generale, e quella d'affari in
particolare, sembrava, al cospetto di un mondo tanto diverso
dal suo, dalle pacate contrattazioni di Kuching e di Singapore,
barcollare e si chiedeva se davvero fosse all'altezza di un
compito tanto difficile. Il prezzo del caucciù e le condizioni
erano indubbiamente buone, se si fosse verificata la temuta
crisi; molto meno, se non disastrose, qualora i prezzi avessero
continuato a salire. Cosa poteva capirne lui di più degli uomini
importanti che gli sedevano vicino? Il suo fiuto, il suo intuito
s'erano rivelati sempre più validi, è vero, ma ora? L'intuito in
affari vale più dell'esperienza, gli diceva il suo professore, ed
aggiungeva: 'Opera, guadagna e pentiti' . Il guadagno c'era, e
considerevole. Sì, avrebbe seguito il consiglio. Accettò. Mentre i
dirigenti gli davano robuste pacche sulle spalle e un valletto
offriva deliziosi Martini, le segretarie approntavano i contratti
che furono più volte sottoscritti. Un pantagruelico pasto fu
consumato in un albergo della vicina Cleveland sulla riva del
lago Erie, che segnava il confine con il boscoso e nordico
Canada, e per la prima volta nella sua vita il freddo lo costrinse
ad indossare un soprabito acquistato a New York. Due
funzionari, che avevano sostituito gli indaffarati Jack e Tim, lo
accompagnarono a visitare le fabbriche di automobili di Detroit,
di fronte alle quali quelle dei pneumatici facevano una magra
figura, e le cronometriche lunghissime catene di montaggio, le
piste di prova, le migliaia di automezzi appena finiti lo
73
impressionarono a tal punto da provare una specie d'orgasmo.
A Pittsburgh gli impianti siderurgici produttori di ghisa ed
acciaio lo lasciarono invece quasi indifferente, nonostante le
bocche infuocate degli altiforni dessero un ' immagine
suggestiva, quasi infernale, con i saettanti serpenti di metallo
fuso. Infine, dopo essere passato per la verde ordinata
Washington, si congedò dagli accompagnatori e fece ritorno a
New York.
Mentre passeggiava per la Fifth Avenue nel cuore di
Manhattan ed incuriosito osservava i mille oggetti esposti nelle
lussuose vetrine, uno strano presagio lo spinse a recarsi in Wall
Street e ad affacciarsi dalla galleria del pubblico sul salone delle
grida. Il tabellone segnava un rapido impressionante ribasso di
tutti i prezzi, e la gente si guardava intorno preoccupata, ma
non eccessivamente: dopo anni di rialzi, c'era da attenderselo!
Qualcosa cantava nella mente di John. Si recò alla buvette,
ordinò una bibita, accese una sigaretta e ritornò su. Si era ormai
al dopoborsa e le quotazioni continuavano a scendere. I giornali
del giorno dopo davano rilievo alla notizia dell'inversione di
tendenza in borsa e ventilavano senza eccessivi allarmismi che
poteva essere il preludio di una svolta. Il protezionismo
esasperato, la produzione esorbitante per il pur vastissimo
mercato interno e l'impossibilità di collocazione all'estero, dove
-per ritorsione- alti erano i dazi per le merci americane,
avrebbero potuto paralizzare l'immenso apparato economico.
Per tre giorni gli ingenti ordini di vendita furono contrastati da
difese sempre più inefficaci, ed infine il 29 ottobre il calo
74
costante e massiccio sfociò in un vero e proprio crollo. Milioni
di azioni non trovavano più compratori e i prezzi precipitavano
fin quasi allo zero spaccato. Scene di panico impressionanti fra
gli operatori e il pubblico, disperazione, qualche suicidio,
riunioni affannose, ristorante e buvette chiusi come in un
giorno di lutto. E qualcosa in effetti stava morendo: l'economia
della maggiore potenza industriale della Terra. John, che si era
trattenuto nella metropoli statunitense e non aveva perso un
minuto di quei giorni drammatici, scese in strada spinto,
travolto dalla massa esasperata. Si fermò al riparo di un vicino
portone e sollevò lo sguardo verso l'alto imponente edificio
caratterizzato dalle colossali colonne corinzie con i capitelli
dalle file sovrapposte di gigantesche foglie d'acanto, il tutto
schiacciato da un troppo pesante ed articolato frontone. Un
vivo senso di compiacimento lo animava, anche se non avrebbe
voluto una così esagerata, paradossale conferma al suo intuito;
ma l'intero importo del primo dei quattro anni di produzione
era ormai al sicuro nella banca inglese di Singapore, insieme
alle vistose penali concordate per i tre anni successivi. Le
colonne gli apparvero come un monumento alla sua
perspicacia, ma avrebbe dovuto fare attenzione a non creare
un frontone tanto pesante da schiacciarla.
Lentamente si avviò verso l'albergo e prenotò il posto in
aereo per San Francisco. Tirava vento quando nella spoglia
aerostazione si avviò al fragile apparecchio, il rumoroso motore
a pistoni non sembrava sufficiente a sollevarne il peso
aumentato dai quindici infreddoliti e un po' impauriti
75
passeggeri. Finalmente l'aeroplano si avviò lungo la pista, prese
velocità, sollevò il muso dell'elica vorticante, lo riabbassò,
sobbalzò un paio di volte e si sollevò dal suolo. John serrava i
braccioli dello scomodo sedile, gli ondeggiamenti erano ben
superiori a quelli di una nave nel pieno di una burrasca. Non era
stata una buona idea avventurarsi in quella stretta trappola
maledettamente oscillante, dal soffitto tanto basso da non
poter stare in piedi se non con la testa completamente inclinata
o le spalle chine, e per guadagnare cosa? Solo un giorno dei tre
occorrenti ad attraversare il continente americano sui
comodissimi e veloci treni. L'uso dell'aereo poteva
indubbiamente essere utile se confrontato al lento navigare di
un piroscafo, ma improponibile, alla rapidità attuale, per uno
come lui che avrebbe dovuto viaggiare per settimane fino a
Singapore, e nel tratto più lento ne sarebbe rimasto privo per
l'assoluta mancanza di una qualsiasi linea sull'oceano Pacifico.
Irritato volse il capo verso lo stretto oblò e rimase incantato.
New York, incredibile agglomerato di case, fiumi, parchi, ponti,
era sotto di lui. I compatti grattacieli si tendevano verso l'aereo
e pur nella presuntuosa altezza, ne erano dominati. Lontano
campi coltivati, interrotti da cittadine e strade sinuose e linee
ferroviarie lungo le quali le automobili e treni sembravano dei
giocattoli d'un fantastico plastico.
"Perbacco, bisogna provar tutto nella vita prima di giudicare",
mormorò.
"Proprio così, signore", disse il corpulento elegante uomo che
gli sedeva accanto, emanando dai vestiti e dalla pelle
76
accuratamente rasata un acuto profumo di colonia. "Permette?
Simon Goodman, banchiere".
John staccò .la destra dal bracciolo e strinse la mano che gli
veniva tesa. "Piacere, John Caracciolo, coltivatore e industriale"
"Di cosa, se è lecito?"
"Possiedo una piantagione di caucciù nel Sarawak ed un
azienda con partecipazione in industrie di Singapore"
"Davvero interessante. Guardi che ora può staccare la mano
dal bracciolo, i vuoti d'aria sono terminati."
John arrossì e si accorse che l'aereo viaggiava regolare con
una costante vibrazione e mille cigolii, ma senza sensibili
oscillazioni e i passeggeri erano placidamente distesi sui sedili e
conversavano fra di loro, leggevano o dormivano. Una bionda
hostess nell'azzurra divisa percorreva faticosamente lo stretto
spazio centrale e s' informava premurosa delle loro esigenze. Fu
chiamata imperiosamente da una donna dai vaporosi capelli
rossi e dai lineamenti perfetti, sottolineati da un pesante
trucco, che indossava una vistosa mantella di leopardo e
parlava con voce alta, intervallando brevi frasi a fragorose
risate. Un ometto le sedeva accanto e si affannava a porgerle
ora un giornale o un attimo dopo un beauty case. Lunghe mani
sensuali si muovevano instancabilmente facendo brillare grossi
gioielli i cui bagliori costringevano a distogliere lo sguardo.
"E' la famosa attrice Mary Bow, l'ha riconosciuta?", suggerì
Goodman.
"Per la verità non vado mai a cinema", rispose John.
77
"E' un'industria che va per la maggiore. Pensi che ad
Hollywood ormai si toccano quasi i mille film all'anno. Come
industriale potrebbe interessarle. Ma che dico, ora anche il
cinema entrerà in crisi. Tutto sarà in crisi" E si abbandonò
sconsolatamente sul sedile, mentre un'ombra calava sul viso
grassoccio.
"Davvero pensa che il crollo in borsa possa influenzare ogni
produzione?", chiese John.
"Purtroppo sì, caro signore, il crollo di pochi giorni fa ridurrà
sul lastrico questo Paese ed influenzerà l'economia di tutto il
mondo. Pensi che vado a San Francisco per chiudere la mia
filiale di quella città".
"Perché?"
"Perché tutti i risparmiatori si stanno precipitando a ritirare i
loro depositi. Hanno paura, la stessa paura che ha determinato
il crollo in Wall Street".
"Ma la vostra economia si riprenderà. L'America è un paese
vitale, lo è sempre stato".
"Come si vede che lei è straniero. Italiano?
"Mio padre sì. Io ho optato per la cittadinanza sarawachiana e
volendo posso ottenere quella inglese"
"Ma il Sarawak dov'è?"
"Nel Borneo".
"Ah, ora ricordo, il Paese dei rajah bianchi. Caucciù, stagno,
legname pregiato".
"Giusto".
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"La mia banca aveva depositi per duecento milioni di dollari, e
la sua azienda quale fatturato?"
"Qualche diecina di milioni di sterline".
Il viso del banchiere cambiò espressione: l'interesse si
accentuò, la considerazione per il suo giovane compagno di
viaggio divenne visibilmente palpabile.
"Ebbene, mister Caracciolo, non è preoccupato per la
collocazione del suo caucciù? La produzione di automobili
calerà sensibilmente, conseguentemente anche i pneumatici"
"Ho provveduto per tempo ed ho differenziato i nostri interessi.
Poi non credo che la crisi durerà a lungo. Il vostro governo
interverrà, suppongo"
"Non dovrei dirlo proprio io che ho sempre votato
repubblicano, ma mi rendo conto che il presidente Hoover non
è adatto. Siamo purtroppo divenuti un Paese ripiegato in se
stesso e il proibizionismo ha fatto fiorire la malavita e la
corruzione. Il potere federale è stato per troppo tempo assente
per svegliarsi con efficacia ora"
"Mi sembra un po' troppo pessimista".
"No, è la realtà. Già alcune banche incominciano a fallire e i
consigli di amministrazione delle maggiori società sono in
riunione. Da informazioni so che decideranno una drastica
riduzione produttiva e licenziamenti in massa"
Gli altri passeggeri s’erano fatti attenti alle parole del
banchiere ed ognuno volle dire la sua. Uomini d'affari, dirigenti,
industriali, allevatori dai larghi cappelli. Una diffusa agitazione,
volti scuri ed un generale lamento con previsioni apocalittiche.
79
Solo l'attrice e il suo servizievole accompagnatore sembravano
disinteressarsene. John annoiato si alzò faticosamente per
l'angustia dello spazio e cambiò posto subito sostituito. Passò
accanto alla fascinosa rossa, la guardò e fu ricambiato da uno
sguardo che lasciava il segno. Sedette più avanti e riprese a
osservare il paesaggio. Dopo poco si addormentò. L'hostess lo
svegliò appoggiandogli la mano sulla spalla e chiamandolo.
Erano a Minneapolis, lo scalo dove avrebbero pernottato. Le
prime ombre del tramonto rendevano ancor più squallido il
piccolo aeroporto. Già tutti si erano avviati verso l'albergo che li
avrebbe ospitati per la notte. Miss Bow era di poco davanti a lui
ed il corpo scultoreo, la folta chioma rossa spiccavano alle
ultime luci del giorno, mentre l'ometto, chiaramente un
segretario o un cameriere, gli saltellava affianco sulle esili corte
gambe. Un'idea attraversò la mente di John. Perché non
provarci con quella donna? Lo eccitava. Era o no un'attrice?
Ormai lui si poteva considerare quasi un esperto dopo
l'avventura con Susan. Avrebbe occupato i giorni vuoti.
L'esperienza dell'aereo, il panorama dall'alto ormai già
consumati. Prima di cena fece consegnare alla diva delle
splendide orchidee, due bottiglie di champagne della migliore
marca e un biglietto. Sono un suo ardente ammiratore. Posso
sperare di pranzare con lei e brindare ai suoi successi? Il
segretario gli portò la risposta. Miss Bow l'attendeva
nell'anticamera del suo appartamento. John fischiettando si
sbarbò, indossò lo smoking e pimpante picchiò alla porta. Occhi
profondi come il mare, spalle eburnee e una scollatura da
80
vertigine. Un intimo tavolo preparato per due, illuminato da
candele colorate e musica in sordina che usciva da un
monumentale apparecchio radio. Con un galante inchino le
baciò la mano ed occhiate d'intesa emersero fra il liquido
ambrato degli aperitivi nei bicchieri oscillanti tenuti alti, quasi
un contrappunto alla loro ansia. Poco prima dell'alba il giovane
scivolò nella sua stanza. Che delusione! Già la voce,
stridulamente sgradevole, l'aveva male impressionato, per non
parlare dell'assoluta mancanza d'intelligenza rivelata dal suo
stupido argomentare e dai languidi studiati atteggiamenti. Ma il
peggio era venuto a letto dove la donna tanto bella s'era
rivelata d'una totale frigidità che la lasciava ferma, immobile,
inattiva come una statua, sorda ad ogni tentativo per vivificarla.
Forse cosi le avevano insegnato: puntare tutto sull'indubbia
vaghezza e nulla dare al partner.
La seconda tappa da Minneapolis a Salt Lake City fu per John
di una noia incredibile per chi lo vedeva seduto vicino alla
fulgida bellezza dell'attrice, oggetto di continui sdolcinati sorrisi
o di occhiate infuocate. La voce stridula, sconosciuta ai più, si
confondeva con il ronfare del motore ed il cinema era ancora
muto. La diva desiderava da lui le attenzioni alle quali era
abituata e John fu costretto a fingere una pesante sonnolenza
che rimaneva tale anche quando mani affusolate lo scuotevano
e gomitate, tanto ambito dagli altri, lo colpivano al fianco.
Avrebbe preferito la compagnia del logorroico banchiere, o
meglio leggere i giornali riportanti in prima pagina e su nove
colonne titoli impressionanti sulla crisi del Paese, ma doveva
81
fingere di dormire. Non però poté esimersi dal restare sveglio e
rincuorare Mary quando l'aereo affrontò il passaggio delle
Montagne Rocciose, beninteso nella zona più bassa. Vuoti
d'aria raccapriccianti, alte robuste cime che sembravano venire
incontro senza la possibilità di evitarlo sgomentarono anche
John che, seppure si riprese subito, dové rimanere
strettamente allacciato all'attrice. E finalmente prima di
mezzogiorno furono a San Francisco. Nel grazioso aeroporto
tutti parlavano della crisi. Le preoccupazioni erano ormai
generalizzate. Dall'uomo d'affari all'operaio oscure previsioni
venivano profferite. Anche in John una sottile tensione
incominciava a insinuarsi e voleva partire subito per Kuching.
Eppure avrebbe accettato l'invito di Mary Bow a recarsi ad
Hollywood per curiosità dell'ambiente a lui sconosciuto, ma la
diva avrebbe dovuto possedere la passionalità di Susan o di
Sue. Rinunciò e rimase solo nella grande città che tanto gli
ricordava, per la massiccia presenza cinese, Singapore. In una
mattina brumosa una piccola ma veloce nave americana uscì
dal porto e, superato il canale del Golden Gate, costeggiando la
punta Bonita sotto la verde penisola Marin, fra un rauco gridio
di gabbiani, affrontò a tutto vapore l'immensità del Pacifico,
conducendo John verso il lontano Borneo.
82
CAPITOLO VI
"George, perdio, sii uomo una volta! Come pensi di sposare
Margaret se ti comporti in questo modo?"
"John, ti assicuro che non ne sapevo nulla, credimi".
"Ah, nulla. Da due anni che ti occupi della piantagione e
dell'azienda e non sai che tuo padre ha venduto la maggioranza
alla Dunlop, a chi vuoi darla a bere? Se è così, Margaret non è
per te, non l'avrai mai, te l'assicuro io. Parola di John
Caracciolo!" Il volto furente, le mani possenti stringevano allo
spasimo i risvolti della giacca del filiforme Simpson impaurito,
disfatto nella penombra afosa della stanza appartata del
Borneo Hotel dove Kotta l'aveva condotto più con le cattive che
con le buone maniere. Improvvisamente, come un fiume che
travolge gli argini, grosse lacrime sgorgarono dagli occhi cerulei
ed inondarono il volto privo d'intelligenza.
"Ebbene sì, lo sapevo, ma quando già non potevo far nulla.
Papà ha agito senza consultarmi. Mi ha detto di dover far fronte
agli impegni, che le vendite non riuscivano a coprire gli ingenti
interessi del prestito per la costruzione dei nuovi capannoni e
della nuova villa, che aveva perso molto denaro al club ed era
sommerso dalle tratte e che forse avremmo dovuto
abbandonare il Sarawak".
"Disgraziato,e non ti accorgevi di nulla? ma che uomo sei?"
"John, io non sono come te. Questo lavoro non mi piace, forse
83
non sono tagliato per gli affari, non sono mai riuscito ad
ottenere i prezzi di Templemore. I commercianti, gli industriali
l'hanno sempre avuta vinta con me. Saranno più competenti,
più furbi". Abbassò il capo stravolto, mortificato. "Ma non
togliermi Margaret, ti prego, io l'amo, farò qualsiasi cosa,
credimi. Se venderemo il resto delle azioni, con la mia parte
potrò farla vivere agiatamente a Singapore e m' impiegherò, la
banca mi ha offerto un posto..."
"Mia sorella sposa di un incapace! Sei pazzo, un povero
ributtante pazzo. Una Caracciolo moglie di un impiegatino..."
"Ma sarò vicedirettore..."
"Un dipendente sarai, nemmeno i vestiti potrai comprarle,
sciagurato!" Un'espressione satanica, avida comparve sul viso
dai lineamenti deformati dall'ira. "Ascoltami attentamente e
dimostrami d'essere uomo. Potrai sposare Margaret solo se
farai come ti dico..."
"Sì, John, farò come vuoi, tutto. Dimmi".
"Andremo subito dal giudice e farai istanza per l'interdizione
di tuo padre. Il contratto con la Dunlop sarà nullo e acquisterò
io le azioni".
"E Lena e mia madre?"
"Taci, so io come fare, il giudice sarà manovrato e tu sei il
primogenito, e l'unico figlio maschio. Vieni o ti tiri indietro?"
"No, andrò fino in fondo, te lo prometto. Il fidanzato di tua
sorella sarà uomo, vedrai".
"Ora dammi i nomi e gli importi dei creditori di tuo padre".
84
"La banca di Proves e mister Astorford hanno raccolto tutto"
"Andiamo!"
In un'udienza durata nemmeno un'ora il giudice malese emise
la sentenza d'interdizione. Sir Simpson fu dichiarato incapace
d'intendere e di volere, ma il difensore riuscì ad ottenere
l'affidamento suddiviso in parti uguali fra Lena, lady Victoria e
George, richiamandosi ad un preciso articolo del codice che
nemmeno un giudice addomesticato poteva fingere d'ignorare,
né con lui pressioni e minacce ebbero successo. Fu una cosa
strana ed imprevista; John comprese la ragione quando Kotta
gli riferì di non essere riuscito a punirlo e nemmeno ad
avvicinarlo per la protezione degli agguerriti uomini di Aier-Duk,
fedelissimo dei banchieri Proves. Sembrava inoltre che anche
loro si fossero adoprati per l'interdizione e il magistrato avesse
incassato più denaro da Aier-Duk che da Kotta.
Era preoccupato il giovane Caracciolo mentre guardava il
sinuoso Sarawak e l'incessante andirivieni di natanti, sfumati
nella rossastra luce del tramonto, dalla veranda della casetta
azzurra dove da qualche tempo aveva trasferito Sue. La cinese
si muoveva silenziosa e la sottile seta della lunga veste
sottolineava il morbido corpo guizzante nei preparativi della
cena. Fiori dipinti da una mano sapiente con colori dai toni
attenuati sembravano animati nella breve danza sul seno, sui
fianchi. sull'incavo delle cosce e sulla schiena dalle curve
perfette e insieme alle babbucce rosa attirarono presto
l'attenzione di John. Sentiva di amarla e da lei avvertiva il
piacevole rassicurante calore della casa, più che a Templemore.
85
Era stata una sorprendente scoperta al ritorno dal lungo
viaggio. Aveva pensato di poterne fare a meno e si era
precipitato alla piantagione, in ufficio, nei laboriosi capannoni,
nella grande casa, nelle intense conversazioni con Michele, nei
racconti delle sue imprese, nei controllo della contabilità, della
produzione, nel calcolo dei guadagni e della crescente potenza
economica ma nulla gli aveva dato l'intensa intima
soddisfazione del sorriso di Sue, delle dolci carezze, dei baci
appassionati, del contatto esaltante con quella pelle levigata ed
elastica che gli procurava refrigerio, appagamento e le
immagini di Susan, di Mary Bow erano svanite in un vortice di
nebbia e d'amore. Sazio, aveva ritrovato la gioia, la voglia
imperiosa d'agire, di operare per la grandezza di Templemore,
ma con la sicurezza di ritrovare dopo una giornata di intenso
lavoro, di lotte la sua insostituibile Sue. Ed ora le raccontava
delle ansie per ottenere, con la tenuta dei Simpson, l'intero
controllo della produzione di caucciù di tutto il Sarawak e dei
timori di quelle manovre sotterranee che Kotta gli aveva
rivelato, pur nella indeterminatezza di azioni che non riusciva a
mettere a fuoco nel loro reale significato. Sue lo tranquillizzava
con la voce melodiosa, con l'infinita incondizionata fiducia
riposta nella sua abilità, nella sua forza che avvertiva vera,
senza inganno. Le mani delicate e fresche gli massaggiavano
con moto lento, continuo le tempie infuocate e donavano pace,
riposo alla mente tumultuosa.
Con rinnovata fiducia si recò dai Simpson a venti chilometri da
Kuching. Quella specie di Templemore in formato ridotto era
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avvolta, seminascosta dal pulviscolo della pioggia sottile e,
forse per effetto malinconico del maltempo, un' impressione di
trascuratezza, di decadenza ricopriva gli hevea, i capannoni, la
villa pretenziosa ed elegante. John discese dalla Ford
parcheggiata a fianco di una grande Daimler e di una lussuosa
Cadillac e paragonò la sua auto, modesta ma efficiente, a quelle
dei Simpson che navigavano in tali cattive acque da costringerli
a privarsi della maggioranza delle azioni di un'azienda nata
prima di Templemore. Poco più in là vide un'orgogliosa Rolls-
Rovce e si chiese di chi fosse.
Era emozionato, ma sicuro: fra poco avrebbe sottoscritto
l'atto di acquisto della piantagione. Entrò nella villa e,
preceduto da un cameriere cinese, nel grandioso salotto
arredato in rigoroso stile ottocento inglese. Sul fondo vide
seduti su un lungo divano e su confortevoli poltrone sir
Simpson, lady Victoria, George e Lena, che parlava
confidenzialmente con Tom Proves. Allora l'inquietudine
s'impadronì di lui. Tom Proves, il banchiere, con il padre,
proprietario della maggiore banca del Sarawak. Nella mente
agitata riecheggiarono le parole di Lena nel lontano pomeriggio
d'estate a Templemore. 'Tom Proves ha chiesto la mia mano' e
poi Ti amo!' e alla sua indifferenza 'ti odio, ti odio!'. Ed ora era
li, probabilmente livida di rabbia e desiderosa di vendicarsi, in
compagnia di quel damerino pericoloso di Tom Proves. Sì, era
pericoloso, non lo aveva mai sottovalutato: bastava osservare
al di là degli azzimati vestiti e dei troppo curati capelli, lo
sguardo intelligente nel quale brillava qualcosa di metallico.
87
"Ah, John, vieni avanti", disse precipitosamente George
affiancandolo, e aggiunse:
"Attenzione, sembra ci siano delle novità impreviste".
John sollevò il capo, drizzò le spalle. Se c'era da lottare
l'avrebbe fatto come sempre, fieramente. Avanzò verso il
gruppetto con il portamento sicuro di chi sa il fatto suo. Tese la
mano al vecchio Simpson, che fece finta di non vedere e
volgendo il volto stanco, scavato, avvilito verso la veranda.
Baciò la mano di lady Victoria, stranamente silenziosa, e giunse
davanti a Lena. La giovane donna lo osservò attentamente per
un interminabile minuto: un guazzabuglio di sentimenti
contrastanti guerreggiarono negli occhi piccoli e vivaci. Amore,
rimpianto, odio, rancore, vendetta.
"Siedi, John, ti stavamo aspettando" e gli indicò sul divano il
posto accanto a Tom Proves. I due si scambiarono una robusta
stretta di mano, ma le dita del damerino non scricchiolarono
nella presa di John, reagirono anzi con forza. Lady Victoria parlò
con voce fremente di chi ha sofferto e deve subire
un'umiliazione alla quale non era stata abituata.
"Ora che siamo qui tutti per una triste situazione è necessario
parlarne. Il notaio che giungerà fra poco sancirà
definitivamente il risultato del nostro colloquio". Guardò con
disapprovazione George e continuò: "Mio marito aveva già
provveduto a sistemare tutto con discrezione, ma una
vergognosa iniziativa di mio figlio ha riaperto e reso pubblico un
problema che era nostro e tale doveva rimanere. Non che
approvi l'operato di sir Simpson, specialmente per quanto
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riguarda il gioco. No, Dio me ne guardi! Il gioco d'azzardo è una
calamità, indegno di persone timorate di nostro Signore, ma
debbo anche dire che il compagno della mia vita con la sua
rettitudine e nobiltà non era adatto a un'esistenza primitiva,
lontano dalle proprie radici come quella che siamo stati
costretti a condurre in un Paese dove la civiltà è ancora
carente. Qui ci vogliono uomini duri, senza scrupoli, pronti a
sfruttare qualsivoglia occasione. Il gioco per lui è stato un
rifugio, un dimenticare i rovesci finanziari di una conduzione
troppo paternalistica. le drittate di commercianti e uomini
d'affari che hanno raggirato la sua signorilità. Doveva trovare
conforto in noi, nella sua famiglia, ma in questi giorni uno di noi
l'ha tradito, l'ha fatto inabilitare e il contratto con la Dunlop è
stato considerato nullo". Tacque commossa, poi riprese: "Ora
dobbiamo far fronte agli impegni e quindi mettiamo in vendita
la nostra azienda. George dice che mister Caracciolo intende
offrire di più della società inglese. Ebbene. sentiamo".
"Milady, nelle sue parole sento disapprovazione per George.
Mi permetta di dirle che, seppure in modo necessariamente
doloroso, suo figlio ha agito per il bene della famiglia. Ho qui i
dati". Trasse dalla tasca un foglio accuratamente ripiegato e
lesse: "La Dunlop per il sessanta per cento delle azioni della
'Sarawak & Simpson Rubber Company' aveva pagato un milione
di sterline. Ebbene, io per l'intero pacchetto azionario offro due
milioni, nonostante la grave crisi scoppiata in America".
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"Sei generoso, John! Sai bene, crisi o non crisi, che l'azienda
vale di più", intervenne tranquillo Tom Proves. "Io offro due
milioni e cinquecentomila".
'Maledetto rompiscatole', pensò John, 'sai valutare la
convenienza, so anch'io che fino a tre milioni è un affare'.
Guardò George che aveva il capo chino sostenuto dalle braccia
sottili poggiate sulle ginocchia. Si agitò sul divano, estrasse le
sigarette, le offri senza successo e accese la sua.
"Milady, io sono un piantatore, non un banchiere. Se acquisto
la vostra azienda è per continuare a farla vivere sotto il
controllo di noi del Sarawak, non per cederla poi al miglior
offerente. Per me potrete continuare ad abitare nella villa e
mantenere il dieci per cento delle azioni e George potrà
esserne il direttore. Con me al suo fianco le cose andranno
meglio e, in definitiva, lui e Margaret si amano. A queste
condizioni offro anch'io due milioni e mezzo".
"Ma guarda quanto disinteresse, quanto amore per la
famiglia. Sei un maledetto individuo, John Caracciolo. Ora tiri
fuori la sorellina innamorata, come se te ne importasse. Tu ami
solo Templemore e vuoi essere il padrone del caucciù nel
Sarawak!", intervenne furente Lena: gli occhi mandavano
bagliori, il viso acceso. Era quasi bella. A John apparve per un
attimo desiderabile.
Reagì: "No, Lena, questo non puoi dirlo, non te lo permetto!
Proprio tu sai che non confondo gli interessi con i sentimenti".
“Ah no, il nostro eroe! Ebbene, sappi che Tom ed io ci
sposiamo".
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"Calma, Lena. Offro tre milioni!", interloquì pacato Tom,
mentre Lena guardava John con un trionfante sorriso di
scherno.
"George, e tu che dici, non vale di più per te e la famiglia la
mia proposta? Scuotiti, perdio, anche tu conti nella decisione!"
"E' in minoranza per tua sfortuna. Hai fatto male i calcoli,
superuomo!", intervenne con gioia selvaggia Lena.
In quel momento, annunciato dal cameriere, fece la sua
apparizione il notaio, un pallido minuscolo cinese dal viso quasi
interamente ricoperto da grossi spessi occhiali. Durante gli
ossequiosi saluti John valutava intensamente le cifre,
prospettive, desideri: c'era ancora un piccolo margine, ne era
certo, ma la trattativa era ormai prossima alla fine ed il
banchiere non era disposto a mollare. Ebbene, se doveva
cedere, perlomeno pagasse parecchio l'intruso!
"Solo per mia sorella, tre milioni, la casa, il dieci per cento e la
direzione a George".
"Tre milioni e trecentomila!", replicò la voce implacabile.
"Non mi sembra un aumento", disse George.
"Lo è si, conviene accettare", intervenne inaspettatamente sir
Simpson con la voce fioca.
"Ah, lo è, e a me non pensi?", interrogò mordicchiandosi il
labbro inferiore George. "Te la sei tanto presa per l'interdizione
ed ora ci ritroviamo con perlomeno un milione in più".
"No, non potremmo rimanere qui dopo la sentenza. Lo
capisci?"
"Partite voi. Io rimango e sposo Margaret".
91
"Io voto per Tom, e tu, mamma?", dichiarò Lena.
"Per Tom; tu George, avrai il posto in banca e se questo
signore davvero vuole bene alla sorella, vi sposerete. Ne ho
abbastanza del Sarawak", concluse decisa lady Victoria.
"E no, non può finire così".
"Invece finisce proprio così", replicò trionfante Lena. Si
sentiva appagata, eccitata. Avrebbe fatto subito l'amore con
Tom. Era un uomo, perbacco, e l'aveva vendicata. "Notaio,
vuole stendere l'atto?"
"Sì, miss Simpson", rispose la voce fessa del cinese e si diresse
verso il massiccio tavolo e lo ricoprì di carte. "Ho già tutto
pronto. Mancano il nome del compratore e la cifra".
John s'era alzato livido d'ira, salutò con un gesto i presenti e
disse con voce tuonante:
"Tu, George, non mi venire più fra i piedi, scordati di
Margaret, sei un buono a nulla!"
La pioggia cadeva più violenta e lampi squarciavano un cielo
fattosi quasi buio, ma John sembrava non accorgersene e i
capelli, il viso, il vestito erano zuppi d'acqua. Ritto accanto alla
macchina non accennava ad entrarvi. Guardava la tenuta, il
terreno fertile, le migliaia di hevea. Li aveva persi, era stato
sconfitto. Tanto brigare per nulla! Infine sali, avviò la Ford e si
diresse a Templemore. Aveva ancora gli occhi pieni
dell'immagine di Lena: la faccia di una donna affamata, avida,
bramosa.
Si sovrappose il volto di Mary appena uscita dal bagno in
accappatoio spumoso, con la testa inturbantata in un
92
asciugamani. Aveva lo stesso volto liscio, smaltato,
imbambolato che ricordava da sempre. Raccontò a lei, a
Michele e a Linda dei Simpson, di Tom Proves e della decisione
che George non faceva per Margaret.
"Incasseranno, è vero, tre milioni, ma dedotti i debiti e le
passività, ne rimarrà poco più di uno che, diviso per quattro,
quando lo sarà, daranno al giovane duecentocinquantamila
sterline e l'incapace non saprà far altro che metterle a reddito
in banca. Ben poco per una Caracciolo, Margaret può aspirare a
ben altro!"
"Ma l'amore non lo conti?", replicò con voce insolitamente
tesa Mary.
"Che amore, mamma, a diciassette anni si pensa di essere
innamorati e poi si cambia. Mia sorella è troppo ben abituata
per accontentarsi di una vita mediocre..."
"La tua è una stupida vendetta, non puoi fare e disfare tutto
come vuoi. Non si gioca con i sentimenti!"
"Questa è davvero grande. Come, se io sto sacrificando la
giovinezza per Templemore, per tutti noi..."
"No, John, per il tuo smodato arrivismo.., come tuo padre!"
"Mamma, non dire cose delle quali ti pentiresti. John questa
volta ha ragione. Margaret si rassegnerà e poi ti dico che
nemmeno io voglio questo matrimonio. Anche Charles Vyner
disapproverebbe, non può imparentarsi con il figlio di un
inabilitato, specialmente dopo lo scandalo. Dimentichi che fra
due mesi sposerò il futuro rajah del Sarawak? No, papà, vai tu
da Margaret, convincila, mandala in Inghilterra, riportala qui,
93
insomma fai di tutto, ma di questo matrimonio non se ne deve
più parlare!"
La volitiva, positiva Linda era intervenuta col peso di chi parla
poco e per una volta era dalla parte di John. Ma, a pensarci
bene, da quando il fratello stava incrementando enormemente
Templemore ed impinguando il valore della Rubber Caracciolo
Company, gli era favorevole. Insieme i due giovani si
allontanarono parlottando. Michele e Mary rimasero muti e le
prime ombre della sera li avvolsero insieme al salotto dove
ancora non erano state accese le luci.

Parte II
( Paul)

97
CAPITOLO VII
"Paul, Paul, dai, sbrigati, non facciamo attendere le ragazze"
La porta fu violentemente spalancata ed un giovane alto,
sottile dalle lunghe membra nervose, scattanti sollevò la mano
in un gesto che incitava alla calma. Il viso zigomoso era
incredibilmente attraente, illuminato da occhi di un profondo
verde smeraldo ed un caldo sorriso che delineava un reticolo di
piccole piacevoli rughe diramantisi dalla bocca sottile dal taglio
deciso. Lo sguardo intelligente e sognante al tempo stesso,
svelava un certoché di amaro, sofferto. I capelli di uno strano
colore biondo, quasi bianco, si sviluppavano in una serie di
morbidi riccioli in contrasto con la pelle abbronzata.
"Non ti agitare, Spencer, l'appuntamento è fra mezz 'ora",
disse.
"Si, ma al giardino Cinese"
"Faremo in tempo. Andiamo". Infilò il portafoglio nella tasca e
si chiuse la porta alle spalle. Formavano una strana coppia,
essendo Spencer basso, bruno e straordinariamente nerboruto.
Amici per la pelle negli ultimi tre anni di collegio a Singapore, si
accingevano a conseguire il diploma dell'high school nell'afoso
giugno 1934. Nel clima equatoriale malese non c'era una
grande differenza fra un mese e l'altro, se non per l'influenza
dei monsoni, ma quell'anno avevano goduto di un'umidità
particolarmente bassa per la città asiatica, che
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improvvisamente era tornata ai livelli normali. Uscirono
nell'ampio prato e presero l'autobus. Dopo una trentina di
minuti furono al lago Jurong e raggiunsero l'isola artificiale.
Sull'ingresso due graziose ragazze nei corti e leggeri vestiti di
organdis dalle tinte vivaci, parlavano animatamente. Appena li
scorsero mossero incontro ai giovani e Doris s'impadronì di
Spencer, avviluppandogli il braccio intorno alla vita e Annette si
avvinghiò a Paul. Insieme entrarono nell'esotica e non molto
riuscita ricostruzione dell'antico Palazzo Estivo degli imperatori
cinesi di Pechino. S'era tentato addirittura lo stile Sung, con
padiglioni, laghetti, ponti di legno, ma l'originale che Paul
conosceva da quadri e disegni aveva ben altra bellezza e
fascino. Ciò nonostante i sentieri serpentini fra un verde
protettivo erano più che mai favorevoli, nell'assolato
pomeriggio, alle effusioni degli innamorati e numerose coppie,
dietro alte sculture o nel folto di un boschetto, si abbracciavano
e baciavano appassionatamente, presto imitati dai nuovi
arrivati.
Com'era liscia, vellutata la pelle di Annette, quanto sodi ed
eretti i piccoli seni. Le bocche unite in lunghissimi ardenti baci
non riuscivano a trovare la giusta posizione. Non erano molto
esperti i due giovani. La lingua di Paul incontrava di continuo la
barriera fitta e tagliente dei piccoli bianchissimi incisivi appena
dischiusi di lei e ne riportava leggere brucianti ferite, e quando
tentava di farle allargare il varco, goffamente imitandola, strani
rumori frenavano anche per poco lo slancio, per poi subito
tornare alla situazione precedente. La ragazza vibrava alle sue
99
carezze, gli occhi semichiusi, lo sguardo appannato in una
nuvola d'eccitazione, le guance arrossate dal subbuglio di
sentimenti e dallo sfregamento della pelle ispida del volto di
Paul, emetteva profondi sospiri intervallati a soffocate frasi
d'amore. Le mani piccole e morbide s'infilavano fra i riccioli del
suo compagno o sotto la camicia e percorrevano il piatto ossuto
torace, soffermandosi sui corti e radi peli e i polpastrelli
minuscoli li attorcigliavano possessivamente. Abbondante
madore scorreva sui giovani volti mescolandosi in un agro
stimolante odore e Paul la frugava al di sotto del vestito, lungo
le cosce levigate, scottanti e le lunghe impazienti dita
tentavano di sganciare le mollette cui erano fissate le calze
leggere o più su, nell'intrico di nastri elastici verso il palpitante
oggetto dei suoi confusi desideri. Allora una mano bloccava la
sua con dolcezza e i baci si moltiplicavano. Era rassicurante quel
comportamento pudico e protettivo del massimo traguardo, e
Paul poteva tranquillamente dar sfogo alla sessualità che
avvertiva possente contro il corpo di lei. Quanto differente il
suo agire con Annette rispetto a quello ansioso, colmo di paure
provato con Ai-lan, la giovane e inquietante nipote di Ciang,
nell'ultima estate a Templemore! La diciottenne cinese, dal
volto avido, bramoso, aveva reagito ad una carezza sfuggente di
Paul in un assolato giorno d'irrequietezze sessuali con un
imprevisto lanciarglisi fra le braccia ed un forsennato baciarlo
sugli occhi, sul naso, sulla bocca, infilandogli la lingua spessa,
scarlatta ed aguzza tutta luccicante di saliva a frugargli il palato
fin quasi alle tonsille e a incontrarsi con la sua che timidamente
100
si muoveva in un pallido tentativo di risposta. Aveva gustato e
finalmente provato le meravigliose sensazioni di un vero bacio.
Avrebbe con gioia continuato la relazione nei quieti silenziosi
ambienti della grande casa se si fossero limitati ai baci, le
carezze, i palpeggiamenti, ma Ai-lan non era dello stesso avviso.
La cinese dai selvaggi seni terminanti in piccoli duri capezzoli,
dalle belle gambe ricoperte da un'eccitante pelle aspra, vieppiù
accentuata dallo stimolo sessuale, entrava, subito dopo
l'aurora, quasi di soppiatto nella stanza di Paul con il pretesto di
portargli il caffè, apriva e richiudeva silenziosamente la porta,
sedeva sul bordo del letto e lo svegliava con un caldo
risucchiante, umido bacio. Con gesti fulminei tirava via il
lenzuolo e si schiacciava su di lui, mentre un satanico sorriso
aleggiava sulle labbra grosse, tumide alla sue evidente
eccitazione, e rapida si spogliava mostrando intera la sua nudità
e il boschetto rigoglioso fra le cosce piene. Afferrava il sesso del
ragazzo e lo stringeva fra le dita e nel palmo duro al di sopra del
pigiama e poi tentava di liberarlo dagli impacci del cotone per
farsi penetrare. Ma Paul era atterrito da quella aggressività e
l'eccitazione fuggiva via. Allora s'affrettava a respingere la
ragazza ammonendola sul pericolo che i genitori o i fratelli
entrassero nella stanza scoprendo la tresca. Ai-lan non se ne
dava per inteso ed insisteva fin quando Paul, ormai disarmato,
non la spingeva fuori dalla porta e vedeva il sorriso di lei
trasformarsi in una smorfia di disprezzo. Durante il giorno ogni
occasione era buona per la cinese per stuzzicare il ragazzo. Lo
seguiva come un'ombra, e in un andito buio, o sotto i folti rami
101
degli alberi del giardino, imprevista appariva e si avvinghiava a
lui baciandolo, toccandolo, provocandolo, denudandosi e
cercando di denudarlo. Paul non voleva farsi prendere in giro o
divenire la favola di Templemore, e con calma solo apparente le
parlava tenendola a bada ed ammonendola sulle terribili
conseguenze di essere visti da qualcuno dei suoi. Un
pomeriggio nel quale nell'appartamento padronale non c'era
nessuno per una gita in barca dei familiari, Ai-lan entrò nella
stanza di Paul e fulminea si scopri gettandosi su di lui. Paul
aveva trascorso una notte agitata, desideri sessuali ingigantiti
dal caldo equatoriale e da sogni morbosi l'avevano bersagliato.
Anche durante l'intera mattinata non era riuscito a leggere che
poche pagine del romanzo di Faulkner Luce d'agosto e s'era
dato a lungo all'autoerotismo, intervallando la madida
operazione con soste di rimorso e di nausea. Accettò quindi
l'aggressione di Ai-lan senza la solita resistenza. Una sicurezza,
nuova per lui, lo spingeva a compiere l'atto sessuale e cercò di
dimenticare ciò che un giorno Michele gli aveva detto in una
delle rare conversazioni fra padre e figlio: 'Fai attenzione con le
ragazze, accertati che siano maggiorenni e non metterle
incinte. Ormai anche da noi la legge è severa e non abbiamo più
il potere di prima'. Il sesso era duro ed eretto ed Ai-lan con un
grido di gioia l'aveva afferrato e cercava d'introdurlo dentro di
lei, ma gli ansanti sospiri, il viso stravolto dal desiderio, quella
specie di ululati che più nulla, per Paul, possedevano di umano,
l'avevano smontato e ancora una volta rimase disarmato e si
negò decisamente. La cinese allora, pazza di rabbia e di voglia
102

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Ultima modifica di Bruno il Sab Giu 29, 2013 1:19 pm, modificato 2 volte
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MessaggioTitolo: Re: LA MALEDIZIONE DI TEMPLEMORE (Caucciù), romanzo di Bruno Cotronei   Gio Gen 01, 2009 2:16 pm

inappagata, esplose in una serie di volgarissime invettive delle
quali due rintronavano ancora nella mente del giovane:
impotente, finocchio! Era rimasto solo, mortificato, sconvolto e
con un oscuro desiderio di suicidio, e l'estate era finita col
ritorno a Singapore. Impotente, finocchio! Chissà perché,
mentre Annette riposava fiduciosa o soddisfatta fra le sue
braccia -la testa poggiata fra la spalla e il mento, le mani a
carezzargli il viso ed i capelli-, gli bruciavano ancora. Era forse il
giardino Cinese che evocandogli Ai-lan gli rimandava il difficile
avvio della sua attività sessuale. Finocchio? Di sicuro non lo era,
perdiana! Impotente? Il dubbio atroce tornava a tormentano:
aveva o no delle normali erezioni? L'anno prima, il penultimo di
scuola, quando ancora non era permesso agli allievi di uscire da
soli e, irreggimentati, venivano condotti per le strade di
Singapore, nei musei, nei giardini o a qualche festa studentesca
e desiderosi ammiravano le signore eleganti, attraenti, piene di
vita o le vistose prostitute a loro proibite, l'esuberante Jean Le
Bargy aveva mostrato con aria da cospiratore un giornaletto
pornografico parigino rubato al fratello e conservato come una
reliquia. Ai visi assatanati dei ragazzi era apparsa una donna
nuda, procace, conturbante che masturbava uomini muscolosi
con sessi enormi dai glandi gonfi come il cappello di un fungo
porcino malefico, in un'elevazione che puntava esageratamente
verso il cielo. S'era sì associato alle esclamazioni eccitate dei
compagni e alla brama di essere loro a godere dei favori della
femmina allupata, ma, appena aveva potuto, nella solitudine
rassicurante del bagno, s'era più volte confrontato con quel
103
ricordo traendone profondi motivi di sconforto: troppo vistosa
la differenza, sia per le dimensioni che per l'elevazione. Allora
lui non solo non era superdotato -e questo non gli importava
molto- ma addirittura decisamente al di sotto della media? Ne
era certo? Come avrebbe voluto verificare, essere giudicato da
una donna esperta o magari chiedere a qualche alunno del
corso superiore d'essere illuminato su quelli che per lui erano
ancora misteri! Ma temeva troppo il responso e preferiva
rinviare, occuparsi d'altro; magari degli studi, della politica,
dell'economia, di cultura in generale dove da tempo
primeggiava. Forse, pensava mentre stringeva Annette a sé, il
dubbio atroce l'aveva guidato nel comportamento reticente
con Ai-lan e alla vergognosa figura prima dell'ultima partenza
da Templemore. Ora era anche lui un allievo dell'ultimo anno,
le ragazze gli mostravano una palese preferenza ed aveva
scelto, fra tante, Annette, ma i suoi problemi sessuali non erano
stati risolti, solo rinviati. Perché quei dubbi? Amava le donne,
s'eccitava alle loro moine e Annette, tanto graziosa e
corteggiata, era soddisfatta, appagata dopo il petting. Ma la
fidanzatina era appena una ragazza, non una donna esperta!
Qualche pomeriggio s'intruppava con i colleghi in una delle loro
rituali visite ai postriboli quando sciamavano da Coller Quay e,
attraverso il ponte pedonale pieno di negozi, scendevano a
Chahge Alley e, nell'angusta stradina zeppa di bottegucce, si
lasciavano andare a fragorose risate per una storiella piccante
raccontata spavaldamente a voce alta e, dopo Battery Road e
Chulia Street, entravano in Chinatown; ma qui, colto dai soliti
104
timori, silenzioso si defilava e si rinchiudeva in un
cinematografo o in un museo. A volte da solo si dirigeva con
decisione verso un postribolo non frequentato dai compagni.
Se davvero avesse dovuto fare una brutta figura, gli amici non
ne sarebbero stati informati. Sulla soglia della sgargiante porta
chiusa dell'anonimo palazzotto però s'arrestava dubbioso e
l'inquietudine lo assaliva. Passeggiava allora su e giù tentando
con razionali argomenti di decidere positivamente, ma, alla
fine, batteva in ritirata maledicendosi per la sua vigliaccheria.
Eppure non era un pusillanime: nei confronti dei compagni o di
occasionali incontri lungo la strada in qualche immancabile
dissapore sfociante in una piccola rissa, non si tirava indietro e
sapeva manovrare i pugni, anche se non era particolarmente
robusto o muscoloso. Più tardi, nella quiete della sua stanza in
collegio, tornava a sfogare il desiderio represso con
l'autoerotismo durante il quale immaginava con passione
donne e le toccave, le carezzava, le baciava dovunque e le
faceva sue. Ma non è che poi ne facesse la ragione della sua
vita: molti erano gli interessi della sua giornata e in definitiva
Annette, che sentiva calda, dolce, palpitante fra le sue braccia,
gli era più che sufficiente per l'amore, e si chinò a baciarla.
"Annette, Paul, su, dobbiamo andare!"
"Uhh, che ti prende, Spencer? Quando mai sei tu a
ricordarcelo?", protestò la ragazza emergendo dall'abbraccio di
Paul.
105
"Scusami, Annette, ma dobbiamo tornare prima, il tuo
cavaliere ha promesso di aiutarmi in questi ultimi giorni che
restano all'interrogazione finale".
"E tu, testone, non potevi pensarci per tempo?", punzecchiò
Doris mordicchiandogli l'estremità del naso a patata.
" E chi avrebbe sopportato i vostri lamenti? chi avrebbe
soddisfatto le vostre voglie smodate?"
"Ci sono tanti ragazzi".
"Ma smettila, questa Messalina", replicò Spencer, tendendosi
allo spasimo per sembrare più alto. "E poi è bene anche per voi
studiare un po' di più".
"Per noi, caro il mio omone, non ci sono problemi per la
promozione. Non saremo dei geni come Paul, ma ce la
caviamo"
"Ed io no e debbo farcela, altrimenti mio padre mi uccide,
come io farò fuori te se continui ad essere tanto spiritosa"
"Perché, bocciano un campione di rugby, un mediano
famoso?", intervenne Annette che nel frattempo si era
ricomposta.
"Si, tesoro, non c'è più giustizia. Ora promuovono solo chi
studia o chi dà lustro alla scuola solo con i libri, come Paul, e
non con la palla ovale come me"
"Quieti, ragazzi, non litigate. Spencer ha davvero bisogno di
studiare molto. Andiamo", sentenziò Paul.
"Beh, vuoi dire che noi due ce ne andremo a cinema, vero
Annette?"
"Senza il mio Paul non faccio nulla".
106
"Ed io ti strozzo", minacciò Spencer avvolgendo le manone
intorno al candido collo di Doris che si mostrò terribilmente
spaventata e replicò:
"Bella la morte se mi è data da te, maschione mio! Torniamo
anche noi al meraviglioso collegio, stai tranquillo, ma non per le
tue tremende minacce, solo per la volontà della nostra Giulietta
che nulla vuoi fare senza il suo Romeo, oh, Shakespare, quanti
innamorati hai illuso!"
"La mia non sarà un'illusione, Doris, almeno io spero, ma tu
rimarrai anche d'estate e l'anno prossimo vicino a Spencer,
invece Paul vuole andare ad Oxford per laurearsi in chimica"
"Perché tanto lontano?", domandò Doris mentre i quattro
lasciavano l'isola e si affrettavano alla fermata dell'autobus.
"Per il prestigio, per i professori, per la vicinanza delle fabbriche
di gomma sintetica che servirà sempre di più all'impiego di
materiali elastici in campi preclusi al caucciù", disse Paul.
"E' strano che l'erede di una delle più grandi piantagioni della
Malesia voglia specializzarsi in qualcosa che significherà la fine
della gomma naturale", eccepì Spencer.
"No, Paul dice che il caucciù sarà sempre molto usato, ma la
gomma sintetica lo integrerà in modo mirabile. Poi lui non è il
solo erede di Templemore. John e Tom, i suoi fratelli maggiori,
già se ne occupano", intervenne sapiente Annette, stringendo il
braccio di Paul.
"Sì, questo l'ha raccontato anche a me fornendomene i dati
che sinceramente non ho ben capito, ma credo che
Templemore possa bastare per tutti. Poi ero certo che Paul
107
avrebbe studiato la storia, l'economia politica all'università, ma
non chimica"
"Certo, Spencer, la sua passione è la storia. Paul sostiene però
che non può abbandonare l'azienda alle improvvisazioni dei
fratelli. Conoscendo bene la chimica potrà migliorare la
produzione di caucciù ed integrarla..."
"Ma come siete seri, io invece penso al regalo dei miei
genitori per il diploma. Mi hanno promesso l'automobile. E a te,
Annette?", esplose Doris.
"Un anello con un grande rubino, sebbene preferirei un
viaggio in Europa, l'ottobre prossimo, potrei così rivedere Paul
prima delle vacanze"
"L'eterna Giulietta... oh, il nostro autobus". Affrettate carezze
e sguardi innamorati e i quattro giovani si separano.
108
CAPITOLO VIII
La nave attraccò al molo di Kuching. Subito due robuste guardie
indiane, con il volto coperto da folte scurissime barbe, si
precipitarono a bordo e fecero largo a Paul, indicando
imperativamente a un coolie di prendere i bagagli. Ai piedi della
passerella la biondissima sontuosa Linda, la nuova maharani del
Sarawak, lo abbracciò teneramente dicendogli:
"Caro, caro, che gioia riaverti qui, ma fatti guardare... uh, che
bel giovanotto, scommetto che le tutte le liceali saranno pazze
di te. A proposito, complimenti, ho saputo dei tuoi successi, il
migliore di tutto il collegio, bravo, sono orgogliosa di te, anche il
rajah lo è!", e voltandosi lo additò a un baldo maggiore della
marina inglese che attendeva pazientemente ad alcuni passi di
distanza.
"Maggiore Smith, ecco il mio più giovane fratello. Paul. ti
presento il maggiore Thomas Smith, nuovo incaricato in
Sarawak di Sua Maestà Britannica. Pensa, a trent'anni ha gìa
una carica tanto importante".
Con andatura regale si diresse alla Rolls- Royce seguita dai due
uomini. L'Astana apparve dietro una grande curva in tutto il suo
nuovo splendore: Charles Vyner l'aveva completamente
rinnovato. Era ora un vero grande imponente palazzo in stile
Tudor. Alcune costruzioni erano state abbattute e un'immensa
piazza conferiva alla residenza del rajah ancor maggiore respiro,
109
mentre stupendi alberi al di là dell'alta ed elaborata cancellata
lo incorniciavano degnamente. Alle spalle del palazzo, che
contava ben cinquecento vani fra saloni, stanze e corridoi, il
vasto parco era stato dotato di un'accogliente piscina di forma
ellittica e di numerosi campi da tennis dal perfetto fondo in
erba. Gli innumerevoli pozzi di petrolio, scavati al largo della
costa dalla British Petroleum fornivano generose royalties al
sovrano. Un perfetto presentat'arm accolse Linda e i suoi ospiti
e l'auto entrò sotto le fresche volte dell'edificio. La maharani
pregò Smith di attenderli nel salone degli ospiti e accompagnò
Paul nella stanza che gli aveva assegnato.
"Ed ora, fratellino, debbo chiederti una cosa, ma ti prego di
essere sincero con me, ti raccomando".
"Sì, Linda, dimmi".
"Mi hanno riferito di Margaret e ne sono amareggiata. Dicono
che a Singapore conduca una vita, come definirla?, originale o
forse è più esatto scandalosa. Sembra che, nonostante il marito
e il figlio, frequenti liberamente George, senza preoccuparsi
affatto delle apparenze".
"Che posso dirti, Linda, le poche volte che sono stato a casa sua
Robert era assente, tranne un giorno e mi sembrava lei non
fosse particolarmente gentile con il marito, né si occupasse
troppo del piccolo Laurence. Beh, per quanto riguarda George,
un giorno era lì e si guardavano con grande confidenza. Un altro
li ho incontrati insieme presso la banca dove lui lavora".
"E non hai detto niente?
110
"Sì, Linda, se proprio vuoi saperlo, le ho parlato. Beh, tu conosci
Margaret, il suo carattere impulsivo, mi ha ingiunto di non
occuparmi delle sue cose, poi è scoppiata a piangere. Mi ha
ricordato di come George le è stato strappato da John per
ripicca, per vendetta e di quanto si senta sola nel grande
appartamento con Robert sempre troppo preso dal suo
cantiere navale, ed ha concluso minacciandomi se avessi
parlato ed aggiungendo che in fondo non gliene importa nulla,
ma che noi non tentassimo di fare qualcosa contro George
perchè lei ora non è più una ragazza di diciassette anni e sa
come difendersi".
"Ma Robert cosa dice?"
"Non lo capisco, Linda, sembra indifferente".
"Ma è uno scandalo, uno scandalo, Dio mio. Posso
comprendere tutto ed anche giustificare, ma un minimo di
decenza impone che certe cose vadano fatte con discrezione.
Bah, caro, ora cambiati e poi raggiungici a pranzo... Sant'Iddio,
che roba, che roba!" Scomparve con aria regale mormorando.
Due biondi frugoletti gli mossero incontro festosi gridando:
"Zio Paul, è arrivato lo zio Paul".
"Elizabeth, Charles Eduard, venite qui, un bacio. Guardate cosa
vi ha portato lo zio". Apri un pacco e porse ai bambini alcuni
giocattoli.
"Che bello, grazie, zio".
"Su, andiamo, bambini", intervenne autorevole la tata e li
trascinò via.
111
Charles Vyner sedeva maestoso a capotavola su un'alta sedia
con braccioli. Sembrava quasi un vecchio e i baffoni, i boccoli, le
folte sopracciglia erano completamente bianche. Tese la mano
a Paul e gli fece cenno di sedergli accanto. Dall'altro lato Linda
era vicino al maggiore Smith e Paul scorse con sgomento
un'evidente corrente di simpatia, d'interesse fra i due. Brooke,
fra un boccone e l'altro, gli chiese:
"Ed ora, dopo il diploma, che farai?"
"Ho intenzione, altezza, di iscrivermi ad Oxford".
"Bravo, era ora che un Caracciolo si laureasse, e in quale
facoltà?"
"Chimica".
"Bravo, bravo. L'anno prossimo saremo in visita al re a Londra.
E che cosa si dice a Singapore?"
"Le solite cose, ma negli ambienti più evoluti c'è
preoccupazione"
"Perché"?
"Per quello che accade nel mondo e in particolare per le mire
del Giappone su tutto il Sud asiatico. Dopo l'invasione della
Manciuria del '31 e la creazione dello stato fantoccio del
Manciukuò non contrastato dalle grandi potenze, i giapponesi
dimostrano di non temere più nulla e vogliono espandersi in
zone ricche di materie prime..."
"Ma, mister Caracciolo", intervenne Smith, "il mio Paese ha
quasi terminato la costruzione della grande base navale a
Singapore, dovrebbe saperlo".
"Certo, lo so, ma è ben lontana dall'essere terminata".
112
"Già vi sono grandi navi e lo scopo è di ammonire i nipponici",
replicò Smith con energia.
"Bisogna vedere se è sufficiente. A Singapore ritengono di no. E
poi, egregio maggiore, un uragano reazionario sembra
travolgere il mondo. In Portogallo dittatura di Salazar, in
Germania dittatura nazista di Hitler, in Austria Dollfuss, in
Lituania, Lettonia, Estonia e Bulgaria Stati autoritari, in Italia il
fascismo con Mussolini è ormai fortissimo, a Cuba Batista..."
"Mi sembra troppo pessimista, le grandi democrazie
rimangono..."
"Se si muovessero, si, forse potrebbero ancora arginare, ma
non dimentichi, maggiore, Mao Tse-tung che fugge con i suoi
comunisti incalzato dai nazionalisti, il colpo di Stato in Francia
da parte dei fascisti e pochi giorni fa Hitler, nella già famosa
notte dei lunghi coltelli ha sterminato gli indocili sicari senza
che il Paese reagisse. Sono dati di fatto precisi, incontrovertibili
ed un medico appena discreto diagnosticherebbe un profondo
malessere, se non una malattia mortale, della democrazia".
"Hai ragione, Paul, a Londra ne parlerò al re", decretò con aria
superiore di chi ha risolto tutto Charles Vyner con la solita voce
sottile fessa che tanto contrastava con l'atteggiamento.
Nei confronti dell'Astana, la grande casa di Templemore faceva
una ben misera figura: una patina di abbandono si stendeva su
di essa. Persiane dalla vernice scrostata, muri con un reticolo di
piccole sottili fenditure, aiuole poco curate e il chioschetto delle
orchidee che lasciava in alto passare un impertinente raggio di
sole. Eppure la vita fluiva intensa più di prima. Un gridio di
113
bambini, alternantesi con voci più profonde di adulti, accolse
Paul alla cui apparizione si scatenò una corsa tumultuosa su
deboli gambette e cinque marmocchi lo attorniarono felici, gli
sguardi avidi, curiosi alla scoperta dei regali che lo zio aveva
portato loro. Michele junior afferrò per primo il voluminoso
scatolo contenente giocattoli per lui ed i fratellini minori,
Marianna e Gary, precedendo di poco ed aiutandosi con una
robusta spinta, il cuginetto Gregory che, immusonito,
incominciò a scartocciare il pacco anche per la sorellina Betty
avanzante lentamente nell'immane fatica di spingere con le
braccine grassocce e i minuscoli piedi il girello rosa. Surama,
con il viso invecchiato, incorniciato di grigi capelli insieme ad
una giovane tata cinese, li sorvegliava. Era palesemente
contenta: aveva nuovamente dei bambini da accudire e poteva
riabbracciare il suo Paul. Il giovane era lieto del ritorno alla
vecchia Templemore e il ricordo di mesi sereni si accavallava
nella sua mente, seppur turbata da un qualcosa che non sapeva
o non voleva analizzare. Amava i bambini ed aspirava ad
averne, eppure la tumultuante nidiata lo infastidiva e dopo
poco, ignorato dai bambini intenti ai nuovi balocchi e a piccole
agitate zuffe a stento sedate dalle donne, entrò in casa e si
diresse al piano superiore alla ricerca dei genitori. Mary lo
abbracciò con affetto e dagli occhi sciupati dal tempo
sgorgarono lacrime di gioia, mentre Michele gli tese la mano e
strinse la sua con tocco leggero. L'ex marittimo era ridotto ad
un pallido simulacro dell'uomo forte e volitivo. La decadenza
iniziata da vari anni era giunta quasi al culmine: non aveva più
114
capelli, la bocca devastata, le spalle curve, il torace incavato e
magro. Solo gli occhi mandavano antichi bagliori e non era
un'espressione di simpatia quella rivolta al suo figlio più
giovane. Non occupavano più la grande camera matrimoniale,
ma una più piccola che affacciava sul retro della casa verso i
capannoni. Un mobiletto bianco era ingombro di medicine ed
un vecchio telaio con un ricamo appena iniziato era illuminato
dal vicino balcone dal quale pendeva una tenda non proprio
pulita. A tavola rivide i fratelli. John sempre autoritario e
prestante, e Tom, tracagnotto ed impacciato che ne subiva il
fascino. L'angolosa, ma non priva di una certa bellezza, Luana
Kennedy, moglie di John, sbandierava un comportamento da
padrona e non si peritava di nascondere l'ingente dote e la
potenza finanziaria del padre, proprietario a Singapore di
importanti filande di cotone. Quel giorno, in occasione del
ritorno di Paul, anche l'aristocratica Grea Astorford, figlia del
secondo banchiere del Sarawak e sposa di Tom, era stata,
invitata e sedeva composta, altera rimirando di continuo nella
specchiera di fronte il volto attraente incorniciato da una folta
chioma di un rosso tiziano. Per Paul rimaneva un mistero come
una donna tanto raffinata e seducente avesse sposato quel
sempliciotto di Tom e si fosse rassegnata ad abitare nella
casetta sotto il capo Datu, anche se rimodernata ed ingrandita.
Era evidente la scarsa amicizia, per non dire antipatia, che
correva fra le cognate, ma tutt'e due lo divoravano con gli occhi
e si prodigavano in mille cortesie e sguardi infuocati.
115
"Ebbene, Paul, mi compiaccio per il tuo brillante diploma",
disse John. "Ed ora ti iscriverai a Chimica?".
"Sì, John, ma vorrei farlo ad Oxford".
"In Inghilterra?"
"Sì".
"Non ne vedo la necessità. Tanto lontano e con spese
indubbiamente maggiori. Sai bene quanto la nostra attività
abbia sofferto la crisi economica mondiale, per il diavolo. Non
ignori che la Goodyear e la Firestone hanno preferito rimetterci
le penali pur di non acquistare l'intera nostra produzione che è
rimasta, e in parte s'è deteriorata nei magazzini e quanto mi sia
battuto per riuscire a vendere perlomeno parte della gomma
prodotta quest'anno. Conosci, perdio, il numero di lavoranti
che abbiamo dovuto mandar via e le difficoltà con le banche.
Cristo, se penso che i Proves hanno svenduto la piantagione dei
Simpson alla Dunlop dopo averla pagata oltre tre milioni di
sterline, ne sono contento per la punizione subita da
incompetenti del settore, ma anche scoraggiato per la
situazione. No, non è tempo di spese avventate!"
"Scusa, John, conosco bene la situazione e ne sono spiacente,
specialmente per gli operai, i nostri e quelli americani, inglesi e
tedeschi. Fiumane di povera gente senza pane ed emigrazione
in massa nel trenta e nel trentuno, i dodici milioni di
disoccupati l'anno scorso nella sola America e la rovina dei
piccoli proprietari, della minuscola e media industria. Ma so
anche che con l'avvento del presidente Roosvelt, che ha
116
sostituito l'incapace Hoover, tutto è cambiato e si sta
evolvendo in meglio..."
"Sono circostanze, non abilità!"
"E no, non puoi dirlo. Con il New Deal, i ministri Ickes, Wallace,
Morgenthau e l'illuminato finanziere Baruch, si è provveduto
alla riorganizzazione generale dell'economia. Roosvelt ha
proclamato la moratoria nazionale che ha permesso alle
banche di riprendere l'attività. Sai bene l'importanza di aver
abbandonato la parità aurea del dollaro e la sua svalutazione
del quaranta per cento e il programma di lavori pubblici che
ridurrà la disoccupazione, ed il sussidio a tanti senza lavoro.
Non ignori spero l'organizzazione del credito agricolo, la
rivalutazione dei relativi prezzi e la saggia riduzione del terreno
coltivato a grano..."
"Questo sarà anche utile all'America, ma non a noi, perchè ha
praticamente bloccato le importazioni..."
"Per ora, John. Ma rifiorendo l'economia, venderemo più
caucciù di prima e poi la fissazione di un orario massimo di
lavoro giornaliero per gli operai permette un aumento dei posti
di lavoro. Sarebbe bene ne seguissimo l'esempio..."
"Ma cosa dici? Cristo, è mai possibile che mi ritrovi un
comunista in famiglia?"
"Roosvelt è tutt'altro che comunista, John, è un presidente
illuminato. Riduzione dei guadagni su ogni singola tonnellata di
prodotto, ma moltiplcazione di esso".
"Già, come se il caucciù si potesse moltiplicare da un anno
all'altro. Tu sei pazzo!"
117
"No, e te lo dimostro. Abbiamo i magazzini pieni, ebbene,
potremo svuotarli mentre gli hevea cresceranno".
"Sei ancora un ragazzino imbottito di teoria e non sai nulla dei
problemi reali!"
"Sarà, il tempo dimostrerà chi ha ragione"
"Comunque, se vuoi laurearti in chimica, andrai a Singapore e
non a Oxford!"
"Ha ragione John, spese inutili", intervenne timidamente Tom.
"Ma questo è ridicolo. In un'azienda con movimenti di milioni
anche ora, cosa possono significare qualche migliaio di sterline
in più".
"Questo lo decido io, piccolo saccente!"
"E no, ora basta! sono stanca di questo prepotenze", esplose
fremente Mary. 'So quanto hai fatto e fai per Templemore, ma
so anche del lauto stipendio che ti attribuisci e del tuo pingue
conto in banca e dei tuoi personali investimenti, ma non
m'importa fin quando non distruggi i tuoi fratelli. E' bene che tu
ricordi come è nata Templemore. Mio padre, l'ha fondata".
"E mio padre prima ed io dopo, l'abbiamo fatta grande!"
"E vero, ma io avrò portato quasi un mezzo milione di sterline?
E allora addebitala a me e falla finita!"
Michele, che a stento toccava cibo e assisteva inerte alla
disputa, fece sentire la sua smorta voce: "John, fai così, ti
prego, mi sembra giusto", e reclinò il capo stanco di tanto
sforzo.
"Se lo vuoi tu, papà, sarà fatto e che Paul vada al diavolo dove
vuole, basta che si tolga dai piedi. Forse quattro anni e vere
118
esperienze gli faranno capire molte cose e farà meno il
comunista".
"Non sono comunista".
"Allora un progressista esagerato. Ma ora basta! Tom, hai
provveduto alla verifica del vivaio ovest e alla formazione delle
nuove squadre di lavoro?"
"Si, tutto in ordine. Kamusug ha la tabella con i nomi".
"Bene, ed ora è tempo di ritornare al lavoro".
119
CAPITOLO IX
Fu uno strano ed inquieto agosto quello che Paul trascorse a
Templemore. Non era certo una novità: da quando frequentava
il liceo il suo mese di vacanza era obbligatoriamente destinato
alla famiglia. Quell'anno però molti fatti contribuirono a
rendere diversi i trenta giorni estivi. In primo luogo l'ansia per
la grande avventura che lo attendeva: Oxford, il lungo viaggio,
l'Europa ricca di fermenti nuovi e, sotto un certo aspetto,
vecchi di duemila anni. Il ritorno alle radici, il continente dei
nonni, dei genitori: tutti erano giunti da là. Via telegrafo erano
stati risolti i problemi dell'iscrizione ed i suoi brillanti voti gli
avevano fatto spalancare le porte della prestigiosa università.
Puntuali, ogni cinque giorni, gli giungevano le lettere di Annette
colme di affetto, di promesse non sollecitate, di minuziosi
racconti di ogni ora trascorsa, e dai fogli vergati con la linda
calligrafia, il profumo di una stagione irripetibile e qualche fiore
rinsecchito che si spappolava fra le dita che lo raccoglievano
con la massima delicatezza per racchiuderlo, petalo, gambo e
frammenti, nei libri che cercava di leggere. Aveva portato da
Singapore romanzi di Caldwell, Faulkner e di Hemingway, i tre
grandi scrittori statunitensi che preferiva. Il mondo dei primi
due, con la rappresentazione della società del Sud -Caldwell con
un crudo realismo e Faulkner attraverso un montaggio geniale
di elementi tragici, comici, epici e grotteschi-, gli ricordava ciò
120
che ogni giorno era quasi costretto a vedere, o volutamente
osservava nella piantagione, nei capannoni, nei grigi villaggi
malesi, daiacchi e cinesi. Una povera misera società sfruttata
dai ricchi, dall'uomo bianco, come, sia pure su piani diversi, la
comunità negra negli stati del Sud della grande repubblica
federale americana. Ne soffriva il giovane ed avrebbe voluto
intervenire, ma si rendeva conto dell'inattualità ed inutilità di
qualsivoglia suo intervento. Doveva studiare, prender prestigio,
fortificarsi e allora, oh sì, allora avrebbe fatto, e tanto! Anche la
condizione del padre, quasi con un piede nella tomba, lo
rendeva triste. Non si erano mai compresi loro due, eppure
sentiva di amare quell'uomo dai cui lombi aveva tratto la vita
ed era tentato di avvicinarlo, di parlargli. Purtroppo
comprendeva la vacuità di un simile tentativo: troppo lontani i
loro mondi, e non era solo un problema generazionale.
Hemingway lo affascinava con lo stile narrativo secco e conciso
e ancor più la pratica della vita avventurosa. Come ambiva
d'imitare i suoi viaggi di nomade o le sue esperienze di guerra e
di rischio. Capiva però di non possedere non tanto il coraggio,
ma la tempra e il fisico robusto dello scrittore, e di provenire da
una situazione socio- familiare diversa e che altri sarebbero
stati i suoi compiti nella vita. D'altra parte, seppur in piccolo, il
viaggio, il vivere lontano da casa, non sarebbero stati un banco
di prova? S'immergeva nella lettura, avido di quelle pagine, e
ne veniva strappato da Ai-lan, ritornata alla carica, ma tenuta a
bada dalla nuova maggiore sicurezza. Più insistenti erano le
cognate che volevano trascinano al mare, in partite di tennis, in
121
gite nei boschi e alla fine, per non essere scortese, accettava e
doveva ammettere di divertirsi, e non poco. Era strano il
comportamento delle due giovani donne: fino all'anno prima
assolutamente indifferenti nei suoi riguardi, trattato come poco
più di un ragazzino, improvvisamente sembravano essersi
accorte di lui e lo colmavano di attenzioni e gareggiavano per
accaparrarsene la compagnia. Con John e Tom, invece, freddi
saluti o generiche conversazioni quando s'incontravano lungo i
sentieri della piantagione o a tavola. Un giorno Grea lo volle a
pranzo nella villetta del capo Datu e Paul scopri il vero Tom. Era
allegro, spigliato, rideva di frequente e liberamente e i bambini
lo adoravano.
"Sai, Paul, sono davvero contento che tu vada all'università.
Era ora che un Caracciolo lo facesse. Io purtroppo non ne avevo
le qualità, già il liceo era troppo difficile per me, ma tu farai
molto bene e sarai utile alla nostra azienda".
"Ti ringrazio, Tom, sei gentile, e indispensabile per
Templemore..."
"Oh, io non sono indispensabile a nulla, cè John qui che è tanto
più capace. Ma hai ragione, ad una cosa sono utile, ai miei
bambini..."
"E sei fortunato, hai una così bella famiglia e la puoi godere da
giovane. E' magnifico a meno di ventidue anni giocare con un
figlio di tre e una bambina che già cammina"
"E ti confesso, ne vorrei avere ancora altri..."
"Che non avrai se non ti fai rispettare di più da John",
intervenne acida Grea scuotendo i bellissimi capelli. "Non ne
122
posso più di vederti eseguire gli ordini di tuo fratello come un
qualsiasi capo piantagione o anche meno, e poi basta con le
arie da padrona di Luana, ma chi si crede di essere quella?"
"Pazienza, Grea, è la moglie del maggiore ed io..."
"Ma che pazienza e pazienza, scuotiti, fatti valere o finirò per
tornare da mio padre con Betty e Gregory!"
"Cara, te lo prometto, otterrò di più, ti darò di più, siamo
giovani, infine. Aspetta qualche anno, ed ora non roviniamo il
pranzo a Paul. Ci offri un whisky, da brava?"
"Prendilo, non faccio la serva a nessuno io, o chiama la malese
e, a proposito, ho bisogno di un'altra domestica..."
"Ma, cara, abbiamo già un cuoco, la tata e una cameriera. Sai
bene che non posso permettermi di staccare un'altra operaia e
rifondere il salario all'azienda".
"Sei uno stupido ed un pusillanime. Fatti aumentare lo
stipendio. E le tue sorelle hanno diecine di domestici, tuo
fratello perlomeno dieci e noi solo tre. Ah, l'errore che ho
commesso a sposarti, io, una Astorford!" Si alzò agitata, si
diresse alla piccola veranda muovendo il corpo formoso. Un
raggio di sole la investì generando bagliori rossastri fra i folti
capelli. Sembravano lingue di fuoco e l'effetto era attraente e
terrificante al tempo stesso. "Ha smesso di piovere, non vai ai
capannoni? Paul mi accompagnerà al mare".
"Non porti i bambini?"
"Non lo so, non credo, voglio stare tranquilla e calmarmi
"Allora ciao, Paul, e vieni ancora, mi farai piacere. A stasera,
cara", disse Tom e si accinse a baciare l'irrequieta moglie, ma
123
Grea, con un brusco scarto, gli si sottrasse e sprofondò nel
divano accavallando le lunghe gambe. La malese comparve
silenziosa e Grea le ordinò di versare due whisky e di tornare in
cucina.
"Sei fortunato, Paul, a partire, potessi farlo anch'io!", disse
sorseggiando il liquido ambrato. "Non ne posso più di questo
Paese, dell'eterno caldo, di quest'umido impossibile. Su,
andiamo, il mare ci rinfrescherà".
Per un ripido viottolo scesero all'imbarcadero e presero un
piccolo motoscafo che si dondolava accanto ad un pontile in
legno con le assi consunte dalla salsedine e si avviarono verso
l'estrema propaggine della desolata spiaggia di Sematan. Grea
aveva portato i costumi e grandi asciugamani di spugna. Fece
entrare Paul nella malandata capanna ed il giovane indossò per
la prima volta una specie di corto pantaloncino di lana che gli
lasciava scoperto il lungo torace e si serrava troppo
strettamente al sesso. Usci impacciato, osservato attentamente
dalla donna che disse:
"Sei bello, Paul, sembri un angelo, sei davvero uscito dalla
famiglia" e gli ficcò le dita impazienti fra i riccioli morbidi
scompigliandoglieli. Poi scomparve a sua volta nella capanna.
Paul, non sapendo cosa fare -non era mai stato al mare senza
una comitiva anche se ridotta al minimo-, camminava sulla
battigia guardando l'ampio arco della lunghissima spiaggia,
l'orizzonte lontano e i grandi uccelli che planavano fra le onde
in un volo silenzioso interrotto da rochi stridii, quando fu
costretto a voltarsi dalla voce squillante di Grea. Indossava un
124


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MessaggioTitolo: Re: LA MALEDIZIONE DI TEMPLEMORE (Caucciù), romanzo di Bruno Cotronei   Gio Gen 01, 2009 2:24 pm

costume di formato ridotto, forse l'evoluzione del vecchio
jensen, in sottile jersey che sottolineava, anche se non in forma
parossistica, il seno prepotente, il ventre tondo e nutrito, e
lasciava scoperte le bianche spalle tornite e le belle gambe di
muscolosa carne giovane. Paul rimase senza fiato e portò lo
sguardo sul viso della cognata, e i grandi occhi saggiamente
truccati, l'ovale perfetto, le carnose labbra ben disegnate non
erano da meno del corpo. Grea percepì il turbamento e,
sorridendo sicura di sé, gli mosse incontro.
"Non sono bella anch'io? Mica sei solo tu il bello in famiglia,
sai?" Gli carezzò i riccioli, passò un dito morbido sulla bocca di
Paul scrutando curiosa le curve del costume del cognato. "Su,
facciamo il bagno", disse e si immerse nell'acqua fin quando le
giunse ai fianchi. "Vieni", ordinò e incominciò a nuotare seguita
da Paul.
Dopo un po' emersero grondanti. Grea prese un lenzuolo dì
spugna ed energicamente incominciò ad asciugare il giovane. Le
sue dita nervose, possessive, immerse nel diaframma di stoffa,
percorrevano energicamente il torace, le spalle, le gambe di
Paul e risalirono un paio di volte fino quasi all'inguine causando
l'esagerata ed improvvisa accentuazione di una curva del
costume del ragazzo.
"E stai fermo, fai il bravo", disse Grea, assestandogli un rapido
colpetto proprio lì. Poi, porgendogli un altro lenzuolo: "Avanti,
da bravo, ora tocca a te asciugarmi".
"Ma no, Grea, fai da sola".
"Su, coraggio, non fare il bambino, di cosa hai paura?"
125
Paul, eseguì con mano leggera tenendosi lontano dai punti
scabrosi.
"Ma questa è tutta la forza che hai?... e le gambe me le lasci
bagnate? dai!"
Paul era agitatissimo, un oscuro presagio di pericolo, di peccato
lo avvolgeva.
"Ora basta, bravo" Si stesero fianco a fianco sulla sabbia calda
ed accogliente come un letto. "Ed ora vai nella capanna, prendi
quella bottiglia scura che ho portato e ritorna", comandò
ancora la donna. Paul fu lieto dell'occasione per allontanarsi. Di
un balzo fu in piedi e raggiunse la capanna. Trovò la bottiglia e
la prese insieme ad un libro di Caldwell, l'avrebbe distratto. Si
muoveva lentamente, voleva guadagnare tempo, far
normalizzare la curva del costume.
"Paul, sei morto? l'hai trovata?"
Non c'era scampo, doveva tornare. "Sì, vengo", disse e fu
nuovamente vicino a lei.
"Questo è normale olio di cucina, ne metti un po' sulla mano e
me lo passi sulla pelle, mi eviterà di prendere troppo sole e di
scottarmi. Incomincia dalle spalle".
Ora non c'era più la spugna fra la mano di Paul e la fresca
elastica pelle di Grea, solo la sottile patina di qualche goccia di
untuoso olio. Il palmo aperto, le dita tese rigidamente scesero
dal collo lungo le spalle della donna che s'era messa bocconi. La
larga schiena era lì, sotto la sua mano, scoperta dalla profonda
e larga scollatura. Sulla pelle levigata, che s'incavava verso la
spina dorsale, si andava spandendo, come una raffica di vento
126
sulla superficie liscia di un lago, un visibile accapponarsi fin giù
verso le natiche. Grea si girò d'improvviso e con un profondo
sospiro si stese in posizione supina.
"Bravo, impari presto, ed ora qui" ed indicò il petto e
l'attaccatura del seno.
"Basta, Grea, ora puoi continuare tu", disse PauJ. deciso,
nonostante gli girasse la testa come ad un ubriaco.
"E perché, sei tanto bravo, ogni donna vorrebbe averti per
massaggiatore e forse, perché no, anche per altro". Continua,
non essere stupido. Sono certa che non lo sei. Avanti!"
Paul proseguì: era tanto piacevole toccare il corpo sano,
guizzante in mille piccoli movimenti allettanti, e, qualche volta,
dimenticò di bagnare la mano con l'olio. Le labbra dischiuse
come una rossa ferita lo tentavano e stava per chinarsi quando
Grea spalancò gli occhi, lo guardò sorridendo con tenerezza ed
ironia insieme, e disse:
"Bene, ora puoi sdraiarti accanto a me, da bravo, e non fare
cattivi pensieri!".
Paul era irritato, sollevato. Prese il libro con una mossa brusca,
l'eccitazione aveva raggiunto livelli mai provati. La busta celeste
scivolò sulla rena. Grea fu rapida a raccoglierla, ne sfilò i fogli e
lesse:
"Mio adorato, ancora una notte insonne, mentre tanto volevo
sognare di te.. Chi è, la tua fidanzatina? un'altra innamorata dei
tuoi riccioli belli, del tuo viso d'angelo?" Nuovamente esplorò
con le lunghe dita i folti capelli e la fronte, il naso, le labbra.
"Una ragazzina senza esperienza. Tu ora hai bisogno di una
127
donna, una vera donna…, Paul, sei un gran bel ragazzo, puoi
diventare un uomo..."
"Sì, Grea", mormorò Paul con voce strozzata e rapido avvicinò
le labbra frementi a quelle di lei, infilò la mano ancora unta nei
capelli rossi e la baciò. Maledizione! Il rumore, l'abominevole
rumore dissacrante, avvilente. La sua lingua esplorava
impaziente, avida l'antro caldo bagnato e si allacciava in una
stupenda danza con quella di lei, ma la bocca ancora una volta
non trovava la posizione giusta. Si alzò, raccolse la lettera e
disse:
"Grea, sei la moglie di mio fratello, non possiamo, non
dobbiamo, ed ora vieni via!"
"Sei proprio un bambino, Paul, sai tante cose, ma non conosci
l'amore vero. Ti fermi per una sciocchezza e non capisci che io
potrei dartelo, potrebbe essere il mio regalo per il diploma, il
viatico per l'università".
"Non è una sciocchezza, che tu sia la moglie di Tom. Andiamo
via, Grea, o ti lascerò da sola. Tornerò a piedi, dovessi
impiegarci ore!"
"Va bene, come vuoi".
Muti si rivestirono, ripresero il motoscafo, raggiunsero il molo,
s'arrampicarono fino alla villetta e si separarono, ma Grea
ancora una volta gli scompigliò i riccioli dicendo:
"Forse tu, che pure hai studiato tanto bene, non hai compreso
a sufficienza quanto insegnava Orazio: Carpe diem quam
minimum credula postero. Io e i miei compagni di liceo non lo
trascuravamo mai, mentre tu sembri non valorizzare le cose più
128
importanti della vita. Ma forse ci ripenserai, eh, ragazzino?".
Non le rispose e, salito sulla bicicletta, pedalò nervosamente
lungo la strada principale dei vivai. Piccole piante sarebbero col
tempo, il sole, la pioggia, succhiando il nutrimento dal terreno
fertile, diventate robusti hevea, utili alla società e atti alla
riproduzione, per poi morire o essere eliminati, ridotti in legna
da ardere o in lunghe assi. Era il ciclo della natura: un continuo
inarrestabile alternarsi di nascita, vita e morte. E lui, Paul, non
era altro che una pianta giunta all'ultimo stadio della crescita,
pronta all'utilizzazione. No, ancora, l'università lo separava da
quella fase, la più importante dell'esistenza. Senza l'infortunio
che ne denunciava l'inesperienza, cosa avrebbe fatto con Grea?
L'avrebbe posseduta? Avrebbe dimenticato la parentela?
Sarebbe stato capace di essere compiutamente un uomo?
Doveva convenire che mai era stato tanto vicino all'esserlo, mai
s'era sentito di possedere una tale ruggente forza. Non Ai-lan,
non Annette lo avevano caricato così abilmente. Maledetto
quel suo temperamento tanto sensibile a microscopiche
difficoltà. Anche Grea glielo aveva detto. Sarebbe stato meglio
non avere una mente tanto analitica, osservatrice di ogni fatto
da ogni possibile angolazione. E' vero, gli uomini di scienza, i
veri artisti sono portati alla minuziosa analisi e ciò rende la loro
vita travagliata, ben diversa da quella più semplice, più vicina
allo sviluppo naturale di una pianta, di un animale, degli operai,
o alle rapide decisioni di chi, come i commercianti o gli
industriali, vive con i paraocchi, non sconfinando da una vita
tracciata da radicate convinzioni nate e coltivate dagli inizi,
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giuste o sbagliate che siano. E lui che tipo di vita si
riprometteva? Per temperamento, da bambino era portato ad
essere uno scienziato, ma voleva studiare per poi divenire un
industriale illuminato. E non era sbagliato? Dio, che confusione!
Il sesso lo sconvolgeva, era così. Tanto lucido quando non ne
era influenzato, si perdeva in una spessa nebbia ai suoi impatti.
No, non sarebbe stato morale far torto al fratello proprio
quando gli si era svelato amico e gli aveva mostrato la sua vera
identità nuda di finzioni. Ma Grea gli avrebbe potuto essere
utile facendogli risolvere, una volta per tutte e in modo tanto
piacevole, i problemi sessuali che lo tormentavano,
permettendogli di percorrere, senza gli orpelli irrisolti del sesso,
la strada che aveva scelto. Avrebbe avuto altre perplessità,
dubbi; la sua vìta, ne era consapevole, sarebbe stata una lunga
corsa ad. ostacoli, perlomeno ne avrebbe eliminato uno e non
certo il più facile. Un'occasione persa, ma se il destino aveva
voluto così? Perché chiamare in ballo il destino, qui non c’
entrava: le sue stupide angosce, lo smodato senso del ridicolo,
sì. Se l'aveva baciata, e sarebbe andato oltre, dipendeva anche
da questo: era stufo, offeso dal trattamento che la donna gli
aveva riservato, trattarlo da ragazzino, tentarlo e poi ritirarsi,
prendere in giro la lettera di Annette! Tutto sommato avrebbe
risolto la sua iniziazione sessuale, ma sarebbero nati altri
scrupoli, complessi li chiamava il professore di lettere che aveva
letto Freud, inventore di una scienza nuova, la psicanalisi, se ne
ricordava bene. Avrebbe dovuto acquistare le opere
dell'austriaco, forse ne avrebbe tratto giovamento, o, forse,
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maggiori perplessità? Era giunto alla grande casa e si accingeva
ad entrare, quando una voce dal giardino lo chiamò: era Mary,
la raggiunse nel chioschetto. Il telaio di odoroso legno, fili tesi e
un articolato ricamo giunto a metà, il capo della madre dove il
biondo sì arrendeva sempre di più al bianco, gli occhiali, il volto
rimpicciolito parlavano di una vecchiaia precoce. Quarantasei
anni sembravano un enormità al diciottenne, ma non erano
obiettivamente tanti. Forse era quel clima spossante che
accelerava ogni processo evolutivo. Mary lo baciò sulle guance.
"Siediti, figlio mio, voglio parlarti un po', è tanto tempo che non
lo facciamo"
"Con piacere, mamma".
"Ti vedo agitato, nervoso. Cos'hai?"
"Ma niente, la bicicletta, forse corro troppo".
"Sei felice, Paul?"
"Perché me lo chiedi?"
"Non lo so, forse avrei dovuto esservi più vicina, non solo
fisicamente, ma parlandovi di più, ascoltando i vostri problemi,
consigliandovi, o intervenendo quando osservavo cose che non
andavano. Perché ora so di non essere stata la buona madre
che avrei dovuto…"
"Per me lo sei stata e lo sei tutt'ora. Non dimentico, sai, il tuo
intervento per Oxford".
"Ah, Paul, l'avessi fatto anche prima per Margaret! Tu eri a
Singapore la sera che John, furente, con l'aiuto di Linda,
m'impose il silenzio e il fidanzamento con George fu spezzato e
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anche la vita di tua sorella. Io mi opposi, sai, ma non lo feci con
tutta la forza, ho preferito non lottare, come sempre..."
"Ma, mamma, che dici, ti attribuisci colpe che non sono tue"
"No, Paul, sono mie e non le sole. Tu non conosci tutto, ma ora
sei grande e mi sembri il migliore dei miei figli. Debbo dirti, sì, lo
debbo. Ho accettato, tanti anni fa, d'ingannare mio padre, un
uomo retto, per sposarmi. Pensa, gli dissi di essere incinta e il
poveretto subì per amor mio di essere accantonato e poi
cacciato da Templemore, ed io non mossi un dito, anzi
contribuii. Egoismo, Paul! Poi John, la sua irruenza, la sua
mancanza di scrupoli ed io sempre zitta come ero stata zitta ai
tradimenti di tuo padre. Forse faccio male a dirtelo, ma tanti
giovani mezzosangue qui sono tuoi fratellastri. E Dio mi ha
punita, sì. John ha da anni un'amante cinese a Kuching, una
dolce ragazza, e non l'ha sposata. Margaret è infelice e
mantiene una relazione con George sotto gli occhi di tutti. Tom
è uno strumento nelle mani di John e della moglie troppo altera
e aristocratica per lui. Linda ci snobba, si sente ormai troppo
importante. Ma che è successo ai miei figli? Colpa mia, colpa
mia. Salvati, Paul, sii felice e se hai bisogno di aiuto, dimmelo,
per una volta sarò utile!" Pianse. Il giovane rimase sbigottito.
Era a conoscenza di molte cose, ma non del nonno. Avrebbe
voluto chiederle, indagare. Aveva notato daiacchi dalla pelle più
chiara, ma non vi aveva dato importanza. Scherzi della natura,
aveva pensato, invece suoi fratellastri che conducevano la
stessa misera esistenza degli indigeni. Questa era la vita, i suoi
personali problemi erano povera cosa, eppure come avrebbe
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voluto parlarne alla madre. A che sarebbe servito? Nuove pene
e nessuna utilità.
"Mamma, non devi cruccìarti. Le cose vanno così, quando
tornerò cercherò di porre riparo a ciò che posso, ma non devi
vedere il buio dove c'è soltanto qualche ombra. John è meno
cattivo di quello che pensi. Il suo mondo, le sue aspirazioni sono
l'azienda e ampliandola ha in definitiva dato lavoro a tanti.
Dovremo migliorare le condizioni dei lavoranti ed io lo farò,
seppure ci vuole tempo, purtroppo. Linda si occupa di noi più di
quanto tu non credi: con me è stata affettuosa e mi ha chiesto
di Margaret..."
"Perché non vuole una sorella dalla cattiva reputazione. E' di sé
stessa che si preoccupa!"
"Potrei parlarne a padre Gill. Se davvero non può fare a meno
di George, si può tentare un annullamento di matrimonio. Tom,
poi, vedrai, si organizzerà meglio. Fiducia, mamma"
"Sei buono tu"
"Nessuno è del tutto buono, ma stai tranquilla, Oxford è ciò che
ho sempre desiderato e ti ringrazio, senza di te sarei andato a
Singapore".
"Dio ti benedica, Paul, e perdoni me. Ed ora vai, figliolo,
parleremo ancora, mi sento sollevata e non vedo l'ora che
passino questi anni dei tuoi studi. Con te tutto migliorerà".
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CAPITOLO X
Alla metà di agosto il sole saettava implacabile più che mai,
filtrato, o meglio appesantito, dall'impalpabile coltre di umidità
mai disciolta per ha mancanza di pioggia o di vento. Unici
refrigeri per gli accaldati padroni di Templemore, il mare o i
grandi ventilatori azionati a mano da servi che dovevano essere
infaticabili come muli, aggiogati invisibilmente nella stanza
accanto, e le macchine brevettate per la fabbricazione del
ghiaccio che rendeva fresca e gradevole ogni bevanda. I cinque
agitati bambini, con le inesauribili energie proprie dell'infanzia,
si precipitarono, accompagnati da Surama e dalla tata, dallo zio
Paul.
"Zio, zio, andiamo al mare, vieni con noi"
Il giovane sollevò gli occhi dal romanzo di Faulkner. Li guardò,
dapprima con irritazione -sembrava impossibile leggere in
quella casa-, poi con simpatia. I visetti paffuti, i sorrisi
innocenti, l'entusiasmo genuino e l'affetto sincero lo
intenerirono. Provò a rifiutarsi, ma ad un'ulteriore insistenza
condita da un bacetto morbido ed umidiccio di Marianna,
cedette e si unì a loro. Il lungo motoscafo, rivestito di elegante
e odoroso mogano lucidato, condusse l'allegra brigata a
Sematan. Grea e Luana rivaleggiavano per l'audacia del
costume, mentre Surama e la tata indossavano le antiche
pudiche tunichette. Tutti fecero il bagno e i bambini si
134
dedicarono alla costruzione degli immancabili castelli di sabbia,
manovrando con scarsa perizia palette, secchielli e le piccole
mani. Michele junior era l'autorevole capo, contrastato a volte
da Gregory che non voleva rassegnarsi ad una sudditanza che
non sentiva. Frequenti le liti scoppiavano come un temporale
estivo, per poi subito placarsi fra lacrime e qualche
ammaccatura. Surama e la tata dimostravano un'infinita
pazienza e considerevole abilità nel ricomporre l'effimera
collaborazione. Anche le cognate, in una pace armata fatta di
sorrisi formali, cortesie e velate frecciatine, discorrevano
sedute comodamente sulle sdraio al riparo di un grande
ombrellone, e di tanto in tanto chiamavano in causa Paul, che
ancora una volta tentava di leggere Faulkner. Sperava il giovane
di sfuggire allo sguardo penetrante e tentatore della moglie dì
Tom. Dopo l'avventura di alcuni giorni prima, quando
intravedeva la cognata da sola, scantonava bruscamente e
rapido si defilava. S'erano incontrati e parlati esclusivamente
alla presenza di altri, nonostante i ripetuti tentativi di Grea che
si era spinta fino a farlo nuovamente invitare a pranzo da Tom.
Paul aveva rifiutato usando tatto e cortesia e s’era
sinceramente dispiaciuto quando il fratello aveva cambiato
espressione ritornando il Tom di prima, brusco ed impacciato.
Da qualche minuto le cognate tacevano. Paul sentiva su di sé i
loro sguardi. Una mano gli afferrò il braccio e una voce disse:
"Per cortesia, Paul, vieni con me, ho da parlarti". Era Luana già
in piedi. Paul alzò gli occhi dalle pagine del libro e la osservò
forse per la prima volta attentamente. Bruna, magrissima,
135
angolosa, tutta piatta tranne il sedere, il viso adulto smunto,
divorato, si direbbe, da un ardore febbrile, con gli occhi verdi, il
naso adunco, la bocca grossa e tumida. Era troppo truccata e la
faccia assumeva l'espressione dì una maschera violenta di una
serietà rannuvolata e minacciosa.
"Si, Luana, eccomi", rispose e si sollevò a sua volta. "Dimmi?"
"Vieni", e si diresse al motoscafo seguita da Paul e vi salirono.
Da lontano Grea gridò: "Se andate in motoscafo, vengo
anch'io".
"No, Grea, non è possibile, ho da parlare a Paul di cose private
che riguardano John, ne avremo per molto".
Avviò il motore e si accinse a risalire il fiume.
"Vuole sempre inpettegolarsi quella noiosa. Se continua così
non la inviterò più alla grande casa. Rimarrà nella villetta e farò
mettere un cancello! Pensa, Paul, io a Singapore ero abituata a
vivere da sola con i miei genitori in una casa grande il doppio. I
miei fratelli hanno ognuno una grande villa e qui già mi tocca,
non ti offendere, sopportare tuo padre e tua madre..."
"Non mi sembra che diano tanto fastidio".
"No, Paul, comprendimi, non è con loro che ce l'ho. E'
l'abitudine alla piena libertà". Attraccò il motoscafo a un
minuscolo pontile completamente nascosto da una gigantesca
mangrovia e si diresse alla sovrastante longhouse abbandonata.
"Luana, non possiamo rimanere nel motoscafo?"
"No, Paul, le oscillazioni anche se piccole mi disturbano e ho
una passione per le abitazioni daiacche. Pensa, da bambina
papà me ne fece costruire una nel nostro parco", e agile come
136
un gatto scomparve sulla scala a pioli. Percorse il corridoio ed
entrò nella sala di mezzo, forse quella destinata al capo per
l'ampiezza, il più accurato rivestimento ed un grande giaciglio di
foglie.
Paul la seguiva passivo, di malavoglìa. Luana sedette sulle
foglie scricchiolanti e gli fece cenno di fare altrettanto.
"Paul, ti starai chiedendo cosa voglio dirti. E' così?"
"Certo, Luana"
La maschera cambiò espressione, divenne triste.
"Paul, la mia vita è infelice. Non avrei dovuto sposare John, non
mi ama!"
"Come?, avete tre adorabili bambini e John lavora per voi..."
"No, solo per se stesso e Templemore, maledetto posto per chi,
come me, viveva in una grande civile città, adorata dai genitori,
corteggiata da ufficiali e nobili, regina di feste e banchetti.
Abituata al cinema, al teatro, alla luce elettrica, al telefono, in
questo posto quasi selvaggio! No, aspetta, caro, lasciami finire.
Quando John, giovane ed entusiasta, frequentava il liceo, mi
piacque, lo preferii a tanti altri ed intrecciammo una relazione.
Poi mi abbandonò e per tre anni non lo vidi, mi fidanzai con un
altro, dovevamo sposarci. D'improvviso ricomparve: ancor più
uomo, più sicuro, se fosse stato possibile. Era reduce da
successi commerciali, da un lungo viaggio. Aveva il fascino,
seppur giovane, dell'uomo vissuto ed io l'avevo amato, tornai
ad amarlo. Non tenni conto di nulla e ci sposammo. Vivemmo
felici per mesi meravigliosi e dimenticai Singapore, le comodità,
la vita sociale. Lentamente incominciò a trascurarmi, le visite a
137
Kuching senza di me si moltiplicavano, giorni e notti assente. Le
notti, quasi tutte da sola a rigirarmi fra le lenzuola senza l'uomo
che amavo, che ritenevo mio, priva sempre più del suo
amore..."
"Ma avete tre figli".
"Certo, mi trascurava, ma quasi come un impegno preciso mi
prendeva una sola volta alla settimana e poi al mese. Paul, io
sono una donna vera, e lui una volta al mese! Comprendi? No,
zitto. Di giorno rapporti formali, una cortesia fredda, priva degli
slanci che fanno felice una donna, qualsiasi donna. Capii il
perché: aveva un amante, una cinese, già da prima di sposarmi.
Ne parlai a tua madre e non fece nulla, a Linda, che mi capì e mi
ospitò all'Astana ed improvvisamente mi pregò di ritornare a
Templemore. Sai perché? John l'aveva minacciata imponendogli
di non occuparsi della sua vita, della sua famiglia! Volevo andar
via, tornare dai miei genitori, parlarne a mio padre. Ma i
bambini? Sono rimasta, come vedi, ma tanto triste, infelice,
insoddisfatta, Paul. Ho bisogno d'amore, di calore. Ti ho visto,
Paul, sei bello, intelligente, ti appassioni alla cultura come me e
i miei vecchi amici. Da anni d'estate quando venivi in vacanza ti
osservavo, mi piacevi già, ma eri troppo giovane ancora, eri un
ragazzino, non volevo turbarti, sai? Ma ora no, ormai sei
maturo, sei un uomo vero ed ancora più bello e attraente.
Consolami, Paul, dedicami i pochi giorni che ancora rimarrai
qui!"
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Fremente si avvinghiò a lui, lo attrasse con le braccia magre,
nervose, incredibilmente forti e lo baciò con furia selvaggia. Il
giovane se ne staccò a fatica.
"Sei matta, Luana? Io sono il fratello di tuo marito e hai tre figli,
lo dimentichi?"
"E tu non tieni conto delle mie sofferenze?"
"Parlane a John, fagli capire le tue esigenze, riconquistalo, che
diamine!"
"Come, come?"
Strappò la cinghia dai pantaloncini del cognato, una cintura di
spesso cotone intrecciato, recante una fibbia di metallo giallo di
forma quadrata. La cacciò di forza nelle mani di Paul, si stese
bocconi e si scoprì le spalle, le natiche scure, piene, muscolose,
zebrate di segni rosso cupo, e implorò:
"Battimi, Paul, battimi, ti prego!".
"Ma tu sei pazza, tutta pazza, Luana...", esplose allibito il
giovane.
"No, caro, è desiderio, passione, picchiami, frustami... e subito
sarò tua, ti farò provare gioie incredibili..."
"Mah, tu sei malata! Basta, andiamo via!"
"Anche John lo fa quelle poche volte che si degna di stare con
me. Li vedi questi segni? Sono suoi, con la cintura di
cuoio…Anche il mio primo uomo lo faceva…"
Già Paul non l'ascoltava più e si diresse deciso ed infuriato alla
scala e poi al motoscafo. Qui giunto, rimase incerto se avviare il
motore e andare via, non avrebbe voluto suscitare pettegolezzi
e gli venne spontaneo pensare che Ai-lan in confronto alle
139
cognate era una santa! Rimirava le acque fangose percorse da
una moltitudine schifosa di vermi piatti e da qualche lungo
bipalium kewense accesamente colorato, quando Luana
riapparve, composta, altera, come se nulla fosse accaduto.
Gettò la cintura sul fondo del natante, sedette alla guida e con
abile manovra tornò sul fiume e, a tutta velocità fra sobbalzi
violenti, a Sematan. Grea attendeva impaziente sulla spiaggia e
non prestava alcuna attenzione ai litigi dei bambini, ai loro
richiami. Osservò attentamente i cognati che, senza scambiarsi
una parola, erano discesi dal motoscafo e ritornavano separati
all'ombrellone. La spiccata sensibilità femminile l'avvertiva che
qualcosa era successo fra i due: non un semplice colloquio, per
quanto gravi potessero essere gli argomenti. Si affiancò a Paul e
sussurrò irata:
"Con lei ci vai, è vero? La padrona, la grande ereditiera..."
"Lasciami perdere, Grea, sono stanco, stufo di tutti voi!"
Raccolse il libro e si allontanò per distendersi sotto una palma. I
caratteri ballavano una danza confusa davanti ai suoi occhi e il
dolce rumore della risacca rimbombava ai suoi orecchi con il
fragore dì un tuono. Luana, Grea, Ai-lan, che diavolo avrebbe
dovuto fare? Chi era lui da scatenare tante scomposte passioni?
La cinese forse, anzi sicuramente, era la migliore, e proprio con
lei era stato senza pietà: l'aveva stroncata, povera ragazza,
quando le aveva detto, mostrandole le fotografie di Annette:
"Guarda, questa è la mia fidanzata, una bianca, una
studentessa, figlia di un padrone. Ho lei, non ho bisogno di te!"
Stava diventando cattivo, malvagio anche lui che tanto
140
blaterava sulla parità di razza, di ceto. Doveva allontanarsi da lì,
doveva trovare un equilibrio e tornare solo quando sarebbe
stato più forte, più maturo. Cercò Mary e le disse che
desiderava recarsi a Kuching, da Linda. Ne avrebbe approfittato
per parlare con padre Gill di Margaret. Mary lo abbracciò forte
dicendo:
"Sei un bravo figliolo, Paul, che Dio ti benedica, ma torna un po'
di giorni prima di partire per Londra. Voglio averti ancora con
me prima della separazione".
All'Astana finalmente trovò quiete, ordine, serenità. La vastità
del palazzo, l'enorme parco, la cronometrica precisione del
gong che segnalava l'ora dei pasti, l'inappuntabile servizio, il
velo delle guardie, dei cancelli lo tenevano lontano dai
problemi della misera umanità angariata dai mille drammi
sociali e personali che si consumavano ogni giorno. Non c'erano
piantagioni, non fabbriche vicino e volendo ci si poteva
dimenticare di tutto. Potè leggere, nuotare in piscina, giocare a
tennis, godere della vivacità dei bimbi, conversare amabilmente
evitando di affrontare argomenti scabrosi con Linda, Charles
Vyner, i numerosi ospiti che si alternavano alla tavola dei
sovrani, fra i quali non mancava mai il maggiore Smith, prodigo
a fornirgli informazioni di prima mano sulla vita anglosassone.
Dimenticò Templemore, le cognate, i fratelli e Margaret. Era
simpatico l'ufficiale inglese e con lui s'intendeva. Li
accomunavano la passione per i libri, l'arte, il gioco degli scacchi
e il tennis. Ne ammirava l'acume e la vigoria fisica ed apprese,
senza doverle leggere, rivoluzionarie novità teoriche sull'arte
141
scacchistica, di movimenti pittorici d'avanguardia, di tutto
quanto d'interessante c'era da ammirare alla londinese
National Gallery e dei continui progressi aeronautici.
Pioveva, gocce lievi come sospiri incominciavano a bagnare le
pagine del libro. Paul, sprofondato in una sdraio nella parte del
grande parco più solitaria e lontana del palazzo, alzò gli occhi al
cielo e decise che non sarebbero durate a lungo. Sistemò
meglio il berretto sulla testa ed accostò il volume al torace.
Repentino un vento furioso piegò le cime degli alberi e sollevò
una miriade di foglie che si spiaccicavano dovunque, mentre la
pioggia aumentò d'intensità assumendo una direzione quasi
orizzontale. S'alzò di scatto e cercò un rifugio. Nelle sue
passeggiate aveva scoperto ed apprezzato una seminascosta
ricostruzione di un'abitazione toradja. Era poco più di una
capanna su robuste palafitte, con tetto alto a sella di cavallo, in
caldo legno, dal colore naturale, senza verniciatura. Alcune
finestre senza vetri si aprivano sui quattro lati ed una minuscola
veranda le contornava. Per più di dieci minuti Paul tentò di
ritrovarla e scoraggiato stava per rinunciare quando la vide. Era
ancora più bella di come la ricordava e gigantesche palme la
nascondevano quasi mimetizzandola. La raggiunse con una
corsa affannosa e cercò la scala. Non c'era, eppure la ricordava.
Riparandosi dalla pioggia nell'intrico delle palafitte, perlustrò da
ogni lato, senza trovarla. Provò allora a sistemarsi alla meglio,
ma stava scomodo e poi era curioso di vedere l'interno della
costruzione. Era l'occasione più adatta. Una robusta liana che
pendeva vicino gli suggerì la soluzione: infilò il libro sotto la
142
camicia e incominciò ad arrampicarsi. Da ragazzo era abile e
facilmente sfruttava liane o corde per raggiungere le più alte
ramificazioni dei tronchi. Ora il maggior peso e il libro lo
impacciavano. Più volte stava per rinunciare e poi ci riuscì.
Soddisfatto posò i piedi sulla veranda mantenuta in perfette
condizioni e si diresse verso la più vicina finestra. Strani rumori
lo fecero fermare incerto. Doveva essere il vento ululante fra i
rami, le tavole del tetto e vorticante nei cento angoli della
capanna. Avanzò, era quasi alla finestra, quando il suono di una
voce lo fece definitivamente fermare e guardingo si sporse con
prudenza nel vano. Rimase pietrificato.
"Approfittiamone, non possiamo ritornare con questa
tempesta", disse lui e le fece scivolare il vestito fin su in vita. La
seta frusciava distintamente pur fra tanti rumori. Era stesa sul
letto, ormai nuda, le bianche cosce in primo piano. Il vento
soffiava violento e una piccola pietra s'infilò nella stanza.
"Il mio seno è più morbido della pietra?", chiese lei. Lui rispose
di sì e vi appoggiò sopra il capo. Le accarezzò la tonda nudità e i
lunghi capelli biondi. La capanna oscillava nella tempesta,
sembrava di trovarsi su una nave di linea in mezzo all'oceano.
Paul sentì l'acuto odore di salmastro misto ad un desiderio di
vomito. Si accorse che stava per piangere.
"Sono teneri?, chiese lei.
" Sì, certo", fu la risposta. Sui capelli dell'uomo c'era un
levigatissimo tocco di luce e lei, appoggiandovi sopra la mano,
raccolse qualcosa di scricchiolante, secco, cartaceo. Era una
foglia che il vento doveva aver sospinto dentro senza che se ne
143
accorgessero. La mostrò all'uomo che per un attimo girò il
capo: sul suo volto il sorriso si contrasse in una smorfia di
piacere, mentre continuava ad abbracciarla.. Lei gli mise una
mano dietro le spalle nude e le sfiorò con la foglia secca. Paul
riuscì a muoversi: era sconvolto, anche Linda, e con il maggiore
che sembrava tanto simpatico, serio, interessato agli scacchi,
all'arte! In che strano mondo era capitato? Afferrò la liana con
troppa fretta e finì contro una palma, il libro cadde. Gli amanti
udirono il rumore fuori dalla finestra e si alzarono dal giaciglio
per vedere cosa succedesse. La pioggia era cessata, il vento
calato. Non videro nulla di diverso, di preoccupante. Sulla
veranda lui la cinse in vita, lei si ritrasse. Un lampo si accese
verticale sugli alberi.
"Questo era violento", disse lui, e Paul, sotto la palma, sentì il
frastuono assordante del tuono che gli rimbombò in testa quasi
precedendo, piuttosto che seguendo, il fulmine. Si alzò
nuovamente il vento, e non era davvero più rabbioso dei
sentimenti che turbinavano nel giovane. Intervenire? Assurdo!
Raccolse il libro e si avviò al palazzo. Si rinchiuse nella sua
stanza in preda ad una violenta emicrania. 'Meglio così', pensò,
non sarebbe stato costretto a fingere alla presenza dell'altera
sorella che osava criticare Margaret e poi si lasciava andare ad
un amore tanto più proibito e peccaminoso, quanto offensivo
per lei che doveva essere d'esempio, e consumato sotto il tetto
del marito e con un ospite di lui, il rappresentante del re
d'Inghilterra. Tanto grande è la potenza del sesso? Così enorme
la capacità di mentire? Evidentemente sì, se solo ricordava
144
quanti romanzi aveva letto con storie incentrate su amori
infelici, tradimenti, delitti attuati nel nome di accese passioni.
Non s'era mai soffermato a considerarli come fatti veri, reali,
ma un ingegnoso artificio dello scrittore per conquistare chi
leggeva con avvenimenti lontani dalla vita comune di tutti i
giorni. Invece nel giro di due settimane aveva sperimentato
sulla sua pelle quanto fossero veri.
Quell'incredibile concentrazione nella sua famiglia non poteva
essere normale. Forse, come aveva accennato Mary, doveva
essere una specie di maledizione divina su una stirpe creata
sull'inganno e sulla cattiveria consumata ai danni del nonno del
quale aveva solo sentito parlare bene, come di un essere giusto
e timorato.
Con animo esacerbato si recò di prima mattina da padre Gill. La
chiesa cattolica, costruita sulla minuscola cappella della sua
infanzia, s'ergeva maestosa poco lontano dal porto. Malesi,
daiacchi e cinesi d'infima condizione s affannavano nel solito e
sempre uguale lavoro di carico e scarico dei battelli d'ogni
dimensione. Il torso nudo e sudato, il volto precocemente
invecchiato dalla fatica, le nenie cantate in tono monocorde per
darsi forza e la sporcizia, il nauseabondo odore di stiva, di merci
andate a male e di caucciù aumentarono il suo avvilimento.
Nonostante le ultime Vicissitudini familiari, lui era un
privilegiato dalla sorte. Era nato bianco, sano, bello, da genitori
ricchi ed influenti. Ambienti lussuosi, servitù, automobili,
motoscafi, yacht, scuola dalle aule linde e profumate, parchi e
giardini ben curati, sport ed ora la prestigiosa Oxford lo
145
attendeva. Nel profondo silenzio e nel gradevole fresco della
grande navata centrale della chiesa s'avanzò, quasi timoroso,
fra le spoglie colonne dalle quali si dipartivano archi a tutto
sesto che immettevano ai piccoli altari laterali. S'avvicinò
all'acquasantiera, immerse la mano e inchinandosi si fece il
segno della croce e proseguì più sicuro verso il presbiterio. Ne
sali i tre scalini e s'inginocchiò alla balaustra di marmo
osservando l'altare maggiore dominato dall'effige della Verg
ine


Ultima modifica di Bruno il Sab Giu 29, 2013 1:31 pm, modificato 2 volte
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MessaggioTitolo: Re: LA MALEDIZIONE DI TEMPLEMORE (Caucciù), romanzo di Bruno Cotronei   Gio Gen 01, 2009 2:25 pm

alle cui spalle l'abside semicircolare, in alto, mandava, dai vetri
decorati delle finestre, timidi fiotti dì luce illuminanti il
sottostante coro. Un paio di vecchiette pregavano
intensamente, lo sguardo appannato rivolto alla Madonna, e
dalle bocche sdentate una specie di nenia fluiva costante, non
turbando, ma quasi rafforzando lo spesso, riposante,
conciliante alla meditazione, silenzio. Un tozzo malese,
probabilmente il sagrestano, provvedeva ad accendere bianchi
odorosi ceri. Paul lo avvicinò e gli chiese del parroco. Attraverso
una porta mascherata da un pesante tendaggio entrò nella
sagrestia e poi nell'annessa canonica. Dietro uno spoglio tavolo
padre Gill consumava una parca colazione. La nera tonaca
evidenziava il magro ossuto corpo ed il viso da vecchio con i
capelli completamente bianchi. Gli occhi, ancora vivaci,
l'osservarono con meraviglia e curiosità.
"Ma guarda, il giovane Paul. Ti sei ricordato di padre Gill,
finalmente! Sono anni che ti vedo solo in occasione dei
matrimoni dei tuoi fratelli. Non mi sorprende, sai, nessuno di
voi Caracciolo è particolarmente osservante se si esclude
146
qualche volta per tua madre. Spesso ho offerto d'inviarvi a
Templemore per dir messa e per l'eucarestia il mio aiutante, ma
ne ho ricevuto cortesi rifiuti mitigati da generose elemosine.
Non ci si salva l'animo con i soldi, Paul, nè i peccati vengono
rimessi"
"Lo so, padre, ma, se ricorda, io e i miei fratelli abbiamo
frequentato il collegio della congregazione salesiana e per la
verità quell'obbligarci ogni mattina ad un'ora di preghiere in
cappella, sorvegliati come detenuti non ci, o perlomeno non mi,
ha invogliato alla religione".
“ Cosa intendi dire, non ti capisco".
"Padre, la mattina mentre siamo sulle panche il prefetto della
congregazione o suoi aiutanti passano lungo i corridoi e ci
percuotono con un bastone se s'accorgono che non preghiamo
o facciamo finta di farlo. Questo è insopportabile, dov'è la
libertà?"
"Hai idee sbagliate, figliolo, ed è forse errato obbligarvi in tale
modo, ma quando entrate in collegio sapete..."
"E' l'unica scuola cattolica di Singapore e nelle altre noi papisti
non siamo ben accetti."
"Lo so, e tutto questo è triste, Paul, ma non giustifica un rifiuto
alla religione, che è ben altro. Tu sei sempre stato un ragazzo
intelligente e so che sei fra i più brillanti del tuo corso. Ebbene,
filosofi come Hobbes, Hume, Voltaire, Dewey e studiosi di
culture primitive come Robertson, Smith, Frazer, Malinowski e
storici non ortodossi del cristianesimo come Loisy affermano
che i bisogni insoddisfatti, la precarietà dell'esistenza e il
147
mistero angoscioso del dolore e della morte troverebbero nella
religione una risposta compensatrice".
"E' vero, padre, ma il rifiuto radicale della religione come
prevaricazione delle classi dominanti e come, mi perdoni,
inganno dei sacerdoti, ha una lunga storia, da Crizia ad alcuni
filosofi estremisti del settecento, a Nietzche, ad un certo
laicismo popolare tipico dei paesi cattolici. Proprio sull'azione
compensatrice della religione, sia dal punto di vista dei rapporti
dell'uomo con il mondo che da quello dell'equilibrio interiore,
non sono mancati coloro che hanno evidenziato gli aspetti
negativi. Già Epicuro considerava la 'paura degli dei' uno dei
quattro mali da combattere. In un mondo come l'attuale, dove
sono fiorite e rafforzate le ideologie libertarie, la denuncia della
repressione e la lotta contro i tabù, non si può dimenticare che
il tabù è alla sua origine un'istituzione tipicamente religiosa..."
"Sei preparato, Paul, ed allora non dimenticare che Marx
riconosceva alla religione il valore di riflesso della miseria reale
e la funzione di protesta, a livello dell'ideologia, contro tale
miseria. Ma queste sono vuote discettazioni. Bisogna credere,
Paul, guai ad eliminare i tabù all'uomo!"
"Ed io credo, padre, in Dio, in una condotta di vita onesta,
rispettosa degli impegni, in una morale accettata dai più, nel
non prevaricare il prossimo, nell'aiutarlo. Non riesco a
condividere invece l'obbligatorietà della confessione, della
messa, dell'intermediazione dei sacerdoti. Preferisco rivolgermi
a Dio direttamente, se è vero che è Onnipresente..."
148
"Ma accetti il matrimonio come sacramento, perché non
accettare gli altri?"
"Certo, padre, ma come il matrimonio è libero, così debbono
esserlo gli altri. Se ne ho voglia, bisogno, li chiedo ed è per
questo che sono qui. Ho assistito a cose sconvolgenti e in
alcune sono stato protagonista seppur passivo. Non ho peccato,
padre, almeno credo, ma forse l'avrei fatto se non ci fossero
stati in me, nella mia mente degli impedimenti ed ora, sotto
confessione, le dico..." E in un diluvio di parole, in un mare di
commozione raccontò al vecchio prete di Mary, Michele, il
nonno, di Ai-lan, Grea, Luana, Linda e Margaret, ma tacque i
suoi timori, il suo frequente e prolungato autoerotismo, i
rumorosi baci frenanti.
Padre Gill ascoltava silenzioso agitando la testa stanca,
dispiaciuto, e poi lo interrogò sulla sua vita sessuale e Paul
stava per confidarsi, ma si trattenne. Era già doloroso
raccontare degli altri, si vergognava di dire di sé segreti che
conservava gelosamente. Allora il sacerdote gli parlò di
peccato, del diavolo tentatore, della debolezza della carne e dei
pericoli quando le si dà più importanza che allo spirito. Ma gli
disse anche della solitudine, di matrimoni sbagliati, decisi e
celebrati senz'amore, di oscuri desideri di rivalsa, di vizi occulti
generanti torbidi pervertimenti e si mostrò, fra la palese
meraviglia di Paul, meno scandalizzato e sorpreso di quanto il
giovane pensasse e gli consigliò di tacere e di dimenticare per il
momento.
149
"Ogni tua denuncia o rivelazione", aggiunse, "che non avvenga
in confessione, potrebbe per il momento generare solo reazioni
incontrollate ed altro male, e in te un grave turbamento della
tua psiche ancora in formazione. Comprendimi bene, Paul, non
ti esorto alla politica dello struzzo, ma ad una ragionata attesa.
Nulla puoi fare ora per John, Tom e Linda, mentre per Margaret
sì, è possibile intervenire. Se vuole, un'istanza alla Sacra Rota
può proporsi e condurre all'annullamento del matrimonio se,
come ho inteso, in lei c'era una giustificata riserva e vi è stata
quasi costretta. Parlale con dolcezza e serenità e forse
riporteremo quiete in un animo sicuramente esacerbato dal
dolore di un'ingiusta rinuncia. A Linda parlerò io e vedrò se la
supplica di un povero prete può ancora penetrare nella sua
mente e nella sua coscienza, riconducendola ad un onesto
comportamento".
Paul baciò con trasporto la mano al vecchio prete. Si sentiva
rasserenato, sollevato, anche se purtroppo non
completamente, dalle parole pacate e sagge dove, insieme al
dolore, v'era tanta comprensione per le umane miserie e non
soltanto una dura irreversibile condanna. Fossero stati tutti i
sacerdoti come lui!, pensò, abbandonando la canonica e
ritornando lentamente all'Astana.
150
CAPITOLO XI
La nave rollava e beccheggiava violentemente, il vento fischiava
fra le sovrastrutture accanendosi sui grandi aerodinamici
fumaioli, marosi imponenti si frangevano sui fianchi possenti e
schizzi di spuma mista a pioggia impallinavano le vaste vetrate
del salone di prima classe. Alcuni passeggeri, aggrappati ai
braccioli delle poltrone, vi si erano rifugiati nella speranza di
risentire meno gli accentuati ondeggiamenti. Avevano imparato
l’ importanza del baricentro in un natante, ma i volti sconvolti
dal mal di mare dimostravano fin troppo chiaramente l'inutilità
di un qualsiasi accorgimento in una tempesta di tali dimensioni,
che dopo un viaggio tranquillo li investiva a meno di un giorno
dalla meta. Purtroppo non era usurpata la collerica fama del
braccio di mare fra la Francia e l'Inghilterra e, poco dopo aver
doppiato l'estrema punta della Normandia ed essere entrati
nella Manica, il cielo s'era oscurato, il vento aveva aumentato
l'intensità e le onde s'erano ingigantite.
Paul sedeva abbastanza tranquillo nei pressi del bar e
rivaleggiava con gli esperti camerieri nel mostrarsi incurante
della furia marina. Da piccolo aveva sempre sopportato con
indifferenza l'ira di Nettuno e l'unico reale fastidio che aveva
provato era rappresentato dalla sofferenza dei suoi compagni
di viaggio, assaliti da nausea e frequenti conati di vomito. Si
fece servire un whisky e cercò di estraniarsi ripensando alle due
151
settimane della lunga traversata che l'aveva condotto da
Singapore fin quasi a Londra. Ma le immagini che si formarono
nel suo cervello non riguardavano il vasto oceano Indiano, né lo
stretto mar Rosso, né il dolce Mediterraneo dove la potente
flotta da guerra italiana li aveva affiancati a lungo fino
all'incontro con unità della Mediterranean fleet. Né tantomeno
i giorni tranquilli e spensierati del viaggio durante il quale aveva
finalmente potuto terminare i numerosi romanzi portati con sè,
intervallando la lettura con interessanti conversazioni, accese
partite a scacchi e qualche ballo dove il fascino della sua alta e
snella figura, del viso zigomoso, degli occhi color smeraldo e dei
riccioli biondo-bianco, avevano ampiamente compensato la
scarsa perizia nell'arte di Tersicore, rendendolo gradito
cavaliere delle poche fanciulle e delle molte signore presenti
sulla nave. Prepotenti ed indesiderabili apparvero i visi di Grea,
che fino all'ultimo giorno della sua permanenza a Templemore
di ritorno dall’Astana aveva tentato di irretirlo con la sfacciata
esibizione delle sue indubbie qualità e gli abili trucchi, quello di
Luana, che l'aveva trattato con glaciale freddezza e l'alterigia di
una dea offesa. Infine le urla disperate e quasi disumane di
Margaret. Aveva bussato alla sua porta a Singapore per
chiederle ospitalità la sera prima della partenza per Londra e
per tentare di affrontare l'increscioso colloquio secondo gli
accordi presi con padre Gill. Un maestoso cameriere lo aveva
introdotti in salotto ed inquieto rigirava fra le mani il rorido
bicchiere dal quale beveva a lunghe sorsate la fresca bibita,
quando la sorella era apparsa alla porta. Il bruno e attraente
152
viso trasfigurato da un'ira profonda, scoperta avevano lasciato
il giovane incerto se iniziare o meno l'argomento. S'era fatto
forza ed aveva incominciato a parlare.
"Cara Margaret, sono di partenza e vorrei passare una serata
coi te, è tanto che non ci parliamo.., c'è Robert?"
"No, è al cantiere ancora e farà tardi. Cos'hai da dirmi?"
"Senti, sei mia sorella e ti voglio bene, so quanto hai sofferto
per una deplorevole imposizione che hai dovuto subire e sono
certo non hai, ne puoi avere una vita tranquilla e serena,
dibattuta fra il dovere e un sincero forte sentimento che provi.
Voglio, debbo dirti che esiste una soluzione..."
"E' di George che vuoi parlare? è della mia vita immorale che
vieni a discutere, degno rappresentante della famiglia, una
famiglia maledetta e schifosa..."
"Non vengo per criticare, è per offrirti una soluzione:
l'annullamento di matrimonio..."
"Ah, ah, ah, povero sciocco! Scommetto che hai parlato con
padre Gill, ma è tardi, maledettamente tardi, Paul. Tu non sai,
non te l'hanno detto. George è partito per sempre. Hai capito,
per sempre! E' finita, l'hanno minacciato, spaventato.."
“Tuo marito?"
"No, non mio marito. Robert non c'entra. John, sempre lui,
l'individuo schifoso, miserabile. Ha mandato Kotta, il giavanese,
il suo fidato esecutore di azioni illegali, vili, delinquenziali.
L'hanno minacciato di morte dopo averlo percosso a sangue e
già era rimasto senza lavoro: i Proves avevano chiuso la banca e
erano tornati in Irlanda!…"
153
"E non si può richiamarlo?”
“No, no sono io che non lo voglio, mi ha abbandonata, ha detto
che non vuole più sentire parlare di me e della mia famiglia,
capisci?" Piangeva a dirotto, i piccoli pugni percuotevano le
tempie.
"Margaret, ti comprendo, hai ragione, povera cara, ma devi
reagire..."
Il viso della donna si contrasse in un espressione terribile, gridò:
"Ho reagito, ho reagito, sono ormai la donna di tutti. Ed ora
esco e vado dal mio amante, che credi?..."
"No, non devi fare così, hai un figlio!"
"Noo? faccio quello che voglio, solo il sesso mi appaga, debbo,
voglio far soffrire gli uomini, li faccio innamorare e poi li lascio,
come hanno fatto con me "
"Te lo.impedirò!"
"Impedirmelo? Lo vedi questo?" Trasse dalla gonna un affilato e
lungo kriss giavanese dalla lama tormentata.
"Ti ammazzo e ammazzerò John! ed ora vai via, fuori dalla mia
casa e dalla mia vita, tu e tutti voi maledetti Caracciolo fuori,
perdio, o non rispondo più di me. Sono una prostituta!"
Scomparve dalla porta e quando Paul la seguì dopo un attimo di
sbalordimento era già nell'auto che scomparve a tutt'andatura.
Cosa aveva rimandato alla memoria quella terribile scena?
Forse la violenza della tempesta, mite al confronto dell'altra alla
quale aveva assistito? Cercò ancora una volta di scacciarne il
ricordo doloroso. E lui che aveva fatto? S'era precipitato sulla
strada ed era salito sul primo taxi capitatogli a tiro ed aveva
154
perlustrato senza speranze la grande città, poi, raggiunto
Robert, con infinito tatto gli aveva raccontato dell'agitazione di
Margaret e l'aveva pregato di intervenire: dopotutto era sua
moglie. L'uomo, apparentemente indifferente mentre
continuava ad esaminare i suoi calcoli e disegni, gli aveva
risposto che nulla poteva farci: con la moglie portava avanti per
il figliolo solo rapporti formali. Avvilito Paul era tornato a
raccogliere il bagaglio e scritto una lunga dettagliata lettera per
padre Gill.
"Cameriere, un altro whisky, per cortesia", ordinò all'indiano
che faceva miracoli d'equilibrio per tenersi in piedi. Paul si
guardò intorno, altri passeggeri stavano affollando la sala,
segno che la tempesta s'andava calmando.
"Ecco a lei, sir, è servito. Il comandante avverte che fra qualche
minuto dovremmo uscire dal fortunale", annunciò. "E prega i
signori passeggeri di non mancare alla festa d'addio".
Dopo meno di un'ora il mare s'era placato, il vento calato, la
pioggia cessata ed il personale di bordo incominciò ad
affannarsi nella pulizia dei saloni, delle passeggiate, dei vari
ponti sotto l'occhio vigile di entusiastici ufficialetti. Furono
stese bianche tovaglie, fresche di bucato, colorati festoni ed un
lungo buffet s'andò riempiendo di cibi prelibati. Paul uscì
all'aperto nel desolato ponte barche e, alzando il bavero del
caldo cappotto di lana inglese, ammirava il mare livido, ancora
minaccioso alle prime ombre della sera, mentre il sole al
tramonto fra nuvole grigiastre scompariva dietro monti lontani
fra un baluginio rossastro. La costa inglese si scorgeva ormai
155
chiaramente, seppur confusa col mare, ed una leggera nebbia
andava levandosi. La motonave con il suo potente motore
diesel doveva ormai essere giunta nello stretto di Dover ed
accennava a rallentare la marcia per non giungere in anticipo a
Londra. La velocità di crociera di oltre venti nodi e il numero
ridotto degli scali per la maggiore autonomia dovuta al minor
spazio occupato dalla nafta rispetto al carbone, avevano
consentito di divorare l'enorme distanza in soli quindici giorni.
Ma ora a Paul non bastava più: era ansioso di poggiare i piedi
sul suolo britannico, visitare la mitica Londra e iniziare la sua
nuova vita nel college dell'altrettanto per lui famosa Oxford.
Poco lo interessava la festa, la posticcia manifestazione di gioia,
di divertimento quando, ne era certo, ognuno dei passeggeri
avrebbe avuto la mente presa dai nuovi o dai vecchi compiti
che l'attendevano dopo settimane di mare e di ozio. E fu così: la
festa si consumò nella noia, nello scarso entusiasmo e nella
limitata partecipazione. Il violento fortunale che l'aveva
preceduta, i preparativi dei bagagli, la scarsa efficacia del trucco
su volti sconvolti dal mal di mare procurarono l'assenza di
buona parte delle donne e il tutto si risolse fra robuste bevute e
colloqui praticamente privi d'interesse fra gli uomini. S'erano
ormai detti tutto nei quindici giorni di forzata compagnia nello
spazio limitato da prora a poppa e da tribordo a babordo. Paul
non riuscì quasi a chiudere occhio nella notte fredda e presto si
vestì, percorse il salone dove assonnati inservienti si davano da
fare con secchi, stracci e ramazze, ed uscì sul ponte. La nebbia
fittissima l'avvolse e l'umidore freddo, pungente gli penetrò
156
nelle ossa procurandogli brividi Ma il sole e un'attiva brezza
incominciavano a diradare e ombre e nebbia e vide una città.
Doveva essere Southend on Sea, immersa in una patina grigia e
triste sulla sponda settentrionale dell'estuario del Tamigi. La
nave incominciò a risalirlo lanciando lamentosi penetranti
segnali acustici d'avvertimento riecheggianti cento altri
provenienti da natanti che la precedevano o la seguivano. Il
giovane non riusciva a distaccarsi dalla murata e attento
seguiva ogni manovra ed aguzzava la vista per scorgere la città
che si annunciava preceduta dagli infiniti sobborghi.
Sbarcarono, per problemi di marea, al Tilbury Dock, parecchio
lontano dal cuore dell'immensa metropoli ed un veloce treno li
condusse alla Riverside Station nei pressi della City, il quartiere
dall'attività forsennata, dove uomini con vestiti dal taglio
perfetto camminavano con passi lunghi e veloci, s'infilavano nei
mille portoni di imponenti edifici o in enormi negozi dalle
grandi illuminatissime vetrine. Le donne non erano da meno:
dignitose, dinamiche, libere, s'affannavano indaffaratissime con
un passo di una rapidità da capogiro per chi, come Paul,
proveniva dall'estremo Oriente dove tutto si svolgeva più
placidamente nel caldo soffocante ed invitante all'inerzia.
Lunghe ordinatissime file sostavano in attesa dei rossi autobus
che si susseguivano quasi senza soluzione di continuità ed
affollavano gli ingressi della ferrovia sotterranea, dove i
convogli sferraglianti giungevano nelle stazioni funzionali
preceduti da un lungo ossessivo sibilo e da un grande
spostamento d'aria. Eppure di sera la brulicante umanità, dopo
157
aver lasciato ristoranti e ritrovi, scompariva lontano verso la
periferia, ed il quartiere si svuotava, quasi a concedere riposo
agli uffici che ne occupavano ogni più minuscolo spazio al di
sopra dei piani terranei. Paul ammirava il grandioso
agglomerato di costruzioni, monumenti, palazzi dal nome
famoso, sontuosi ed esclusivi club, curatissimi parchi e, travolto
dal giovanile entusiasmo, non tralasciava di frequentare le
strade e le piazze più note. In capo ad una settimana ne ebbe
abbastanza: la vita mostruosamente dinamica che gli fluiva
intorno, seppur rigorosamente interrotta dai cinque pasti, non
era per lui, da sempre portato alla contemplazione e alle
profonde tranquille letture, ed il desiderio di Oxford premeva.
Non vedeva l'ora di raggiungerla ed iniziare il nuovo e più
impegnativo ciclo di studi.
In una luminosa giornata di fine settembre il treno lo condusse
alla pittoresca e quieta città, sede di una delle più famose
università del mondo, in una verde vallata alla confluenza del
Tamigi con il Cherwell. Tutto parlava di studi, di ricerche, di
disciplina nell'antico capoluogo di contea: gli oltre venti college
nel severo stile gotico o normanno, la cattedrale, la biblioteca
bodleiana, l'Ashmolean Museum con la preziosa collezione di
vasi ed oggetti da paleolitico all'età cretese, egizia, greca ed
ellenistica. Stradette tortuose ed irregolari collegavano un
college all'altro e nel pomeriggio erano invase da studenti dal
viso composto, serio ed intelligente che davano sfogo
all'irrequietezza dell'età solo nei vicini boschi e prati. Il verde
qui era ben diverso da quello malese: non le giungle selvagge ,
158
ma ordinate estensioni di alberi ed erba dove evidente appariva
l'intervento dell'uomo. Paul era nel Magdalen College, dalla
torre quadrata, tozza, i cui merli si ergevano poco più in alto del
tetto fortemente spiovente di tutto l'edificio, e una torre più
piccola, ottagonale spingeva la guglia oltre la merlatura. I suoi
compagni di corso provenivano da ogni zona della Gran
Bretagna e quasi tutti erano di religione anglicana, mentre
nessuno proveniva da oltremare.
La vita fu subito difficile per il giovane Caracciolo che doveva
subire le angherie dei colleghi anziani, il supplizio di essere un
papista e le pesanti prese in giro per la sua provenienza da un
Paese considerato poco più che selvaggio. Qui, si accorse
amaramente Paul, il nome dei Caracciolo non solo non
influenzava positivamente il trattamento riservatogli, ma lo
peggiorava per l'evidente origine italiana. Pesava troppo agli
inglesi il nuovo ruolo assunto dalla penisola mediterranea nella
politica europea e la popolarità di Mussolini legata alle decise
prese di posizione contro la Germania nazista dopo l'assassinio
del cancelliere austriaco Dollfuss. Non si poteva negare che
l'ormai piccolo Paese schiacciato fra Italia e Germania non era
stato annesso da quest'ultima per l'invio di alcune divisioni
italiane al confine del Brennero. Molto più grave però per gli
orgogliosi figli di Albione erano le mire del Paese dei mandolini
sull'Etiopia a turbare un equilibrio coloniale che parlava a netto
favore dell'imperialistica Inghilterra.
"Paul, non devi abbatterti, vedrai che la smetteranno", lo
incoraggiò il massiccio Eduard Thurles, mentre dalla piccola
159
finestra della loro stanza guardavano le mura della vecchia
città.
"Proprio tu parli così, che solo per essere cattolico sei
angariato quasi quanto me", rispose Paul scoraggiato. "Non so
davvero cosa fare, Eduard. Hai visto, ho cercato di farmeli amici
e non funziona, di reagire con la forza e si mettono in quattro a
beffeggìarmi o a trattenermi. Chiedo una spiegazione al
professore e rumoreggiano tanto da non farmi sentire o capire
nulla. Sono avvilito, tu lo sai bene, io amo lo studio e la chimica
mi appassiona, ma è una materia difficile e in questo modo il
mio profitto è ridotto a zero. Sono tre mesi, non un giorno, e
non mi sento di continuare in questo modo. Né tanto meno
posso scrivere ai miei per dire che torno a Singapore dopo tutte
le storie che ho dovuto affrontare per venire qui..."
"Lo so, Paul, ti capisco, ma non si può fare altro che subire per
ora. Tu sei bravo più di loro e alla fine del semestre iniziale
salterà fuori e la smetteranno..."
“Che dici, di questo passo rischio di essere espulso per scarso
profitto, altro che far vedere quanto valgo!"
"Ma no, vedrai, sistemerò io le cose per tutt'e due quando
riuscirò a dare la lezione che merita a quel delinquente di Adolf
Coolidge, il loro caporione".
"Guarda che è il campione di boxe del nostro corso!"
"E' vero, sa tirare di boxe, ma con questi lo batterò", disse fiero
Eduard mostrando i bicipiti robusti come una gomena. "Ed ora
andiamo fuori, usciamo a distrarci, è inutile tormentarsi"
L'andirivieni gioioso di giovani, gli affollati pubs, le affascinanti
160
vetrine dei piccoli editori confortarono Paul, quasi dimentico
dei suoi problemi: amava quella città e sentiva di poter far
bene, di poter apprendere nozioni preziose per il suo avvenire,
si sarebbe trovato completamente a suo agio, per il Borneo,
perché non lo lasciavano in pace? Appena fuori dell'abitato s’
incamminarono su un prato in dolce pendio, quando furono
d'improvviso attorniati da una diecina di colleghi capitanati da
Adolf Coolidge, alto quasi un metro e novanta, dal viso maschio
e severo che subito contrasse in un ghigno satanico.
"Ah, ecco le nostre mammolette, i papisti del Magdalen. Da
soli, naturalmente. Ragazzi, sapete che vi dico, questi sono
finocchi: Eduard è il maschio e Paul, tanto delicato, la
femmina".
"E' vero", aggiunse Peter, un lungagnone cosparso di efelidi,”
"finocchi, finocchi".
"Finocchio sarai tu", rispose agggressivo Eduard. "Guarda che ti
spacco la faccia".
"A chi la spacchi?", intervenne Adolf.
"Anche a te".
"Ma guardate il papista, osa sfidarci".
"Certo,e se non sei un vigliacco, affrontami da solo".
"E la mammoletta che ti tiri dietro?"
"Lo farà con Peter, è vero, Paul?"
"Sì", rispose esasperato Paul ormai disposto a tutto.
"Che dite, ragazzi, gli diamo questa soddisfazione o li picchiamo
tutt'insieme?", domandò Adolf rivolto ai compagni.
"Boxe, boxe", fu il coro.
161
"Allora va bene, e voi finocchi ricordate che si tira di boxe,
niente sgambetti o prese di lotta", decise Adolf.
Immediatamente un ampio cerchio fu formato. I quattro si
tolsero soprabiti, giacche e si rimboccarono le maniche della
camicia. Faceva freddo e il vento penetrava sotto il cotone
pungendo la pelle nuda. Paul, che era il meno abituato,
rabbrividì, ma prese posizione, anche se non eccessive erano le
sue nozioni e la pratica della cosiddetta nobile arte. Peter
faceva parte della squadra di pugilato del college. Bisognava
fare attenzione, non farsi prendere dall'ira, si ammoniva Paul,
dominato dall'altezza di quella specie di pertica che lo
sovrastava di mezza testa. Giravano in tondo guardinghi,
mentre avvertivano dietro di loro i terribili colpi scambiati fra
Adolf ed Eduard accompagnati da urla entusiastiche degli
universitari. Peter lanciò finalmente una larga sventola di
destro, ma Paul con un rapido balzo indietro lo evitò. Rientrò
rapido con un sinistro allo stomaco e si accorse di quanto era
muscoloso, duro come una roccia. L'avversario si scompose
avanzando a corpo morto e roteando violentemente le lunghe
braccia. Allora Paul comprese: non era molto intelligente,
Peter, ma forte e preparato. Avrebbe dovuto usare il cervello e
colpirlo in faccia, nulla poteva ottenere con colpi alla figura. Gli
ci volle del bello e del buono per scansare i diretti di Peter ed
era ormai convinto che uno solo giunto a segno l'avrebbe steso
knock out. Poteva colpire l'avversario quasi a piacimento, ma
anche il suo destro non riusciva a disturbare Peter. Decise di
lavorare il lungo naso col sinistro, mentre col destro parava
162
botte che presto gli indolenzirono il braccio. E finalmente colpì
quella specie di proboscide e la sentì cedere sotto la mano, ma
non sanguinò molto, solo un piccolo sgocciolio che smise
presto, e l'effetto fu tutto lì, se si escludevano gli occhi di Peter
che fecero acqua in malo modo per circa cinque secondi, e la
faccia parve intontita per un attimo, ma il labbro superiore non
gli si gonfiò per niente. Era come tentare di abbattere un
bufalo. Paul continuò a martellare il naso, ma Peter si
rannicchiò in modo che il sinistro di Paul gli passasse alto sopra
la testa, e lui poi si rialzava sferrando sibilanti sventole col
destro. Avrebbe potuto massacrarlo con un uncino sinistro al
ventre, ma non lo fece, seguitò a tirare sventole di destro.
Dietro di loro Eduard crollò in terra colpito duramente da Adolf
e Paul con la coda dell'occnìo lo vide rialzarsi furente e lanciarsi
contro l'avversario. Paul schivò e s'accorse che Peter spostava il
sinistro sulla parte destra della faccia quando si abbassava,
lasciando un largo spazio scoperto sul lato sinistro del viso.
Iniziò allora a far finte di sinistro avanzandosi per portare un
diretto destro in giù, proprio nella zona scoperta. Mancò il
colpo, ma poi arrivò a segno sotto l'occhio sinistro di Peter e
capì che gli avrebbe lasciato un bel segno nero, ma era una
magra consolazione perchè neanche il diretto sbilanciò
l'avversario. Era forte, maledettamente forte! Il colpo
successivo, vibrato da Paul con tutta l'energia possibile, colpì
Peter in cima alla testa abbassata e si senti partire una delle
falangi. Non era rotta, ne era sicuro, forse slogata, ma questo
bastava. Peter si rialzò dalla posizione rannicchiata con un largo
163
maligno sogghigno. Paul lasciò allora perdere il destro e ritornò
a tempestare il naso dell'avversario col sinistro, risparmiando la
mano offesa per un colpo al pomo d'Adamo di Peter. Si sentiva
incredibilmente lucido. Non gli rimaneva altro da fare, ma era
stanco e quel ragazzo era davvero di ferro. La folla dei
compagni frattanto elevò urla di gioia: Eduard, colpito da un
tremendo e preciso destro di Adolf, era crollato K.O. Adolf
aveva vinto e si trasformò in spettatore, incitando Peter. Ma
ormai tutti avevano compreso l'intelligenza di Paul e
apprezzavano, godendo per immedesimazione, i suoi sforzi
intellettuali per abbattere il bisonte senza doversi esporre al
rischio di essere colpito. Le gambe di Paul erano stanche e
avambracci, gomiti e spalle gli dolevano per i forti pugni
incassati. La mano destra era un pò tumefatta e Peter l'aveva
vista e s'era messo ad incalzarlo ancor più veementemente.
Paul non aveva ancora avuto la possibilità di portare il destro
sul pomo d'Adamo di Peter ed incominciava a chiedersi con
ansia se mai avrebbe potuto farlo. Doveva essere certo di
centrarlo perché la mano non avrebbe retto ad un altro impatto
con la testa di Peter. Il lungagnone lo incalzava con entrambe le
mani e Paul doveva fare miracoli per parare e scansarlo, ed
infine Peter riuscì a portare un diretto destro preciso. Il colpo
esplose sulla tempia di Paul e si trovò in ginocchio fra gli
spettatori. Si sentiva assonnato, stanco e tutto gli suonava
strano e remoto, ma un sorriso d'incoraggiamento di Eduard lo
spinse a rimettersi in piedi: fu un duro sforzo perché le gambe
si rifiutavano d'obbedirlo. Con la forza della disperazione
164
s'avanzò e scaricò un sinistro sul naso ormai dolorante di Peter
e lui urlò e alzò ambo le mani. Paul, rapido come una saetta,
vibrò un uncino al ventre e Peter non urlò, ma alzò ancora le
mani perché probabilmente la sventola al naso l'aveva intontito
e scopri il pomo d'Adamo al destro di Paul che colse la palla al
balzo. La mano lo fece gridare dal dolore, ma ne valeva la pena;
Peter soffocò e si prese il collo con tutte due le mani e cadde.
Ansimava e rantolava tastandosi delicatamente il collo e la
faccia gli si arrossò, poi si fece paonazza, poi quasi nera e si
buttò disteso e si arrese. Eduard strinse la mano di Paul e gli
diede un'energica pacca sulle spalle che per poco non lo fece
stramazzare per la spossatezza che lo pervadeva interamente,
mentre gli altri erano rimasti muti, sconcertati per la sconfitta
di Peter. Adolf li dominò tutti e disse:
"Ragazzi, questi papisti si sono mostrati coraggiosi e meritano
la nostra amicizia. Da oggi fanno parte del nostro club, intesi?"
Un coro di sì fu la risposta e poi il piccolo e segaligno Mike
domandò:
"Che, non andiamo oggi da Mildred?"
"Si, ora andiamo tutti e le ragazze cureranno me e gli altri boxer
con le balsamiche pomate e le carezze".
"Chi è Mildred?", chiese Paul.
"Ma come, ancora non lo sai? La tenutaria dell'unica casa di
appuntamenti di Oxford. E' vecchia e ricchissima con tanti
studenti che ci sono qui, ma se lo merita, porca puttana, fa
venire le più belle prostitute di Londra. Su, andiamo, dopo i
165
pugni vedremo se usi bene anche quello" ed indicò il basso
ventre.
Antichi timori e la ben nota angoscia s'impadronirono del
giovane.
"No, scusami, Adolf, per oggi preferisco tornare al college, sono
stanco".
"Allora davvero sei un finocchio?"
Un'ira profonda lo prese. Ora basta, non voleva essere
comandato, avrebbe sempre dovuto rimanere intruppato con
gli altri? E poi meglio il dubbio di una brutta certezza: il vecchio
paralizzante ragionamento. Duro rispose:
"No, non lo sono. Ho avuto più ragazze io di quante tu ne avrai
in tutta la tua vita. Le prostitute non mi piacciono, vado al
college…e tu, Eduard?"
" Vado con loro", fu la risposta.
Solo si avviò al Magdalen, mentre da lontano gli giungevano
frasi come queste: "Io penso che sia finocchio". "No, non lo è.
Ha un bel fisico, piace alle donne…" "Ma deve pur andare a
puttane, qui non ha la ragazza.
166
CAPITOLO XII
La società delle nazioni ha decretato la revoca delle sanzioni
contro l'Italia. così titolava su due colonne in prima pagina il
Times del 16 giugno 1936. Paul ripiegò accuratamente il
giornale che succintamente riepilogava il conflitto italo-etiopico
scoppiato il 3 ottobre 1935 e conclusosi il 9 maggio dell'anno
successivo con la solenne proclamazione dell'Impero a Roma
con la quale Vittorio Emanuele III, re d'Italia, assumeva anche il
titolo d'imperatore d'Etiopia. L'articolista sorvolava sul periodo
critico dei rapporti anglo-italiani, quando sembrava dovesse
accadere qualcosa di ben più grave fra le due nazioni europee e
le flotte s'erano fronteggiate al largo del canale di Suez.
Paul lo ricordava bene perché il suo contrastato sodalizio con i
colleghi aveva toccato una delle vette d'insofferenza. Dopo la
scazzottata e il suo rifiuto di frequentare la 'casa di Mildred' era
stato lasciato un po' più tranquillo ed aveva potuto dedicarsi, se
non in tutta serenità, perlomeno senza gravi turbamenti, allo
studio e i risultati erano stati discreti, nonostante il ritardo dei
primi tre mesi quasi nulli. D'estate aveva preferito non tornare
a Templemore, ma rimanere ad Oxford e, con l'aiuto di qualche
volenteroso professore, recuperare il tempo perduto. Nel
secondo semestre l'applicazione e l'intelligenza l'avevano
condotto a brillare come uno dei migliori allievi del corso. Poi
erano giunti a Londra Charles Vyner e Linda, e Peter aveva
167
scoperto la parentela del pittoresco rajah bianco con Paul.
Apriti cielo! I lazzi, le prese in giro avevano raggiunto vette
incredibili e il sospetto di omosessualità era stato rispolverato.
Il giovane sedeva pallido, smagrito nella lussuosa hall dell'hotel
Savoy di Londra ed ascoltava rassegnato la voce fessa di Brooke
e quella squillante, sicura della sorella, più sontuosa e regale
che mai. Naturalmente il maggiore, ora colonnello, Smith era
con loro.
"Disapprovo, Paul, il tuo mancato ritorno a casa per l'estate. E'
inconcepibile. Mamma ne ha sofferto", disse Linda.
"Le ho scritto e le ho fatto capire la mia difficoltà di
ambientamento e la severità degli studi, non potevo perdere
nemmeno un giorno..."
"Dio, cosa debbo ascoltare! Lo senti, Charles Vyner, lo sente,
colonnello? Ricordati, Paul, che la famiglia viene prima di ogni
cosa. Nella vita abbiamo dei doveri che precedono tutti gli
altri..."
"Faresti bene a ricordano anche tu", replicò Paul in un antico
moto di insofferenza. Linda deglutì, lo osservò preoccupata e
spostò lo sguardo dapprima sui bianchi baffoni e sui boccoli
molto meno folti di una volta del marito, e poi sul maschio viso
dell'ufficiale e sentenziò:
"Io so sempre bene ciò che faccio. Ed ora ascoltami, ti vedo
pallido, malandato, di sicuro l'aria di qui non ti fa tanto bene.
Aveva ragione John quando non voleva che tu venissi. Ci
penserò, sai, e forse ti faremo tornare. Dipende dal tuo
comportamento". Lo fissò soddisfatta e minacciosa e continuò
168
confortata dalla mancata reazione di Paul. "Abbiamo fatto
rinchiudere Margaret. Che tristezza! La poveretta non capiva
più ciò che faceva, danneggiava se stessa, la nostra reputazione
e quella del marito e del figlio. John è stato rapido come al
solito e una lettera del rajah ha fatto il resto..."
"Già, rapido come sempre, come quando le ha spezzato il
cuore..."
"Oh, il cuore, siamo in pieno melodramma, Paul. Davvero non ti
riconosco più, eri un ragazzo in gamba. Su, riprenditi, caro,
faccio molto affidamento su di te, non mi deludere". Lo
abbracciò e, scortata dai due uomini tanto diversi, accompagnò
il fratello alla porta.
Fortunatamente erano partiti e l'eco di quella visita di Stato da
operetta s'era appena attenuata quando erano iniziate le
sanzioni contro l'Italia che i colleghi oxfordiani continuavano a
ritenere il Paese di Paul, nonostante avesse più volte
dimostrato la sua nazionalità inglese. Stufo e per non passare
per pusillanime, non aveva più risposto e infine gioito, per una
logica reazione, ai brillanti e rapidissimi successi delle truppe
del maresciallo Badoglio. Cosa, c'entrassero con lui, Dio solo lo
sapeva, eppure i trionfi, la dimostrazione di coraggio e
l'efficienza dei soldati di una nazione che non conosceva gli
avevano procurato prestigio e il definitivo abbandono di ogni
ostilità nei suoi riguardi, e non pochi colleghi entravano nella
sua stanza a congratularsi con lui lanciando un'occhiata
rispettosa all'articolo sul Times. Faceva caldo, un caldo tiepido,
asciutto, ben diverso dall'appiccicosa, torrida calura equatoriale
169
e il cielo era di un azzurro terso, appena macchiato da candide
nuvole, leggere come batuffoli di bambagia. Paul era allegro,
disteso, soddisfatto; nulla più s'era opposto ai suoi studi e i
risultati folgoranti del terzo semestre appena concluso lo
dimostravano. Era appagante dedicarsi allo studio della
chimica, alla scoperta della materia nelle sue varie specie -le
sostanze- indagandone la composizione, la struttura, le
proprietà. Ma più gratificante era l'interpretazione dei
fenomeni, delle reazioni chimiche a causa delle quali le
sostanze si trasformano in altre, le leggi che regolano tali
fenomeni e le manifestazioni energetiche che li accompagnano.
Aveva ormai completato lo studio della chimica generale, fisica,
organica, inorganica e analitica e aveva incominciato a
cimentarsi con l'affascinante specializzazione della chimica
industriale. Ora si che poteva iniziare a penetrare i problemi
connessi alle gomme sintetiche e stava recandosi alla biblioteca
per consultare un recente volume tedesco sulla
polimerizzazione del butadiene in emulsione e non in massa.
Percorreva quasi di corsa le stradine della città ormai
definitivamente cara al suo cuore e al suo cervello e imboccò
irruente la porta della Bodleiana travolgendo una ragazza. Si
scusò, la guardò e rimase folgorato. Un viso d'angelo nel quale
brillavano grandi occhi verdi cangianti, incorniciato da lunghi,
quasi impalpabili capelli biondi, fra i quali un raggio di sole
creava riflessi meravigliosi. Il corpo non era da meno: snello,
longilineo, le gambe con i polpacci delicatamente disegnati
partivano da caviglie sottili, nervose.
170
"Calma, calma, non scappa mica, è qui da più di trecento anni",
disse l'angelo con voce melodiosa, argentina.
"Lo so, mi perdoni, sono maldestro e incivile, ma, sa, l'ansia per
un libro appena giunto... S'è fatta male?", mormorò confuso,
incantato Paul.
"No, per fortuna, e se mi lascia il braccio posso andarmene",
rispose la fanciulla mentre gli occhi da gatto lo fissarono per un
attimo fra l'irritato e il divertito.
"Oh, mi scusi, non capisco più nulla... Mi chiamo Paul
Caracciolo, studente di chimica al Magdalen College..."
"Va bene. Io sono Cynthia Taylor, insegnante elementare, ma
ora me lo lascia il braccio?"
"Ah, si, anzi no, vorrei farmi scusare.., posso offrirle un tè?"
Staccò con sforzo la mano avvinghiata quasi indissolubilmente
alla pelle calda, morbida dell'arto che avvertiva sotto i
polpastrelli, quasi la sottile semplice camicetta di cotone non
esistesse.
"No, grazie, non è mia abitudine fare conoscenze in questo
modo e poi sono attesa, vede?" e indicò un giovanotto dai
capelli rossi che si accingeva ad attraversare facendo larghi
gesti di richiamo.
Paul ci rimase male: da quasi due anni non avvicinava una
ragazza e quando mai gli era capitata una simile fortuna?
"Ma non si è fatta male?"
"Le ho detto di no. Eccomi Richard". Gli occhi mandavano
bagliori ed il viso bellissimo si apri ad un irresistibile sorriso.
171
"Che succede?", chiese il giovanotto. Paul senti d'odiarlo e
un'immensa tristezza lo invase.
"E' che io sono un incapace, entravo come un folle nella
biblioteca e ho investito la signorina..."
"Ti sei fatta male?"
"Anche tu, sono meno fragile di quel che sembro, l'ho frenato
in tempo. Ed ora andiamo"
Richard le pose con aria protettiva la mano sulla spalla e la
fanciulla si ritrasse.
"No, Richard, sai bene che papà non sopporterebbe, non
vuole..."
"Mi scusi anche lei", intervenne Paul che non si rassegnava ad
abbandonarla. "Vorrei presentarmi. Paul Caracciolo, studente
in chimica"
“Richard Austell, medicina". Si scambiarono una robusta stretta
di mano.
"Io sono al Magdalen, e tu?" "
Al Chrìst Church".
"Che anno?"
"Andiamo, Richard, ho fretta", intervenne infastidita Cynthia.
"Veramente volevo farmi scusare ed offrire il tè della pace",
provò Paul.
"No, un'altra volta magari, eh?", rispose conclusivo lo studente
di medicina e i due scomparvero dietro l'angolo della stradina
vicina.
'Dio mio, ed ora?', pensò Paul, 'quando la rivedrò? Sono un
pazzo, è tanto bella ed è già impegnata. E poi s’ interesserebbe
172
a me? no, no di certo!' Scoraggiato e privo d'entusiasmo, fu
inghiottito dai severi locali della Bodleiana. Il libro massiccio
con la robusta rilegatura era aperto davanti a lui. La formula del
capolimero etilene-propilene atattico ballava una scomposta
danza confondendosi con quella del policloroprene. Fra le
parentesi della formula il volto d'angelo, gli occhi di gatto, i
capelli d'oro annullavano i segni, le valenze, sovrapponendosi
meravigliosamente e sei lettere si componevano
ordinatamente formando un nome: CYNTHIA! Quanto bello,
dolce, delicato come lei, la fanciulla che una sorte benigna gli
aveva fatto incontrare, anzi scontrare. Ma quale sorte benigna
se l'aveva degnato appena di uno sguardo indifferente ed
affrettato. Maligna, non benigna: nuove sofferenze lo
attendevano. Perché nasconderselo, ne era innamorato! Non
gli era mai successo prima di sicuro, ne era più che certo. Le
ragazze di Singapore, finanche Annette, con la quale ormai i
rapporti erano cessati da quando viveva ad Oxford, non lo
avevano mai attratto in quel modo abbagliante. Non gli era
davvero dispiaciuto uscire con lei, baciarla. carezzarla, ma
quando si salutavano il suo pensiero era senza distrazioni o
ripensamenti sui testi di scuola, o magari su Templemore, sul
suo futuro, mai una volta il viso della fidanzatina gli era apparso
in sogno o nella stanza del collegio. Ora invece nel pulviscolo
luminoso del raggio di sole che s'infilava prepotente nell'alta
finestra trifora sopra di lui e si rifletteva sulle pagine patinate
del volume, Cynthia compariva e scompariva in continuazione,
col suo sorriso, con la sua riservatezza, e campane suonavano a
173
Come ritrovarla? e quale sarebbe stato il risultato? Oh, non
importava, doveva rivederla di persona, non solo nelle
immagini che la sua retina sembrava aver imprigionato in modo
indelebile. Doveva vincere la torpida abulia, il ritenersi sconfitto
in partenza. No, perbacco, ora basta con le incertezze.
D'improvviso si senti deciso, pronto a qualsiasi lotta. Ah, si,
forse un mezzo c'era. conosceva il college di Richard, avrebbe
dovuto cercarlo, divenire amico e, attraverso lui, l'avrebbe
nuovamente avvicinata. E poi? Parlarle, rendersi simpatico, ben
accetto e tentare la grande impresa di conquistarla, uscire con
lei, commuoverla con la forza dei sentimenti. E Richard? Che gli
importava di lui, avrebbe abbattuto un toro! Come una saetta
abbandonò il tavolo, si precipitò sulla porta e s'incamminò con
passo veloce più degli inglesi purosangue per le strade. Non
vedeva, non capiva più nulla: una sola meta, il Christ Church
College. Eccolo, il bel portale del XVI secolo e la chiesa di stile
romanico s'affacciavano su un prato verde levigato
specchiantesi in un calmo laghetto dove ninfee contornavano
una statua emergente dall'acqua. Si diresse alla portineria e
chiese di Austell. Lo cercarono, non cera. Delusione! Studenti
entravano ed uscivano in continuazione. Stava per avvicinarne
qualcuno, quando una porticina sormontata dalla scritta stinta
di Amministrazione si apri e Cynthia usci leggera come una
nuvola, silenziosa, lo sguardo verso terra. Qualche giovane
tentò d'avvicinarla sussurrandole qualcosa, ma l'adorabile testa
bionda proseguì indifferente verso l'uscita. Paul le si parò
davanti dedicandole il suo miglior sorriso: sapeva di non essere
174
brutto, tutt'altro, alle ragazze ora sempre piaciuto. Cynthia
apparve incerta, ma non sorpresa e dopo un attimo
interminabile lo ricambiò. A Paul sembrò di toccare il cielo con
un dito e tutt'intorno divenne luminoso , intensamente
colorato.
"E' un felice destino il mio, o forse è la mia giornata fortunata.
Dovunque vado la incontro..."
"Cosa ci fa al Christ Church? Non mi disse di essere al
Magdalen?"
"Cercavo un amico
"Beh, la saluto..."
"Esco anch'io".
"Non cercava un amico?"
"Non c'è e per la verità non m'importa più".
Camminarono affiancati per minuti dolcissimi ed angosciosi.
Paul non sapeva cosa dire: avrebbe dovuto agire con
delicatezza, senza forzature. Non era una ragazza qualsiasi.
"Lei. insegna, è vero?"
"Si, da pochi giorni, mi sono appena diplomata".
" Dove?"
"Alla Elizabeth School, ed ora la saluto ancora, io sono arrivata".
Indicò un antico palazzotto e gli tese la mano. Paul non insisté
oltre: aveva ottenuto quanto non si sarebbe mai aspettato e
strinse con delicatezza la manina morbida dalle lunghe dita
affusolate. Conservava il ricordo di quel contatto esaltante e
poco lontano, fra la folla, si baciò con trasporto il palmo. Non
c'era più bisogno di Richard, conosceva ormai l'abitazione di lei,
175
la scuola dove insegnava, gli aveva mostrato un po' di simpatia
o perlomeno non lo aveva respinto o ignorato come aveva fatto
poco prima con gli altri studenti. Cosa poteva desiderare di più?
Ma cosa ci faceva lei al Christ Church College? Per Richard? Ma
lui non c'era. Allora? 'Calma, Paul, col tempo saprai ', si disse e
felice ritornò al Magdalen.
Alla mensa lo sguardo era assente, il viso quasi inebetito,
alternante espressioni larvatamente sorridenti o corrucciate. Il
frastuono di centinaia di studenti che divoravano come lupi,
conversavano animatamente, muovevano in continuazione
piatti, bicchieri, posate e l'andirivieni degli inservienti non
riusciva a giungere alle orecchie di Paul che quasi non toccò
cibo e si rinchiuse nella sua stanza e si gettò ancora vestito sul
letto. Supino, gli occhi a fissare senza vederla la volta a crociera,
si tormentava nel tentativo di risolvere un problema di non
facile soluzione e fra attorcigliati viluppi s'addormentava. Sogni
brevi, suadenti s'interrompevano bruscamente nell'ansia di
ostacoli angosciosi. Si svegliava imbambolato e immagini simili
ai sogni passavano avanti ai suoi occhi appannati da una
gamma di nuovi sentimenti. Così lo trovò Eduard, di ritorno da
un'accesa e combattuta partita a scacchi.
"Ma che hai stasera, Paul?", domandò.
"Nulla, problemi".
"Ancora?, Da Templemore?"
"No, non m'importa nulla di Templemore".
"E allora?"
"Niente, ti ho detto".
176


Ultima modifica di Bruno il Sab Giu 29, 2013 1:42 pm, modificato 2 volte
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MessaggioTitolo: Re: LA MALEDIZIONE DI TEMPLEMORE (Caucciù), romanzo di Bruno Cotronei   Gio Gen 01, 2009 2:26 pm

"Donne?"
"No, no!"
"Fatti guardare, sei strano. Secondo me sei innamorato"
"Ma no... Senti, Eduard, che orario fa una scuola primaria?"
"Ah, ecco!" Lo guardò sorridendo. "Dalle otto a mezzogiorno"
"Come si fa ad uscire di qui prima di mezzogiorno?"
"Non venire alle lezioni, datti ammalato e poi squagliatela. Ma
guarda che è pericoloso, puoi essere espulso se se ne
accorgono ".
'Tu l'hai già fatto".
"Si, è vero, e ne valeva la pena... senti, è appena agli inizi o è già
di ruolo?"
"Che mi chiedi, di che t'interessi... scusami, è agli inizi".
"Allora tutto è risolto. Sei un campione negli studi e poi ti perdi
in un bicchiere d'acqua!"
"Perché, che intendi dire?" Un sorriso di speranza illuminò il
bel volto più sofferto del solito.
"Le supplenti fanno un paio d'ore di mattina e poi insegnano al
doposcuola, testone. Dalle due alle quattro pomeridiane"
"Ne sei certo?"
"Ci puoi giurare. Non hai bisogno di trucchi, usufruisci della
libera uscita!"
"Sei un amico, Eduard, sei un amico, disponi pure di me"
"Certo, continuerai ad aiutarmi. La mia testa di stratega
necessita di te per la chimica".
Le parole dei professori giù in fondo all'emiciclo dell'aula grigia
e semibuia arrivavano ovattate, prive di significato per il
177
giovane Caracciolo. Di continuo consultava l'orologio da polso e
le lancette sembravano non muoversi mai. Pregusta l'incontro,
ne teme il fallimento. Che gl'importa del polibutadiene? della
sua formula complicata, dei legami semplici o composti degli
atomi di carbonio con l'idrogeno? E finalmente è libero, salta il
pasto e si precipita con un'ora d'anticipo alla Elizabeth School.
Non c'è nessuno davanti alla porta modesta dell'edificio
anonimo. Poi qualche ragazzino giunge, il flusso s'intensifica e
arrivano le insegnanti. Sono giovani, alte, basse, grasse, magre,
brune, bionde, castane e rosse. Alcune sono belle, altre meno,
ma Cynthia è inconfondibile e davvero unica, non assomiglia a
nessun'altra. Eccola, col suo comportamento riservato che
saluta le amiche e risponde ai bambini. Avanza verso l'ingresso
e Paul, come per caso, l' incrocia.
"Buongiorno, miss Cynthia, che bella giornata".
"Bella? ma se sta per piovere?", sorrise.
"Davvero? Non me ne sono accorto. Come sta?"
"Paul, non mi dirà che è anche oggi qui per caso".
"Io cammino molto ed Oxford è piccola, ma non sono passato
per caso. Cynthia, debbo parlarle..."
"Ma sa che lei è davvero un bel tipo? Debbo entrare in scuola,
non ho tempo e poi sono impegnata".
"Verrò all'uscita, mi conceda qualche minuto, la prego".
"Forse, e mi promette di smetterla?"
"No, tranne che non me lo ordini in modo definitivo. Grazie, a
dopo, evviva!"
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Due ore, centoventi minuti! Sembrava poco. Una vita
nell'attesa ed infine lei è lì, a cinquanta metri dalla scuola. Paul
le si affiancò, un tranquillo solitario vicoletto li inghiottì. Il
giovane aveva abbandonato ogni finzione, incominciò a
parlarle, a raccontarle di lui a cuore aperto: Templemore, il
padre, i fratelli, i contrasti, le difficoltà d'ambientamento.
L'umanità delle parole semplici, schiette, la tristezza con le
quali le pronunciava, il viso bello, zigomoso, sofferto iniziarono
a far breccia nel cuore di lei. Ora Cynthia lo guardava con
interesse, partecipazione. Gli occhi grandi, luminosi, cangianti si
fissavano baluginanti sullo studente dal comportamento tanto
diverso dagli altri. Più sicuri, meno insistenti, privi di fascino e di
poesia, i ragazzoni inglesi. Le risposte e l'atteggiamento
s'addolcirono, gli disse di lei, nata a Londra, ed ora ad Oxford da
un paio danni con i genitori e la sorellina. Il padre, impiegato
nell'amministrazione del Christ Church, era un irlandese severo,
di stretta osservanza cattolica e non ammetteva la benché
minima deviazione nel comportamento riservato della figlia: se
li avesse incontrati, non sarebbe stato piacevole.
"E Richard?", chiese Paul.
"Un conoscente di famiglia, cos'ha pensato?"
Una sinfonia dolcissima nel cuore di Paul: era libera, libera!
"Nulla, ne sono lieto, no, non è vero. Vera è la mia contentezza
perché pensavo fosse il suo fidanzato".
"Sono stata fidanzata per pochi mesi. Veniva in casa, piaceva a
papà e a mamma, mi voleva bene, poi mi accorsi che non
potevamo andare d'accordo, lo lasciai e piansi per il dispiacere
179
che gli arrecai. Vede, Paul, ma non so perché glielo racconto,
per me l'amore deve essere un sentimento dolce, una sinfonia,
una fusione di caratteri e d'intenti..."
"Anche per me, Cynthia... e vorrei..."
"Non corra, Paul, lei è qui per studiare, laurearsi e ritornare
tanto lontano".
"Ma io".
"No, ora basta, è tardi, debbo rientrare".
"A domani, Cynthia".
"E' meglio di no"
"La prego, parleremo ancora. Vorrei..."
"Vedremo" e rapida scomparve nel pulviscolo di nebbia, ma per
Paul era luce quella che la contornava e ancora si baciò il palmo
dove la manina s'era trattenuta un attimo di più.
Paul si sentiva come un ubriaco. Le gambe sembravano non
poter reggere il corpo, e il collo non riusciva a trattenere la
testa che voleva librarsi alta nel cielo per lui sereno, azzurro,
bellissimo. Era amore, il sentimento di gioia infinita che lo
invadeva in ogni fibra e annullava pene passate, gioie ed
interessi presenti per lasciare spazio solamente a lei, a Cynthia,
meravigliosa creatura che il buon Dio le aveva messo sul
travagliato percorso della sua vita. E' meraviglioso, è esclusivo
l'amore. Ora comprendeva le reazioni di Margaret, povera
fanciulla alla quale avevano troncato le ali. Doveva fare
qualcosa per lei, l'avrebbe fatta, ma non ora. Cynthia, Cynthia e
nient'altro! La sera, la notte, la mattina. Eduard, i colleghi, i
professori. Poi Cynthia, qualche lento progresso. Interi giorni
180
illuminati da pochi meravigliosi minuti. Una settimana e
finalmente il colpo di fortuna: il secondo dopo l'incontro con
lei. Un'imprevista visita sanitaria, i bambini mandati a casa, gli
insegnanti messi in libertà poco dopo e lui, altro regalo della
sorte benigna o premonizione, che si era trattenuto nella
stradina camminando su e giù fra l'ora d'entrata e quella
d'uscita, e Cynthia che lo raggiunse ed insieme per il vicoletto
buio e nel luminoso prato contornato dai lecci. I visi si
avvicinarono. Paul strinse il braccio morbido, delicato di lei e le
sussurrava d'amarla, unica donna della sua vita, primo ed
ultimo amore, e le labbra combaciarono dolcemente, poi le
bocche si schiusero e le lingue si toccarono unendosi.
Meraviglioso momento, non importa se è perfetta o no la
tecnica, la posizione. E' amore! e le mani accarezzavano,
frugavano castamente, anche nell'audacia di gesti; la stretta
fusione dei corpi, lasciarsi andare ad un desiderio lungamente
sognato, sospirato, atteso, non era del tutto pudico. Visi
accaldati, capelli sudati, vestiti spiegazzati. Tutto è bello e puro,
ma Paul non pensa di andare oltre, né lei sente il bisogno di
fermarlo. C'è fiducia, amore, rispetto, la gioia, la serenità di
sentirsi vicini e non per un'ora, ma per sempre. Sulla via del
ritorno i progetti: non devono, non vogliono nascondersi. Paul
andrà a casa di lei, conoscerà il padre, la madre e chiederà il
permesso di fidanzarsi. Si lasciarono questa volta non lontano
dal Christ Church, ancora frementi, incantati. E Paul entrò nella
piccola casa dignitosa, buia, ma illuminata da Cynthia, dal loro
amore e da una calda atmosfera di comunione dei quattro
181
componenti la famigliola. Il suo entusiasmo, la sua sincerità, il
suo palese trasporto amoroso conquistarono i genitori e il
severo padre lo abbracciò in un impeto non comune in un
inglese, anche se di origine irlandese, e Paul apprezzò ancora
una volta il nonno. I Mallow erano conosciuti, stimati e tutto fu
più facile. Ora avevano il permesso di uscire insieme, di andare
a cinema, e tre volte la settimana cenare nella casetta,
trascorrere la serata insieme, ascoltare la radio, i dischi e
ballare. Papà Taylor lo interrogava a volte su Templemore e sui
progetti di Paul una volta laureato, e non nascondeva il dolore,
la preoccupazione della separazione, seppure lontana nel
tempo, dalla figlia, ma Paul aveva una sorpresa in serbo per
loro. Non sarebbe partito per Templemore. Uno scambio di
telegrammi l'aveva esentato: era l'anno nel quale avrebbe
conseguito il bachelor of science, primo grado accademico delle
università inglesi, e l'assenza fu giustificata ed avallata.
La seconda sorpresa la comunicò a Brighton in agosto, dove i
Taylor s'erano trasferiti per le vacanze nella bianca spoglia
villetta, un buon miglio fuori del famoso assolato centro
balneare sulla Manica. Aveva ricevuto un'interessante offerta di
lavoro. Era andata così: un professore aveva accompagnato i
migliori studenti alla Dunlop e un ingegnere della ditta
illustrava ai visi attenti le susseguenti fasi di lavorazione dei
pneumatici. Calandratura, trafilatura e vulcanizzazione.
Successivamente, nell'adiacente stabilimento, i grandi impianti
per la produzione della gomma sintetica dalla immissione del
butadiene e dello stirene nella imponente caldaia e poi, dopo
182
l'ottenimento del lattice, le altre fasi, fino a confrontare in
laboratorio le proprietà a volte superiori alla gomma naturale.
Nel pranzo conclusivo Paul s'era distinto per la profondità delle
domande e un alto dirigente gli aveva chiesto il nome.
Caracciolo, gli ricordò di Templemore e di un'antica visita di
John. Condusse Paul in ufficio e gli offri un impiego di prestigio.
Rivalsa contro i Caracciolo? Forse, Paul ne ebbe il sospetto, ma
grande era la soddisfazione e l'ansia di poter far felice i Taylor.
La sabbia della spiaggia della cosiddetta London by the Sea era
ruvida e i granelli ben diversi dai sottilissimi di Sematan, e gli
otto chilometri erano quasi tutti densamente frequentati.
Faceva caldo, ma un caldo inglese che faceva rabbrividire le
spalle e le cosce nude delle bagnanti. Paul era del tutto
indifferente all'esibizione di nudità, la più audace d'Europa, gli
avevano detto, dopo la Francia. Costumi di lastex, altra
applicazione della gomma, ricoperta da una spirale tessile,
evidenziavano le forme, anche quelle di Cynthia. Era una falsa
magra: ossa sottili e delicate sostenevano un corpo
meraviglioso, ben fornito di attributi femminili, ma ingentiliti da
quel viso d'angelo, dove gli occhi da gatta osservavano Paul con
aria maliziosa e pudica insieme. I due giovani formavano una
splendida coppia e potevano apparire come fratelli per la
somiglianza dei volti e della carnagione. Sguardi ammirati li
accompagnarono fino alla battigia quando coraggiosamente
s'immersero nell'acqua fredda e vigorosamente nuotarono fra
la miriade di natanti. Era bello inseguirsi fra le onde e, nascosti
da una barca, baciarsi appassionatamente e provare ancora più
183
gusto per la saliva che si mescolava con l'acqua salata, mentre
le gambe s' intrecciavano e i corpi seminudi si toccavano. Il
brusio dei bagnanti, gli scoppiettanti motori, onde che urtavano
il fasciame ed il tonfo ritmato dei remi non turbavano
minimamente, ma facevano da sottofondo all'atmosfera
incantata, avvolgente gli innamorati, ed ogni cosa si annullava
nell'aureola dorata dei capelli di Cynthia e nei suoi
profondissimi occhi verdi. Più tardi, stesi sulla rena a cogliere i
raggi di un sole senza calore, la fanciulla commentava la notizia
dell'impiego proposto a Paul e ne era felice. Avrebbe potuto
significare il matrimonio entro breve tempo, senza separazioni,
senza lunghe attese; ma uno scrupolo l'assaliva: il suo ragazzo
avrebbe dovuto rinunciare al raggiungimento del Master of
Science, il grado superiore per il quale occorrevano quattro
anni di college precludendosi, forse per sempre, il successivo
prestigioso dottorato. Solo di questo si rammaricava e per lui.
Poco le interessava Templemore, l'azienda importante della
quale un giorno Paul sarebbe stato comproprietario con le
relative ricchezze e la vita ben più brillante ed agiata che
avrebbero potuto condurre. Mai nella sua giovane esistenza
Cynthia aveva aspirato a sposare un ricco. Giorni sereni, magici
fra i bagni di mattina, ìntervallati da tranquille partite di cricket
francese sulla spiaggia alle quali si alternavano tutti i
componenti la famiglia Taylor, ed escursioni di pomeriggio alle
più note gelaterie e nel bugigattolo dei frutti di mare nei pressi
del vecchio porto che sapeva di catrame e di reti, dove
mangiavano una gran quantità di vongole senza parlare, alla
184
presenza della vecchia padrona avvolta dal denso acre odore di
fumo della vecchia pipa in gesso come uno stereotipo dì
marinaio. Si scambiavano, con la bocca piena del sugoso e
saporito mollusco, ammiccamenti felici e soddisfatti e qualche
volta si recavano al parco dei divertimenti accompagnati dalla
piccola Betty e si spassavano un mondo nella casa degli specchi
deformanti, nel castello incantato, sulla grande ruota dai sedili
sospesi. Ma le montagne russe erano le preferite quando il
vagoncino, dopo la salita a passo di lumaca, si metteva
orizzontale per un attimo e, senza preavviso, precipitava
nell'abisso. Giù, sempre più giù verso le luci della piazza appena
accese per l'imminente tramonto e poi ancora su verso l'alto
per sprofondare e riemergere nuovamente dalla voragine.
Cynthia provava un brivido di terrore e lo stomaco le si
contraeva e allora abbracciava forte Paul e tutto si chetava, e i
giovani godevano i minuti nei quali l'emozione più intensa non
era quella del toboga.
Una sera decisero di recarsi al ballo pubblico e le due coppie,
papà e mamma Taylor, Paul e Cynthia, rivaleggiarono per la
gioiosa allegria fra la folla, assordati dalla musica e dalle grida
degli istrioni. C'era gente ordinaria, ilare e povera: minatori,
meccanici, picconieri. Berretti sulla nuca, cravatte svolazzanti,
sigarette dietro l'orecchio, ognuno con la ragazza rossa in
faccia, succhiante caramelle o rosicchiante noccioline. Un'altra
volta andarono al club degli impiegati e dirigenti. Qui l'allegria
era più composta, ma pur sempre presente, frenata dagli abiti
da sera, bicchieri di cristallo fra le dita e delicati pasticcini. Non
185
si gridava, si conversava animatamente di politica, di economia
e si danzava abbracciando delicatamente la dama e facendo
attenzione a non pestarle il lungo vestito guarnito di delicate
trine.
186
CAPITOLO XIII
Erano sdraiati sul letto, nudi e rilassati. Avevano fatto l'amore in
fretta e freneticamente come qualcosa di lungamente atteso,
inevitabile. Ora era lei a parlare, a fornirgli frammenti della sua
vita, dei suoi pensieri, delle sue idee. Non menzionò Tom
nemmeno una volta, anche se l'intento era fin troppo scoperto.
Più tardi ricominciarono, con calma, con piacere, come due
pugili impegnati in un divertente allenamento. Grea aveva un
fisico magnifico: gambe lunghe, spalle larghe, seni alti e
possenti e vita sottile. La carnagione appena ambrata era
luminosa e levigata. Un'amante eccezionale, sensuale,
aggressiva. Scopri abilmente le sue zone erogene,
massaggiandogli il collo, il petto, scendendo piano piano ad
accarezzargli il sesso che poi portò alla bocca e incominciò a
vellicare. Lui immerse la mano nei lunghi folti capelli rossi e le
tenne fermo il capo mentre lei lo stuzzicava. Voleva godersi fino
in fondo quella posizione, ma contemporaneamente aveva
voglia di leccarla. Finì col ritrarsi e, cambiata posizione, le
affondò il viso fra le coscie. Il godimento era intenso, entrambi
esperti, s' immersero divertendosi nel gioco erotico. Per Grea
era quello che ci voleva dopo sei anni di solo Tom. Aveva quasi
dimenticato l'emozione di un corpo diverso, nuovo dopo la
vertiginosa stagione della sua adolescenza, e in silenzio
continuarono a provocarsi e a procurarsi voluttà, avvicinandosi
187
con perizia all'orgasmo che raggiunsero insieme con un
profondo lungo roco sospiro. Erano oltre le tre del mattino.
S'addormentarono abbracciati.
Le voci dei bambini che facevano colazione all'aperto li
risvegliarono sei ore più tardi. Il sole invadeva la stanza e per un
attimo John non ricordò dove si trovava. Subitaneo si
rammentò di tutto, cercò l'orologio e balzo fuori dal letto.
Doveva scappare; aveva, come al solito, la mattina colma
d'impegni. Toccò Grea sulla spalla. Lei borbottò parole senza
senso e si stiracchiò come una pantera.
"Sono quasi le nove", disse innervosito. "Devo tornare a
cambiarmi prima dell'incontro con gli americani".
"Ecco, sei ritornato il solito".
"Che vuoi? Gli affari sono affari, debbo portare avanti l'azienda,
no?"
Lei si avvoltolò nel lenzuolo e replicò: "Lo chiedi a me? Che
vantaggio ne ho se non raddoppi lo stipendio a Tom? Va in
bagno, provvedo io alla colazione e senza che la servitù si
accorga di te".
"Brava", disse John scomparendo nel bagno.
Grea si recò in cucina e ordinò al cuoco un abbondante e veloce
colazione. Prese il vassoio e ritornò su. Il sesso appagante era
stato un'intelligente, soddisfacente terapia. Forse era stupido,
ma la compensava di tante frustrazioni da quando era a
Templemore e pareggiava il conto con quel bamboccio di Paul
che le si era rifiutato ormai due anni fa. Eppure era bello, tanto
più di John! Quel viso e quei riccioli biondi ! A che valeva
188
ricordarli. Da tanto era assente, lontano, come se non esistesse.
Qui invece aveva ottenuto un aumento per il sempre piu goffo
Tom. opportunamente inviato a Kuching. Osservo
minuziosamente il suo amante che divorava con avidità la
colazione. Non era male dopotutto. Meno attraente di Paul, ma
tanto più maschio!
"Allora d'accordo per l'aumento, vero?", insistè.
'Si, sì, rispose irritato e, su indicazione di lei, si precipitò per la
scaletta posteriore.
Il cambio grattò stridente: aveva staccato troppo presto la
frizione. Porca puttana! nemmeno più l'auto andava bene? o
era lui troppo nervoso ed irritabile? Era stanco, stufo di tutta la
situazione. Aveva solo ventotto anni, Cristo, ma era una vita
che lavorava senza un giorno di sosta, senza validi collaboratori.
Il padre morente, la madre sempre più critica ed aggressiva nei
suoi confronti, quell'impedito di Tom che invece di aiutarlo gli
causava solo guai e Paul placidamente a studiare a Oxford. Solo
Linda, tanto simile a lui, gli aveva dato una mano, prodigandosi
col prestigio del marito, ad impinguare la Rubber Caracciolo
Company. Impinguare, accrescere? Un eufemismo, purtroppo.
A contenere le perdite, sarebbe stato più esatto. Ma il vero
problema erano le donne. Non poteva sopportare Luana, acida,
rinsecchita, che gli piantava una storia ogni notte passata fuori
casa e l'assediava con le assurde masochistiche pretese quando
invece si coricava nel talamo dopo una giornata spossante.
L'avrebbe con piacere rispedita ai genitori a Singapore, come
tante volte lei aveva minacciato. Ma i Kennedy erano
189
enormemente ricchi e Luana gli aveva portato quasi un milione
di dote ed avrebbe ereditato molto di più. Accese una sigaretta
e trasse profonde, pensierose boccate, intervallate con altre più
rapide e nervose. Stava fumando troppo, troppo di ogni cosa,
porca puttana! Sue, la cinese, l'aveva confortato, compensato
da sempre. Era stata la valvola di sicurezza e l'azzurra villetta di
Kuching era stata la sua vera casa. Lì, dopo gli affari e l'ufficio,
s'era sentito realizzato, appagato, ma da quando erano nati i
due marmocchi non era stata più la stessa. Il corpo appesantito,
il viso gonfio, deformante i delicati lineamenti, oltretutto aveva
ormai esigenze da moglie. Anzi peggio di una moglie:
pretendeva di averlo con lei tutte le sere, era diventata
incredibilmente gelosa e chiedeva per la prima volta soldi.
Doveva pensare all'avvenire dei figli, diceva, e un sostanzioso
conto le era stato aperto a suo nome all'Astorford Bank. John
accese un'altra sigaretta. Come l'aveva ingannato con gli
adoranti dolcissimi occhi asiatici! Dopo rigorose pratiche
anticoncezionali ed un paio d'aborti, l'aveva convinto.
"Mi sentirà meno sola con dei figli", argomentava, "potrai
sentirti ancora più libero verso di me", ribadiva, e i marmocchi
erano nati e lei era cambiata da così a così, ricordò roteando la
mano e riappoggiandola sul volante. Da allora non era più
nemmeno stata l'appassionata abile amante, ma una donna
quasi frigida, indifferente, che si riscaldava soltanto quando lo
vedeva tanto scontento da farle temere un definitivo
abbandono. Ecco perché Grea aveva avuto partita vinta con lui:
bella, calda e disponibile come appariva. Ma non le aveva
190
chiesto anche lei qualcosa? Certo, purtroppo: l'aumento, il
raddoppio addirittura, dello stipendio di Tom! 'Le donne sono
tutte puttane e opportuniste ', si disse, ma d'improvviso
rammentò quanto aveva sentenziato un navigato industriale:
"Le donne che frequentiamo sono l'immagine dei nostri difetti".
Bloccò i freni sollevando una nuvoletta di polvere e si precipitò
nella grande casa. Luana dormiva ancora e ne approfittò per
cambiarsi senza l'ormai abituale scontro. Zittì Surama che lo
vide dalla stanza adiacente dove era con il piccolo Gary e
raggiunse l'ufficio.
Douglas e Sinatra, sempre loro, ancor più corpulenti e con
qualche capello bianco in più, erano lì.
"Cosa succede, John, non sei più preciso", domandarono.
"Problemi familiari", rispose irritato.
"Vorrai dire di donne?", insistè Tim Sinatra.
"Donne o no, sono cavoli miei".
"Guarda che anche quelli che ti veniamo a sottoporre sono
tuoi", intervenne risentito Jack.
"Perché, quali altre novità", chiese un po' più calmo John.
"E che i nostri direttori ci hanno comunicato un'offerta della
Dunlop per la produzione Simpson. Sembra che vogliano farti
una concorrenza spietata. Ai tuoi diciotto scellini la libbra,
controbattono con quindici".
"Lo sapete che la qualità è inferiore"
"Su questo c'è da discutere. Dicono di aver migliorato e il
quantitativo raggiungerà per il 1937 quasi quello di
Templemore".
191
"Ebbene, voi cosa ci state a fare, non avete preso sufficienti
percentuali da noi?", s'infiammò John.
"Sei davvero poco gentile", reagì Tim. "Ti ho detto che non
hanno fatto l'offerta a noi, ma direttamente ad Akron".
"E voi?"
"Non possiamo farci niente. Deciditi, John, siamo a novembre e
rischi di rimanere con la produzione invenduta. Lo sai bene di
non essere più ben visto in America dopo il tiro che giocasti nel
'29, pochi giorni prima del crollo".
"Quale colpa ho io? Ho fatto i miei interessi. Se ad Akron si
prendevano sotto gamba le indiscrezioni della borsa, io non
c'entro!"
"E' vero. Ciò non toglie il pessimo ricordo di una sconfitta. Sono
appena due anni o meno che abbiamo incominciato a
riprenderci e non s'ignorano i tuoi tentativi di vendita
all'italiana Pirelli e alla tedesca GummiWerke durante il
conflitto etiopico. Il tuo comportamento non è piaciuto",
argomentò severo Jack.
"Allora cosa vogliono?"
"Quattordici scellini", lanciò scuro in volto Tim.
"Ma è una pazzia, una perdita per noi!", disse disperato John.
"Non è una perdita, sappiamo bene quanto paghi i lavoranti",
affermò Jack.
"Quindici e lo 0,2 per cento a voi", lanciò John.
"Lo 0,3 per cento o non se ne fa nulla", ribadì deciso Tim.
"Va bene, stendiamo il contratto!", concluse John, mentre un
ira profonda lo torturava. Impiegati s'affannarono a completare
192
i contratti, mentre un piccolo malese serviva freschi Martini.
Jack avvicinò il corpaccione a Caracciolo e picchiandogli la mano
sulla spalla aggiunse sorridendo:
"Pazienza, John, vecchio amico, è andata così. Devi abituarti
all'idea di una più agguerrita concorrenza. Il futuro sarà sempre
più caratterizzato da una lotta acerrima e non dimenticare la
gomma sintetica, ormai sempre più presente e perfetta. Ma
consolati, su, so che quello guadagnato in meno col caucciù ti
rientra con le compartecipazioni nelle miniere di stagno, oro e
con le piantagioni di ananas, riso e la trasformazione dei
prodotti agricoli. Sei stato in gamba, vecchio porco!"
La pioggia si posava continua, fitta, senza vento sugli hevea, il
giardino, gli alberi del pepe e rimbalzava picchiettando sui tetti
dei capannoni e della grande casa. Di tanto in tanto il
caratteristico suono delle grondaie tintinnava metallico e triste.
Il caldo era asfissiante senza il movimento continuo delle grandi
pale dei ventilatori a soffitto, azionate non più da piccoli
indigeni, ma da generatori di elettricità. John e gli americani si
affrettarono verso la casa riparandosi con neri ombrelli. Faceva
uno strano effetto la grande costruzione, contornata dai
fronzuti alberi, splendente di luci, di colore ben più vivo dei
vecchi lampadari a petrolio e la malinconia di un buio
mezzogiorno ne veniva in parte esorcizzata. Gocciolanti
entrarono nella sala e figli di Ciang provvidero a liberarli dai
paracqua e dalle mantelle di gomma e a porgere grandi tovaglie
di spugna per asciugarsi. Il salotto, i freschi aperitivi e
l'inappuntabile servizio li ristorarono e sollevarono dal senso di
193
squallore che giornate come quella suscitavano, e risate,
pungenti battute ricordarono i vecchi tempi anteriori alla crisi.
L'apparizione della spumeggiante Grea forni il pizzico di
eccitazione per capovolgere completamente la lugubre
disposizione iniziale nella quale presto ritornarono


Ultima modifica di Bruno il Sab Giu 29, 2013 1:41 pm, modificato 2 volte
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MessaggioTitolo: Re: LA MALEDIZIONE DI TEMPLEMORE (Caucciù), romanzo di Bruno Cotronei   Gio Gen 01, 2009 2:38 pm

alla
presenza di uno scheletrico Michele, condotto a tavola su una
sedia a rotelle da Mary che a stento li salutò. Poco dopo giunse
Luana, magra, nervosa che altera fece cenno di prendere posto
ed ordinò ai cinesi di servire le pietanze.
"Signori, cosa mi raccontate di Roosvelt? Davvero ha messo
ordine nella vostra economia?", chiese Grea movendo in modo
provocante il busto e rivelando baluginanti tratti di seno.
"Sì, mistress Caracciolo", si affrettò a rispondere Tim, lieto di
poter spostare lo sguardo dalla scostante Luana per infilarlo
nella scollatura di Grea. "In soli tre anni ha compiuto miracoli e
possiamo dire che il nostro grande Paese è sulla strada per
tornare florido come prima ed anche di più.."
"Non comprendo però il ritirarsi sempre maggiore dalla scena
internazionale, il Neutrality Act, si chiama così?, l'evacuazione
del Nicaragua e di Haiti e, mi sembra, il rinunciare al diritto
permanente d'intervento su Cuba, per non parlare delle
Filippine; possono solo incoraggiare i totalitarismi".
"E' vero, e si pensa a New York che Roosvelt, per ottenere
l'approvazione dei provvedimenti economici, abbia dovuto dare
una contropartita al Congresso, che ritiene meno pericolosa la
dittatura di destra del comunismo", intervenne Jack, anche lui
incantato dalle fattezze e dal viso stupendo di Grea.
194
Pensava l'americano che una donna tanto bella e dalla
carnagione tanto pura dovesse fare ogni giorno l'amore per
tenersi in forma.
"Faresti bene ad occuparti più della casa e di tuo marito, Grea",
disse acida Luana. "Prima dei problemi internazionali ci sono
quelli casalinghi".
"I miei li ho risolti, nevvero, John?", rispose trionfante Grea
lanciando un'occhiata di fuoco al cognato che si sentì
rimescolare al ricordo della notte e delle ore meravigliose.
"Forse parli così perché non riesci a dominare i tuoi".
"Cosa vuoi dire? Come ti permetti?", reagì Luana, "e copriti
meglio, dai meno spettacolo".
"Perché nascondere il bello che madre natura ci dà? Si
nasconde ciò che non si ha. Grazioso il tuo vestito accollato,
suppongo sia un modellino creato apposta per te".
"Sfacciata! Bisognerà ripulire Templemore. Con te, John,
dovremo parlare dopo".
"Cosa c'entra il mio cognatone? Lavora tanto per tutti noi, è
vero, mamma?", disse provocante Grea ponendo la mano
tornita curatissima sul braccio di John con aria da padrona che
diede i brividi di eccitazione agli americani.
"Stai calma, Grea", intervenne deciso John, e rivolgendosi a
Tim: "Ho letto di una rivolta militare in Spagna appoggiata da
Italia e Germania, e l'America che intende fare?"
"A noi non importa", interloquì violenta Mary alzando dal
piatto il viso precocemente invecchiato. "E' di Margaret che
dobbiamo parlare. Ieri ho telegrafato al nostro avvocato a
195
Singapore per farla dimettere da dove tu e tua sorella l'avete
rinchiusa, ma non mi ha ascoltato. Voglio che lo faccia tu oggi,
subito!"
"Mamma, ci sono i signori Douglas e Sinatra".
"E che importa. Sono ormai di casa e non ignorano le cattive
azioni che hai commesso ai danni della tua povera sorella".
"Calma, ne parleremo dopo".
"No, ora!"
"Ho detto dopo!" e la saettò con lo sguardo dominatore. In quel
momento la porta fu spalancata e Tom più goffo ed impacciato
del solito avanzò verso la tavola, scuotendo gli stopposi capelli
chiari e qualche goccia di pioggia. Si diresse verso il fratello e lo
abbracciò.
"Grazie, grazie, John. Il contabile mi ha riferito quanto hai fatto
per me"
"Che ha fatto?", chiese Luana.
"Mi ha raddoppiato lo stipendio, ma scusatemi tutti se mi
presento così. Ho..."
Grea si era alzata ed aveva avvolto fra le candide braccia il viso
del cognato.
"Bravo, John, hai reso giustizia al lavoro…"
"Scusami, Grea", s'intromise Tom. "A Kuching Kotta mi ha
riferito una notizia incredibile, ma vera. Margaret è fuggita
dalla clinica a Singapore e si è rifugiata nella piantagione
Simpson..."
John balzò in piedi. "Come ha fatto? Chi l'ha aiutata?", chiese
impetuoso.
196
“Sembra che sia riuscita ad eludere la sorveglianza e per strada
ha incontrato Lena e Tom Proves. L'hanno ospitata, fatta
visitare da uno psichiatra che l'ha dichiarata sana e,
approfittando di un viaggio a Kuching per affari, l'hanno
condotta con loro e pregato Walter Hanter, il direttore, di
proteggerla..."
"Ah, mia figlia qui, che gioia, è il signore che l'ha voluto. Vado
da lei, vado a Kuching.", disse agitata, fremente Mary, ormai un
pallido ricordo della lady composta e dignitosa.
"No, mamma, tu non vai da nessuna parte. Vado io e la farò
ricondurre a Singapore, e Proves dovrà fare i conti con me una
volta per tutte", esclamò infuriato John, gli occhi iniettati di
sangue.
“Basta, John, basta, non puoi farle ancora del male. Te lo
impedirò. E tu, Michele, intervieni, sei il padre e il padrone qui,
l'hai dimenticato? In nome di Dio, fai qualcosa!"
"Lascia stare papà, non sta bene, penso io..."
Il simulacro di uomo si scosse, un fremito lo invase, alzò il
braccio e scagliò con le deboli forze il bicchiere in terra. La voce
di solito quasi impercettibile trovò lontani accenti.
"Fermati, John, perdio. Mamma ha ragione, Margaret verrà qui
in casa sua..."
"No, papà, non è più casa sua, ragiona..."
"Non voglio ragionare, ma agire. Sono anni che non mi fai
parlare". Tentò di sollevarsi sulle scheletriche braccia e
stramazzò sul tavolo.
197
“Sarai contenta ora", disse John e si precipitò seguito dagli altri
verso il padre. Lo sollevarono, gli fecero annusare i sali, gli
introdussero fra le labbra smorte del cognac in una confusione
indescrivibile. Qualcuno mandò a chiamare il medico.
Michele, che sembrava privo di vita, fu adagiato su un lungo
divano, numerosi cuscini tennero alto il capo e una coperta fu
stesa sul corpo freddo. Il dottore malese esaminò Michele con
cura meticolosa e trepidante, gli praticò alcune iniezioni e infine
diagnosticò una trombosi, chiedendo l'intervento del direttore
dell'ospedale della Capitale.
Un'atmosfera pesante, densa di elettricità, pronta, ad un
minimo sfregamento, a scoccare l'arco accecante, pesava sulla
grande casa, accompagnando la pioggia sempre più fitta che
impallinava incessantemente la veranda e le finestre. John
camminava nervosamente in attesa del medico bianco, Tom
s'era accasciato vicino al padre insieme a Mary che piangeva a
dirotto tormentata da oscuri rimorsi, Luana e Grea si
fronteggiavano poco discoste, mentre il dottore malese
controllava in continuazione il polso del paziente,
interrompendosi soltanto per impugnare il fonendoscopio ed
auscultarlo con estrema parossistica attenzione. Era scena e il
malese ne era pienamente consapevole, ma doveva pur
mostrare di far qualcosa per il capo di una famiglia tanto
importante e alla quale doveva l'impiego e le sue fortune
future. Finalmente il dottor Cooper giunse. Ascoltò il collega
malese e si chinò su Michele che emetteva penosi rantoli. Fu
una visita minuziosa, esperta, quasi da aula universitaria, come
198
se dovesse mostrare a diligenti studenti in religiosa attenzione
in quale modo si dovesse procedere in un caso del genere. In
effetti già dalla prima occhiata e conoscendo le condizioni del
padrone di Templemore, s'era reso conto di tutto e nulla
poteva modificare di quanto già fatto dal meno autorevole
malese. Si appartò con lui dominandolo con l'alta statura, il
peso del colore della pelle e l'importanza della carica e gli fece
scrivere nomi di farmaci, dosi ed orari. Poi insieme a John si
diresse in salotto. Tom, Mary, Grea e Luana li seguirono.
"Allora, dottore?", chiese John.
"Mister Caracciolo, purtroppo debbo confermare la diagnosi
del collega. E' una trombosi o, per meglio dire, un ictus
apoplettico e non possiamo far altro che somministrare dei
farmaci anticoagulanti per fermare il processo".
“Ci sono speranze?"
"Tutto può sempre succedere, sir, ma non voglio e non posso
illuderla. Ritengo nessuna".
Ci si può rivolgere a Singapore per qualche nuova terapia?"
"Mi spiace, ma non possono far nulla di diverso, sir".
"Un consulto può darci maggiore sicurezza?"
"Come vuole, potremmo convocare il professor Emerson, ma,
le ripeto, è una diagnosi fin troppo facile, purtroppo".
"Lo chiami, dottore, si faccia tutto". Il medico annuì annoiato e
stava per seguire John al telegrafo quando Mary quasi gli si
proiettò fra le braccia.
199
"Dottore, ho capito. Mio marito è finito, ma uno di noi, mio
figlio Paul, è in Inghilterra, gli comunicherò di rientrare subito,
farà in tempo?"
"Milady, si dia forza. Sapeva che mister Caracciolo non stava
bene da anni. Il corpo consumato dal clima e da malattie.
Doveva succedere, è la vita. Non so quanto possa durare in
questo stato. Faccia partire subito mister Paul con il mezzo più
veloce e fidiamo in Dio".
Un lampo saettò nel cielo cupo e un fragoroso tuono fece
tremare la grande casa dalle fondamenta, a coprirne e
sottolinearne voglie, passioni, progetti, timori, rimorsi che in
varia misura indubbiamente si agitavano fra i suoi abitanti, e la
lontana nenia dei capannoni, simile ad un lamento, s'udì
improvvisamente nitida per uno strano ed incontrollabile
scherzo del vento.
200
CAPITOLO XIV
Ad Oxford, nel rettangolo di poco più di un chilometro quadrato
dove sono compresi i maggiori colleges, avente come vertici il
St. John's e il Wadham a nord, e il Christ Church e il Magdalen a
sud, si festeggiava pazzamente. Il canto di gaudeamus igitur
delle matricole si mescolava con i robusti hurrà dei neolaureati
che avevano conseguito nelle varie discipline il Bachelor o il più
importante Master. Le stradine erano illuminate a giorno nel
tramonto di quel sabato di fine novembre e formicolavano di
studenti, professori, familiari, e i pubs scintillavano per grandi
lampade che inquadravano enormi traboccanti boccali di birra e
bottiglie di champagne francese. Orchestrine improvvisate
sfidavano l'intenso freddo intonando nelle piazzette musica jazz
ad estemporanea e pressappochistica imitazione di Duke
Ellington, Count Basie, Benny Goodman e Tommy Dorsey, e un
orda scatenata di ogni età si dimenava al ritmo indiavolato
dello swing, facendo procedere a passo d'uomo vecchie
automobili incredibilmente verniciate e attraversate da una
parte all'altra da scritte goliardicamente irrispettose. Paul, con
Cynthia, Betty, Eduard e altri giovani entusiasti e felici, cercava
di raggiungere, dopo la cerimonia al Magdalen, casa Taylor
dove un'abbondante cena era stata approntata per festeggiare
la laurea e il fidanzamento. Era commosso e fiero di stringere a
sé la sua ragazza, più splendente che mai, e godeva delle
201
occhiate d'invidia e di ammirazione che continuamente gli
venivano rivolte. Sentiva Cynthia palpitare contro di lui, i verdi
occhi splendenti, il viso stupendo, rosso d'entusiasmo e di vita,
il morbido corpo avvinto a lui con amorosa fiducia. Avrebbe
voluto sposarla subito e scomparire con lei su un'isola deserta,
incantata, per amarla, onorarla, farla sua e dissetarsi a quella
fonte fresca, limpida e perdersi in quello sguardo da fiaba.
Avvertiva anche che l'ora delle decisioni era giunta: avrebbe in
pochi giorni dovuto accettare l'impiego offertogli dalla Dunlop
o partire per il Borneo e poi tornare da studente per altri due
anni di corso.
Con l'aiuto di Eduard, che fungeva da ariete per la sua mole,
riuscirono ad attraversare l'ultimo diaframma e s'infilarono nel
portoncino alle spalle del Christ Church e s' arrampicarono sulla
ripida scalinata. La porta era spalancata e il minuscolo salotto
scintillava di luci, ma non c'era allegria. Papà Taylor lo abbracciò
forte e gli disse:
"Mi spiace, Paul, in un giorno come questo doverti dare una
triste notizia"
"Cosa è successo?", domandò ansioso mentre impallidìva.
"Un collega del tuo college mi ha portato questo telegramma".
Gli porse il foglio di carta ruvida e Paul lesse:Papà morente
torna subito. John. Le emozioni, la confusione, l'improvviso
caldo gli appannarono la vista, e la testa prese a vorticargli
come su una giostra. Michele stava morendo, se non era già
morto! La famiglia lo chiamava. Da più di due anni mancava
dalla vecchia Templemore e non è che ci avesse pensato molte
202
volte. Si senti in colpa. I futuri suoceri lo abbracciavano, o erano
altri? Solo la carezza e il bacio di Cynthia avverti, e si scosse,
riprese il senso delle cose, della realtà. Si guardò intorno
attonito, fissò gli occhi in quelli di Cynthia ed ebbe ancora una
volta la conferma dell'immenso infinito affetto che li legava.
Riluttante disse:
"Debbo partire subito, andare a Londra e scoprire la via più
veloce per giungere a casa"
"Ma come farai di sabato sera?", chiese papà Taylor.
"Se ricordo bene, fra poco c'è un treno per Londra e lì andrò
all'aeroporto e prenderò il primo aereo che mi avvicini a
Singapore. Non posso ritardare nemmeno di un ora"
"Sì, amore, ti accompagno al college e alla stazione", disse
Cynthia carezzandogli con dolcezza infinita gli occhi.
L'aerostazione grande e desolata di Londra era immersa quasi
in un buio profondo, se non fosse stato per la lontana pista in
cemento contornata da fioche luci simili a tante lune fra una
patina leggera di nebbia, e un lungo edificio dove su tante
finestre solo poche erano illuminate, ed infine una bassa torre
la cui sommità era addirittura tanto splendente da stemperare
la nebbia in un piccolo mare lattiginoso. Paul congedò il taxi e si
diresse verso l'edificio. La più assoluta indifferenza lo accolse e
nessun aiuto gli giunse dai rigidi inglesi per i quali il servizio era
terminato e se ne sarebbe parlato l'indomani. Ma il pizzico di
sangue latino guidò Paul che riuscì a giungere alla sala di
controllo ed ufficio meteorologico dove, dopo varie difficoltà,
un ufficiale d'origine irlandese gli disse cosa avrebbe dovuto
203
fare. Sarebbe stato una specie di viaggio alla Marco Polo, ma
avrebbe potuto raggiungere Singapore con largo anticipo
rispetto alla nave, la cui partenza, fra l'altro, non era prevista
prima di alcuni giorni. Un lucido accogliente aereo lo condusse
a Parigi e un altro a Roma. Qui scese in una formicolante e
chiassosa aerostazione. Uomini bassi dai capelli impomatati gli
indicarono l'ufficio informazioni ed impiegati e passeggeri si
prodigarono a fornirgli tante di quelle notizie da fargli girare la
testa e infine un traballante taxi s'avviò lungo una strada stretta
e sconnessa che s'apri d'improvviso in una piazza bella da
mozzare il fiato. Una imponente basilica barocca la dominava e
un verde vivace, mediterraneo la contornava insieme a palazzi
del Seicento e del Settecento in uno dei quali era ricavato un
dignitoso albergo. Paul si trovava a meno di trecento chilometri
da Sorrento, la città di suo padre! Avrebbe voluto recarvisi.
Quante volte negli anni della sua infanzia, ascoltando le dolci
melodie di Caruso, l'aveva sognata. Il tempo tiranno, il padre
morente non lo permettevano, purtroppo. Ma ci sarebbe
tornato con Cynthia e nei luoghi meravigliosi, raffigurati nella
grande riproduzione di fronte al letto, avrebbero vissuto ore
indimenticabili, ne era certo. Si addormentò.
Dopo Atene incominciò la vera avventura: aerei rugginosi che
sembravano tenuti insieme con il fil di ferro, coincidenze
mancate, attrezzature pioneristiche, cibi immangiabili, insetti
tormentosi e miseria, sporcizia dovunque. Il Cairo, Teheran,
Karachi, Nuova Delhi, Calcutta, Rangoon, Bangkok, Saigon e
infine Singapore. Era letteralmente sfinito quando s'imbarcò
204
sulla solita nave per Kuching. Un'impazienza sempre maggiore
lo attanagliava e Templemore gli apparve molto più piccola di
come la ricordava, ma come una meta lungamente desiderata.
Sollecitò il passo e un intenso afrore lo investì, ma non era
sgradevole alle sue narici, era familiare. Mary lo abbraccio
piangendo: era divenuta piccola, esile. Paul la sollevò fra le
braccia e le chiese:
"Papà come sta, mamma?"
"E' morto due giorni fa, Paul, non ce l'ha fatta ad attenderti e
forse è stato meglio così. Sapessi come era ridotto, quanto
doveva soffrire, poveretto. Non ha più ripreso conoscenza, ma
si lamentava, si agitava..."
"Mamma, non devi disperarti, ora sono qui e staremo insieme.
Saprò consolarti".
Linda, in un sontuoso abito nero, era comparsa. Attirò Paul fra
le sue braccia e lo baciò in silenzio, mentre altre figure si
avvicinavano. Luana, che freddamente gli strinse la mano, e
dietro di lei Margaret. Il viso sofferto e più maturo le conferiva
maggiore bellezza. Si avvinghiò al fratello e pianse
mormorandogli:
"Finalmente sei qui, non dimentico, sai, ciò che cercasti di fare
per me, ma allora non potevo capire, ti chiedo perdono".
"Di che, sorellina, sono io, siamo tutti noi in colpa con te, ma
tutto cambierà, vedrai."
"Ah, ecco il nostro viaggiatore, il nostro studente. Era tempo
che arrivassi". John era apparso: robusto, in piena forma, il viso
maschio ed abbronzato, la voce squillante come sempre e
205
subito dopo Tom, umile, impacciato, rassegnato. Si avvicinò al
fratello minore che lo sovrastava di tutta la testa e lo strinse in
un rapido tiepido abbraccio.
"Ora rendi omaggio alla tomba di tuo padre e poi ci
raggiungerai in sala, pranzeremo e poi il notaio, che ho
mandato a chiamare, ci leggerà il testamento", disse John.
Il giovane, sostenendo Mary e affiancato da Margaret, si
diresse alla cappella oltre il giardino, e la cancellata e il terreno
intorno a una grande tomba di marmo erano letteralmente
sommersi di fiori. Sotto la croce di bronzo tesa verso il cielo,
quasi per miracolo terso, si inginocchiò e pregò, dimentico del
tempo e del luogo. Un film di ricordi gli attraversava la mente.
Michele possente che dominava bianchi e indigeni, Michele che
sollevava con le braccia muscolose e lo lanciava verso l'alto; ma
anche Michele che lo rimproverava, lo faceva piangere, che gli
preferiva John e Tom o che si dirigeva ridendo con qualche
daiacca verso la villetta del capo Datu.
Allontanandosi dal piccolo cimitero, scorse la minuscola, quasi
spoglia tomba più lontano, all'estremo margine vicino alla
cancellata, a est. Era quella di Ciang, ora lo ricordava, più di
sette anni erano trascorsi e, dietro un albero, un uomo alto,
spigoloso, vestito di bianco che non conosceva. Chiese a Mary.
"E' Walter Hunter, il direttore della tenuta Simpson. Tom e Lena
Proves gli hanno affidato Margaret e non la lascia un attimo.
Teme che i tuoi fratelli e Linda la facciano ricoverare ancora
nella clinica da dove è fuggita..."
"Perchè? Non l'avete fatta venire voi?"
206
"No, Paul, non l'avrebbero mai fatto. Io si, e anche tuo padre,
per questo avvenne il diverbio che ha causato l'ictus. So già che
Linda e John preparano il nuovo internamento..."
"E no, per il Borneo, mamma, non lo permetto io, ora. Ormai
sono maggiorenne e mi farò sentire".
"Lo sapevo, figlio mio, Dio ti benedica".
A tavola la famiglia si ritrovò riunita come ai vecchi tempi.
Mancava Michele, è vero, ma il suo posto era stato occupato da
John, e Brooke, trattenuto da impegni di Stato, era stato
rimpiazzato dal colonnello Smith. Grea sedeva fra il nuovo
capofamiglia e Paul e, come in una riunione mondana,
spumeggiava di provocante humor e seduzione. Paul s'era
trovato avvolto fra le braccia morbide e bianche e baciato con
calore sulla bocca e a stento era riuscito a sottrarsi. Non gli
sfuggiva il nuovo più sicuro comportamento della cognata verso
John e l'acida espressione gelosa di Luana. Chissà cos'altro era
nato di nascosto e torbido a Templemore durante la sua
assenza. Ma altre preoccupazioni attraversarono la sua mente.
Giunse il notaio. Non era il pallido, minuscolo cinese al quale
tutti erano abituati, ma un malese tozzo e gonfio che si sforzava
di assumere un'aria importante e dignitosa. In salotto tutti gli
fecero cerchio e John estrasse una grossa busta che si affrettò a
porgere al malese.
“Mister Caracciolo, sono presenti gli eredi?"
"I figli si, Padang".
207
"Allora possiamo procedere". Alzò la busta, ne mostrò i rossi
sigilli di ceralacca con impresse la M e la O artisticamente
intersecantisi.
"Sono qui per leggere le ultime volontà del defunto mister
Michele Caracciolo che compilò alla mia presenza il 10
dicembre 1934. Vi prego di fare attenzione. Rompo i sigilli". Le
mani giallastre dalle lunghe unghie e con le dita gonfie come
salsicciotti aprirono con delicatezza la busta. Un foglio ne uscì.
Lo distese e lesse: "Io sottoscritto, Michele Caracciolo, nato a
Sorrento, Italia, il 21 febbraio 1885, nel pieno delle facoltà
mentali e alla presenza del notaio Padang, dichiaro che queste
sono le mie ultime volontà e il mio testamento. Qualsiasi
disposizione precedente è da ritenersi annullata. 'Premesso che
la gran maggioranza dei miei averi e costituita dal 50% delle
azioni della Rubber Caracciolo Company regolarmente
costituita e funzionante e che il valore di detta società è da
valutarsi in dieci milioni di sterline comprese l'intera
piantagione di Templemore e varie compartecipazioni, dispongo
quanto segue: 'Lascio a mio figlio primogenito John l'80% delle
mie azioni, pari a circa 4 milioni di sterline in considerazione del
notevole apporto della sua illuminata e instancabile
amministrazione. 'Lascio a mio figlio Tom il 7% delle mie azioni,
pari a 350.000 sterline consigliandogli di continuare a
collaborare con il fratello e a non sottrarre nè vendere il
patrimonio ereditato. 'Lascio a mio figlio Paul il 6% delle mie
azioni, pari a 300.000 sterline consigliandogli di completare, se
non già terminati, gli studi universitari ed intraprendere una
208
professione. Naturalmente se desidera collaborare nell'azienda
spetterà a John assegnargli compiti e remunerazione. 'Lascio a
mia figlia Linda il 5% delle mie azioni, pari a 250.000 sterline,
anche in considerazione della dote di 300.000 sterline già
versatale, ringraziandola per il prestigio dato alla nostra
famiglia sposando il rajah Brooke. 'Lascio a mia figlia Margaret
il 2% delle mie azioni, pari a 100.000 sterline, anche in
considerazione della dote di 100.000 sterline già versatale e
perché venga curata nel modo migliore. L'amministrazione, in
caso di inabilitazione, spetterà a John. 'Lascio il mio deposito
presso la banca Astorford di circa 300.000 sterline a mia moglie
Mary, già titolare del 20% delle azioni della Rubber Caracciolo
Company. Altre 50.000 sterline in contanti verranno da lei
distribuite come più riterrà opportuno. 'Dispongo inoltre che
mio figlio Tom possa continuare ad abitare nella villa di capo
Datu e mia moglie nella grande casa. 'Letto, firmato e
sottoscritto: Michele Caracciolo Templemore, 10 dicembre
1934''.
Un silenzio attonito e poi cupo, minaccioso era seguito alla
lettura del notaio, rotto infine da John che disse:
" Ebbene cari , queste sono le volontà di papà. Ma non
preoccupatevi tutto rimarrà come prima".
"E' scandaloso, non è giusto. Tu lo sapevi e non hai fatto nulla
dopo l'aiuto spesso determinante che ti ho dato. No, non
accetto assolutamente", esplose Linda i cui lineamenti e il selfcontrol
da vera sovrana s'erano scomposti in un parossismo
d'ira. "E voialtri non dite nulla? Accettate ogni cosa?"
209
"Cosa c'è da non accettare, sorella? Questo è il testamento",
ribadì calmo e sicuro John.
"Io ritengo tutto giusto e sono d'accordo. John saprà guidarci
bene come ha fatto fino ad oggi", intervenne con lo sguardo
fisso in terra Tom.
"E no, dipende", disse Paul. 'Per quanto mi riguarda ci trovo
molte ingiustizie e sono convinto che John non è più il dirigente
adatto ai tempi moderni, e Templemore, l'azienda decadranno;
altre tecniche, altro modo di condurre e specializzare il
personale. L'università mi ha insegnato molte cose. Comunque
ciò che abbiamo ascoltato mi fa decidere senza pentimenti.
Ripartirò per l'Inghilterra e accetterò il posto che la Dunlop mi
ha offerto, ma prima -aspetta, mamma- voglio sistemare alcune
cose. No, John, taci per una volta. Mi preme, è per me un sacro
dovere fare in modo che Margaret sia felice e non debba mai
più tornare nel luogo terribile dove avete avuto la perfidia di
rinchiuderla, dopo averle spezzato la vita. Dov'è mister Hanter?
chiamatelo".
"Come, tu, un Caracciolo, alla Dunlop? Vergognati!"
"Non sono io che debbo vergognarmi".
"Ha ragione, John, tante ingiustizie hanno visto queste pareti
maledette", :disse concitata Mary. "Dobbiamo provvedere. Ah,
ecco, mister Hanter..."
"Non le permetto di entrare qui, vada via, torni nel villaggio
cinese. Il rispetto per la morte di mio padre mi ha costretto a
tollerare la sua presenza a Templemore. Ora basta! e le
210
proibisco di ospitare ancora Margaret", s'infiammò John
muovendo decisamente contro il nuovo entrato.
"Si fermi, non mi intimorisce, sa? Questa è la casa di sua madre
che ormai conosce le intenzioni di Margaret e mie e le approva.
Ci sposeremo non appena padre Gill avrà ottenuto
l'annullamento di matrimonio".
"Margaret è pazza!"
"Lei voleva farla passare per pazza. Era solo un povero essere
sbandato, senza un vero aiuto ed ho con me le copie dei
certificati della sua sanità mentale. Gli originali sono in
tribunale e altre copie a Singapore e non riuscirà questa volta a
influenzare nessuno, come non riesce più a battere la
Simpson".
"Miserabile!" Il pugno scattò potente, ma la mano grande,
massiccia di Hunter lo bloccò e spinse John verso la parete, ma
in un lampo il nuovo padrone di Templemore gli fu addosso, lo
incalzò e una lotta furibonda si scatenò tra i due travolgendo
poltrone, divani, tavolini. Tom, Paul, il colonnello Smith e alcuni
servi si precipìtarono a dividerli. Non fu facile, un odio profondo
divideva i due uomini: rivalità d'affari, di sentimenti e un
rancore che s'era andato gonfiando incontenibile negli ultimi
giorni. Le donne osservavano incerte sul da farsi, per chi
parteggiare. Solo Margaret non aveva avuto un attimo
d'esitazione ed era vicina ad Hanter tamponandogli con un
minuscolo fazzoletto una traccia sanguinolenta che si allargava
sulla fronte. Nelle altre il sottile inconfessabile piacere di
211
vedere per una volta John decisamente affrontato contrastava
con i reali interessi.
"E stia attento. Se le informazioni in mio possesso sono esatte,
avrà fra poco una sorpresa...", aggiunse Hanter con voce
strozzata.
"Che minacci, figlio di puttana!"
"Vedrai".
"Ora basta!, intervenne autorevole Paul. "Cosa intende dire,
Hanter?"
"Mister Paul, il notaio cinese sta per giungere da Kuching,
sembra che ci sia un'altro testamento posteriore a quello che vi
è stato letto..."
"Sei pazzo anche tu. Fuori di qui, ho detto!"
"No, John, siamo in casa mia e attenderemo!", disse Mary e
subito scoppiò in un pianto dirotto. "Che disgrazia, i miei figli in
lotta. Lo so, Signore, è colpa mia, mia..."
Paul la abbracciò e delicatamente la costrinse ad adagiarsi su
un divano e, rivolgendosi ad Hanter, chiese:
"Quando verrà il notaio?"
"Dovrebbe essere già qui. Mentre eravate a pranzo un mio
impiegato ha telegrafato che era partito”.
“Come sa di questo nuovo testamento?"
"Il giorno che morì suo padre, il mio impiegato s'era recato dal
notaio Lung per autenticare documenti occorrenti per Margaret
e seppe, e mi ha inviato una lettera tramite un nostro operaio".
"Mister Caraccìolo, io dovrei andare", emerse del tutto
dimenticato il notaio malese rivolgendosi a John.
212
"Lei rimane invece. Se davvero esiste il nuovo documento, lo
controllerà perdio!"
Un figlio di Ciang introdusse il cinese. Avanzò timido,
inchinandosi avanti ad ogni presente, ma sotto le enormi lenti
brillava uno sguardo maligno, ironico.
"Onorevole mìster Caracciolo", disse rivolto a John, "onorevoli
signori, sono davvero spiacente di non essere venuto prima. Era
mia intenzione accompagnarmi con mister Paul, pensavo si
fermasse all'Astana, ed invece era venuto direttamente qui.
Circa trenta giorni fa, fui chiamato da mister Michele..."
"Com'è possibile che non ne sappia nulla?", chiese John il cui
volto andava visibilmente impallidendo.
"Le spiego onorevole. Lei era in viaggio e la signora a Kuching
da padre Gill. Il suo onorevole padre mi disse di voler stendere
un nuovo testamento. Eccolo". Mostrò una busta, la sottrasse a
John che tendeva la mano e la porse al malese.
"Controlli collega. Tutto in regola, bolli, timbri.., se permette lo
leggo. 'Io, Michele Caracciolo, nel pieno possesso delle facoltà
mentali e alla presenza del notaio Lung, dichiaro che queste
sono le mie ultime volontà ed il mio testamento. Qualsiasi
disposizione precedente è da ritenersi annullata. 'I miei eredi
sanno che non sono un uomo colto ed istruito e non so
esprimermi bene come vorrei, ma ci proverà. Quando ormai
ventotto anni fa giunsi naufrago e povero in questa terra, trovai
la ricchezza. Commisi però molte ingiustizie e Dio mi ha punito
facendomi soffrire e invecchiare precocemente. Anche il mio
precedente testamento era un'ingiustizia e un atto di
213
subordinazione al mio primogenito. Tento con queste mie
definitive ultime volontà di porvi riparo. So che non vivrò a
lungo e spero che il Signore, nella sua bontà infinita, voglia
perdonarmi. 'Delle mie compartecipazioni nella Rubber
Caracciolo Company lascio il 20% ad ognuno dei miei figli, John,
Tom, Paul e a mia moglie Mary Mallow. E il 10% ad ognuna
delle mie figlie, Linda e Margaret. Rispettivamente circa un
milione di sterline ai primi e 500.000 alle seconde. 'Lascio il mio
deposito presso la banca Astorford ammontante a 350.000
sterline al notaio Lung affinchè le distribuisca ai miei figli
naturali dei quali possiede un elenco controfirmato da
testimoni. 'Lascio infine le 70.000 sterline che sono in cassaforte
a mia moglie Mary perché ne disponga come meglio crede.
'Desidero inoltre che la grande casa sia divisa in parti uguali fra
John, Tom, Paul e Mary, utilizzando per eventuali lavori di
ampliamento fondi della società. La villa di capo Datu, ampliata
sempre a spese dell'azienda, sarà sorteggiata fra i
summenzionati miei quattro eredi. L'entità dei lavori sarà decisa
da mia moglie sotto il controllo del notaio Lung. La direzione ed
amministrazione della Rubber Caracciolo Company sarà
affidata a colui dei miei figli maschi che riscuoterà la
maggioranza in una votazione da tenersi entro sei mesi dalla
mia morte. Fino a tale data, John continuerà ad amministrarla
sotto il controllo del banchiere Astorford. 'Ed ora permettetemi
di ricordarvi che è mio preciso desiderio che vi prendiate cura di
Margaret liberandola dalla clinica. Se è malata, dovrà essere
ospitata e curata a Templemore. Se invece non lo è mai stata o
214
guarita, sia libera di disporre come meglio crede della sua vita e
delle sue azioni. 'Forse John non riterrà sufficiente il mio lascito.
Voglio ricordarglì che gia possiede il 10% delle azioni della
compagnia, la ricca dote della moglie e un cospicuo capitale
personale. 'Che Dio benedica tutti e principalmente me che sto
per presentarmi pentito al suo Sommo Tribunale. 'Letto firmato
e sottoscritto: Michele Caracciolo Templemore, 15 novembre
1936'.
Collera e sdegno interminati aggredirono John come una
valanga che precipiti in una valle dalle profondità impreviste.
Così il vecchio l'aveva giocato, depauperato della sua creatura.
Sì, perché Templemore era da sempre, si poteva dire da
quando aveva l'età della ragione, il vero, forse unico scopo della
sua vita. Ad essa aveva dedicato gli anni più belli, le energie più
fresche. Non sera consentito vacanze, prolungate distrazioni,
determinanti debolezze. Alla piantagione, all'azienda aveva
sacrificato amore, una vita matrimoniale gioiosa scegliendo
Luana, che non era certo il suo ideale di donna, soltanto per il
denaro che gli apportava e con il quale si riprometteva, e in
parte già aveva realizzato, programmi di ampliamento e di
nuove partecipazioni in altre emergenti attività. Era stato
tradito,aveva subito la frode più efferata per lui. Quante volte
Michele gli aveva promesso la fetta di gran lunga maggiore?
Perché aveva annuito indifferente quando gli aveva sottoposto
il testamento letto per primo? A cosa era valsa la rete di spie e
il controllo esercitato sul sorrentino, quando erano bastati
pochi giorni di lontananza e un notaio compiacente, Lung, quel
215
maledetto cinese che aveva siglato l'altra sua sconfitta ai tempi
della vendita di Simpson, a defraudarlo? Sembravano eliminati
per sempre Lena, George, Tom Proves e ora ritornavano
trionfanti avvalendosi della potenza della Dunlop e della
tenacia di Hanter, lunga mano della società inglese. Il viso
compresso fra le mani come una morsa o un sostegno, la testa
china, macerava le amare considerazioni e valutava, in un
attività mentale lancinante, le possibilità di reazione,
d'impugnare il testamento. Improvviso come un faro che si
accende nella notte più buia, un conteggio confortante: fra lui,
la Goodyear, la Firestone raggiungevano il 40% delle azioni e
Tom un altro 10 e Linda il 5, per un totale del. 55%. Era il
controllo assicurato, Cristo! Erano sempre stati con lui, lo
avrebbero appoggiato: bisognava soltanto lisciarli un pò.
Doveva fare buon viso a cattivo gioco. Opporsi, impugnare il
testamento, troppo complicato, lungo e con scarsissimi, per
non dire impossibili, risultati positivi. Alzò la testa: ora avvertiva
chiaramente il brusio degli altri, i commenti ad alta voce, i
programmi. Sorrise, osservò uno per uno i presenti e disse:
"Bene, credo sarete tutti contenti. Papà ha fatto giustizia,
bisognerà mettersi al lavoro di buona lena. I tempi, la
concorrenza non consentono tentennamenti e, a proposito di
concorrenza, definiamo subito la posizione di Margaret e
Hanter".
"Io no, non sono contenta. E' indegno, incredibile come sono
stata trattata", protestò Linda. "Solo mezzo milione su un
capitale di oltre cinque, scandaloso!"
216
"Linda, pazienza, hai Brooke, hai la dote"
"Con te non intendo parlare, se ora è poco, prima, col
testamento che godeva della tua approvazione, me ne toccava
la metà. E'…"
"Linda, ti assicuro che non sapevo..."
"Basta, pensavo mi fossi grata. Ma sì, pensiamo a Margaret!"
"Brava Linda, è a Margaret che dobbiamo pensare", s' inseri
Paul. "Ritengo, se mamma è d'accordo, debba tornare con noi
fin quando otterrà l'annullamento e sposerà Hanter. Va bene,
Margaret?"
"Si, caro, ti ringrazio" "Naturalmente Walter potrà frequentarti
qui a Templemore come fidanzato e insieme chiariremo le
questioni in sospeso".
"Il mio bambino"
"Era quello che mi aspettavo chiedessi. La tua vita, la nostra
tornerà a splendere. Dio sia benedetto", esclamò commossa
Mary. "E tu, Paul, rimarrai con noi ora?" "Credo di sì, mamma"
"E i tuoi studi?", domandò John.
"Il primo livello universitario l'ho conseguito con onore, forse
potrò proseguire per il secondo a Singapore. Ma adesso c'è una
cosa che voglio dirti, mamma. Ho una ragazza che voglio
sposare. E' dolce e bella, te ne parlerò, vedrai..."
"Davvero, Paul, da quando ti interessi alle donne?", chiese
provocante Grea.
"Stai zitta, non puoi capire", rispose Paul dirigendosi verso
Mary e Margaret che formavano un quadro d'altri tempi,
strettamente allacciate.
217
"Per una volta, o forse come sempre, la capisco io", disse Luana
e tacque uscendo altera dalla stanza. Al di là della veranda il
sole tramontava in un'orgia di rosso e d'oro. I raggi quasi
orizzontali penetravano nel vecchio salotto e illuminavano il
pianoforte, l'apparecchio radio, i quadri, i ninnoli, pesanti
mobili e delicati divani rivestiti di cinz ed una galleria di volti,
concentrandosi su di essi quasi volessero penetrarli,
radiografarne i pensieri, le aspirazioni più riposte, sentimenti
d'amore e d'odio, tutti ugualmente sinceri, ma spesso confusi,
attorti nella complessa matassa della vita dove difficilmente il
bene e il male hanno confini definiti, ed è ingenuo tentare di
classificarli e più ancora di imprimerli su una lastra. Una
macchia indistinta, dai confini enormemente dilatati, ne
sarebbe stato il risultato.
218
CAPITOLO XV
'Mia dolcissima Cynthia, la lontananza che ci separa mi
atterrisce ed ogni giorno che trascorre senza poterti vedere
sentire. toccare baciare rende più esile la sicurezza e la forza
che il tuo amore e il tuo affetto mi hanno donato. Sapessi
quanto ne ho bisogno! Qui a Templemore ogni giorno è una
battaglia per le mire sempre più scoperte dei miei fratelli,
cognate e sorelle sul controllo della società. 'Sono ormai
trascorsi tre mesi dalla lettura del duplice testamento di mio
padre, del quale già dettagliatamente ti ho scritto, e non si
riesce ancora a raggiungere il benchè minimo accordo.
Purtroppo il denaro, il potere sono diavoli corruttori e papà ne
ha forse lasciato troppo. Sì, amatissima Cynthia, cinque milioni
di sterline sono tanti, se pensi che già eravamo felici alla
prospettiva del lauto stipendio di cinquemila sterline annue
offertemi dalla Dunlop con le quali progettavamo, nella quiete
delle serate oxfordiane (come le rimpiango!), una modesta ma
confortevole villetta e una vita serena, dedicata al mio lavoro di
ricerca e tranquille domeniche allietate dalla gioia di poter
essere vicini ogni ora, magari con la compagnia dei tuoi
genitori, di Betty e di qualche amico sincero. Quante volte
l'abbiamo sognato! Ed eravamo tanto gelosi della nostra
intimità, da riprometterci di alternare domeniche trascorse da
soli (forse le più belle) con altre in lieta e selezionata
219
compagnia. Ma la vita poche volte permette di realizzare i sogni
ed erano tali il maggior lusso che ci ripromettevamo di
concederci, magari una volta all'anno, ossia viaggi spensierati
in Francia o in Italia. 'Ti dicevo del troppo denaro lasciato da
mio padre, ma forse, più del denaro, è il potere il vero
corruttore, se pensi ai quasi tremila lavoranti che dipendono da
Templemore! Le loro famiglie, i tre villaggi indigeni sui quali
regna quasi come un sovrano assoluto l'amministratore
dell'azienda. E' a questi poveri esseri maltrattati e sfruttati che
penso, quando il desiderio di te mi prende e le selvagge
competizioni mi sfìancano generando, unitamente alla nausea,
la voglia di piantare tutto e volare dalla mia amata. Sì, perché
vedi, Cynthia, sono il solo a poter modificare le loro disumane
condizioni di vita. Non può certamente farlo Tom, che è
tutt'altro che cattivo ma troppo succube di John e di Grea con le
loro smodate ambizioni. 'Fortunatamente padre Gill e il vescovo
di Singapore hanno ottenuto l'annullamento del matrimonio di
Margaret e lei è l'unica che appare felice in questa bolgia da
inferno dantesco, e si prepara alle nuove nozze con il bravo
Hanter e io sono particolarmente lieto di essere riuscito con un
franco e reale colloquio con Robert ad ottenerle il bambino che
a sei anni piangeva continuamente per la lontananza della
mamma. Ma è anche di mia madre che mi debbo prendere
cura, invecchiata e consunta com'è, e afflitta da mille rimorsi.
'Qualche volta, nella confusione della mia mente non preparata
alla meschinità di questa terribile e deprimente lotta, avevo
pensato di condurla con me per farla vivere con noi, ma ho
220
realizzato che non potrà mai distaccarsi da Templemore dove la
legano più di quarant'anni della sua esistenza. Avrei voluto
chiedertene il consenso perché so che due donne, due padrone
sotto lo stesso tetto, spesso generano incomprensioni, anche se
involontarie. 'Mia Cynthia, papà, seppure con intenti buoni, ha
generato una situazione difficile più che mai, sapessi. Due
gruppi si sono formati: John, gli americani e Tom con il 50%
delle azioni, e mamma, Margaret ed io con il 45%, mentre Linda
fa impazzire tutti cambiando continuamente idea. Ci sono
motivi, che un giorno ti racconterà, per i quali non vorrebbe
appoggiarmi e altri, più recenti, che la inducono a contrastare
John e la situazione naviga in un mare sempre più tempestoso.
'Ti chiederai probabilmente perché non pianto tutto, magari
vendendo parte della mia quota, come mi ha offerto John, per
tornare da te e decidere liberamente, anche con la forza di un
grosso capitale, del nostro futuro. Hai ragione e, ti ripeto,
spesso ne sono tentato. Nei momenti di sconforto, specialmente
di sera, apro il cassetto dove custodisco le tue fotografie e mi
soffermo a lungo pensoso e nostalgico. Immediatamente nasce
la voglia di raggiungerti per sempre, poi il tuo sguardo limpido,
sicuro, deciso sembra ammonirmi a non ricusare le
responsabilità di qui. Sono tante, Cynthia! E non credo di avere
il diritto di dimenticarle. So di poter essere utile all'azienda con i
miei studi, agli operai, a mamma e, perché no, anche a noi e ai
nostri figli, e rimango a combattere. 'Ma io ho preso una
decisione definitiva: alla scadenza dei sei mesi saprò se sarò io a
prevalere o John. Se sarà lui, lascerò Templemore per sempre.
221
Altrimenti verrò da te, ci sposeremo ed insieme edificheremo
qui il nostro nido d 'amore. 'Rispondimi subito e dimmi cosa ne
pensi perché se tu lo vuoi abbandonerò tutto. 'Cara, dolcissimo
amore mio, ho parlato di te a mia madre che ti attende con
ansia. Speriamo che i giorni volino e l'attesa che ci consuma
sarà il premio per un luminoso avvenire di gioia, d'amore.
'Attendimi e pensami. Ti ama il tuo Paul'
Il giovane si raddrizzò sulla sedia uscendo dal cono di luce della
lampada e contemplò i fogli. Sarebbero partiti domani e una
nave, un treno e un postino li avrebbero recapitati nelle mani di
Cynthia. Fortunati, fra qualche settimana sarebbero stati
toccati, forse baciati dalla fanciulla meravigliosa. In un impeto si
chinò su di loro e impresse le labbra calde sulla carta, poi li
piegò accuratamente e li introdusse nella busta. La chiuse. E
subito si pentì: quante altre cose avrebbe voluto raccontarle!
Tradurre i suoi sentimenti con la vena e la fluida penna di uno
scrittore. Invece solo con le parole e da vicino riusciva ad
esprimersi al meglio, e nemmeno compiutamente. Un dubbio
atroce lo assalì: non era la prima volta. Matrimonio, figli?
Sarebbe stato in grado di essere uomo? A ventun anni ancora
non lo sapeva, ancora non aveva compiuto la prova che da
tanto lo tormentava. Quando era stato vicino a Cynthia gli era
sembrato sacrilego solo pensare a quell'atto, alla volgarità
necessaria per concludere nel modo che anche la Chiesa
approvava, addirittura desiderava avvenisse fra due coniugi
innamorati. Ripensandoci, negli ultimi tempi del suo soggiorno
ad Oxford, quando più reali divenivano i programmi, aveva
222
provato quell'eccitazione, quel desiderio proprio dell'uomo e
Cynthia l'aveva capito, se n'era accorta e con tatto delicato
l'aveva distratto e convogliato la sua attenzione, la libido, sul
volto, la bocca, le braccia. Solo una volta, in un'irripetibile
giornata di sole terso, caldo, pur nel freddo autunno inglese,
s'erano lasciati andare e il sesso di Paul, duro ed eretto, aveva
toccato le morbide gambe di lei e la mano affusolata era stata
guidata su di esso per un attimo senza che opponesse
resistenza. Poi, in un mare di vergogna, le gote arrossate, i visi
accaldati e sudati, s'erano staccati e avevano ripreso la
passeggiata nel prato verdissimo cosparso di pietruzze che
riflettevano i raggi incantati. No, non aveva dubbi allora, ma
qui, nella torbida atmosfera peccaminosa e rievocatrice di tante
bassezze di Templemore, ritornavano prepotenti, inquietanti.
La porta si schiuse cigolando sui cardini. Paul cercò di vedere
chi fosse, ma al buio al di fuori del ristretto cono di luce dello
scrittoio non gli permise di scoprirlo. Fu naturale pensare a
Mary, seppure l'ora tarda, più che meravigliarlo lo
preoccupasse.
"Che c'è, mamma, hai bisogno di me?"
"Ssst, sono Luana, parla piano", sussurrò la cognata che avanzò
di alcuni passi.
"Che vuoi?", chiese Paul già sulla difensiva e vide il volto della
donna ancor più angoloso ed ossuto del solito. L'espressione
disperata, il volto rigato di fresche lacrime lo commossero. Più
gentilmente ripetè:
"Cos'hai, posso fare qualcosa per te?"
223
"Sì, Paul, ma ne sarai ricambiato. Ti offro l'occasione per
diventare tu il direttore di Templemore".
"Come, e perché a quest'ora?"
"John è da Grea e possiamo sorprenderli alla villa".
"Ma cosa dici? e Tom?"
"Come al solito è stato mandato a Kuching. Ah, Paul, non ne
posso più. Tu sei pulito, lo so, sei l'unico qui. Non ho
dimenticato, sai, come mi trattasti nella longhouse. Aspetta,
non te ne voglio, ti compresi e ti ammirai. Ma non ne posso più,
credimi, quella Circe l'ha avvolto nelle sue spire, lo ha attratto
ed ora si serve del 10% di Tom per ricattarlo..."
"In che modo?"
"E' fin troppo chiaro: fa assegnare premi di rendimento a Tom
per vivere in un lusso sfrenato, e non si ferma qui. Il padre
controlla l'operato dell'azienda e lei vuole non solo i soldi, ma
John. Pensa, gli ha vietato di far l'amore con me e di incontrarsi
con Sue, la cinese. Sai chi è?"
"Sì".
"Io volevo andarmene, tornare da mio padre, uscire da questa
situazione assurda, mortificante, peccaminosa, ma ho pensato
ai miei figli, Paul, hanno diritto a Templemore e amano il padre,
per loro è un Dio..."
"Ma è assurdo, Luana. Stai bene?"
"Non sono pazza, non sono pazza, ma disperata. Paul,
aiutami... anche io lo amo".
"E che vuoi fare?" "Andare alla villa con te, sorprenderli. Io
otterrò John e tu la direzione".
224
"In che modo?"
"Minacceremo di dirlo a Tom e tu avrai i suoi voti e io otterrà di
punirla, di liberare John!"
"Togliendogli la direzione?"
"Non è questo che vuoi?"
"Sì, perché lo ritengo un bene per la società e per i lavoranti,
ma non in questo modo, mi ripugna..."
"Paul, se non vieni lo dirò a Tom e le conseguenze saranno
terribili. Tu non sai quanto ami sua moglie e si fidi ciecamente
di lei. Sarebbe uno choc drammatico, e lui è violento, dovresti
conoscerlo, potrebbe uccidere!"
"Ma insomma, cosa volete da me. Sono stanco, stufo delle
vostre beghe..."
"Devi avere pietà, tu sei giusto e ancora non hai capito quale
serpente abbiamo in questa casa. Ho vergogna di dirtelo, un
giorno ero più triste e depressa del solito e lei si comportò da
lesbica..."
"Grea? Ma no!"
"Non lo è. Pensava lo fossi io..." Lacrime disperate, pugni sulle
magre tempie, poi subitaneo un cambiamento d'espressione:
occhi saettanti d'odio, di ferma determinazione. "Paul, deciditi,
o vieni tu, o chiamo tua madre e poi..."
"Mamma la tieni fuori, capito?"
"Deciditi, o non so quel che faccio..."
"Andiamo!"
La notte scurissima, il cielo minaccioso, denso di nubi pesanti,
un umidore asfissiante e l'automobile che correva fra i filari
225
degli hevea. Paul era sconcertato, le umane vicende catalizzate
dal sesso non finivano mai di stupirlo, anche se nelle
vicissitudini raccontategli c'era di tutto: denaro, possesso e
bassi istinti. Giunsero alla villa che sembrava abbandonata. Un
cane ululò. Luana era sgusciata fra i folti cespugli facendo segno
di seguirla. S'arrampicò su una scaletta esterna e spinse le
imposte. Un fioco bagliore, un lenzuolo agitato. La torcia fu
accesa e illuminò gli amanti allacciati.
"Chi è?", domandò la voce impastata di Grea mentre il seno
grande, sodo, bianco e nudo si sollevava con affanno e John
rotolava sul fianco.
"Sono io e c'e Paul con me. Miserabili!", gridò Luana.
"Come ti permetti di piombarmi in casa?", reagì Grea.
"Perché mi rubi il marito?"
"Siamo maggiorenni, sai?"
"No, due traditori".
"Ah, stai zitta! E tu, Paul, ti presti a simili imprese?", reagì
violento John. Si alzò nudo come un verme, il corpo muscoloso,
compatto era attraente. Raggiunse la sedia, i pantaloni
pendevano malamente ripiegati e la cintura penzolava dai
passanti con la parte a cui è attaccata la fibbia. Era di cuoio,
senza cuciture, spesso, liscio, bruno e come unto dall'uso e dal
sudore. La sfilò senza una parola e afferrò Luana, la spinse sul
letto, le strappò il vestito, le abbassò le mutandine e, tenendola
ferma con la grossa mano premuta sul collo, incominciò a
frustarla. Luana gemeva di dolore, di piacere?
226
"Che diavolo fate?", urlò Paul e si stava per lanciare sui due. Un
pianto di bambini lo fermò. Grea si precipitò nella stanza vicina
e il pianto cessò, mentre Luana ansimava, si agitava e
mormorava parole sconnesse che Paul interpretò in un: "Sì,
battimi, amami".
Grea rientrò e, approfittando del suo sbalordimento, lo tirò nel
corridoio. Parole ed alito caldo si mescolarono:
"Sei un bambino, Paul. Quando capirai la vita? Scommetto che
ti ha pregato, implorato di accompagnarla per scoprirci, per
aiutarla, è vero?"
"Sì, e tu non temi che lo dica a Tom?"
"Come se fosse la prima volta. Sei un imbranato, svegliati,
approfitta, vieni con me... non ti piaccio?" e aprì le braccia
mostrandosi nella rigogliosa nudità che si animava tentatrice
nel folto boschetto fra le cosce. Paul fece un passo indietro e
domandò:
"E se lo dicessi a Tom?" "
Non lo farai, non sei il tipo della spia, ma sappi che saprei come
dominarlo".
"Mi fate schifo tutti"
"Aspetta, impara, scommetto che ti ha anche detto che io
costringevo John, povero John che si fa costringere! Viene con
me perché sono bella e ci so fare, e tu? Sapessi le sensazioni..."
"Ora sì che farò di tutto per strapparvi Templemore, massa di
pervertiti!" Rientrò nella stanza, evitò di guardare il letto e
scomparve nella notte.
227
"La maharani dorme, sahib", disse in tono solenne il
maggiordomo indiano.
"Svegliala, è urgente", ingiunse per una volta in tono
imperativo Paul.
"Va bene, sahib, ma non ne sarà contenta". Si allontanò dietro
un pesante tendaggio, mentre Paul agitato tormentava con le
mani nervose il bavero della giacca e guardava distrattamente i
coloratissimi uccelli saltellanti nella grande gabbia a pagoda.
Dopo più di un quarto d'ora Linda comparve avvolta in una
lunga vestaglia di seta rosa che si fondeva splendidamente con i
morbidi capelli incornicianti un viso dall'espressione
corrucciata.
"Che diamine, Paul, a quest'ora! E' successo qualcosa a
mamma?"
"No, ma dovevo parlarti subito"
"Cos'hai? Ti vedo sconvolto" "Senti, Linda, sei la sorella
maggiore. Conosco quanto ti prema il prestigio personale e
quello di noi Caracciolo. Ebbene, ti dico che incredibili cose
avvengono a Templemore e presto scoppierà un terribile
scandalo se non prendiamo oggi decisioni definitive..."
"Spiegami, mio Dio".
"No, Linda, non è mia abitudine riferire vergogne nemmeno a
te. Dovresti sapere qual è il mio comportamento. Fidati della
mia parola, se mi stimi".
"Sì, fratellino, sei il migliore di noi. Il rajah è incantato dal
risultato dei tuoi studi. Pensa che proprio ieri un ufficiale
appena giunto da Londra ci ha riferito di una tua pubblicazione
228
sulle gomme naturali e sintetiche sul bollettino delle scienze
con un'entusiastica prefazione di un professorone di Oxford e
pensavamo fosse un peccato non continuassi fino al dottorato
di ricerca..."
"Mi avrebbe fatto piacere, Linda, ma ho dei doveri qui.
Dipende da te se potrò ottemperarli con autorità o rinunciare,
partire per sempre..."
"Ma cosa dici, ti voglio qui nel Borneo".
"Allora, Linda, devi deciderti a darmi il tuo voto. Senti, ti cederò
l'un per cento delle azioni..."
"Guarda che anche John mi ha fatto la stessa offerta, non sono
in vendita, sai? Io sono una sovrana!"
"E mamma ti cederà un due per cento..."
"Tu mi offendi, fratellino... anche se mi farebbe comodo. Sai, il
rajah è ricchissimo, ma le spese sono tante e i fratelli, i nipoti
pesano sulle nostre spalle..."
"Lo so, Linda, e capisco anche che non lo faresti solo per
questo, ma nell'interesse del nostro nome"
"Ma raccontami, dimmi cos'e successo di tanto sconvolgente,
alla buon ora"
"No, Linda, ti ripeto, non faccio pettegolezzi. Deciditi, per
favore. Se sarà sì, stenderemo un atto d'impegno reciproco con
il quale tu voterai in mio favore e io ti cederò il tre per cento fra
me e mamma per la quale farò da garante. In caso contrario
entro pochi giorni partirò per sempre".
La maharani non rispose. Passeggiava mollemente, regalmente
fra i veli dell'ampia vestaglia che raccoglieva graziosamente.
229
Giunse alla finestra, si girò con mossa studiata e il viso in
controluce appariva misterioso e affascinante.
"Va bene, Paul, ho deciso. Voglio fidarmi di te, della tua
intelligenza ed onestà. Sono convinta che agirai nel nostro
interesse. Ma, bada bene, il mio voto varrà per due anni e poi lo
passerò a John se il tuo operato non mi convincerà. Vieni,
andiamo nel mio studiolo".
La robusta Dodge divorava chilometri su chilometri
ondeggiando sulle elastiche sospensioni. Paul si sentiva forte,
deciso. Il notaio avrebbe fatto partire in giornata le
convocazioni all'assemblea per l'elezione dell'amministratore
delegato. Ora non aveva più dubbi. Dopo la nomina tutto
sarebbe cambiato! Il denaro, il potere sono un'arma micidiale
per persone avide, e di avidità, di marciume ce n'era tanto
purtroppo nella sua famiglia. Aveva ragione Mary quando gli
aveva parlato di una sorta di maledizione incombente su
Templemore, ma lui l'avrebbe esorcizzata. Il potere
dell'amministratore si estendeva anche sugli stipendi annui e
John se n'era assegnato uno da duecentomila sterline: la paga
di quattrocento e passa indigeni! Oh avrebbe voluto vedere
come il fratello, Grea e Luana si sarebbero comportati di fronte
a risoluti divieti! Ma, e solo il pensiero lo scoraggiò, Cynthia
come avrebbe potuto vivere in quell'ambiente? Non ne sarebbe
stata inquinata? No, non certo lei , tanto limpida, ma anche dal
temperamento deciso e sicuro. E poi, ne era certo, avrebbe
trovato un ambiente ripulito per quanto possibile. I meandri
230
fetidi delle fogne rimangono pur sempre fonte d'infezione.
Bisognava puntare sui bambini: in loro la speranza.
231
CAPITOLO XVI
Mary, accompagnata da Paui e Margaret, entrò nella sala
riunioni dell'azienda. Una sensazione di capogiro, di profonda
nostalgia la prese come una gigantesca tenaglia fitta nel petto e
manovrata da un ciclope. Non riusciva a distinguere i visi dei
presenti, incredibilmente a fuoco erano invece le pareti, le
finestre e il pavimento. Erano gli stessi che quasi trent'anni
prima avevano accolto un uomo lacero ma giovane, aitante e
bello, proveniente da un Paese lontano, odoroso di aranci,
limoni, mandarini e famoso per le canzoni e la gentilezza e il
fascino dei suoi abitanti. E il Michele d'allora sembrò
materializzarsi, vivo, allegro, tentatore.
La voce tonante di Astorford e quella fioca di Lung, i corretti
baciamano, le robuste strette di Douglas e Sinatra e l’
impacciato bacio di Tom la richiamarono alla realtà e allora vide
il tavolo ovale, le poltrone di tela, i classificatori in legno
pesante e il grande ventilatore a soffitto. Dov'erano i divanetti e
i mobili di bambù e il grazioso pianoforte? Scomparsi,
consumati, come buona parte della sua vita. Si sedette, c'erano
tutti tranne John e Linda. Kamusug, ancor più giallastro e
grinzoso del solito, mormorò qualcosa all'orecchio di Paul che si
alzò e lo segui fuori dei. bungalow. Incominciava a piovigginare
e la Rolls-Royce del rajah scortata da quattro motociclisti
insellati su monumentali Indian, era giunta e John parlottava
232
scuotendo animatamente la testa con Linda elegantissima e
Charles Vyner che continuamente sistemava con la mano
grassoccia i grossi boccoli. Mentre Paul si avvicinava veloce, la
coppia regale piantò in asso John e quasi si scontrò con lui
gratificato di luminosi e rassicuranti sorrisi. I fratelli rimasero
soli sotto le gocce leggere, quasi impalpabili.
"E allora, pensi di avermela fatta, piccolo saccente?"
"Piccolo lo ero una volta, John, o non ti accorgi di quanto sia più
alto di te? e saccente non lo sono stato mai, solo colto ed
osservatore..."
"Ma sentilo, il grand'uomo! Davvero sei convinto che mi farò
strappare la conduzione di un'azienda che io ho reso grande?"
"Non lo nego, ma a che prezzo? E non ti rendi conto che sei e
sarai sempre più superato per un compito del genere? Bisogna
aggiornarsi!"
"Bisogna avere esperienza!"
"Nella società attuale, nel mondo moderno vale più la scienza,
John, convincitene..."
"Ma, perdio..."
"Lascia stare Dio, ne siamo tutti lontani e tu più che mai!"
"Io sarò meno colto di te, ma i conti so farli e, ammesso che
Margaret voti in tuo favore, dopo l'azione subdola con Linda.."
"Ah, sei comico. Dopo aver tentato per tre mesi..."
"Senti, facciamola finita, abbiamo ognuno il cinquanta per
cento dei voti. Ti propongo una suddivisione del potere: a te la
direzione tecnica, a me l'amministrativa".
233
"No, John, tu ed io abbiamo mentalità troppo diverse per
collaborare alla pari, uno dovrà sottostare all'altro o dividerci.
Ed ora..."
"Cristo! Vendimi quello sporco dieci per cento che possiedi, te
lo pagherò di più, molto di più, diciamo millecento sterline ad
azione invece che mille, e te ne potrai andare in Inghilterra o
dove diavolo vuoi "
"No, ancora no, ho dei doveri qui!"
"Milleduecento!"
"Andiamo, John, ci aspettano"
"Vendi, perdio, vendi!" Lo afferrò per il bavero, gli occhi
iniettati di sangue.
"Lasciami, non siamo più bambini e non subisco prepotenze!"
"Ah, è così, me la pagherai. Giuro che rimpiangerai questo
giorno!"
"Tu hai già cominciato a pagare, andiamo". Strappò le mani del
fratello di risvolti della giacca, li lisciò accuratamente, quasi
volesse ripulirli, mondarli di ogni impurità, ed entrò nel
bungalow.
Intorno al tavolo ovale non c’era accordo. Uno stato di
tensione dominava l'atmosfera pesante ed umida, e vanamente
le pale del ventilatore tentavano di creare la brezza che sola
riusciva a fornire refrigerio. Astorford, il banchiere, del quale si
diceva imminente un clamoroso fallimento, dopo aver
inutilmente cercato un qualsiasi dialogo con Charles Vyner,
aveva ripiegato su Douglas e Sinatra con i quali rivaleggiava per
altezza e corporatura. Il notaio cinese sedeva composto e
234
silenzioso mostrandosi indaffaratissimo a riordinare le carte che
aveva tratto da un'untuosa borsa di cuoio, e Mary inseguiva
lontani ricordi, mentre fra Linda e Margaret antichi rancori
creavano come una naturale barriera, appena attenuata da una
formale cortesia, e Tom non sapeva se mostrarsi più gentile col
suocero o con il rajah, e nel dubbio finiva col


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MessaggioTitolo: Re: LA MALEDIZIONE DI TEMPLEMORE (Caucciù), romanzo di Bruno Cotronei   Gio Gen 01, 2009 2:40 pm

tacere con
entrambi. L'ingresso e il rumoroso scostare e riaccostare le
sedie di John e Paul vivacizzò l'ambiente, ma elevò la tensione a
vette quasi insostenibili e nel ristretto spazio già saturo
d'elettricità sembrarono apportare la scintilla che avrebbe
potuto far scoppiare un temporale dalle conseguenze
imprevedibili. Impassibile Lung prese la parola:
"Con il consenso della molto onorevole altezza, il rajah Brooke,
oggi, 15 aprile 1937, dichiaro aperta la riunione dei soci della
Rubber Caracciolo Company e, secondo le disposizioni del
defunto mister Caracciolo, nomino presidente il banchiere, sir
Astorford, al quale cedo la parola. Io fungerò da segretario e
pubblico ufficiale", e con gesto rapido passò al banchiere dai
rossi e crespi capelli un fascicolo racchiuso in una custodia di
spesso cartone, mentre si accomodava i grossi occhiali che per
l'ennesima volta tentarono di scivolargli dal corto naso.
Astorford aprì l'incartamento, si schiarì la voce e con aria
importante iniziò: Siamo qui riuniti per la nomina del nuovo
amministratore della società Caracciolo. Sono presenti di
persona i soci Mary Mallow Caracciolo, titolare di tremila
azioni, John Caracciolo con duemila azioni, Linda Caracciolo
Brooke con cinquecento, Tom Caracciolo con mille, Margaret
235
Caracciolo con cinquecento, Paul Caracciolo con mille, Jack
Douglas, rappresentante della società Goodyear, con mille e
Tim Sinatra, rappresentante della Firestone, con mille, per un
totale di diecimila azioni per un valore nominale di dieci milioni
di sterline, pari all'intero pacchetto azionario. Ho verificato i
titoli di provenienza e, trovandoli legali, dichiaro valida
l'assemblea e cedo la parola all'amministratore attuale, mister
John Caracciolo".
John aveva la mente in fiamme, sentiva il bisogno spasmodico
di una robusta dose di whisky e per un attimo osservò con
desiderio il mobiletto a meno di un metro da lui, ma si fece
forza e si limitò ad accendere una sigaretta. Aveva da anni con
impressionante intuito previsto in Paul l'unico vero avversario
alla sua egemonia nell'azienda, aveva caldeggiato il suo
ingresso all'università nella speranza di tenerlo lontano da
Templemore, ma la resa dei conti era giunta. 'Dai, John',
s'incoraggiò, 'non sei nuovo a situazioni difficili, vincerai anche
oggi!' Ma un oscuro presentimento gli sussurrava come un
tarlo. fastidioso, maledetto che non sarebbe andata così.
Incominciò:
"Signori, mamma, sorelle e fratelli, non voglio tediarvi a lungo.
Vi dirò soltanto che, quando avevo appena diciotto anni, papà,
unico proprietario allora di Templemore, e con la
partecipazione del tutto formale di mamma, della nascente
Rubber Caracciolo Company, mi prese con lui nell'azienda e, nel
giro di tre anni, mi associò e mi affidò la gestione di tutto. V'era
allora la metà degli hevea attuali, un fatturato interessante, ma
236
tutt'altro che imponente. Ebbene, io riuscii con infaticabile
attività e, consentitemi, con non comune abilità, ad
incrementare la produzione, a superare la grave crisi del 1929 e
a far partecipare la compagnia in altre remunerative aziende. I
signori Douglas e Sinatra possono testimoniare come io riuscii a
vendere la produzione di ben quattro anni ad un buon prezzo
pochi giorni prima del crollo di buona parte dell'economia
mondiale. Quanti altri ne sarebbero stati capaci? Per mio
merito papà ha potuto versare ad ognuna delle mie sorelle una
lauta dote e consentire a tutti noi una vita più che lussuosa,
occupando nella società sarawakiana un posto preminente. Chi
di noi ha voluto, ha viaggiato con ricchezza, ha compiuto studi
in primari collegi, ha avuto gli abiti migliori, ha partecipato a
feste, è membro dei più rinomati club di Kuching e Singapore
ed ora possiede azioni che, se realizzate, possono permettere
qualsiasi follia. Non ho altro da dirvi se non che sono in grado di
continuare più che bene nell'interesse di tutti e principalmente
dei nostri figli." Tacque esausto e accese una nuova sigaretta,
mentre osservava ansioso, forse per la prima volta nella sua
vita, l'effetto delle sue parole; ma Paul non concesse tempo e si
alzò in piedi, bello come un angelo, gli occhi saettanti
intelligenza e sicurezza.
"Signori, non nego i meriti di mio fratello, ma sono costretto a
sottolineare i limiti ed un angolo visuale estremamente
limitato. Siamo nel 1937, anno trentasettesimo di un secolo
fervido di progresso. Non dimenticate i motori diesel che hanno
sostituito il vecchio vapore aumentando la velocità,
237
l'autonomia e la capacità di trasporto delle navi; l'aeroplano
che si sta sviluppando in maniera vertiginosa e fra pochi anni
muterà anche il sistema dei trasporti; la radio e il telefono,
l'energia elettrica. Macchinari nuovi sorgono dovunque e
aiuteranno, a volte sostituiranno, l'uomo nei lavori più pesanti
permettendo di attuare produzioni il cui livello, fino a ieri, era
impensabile. Concentrazioni aziendali enormi si stanno o si
realizzeranno a breve scadenza. Movimenti politici sono in
marcia dovunque con una carica rivoluzionaria, presente anche
nei regimi di estrema destra che sembrano prevalere, ma vorrei
ricordarvi che le maggiori potenze industriali della Terra, Stati
Uniti, Inghilterra e la gigantesca Russia, hanno regimi diversi. I
lavoratori, dai più umili ai dirigenti, si stanno organizzando in
potenti sindacati e ciò significa che la fase ottocentesca
dell'industria sta lasciando il posto a qualcosa di diverso". Li
guardò uno per uno attentamente, fissandoli negli occhi e
proseguì:” Non dobbiamo pensare, perché viviamo in un Paese
che sembra lontano dalle grandi correnti di evoluzione, che
tutto rimarrà da noi inalterato. No, il mio illuminato cognato,
sua altezza il rajah, sa bene che cinesi, daiacchi, malesi,
insomma i suoi sudditi, non sono più come una volta: leggi
nuove sono state promulgate anche in Sarawak e fra breve non
potremo contare sull'impiego a bassissimo prezzo della forza
bruta di uomini-schiavi, e anche se lo potessimo saremmo
soppiantati, sommersi da aziende che per tempo hanno
previsto l'impiego delle macchine. E' vero, signori Douglas e
Sinatra?... Come affidare un'azienda a chi conserva vecchie idee
238
e non intende rinnovarsi per mentalità e per mancanza di
adeguata cultura e informazione? No, zitto. John! Ed ora
veniamo ai miei programmi, se mi concederete fiducia. In primo
luogo vorrei migliorare la nostra produzione. Come chimico
laureato vi dico che la qualità della nostra gomma lascia a
desiderare. Ho studiato gli additivi e i procedimenti per
renderla fra le migliori, se non la migliore del mondo. Il clima, il
terreno si prestano meravigliosamente, sta quindi a noi farlo. Ci
vuole più competenza. Vorrei poi organizzare presso di noi
anche impianti di vulcanizzazione del caucciù. Non dovremo
spedirlo più come ora, ma già pronto all'utilizzazione, ne
ricaveremo prezzi migliori. So dove attingere tecnici, verranno e
istruiranno i nostri lavoranti più intelligenti. E attenzione alla
concorrenza anche qui. La Dunlop ha i mezzi per distruggerci,
gli smallholders ci sono stati quasi tutti strappati. Ebbene, li
pagheremo di più perché daremo un prodotto migliore e
finito!" Bevve dell'acqua e continuò: "Alcune azioni di mio
fratello sembravano illuminate. Prendete per esempio la
vendita del '29 da lui vantata. Ci ha dato dei soldi, è vero, ma ci
ha inimicato i compratori che oggi si vendicano. La produzione
di trentamila tonnellate è stata ridotta a ventimila, e perché?
Per una forma di boicottaggio. E' così, signori americani? Non
voglio aumentarla, ma migliorarla ed ottenere prezzi superiori.
Tanti altri sono i programmi, ma non voglio oltre annoiarvi. Vi
dirò solo petrolio e gomma sintetica, da attuare con saggezza,
senza pazzie. Affidatevi, mi giudicherete ai primi risultati entro
due anni. Ho finito e ringrazio già da ora"
239
"E' un ragazzino folle, non è cambiato. Fra due anni saremo al
fallimento!", protestò concitato John.
"Non sono un ragazzino. Ho quasi ventidue anni e una laurea in
chimica. Inoltre qui, e tu l'hai dimostrato, si matura presto".
"Io ho l'esperienza..."
"Guardare fisso entro angusti limiti è una rovina oggi e un
totale disastro domani!"
"Sir Astorford, proceda alla votazione!", intervenne autorevole
Brooke dietro suggerimento di Linda.
"Chi vota per mister John alzi la mano", disse il banchiere. Due
mani sì alzarono immediate: Tom e John. Poi, con qualche
esitazione e dopo un intenso parlottare, quelle di Douglas e
Sinatra.
"Per mister John quattro voti, per un totale di cinquemila
azioni", comunicò il preoccupato Astorford.
"Ed ora per mister Paul".
Quattro mani senza esitazione: Mary, Linda, Margaret e Paul.
"Anche per il secondo candidato quattro voti per cinquemila
azioni. Notaio, che si fa?
" La voce chioccia decretò:
"Nel caso di parità di voti e di azioni, lo statuto per le società di
questo Paese, contempla sia prevalente quello dell'azionista di
maggioranza relativa, quindi..." Diede una sbirciatina da scena a
un foglio. "... lady Mallow Caracciolo, ma si prescrive una
seconda definitiva votazione".
240
Quasi contemporaneamente John e i due americani chiesero un
rinvio di alcune ore che Astorford, dopo un'ulteriore
consultazione col notaio, concesse.
*****
Margaret non era riuscita a sottrarsi a John. L'aveva raggiunta
nella sua stanza bussando una sola volta, entrando
decisamente e sorprendendola a guardare malinconicamente la
pioggia alla quale sembrava demandare il dubbio angoscioso
che da quasi un mese l'assillava. Era stato tenero, affettuoso,
s'era spinto persino a scusarsi per gli errori passati e per
l'eccessiva severità mostrata nei suoi confronti, ma, aveva
detto con una candida ed innocente espressione, Linda glielo
aveva quasi imposto con l'alterigia che le era naturale,
amplificata dal ruolo prestigioso di maharani, ricattandolo con
la minaccia di privarlo negli affari e nelle concessioni
dell'appoggio di Charles Vyner. Addirittura, sempre a volersi
fidare di quanto John diceva, lo avrebbe osteggiato se non
avesse agito con durezza nei confronti della sorella. Era
un'immagine di John del tutto inedita quella davanti a lei, ma
presto rientrata nel ruolo quando, dopo minuti di silenzio, le
aveva proposto di vendere tutto o parte delle sue azioni
nell'azienda. Le aveva offerto suadente un prezzo enorme,
sproporzionato al valore reale, ma anche a ciò che per lui
poteva rappresentare quel cinque o anche meno per cento
della società.
241
"Pensa", aveva aggiunto, "a tutto quello che potrai fare insieme
al tuo Hanter con centinaia di migliaia di sterline in contanti!"
Margaret l'aveva guardato assente e in un remoto angolo del
suo cervello un'idea pazza aveva fatto capolino. Era davvero un
diavolo quell'uomo, o erano diaboliche le circostanze? Perché
nella sua vita non poteva mai godere di un periodo prolungato
di pace? Perché dovevano sempre tormentarla? Era già
trascorso un mese da quando insieme a Mary s'era recata a
Singapore per riavere Laurence, suo figlio, e s’agitava
frastornata nelle vie formicolanti di gente d'ogni razza in attesa
di recarsi all'albergo dove la madre le avrebbe condotto
Laurence, quando una mano le aveva quasi ghermito la spalla e
preoccupata s'era girata trovandosi faccia a faccia con George.
Era impallidita, s'era sentita male e un moto istintivo l'aveva
spinta a fuggire dallo spettro, dall'apparizione, perchè
sicuramente non poteva essere George in carne ed ossa, ma
una proiezione della sua coscienza, della sua cattiva coscienza,
che giungeva inopportuna a turbare la prospettiva di serenità e
pace giunta alla definitiva realizzazione con l'anelato recupero
del figlio e il prossimo matrimonio con Hanter. E invece era
George, ancor più filiforme, alto e sofferto di come lo ricordava.
L'aveva rincorsa, raggiunta e parlato con la sua aria timida e
svagata che. tanto le era piaciuta. L'antica tenerezza, l'amore
immenso, struggente s'erano rimpadroniti di lei e il rancore,
l'odio provato dopo l'ultimo drammatico colloquio, prima della
partenza dell'uomo che tanto aveva segnato la sua vita, s'erano
disciolti come neve al sole. Nella sala interna di un bar poco
242
frequentato, fra i fumi di chicchere bollenti e l'odore dolciastro
dell'oppio, George le aveva raccontato le sue vicissitudini in
Inghilterra, dello struggente desiderio di ritornare da lei,
dell'acuto rimorso che non lo lasciava un attimo tranquillo e del
continuo rinfacciarsi la pavidità di cui aveva dato prova dopo
l'aggressione degli uomini di John. Il ritorno a Singapore di Lena
e Tom Proves, la riapertura della banca l'avevano spinto a
ritentare, con maggior forza, coraggio, determinazione, e aveva
concluso con una nuova sincera struggente profferta d'amore e
di vivere insieme per sempre, senza curarsi di uomini e di
avvenimenti avversi. Margaret aveva pianto, gli aveva
raccontato di lei e di tutto quello che aveva passato e dell'uomo
buono, intrepido, pulito che il buon Dio le aveva fatto
incontrare e rècisamente aveva concluso:
"No, George, fra noi tutto è finito. Non possiamo fare dell'altro
male a chi non lo merita e oggi ho un compito che per troppo
tempo ho trascurato: essere madre, una buona madre. Non
posso ancora sfidare la Provvidenza: mio figlio non solo non mi
ha respinta, ma fortemente voluta e ha pianto per me troppe
lacrime". S'era alzata d'impulso ed era uscita dal bar con la
mente, il cuore in subbuglio mormorando con voce indistinta:
"Dimenticami per sempre, addio".
Ma a Kuching l'aveva ancora visto: la barba non fatta, i vestiti
stazzonati e il volto implorante come un mendicante d'amore, e
dubbi, ansie erano ricomparsi tenendola nervosa, incerta sul da
farsi. A Templemore, una sera, mentre la luna avvolta dal solito
alone filamentoso d'umidore illuminava gli alberi del pepe, il
243
ragazzino daiacco le aveva consegnato un biglietto. Era di
George che l'attendeva all'imbarcadero sul fiume e un'orchidea
bagnata dall'umido pianto era infilata nella carta. Non era
riuscita a trattenersi e aveva raggiunto il suo unico vero amore
e, per un attimo dimentichi di tutto, s'erano stretti
disperatamente l'uno all'altra e baciati con passione infinita. Poi
ancora una volta la nuova Margaret aveva reagito e di corsa era
rientrata nella grande casa e aveva tratto conforto dal sonno
placido, sereno di Laurence. Ed ora John, sempre lui, era
davanti a lei con l'offerta tentatrice che le avrebbe permesso di
partire con l'uomo della sua vita e il figlioletto per luoghi
lontani dove di Singapore, Kuching, Templeinore, John, Robert,
Walter non avrebbero mai più sentito parlare. Incredibili
circostanze, quasi un romanzo, come se i romanzi non
s'ispirassero alle umane vicende! Lo fissò con odio, voleva
liquidarlo in malo modo, e invece rispose:
"Non so John, ci penserà, ma vai via, ti farò sapere". “
Grazie Margaret, verrò io fra quattro ore, prima che riprenda la
riunione"
Cosa avrebbe dovuto fare? Fin troppo chiara la via da seguire:
ricusare le proposte devianti, sposare Hanter e vivere con lui e
Laurence un'esistenza onorata, confortata dalla presenza di un
marito affettuoso, protettivo, dedito al lavoro e ancor più a lei,
al figliolo e agli altri che sarebbero nati. Facile a dirsi. Aveva
conosciuto molti, troppi uomini, ma nessuno le aveva dato le
sensazioni di George perché lo amava dai lontani anni
dell'adolescenza. Per lui aveva provato i primi palpiti incantati
244
di ogni ragazza, per lui la fiamma della passione di ogni donna.
Non avrebbe, sposando Walter, conservato l'eterno rimorso
dell'irripetibile occasione perduta? Non sarebbe ritornata una
donna insoddisfatta, frustrata, dannosa per sé e per i figli?
Forse, ma non era più una ragazzina o una giovane donna alle
prime vere contrarietà dell'esistenza. Avrebbe saputo
dominarsi, essere altruista, premiare chi le aveva mostrato
stima, fiducia donandole un sentimento più duraturo, l'affetto.
Ne era certa? Le mani sulle tempie, si distese sul letto e
continuò a torturarsi.
******
L'ora della nuova e ultima convocazione era giunta. Il tempo era
peggiorato e torrenti d'acqua si precipitavano su Templemore.
Ombrelli, mantelline, cerate riparavano per quanto possibile gli
azionisti che alla spicciolata si dirigevano al bungalow. John era
più nero delle condizioni atmosferiche. Non c'era più speranza:
Margaret aveva recisamente respinto le sue offerte e l'aveva
scacciato dalla stanza con un urlo dove odio e antichi rancori si
sommavano. Gli americani s'erano trattenuti per ore al
telegrafo e gli avevano impedito di leggere domande e risposte
istradate lungo il complicato sistema di cavi da e per Akron e
tenuto sotto stretta sorveglianza l'operatore. Cosa fare se non
accettare la sconfitta e maturare la vendetta? Presero posto
intorno al tavolo e Astorford chiese:
"Signori, siete pronti per la votazione?" Annuirono.
245
"Chi vota in favore di John Caraccìolo?" Solo due mani si
levarono: Tom e John.
"Chi vota per Paul Caracciolo?" Sei mani, come una definitiva
sentenza. "Sei voti per mister Paul Caracciolo. Totale settemila
azioni. Guardò John sconsolato e concluse: "Nomino Paul
Caracciolo amministratore delegato della Rubber Caracciolo
Company. Notaio, verbalizzi".
Il piccolo cinese venne quasi travolto dal caotico intrecciarsi di
abbracci e strette di mano, e il registro che s'era affrettato a
porgere ai presenti perché vi apponessero la firma rischiò più
volte di finire in terra. Finalmente Paul riuscì ad ottenere
silenzio e ordine e disse commosso, gli occhi lucidi che
brillavano come smaglianti gemme nel volto d'angelo:
"Vi ringrazio per la fiducia che avete voluto concedermi e mi
adoprerò per tutti, anche per chi ha votato contro, affinché
Templemore, fondata dal nonno, e la Rubber Caracciolo
Company, creata da papà, diventino sempre più forti, influenti
e principalmente moderne, in modo da adeguarsi e spero
spesso precedere l'evoluzione delle aziende di oggi, che
sappiano guardare al futuro senza dimenticare il presente".
Un lampo squarciò il buio incombente facendo apparire il
grande lampadario ricco di luci come una povera cosa: il
prodotto dell'uomo al confronto dell'immane potenza della
natura. Il tuono che ne seguì lasciò indifferente John, relegato
in un angolo che sembrava remoto, mentre fece sobbalzare
Tom, rimasto incerto se congratularsi o meno cercando, come
246
al solito, ispirazione dal fratello maggiore che nemmeno se ne
accorse. -
Parte 3^
(Cynthia)

249
CAPITOLO XVII
Mio adorato Paul, mi è appena giunto il tuo lungo telegramma
risuonante di trionfo e d'amore. Ne sono lieta per te che vedi
riconosciuti i tuoi meriti e potrai accingerti alla realizzazione dei
progetti e al compimento dei doveri tanto pungenti per la tua
coscienza. Ma, vedi, Paul, più volte mi sono chiesta a ciascuna
lettera tua che ogni venti giorni puntualmente mi giunge e
traccia con le mie un ponte ideale fra Oxford e il Borneo, se
Templemore non sia la mia vera, unica, ma pericolosa rivale. Si,
caro, quando leggo delle tue laboriose giornate colme
d'impegni, del tuo instancabile assorbire tecniche, esperienze e
contatti relativi alla piantagione e all'azienda in un forsennato
attivismo, tale da trasformarle in perlomeno quattro, non so se
lo fai per ridurre al minimo il tempo che ancora si frappone alla
nostra unione, o per un amore ancora più grande di quello che
porti per me, e ne sono gelosa. 'Non sorridere, ti prego, è
proprio così: ne sono gelosa e non ti nascondo che più volte ho
desiderato fosse John a prevalere e tu potessi tornare qui per
averti sempre tutto mio, per essere certa di occupare in ogni
momento la tua mente, per sentirti vicino con il corpo, l'anima
ed i pensieri. Sono ingiusta, lo so, amore, ma i mesi trascorsi
lontano, solo nell'attesa dei fogli di carta tanto cari, colmi della
tua piccola, minuta e un pò contorta grafia, a volte indecifrabile
e proprio per questo più cara perché costituisce l'alibi a
250
prolungate letture e riletture, giustificando ogni mia
apprensione. 'Non credere che non metta nel giusto risalto il tuo
rinchiuderti la sera nella stanza stanco, ma con ancora
sufficiente forza per pensarmi, desiderare i miei baci, le mie
carezze, la mia voce e il non partecipare nemmeno per poco alle
riunioni distensive nel salotto della grande casa quando si
discute o si ascoltano dischi e la radio, o si gioca con le lucide
carte. Ma cosa credi che io faccia qui? Mi diverta, sia felice? No,
amore mio, vado a scuola e nei bambini non faccio altro che
vedere i volti, tanto più belli, dei nostri figli quando li avremo e
mi distruggo al pensiero della lontananza. Poi torno a casa, sto
un po' in compagnia dei miei e mi ritiro, proprio come te, nella
mia camera a pensarti, a sognare il nostro futuro, a leggere i
libri che mi hai lasciato e che so ti sono tanto cari. O ti erano
cari, Paul? 'Quello che mi preoccupa, mi ingelosisce, e
conoscendo il mio orgoglio, puoi comprendere quanto mi pesi
usare questo verbo, è una specie di dualismo che vado
scoprendo nel tuo carattere, come una sorta di doppia
personalità: l'innamorato sognatore e l'industriale realistico, il
fidanzatissimo e l'uomo dedito ai problemi sociali. E vi scopro un
eguale trasporto. Mi interrogo, allora, consulto libri di
psicologia e romanzi per comprendere, per trovare risposta ai
miei dubbi: è compatibile tutto ciò? O è il segnale, la punta
dell'iceberg, che il tuo amore per me non è tanto grande come
pensavo? 'Perdonami, tesoro, sono ingiusta, cattiva, ma la
solitudine morale, nella quale ormai da troppi mesi mi trovo, mi
fa fantasticare nel bene e nel male. 'Non ti ho fino ad ora mai
251
scritto di questo per non turbare la tua mente, il tuo impegno,
vincolati allo spasimo in una dura lotta e per non incidere
minimamente sulla tua libera scelta, ma ora che hai vinto
debbo e voglio farlo. Forse hai attribuito al mio carattere più
forza di quanta ne possieda e, in definitiva, sono una ragazza
che si è sentita dapprima esaltata da un amore mai provato e
che basta per due (anche per te, se il tuo fosse meno forte di
quanto ritenevo) e poi precipitata in un abisso di solitudine, di
lontananza. 'La situazione di casa mia non è delle più felici:
papà è scontento e, pur comprendendo i tuoi problemi,
incomincia a sollecitarmi affinché esca, mi incontri con amici,
insomma viva e non mi riduca a casa- scuola-lettura-progetti.
Betty, ormai una signorinella, incomincia a dare grattacapi ai
miei genitori con scappatelle e conducendoci in casa di continuo
liceali e qualche universitario che papà provvede ad
allontanare, ammonire e scoraggiare. Da qui qualche litigio e
sconsolati pianti che mamma con infinita pazienza riesce a
mitigare. E' tornato a frequentarci Richard Austell, che veleggia
verso il suo Bachelor in medicina, che, come sai, è più lungo
della chimica e, seppur molto correttamente, non tralascia
occasione per farmi comprendere di non aver mutato le sue
intenzioni verso di me. Ma, stai tranquillo, lo tratto
freddamente e quando lui viene, anticipo il mio rinchiudermi a
leggere, fantasticare (se mi chiedi perché lo riceviamo, ricorda
quanto papà deve a mister Austell che gli salvò la vita in
Francia). Qualche volta l'ho trovato ad attendermi fuori della
scuola e mi ha accompagnato a casa parlandomi di studi, dei
252
suoi progetti, mentre io nemmeno l'ascoltavo, tutta presa dai
ricordi dolcissimi di quando eri tu che mi sorridevi scuotendo i
riccioli dal colore tanto strano. Oh, che voglia, Paul, di
riaccarezzarteli, di appoggiare la mia testa vicino alla tua! Ma
ora mi accorgo, rileggendola, che la mia lettera può apparire
una specie di ricatto morale verso di te. Mi conosci troppo bene
per pensarlo, è vero? 'Paul, Dio mi perdoni per ciò che sto per
scriverti, ma sento di doverlo fare. Non ti sentire vincolato a me.
Se fosse vera la mia supposizione malvagia, che Templemore
occupa un posto più importante del mio nel tuo cuore, ebbene,
sceglila e non preoccuparti per me. Ti amo, ti penso, sei tutto,
ma non voglio un uomo che non sia totalmente mio. Agisci
liberamente. 'La tua Cynthia. Oxford, 18 aprile 1937'.
'Mia dolcissima Cynthia, ti scrivo ben dieci giorni dopo l'ultimo
telegramma. Amore infinito, l'ho fatto perché non ero certo di
riuscire a sistemare le cose per poterti finalmente dire la notizia
più bella che mi fa impazzire di felicità: VENGO, CI SPOSIAMO!
Sì, mio dolcissimo angelo biondo, è così, è vero! 'Se sapessi
quello che ho fatto: dirigenti e tecnici di provata capacità ed
onestà assunti, avvocato e notaio sotto il. torchio, nuovi
incarichi a Tom e John. Una cosa però debbo dirti subito e non è
una contraddizione: l'avrei fatto lo stesso anche senza l'enorme
fortuna che mi ha assistito. 'Basta! non ce la facevo più a
rimandare, a non vederti, a non abbracciarti, baciarti e sentirti
vicina anche fisicamente. Solo tu, e forse mamma, che mi sono
ritrovato accanto come avevo desiderato per tanti anni
nell'infanzia e nell'adolescenza, potete comprendere le mie
253
sofferenze di questi cinque mesi di separazione. Mi sembrava
d'impazzire e il mio intestardirmi, impegnarmi allo spasimo nel
lavoro era in somma parte dovuto all'ansia di ritornare da te
presto. 'Commoventi sono stati gli indigeni, che hanno
compreso il futuro tanto più umano che li attende da un
amministratore sollecito ai loro problemi come a quelli
dell'azienda, e sorprendente il comportamento di John,
adattatosi al nuovo riduttivo incarico di direttore commerciale.
Forse finge e medita vendette! Ma che m'importa di lui e degli
indigeni e di tutto, tranne te e il nostro futuro, mia vita. 'Allora
preparati, con tua madre e tuo padre sollecitate il sacerdote,
non perdiamo un giorno. 'Qui sto facendo approntare la villa
sotto il capo Datu, ricordi? te ne ho parlato. Tutto nuovo, più
grande e recintato e con un sentiero indipendente che la collega
alla strada per Kuching. La completa autonomia, insomma, che
ti faccia sentire unica regina nella tua, nella nostra casa. 'Io
partirò fra venti giorni e sarò da te entro il 25 giugno. Ma che
stupido che sono! Già avrai letto il telegramma che non sono
riuscito a trattenermi dall'inviarti. Spencer, il mio compagno di
collegio all'high school, verrà con me. Deve venire per lavoro a
Londra e, insieme ad Eduard Thurles, mi farà da testimonio.
'Pensa, amore, due mesi di libertà! Andremo in viaggio di nozze
dove tu vorrai, completa padrona di me e del mio cuore. Ti amo
Cynthia, sempre di più e spero di essere per te il marito, il
compagno che hai sempre desiderato, e rivivremo amplificati i
giorni meravigliosi di Oxford e Brighton. 'Cosa dirti che già non
sai? Nulla, conservo tutto per quando nei tuoi splendidi occhi
254
verdi riscoprirò intero l'immenso amore che ci unisce. 'Evviva! Il
tuo Paul pazzo d'amore e di felicità'.
Mani dalle dita sottili, affusolate portarono il foglio a labbra di
corallo e lacrime come perle lo bagnarono. Come era stata
cattiva, come aveva potuto dubitare del suo Paul? perchè tutto
suo era. Più che delle parole, lo si scopriva fra le righe di questa
lettera, evidentemente scritta prima che lui ricevesse quella
che in un momento di scoramento, di tristezza lei gli aveva
mandato. Quanto avrebbe pagato pur di non causargli il dolore
che indubbiamente il suo ragazzo, il suo uomo, aveva provato
nel leggere le frasi dal significato titubante, fluttuante in un
lago d'incertezza. La porta si apri e Betty tutta eccitata le
consegnò un pacco con scritte, timbri esotici fra i quali spiccava
la magica immagine del Sarawak. Lo aprirono o, per meglio
dire, fu Betty a lacerare il cartone e a coinvolgerla nel suo
entusiasmo. Eleganti scatolini vennero fuori come da un
intricato gioco cinese. C'era una stupenda spilla di brillanti,
dono di Mary, un anello con smeraldo, regalo di Linda e Charles
Vyner e altri più modesti di Margaret, John e Tom. Più reale
divenne l'imminenza del matrimonio e meno larvata la sottile
tristezza a malapena mascherata di mamma e papà Taylor,
subito convocati dall'irrefrenabile Betty.
Paul nel frattempo si macerava nella perplessità. Ne era stato
nuovamente assalito e gli accentuati ondeggiamenti, i
minacciosi cigolii dell'aereo, il rumore asmatico del motore che
un attimo dopo si trasformava in sibilo o in assordante
tossicchiare, lo lasciavano del tutto indifferente, preso com' era
255
dal suo eterno problema, ora più concreto che mai. Fra qualche
giorno avrebbe condotto all'altare una meravigliosa donna e
l'avrebbe dovuta far sua non solo con il sì davanti all'officiante,
ma fra le coltri di un letto. No, non era volgarità il suo pensiero.
Ogni amore, passione fra uomo e donna si doveva tradurre
prima o poi in quel gesto che anche lui desiderava come il
giusto completamento il coronamento, la meta dell'incontro
che lo aveva reso felice e sicuro. Ma dove finiva la sicurezza, se
era ancora angosciato dai dubbi? Dove il suo piglio deciso,
l'azione esperta, con la quale aveva saputo convincere i suoi
sostenitori e sbaragliare gli avversari? Si ritrovava timido come
quando a Singapore scantonava e non seguiva i compagni in
visita nelle compiacenti case della Chinatown o a Oxford
quando s'era rifiutato d'andare da Mildred, e ritornava a
chiedersi se la sua prestanza sessuale fosse normale.
Negli ultimi mesi quasi aveva dimenticato il sesso, tutto preso
dall'azienda e dalla lotta per il potere, ed aveva dato ampie
dimostrazioni di essere uomo, ma praticamente nessuna di
essere maschio, se si escludono alcune affrettate azioni
d'autoerotismo. Chissà, si domandava, se Cynthia avrebbe
accettato un suo eventuale fallimento nella prova che tutti i
maschi sono ansiosi di dare, e di vivere un'esperienza
matrimoniale dolcissima, ma priva di quel gesto che coronava le
manifestazioni sessuali cosiddette secondarie e che,
s'incoraggiava, erano le più belle. Certo, la sua ragazza non
possedeva esperienza, il fidanzamento lo dimostrava, ma
indubbiamente sapeva cosa doveva attendersi dal sesso nel
256
matrimonio, senza trascurare che da quell'atto nascono i figli.
Per quanto buona ed innamorata, si tormentava, non avrebbe
la sua donna, la sua prossima sposa, retto a lungo priva di una
delle componenti fondamentali del matrimonio; e l'ultima
lettera gli aveva mostrato un altro aspetto di Cynthia, la
possessività e la chiarezza d'intenti. Avrebbe dovuto
parlargliene prima del sì; e perché, se non sapeva se sarebbe
riuscito o meno a farla fisicamente sua? Forse il dubitare che da
anni lo perseguitava, si incitava, era frutto solo di fantasia, di
errate interpretazioni e il fallimento con Ai-lan, della eccessiva
tensione nervosa nei confronti di una ragazza già tanto esperta
e quindi in grado di giudicare. 'Non sarò', si diceva ancora e
conclusivo, 'un superman, ma pur sempre in grado di compiere
l'atto e di generare figli. L'inesperienza e l'amore di Cynthia non
susciteranno in me tensioni negative e mi permetteranno di
essere oltre che uomo anche maschio'. E chiusi gli occhi
s'abbandonò ad un sonno agitato, rinviando la soluzione del
problema.
*****
Erano giunti ai saluti sull'ingresso dell'albergo, dove gli invitati
li avevano festeggiati. Solo mamma, papà Taylor, Betty, Eduard
e Spencer erano con loro sui pochi scalini davanti all'hotel. Tutti
gli altri s'erano accomiatati prima, nella sala interna, in un'orgia
di baci, auguri, ammiccamenti e confetti, e Cynthia sorrideva
radiosa al primo sole estivo, incantevole nell'attillato tailleur
257
che valorizzava ancora di più, se fosse stato possibile, il corpo
armonioso e la testa d'incredibile bellezza. Anche Paul, nel
vestito da viaggio, con il volto acceso dall'emozione, i riccioli
biondo-argento e gli occhi splendenti di viva intelligenza,
attirava l'attenzione e i passanti si fermavano estasiati ed
incuriositi ad osservare la smagliante coppia.
Paul cercava disperatamente di combattere le lacrime che gli
salivano agli occhi e gli facevano groppo in gola. Una strana
sensazione d'infinita felicità e di improvvisa insicurezza, come di
chi parta alla ventura in un viaggio d'incerto ritorno, e quasi s’
ancorò alla mano di Spencer che più degli altri gli ricordava la
casa, la famiglia lontana, gli anni spensierati della scuola. E
l'amico quasi lo trascinò all'automobile che li avrebbe condotti
a Londra, dove una suite era stata prenotata nel sontuoso
Savoy Hotel.
L'autista mise in moto, mentre gli sposi si sbracciavano a
salutare ricambiati, con enfasi e un po' di tristezza, da chi
rimaneva e non li avrebbe più visti per mesi, forse per anni.
Nell'abitacolo ampio e discreto il vetro di separazione con il
posto di guida era stato chiuso e Paul s'affrettò a tirare le
tendine tutt'intorno. Erano finalmente soli e legalmente marito
e moglie. Dimentico d'ogni preoccupazione, si chinò sull'angelo
in carne ed ossa a lui vicino e la baciò con trasporto e gioia
corrisposto con una passione che gli sembrò nuova e tanto
avvolgente da far trascorrere in un attimo le due ore necessarie
per giungere a destinazione. I bagagli furono scaricati, il
portiere ossequioso, valletti silenziosi ed efficienti, la suite
258
lussuosa con la folta moquette e divani e mobili in stile, il letto
imponente sormontato da un articolato baldacchino con drappi
e veli, il bagno completamente rivestito di marmo, la porta
chiusa ed un silenzio rispettoso ed invogliante, ma spaventoso
al tempo stesso.
Cynthia si liberò della giacca e si distese trasversalmente sul
letto. Era stanca, ma eccitata: era stata la sua grande giornata.
Vestirsi, incedere al braccio del padre, percorrere la lunga
navata centrale della cattedrale cattolica, sentirsi investita dai
timidi raggi del sole che creavano coni luminosi entro i quali un
pulviscolo inconsistente esaltava il lungo abito bianco, guarnito
di delicati merletti, e la testa dalla quale in un felice connubio
un aereo velo si mescolava ai sottilissimi capelli d'oro. La
cerimonia commovente al fianco del suo Paul, pallido ed
altissimo nello scuro tight, accompagnata dal melodioso e
solenne suono dell'organo su in alto, il ricevimento, il pranzo,
l'appartarsi nella stanza con mamma e Betty per cambiarsi
d'abito, la distribuzione dei confetti e dei baci ed infine i saluti.
Gli occhi verdi fissavano amorosi e maliziosi Paul e le braccia
s'aprirono invitanti. Il giovane rimase un attimo incerto: il
momento era venuto, l'ansia lo assalì. Si distese accanto a lei e
l'abbracciò, subito avviluppato dalle morbide braccia. Si
baciarono e lui avverti chiaramente che le antiche difese erano
state abbassate e lei era totalmente disponibile. Un'enorme
spossatezza lo investi e si ritrasse. Cynthia, con un'espressione
leggermente delusa, subito temperata dall'intima felicità,
scomparve nel bagno, mentre Pauì incominciò a spogliarsi con
259
lentezza, quasi di malavoglia, e alla fine s'infilò sotto le coperte.
Un'immagine di sogno fece la sua apparizione: Cynthia in una
velatissima combinazione, camicia da notte e vestaglia, s'
avanzò con gli occhi chini, verso il letto e gli scivolò vicino, il
corpo morbido, caldo. Paul spense le luci: il momento era
davvero giunto! Come per incanto non ebbe più timori. Il sesso
si stava ergendo in un suo modo potente, autonomo e stabile.
Non era mai stato così e si rigirò verso Cynthia, respinse le
coltri, la denudò, e la baciò e l'abbracciò con tenerezza e furia
insieme. Alla luce che giungeva dalla strada ne scorse il seno
alto e solido, il ventre che sporgeva rotondo e nutrito, il pelo
fitto, corto e morbido di un biondo scuro. Aveva teso la mano
verso la fessura tortuosa oggetto del suo desiderio, ormai senza
freni, e ne avvertì l'umore, il calore. Quasi la sollevò su di lui e il
sesso penetrò, ma di poco: una barriera dura, ostile gli si
opponeva; la forzò, ma un grido strozzato di dolore di lei, subito
accompagnato da baci teneri e appassionati, lo fece arrestare,
timoroso di farle male e con dolcezza la lasciò andare. Perché?
Aveva letto in un'enciclopedia medica di imeni tanto resistenti
da impedire ogni rapporto senza l'intervento dei chirurgo. Era
questo il caso? Non aveva ormai più dubbi sulla sua completa
validità. Era forse la posizione sbagliata? Non voleva lasciare in
Cynthia ricordi brutali, ma non voleva perdere l'occasione di
giungere finalmente a quel traguardo tanto sognato e il suo
sesso manteneva intatta la potenza. Si riavvicinò e fece per
sollevarla, ma questa volta fu lei a rimanere supina, distesa e
quasi ad invitarlo ad essere lui ad assumere un ruolo
260
sovrastante. E ci riprovò e, miracolo, penetrò profondamente e
completamente con una sola spinta delle reni e Cynthia aveva
preso a muoversi, come una cosa sempre saputa,
accompagnando l'oscillare spontaneo e naturale del corpo di.
Paul fino all'orgasmo voluttuoso, fino al dolore, al getto
violento ed abbondante del seme che lasciò entrambi esausti e
soddisfatti.
Il nuovo giorno li vide solo fuori dell'albergo, solo sul tardi,
quasi ad ora di pranzo, attraversare felici le strade della City,
rincorrersi nei parchi come ragazzi, dimentichi del mondo e
delle convenienze e poi, mano nella mano, entrare nei negozi,
curiosare nei reparti, indossare abiti e cappelli dalle fogge più
strane ed erompere in spensierate risate, indifferenti agli
sguardi scandalizzati di seriosi commessi, e poi precipitarsi di
nuovo nella suite, sul letto ad amarsi con passione e tenerezza,
intenti a scoprire delizie fino ad allora ignote a entrambi.
Giornate caotiche, indimenticabili, dove spesso il dì veniva
confuso con la notte, fuori d'ogni schema prefissato, seguendo
l'istinto, il capriccio del momento che trovava freno solo
nell'interrogarsi a volte per ore nell'ansia di conoscere ciò che
più poteva piacere all'altro, per poi accorgersi in una
sublimazione mentale di quanto i desideri combaciassero.
Parigi, Venezia, Firenze, Roma, Napoli li videro a volte
viaggiatori attenti nell'ammirare monumenti, contrade
grondanti di storia, indescrivibili bellezze naturali; ma il vero
interesse, la gioia somma, l'apogeo della felicità risiedeva nella
scoperta di sé stessi e del compagno, e Paul si chiedeva
261
stupefatto, in qualche raro attimo dì riflessione, come aveva
potuto temere l'amore completo che tanto intensamente stava
vivendo e quale follia lo avesse spinto al punto da sperare di
poter condurre un'esistenza da eterno fidanzato, quasi fosse un
essere asessuato. No, non c'era peccato o morbosità nel godere
l'uno del corpo dell'altra, percorrere con tenera minuzia le
forme dell'amato in un itinerario ben più affascinante di mille
viaggi intorno al mondo. Il suo universo, quello di Cynthia che
sentiva vibrante, partecipe in una perfetta osmosi con lui, era
rappresentato dal conoscersi sempre più intimamente nella
carne e nello spirito. Non lo squallore di misere avventure
guidava il loro agire, ma il completamento ideale del vero
amore.
Ad agosto giunsero a Sorrento, meta fissata da Cynthia nel
ricordo di un'antica aspirazione di Paul che da sempre nella
grande casa ne aveva sentito parlare come di un luogo
benedetto da Dio nell'incantata baia di Napoli dove si
raccontava nell'antichità dimorassero le mitiche sirene. E
davvero la minuscola cittadina compressa dai dolci monti
Lattari, immersa negli odorosi aranceti e a piombo su un mare
d'un'intenso azzurro, li conquistò. Andarono dappertutto: sul
boscoso ed alto monte Faito, dal quale si scorgeva come un
tormentato ma suadente triangolo la penisola sorrentina
terminante col capo Campanella proteso verso Capri, la piccola
isola famosa in tutto il mondo e meta d'artisti e letterati che
l'avevano descritta e resa celebre in opere immortali;
s'arrampicarono sul minaccioso Vesuvio, un vulcano
262
sormontato da un pennacchio di fumo e del quale si diceva che
vi abitassero nelle profonde viscere spiriti infernali; sulla
costiera amalfitana, tanto vicina eppur cosi diversa da quella
più dolce dove alloggiavano. Ma ciò che li avvinse a Sorrento fu
la cortesia innata degli abitanti e il mare.
Non vera traccia nelle stradine profumate e silenziose del
chiassoso regime che aveva ricoperto l'Italia di fasci littori,
bandiere, stendardi, busti marmorei effigianti il robusto
squadrato viso del dittatore e di altoparlanti che, con ossessiva
frequenza, ne diffondevano la voce dai toni metallici e
provocatori. Il mare poi era ben diverso da quello agitato di
Sematan o dal corrucciato di Brighton, ma mite, bonario,
risuonante al tramonto di soavi melodie cantate da pittoreschi
pescatori chini sui remi o sulle reti, sempre pronti ad un gentile,
amichevole sorriso mondo d'invidia.
Di mattina scendevano lungo i ripidi tornanti che dall'hotel
Vittoria conducevano alla stretta scura spiaggetta che verso il
mezzogiorno si illuminava di ardenti corroboranti raggi di sole
non velati da nubi o umidore e si tuffavano nelle acque pulite e
fresche divertendosi a nuotare, dapprima con le robuste
bracciate e poi con un lento ampio moto, cercando di scorgere
il fondo limpido e misterioso. Risalivano successivamente sulla
rena ormai calda e ritornavano in albergo con un vecchio
traballante ascensore che percorreva un pozzo, scavato nel tufo
gocciolante, e si rimpinzavano delle delizie della cucina locale
ricca di cannelloni, mozzarella, gamberi e pesce d'ogni genere.
Nella stanza fresca ed ombrosa, chiusa da un ampia vetrata
263
dalla quale si scorgeva solo il mare e minuscole luci lontane,
ritornavano ad amarsi con un'intensità mai completamente
sazia. Era il paradiso, e i giovani sposi cercavano di scacciare il
pensiero dell'ormai imminente partenza per Singapore ed
approfittavano con ancor maggiore continuità di quei giorni
meravigliosi.
Avevano scoperto uno scoglio isolato e in barca lo
raggiungevano per distendersi sulla cocente roccia e poi tuffarsi
con arditezza nell'accogliente mare. Ma Paul aveva notato una
rupe ancor più alta e, preso da smania di provare per qualche
ulteriore attimo l'esaltante sensazione del volo col capo rivolto
verso il basso che penetrava come uno sperone nell'acqua, vi si
arrampicò e, dritto e bello come un Adone, allargò le braccia e
misurò la distanza pronto a lanciarsi. Cynthia lo vide e subito si
rese conto delle difficoltà e dei pericoli e senza indugi gridò:
"No. Paul, non da lì, ti prego!" Ma l'invocazione giunse con un
attimo di ritardo.
Paul già si era librato e piombava verso il basso. Un urlo
soffocato, il corpo scomparso nel mare limpido, una chiazza
rossa che si allargava a turbare l'azzurro. Pronta Cynthia si
lanciò non prima di aver fatto segno a dei pescatori d'aiutarla.
Era impressionante quella specie di nube densa proveniente dal
fondo. Lì doveva essere Paul. 'Mio Dio', pensava Cynthia, 'fai
che arrivi in tempo, che sia ancora vivo!' Il cuore che batteva
all'impazzata, la mente incredibilmente lucida, raggiunse il
marito e, afferratolo con forsennata energia per i capelli,
incominciò a tirarlo verso la superficie. Era esausta, avvolta da
264
qualcosa di appiccicoso. Ora non si rendeva più conto di quello
che stava facendo. Voci indistinte, braccia robuste la
sollevarono e si ritrovò sul fondo di una barca, mentre alcuni
uomini s'affannavano, chi ai remi, chi intorno ad una figura
distesa che non dava segni di vita.
Si alzò e finì nuovamente sul fondo fra reti e grossi polpi che
muovevano, in un disperato anelito di vita, i lunghi tentacoli:
l'imbarcazione aveva bruscamente urtato contro il pontile. Paul
fu sollevato fra ordini incomprensibili e forse contraddittori, e
introdotto in un antidiluviano taxi che affrontò brontolando e
sbuffando l'erta salita che conduceva al paese. Cynthia si
ritrovò da sola nella barca, mentre alcuni popolani
commentavano nell'incomprensibile dialetto ciò che era
avvenuto. Scese, si fece spazio e tentò di farsi capire:
"Sono la moglie, dove l'hanno portato?", chiese mentre
freneticamente scuoteva braccia, mani, spalle di quella gente
che non la capiva e si limitava a guardarla con occhi sbarrati
impietositi.
Finalmente un giovane si avanzò, strappò un panno ruvido da
qualche parte, la ricoprì e la guidò ad un'automobile e,
accelerando per quanto possibile l'andatura e suonando il
claxon senza smettere un attimo, la condusse al vicino
ospedale. Paul, le fecero intendere, era in sala operatoria. No,
non poteva entrare, doveva attendere. Come stava? Non
potevano saperlo, i medici si stavano adoprando per salvarlo.
Una suora le si avvicinò, le fece bere un liquido forte, vivificante
e le tenne il capo contro le pieghe della fresca tonaca dove
265
lacrime finalmente sgorgate e violenti singhiozzi si smorzarono
nell'abbraccio consolatorio.
Più tardi, quanto tempo era passato?, un uomo dal viso stanco
che indossava un bianco camice le fece cenno di seguirlo. Apri
la porta di una cameretta linda e tranquilla, la fece sedere e in
un buon inglese le disse:
"Signora, siamo stati fortunati, qualche minuto in più e suo
marito sarebbe morto affogato o dissanguato. Si tranquillizzi, è
salvo! Una brutta ferita al basso ventre. Deve aver urtato di
striscio una punta aguzza dello scoglio. Abbiamo suturato e
stiamo praticando un'intensa terapia antinfettiva e
trasfusionale. Una ventina di giorni e si riprenderà. No, non mi
ringrazi, ho fatto solo il mio dovere, ma veda, purtroppo una
brutta notizia. Lei è sola, non ci sono altri parenti, amici, un
uomo?"
"No, dottore, siamo in viaggio di nozze. Io sono di Oxford e lui è
del Sarawak".
"Allora dovrò dirlo a lei, ma stia tranquilla".
"Dottore, non m'importa nulla, basta che sia vivo"
"Signora, non solo è vivo, ma presto si riprenderà... E' triste per
me dirle, Dio, siete in viaggio di nozze e così giovani! Insomma,
signora, suo marito nell'urto si è squarciato il basso ventre: un
tratto d'intestino e, come dirle, l'organo maschile. Per
l'intestino non ci saranno problemi, per l'altro, deve sapere, ci
sono dei corpi cavernosi, uno inferomediale in basso, e due
superolateralì più in alto. S'erano squarciati, li abbiamo ricuciti,
ma la zona è delicata e piccola, e temo le cicatrici, l'affrettata
266
sutura non permetteranno più un regolare funzionamento..."
"Soffrirà quando urina?"
"No, non credo, perlomeno dopo del tempo, ma, veda, credo
non potrà più essere, Dio, com'è difficile, essere un uomo
valido. Insomma, penso diventerà impotente, non so se mi
capisce…"
"Sì, dottore…"
"Ora vada da lui, fra poco si risveglierà e soffrirà molto. Ne
riparleremo domani".
267
CAPITOLO XVIII
"Sono uno stupido". Un tenue sorriso sul volto sofferto
accompagnò le parole dopo il succinto racconto di Cynthia che
faceva sforzi inenarrabili per trattenere le lacrime.
S'era al terzo giorno dall'incidente e per la prima volta Paul
aveva preso completamente conoscenza. I riccioli quasi si
confondevano sul guanciale e il viso appariva ancor più bianco
del lenzuolo. Il braccio sinistro sporgeva fuori dalle coltri e un
ago, trattenuto da un largo cerotto, era immerso nella pelle a
donare, alle azzurre vene sottili, rosso sangue fluente lungo i
tubicini trasparenti collegati ad una bottiglia graduata. Il ronzio
di un moscone che picchiava testardamente contro i vetri della
finestra in cerca della libertà, dell'aria pura, dell'azzurro del
cielo e del mare, accentuava o sembrava accompagnare il
dramma della giovane donna alla quale il medico aveva fatto
meglio comprendere l'irreversibilità della disgrazia capitata a
Paul e le aveva consigliato dì farlo trasportare a Roma, lì grandi
chirurghi avrebbero forse potuto, e presto, tentare qualcosa.
Un libro di anatomia le era stato mostrato e l'evidenza delle
immagini le aveva chiarito il vero problema che era di carattere
meccanico. Infatti, aveva appreso, le due ghiandole genitali
erano indenni, al contrario dell'organo maschile dove i
cosiddetti corpi cavernosi sarebbero rimasti di capacità


Ultima modifica di Bruno il Sab Giu 29, 2013 1:57 pm, modificato 2 volte
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MessaggioTitolo: Re: LA MALEDIZIONE DI TEMPLEMORE (Caucciù), romanzo di Bruno Cotronei   Gio Gen 01, 2009 2:40 pm

[size=18]estremamente ridotta"
"Se si pensa", aveva continuato il medico, "che i corpi cavernosi
non sono altro che serbatoi nei quali, mediante un sistema
valvolare, può essere convogliata una grande quantità di
sangue che modifica la forma e il volume di tutto l'organo e gli
conferisce la sua proprietà erettile, indispensabile all' atto della
copula, capirà che suo marito non sarà più in condizione di
effettuare l'accoppiamento, pur provandone il desiderio e il
bisogno".
"Cynthia, non mi perdonerò mai di averti privato della felicità e
spensieratezza degli ultimi giorni a Sorrento e di averti causato
una tale paura. Sono un pazzo sventato e un vanitoso, ma ci
rifaremo, amore ", e tentò di attirarla a lui col braccio libero,
ma la donna non era più in condizione di resistere al tormento,
all'angoscia di dovergli rivelare la verità e scoppiò a piangere.
"Cos'hai, tesoro? Tu mi nascondi qualcosa, è vero?"
Cynthia scosse la testa.
"Non mi hai detto poco fa che fra qualche giorno sarò in
condizione dì partire?"
"Sì, è vero", rispose lei tergendosi gli occhi verdi. Poi scattò
dalla sedia e si precipitò nel corridoio alla ricerca del dottore. Lo
trovò e lo scongiurò, come non aveva mai fatto in vita sua, di
andare da Paul, di parlargli, di rivelargli tutto, di fargli
comprendere la necessità dì trasferirsi a Roma, ma guardandosi
bene da fargli intendere le tenui speranze, anzi dandogli per
sicura la completa guarigione. Rimase fuori dalla porta mentre
il medico entrava e si senti male: un violento capogiro, una
269
sensazione di nausea e svenne. Fu soccorsa, adagiata su di un
letto e visitata.
Già sapeva cosa le avrebbero detto: erano già molti giorni che
lo sospettava e la sua felicità, già grande, non aveva più limiti.
Le prelevarono urine e le analizzarono; qualche ora dopo il
responso: era incinta!
"Oh, Signore, ti ringrazio, sei buono, ma fai star male me e
guarisci Paul!", mormorò mentre fissava intensamente
l'immagine della Vergine di Pompei che sembrava incoraggiarla
col viso dolcissimo.
Paul, nel frattempo, era piombato nella più terribile
disperazione. 'Dio', pensava, 'perché hai voluto punirmi così. E'
vero, ti avevo chiesto la grazia di farmi essere maschio
perlomeno per una volta e mi hai accontentato, ma non è di me
che mi preoccupo. Io posso soffrire, ma Cynthia, perché privarla
di una vita normale? Ti prego, fammi guarire, fai che a Roma
possano davvero farmi tornare come dopo il matrimonio, o
voglio troppo?'
La porta si apri e Cynthia gli rivolse un sorriso radioso, gli si
avvicinò, gli sfioro la fronte con le labbra morbide, ma
stranamente fredde.
"Ho una grande notizia da darti, Paul: avremo un bambino!
Sono svenuta, mi hanno visitata ed è certo. Ne avevo il
sospetto, la sensazione, ma non volevo anticiparti una notizia
che poteva non essere vera"
Un tenerissimo abbraccio, occhi lucidi, momenti di felicità
obliosa di tutto, poi Paul disse:
270
"Il dottore mi ha parlato, andremo a Roma".
E lo strazio incominciò: trasferimenti, visite, consulti e, a
Zurigo, un nuovo intervento dal deludente risultato e infine la
conferma irrevocabile della sentenza: Paul sarebbe rimasto
impotente. Solo successivi, fantascientifici progressi della
chirurgia avrebbero consentito ulteriori tentativi.
Pioveva, faceva freddo, l'autunno era imminente e Paul fu
dimesso. Smagrito, il volto incupito, con gesti nervosi fece salire
Cynthia nel taxi che li avrebbe condotti alla stazione della
troppo ordinata e triste città. Alcuni telegrammi erano stati
inviati a Templemore annuncianti prima un generico incidente
e poi il ritorno via mare. Altri ne avevano ricevuti in quei giorni,
da parte di Mary, Linda e Margaret, dal tono preoccupato, e dai
dirigenti dell'azienda che comunicavano il buon andamento
della produzione, ma che invocavano la presenza
dell'amministratore per risolvere dubbi inerenti proposte di
vendita e d'ampliamenti. A Genova s'imbarcarono su una
modernissima nave e le due settimane di viaggio servirono a
Paul per irrobustirsi e tentare di riprendersi psicologicamente.
Cynthia fu ammirevole, il suo nuovo stato la rendeva ancor più
bella e più donna, più matura. Si prodigava per distrarre Paul
dai tristi pensieri e quando il marito sprofondava in tenebrose
malinconie gli parlava dell'intenso lavoro che lo attendeva,
delle nuove soddisfazioni, delle innovazioni che avrebbe dovuto
apportare nella piantagione e principalmente nella condizione
degli indigeni. Paul si scuoteva e sembrava ritornare il deciso
entusiastico fautore di un'azienda moderna, ma presto il volto
271
si rannuvolava nuovamente e allora Cynthia lo abbracciava, lo
baciava con tenerezza infinita e guidava la mano di lui sul
ventre tondo, appena pronunciato, contenente il frutto del loro
amore e riusciva a strappare un sorriso non passeggero al suo
uomo.
Templemore li accolse con l'eterno caldo, l'umido asfissiante, il
caratteristico odore degli hevea e grandi festeggiamenti.
Incominciò Mary, che nella spartizione della grande casa aveva
mantenuto il possesso dell'intero pianterreno, mentre John e
Tom s'erano divisi il primo piano ed avevano fatto aggiungere
altri corpi di fabbrica. La mamma di Paul appariva ancor più
invecchiata e sembrava avviata allo stesso precoce tramonto di
Michele, la voce tremante, l'andatura claudicante e i capelli
quasi bianchi facevano risaltare i limpidi occhi azzurri con i quali
non si stancava di ammirare la nuora che l'aveva subito
conquistata col suo fare gentile e l'evidente amore per Paul.
Volle sapere tutto: come si erano conosciuti e fidanzati, il nome
e l'età dei genitori, il viaggio di nozze e l'incidente di Paul e,
quando seppe del suo tempestivo intervento nel mare di
Sorrento, si alzò con antica energia per cingere la fanciulla con
un abbraccio interminabile ed impazzì di felicità alla notizia che
presto sarebbe stata nuovamente nonna del primo figlio del
suo prediletto.
Il giorno dopo la sala da pranzo sembrava essere ritornata ai
fasti di passate riunioni: tutti i figli, i padroni di Templemore,
s'erano riuniti per festeggiare o meglio studiare la nuova venuta
che, d'un colpo, assurgeva al ruolo preminente nella
272
piantagione. L'esuberante e sensuale bellezza di Grea, l'altero
comportamento di Luana, sempre più smagrita e angolosa, il
sontuoso fare di Linda furono sbaragliati dalla fresca vaghezza
di Cynthia, dalla sua naturale finezza e dalla cultura oxfordiana,
e al tempo stesso gli uomini furono conquistati dallo sguardo
soave che, pur nella riservatezza, a volte emanava senza alcuna
malizia acuti bagliori dagli incantevoli occhi verdi.
La formale gentilezza delle cognate era punteggiata da sottili
frecciate alle quali con olimpica indifferenza Cynthia sapeva
ribattere facendole ritornare come boomerang sulle
sprovvedute autrici. Soltanto Margaret, la cui avvenenza era
accresciuta dalla nuova incipiente maternità, le si dimostrò
sinceramente amica e fra le due donne si stabili immediato un
vero sodalizio. John, che appariva tranquillo e rilassato,
s'adoprò in tutti i modi per carpire l'interesse principalmente
sensuale di Cynthia, ma dovè presto riconoscersi battuto.
Troppo grande appariva l'amore, la stima di lei per il marito,
che nei mesi di assenza, doveva riconoscerlo, aveva acquisito
una più maschia bellezza e una naturale sicurezza. Domande
tendenziose e speranzose sull'incidente sì stemperarono in
decise e conclusive risposte di tutto superato. Mentre Charles
Vyner con i sempre più anacronistici baffoni e boccoli ormai
completamente bianchi, John con i lampeggianti occhi neri,
Tom con l'eterno impaccio e le signore facevano circolo intorno
a Cynthia,
Hanter trasse in disparte Paul e gli disse:
273
"E' un bene che tu sia tornato. Sai, Paul, ricordo quanto hai
fatto per me e Margaret e ho il dovere di riferirti gli oscuri
maneggi di John ai danni della tua amministrazione"
"Perchè, cosa fa?", chiese guardingo e sospettoso Paul, subito
rassicurato dal franco sguardo di Walter.
"Cose ignobili, come circuire Linda e il rajah perché, in virtù di
un articolo dello statuto della vostra società, ritirino in una
nuova votazione il loro appoggio, corruzione dei capisquadra
per sabotare la produzione, offerte sproporzionate agli
smallholders per convincerli a cedere a lui personalmente il
caucciù che vende a Douglas e Sinatra ed altre azioni, che ti
riferirò appena in possesso di tutti i dati, per un duplice effetto.
O scalzarti da amministratore, o fondare una nuova azienda in
concorrenza con Templemore di cui metterebbe in vendita a
prezzo ridotto le sue quote. Stai attento, Paul, sembra sia
coinvolto anche Astorford!"
"Ti ringrazio, Walter, starò con gli occhi ben aperti e sono certo
di poter sempre contare sulla tua amicizia"
"Di certo. Ma ora uniamoci agli altri, John si potrebbe
insospettire, anche se la bellezza di tua moglie sembra averlo
incantato".
"…e cosa si dice a Londra dell'invasione giapponese in Cina?",
stava chiedendo Brooke a Cynthia.
"Altezza, per la verità non sono aggiornata, ma prima che
partissimo per il viaggio di nozze, c'era diffusa preoccupazione
particolarmente per il proclama del governo di Konoye per il
nuovo ordine in Oriente. Veda, noi inglesi già siamo impegnati a
274
contenere le mire espansionistiche dei nazisti e dei fascisti e ci
lamentiamo per l'indolenza non solo del nostro governo, ma
principalmente per quello americano che sembra del tutto
assente dalla scena internazionale. In Italia, le posso dire, c'è
molto entusiasmo per l'azione giapponese e per l'adesione del
governo di Mussolini al patto Anticomintern con Germania e
Giappone. Tempi duri per la democrazia..."
"Oh, cara, lasciamo la politica agli uomini", intervenne Linda.
'Dimmi, invece, quali sono i nuovi cappellini adottati dalla
famiglia reale inglese? Quando fummo in visita a re Giorgio V, la
regina indossava un abito di una fattura squisita... Ah,
dimenticavo, qual è la posizione del popolo nei riguardi del
vergognoso comportamento di Edoardo VIII con la divorziata
americana Simpson? Io lo ritengo assurdo. Abdicare, lasciare il
trono più importante del mondo per una donna che non mi
sembra nemmeno bella!"
"Linda, debbo dirti di non essermene mai occupata molto, ma
se vuoi conoscere il mio pensiero, ritengo che ognuno, anche
un re, deve essere padrone delle sue azioni..."
"Oh, attenta, ci sono dei precisi doveri e un regnante ne ha più
dei comuni mortali. Pensa, un nostro caro amico, il colonnello
Smith incaricato di sua Maestà britannica presso di noi, mi
diceva prima di partire che negli ambienti militari si
disapprovava. Oh, certo, una storia romantica, ma di cattivo
esempio. Dio, da qualche anno non si capisce più nulla! indigeni
meno ossequiosi e convinti di poter aspirare agli stessi diritti di
noi bianchi, proletari che alzano la testa e pretendono di
275
portare minor rispetto ai nobili, nazioni da sempre schiave o
colonizzate che vogliono agire di loro iniziativa. Signore, che
tempi!"
"E no, Linda..."
"Cara, credo sia ora di andare". s'interpose Paul prima che
Cynthia potesse rintuzzare, e insieme, belli come angeli
moderni, si accomiatarono e scomparvero accompagnati da un
diffuso senso d'invidia o di sincera ammirazione.
La villa di capo Datu comparve isolata e tranquilla, quasi a
somiglianza di una costruzione caprese con le pareti affrescate
di bianca calce che aveva sostituito l'azzurro di prima. Cynthia
ne fu contenta e non si stancava di percorrerne corridoi e
stanze seguita da tre figlie di Cìang che fungevano da cameriere
e docili eseguivano gli ordini impartiti con cortesia. Di sera sulla
veranda a picco sul mare sembrava agli sposi di rivivere il
periodo sorrentino, anche se l'umidore era ben più intenso e
mal sopportato dalla fanciulla inglese.
Paul l'aveva sollevata fra le braccia prima di superare la soglia
dell'ingresso e lei aveva voluto rimanere in tranquilla solitudine
facendo apparecchiare, sulla veranda odorosa di orchidee, ed
ammirando il lucore della luna cui faceva contrappunto il lieve
tremolante chiarore di sottili candele che si consumavano
lentamente nel doppiere di bronzo sulla tavola. Abbracciati
sorseggiavano dallo stesso bicchiere la fresca bevanda e
commentavano le prime esperienze sarawakiane.
"Saremo felici qui, ne sono certa", disse Cynthia.
276
"Non ti pentirai, né proverai nostalgia per Oxford?", chiese
Paul.
"No, si può stare bene, e poi il mio mondo, la mia gioia e
serenità sono dovunque sei tu", rispose Cynthia convinta.
"Seppure bisogna tenere a distanza le mie, terribili cognate.
Scusami, ma Grea ha qualcosa di equivoco con gli sguardi
maliziosi di chi è sicura di poter avere tutti gli uomini ai suoi
piedi, e Luana deve soffrire di misteriosi complessi, gli occhi
sempre sfuggenti e un'altezzosità più difensiva che cattiva.
Linda poi vale di più di quanto dimostra, ma è troppo presa da
un ruolo, perdonami, anacronistico del quale finanche Charles
Vyner, pur nei limiti di un'intelligenza tutt'altro che viva,
sembra prendere coscienza. Margaret mi piace. Si vede che ha
sofferto molto, ma è viva e sincera e tanto bella. Di tua madre
già ti ho detto ieri: mi ha conquistata e ci vuole davvero bene".
"E gli uomini?"
"Vuoi proprio che pettegoli e tranci giudizi? lo sai che non ne ho
l'abitudine e quando lo faccio provo un po' di vergogna"
"Si, ma so che difficilmente sbagli. Il tuo spirito d'osservazione e
la tua sensibilità fanno centro al primo colpo".
"Mi lusinghi? Vuoi conquistarmi ancora?"
"No, tesoro, non sono lusinghe, è ciò che penso, lo sai bene".
"Allora ti dirò. Hanter mi piace, è un uomo deciso, leale. Di
Charles Vyner già ti ho detto. Tom mi fa tenerezza e John un po'
di paura: è intelligente, e trama qualcosa..."
"Infatti è così. Walter mi ha riferito di una sua complessa azione
per destabilizzarmi".
277
"Cosa?" Paul raccontò dettagliatamente, poi, dopo averla
baciata a lungo, disse con tono affettuoso:
"Ed ora andiamo a dormire, una lunga e pesante giornata ci
attende e bisogna aver cura di lui", ed accarezzò, con tenerezza
infinita mentre negli occhi brillava qualcosa di umido, il ventre
della sua donna. -
278
CAPITOLO XIX
Fin quando non nacque Peter e non smise di allattarlo, Cynthia
non provò alcuna necessità di normali rapporti sessuali, tutta
presa com'era dalle gioie e dai doveri della maternità che,
nonostante l'assunzione di un'esperta tata, non voleva
assolutamente demandare, tranne che per alcuni indispensabili
obblighi sociali, quale moglie dell'amministratore della
maggiore azienda del Sarawak. Annoiata ed impaziente aveva
ricevuto uomini d' affari americani ed inglesi e le loro
compagne, o partecipato a qualche festa all'Astana. Dovunque
la sua bellezza, il suo naturale comportamento signorile, il suo
dolce sorriso la facevano, contrariamente ai suoi desideri,
primeggiare e insieme a Paul costituiva una coppia che
riscuoteva ammirazione e simpatia.
S'erano legati d'una elastica e moderna amicizia con le famiglie
dei tecnici della British Petroleum e della Esso che in misura
sempre maggiore giungevano, per risiedervi, a Kuching, ed ora
s'occupavano anche di alcuni pozzi in compartecipazione con la
Rubber Caracciolo Company, sorti a largo di Sematan per
concessione di Brooke che ne percepiva ricche royalties. Le
donne erano delle buone madri, senza tanti grilli per la testa e
s'adopravano in aggiornati consigli a Cynthia con la quale
trascorrevano lunghe ore a commentare le prime evoluzioni del
biondissimo e robusto Peter nel funzionale girello e non
279
smettevano mai di lodarne la bellezza che dicevano addirittura
superiore a quella dei genitori.
Ciò che più piaceva alla giovane inglese era partecipare alle
feste indigene, e più volte insieme a Paul erano stati ospiti
d'onore nei piccoli villaggi di Templemore, dove nelle calde sere
assistevano alle pittoresche danze del leone e del drago nelle
quali si esibivano acrobati travestiti fra l'allegro scoppio di
petardi formando ardite piramidi umane che raccoglievano
monete sospese in alto appositamente per loro. Ancora più
interessante le offerte al dio esposte davanti alle modeste case
cinesi: interi maiali laccati nascosti dal fitto passeggio di vaghe
ragazze indossanti gli abiti più belli, mentre i giovanotti le
accompagnavano a bordo di qualche rugginosa automobile o
carro fittamente decorati e traboccanti di musica. Altre volte
lungo il fiume i pescatori daiacchi facevano benedire le
imbarcazioni illuminate con ceri e fantasiosamente addobbate
per vincere il premio. Nel Mooncake Festival si divertivano ad
ammirare i dolci a forma di luna, tredici, disposti su un tavolo
per simboleggiare le tredici lune piene, dei tredici mesi
dell'anno lunare, più una cassia, albero che simboleggia lo
slancio vitale, e un'immagine di coniglio che secondo gli
indigeni abita sulla luna. Semi di melone che rappresentavano
la numerosa progenitura in cui speravano, e mele ed uva e
pesche la fertilità e longevità. Fra un acuto odore d'incenso
assistevano, alla fine, all'incendio rapido di alcuni vestiti di carta
che permettevano al coniglio di risalire sulla luna.
280
Divertimenti ingenui, privi di spocchia, nei quali Cynthia si
ritrovava perfettamente a suo agio, molto più che nelle gare di
golf, cricket, polo, yachting ed ippiche o nei cocktails, giochi,
danze e cene fino a tarda ora ai quali aveva dovuto partecipare
durante due settimane trascorse nella festaiola Singapore, dove
spensierati inglesi anche giunti recentemente dalla madrepatria
vivevano nell'abbondanza fra vestiti da sera, smoking e spencer
e nella rituale capatina giornaliera al bar del Raffles,
assolutamente indifferenti alla minaccia nazista in Europa e
nipponica in Oriente.
Non sollecitava Cynthia incontri con le cognate, tranne
Margaret. Qualche volta si vedevano a pranzo, a cena o durante
brevi puntate per spese a Kuching con Grea, che non faceva
altro che parlare di sesso toccandosi continuamente le forme
opulenti, Linda, tutta presa dalla psicologia del ruolo, e Luana,
rigida ed altera con la quale non si parlava di nulla.
John non tralasciava occasione per corteggiarla e, quando Paul
era assente per viaggi di lavoro, faceva di tutto per incontrarla e
circuirla con mille attenzioni e sguardi e complimenti di fuoco.
Ma il vero problema di Cynthia era Paul. Il giovane, da quando
era tornato a Templemore, s'era immerso nei vertiginosi
impegni di lavoro e di ristrutturazione dell'azienda che gli
lasciavano appena il tempo di comparire per una mezz'ora a
colazione e di rientrare sfinito di sera nella villa, per riuscirne la
mattina poco più tardi dell'alba. Nuovi capannoni erano sorti ed
impianti modernissimi erano stati avviati fra grandi difficoltà.
Un attrezzato laboratorio chimico controllava minuziosamente
281
la qualità dei quattro tipi principali di gomma prodotti, ai quali
aggiunsero alcune cosiddette gomme modificate di notevole
importanza pratica: la isomerizzata, l'idrogomma, l'idrogenata,
la cloridata e la clorurata.
In tutta la Malesia solo a Templemore s'era riusciti a tanto e le
richieste da ogni luogo erano aumentate in modo esaltante,
così da permettere alla società d'imporre alti prezzi che
venivano accettati di buon grado per le capacità di essere
impiegate negli usi più svariati: dalla preparazione di adesivi,
come base per lacche e vernici, per rivestimento dei cavi
sottomarini, come materiali da imballaggio e componente
fondamentale dei complessi adesivi gomma-metallo. Alcuni
tecnici, oculatamente assunti, sovraintendevano alla complessa
lavorazione e gli indigeni più volenterosi e mentalmente dotati
venivano istruiti in appositi centri ai quali era stata affiancata
una normale scuola primaria. Un impulso nuovo aveva
rinnovato le vecchie strutture, e cinesi, daiacchì e malesi
incominciavano ad apprezzare l'illuminata politica aziendale
che prevedeva una graduale riduzione delle ore di lavoro, un
progressivo aumento dei salari e l'istituzione di assistenza
sanitaria gratuita in un piccolo ma efficiente ospedale. Il mondo
moderno, la civiltà imprenditoriale stavano facendo la loro
prima reale apparizione a Templeore, costringendo man mano
il resto del Sarawak ad allinearsi.
Non pochi erano stati i contrasti che Paul, motore primo delle
trasformazioni, aveva dovuto affrontare, non ultimo il
malumore di Brooke, che non vedeva di buon occhio lo Stato
282
feudale evolversi in modo tanto accelerato, ma i buoni utili
introitati da Linda e le crescenti royalties sul petrolio cui Paul
aveva contribuito non poco, lo chetarono presto. Anche le
oscure trame di John s'erano dovute ridimensionare e il
precedente amministratore avrebbe dovuto attendere tempi
migliori per tentare la riconquista del primato. Per ora si doveva
accontentare di svolgere la sua mansione, incassare il decoroso
stipendio, i lauti dividendi ed investire il patrimonio personale e
quello di Luana in oculati acquisti azionari.
Nonostante quindi la vorticosa attività, Paul s'era mostrato
sempre un marito affettuoso e non tralasciava, anche se gli
occhi si chiudevano dal sonno, di chiacchierare con Cynthia, di
interpretare i desideri e di baciarla e carezzarla
affettuosamente; ma proprio in quei momenti la fanciulla
s'accorgeva di quanto il suo Paul fosse cambiato. Lo sguardo
non era limpido come prima, il carattere allegro ed
accomodante incominciava a precipitare in un'irascibilità
immotivata della quale presto si pentiva, i gesti erano
caratterizzati da un attivismo nevrotico, frustrato e si
stemperavano soltanto alla vista della moglie, ormai prossima
al parto.
Quando Peter nacque, Paul sembrò impazzire di gioia e per
interi giorni non abbandonò un attimo mamma e bambino,
dimentico di ogn'altra cosa e non sapeva più cosa fare per
renderli felici e per esternare la gratitudine infinita. Cynthia fu
ricoperta di gioielli, il piccolo di giocattoli, un'intera ala del
secondo piano della villa fu attrezzata per una prematura
283
camera dell'erede ed ancora più prematuri mobili e ritrovati
moderni, fatti venire da Singapore, la riempirono. Nei primi
mesi piombava di sorpresa dall'ufficio piantando in asso
collaboratori, clienti e fornitori, per assistere al bagnetto del
bambino o a una poppata e, sollevatolo con estrema
delicatezza con le lunghe braccia, lo cullava e gli cantava le più
dolci ninnananne. Di notte si alzava dal letto per chinarsi
ansioso sulla culla ed osservare vigile ed amoroso il sonno
placido del figliolo, e una mano timorosa sfiorava le labbra del
piccino per accertarsi che respirasse senza difficoltà. Il medico
di Templemore e il direttore dell'ospedale di Kuching venivano
letteralmente tartassati perché eseguissero continue inutili
visite, e guai se il bambino non veniva immediatamente
cambiato al primo accenno di un pannolino appena umido.
Cynthia lo lasciava fare, commossa da tanto amore, ma poi fu
gioco forza ridimensionare un affetto tanto grande che poteva
divenire, alla lunga, dannoso per Peter e con grande pazienza
ed estremo tatto lo disse a Paul. Il marito annuì e, scuro in
volto, scomparve per l'intera giornata e da allora si limitò ad
osservare in silenzio l'opera di Cynthia e della tata, senza
interferire minimamente sul loro agire, e solo quando la moglie
insisteva a lungo perché prendesse il piccino in braccio, lo
faceva, ma per pochi minuti, riaffidandolo presto alle loro cure.
Trascorsi i primi esaltanti ma pericolosi mesi dalla nascita e
conquistatosi Peter una certa autonomia con i primi passi, sia
pure nel tondo anello di legno e principalmente trasferito in
compagnia della tata nella sua stanza, il carattere di Paul
284
sembrò ulteriormente peggiorare: l'aria spesso cupa, il sorriso
quasi sempre assente, l'ira che scoppiava improvvisa. E Cynthia
si accorse con infinita pena che il marito soffriva. Durante il
sonno si lamentava, si agitava, spesso si toccava il sesso e
qualche volta s'accorgeva che il pigiama e le lenzuola erano
macchiati dalla densa biancastra sostanza emanante un tenue
caratteristico odore. Quelle mattine la salutava con gli occhi
bassi, vergognosi e scappava velocemente in ufficio
trascurando persino la prima colazione.
Le tracce di una dimenticata sensualità risvegliarono in Cynthia
i ricordi lontani dei mesi meravigliosi del viaggio di nozze
durante i quali aveva conosciuto in modo esaltante il sesso, i
suoi indubbi, suadenti piaceri, la gioia voluttuosa del corpo
appagato, gli estatici momenti che precedevano l'orgasmo, il
sonno contento e profondo di un fisico giovane e soddisfatto; e
l'inquietudine la prese col tormento della consapevolezza di
mai più avrebbe potuto riavere le intense sensazioni. Tentò di
distrarsi dedicandosi al bambino, alla casa, al marito ed
aumentando la frequentazione delle amiche, dei parenti. Ma
ora tutto risuonava diverso nella sua mente: innocenti allusioni
ad una nuova gravidanza, alle intemperanze dei mariti, ai
metodi anticoncezionali le causavano un'intensa sofferenza. E
Paul non l'aiutava certo col suo modo di fare scontroso, con
quelle macchie. Incominciò allora ad intensificare le visite in
chiesa e la silente e mistica atmosfera le ridonò una certa
tranquillità. Ma quando si confessò al nuovo prete appena
giunto dall'Inghilterra e lo vide rimanere perplesso, prese a
285
riflettere se fosse giusta una simile vita per una donna giovane
e sana di appena ventidue anni. 'Si, è giusto', si disse, 'ho un
marito, un figliolo, abbiamo subito un duro colpo, ma la vita
può essere bella lo stesso. Mio marito mi ama!' E subito dopo:
'Sì, mi ama, povero caro, ma spesso non lo dimostra, anzi si
comporta come provasse un rancore sordo verso di me, e Dio
solo sa che non lo merito, faccio di tutto per essere affettuosa,
innamorata, e, senza sforzo, io lo amo come prima e forse
ancora di più. Sì, può esistere l'amore senza sesso, ma l'amore
ci deve essere, non nascosto ma esplicito, chiaro, e non la
barriera d'incomprensione, di vergogna che si alza fra di noi.
Dio, dovrei parlargli, dirglielo, tranquillizzarlo... mi capirà?'
Paul a sua volta da tempo s'angosciava per la sua
menomazione. Ciò che gli era sembrato possibile ai tempi delle
sue incertezze, una moglie innamorata ed intelligente che
rinunciasse alla manifestazione più clamorosa del sesso e si
accontentasse dell'affetto e dell'amore, ora gli appariva un
fatto disumano, ingiusto. Prima non aveva preso coscienza della
forza, del completamento mirabile che l'amore trova in un
accordo sessuale. Le mani alle tempie, si assentava dai
problemi del lavoro, della situazione mondiale che era
precipitata con l'invasione tedesca della Polonia e la
conseguente dichiarazione di guerra di Gran Bretagna e Francia.
La democrazia rischiava di affondare anche per l'assenteismo
degli Stati Uniti. A Kuching si parlava solo di questo, sebbene
ciò avvenisse fra un bicchiere e l'altro, sorbiti nelle accoglienti
sale del club, mentre accanite si svolgevano partite a carte e
286
dolcemente ci si abbandonava ai piaceri della tavola. La Spagna
era ormai nelle mani dei fascisti di Franco, aiutati da Mussolini
che s'era impadronito dell'Albania, quasi a contrapporre
conquista a conquista al suo alleato-rivale Hitler le cui armate
spadroneggiavano in Cecoslovacchia ed Austria. E l'Unione
Sovietica? Aveva mostrato il suo vero volto nell'accordo
Molotov-Ribbentrop a spese della debole Polonia. Per non
parlare di ciò che avveniva in Asia dove i giapponesi avevano
effettuato un nuovo sbarco in Cina, nella popolosa Canton. Il
futuro era ,nebuloso, ma il futuro della sua famiglia era ben più
importante.
Per quasi due anni non aveva più pensato ai suoi problemi, a
quelli di Cynthia o gli era sembrato di non pensarci fra le
occupazioni di lavoro, le soddisfazioni dei primi risultati positivi
e la nascita di Peter, bello come un minuscolo dio. Poi l'organo,
inutile a soddisfare una donna, aveva incominciato a
tormentarlo come conduttore della sempre purtroppo attiva
produzione di seme che premeva fino ad una tensione dolorosa
con i vergognosi risultati. E Cynthia non soffriva come lui?, si
domandava. Forse no, le donne hanno il naturale sfogo delle
mestruazioni, e poi un marito, seppur sessualmente invalido,
un figlio, la casa, il lusso non sono sufficienti a renderle felici?
Con infinita prudenza aveva chiesto lumi ad un medico di
Singapore che, osservandolo incuriosito, gli aveva risposto che
erano concezioni superate, la donna ha eguale bisogno
dell'uomo di una vita sessuale. Magari una nubile, che mai
aveva conosciuto il sesso, poteva adattarsi; molto più
287
difficilmente una donna sposata e con un figlio. Se così era, non
poteva continuare in un egoismo non degno di lui e delle sue
idee liberali: avrebbe dovuto parlarne a Cynthia ed offrirle la
libertà! E Peter? Come privarsi di lui e Cynthia insieme?
L'azienda l'avrebbe compensato. Ma che azienda, quale lavoro
poteva eguagliare, pareggiare l'amore infinito che provava per
loro? E poi Peter aveva diritto ad avere sempre accanto il suo
vero padre e a respirare con continuità l'atmosfera dell'azienda
e a prendere un giorno il suo posto. Se tanto s'era adoprato a
renderla un'azienda modello non era stato certo per cercare
oblio alla sua disgrazia, ma per lui, per il figlio. No, non poteva
scomparire dalla vita del figlio e dell'azienda. Oltretutto, lui
assente, John ne avrebbe approfittato e Peter tutt'al più
sarebbe potuto divenire un dipendente sottoposto ai cugini.
Comunque doveva pur parlare a Cynthia: l'amava troppo per
farla soffrire. Ma se lei non risentiva negativamente dell'attuale
situazione, come il comportamento responsabile e i sereni
sorrisi, le dolci carezze dimostravano, perché causarle una crisi,
renderla cosciente di un problema che non aveva? Cosa fare?
Cynthia si svegliò presto: erano settimane che non riusciva a
dormire a lungo e il sole fra le imposte appena dischiuse
proiettava, dopo giorni di pioggia, un raggio impertinente e
caldo sul letto. Paul si agitava accanto a lei, bofonchiando nel
sonno frasi sconnesse che facevano assumere alla bocca una
brutta posizione deformante il bel volto. Ne provò tenerezza e
si chinò su di lui accarezzandolo e sfiorandogli le labbra con le
sue. Paul si rigirò sul fianco e apri gli occhi, lo sguardo attonito,
288
smarrito, come chi ancora non si renda conto se il sogno
angoscioso è realtà o la realtà è incubo. Si scosse, si sollevò sui
cuscini e chiese:
"Ah sei tu, sei sveglia?'
"Sì Paul, non riesco a riposare, ho da parlarti".
"Che c'è, non stai bene? Forse Peter..."
"No caro, nulla di questo. E' di noi due, dei nostri rapporti, della
tua inquietudine che vorrei parlare con la confidenza, la
sincerità e l'affetto dei primi tempi..."
"Perché ora qualcosa è cambiato? non sei contenta?"
"Lo sono ogni volta che apro gli occhi, che ti vedo, che penso al
nostro bambino, che ricordo quando ti ho conosciuto..."
"Eh no! non ero così quando mi conoscesti. Non ero cosi a
Londra e nel viaggio di nozze"
"Ma cosa dici, Paul?"
"Perché non ammetterlo, sei pentita di avermi sposato, di
ritrovarti vicino un uomo solo di nome"
"No caro, non sono affatto pentita, ma grata al Signore di
avermi concesso la gioia di averti..."
"Non essere spudoratamente falsa!"
Com'era difficile affrontare l'argomento. Ora Cynthia aveva la
conferma di quanto Paul avesse sofferto e soffrisse per la
tragica menomazione, ma doveva farlo, ora o mai più. Davvero
il matrimonio rischiava di finire in pezzi.
"Non sono mai stata falsa e non lo sarò ora. Vedi, caro, io non
so come dirtelo e vorrei mi comprendessi bene. Non ti
dovrebbe essere difficile se mi ami come io sono convinta,
289
consapevole, ma una barriera si va frapponendo fra di noi,
sempre più alta, pericolosa e noi dobbiamo abbatterla..."
"Non c'è che un mezzo, la separazione, l'annullamento..."
"Ma cosa dici? perché mi fai torto? No, Paul, non è così,
ascoltami..."
"Che debbo ascoltare, perché pietose parole? Non voglio
compassione..."
"No! non dirlo, nemmeno per un momento. Io ti amo, sono
felice con te, perfettamente paga, soddisfatta, ma dobbiamo
abbattere la barriera, fugare le ombre..."
"Barriera, ombre? Il problema è solo uno, sono impotente,
incapace di far felice una donna!"
"Ah. no, no, no. E' di questo che dobbiamo parlare ed io, caro,
ti, assicuro con tutta la mia forza che sono felice come ad
Oxford, come a Londra, come a Sorrento, ma tu ne devi essere
convinto, consapevole, senza ombre, senza complessi. No,
aspetta, fammi finire. Ebbene, dobbiamo ammetterlo, è
capitata una disgrazia, hai avuto un terribile incidente. Bisogna
dimenticarlo. Quante donne hanno avuto la gioia che ho
provato io, il ricordo di un marito innamorato e perfetto
amante. I due mesi di sfrenato e completo amore valgono per
un'intera vita e abbiamo Peter a ricordarcelo per sempre!
Ma..."
"Lo vedi, il ricordo. Non si può vivere di ricordi, non posso e non
voglio sacrificarti, dobbiamo farla finita. .."
"Dobbiamo vivere sereni. Il sesso l'abbiamo avuto. Ci resta
l'amore, l'affetto, che è tanto più importante. Né io né tu
290
dobbiamo sentirci menomati, tutt'altro, rafforzati dalla forza
dell'amore; ma tu devi tornare ad essere quello di prima, ad
amarmi con tutte le tue forze, serenamente, a non vergognarti
di un incidente. Pensa a quelli che rimangono paralizzati,
istupiditi, senza arti o addirittura muoiono..."
"Sarebbe stato meglio!"
"No, non dirlo mai, non potrei, non avrei potuto vivere senza di
te. Tu e Peter siete la mia vita. Paul, convinciti, l'amore senza
sesso può esistere, ma deve essere vero amore come il nostro,
ti prego, credimi, abbracciami, baciami e torniamo a sorridere,
siamo giovani, sani, forti, abbiamo uno scopo e la fortuna
d'esserci incontrati ed amati..."
"E' inutile, è inutile, non potremo mai. La disgrazia, la
menomazione ci perseguiterà sempre. Non sei sincera, non
puoi essere sincera, ti faccio pena, ogni volta che ti guardo me
ne convinco, ne ho la consapevolezza, sei troppo bella, giovane,
desiderabile..."
"Anche tu lo sei ed io sono fortunata ad averti..."
"Ma io non posso accontentare donna! Basta, meglio finirla,
basta, basta, la pena di nessun, nessuno, me ne vado, parto, ti
manderò un avvocato, il prete, annulleremo il matrimonio
come Margaret!" Si alzò come una furia, s'infilò la camicia, i
pantaloni. Cynthia era vicino a lui e tentava d'impedirglielo
piangendo, pregandolo, scongiurandolo. Paul la scostò con una
spinta violenta, cattiva, sconvolta.
"Tu sei la rovina della mia vita, senza di te non sarei andato a
Sorrento, non avrei conosciuto le delizie dell'amore e del sesso,
291
non sarei caduto, sarei ancora uomo". Usci sbattendo la porta.
"Paul, fermati, non farlo, ragiona..."
"Impotente, ma non stupido" gli sentì gridare mentre
precipitoso s'allontanava. Cynthia era disperata, mortificata,
distrutta. Solo nelle immediate ore, successive al maledetto
incidente, aveva provato un simile struggimento. Si lasciò
cadere sul letto e pianse come da anni non faceva. Perché
esseri umani nati per vivere insieme, per amarsi, per rendersi
felici non riuscivano a comprendersi? Avrebbe voluto che i
sentimenti, i più sinceri e riposti pensieri fossero leggibili come
un grande libro dai caratteri nitidi, evidenti. Eppure non era
possibile e la parola non sempre è sufficiente. Buon Dio, cosa
avrebbe dovuto fare di più? Forse avrebbe dovuto tacere,
attendere che il tempo facesse decantare il guazzabuglio
spaventoso che doveva premere le meningi di Paul, del suo
Paul. Ma era ancora suo? Perché, stupida, impaziente, aveva
parlato? Voleva l'amore sereno, compensare con un
sentimento limpido inquietudini che sentiva montare,
espandersi nel suo Io prepotenti? Non poteva accontentarsi di
come viveva? Ma l'aveva fatto per lui, per dar pace al suo
spirito irrequieto, per non farlo soffrire ancora di più nel
dubbio. Bel risultato aveva ottenuto! Sì, proprio brava era
stata! Ma che si voleva da lei? Non s'era comportata da
impeccabile moglie e madre, e cosa s'era sentita rinfacciare? La
colpa della disgrazia. E no, questo era troppo, c'è un limite alle
sopportazioni umane!
292
Più tardi si vesti e con la Ford si recò al bungalow, chiese di
Paul, le risposero che non s'era visto, ma aveva mandato un
messaggio: sarebbe stato assente per alcuni giorni. Stava
mantenendo quello che aveva detto. Non era giusto! Inviò un
impiegato alla grande casa, un altro ai capannoni, un terzo agli
hevea. Tornarono, le dissero che non c'era, ma un servo l'aveva
visto ore prima partire sparato con la Dodge verso Kuching. E
no! La tenerezza, il rimorso furono sostituiti da un'ira repressa.
Poteva comprendere lo sconvolgimento di una mente
tormentata, la frustrazione di aver dovuto affrontare
l'argomento spinoso, le risposte scostanti, cattive, la violenta
spinta, ma dopo poco ci si rende, ci si deve rendere conto di
sbagliare, non di persistere! Tornò a casa, chiese del marito.
Non c'era, non era tornato, non aveva inviato messaggi. A
questo punto forse era davvero meglio separarsi, forse Paul
non era recuperabile. Doveva riflettere. Si allontanò a piedi
senza una meta. Le gambe, con moto proprio, la condussero
lungo la discesa per Sematan.
La spiaggia le apparve desolata, bellissima per il felice contrasto
fra il verde della giungla che lì moriva, il biancore abbacinante
della rena finissima e l'azzurro-verdastro del mare. Si distese
all'ombra di una palma e s'addormentò.
Mani tenere l'accarezzavano: Paul era tornato, le sussurrava
parole pentite di scusa, le prometteva eterno immutabile
amore. Tese le braccia, incontrò un viso maschile, pelle ruvida
di barba non rasata. Si senti avvolgere da arti forti, muscolosi.
Aprì gli occhi e diede un balzo: era John!
293
"Non fuggire, Cynthia, mica ti faccio male. Ma tu hai pianto,
cosa t'è successo, povera fanciulla?"
Non rispose, ma si scostò impercettibilmente. Non s'era mai
accorta della profondità dello sguardo del cognato, di come
fosse proporzionatamente muscoloso e il sole ora li investiva e
l'ombra della palma era più in là. I capelli neri si confondevano
in riflessi d'oro e la voce, il tono erano dolci, protettivi. Quanto
bisogno di dolcezza, amore, protezione ha una donna! Gli
ricordava il padre, il primo Paul.
"Parla con me, Cynthia, non sono cattivo come dicono e ti ho
sempre ammirata, stimata. Tu soffri, piccola cara, confidati", e
la mano possente le carezzò il viso con insospettata dolcezza,
calore umano, maschile.
"Vai via, John, voglio restare sola".
"Sì, vado via se lo vuoi proprio, ma tu stai male, hai bisogno di
me." Il prendisole scollato mostrava l'attaccatura dei seni
perfetti, la gonna s'era sollevata fin oltre metà della coscia e il
sole scottava, la pelle s'arrossava.
"Distenditi, abbandonati fiduciosa, non temere, ti sono amico
più di quanto pensi ", le mormorò una voce suadente. "Ti rovini
la pelle, aspetta, ho qui dell'olio francese, è ottimo.
Permettimi".
Cynthia si distese, priva di forza, di reazioni e gli occhi di John
erano buoni, dolci. S'abbandonò alle mani forti, esperte. Non
pensava a nulla, il sospetto d'un pericolo non la sfiorava
nemmeno. Gli oli profumati, il massaggio delicato le davano un
senso di piacere, di necessaria distensione. Sentiva la pelle
294
arida assorbirli come una spugna desiderosa, bisognosa
d'acqua. Il massaggio s'intensificava benefico: le spalle, le
braccia, la schiena. Il tocco era deciso e sensuale. Quando
giunse alle cosce Cynthia si ribellò:
"Basta John. Ti ringrazio, mi ha fatto bene, ma è sufficiente..."
L'uomo non rispose e proseguì. La donna avrebbe voluto
protestare ancora, ma le sembrava stupido perché in fondo di
un massaggio si trattava. Si mosse leggermente, incerta, poi si
arrese al movimento profondo e circolare delle dita forti. Che
sensazione straordinaria! Si sentì cadere in una specie di trance,
specialmente quando l'olio, incominciò a scivolare lungo il solco
fra i seni e le dita di John trovarono un punto all'inizio della
spina dorsale che le fece mandare un involontario sospiro di
piacere.
"Bello, eh?", mormorò lui confidenziale.
"Molto", rispose Cynthia, quasi non credendo alla sua voce.
"Girati".
Girarsi? Erano soli, quasi nuda e vulnerabile e, perché
nasconderselo, eccitata. Girarsi, e poi? Sesso? No, no!
"Come sei bella, Cynthia! Ti ho amata subito, non c'e donna
adorabile come te. Hai bisogno d'amore, d'affetto, di dedizione.
Che occhi, Cynthia, che pelle..."
Si girò e dopo più di due anni si sentì appagata.
295


Ultima modifica di Bruno il Sab Giu 29, 2013 7:27 pm, modificato 2 volte
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MessaggioTitolo: Re: LA MALEDIZIONE DI TEMPLEMORE (Caucciù), romanzo di Bruno Cotronei   Gio Gen 01, 2009 2:44 pm

CAPITOLO XX
Dopo cinque giorni Paul tornò. Il volto era pallido, scavato, ma
l'espressione serena, distesa, come di chi ha preso una
decisione avendo sviscerato con ponderatezza ogni lato del
problema. Sollevò Peter verso il cielo e lo guardò attentamente
con sguardo dolce, incantato, indifferente alle vivaci proteste
del bimbetto che agitava braccia e gambe per raggiungere il
viso del padre e scoccargli il rituale bacio a pizzicotto. Poi pregò
Cynthia di seguirlo nella loro stanza.
"Cara, ho riflettuto molto. Le tue parole mi sono rimaste
indelebilmente impresse nella memoria e le ho analizzate una
ad una. Sono stato ingiusto con te. Il tormento della mia
menomazione mi aveva sconvolto e quando hai incominciato a
parlare non ho voluto intendere il vero significato di quello che
dicevi, e lo scopo lodevole è stato da me malinteso. Vedi cara, a
te, che m'hai conosciuto nel pieno della mia efficienza sessuale,
avrei potuto tacere i dubbi angosciosi della mia adolescenza
quando non mi decidevo ad affrontare quella prova che, unica,
dà l'assoluta sicurezza di possedere la piena potenzialità
sessuale. Alcune immagini esagerate intraviste su un
giornaletto pornografico e l'aggressività malata di qualche
donna, mi avevano fatto ritrarre nel mio guscio proibendomi di
partecipare alle spedizioni solite fra ragazzi in case di tolleranza.
Poi ti conobbi e superai ogni paura, e la prima notte d'amore
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con te fu la prima volta che ebbi un rapporto completo con una
donna. Ci siamo risvegliati insieme all'amore, cara, ed insieme
eravamo insaziabili, felici perché apprendevamo quanto sia
bello l'amore sentimentale unito al sano appagamento
sessuale". Accese una sigaretta, aveva incominciato a fumare.
"Ora invece voglio che tu sappia proprio tutto di me e
comprenda dell'assurdità di ciò che mi è successo: perdere per
sempre ciò che avevo appena conquistato. Ma ne soffrii,
credimi, più per te che per me stesso perché ero d'accordo con
i medici di Zurigo quando mi dicevano come l'amore senza il
sesso completo possa esistere se la coppia è davvero unita,
innamorata e se, oltretutto, ha ricevuto il dono impagabile di
avere concepito un figlio tutto suo. Successivamente il lavoro
sfibrante, le grandi responsabilità, se da una parte mi avevano
distratto, dall'altra avevano esaurito il mio sistema nervoso e
l'improvviso ritorno di fantasie erotiche e di una non desiderata
pressione seminale mi esasperavano, facendomi vergognare
come un bambino sorpreso alle prime eccitazioni e ponevano il
quesito inquietante se anche tu ne fossi coinvolta, avvertendo il
bisogno di una vita sessualmente completa".
Spense la sigaretta, ne accese un'altra e fissò Cynthia negli
occhi.
"Ho parlato, sai, con medici, avvocati e sacerdoti. Tutti sono
convinti che è naturale: una donna giovane e sana può provare
desiderio, ma se è soddisfatta del sentimento, dell'amore
affettuoso che il compagno sa darle, può accantonare quel
desiderio e vivere felice. Deve però essere una donna
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eccezionale. E credo proprio che tu lo sia ed è ciò che questo
volevi dirmi l'altra mattina, o sbaglio? Se è così, non mi sono
mostrato il compagno ideale per farti vincere la coraggiosa
battaglia. Ora lo so e, se vuoi ancora concedermi fiducia, farò di
tutto per essere alla tua altezza, ma fra di noi è necessaria una
grande, massima sincerità ed io te la sto dimostrando e ancor
più lo farò in seguito... Ora ti chiedo, Cynthia, di rispondermi:
vuoi continuare? No, aspetta, ti prego. Se no, io ti vorrò lo
stesso sempre bene e ti darò la libertà. L'avvocato e il sacerdote
sono pronti, all'occorrenza, per ottenere l'annullamento. Scegli
pure senza alcun vincolo e in assoluta sincerità, ti prego".
Abbassò il capo e schiacciò con calma forzata la sigaretta nel
posacenere.
Cynthia avrebbe voluto rifugiarsi nelle braccia di lui,
abbandonarsi fiduciosa al suo affetto, al suo amore finalmente
ritrovato, riprendere il limpido e riposante dialogo iniziato anni
prima. Da quanto tempo s'era macerata perché Paul
comprendesse ciò che aveva appena terminato di dirle? Ed ora,
nel momento della verità, nel colloquio decisivo che avrebbe
potuto segnare positivamente tutto il loro avvenire, un'ombra
peccaminosa, vergognosa glielo impediva! L'ora di abbandono,
di disperazione, la figura maledetta di John si stendeva ostile
fra di loro! Cosa fare, cosa dire al suo Paul, all'unico uomo che
contava nella sua vita? Nascondere il peccato di un momento
assurdo, che mai più, ne era certa, si sarebbe ripetuto, o
confessargli tutto? Sì, era in colpa, lo sapeva, s’era comportata
come una donnetta isterica, una reazione indegna di lei. Ma
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aveva saputo reagire con forza e subito, dopo lo smarrimento.
Non era fuggita, ma aveva fissato diritto negli occhi l'indegno
individuo che, come un uccello di preda, s'era precipitato su di
lei approfittandone, e gli aveva manifestato il suo sdegno ed
aveva respinto ulteriori profferte amorose, tentativi di
diventare il perenne confidente e consolatore, ed aveva chiuso
la squallida avventura con un deciso diniego che avrebbe
escluso per sempre qualsiasi confidenza ulteriore. Poi, con
dignità, s'era allontanata deplorandosi e cercando di cancellare
dalla sua mente, dal suo corpo i ricordi di quei contatti così
intimi per i quali, ritrovato l'equilibrio, provava solo obbrobrio.
Il suo carattere franco, sincero, l'educazione ricevuta, la
profonda fede la incitavano, come un'onda di piena che tutto
spinge e trascina, a confidarsi col marito. Ma quali sarebbero
state le reazioni di Paul, non rischiava l'insorgere di una nuova e
più profonda crisi? No, non temeva per lei (sarebbe stata
disposta a pagare qualsiasi prezzo), bensì per il suo compagno,
per l'essere profondamente amato che si sarebbe ritrovato solo
e ancor più frustrato di prima. Gli avrebbe causato nuovi ed
irreversibili danni. Doveva tacere, nascondergli di aver ceduto
al suo nemico, anche se un senso di profondo disgusto l'assaliva
incontenibile ed avrebbe potuto liberarsene solo confessando.
"Non mi rispondi, Cynthia? Allora vuol dire, ho capito, che è
meglio separarci, ottenerti la libertà cui hai diritto"
"No!", gridò. Ecco la conferma che doveva occultare
l'esecrabile episodio. “
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Paul, quello che mi hai detto mi rende felice: era quanto volevo
sentire da te, amore. Sì, anch'io ho provato inquietudine,
disagio per la privazione, per la coscienza di non poter rivivere i
giorni meravigliosi del nostro viaggio, ma esiste fra di noi
qualcosa di tanto più importante e bello, l'affetto, il vero
amore. Percorriamo la nostra strada con serenità, sarà bella,
luminosa, appagante. Oh, caro, tu rappresenti il mio faro, la mia
luce, la mia sicurezza. E abbiamo un figlio da crescere, da
guidare con l'esempio, con la tenera atmosfera che merita". Si
lanciò fra le braccia del marito e si senti come un naufrago che
afferra un provvidenziale galleggiante e ad esso si affida sfinito,
ma ormai certo della salvezza e di non rivivere mai più
l'angoscia sconvolgente nella quale era precipitato.
Seguirono giorni stupendi. A Paul e Cynthia sembrava di
ritrovare il periodo incantato di due anni prima, quando giovani
e spensierati, godevano ogni ora, ogni minuto e felici si
rispecchiavano negli occhi limpidi dell'altro. Come allora, non
cercavano la compagnia e soli traevano intense soddisfazioni
nel tuffarsi, rincorrersi nelle acque di Sematan, o
abbracciandosi e baciandosi sulla spiaggia all'ombra delle
grandi palme. Di sera spesso si recavano nei villaggi indigeni, e
una volta furono testimoni di quanto credenze religiose
riuscissero ad influenzare il fisico. Un letto di carboni ardenti
era stato approntato sui margini della foresta e tutti gli abitanti
vi si erano raccolti intorno, chi percuotendo rudimentali
tamburi, chi gong d'ogni dimensione. Una quindicina d'uomini
pregavano intensamente, assolutamente indifferenti a ciò che
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si svolgeva intorno, come in uno stato di trance. Poi, munitisi
d'immagini dei cosiddetti imperatori-dei, s'accinsero a poggiare
i piedi nudi sulla fumante distesa. Senza esitazione,
pronunciando parole incomprensibili, sì lanciarono sulla
superficie incandescente che percorsero lentamente col viso
ispirato che non denunciava alcun dolore. Giunti all'altro lato, si
bagnarono le oscure estremità in bacili colmi di latte di capra e
ritornarono sui loro passi.
Erano penitenti, convinti di mondarsi d'ogni peccato con la
terribile prova che non lasciava sul fisico tracce apparenti. Paul
aveva sentito parlare di quella incivile usanza, come dell'altra
comportante la partecipazione ad affollate processioni con le
guance passate da parte a parte da lunghi aghi o trasportati su
tavole cosparse di chiodi. Aveva cercato di opporsi ed avrebbe
anche potuto vietarle con l'autorità della carica, ma il rispetto
per la libertà non gli aveva consentito altro che sconsigliarle,
senza alcun risultato.
Lasciarono impressionati il villaggio e preferirono recarsi
all'inizio del caldissimo ottobre a Loy Krathong, dove fiori di
loto artificiali venivano posati sull'acqua del fiume illuminati da
candele e l'immagine suggestiva dei minuscoli battelli che lo
discendevano in ricordo di Budda che, secondo le antiche
leggende, avrebbe impresso l'orma del suo piede sulla riva di
un corso d'acqua, era distensiva e meglio s'addiceva al periodo
che stavano vivendo.
Paul non si poteva allontanare da Templemore. Pressanti
impegni di lavoro lo costringevano a trascorrere perlomeno
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alcune ore in ufficio, ma appena possibile ritornava da Cynthia
e Peter per godere ogni attimo della loro compagnia e già
progettavano un lungo viaggio lontani dalle preoccupazioni di
Templemore.
Remoti venti di guerra giungevano smorzati, ma non meno
preoccupanti in Sarawak. Le trionfanti truppe tedesche erano
entrate in Varsavia ed Hitler l'aveva percorsa col volto superbo
del vincitore, la corazzata inglese Royal Oak era stata affondata
nel cuore della munitissima base di Scapa Flow, il corpo di
spedizione britannico aveva raggiunto il fronte in Francia e le
truppe francesi avevano ripiegato rinserrandosi nella linea
Maginot invece di attaccare e i giapponesi si accingevano a
sbarcare nel golfo del Tonkino. Eppure sulla calda sabbia di
Sematan Cynthia e Paul sembravano dimentichi d'ogni
inquietudine e si crogiolavano al sole in silenzio, guardandosi
con la rinnovata tenerezza. Ma Cynthia lentamente,
involontariamente andava riscoprendo oscuri stimoli sessuali.
Nelle lunghe notti afose, insonne si girava e si rigirava agitata
nel letto ed uno spasimo sempre più forte risaliva indominabile
dal basso ventre per afferrarle come una morsa il petto ed
infiammarle la testa. Oh, come avrebbe voluto dissetarsi al
lungo ed asciutto corpo di Paul che, bello come un angelo, le
dormiva accanto, ma il sesso inerte non gonfiava il pigiama
come nell'ormai lontana estate del'37 quando il sonno fungeva
solo da intervallo alle loro battaglie amorose. Un'immagine si
sovrapponeva magnifica, orribile, con i muscoli guizzanti, gli
occhi folgoranti, l'espressione avida: John. Dio, come lo odiava!
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Tentava di cancellarlo dai suoi ricordi, dalla sua mente, eppure
ricompariva trionfante, seducente; desiderabile e repellente
insieme. No, non poteva essere la serena ed equilibrata Cynthia
Taylor quella donna vogliosa, smaniosa di sesso; ma era
impossibile nascondersi l'evidenza e, impaziente, sollevava con
un gesto rabbioso il candido lenzuolo e a piedi nudi si dirigeva
alla finestra e rimaneva per ore a contemplare il mare
illuminato dal lucore della luna ricoperta da lattiginosa foschia
ed avvertiva come un rombo assordante il passaggio del veloce
motoscafo di John. Ubbie! Nessun natante percorreva l'infinita
distesa d'acqua: era, non poteva essere altrimenti, la proiezione
dei suoi desideri inconfessabili o la reminiscenza di qualche
rapido passaggio al largo dell'uomo esecrabile quando con il
figlio e il marito tentava di distrarsi, di sfuggire all'ansia nel
mare di Sematan. No, non avrebbe mai immaginato da ragazza
di potersi trasformare in una donna tanto infuocata su cui la
lussuria avrebbe esercitato un ruolo così importante da
toglierle ogni quiete. E ritornava nel letto ormai verginale per
lei, a comprimere il corpo e il viso contro il materasso e cuscino,
a maledirsi, a imprecare contro l'attimo di abbandono che
l'aveva definitivamente risvegliata.
Come se non bastasse da alcuni giorni un orribile sospetto
aggiungeva tormento e la teneva in un'angoscia che non sapeva
definire. La ragione spingeva ad augurarsi che fosse causata da
un'ulteriore deformazione della mente malata; mentre il cuore,
il sentimento, misteriosi umori la inducevano a sperare in una
sadomasochistica risposta positiva.
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Con la scusa d'inderogabili spese si recò a Kuching e il direttore
dell'ospedale, dopo una lunga ansiosa attesa, la raggiunse col
viso illuminato dal radioso sorriso di chi è latore di una buona
notizia.
"Signora Caracciolo", le disse, “sono lieto di comunicarle che fra
sette mesi sarà mamma di un secondo bambino. Si riguardi e
porga i miei fervidi auguri a mister Paul".
'Dio santo', pensò Cynthia, 'questa è la volta che sfasceremo
tutto', ma lo sgomento non fu tanto grande come ci si sarebbe
potuto attendere e, in fondo, aveva sempre saputo che,
maledizione su maledizione, il giorno del suo unico
sbandamento faceva parte del suo periodo mensile di fecondità
secondo la teoria che il giapponese Ogino aveva resa nota nel
1923.
Non ripartì immediatamente per Templemore. S'aggirava
cogitabonda per il Sunday Market fra l'animatissimo viavai e le
ossessive insegne colorate di un rosso fuoco, indifferente ai
saluti rispettosi che molti le rivolgevano, e finalmente si fermò
davanti alla grande Moschea e lo sguardo assente vagava fra il
sottile minareto e la cupola schiacciata. Una mano la scosse e
fresche guance si accostarono alle sue. Si girò irritata, pronta a
respingere l'importuna, ma si trattenne e provò piacere nel
trovarsi accanto una delle più intime sue nuove amiche: era
Susan Bray, la giovane e bionda moglie d'un ingegnere
americano. La tensione si sciolse e, attiratala in un piccolo
riservato caffè, le raccontò ogni cosa di sé in un diluvio di
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parole che si accavallavano l'una sull'altra in un fitto groviglio
che lasciò esterrefatta e spaventata la biondina.
"Per Roosevelt, cara, chi poteva immaginare! e cosa farai?", le
chiese.
"Non lo so"
"Perché non abortisci?"
"No. La mia fede, non ti sembri assurdo che parli di fede, non
me lo consente, e poi..."
"Ma dovrai dire tutto a Paul. Non lo perderai?"
"E facile parlare per te, con un marito valido. Dio mi perdoni,
preferisco perdere lui che il bambino: è carne della mia carne,
sangue del mio sangue. Quando potrò mai averne un altro? ...
che dico? sono pazza..."
"Allora provi qualcosa per John?"
"No, che sia maledetto quel ributtante individuo, mai più, mai
più dovrà toccarmi!"
"Rischi di rimanere sola, di dover rinunciare anche a Peter".
"No, Paul non me lo toglierà mai, ne sono convinta, è buono
lui..."
"E non scatenerai un terribile scontro con John? Ragiona, cara"
"Dovrei non dirgli chi è il padre... Ah, no, aggiungere menzogna
a menzogna!"
"Senti, la migliore è abortire. Se vuoi, troveremo una scusa
insieme, andremo a Singapore e nessuno saprà..."
"No! Voi anglicani non potete capire, ma l'aborto è un
sacrilegio, un peccato grave come e più dell'adulterio. Non si
può aggiungere peccato a peccato; ma io non voglio perdere
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Paul, io lo amo. E' tanto buono lui, al contrario di me che…"
"Ah, non dire questo, povera cara. Non è facile affrontare una
vita come la tua; un marito giovane, bello, intelligente e
menomato dal maledetto incidente"
"Quando l'ho sposato era perfetto anche in quello e il
sacerdote che ci ha unito ha letto una frase che io ho accettato,
la ricordi? in ricchezza e in miseria, in salute e in malattia"
"Ma la stessa Chiesa ammette l'annullamento in casi come il
tuo"
"Forse, ma non mi interessa. Farò a meno del sesso per sempre,
lo giuro, sia che mi perdoni, sia che mi scacci"
"Povera amica mia, ma il sesso è una componente troppo
importante nella vita e tu stessa mi hai raccontato delle tue
inquietudini, delle tue notti insonni, e sei bella, Cynthia, troppo
bella, tutti i nostri mariti sono pazzi di te, ti nominano
continuamente, ti portano ad esempio"
"Sono fatti passeggeri, ne sono convinta, Susan. Saprò
riprendere le vita dei primi due anni di matrimonio. Si può
vivere nella coppia senza sesso, se c'e amore!"
"E lui ti amerà ancora dopo quello che gli racconterai?"
"Lo spero"
"Vedi, cara, proprio pochi giorni fa io e mio marito leggevamo
su una rivista californiana di un' indagine svolta dal professor
Krabosky. Non vorrei dire sciocchezze, ma se ricordo bene,
diceva che il sesso senza affettività è relativamente comune e
qui la dimensione pulsionistica, no, pulsionale ed energetica è
dominante sull'oggetto d'amore. Sembra che sia un concetto
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già presente nell'antica Roma, o Grecia, non ricordo. La
sessualità era intesa come un'energia fondamentale positiva. In
altri termini il sesso fa bene alla salute. Ma se si accetta il sesso
come bisogno relativamente indipendente dall'affettività,
dall'amore, ciò non significa dargli una funzione unicamente
erotica, ossia il sesso come trofeo da collezionisti, come
sonnifero. Tu sai, ho studiato psicologia a San Francisco e il
professor Krabosky era uno dei miei insegnanti. Per lui il limite
alla sessualità senza affetto è proposto dalla pornografia dove,
se ricordo bene ciò che ho letto, la girandola sessuale, senza
fattori emotivi concomitanti, porta rapidamente alla fine
dell'interesse sessuale, a meno di non rinnovare continuamente
gli oggetti e rappresentazioni pornografiche. Ma l'erotismo
dove esiste una componente di tenerezza è ben altra cosa..."
"Come in me per Paul durante il viaggio di nozze..."
"Attenzione, lo psichiatra sostiene che in ogni caso la realtà
quotidiana permette di confermare l'esistenza di un sesso
dominante sull'affettività, capisci?"
"No, non bene, ma non mi interessa. Io penso, sono sicura..."
"Scusami, ecco cosa fa al caso tuo, Cynthia, l'affettività, l'amore
senza sesso. Pensa che in California, sostiene lo studioso, il
sesso è diventato così complicato nelle relazioni coniugali,
fonte di nuovi doveri spinti dalla diffusione di pubblicazioni
specialistiche, che centinaia di coppie decidono
volontariamente di sospenderlo per alcuni mesi per migliorare
la loro relazione affettiva. Krabosky afferma che il sesso può
creare problemi affettivi, come l'affettività può creare problemi
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sessuali. Quindi il sesso è molto più bloccato dal rancore delle
coppie in facile conflitto che non dalla cattiva ed inesperta
esecuzione. Bisognerebbe imparare a litigare, conclude lo
scienziato, senza distruggersi. E' molto più utile come terapia di
ciò che si trova troppo spesso sui manuali più o meno proibiti di
ginnastica sessuale".
"Susan, ti rendi conto di non aver affrontato il mio problema?
Lo so, lo sostengo anch'io che l'amore senza sesso può esistere
ed essere appagante se davvero ci si vuole bene, ma tu mi hai
detto di coppie che volontariamente si astengono. Purtroppo
per me e Paul non è volontà, ma necessità. Ora vado via,
nessuno può aiutarmi; solo la comprensione di Paul e la mia
forza di saper trovare un equilibrio stabile, e il nuovo bambino
me lo darà, ne sono certa. Addio".
"Non vuoi riflettere ancora?"
"No, addio".
"Cynthia, se hai bisogno di me, vieni, mandami a chiamare, farò
di tutto..".
"Grazie, ma è un problema mio e di mio marito, non
dimenticarlo". Sì, era davvero un problema suo e di Paul. Non
c'entravano le amiche; ma non era pentita di essersi confidata
con Susan, le aveva fatto bene, lo avvertiva, si sentiva
stranamente forte, invulnerabile e il ritrovato accordo con
l'uomo legato a lei dal sacro vincolo del matrimonio, oltre che
da un profondo amore, le avrebbe fornito l'energia e l'umiltà
necessarie per raccontargli ogni particolare della triste storia,
senza nascondere le sue gravissime colpe, ma anche la
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sicurezza di un'immancabile redenzione, ormai ne era certa!
Avrebbe saputo cancellare ricordi e tormenti erotici con una
condotta per sempre irreprensibile, ed ora non più difficile se
Paul l'avesse aiutata, compresa, perdonata.
Il tergicristallo della Rolls-Royce faceva fatica, emettendo un
suono lamentoso, quasi disperato, a detergere l'acqua piovana
che, nell'intervallo fra un passaggio e l'altro delle spazzole,
rifaceva gonfio ed opaco il parabrezza. Nell'interno della
vettura, fra il ristagnante odore di cuoio ammuffito e di calda
umidità, Cynthia osservava come un accadimento lontano
l'autista malese che col dorso della mano s'adoprava a pulire il
cristallo ricoperto dalla peluria dei vapori e raggomitolata sul
sedile sentiva, di chilometro in chilometro, venir meno la
sicurezza, l'energia con le quali intendeva affrontare il penoso
colloquio, la drammatica confessione.
Il torrente d'acqua, che fra i grandi alberi scuri e fronzuti
giungeva a picchiare sull'auto e sull'asfalto sollevando violenti
schizzi, e il lampeggiare minaccioso e i tuoni fragorosi
interpretavano la progressiva metamorfosi del suo animo. La
villa le apparve improvvisa dopo l'ultima curva, come un'oasi
nel deserto e una minaccia incombente sul futuro dell'esistenza
sua, del marito, dei figli. Apri lo sportello e discese respingendo
il malese che s'era precipitato con l'ombrello per
accompagnarla alla veranda e quasi come una necessaria
purificazione accolse con piacere l'acqua che, nel breve tratto,
le infradiciò il vestito, i capelli.
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Paul la vide in quello stato pietoso e si affrettò verso di lei.
"Cara, perché così bagnata, non ti hanno accompagnata alla
porta?"
"Sono io che non ho voluto".
"E' una pazzia, cambiati subito, asciugati o prenderai un
malanno".
"No, Paul, ho da parlarti subito. Debbo darti un nuovo dolore,
ma spero sarà l'ultimo. Devi essere forte, capirmi, credermi, ti
prego..."
L'uomo impallidì sconcertato, inquieto.
"Sul bene che porto a Peter...", incominciò Cynhtia e snocciolò
il racconto del fatidico giorno, della sua disperazione, dell'ira
provata quando s'era accorta della partenza di Paul e credeva
non tornasse più come marito, del rancore per gli ingiusti
rimproveri e colpe che le aveva attribuito, del suo girovagare
come in trance e della scena del tutto imprevista sulla spiaggia.
"No, non voglio difendermi, sai, né attribuire ad altri peccati
anche miei, ma, se vuoi credermi, s'è trattato di un momento di
sbandamento esecrabile, non di una vendetta, non di
un'esigenza; e tu, se vuoi perdonarmi, promettimi di non far
nulla, ma di prendertela solo con me". Il viso severo, triste, gli
occhi senza più bagliori, l'espressione umile e sollevata al
tempo stesso, come di chi s'è finalmente liberato d'un peso
insopportabile.
Paul rimase muto, attonito, il viso bianco come un cencio, le
mascelle agitate dal continuo involontario moto dei muscoli.
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"E non mi hai detto nulla quando son tornato, quando ci siamo
giurati eterno, rinnovato amore...", disse, la voce roca, il tono
basso.
"Come avrei potuto?", gridò Cynthia, "mi avresti lasciata per
sempre".
"Come crederti più, ora?"
"Mi devi credere, ti prego. Ci siamo ritrovati. Non per me, abbi
fede, per te stesso, per i bambini", implorò senza piangere. "Mi
ripugna quello che ho fatto e non confessartelo. Mi sono
sentita un essere abietto, infimo, ma non ti ho raccontato mica
per viltà, per quello che poteva succedermi, no! Perché nei tuoi
riguardi era come se non fosse accaduto nulla. C'eravamo
ritrovati, eravamo gli innamorati d'un tempo, il mio amore per
te s'era ingigantito. Oh, potessi morire in quest'istante se non ti
dico il vero".
Paul aveva acceso una sigaretta e camminava nervosamente
nella stanza, tetro, pensieroso: una terribile doccia fredda, il
crollo della ritrovata speranza, l'orribile coscienza del
tradimento, e con chi? col suo peggior nemico, suo fratello.
Davvero la maledizione imperversava su Templemore, aveva
ragione Mary! Si fermò e chiese:
"Ora hai confessato perché non potevi più nascondere il
peccato. Da quanto dura?"
"Ah, no, non così, non questo! Dio mi è testimone che avrei
potuto abortire e non avresti saputo nulla, nulla, capisci? Ma io
ho la fede e non posso ammazzare un innocente per le mie
colpe, per un mio sbandamento, né voglio mentirti mai più
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dopo l'unica volta... Se vuoi saperlo, dopo l'orrore, ho provato
inquietudini, smanie e me ne vergogno. Ho lottato, Paul, e sono
certa di vincere. Se anche rimanessi sola, tu rimarrai l'unico
amore della mia vita. Ma come faccio a farti capire quanto sia
sincera?" E finalmente pianse e mai più di allora senti quanto
amasse Paul, quanto fosse indissolubilmente legata a lui.
"Oh, ma quel bellimbusto me la pagherà!"
"Paul, non esiste, comprendi, non esiste per me..."
"E il bambino?"
"E' mio, solo mio.., nostro, se vuoi, nessuno sa, nessuno saprà,
solo Susan che tacerà".
Un'ira irrefrenabile lo attanagliava. Avrebbe spaccato il mondo,
questo sporco, ingiusto, irredimibile mondo. Poi, come uno
squarcio nella nebbia, la coscienza della sua menomazione,
della bellezza, dell'età di Cynthia. Crollò su una sedia e
flebilmente disse:
"Come faccio io a condannarti, chi sono io per biasimare, un
povero impotente, e tu mi sei rimasta vicina, buona, tranquilla,
quando avresti potuto ritornare libera, felice accanto ad un
altro uomo e con il patrimonio che avresti ottenuto da me.
Sono ingiusto e tutto quello che hai fatto è giustificato, logico.
Non ho alcun diritto io. Ma, vedi, Cynthia, sii sincera e
ascoltami. Posso comprendere, ma non accettare. Non
sopporterei un altro momento come questo. Se vuoi, puoi
rimanere, crescere ed amare Peter e il nuovo bambino, ma devi
essere sincera sempre, in ogni momento. Se non ce la farai più
a privarti di quanto è tuo diritto avere, come una donna
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giovane, normale e bella, devi dirmelo prima, mai mettermi di
fronte al fatto compiuto. Sarei capace di uccidere, tutti ed
anche me, ricordalo! E se qualcuno osasse darti fastidio, ricorda
che sono impotente nel sesso, sì, ma capace di difendere con
una forza che nemmeno immagini la mia famiglia. Devi dirmi
sempre tutto. Fra noi è concepibile solo la massima sincerità".
"E' ciò che voglio, Paul, e sempre, tranne questa orribile colpa
di un solo giorno, ma che dico, di un'ora, lo sono stata. Per non
mentirti -ricorderai- a Sorrento preferii mandarti il medico. Non
avverrà mai più, te lo prometto..."
"Vai a cambiarti e pensa a Peter che è stato inquieto tutta la
giornata e ti ha invocata più volte come se avesse intuito
qualcosa. No, su, và", concluse con rigida aria decisa.
Quanto gli costava assumere un simile atteggiamento, quale
strazio apprendere il tradimento, perché di un tradimento s'era
trattato, sia pure a voler credere allo svolgimento dei fatti come
Cynthia glieli aveva raccontati. Eppure qualcosa gli suggeriva
che non potevano essere falsi. Cosa lo autorizzava a pensare
che lei gli avesse mentito? Niente, tutt'altro. Il comportamento
della moglie era sempre stato irreprensibile, affettuoso,
partecipe di ogni suo momento felice e principalmente di quelli
tristi nei quali la presenza di una donna innamorata fa superare
qualsiasi ostacolo. Allora perché non crederle
incondizionatamente? No, lo choc era stato troppo violento, il
dolore troppo bruciante. L'avrebbe scacciata dalla sua casa, le
avrebbe tolto Peter, l'avrebbe costretta a privarsi di quel seme
di vita che portava nel ventre e che giorno dopo giorno si
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sarebbe ingrandito, reso evidente, a ricordargli il torto subito e
l'odioso complice. Ma era facile a dirsi, non ad attuarsi. In
fondo, perché nasconderselo, l'amava ancora. Il sentimento
latente era tornato in piena evidenza già poche ore dopo nella
mattina quando s'era allontanato per una stupida
manifestazione d'orgoglio e sulla strada per Kuching l'immagine
della sua vita senza Cynthia l'aveva assalito con impietosa realtà
e il significato delle parole di lei s'era presentato chiaro,
incontrovertibile. Non voleva davvero umiliarlo né
compassionarlo, ma aiutarlo per percorrere insieme sereni
l'impervio sentiero della vita. Ah, stupido pazzo, perché non era
tornato immediatamente sui suoi passi invece dì far trascorrere
tanti giorni prima di ripresentarsi a lei pentito? Ed era stato
proprio durante l'assenza stolta e ingiustificata che
l'irreparabile era accaduto! Ed ora avrebbe dovuto
abbandonarla? Privare Peter, vera ragione della sua esistenza,
della madre? Rimanere solo senza una donna, l'unica che
l'aveva conosciuto nella pienezza della sua virilità? No, no, no,
assurdo, impossibile; come se per lui sarebbe stato facile
ricostruirsi uno straccio di vita accettabile nelle condizioni nelle
quali si ritrovava! Sì, l'azienda, il figlio, la ricchezza, il successo...
ma l'amore? Il poter accarezzare una pelle morbida, vellutata,
baciare labbra calde di color corallo e mescolare alla sua, saliva
dal sapore di pesca, distendersi vicino al corpo delizioso e
sentirne vicino, confortante la vitalità durante le lunghe notti,
intrecciare le gambe, i piedi con quelli di lei, sentirne il respiro
regolare accanto al suo? Quale donna avrebbe accettato di
314
vivere con lui senza averlo conosciuto prima, quando tutti gli
atout erano dalla sua? No, non era possibile ritrovare
un'esistenza come l'attuale quando, seppur con qualche
dubbio, sapeva di essere stato accettato per sé stesso, non
certo per il denaro e le agiatezze che poteva offrire. Forse
misere, materiali considerazioni, ma reali, vere, anche se crude
e impietose. E al di là di tutto l'autentica ragione riabilitante:
amava Cynthia, oh si, l'amava ancora tanto! L'avrebbe quindi
costretta a privarsi del secondo figlio? Eliminare il ricordo
sconvolgente, saziare l'ira violenta che lo attanagliava e che
avrebbe pur dovuto trovare sfogo? No, il credo religioso, le sue
convinzioni non glielo avrebbero permesso e non poteva
colpire l'essere amato, inimicarselo, renderla profondamente
infelice quando già aveva sopportato di condividere i suoi giorni
con un individuo menomato. Allora come saziare il legittimo
desiderio di vendetta? Con John, sì, con il miserabile individuo
che aveva approfittato delle circostanze senza pietà, senza
scrupoli. Era lui la vera maledizione di Templemore, ne era
certo! Di scatto si diresse al piccolo scrittoio nel salotto, aprì il
cassetto e lucida, baluginante gli apparve la rivoltella mai usata,
ma che accuratamente curava. La guardò per un attimo, tese la
mano, poi la ritrasse. No, ancora no, il suo Dio non voleva un
omicidio, non glielo permetteva. Ne avrebbe fatto a meno, si
sarebbe vendicato comunque.
La pioggia imperversava violenta, il vento impetuoso piegava le
alte cime degli alberi, foglie vorticavano spiaccicandosi sulla
Dodge e i fari riuscivano a malapena a diradare il denso buio. In
315
pochi minuti, guidando a tutta andatura fra sobbalzi e brusche
sterzate per evitare rami abbattuti sulla strada, giunse sotto la
grande casa dove alcune finestre erano illuminate e il suono del
radiogrammofono giungeva smorzato insieme a risate di bimbi
stranamente chiare nella furia della natura. Inviò un servo,
subito accorso, a chiamare il fratello e qualche minuto dopo
John apparve inquadrato dalla luce intensa, sotto l'arco della
porta. Figura odiosa, brevilinea, massiccia, potente. Si
scambiarono cenni d'invito, poi finalmente John, accompagnato
dal servitore che reggeva un ampio paracqua, entrò nell'auto e
Paul rapido avviò il motore.
"Cosa vuoi? dove vai?", chiese col solito tono arrogante John.
"Aspetta e vedrai", rispose secco Paul. Condusse l'auto verso
l'imbarcadero e bloccò i freni appena giunto in una piccola
radura nei pressi, mentre la pioggia e il vento imperversavano
più che mai, quasi volessero distruggere ogni cosa, e lampi
illuminavano con bagliore sinistro l'alta e intricata vegetazione
che sembrava lamentarsi sotto la furia degli elementi scatenati.
"Dunque parla", disse John. "Non comprendo quest'incontro
notturno in un'auto quando possiamo incontrarci in ufficio o
nelle nostre rispettive case. Fai presto, ho fretta".
"Te ne andrai solo quando mi farà comodo", disse Paul, il volto
livido, intravisto per un attimo al chiarore di una saetta, la voce
coperta dal frastuono del tuono. "Che tu fossi un mascalzone lo
so da anni, da quando ero poco più che adolescente, ma che
osassi infastidire e approfittare di un attimo di sbandamento, di
316
debolezza di mia moglie, davvero non lo immaginavo. Non sono
Tom io, e Cynthia non è Grea o Luana..."
"L'ho sempre detto che sei un bambino saccente e non riesci a
prendere il mondo per quello che è; o i successi, i colpi di
fortuna con i quali mi hai strappato la direzione dell'azienda ti
fanno credere infallibile? Cosa ho a che fare io con Cynthia?"
"Mi ha raccontato tutto e a mia moglie credo come a me
stesso. O pensi che è della stessa pasta di tua moglie e di Grea o
delle donnette che hai incontrato? Se non sei un vigliacco,
ammetti!"
"Sei davvero un bambino. Le donne sono tutte puttane. Cristo,
credi ancora alle favo..." Non riuscì a terminare la frase: un
terribile pugno lo colpì alla mascella facendogli sbattere il capo
sullo sportello.
"Vieni fuori, vigliacco, essere misero, immondo, avrai
finalmente la lezione che ti meriti da anni", mormorò furente,
la voce rotta dall'ira, Paul che discese dalla macchina e in un
secondo fu dall'altra parte a spalancare la portiera di John e a
tirarlo fuori per il collo della camicia.
"No, non sono un vigliacco. Era tempo che desideravo ridurti
quel viso d'angelo istupidito ad una poltiglia. Sì, ho avuto tua
moglie come tutte le donne che ho voluto, ma non l'ho
violentata, mi ha ceduto e ci ha provato gusto come le altre,
forse più delle altre..."
"Taci, disgraziato!", pronunciò con voce strozzata Paul
precipitandosi con un'energia disperata sul fratello e
percuotendolo con ambo le mani. Ma John era forte, cattivo,
317
impavido e, dopo essersi difeso efficacemente, passò al
contrattacco incalzando con robusti colpi Paul. Urla,
imprecazioni, pugni possenti, calci, prese di lotta, abiti strappati
e gocce di sangue si perdevano in una sorda mischia senza
quartiere fra la pioggia, il vento, i lampi e i tuoni, rivaleggiando
con loro in una selvaggia battaglia. Infine sfiniti, disfatti,
malconci si arrestarono come per una tacita intesa.
"Non c'è più posto per te a Templemore, miserabile", disse Paul
ansimando, gli occhi colmi d'odio. "Se non vuoi che ti licenzi,
devi andartene a Singapore con la famiglia, con quella malata di
tua moglie che mi si offrì come una donna di strada; ma la
rifiutai, non sono sporco e corrotto come te, io"
"Me ne andrò solo se vorrò. Dimentichi che sono un azionista
maggiore di te".
"Non conta e lo sai. Devi decidere ora, subito. Ti darò la
direzione dell'ufficio di Singapore, ma non voglio più vederti
qui, se non una volta al mese. Ti raddoppio lo stipendio e, se
non accetti, ti licenzierò. Conosco bene la tua situazione: i
Kennedy in dissesto, i tuoi investimenti azionari in forte perdita.
Ah, il genio della finanza, miserabile! Finanche i tuoi compari,
Douglas e Sinatra, t'hanno ripudiato e sei solo. Anche Tom, ne
sono convinto, non ti appoggerebbe più ora. Rispondimi, cosa
decidi? Se accetti dovrai andar via entro tre giorni e la famiglia
entro un mese"
"E' un ricatto il tuo..."
318
"Chiamalo come vuoi, non sei degno di un trattamento diverso,
le serpi vanno eliminate o quanto meno allontanate. Deciditi,
dunque, non sopporto oltre la tua presenza odiosa".
John osservava il fratello, mentre la pioggia continuava a
precipitare intensa, con un misto d'odio e di stupore. Quasi non
avvertiva le ferite, le contusioni, gli abiti che aderivano al corpo
per effetto dell'acqua. No, non s'era sbagliato purtroppo
quando un decennio prima ne aveva intuito l'intelligenza
pronta, la ferrea volontà, un coraggio indomabile mascherato
da un'apparente timidezza. Già da allora era stato consapevole
e presago di poter trovare in lui l'unico degno oppositore alle
sue mire d'egemonia su Templemore, ai suoi appetiti insaziabili,
alla sua sicurezza di poter avere tutto quello che desiderava.
Puntuali, le previsioni s'erano avverate al di là d'ogni possibile
timore. Dapprima l'aveva esautorato dalla primaria posizione
nell'azienda e dai suoi mille brogli, ed ora addirittura lo
estrometteva da Templemore! Forse aveva davvero esagerato
quando, più per una rivalsa che per altro, aveva sedotto
Cynthia. Aveva pensato fosse una donna come le altre, ed
invece possedeva la forza di confessare l'episodio al marito, che
non era Tom, ma un uomo vero. Doveva accettare, che altro
fare nelle sue condizioni? Vendere le azioni, e a chi in un
momento così difficile per la situazione politica internazionale?
E poi non sarebbe stato saggio; prima o poi sarebbe, ne era
sicuro, tornato alla ribalta. Provò a dire:
"Siamo fratelli, Paul. Ti assicuro che è stato solo un episodio con
Cynthia. Era così bella, sola sulla spiaggia e il sole, il caldo…"
319
"Ora te lo ricordi, miserabile! Non voglio ascoltarti più, capisci?
Sì o no?"
"Va bene, accetto, me ne vado a Singapore; ma giuro che me la
pagherai, ti pentirai di questo momento, parola di John
Caracciolo!"
"Ricordati, entro tre giorni, non un'ora di più. Le tue minacce
non mi fanno paura, verme; e non dimenticarti, mai più, mai
più devi osare nemmeno di guardare mia moglie o me la
pagherai in modo ben maggiore!"
Un lampo di un bagliore accecante e il tuono strepitoso
coprirono la rabbiosa accelerata Dodge che, slittando ed
impennandosi, lasciò la radura.
La pace ritornò nella piantagione e nelle case. Un'apparente
tranquillità contrassegnava l'agire di Paul, seppure una
profonda tristezza a volte lo assaliva, quando un sospetto
d'ombra compariva negli occhi di Cynthia. Non poteva fare a
meno di pensare che la moglie non fosse completamento felice
accanto ad un uomo menomato ed egli si macerava nell'atroce
dubbio.
Nel maggio del '40, festeggiata dalla famiglia e da tutta la
piantagione, Cynthia diede alla luce Still. Era un bel bambino di
quasi quattro chili. Aveva gli occhi e i capelli bruni. -
320
CAPITOLO XXI
Nessuno ci aveva creduto, eppure li vedevano insieme mentre





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Ultima modifica di Bruno il Sab Giu 29, 2013 7:26 pm, modificato 1 volta
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MessaggioTitolo: Re: LA MALEDIZIONE DI TEMPLEMORE (Caucciù), romanzo di Bruno Cotronei   Gio Gen 01, 2009 2:45 pm

CAPITOLO XXI
Nessuno ci aveva creduto, eppure li vedevano insieme mentre
arrancavano sui ripidi pendii del monte. Gli incrociatori avevano
fatto fuoco per oltre tre ore distruggendo le modeste
postazioni militari, e i battaglioni dei piccoli tarchiati
ridicolmente ascetici uomini gialli stavano sbarcando a Kuching,
come a Sematan, come a Simanggang, come a Sibu, a Bintulu e
a Miri. Insomma in tutto il Sarawak. Rapidissimi, dopo o in
contemporanea al micidiale attacco a Pearl Harbour nelle isole
Hawaii, nel quale buona parte della flotta da guerra americana
era stata distrutta, avevano invaso la Malesia, le Filippine, le
Indie Olandesi, le Marianne e Hong Kong. Il sud-est asiatico
stava cadendo nelle loro avide mani. Chi l'avrebbe mai detto,
continuavano a domandarsi Paul, Hanter, il rajah, quasi tutti i
tecnici americani ed inglesi e i pochi malmessi soldati in
ripiegamento verso l'interno per sfuggire a una sicura e chissà
quanto lunga prigionia.
Che i giapponesi non dovessero più temere le grandi potenze
democratiche europee distrutte o impegnate allo spasimo dai
tedeschi era ammissibile; ma che addirittura osassero sfidare gli
Stati Uniti, sembrava fantascientifico. Ed invece era stato così,
forse costretti dalle arroganti risposte di Roosevelt, dal
fallimento delle lunghe trattative Hull-Namura e
dall'imposizione di evacuare Cina e Indocina, ma ancor più dal
321
vedere a portata di mano un impero favoloso, quello che il
governatore inglese sir Shenton Thomas aveva chiamato una
'fabbrica di dollari' e loro col nome modesto e filantropico di
‘Sfera di Coprosperità.
Nel gruppo avvilito, stanco ci si rimproverava la scarsa
lungimiranza, quel senso, comune negli occidentali, di larvata
sufficienza nei confronti degli uomini di colore, anche se
appartenenti ad una nazione rigidamente ed efficientemente
organizzata come la nipponica. Avrebbero dovuto perlomeno.
provvedere a mettere al sicuro la famiglia a Singapore, o meglio
in California, approfittando degli ultimi voli o delle ultime navi
disponibili. Invece erano stati costretti, dall'improvviso
incalzare degli avvenimenti, a lasciarle nelle mani dei
giapponesi nella speranza, com'era consuetudine, che le
avessero rispettate e lasciate nelle loro case. D'altra parte non
sarebbe stato possibile sottoporre donne e bambini ai disagi e
ai pericoli della giungla. Serpenti velenosi, formiche rosse,
possenti ed aggressivi bufali, vespe dalla cintura gialla col
pungiglione che uccide, tigri, orsi, coccodrilli, paludi, qualche
tribù selvaggia che ancora colleziona teste umane, e poi il cibo
difficile a procurarsi quando si deve temere che un colpo
d'arma da fuoco possa attirare l'attenzione dei piccoli soldati
che, con fare mistico di chi impegna se stesso allo spasimo
come non avesse altro scopo nella vita, erano sbarcati e
avevano iniziato l'attacco con incredibile sprezzo del pericolo e
la ferma risoluzione di occupare tutto e al più presto. Nessuno
nella piccola disperata carovana di uomini bianchi che
322
arrancava verso la cima del monte avrebbe voluto la presenza
rallentante e preoccupante di Charles Vyner, ormai
ultracinquantenne e oltremodo pingue per le abitudini
sedentarie e l'eccessivo indulgere alle delizie della tavola e del
bere. Ma Linda l'aveva dapprima pungolato alla fuga, temendo
per lui la prigionia e pressioni fisiche e morali che l'avrebbero
potuto indurre ad abdicare a favore di qualche fratello
pregiudicando così i diritti del figlio, e poi imposto agli altri del
drappello con l'abile ricatto del sommergibile americano in
immersione al largo di Singkawang che avrebbe atteso i
fuggitivi solo se fra loro vi fosse stato il rajah. Dieci giorni, non
uno di più, avrebbe atteso la nave da guerra: un razzo giallo ed
uno verde sarebbero stati il segnale per ottenere l'imbarco,
aveva gracchiato, fra mille disturbi, la voce impersonale
nell'ultima trasmissione radio. La destinazione? Singapore, le
Hawaii, l'Australia. Chissà. Accese discussioni in proposito: Paul
non credeva, mentre stanco, afflitto si era disteso la sera del
primo bivacco sull'erba brulicante di microscopici animali e
consumava un magro pasto, all'imprendibilità di Singapore, ma
si guardò bene dal comunicarlo ad Hanter e al colonnello Smith
che invece ne erano più che mai convinti, né tanto meno a
Charles Vyner. Non voleva l'amministratore di Templemore
allontanarsi troppo da Cynthia, da Peter, da Still, da quella
comunità di cinesi, malesi e daiacchi che aveva mostrato più
volte di adorarlo ed aveva apprezzato il suo modo di fare, le sue
decisioni, il rivolgersi loro con un'umanità attenta alla segreta,
timida istanza di esser considerati come uomini dalla pelle
323
bianca, il non doversi sentire come schiavi, come animali da
tiro, atti solo all'edificazione e alla produzione di ricchezza e
potenza dei proprietari. D'altra parte come confidare sulla
invincibilità della grande città della Malacca quando, sia pure
confuse ma abbastanza attendibili, erano giunte le
drammatiche notizie dell'affondamento della più moderna
corazzata inglese Prince of Wales e del poderoso incrociatore
da battaglia Repulse? Come credere che quei pochi stoici
organizzatissimi uomini gialli, i loro aerei e le loro navi, che
avevano violato con stupefacente facilità la munitissima base
americana di Peanl Harbor nelle lontanissime Hawaii, non
potessero conquistarla o distruggerla? Ma in fondo una
speranza c'era: la reazione americana, l'orgoglio di un popolo
invitto e potente, le sue portaerei uscite miracolosamente
indenni dal primo attacco sicuramente facilitato dalla proditoria
azione di sorpresa. Forse avrebbero contrattaccato
immediatamente e sarebbero giunti in forze in soccorso delle
Filippine, di Singapore. Ma obiettivamente era quasi follia
sperarlo.
Della stessa opinione di Paul era John. Da ormai due anni,
confinato a Singapore, aveva trascorso i giorni nel lusso più
sfrenato facendo della sede della Rubber Caracciolo Company
un fastoso luogo di riunione e di scambi per i magnati europei
ed americani, veri e propri dominatori dell'industria e del
commercio dell'opulenta città asiatica. Molti di loro
ricordavano bene l'abilità del maggiore dei fratelli Caracciolo
quando nel '29, dodici anni prima, con l'aria di un pivello, li
324
aveva spinti con mostruosa astuzia mostrando di soggiacere
alla superiore esperienza dei competitori, per poi condurre gli
affari dove e come voleva.
Appena John aveva raggiunto la famiglia a Singapore, e di lui si
andava dicendo che valesse ormai poco per la prevalenza di
Paul nell'azienda, s'erano precipitati da lui come avvoltoi nella
speranza di rifarsi, così come un giocatore d'azzardo torna nella
stessa sala da gioco e al medesimo tavolo e con gli stessi
componenti nella convinzione di non subire la stessa se non più
grande sconfitta. E i risultati per la Rubber Caracciolo Company
erano stati notevoli e Paul nulla aveva potuto eccepire sugli
arredi sfarzosi, sui pantagruelici banchetti offerti a spese della
società al lussuosissimo Raffles o su vere e proprie orge al
Tanglin Club nelle quali John brillava come munifico anfitrione e
concludeva affari di centinaia di migliaia di sterline, spesso
affiancato dal padre di Luana, mister Kennedy, per poi rientrare
nella stupenda residenza del suocero fra gli oleandri del Bukit
Timah, percorrendo con la lucida e comoda Rolls-Royce la
sinuosa Holland Road e la doppia carreggiata della Bukìt Timah
Road, a contare, prima di infilarsi fra le fresche lenzuola e senza
degnare di uno sguardo moglie e figli, le percentuali alte e
sottobanco incamerate senza scrupolo, ma con aria avida e
vindice. Ma il sonno, nonostante tutto, tardava a venire per
l'arrovellarsi in oscuri tormentosi progetti sul come vendicarsi,
sul come scalzare, distruggere quel fratello dall'aria
intellettuale e inoffensiva che l'aveva mortificato negli affari,
negli affetti e quel che più contava escludendolo dalla guida
325
effettiva ed ufficiale della sua creatura, la Rubber Caracciolo
Company per la quale avrebbe sacrificato tutto e magari fatto
un patto anche con il diavolo.
Da più di un anno non dava la minima probabilità agli inglesi di
tenere Singapore, quella fortezza sballata per la disposizione
delle batterie di cannoni da 380 a Buena Vista e quelle da 230 a
Tekong Besar e infine i numerosissimi pezzi da 150 lungo il
litorale, tutti, come i maggiori, orientati verso il mare con
l'unica difesa verso terra del piccolo stretto di Johore, largo non
più di qualche centinaio di metri annullati dal terrapieno sul
quale passavano la strada e la ferrovia. Contavano, gli illusi
britannici, sugli oltre mille chilometri che eventuali invasori
gialli avrebbero dovuto percorrere fra massicci ostacoli naturali
e i quasi centomila soldati che, tra indiani, gurkas, australiani e
inglesi, avrebbero dovuto efficacemente contrastarli.
Una sera al Raffles, John era stato presentato al luogotenente
generale Percival, dal caratteristico indimenticabile
atteggiamento stirato delle labbra per un evidente spasmo dei
muscoli facciali che sottolineava incisivi protuberanti, due veri
denti da lepre, allo scuro baffuto gioviale imbambolato sir
Robert Brooke-Popham e al comandante australiano Gordon
Bennet, un uomo deciso e in continua polemica con i suoi
colleghi. Li aveva ascoltati silenzioso e subito si era reso conto
che qualcosa non funzionava in quella specie di direttorio del
sudest asiatico. D'altra parte la spaventosa spesa di ben
sessantatre milioni di sterline per la costruzione della base
navale e delle postazioni difensive aveva dato un senso diverso
326
al valore del denaro, e lui, John, ne aveva approfittato
largamente con gli allegri uomini d'affari singaporegni pieni
d'ottimismo e di sicurezza. Nella ricca città asiatica splendeva la
prosperità, l'eterna estate donava un senso d'immutabilità. Gli
sport, i piaceri, le vanità erano le occupazioni principali: tennis,
golf, cricket, polo, yachting, gare ippiche durante il giorno, e
cocktails, giochi, danze, cene fino a tarda notte nella molle
atmosfera tropicale. Anche gli inglesi che giungevano dalla
madrepatria, seri, preoccupati, spaventati dagli incessanti
bombardamenti germanici e dai rigorosi razionamenti, erano di
colpo coinvolti dall'abbondanza, da tante belle donne in abito
da sera, dai civili in smoking e dagli ufficiali in spencer e si
abbandonavano alla dolce vita ormai rara nel mondo. Perchè
preoccuparsi, pensare alla patria semiassediata e semidistrutta
quando il servizio di guarnigione funzionava come nei tempi più
pacifici e splendidi dell'impero britannico e si pensava più al
rigorismo della tenuta, con un'ossessiva ma tranquillizzante
distinzione fra ufficiali e truppa, che allo stretto controllo nei
punti d'osservazione e delle spie giapponesi brulicanti nella
popolare Lavander Street? John coltivava gli alti comandi inglesi
e spesso era con loro come ospite o generoso anfitrione, ma,
acuto e preveggente, non trascurava gli elementi di Lavander
Street ed intrecciava nascoste cautelanti intese che avrebbero
potuto renderlo in un domani non troppo lontano ben accetto
agli uomini del Sol Levante. E i soldati del Giappone sbarcarono
nell'istmo di Kra e poi a Kota Bharu, e con le forze sparute, ma
preparatissime ed allenate da anni di dura guerra nelle regioni
327
cinesi di Shangai e di Canton, colsero di sorpresa e rapidamente
sbaragliarono quegli avversari che avevano considerato come
loro potenti alleati ostacoli insormontabili quali l'assenza di vie
di comunicazione e la presenza di animali ritenuti
pericolosissimi. E gli aerei inglesi furono distrutti al suolo negli
sperduti aeroporti del Nord e in quelli di Singapore,
bombardata nello splendore della sua piena illuminazione
notturna perché risultava assente l'addetto ad ordinare
l'oscuramento. E la flotta, che si era salvata per miracolo, usci
maestosamente dallo stretto di Johore per un tentativo di
rivalsa, esempio luminoso ma imprudente dell'orgoglio inglese:
non c'erano infatti portaerei. Il viceammiraglio, sir Tom Phillips
-chiamato Tom Pouce per la piccola statura che lo costringeva a
montare su una cassa di sapone capovolta per permettere al
suo sguardo di spaziare oltre il parapetto del ponte di
comando, ma che lo faceva sentire tanto simile a Nelson anche
lui piccoletto- l'aveva fermamente voluto e con le poderose
Prince of Wales e Repulse contornate da quattro
cacciatorpediniere andò a caccia di giapponesi e non tornò più
a Singapore, condividendo la sorte dei due giganti del mare
affondati ad est delle isole di Tioman e di Anamba dalle bombe
e dai siluri nipponici.
Negli ultimi giorni del gennaio 1942 una folla di centinaia di
migliaia di esseri umani attraversò la diga di Johore come una
lunga interminabile pellicola policroma per pelle e vestiario:
malesi, europei, cinesi, indiani, esseri d'ogni condizione sociale
ed economica in una mescolanza che mai s era vista al mondo e
328
che accomunava, magari solo per un giorno, milionari con
poveri in canna: da chi recava con sé veri e propri tesori a
nemmeno un sacchetto di cianfrusaglie. Ingorghi drammatici, e
poi il ripristinarsi di gerarchie, censo e colore non appena giunti
in Singapore, dove i poveri si dovettero ammassare nei
quartieri indigeni nei quali si dormiva all'aperto e scarseggiava il
cibo. Non era possibile trovar rifugio dai bombardamenti
giapponesi, anche perché l'acqua affiorava a nemmeno un
metro di profondità e, nonostante la sua ossessiva impacciante
presenza, un puzzo asfissiante di corpi sudati, mal lavati si
mescolava a quello di cadaveri in rapida decomposizione
emergenti da fossi a malapena coperti e a fior di terra. Poi una
violenta deflagrante esplosione apri una breccia protettiva di
appena cinquanta metri nella diga e l'acqua la ricoprì con gorghi
vorticosi che si stemperarono nella bassa marea e il fondo
rimase lì, guadabile, a poche diecine di centimetri di profondità.
Singapore era tornata un'isola, è vero, ma ormai i giapponesi
erano là, a meno di un chilometro! In sessantacinque giorni
erano giunti dall'istmo di Kra, tanto lontano, allo stretto di
Johore, avevano travolto impetuosamente ogni resistenza e si
erano riforniti lungo il tragitto -affrontato a piedi, in bicicletta,
su camion- nei cosiddetti 'stocks Churchill' pieni di ogni ben di
Dio e lasciati a loro disposizione dalle truppe in fuga. Eppure fra
i bianchi non c'era soverchia inquietudine: il clichè, lo
stereotipo di una Singapore imprendibile permaneva in molti di
loro e poco importava se s'era dovuta distruggere la base
navale costata tanti milioni, affondare i bacini galleggianti, far
329
saltare quelli fissi, incendiare l'arsenale. Al Raffles e al Tangling
Club si continuavano a servire frequentatissimi cocktails e a
danzare elegantemente, inappuntabilmente vestiti, e sui fianchi
ed in cima al Bukit Timah la vita scorreva facile, lussuosa come
sempre. I faccendieri come John erano tranquilli, erano certi
infatti che sarebbero stati utili anche ai nipponici e, i milioni,
l'abilità negli affari, nella conduzione di piantagioni e fabbriche,
avrebbero costituito uno scudo impenetrabile; e gli indigeni,
che avrebbero avuto ancor meno da temere, tanto peggio di
così..., invece soffrivano e morivano fra tutte le privazioni
immaginabili.
E i giapponesi si lanciarono alla conquista dell'isola dove ancora
una volta mancava una guida militare illuminata. Il generale
Percival aveva infatti concentrato i due terzi di forze, ancora
superiori al nemico, a difesa della zona ad est della diga di
Johore, convinto che gli uomini gialli avrebbero utilizzato per lo
sbarco le banchine della base navale, mentre la parte ovest,
difesa da un velo di truppe, era considerata impenetrabile
perché fittamente coperta di mangrovie e di liane rampicanti.
Come se queste potessero costituire un serio ostacolo per
uomini che avevano viaggiato per settimane rinchiusi in stive
quasi senz'aria, con meno di due metri quadrati ogni tre soldati,
fra il tanfo ammorbante di latrine debordanti e con la razione
giornaliera composta di un mastello di riso e d'orzo. Erano gli
stessi uomini che avevano superato le insidie della giungla e
che ora si sarebbero dovuti arrestare per le mangrovie e le
liane. Invece furono proprio questi vegetali che permisero loro
330
di penetrare nell'isola in modo quasi coperto, praticamente
invisibili. E fra un vento violento, terrificante e una pioggia fitta
che impallinava il terreno, fra lampi che squarciavano il cielo
del torbido tramonto e dell'oscurità sinistra della notte e tuoni
che superavano per fragore ogni artiglieria, conquistarono la
collina dei bianchi. E di lì nella quiete dell'alba sentirono gli
scoppi delle mine con le quali gli inglesi fecero saltare i potenti
pezzi da 380 -giganti che non avevano sparato un colpo- e
poterono ammirare in un'orgia mistica gli ippodromi, i campi da
golf, i terreni di cricket, la centrale del latte nuovissima, la
fattoria-modello con i suoi bianchi lindi recinti, i magnifici
bungalows in mezzo ai prati verdissimi perfettamente tenuti, e
Singapore, e il mare che brilla, la loro Gerusalemme!
331
CAPITOLO XXII
Fu un John in piena forma, dal maschio sorriso trionfante, che
rimise piede con l'aria da padrone a Templemore. Un basso
colonnello giapponese l'accompagnava e con lui Luana,
l'adolescente Michele junior, che rassomigliava in modo
impressionante al bisnonno, l'esile Marianna e il robusto Gary,
scesero dalla spaziosa Dodge accolti con grande rispetto e un
perfetto presentat'arm dal plotone nipponico di guarnigione
nella grande estates.
Kamusug e i capi cinesi, daiacchi e malesi erano a riverirlo
mascherando il malumore e la paura che un tale ritorno
suscitava in loro che si erano mostrati tanto felici quando Paul
aveva assunto l'amministrazione e la direzione dell'azienda. Alle
loro spalle, con diversi sentimenti e atteggiamenti, Grea con
Gregory e Betty, e Cynthia con i piccoli Peter e Still. Gli ordini
dal comando di Kuching erano stati categorici: tutti avrebbero
dovuto precipitarsi a ricevere il nuovo incaricato dell'impero del
Sol Levante, soprintendente alle piantagioni e ai pozzi di
petrolio nel Sarawak. Linda, Margaret, i figlioli e le signore
bianche del piccolo Stato s'erano raccolte all'Astana dove nella
grande sala dei ricevimenti avevano omaggiato il nuovo
padrone. Non si era mostrato arrogante, John, tutt'altro:
gentile, affettuoso, comprensivo e s'era informato se avevano
subito danni nello sbarco, nella piccola battaglia e
332
nell'occupazione che durava ormai da più di due mesi. Risposte
unanimi e di convenienza: no, nessuna, qualche paura, ma poi i
giapponesi erano stati cortesi con la maharani e le mogli dei
proprietari, anche se i mariti erano fuggiti tutti e non si sapeva
se ancora vagassero sui monti, nella fitta giungla, o si fossero
rifugiati all'estero sotto la protezione australiana e americana.
La stessa cosa, se gliel'avesse chiesta e fossero stati davvero
liberi di parlare, non avrebbero potuto affermare gli uomini di
colore e le famiglie, sottoposti ad un giogo e costretti a lavorare
ancor più indefessamente del solito per un pugno di cibo e
senza percepire alcuno stipendio.
Il cielo non lasciava spazio al sole, coperto com'era da una fitta
cortina di spesse nubi e l'afa incombeva costringendo i presenti,
lontano dai ventilatori e dalle delizie dei bagni di mare, a
detergersi in continuazione, mentre macchie di sudore
andavano slargandosi sui bianchi vestiti di tela. Era la calura o
l'emozione? Grea abbracciò il cognato e i capelli color tiziano gli
solleticarono il viso, mentre le sode, piene, abbronzate braccia
lo avvolgevano e gli suscitavano, non meno dello sguardo
invitante e sensuale, vecchi eccitanti ricordi. Cynthia invece era
composta, seria, le braccia coperte, l'abito accollato ed aveva
raccolto in una crocchia i biondi capelli ed eliminato ogni ombra
di trucco, ma era bella ugualmente, forse ancora di più, e le
sofferenze, gli anni trascorsi, l'avevano fatta più donna. John le
si avvicinò e le fece una rapida, possessiva carezza
mormorandole parole dolci. Poi, con aria imperativa, la invitò a
cena nella vecchia grande casa contornata dagli alti ombrosi
333
alberi del pepe e dalle splendide orchidee in una rigogliosa
fioritura dai mille tenui colori. La sua vecchia stanza accentuò la
soddisfazione di John, ma la presenza acida, ingombrante,
anche se dimessa, di Luana lo infastidì. Con quale piacere
l'avrebbe lasciata a Singapore nell'abitazione del suocero! Ma il
generale Kondo gliela aveva imposta quando l'aveva ricevuto al
comando e, aperto un dossier conservato in una cartella rossa,
s'era immerso in una attenta lettura per poi scrutarlo
profondamente, i piccoli occhiali sollevati sulla fronte, ed infine
dirgli:
"Mister Caracciolo, sappiamo tutto di lei e della sua famiglia, la
sua origine italiana, uno dei grandi Paesi nostri alleati, la sua
abilità d'uomo d'affari, la sua comproprietà della maggiore
estates del Sarawak e le preziose informazioni trasmesse ai
nostri agenti di Lavander Street. Sono convinto che ci possiamo
fidare di lei. Come pensa di poter servire il nostro imperatore?"
E lui pronto -erano settimane se non mesi che ci pensavasnocciolò
il desiderio di tornare a Templemore per riassumere
la guida dei suoi affari.
"I tempi sono cambiati, mister Caracciolo, ora non sono più suoi
affari, ma del grande Giappone; sebbene in questi casi noi
concediamo una cointeressenza, su Templemore ed una
provvigione sulle altre aziende che intendiamo affidarle, come
le estates della Dunlop, le più piccole piantagioni e il complesso
dei pozzi petroliferi. Quando la guerra, che gli americani ci
hanno costretto a fare, sarà terminata, l'azienda tornerà sua.
Parta quindi al più presto e mensilmente darà conto del suo
334
operato al nostro ufficio produzione. Naturalmente condurrà
con sé moglie e figli".
S'era fermato al Comando per oltre un'ora a discutere dei
dettagli e poi era tornato nell'anticamera dove suoi colleghi
proprietari l'avevano accolto con diversi atteggiamenti e sir
Marlow l'aveva apertamente accusato di collaborazionismo e
tradimento. Folle irresponsabile, l'inglese, non aveva capito
nulla dei nuovi tempi e delle potenze emergenti. Non che lui
fosse convinto - non era un pazzo- che il Giappone potesse mai
invadere l'America, come Port Arthur non aveva mica
significato un'invasione della Russia; ma, perbacco, una pace
prima o poi sarebbe sopravvenuta e al Giappone sarebbe
rimasto l'impero asiatico che si era conquistato. E poi, che
importava a lui dell'Inghilterra, della Francia o dell'America? In
definitiva era cittadino di uno Stato che, prima della
recentissima invasione, era indipendente o giù di lì. In fondo
poi, se proprio si fosse voluto approfondire la sua posizione, la
sua origine europea era italiana e l'Italia non era alleata, non
combatteva al fianco di Germania e Giappone contro le
plutocrazie occidentali? Aveva così tacitato l'inglese, qualche
altro e la sua coscienza. E con gusto aveva visto poche ore
prima Douglas e Sinatra (che lo avevano proditoriamente
abbandonato al prevalere di Paul) spintonati verso il campo
prigionieri. Ma avrebbe dovuto condurre con sé Luana e i figli!
Per Michele jr e Gary era contento: a loro un giorno sarebbe
passata la guida e la proprietà di Templemore, ma di Luana non
sapeva proprio cosa farsene; di donne ne avrebbe avute fin
335
troppe e ben più eccitanti, come Grea e Cynthia e magari Sue,
se il tempo e i numerosi marmocchi eurocinesi non avevano
continuato a deformare quel corpo al quale per tanto tempo
s'era dissetato. Per Marianna era incerto. Sì, le voleva bene, era
pur sua figlia, ma il comportamento e il fisico troppo gli
ricordavano Luana, quasi alle soglie della pazzia e davvero
opportuni erano stati i sedativi che il medico le aveva prescritto
da qualche tempo e massicciamente rinforzato negli ultimi
giorni dell'attacco nipponico. Quei bombardamenti intensi e
strazianti, le enormi volute di fumo attraversate dalle fiamme
dei depositi di carburante incendiati, quella specie di neve nera
e bruciante, che cadeva senza soste, e i torrenti dell' uragano
quotidiano, gli interi quartieri divorati dalle vampe rosso vivo il
cui odore acre non riusciva a sopraffare quello della
putrefazione degli escrementi e dei cadaveri in
decomposizione, avevano accentuato le ansie e le paure della
donna che aveva sposato.
Di Cynthia, di Grea, di Sue, di Luana, dei figli e persino della
madre, ormai cronicamente malata e depressa e quasi sempre
rinchiusa in un autoconfinamento nella vasta stanza da letto fra
un ricamo mai concluso e la collezione di farfalle, non s'era più
occupato in quello scorcio di giornata trascorso, in un'esaltante
beatitudine, fra gli uffici nel bungalow, i capannoni e le distese
di hevea. Era questo il suo vero elemento, non altro; le donne
solo un corollario alla sua energia, uno sfogo alla sua
prepotente sessualità. Dette ordini, modificò prassi introdotte
da Paul che non aveva mai approvate, verificò, decise, convocò
336
in un ansioso programma che prevedeva giorni e mesi d'intensa
attività. Infine, stanco, sedette a capotavola nella vasta sala da
pranzo come negli antichi bei tempi e quasi non si accorse della
gamma di sentimenti che, palpabili, gli ruotavano intorno e
presto si ritrovò, per la prima volta in due anni, in un sonno
lungo, profondo, disteso.
Non erano pero trascorse due settimane che il desiderio di
vendetta riemerse prepotente: erano troppi, incessanti,
ossessivi i segni, gli accenni all'attività, alla gestione del fratello,
tanto diversa dalla sua, e i larvati ricordi lo irritavano oltre ogni
misura. A nulla valsero, se non a qualche momentaneo
appagamento, gli incontri, la ginnastica sensuale e sessuale
ripresa con Grea quasi da dove li avevano lasciati, ed un solo
desiderio s'impose imperioso: conquistare Cynthia, tornare a
farla sua e non per una sola volta.
Percorse veloce e deciso la scalinata che conduceva alla villa del
Capo e bussò violento. Una cinese, forse una nipote del defunto
Ciàng, aprì e venne sospinta all'interno dal nuovo padrone che
avanzò come una furia verso il soggiorno e lì, vide Cynthia con
l'adorabile testa bionda, i meravigliosi occhi verdi che
sembravano rivaleggiare con il mare spumeggiante oltre la
vetrata. Le gambe accavallate delineavano i delicati polpacci e
le caviglie sottili, abbronzate, di un colore oro fuso: quanto era
bella e desiderabile! Le si avvicinò, le cinse il collo e la baciò
dolcemente sulla bocca morbida. La donna si alzò d'un balzo e
si allontanò, presto fermata dalla porta chiusa. Sdegno, odio
337
profondo, timore comparvero negli occhi, nell'atteggiamento.
"Come ti permetti, vigliacco, vai via da casa mia!"
"Perché mi tratti così, Cynthia? Non dirmi che hai dimenticato
quei meravigliosi momenti a Sematan quando sei stata mia e
sei stata felice di esserlo".
"No, non l'ho dimenticato, miserabile, che hai approfittato di
un attimo di sbandamento..."
"Sbandamento? No, Cynthia, non era sbandamento, ma
piacere. Si, perché tu hai provato piacere. Sai, non sono un
bambino, so quando una donna corrisponde e le piacciono le
attenzioni d'un uomo. Vieni, dobbiamo, possiamo riprendere
da dove abbiamo lasciato. Io ho bisogno, tu hai bisogno,
dobbiamo tornare a stare insieme". Le si avvicinò e le abbracciò
le morbide spalle, la mano sinistra dietro la nuca, accostò
irresistibilmente la bocca alla bocca di lei. Per un attimo pensò
di aver avuto partita vinta e la mano sali al seno fremente, poi
piccoli adorabili pugni lo percossero al volto e il corpo di lei
sgusciò lontano, a stento trattenuto dalla sua mano possente.
"Sei una sporca carogna, John, stammi lontano, non ti
permettere più di tornare qui. Sì, lo ricordo, lo ricordo quel
giorno e ancora ne ho schifo... di me, di te..."
"E no, ragazza, non puoi trattarmi così, non ti costrinsi allora,
ho accettato e sopportato quando nei giorni successivi mi
sfuggivi, mi guardavi trattandomi come un essere immondo, ma
quell'essere immondo t'era piaciuto e solo la tua educazione
parrocchiale, la paura di tuo marito ti costringevano ad
assumere un atteggiamento che non sentivi, che non potevi
338
provare. Ma ora siamo qui soli senza ostacoli e non puoi
mostrarmi ciò che non senti. Sei bella, adorabile, desiderabile
ed hai bisogno di un uomo, un uomo forte che ti stia vicino, che
ti ami, che ti faccia provare…"
"Nulla, nulla mi farai provare, sei un vigliacco, approfitti
dell'assenza di Paul, della sua coerenza, mentre tu sei solo uno
sporco collaborazionista!"
Un violento manrovescio la proiettò in terra e subito John fu su
di lei e, in una furia tempestosa, le incominciò a strappare i
vestiti, a toccarla, a frugarla. Il corpo che si dibatteva divenne in
un attimo passivo, ogni energia concentrata nella voce che
risuonò terribile, sprezzante, come non ne aveva mai sentite:
"Bravo, sei davvero un uomo, John Caracciolo, sai approfittare
di una donna indifesa, sei davvero un grande conquistatore,
amatore; evidentemente solo così sai conquistare una donna.
Avanti, avanti, consuma le tue conquiste! Avanti, avanti,
prosegui. Tu e un animale siete la stessa cosa!"
Qualcosa non quadrava nell'idea che si era fatto e per un
attimo allentò la presa e lei riuscì a svincolarsi, a sgusciare via e
ad aprire e a rinchiudersi alle spalle la pesante porta e John
senti chiaramente, nel silenzio rotto solo dalla risacca, il
chiavistello girare nella toppa. Fece per lanciarsi contro, tentare
di sfondarla, poi vi si accostò e con tono non alterato, ma
deciso e sicuro:
"Abbiamo tempo, Cynthia, non sono quell'animale che dici ma
non credi. Tanto tempo, ed io ti starò accanto per sempre,
dovunque, e tu sarai nuovamente mia e non solo per un'ora, un
339
giorno. Rifletti, ti converrà, pensa a te, al tuo corpo, alla tua
mente... ai tuoi figli".
Era irritato il proprietario, ma in definitiva non troppo e poi
quella pelle di lei, la sua bocca, le sue forme sottili, ma sode e
dolci, le sentiva ancora su di lui, entro di lui, incancellabile
polverina dei suoi sensi, dei suoi desideri. Doveva pazientare,
cambiare o alternare tattiche, lei non poteva sfuggirgli, e
l'attesa avrebbe reso più piacevole l'approdo. D'altra parte, e se
ne era sempre reso conto, Cynthia non era come le donne che
aveva avuto finora, e il pomeriggio di Sematan era stato solo
una fortunata e fortuita coincidenza, un attimo di
sbandamento. Sì, così aveva detto lei quando l'ira non consente
di raccontar bugie. Sbandamento di che? Dei sensi o di profondi
e sotterranei contrasti con il marito? Doveva indagare,
verificare, forse lì era la chiave per averla consenziente e non
coglierla solo con la forza. Poteva, sapeva fare ben altro lui!
Doveva vendicarsi di Paul e goderne la moglie in modo
completo, facendola innamorare, o quantomeno esserle più
che gradito.
Cynthia era sdegnata e avvilita e piangeva riversa sul letto
spiegazzando il lenzuolo, il cuscino. L'ansia per Paul lontano, del
quale non sapeva più nulla, la violenza volgare subita, la
prospettiva di mesi di tormento e... perché no, la ... sua
debolezza. Sì, perché, non poteva nasconderselo, un qualche
piacere aveva in definitiva provato e il ricordo di Sematan non
era stato del tutto seppellito. Il fisico forte, maschio, il sesso
prepotente, che aveva avvertito durante la lotta, l'avevano
340
scombussolata suscitandole remote passioni, oscuri desideri.
Quel calore che a un certo momento aveva sentito sprigionarsi
dal suo corpo, dalla sua mente l'aveva turbata oltre ogni dire.
Maledetta carne, maledetta sensibilità, ed ora cosa avrebbe
fatto, come difendersi dallo spadroneggiante cognato? 'Non
debbo più uscire', si disse, 'e qui debbo tenermi vicina la tata o
una domestica; ma basteranno?', la sgomenta domanda. 'Allora
so io cosa fare. Sì, munirmi della pistola! E già, così avverrà
come nel dramma dell'autore italiano che ho letto. No, debbo
cavarmela con lo scherno, con il disprezzo, con l'indifferenza.
Ecco come! ... Ma di me sono sicura?' E riaffondò il capo fra le
coltri e lo risollevò d'un tratto, con un'ansia terribile: 'E se John
sapesse delle condizioni di Paul e di chi è il bambino? Ma no,
chi potrebbe mai dirglielo? Fantasmi, Cynthia, è la tua
debolezza, l'insicurezza di te, dei tuoi sensi che ti fa temere
l'impossibile. Su, sii donna, sappi mantenere la promessa che
un giorno hai fatto. Un errore si può anche commetterlo, due
no!' Si sollevò e tornò ad occuparsi della casa e dei bambini.
341
CAPITOLO XXIII
Meravigliosa fu per John la primavera del '42. Non che qualcosa
cambiasse nell'equatoriale clima del Sarawak, ma quei mesi che
per buona parte del mondo caratterizzano la più bella delle
stagioni, per lui rappresentarono la rinascita, il trionfo e tanto
gli ricordarono il periodo eccezionale alla fine degli anni Venti
quando potè imporre la sua intraprendenza, il suo coraggio e la
sua abilità a Singapore, Londra, Akron e New York. Oggi, come
allora, si sentiva padrone delle sue forze, della sua salute, della
sua virilità, della sua destrezza e sembrava che nulla potesse
seriamente opporglisi.
Spadroneggiava per tutto lo stato bornese, disponeva e
decideva a piacimento fra l'approvazione degli ufficiali
giapponesi che gli mostravano rispetto e considerazione,
sempre pronti ad avallare ed appoggiare ogni sua disposizione.
Grea e Sue lo accoglievano con gioia quando si ricordava di loro
e non c'era donna di Kuching che non fosse disposta, magari in
cambio della concessione di qualche vantaggio per sé e per i
figli, ad essere sua. Quando decise, già molto prima della
caduta di Singapore, d'iniziare ad avere rapporti con i nipponici
e quando incominciò a collaborare a viso aperto, era vero,
doveva ammetterlo, qualche perplessità lo aveva tormentato.
Non era del tutto certo che gli inglesi cedessero con tanta
rapidità o che gli americani, una volta coinvolti, non reagissero
342
con violenza per ripristinare lo status quo nel sudest asiatico.
Ma non era stato così: dopo Singapore gli uomini del Sol
Levante avevano occupato saldamente Giava, le isole della
Sonda, la Birmania, l'Indonesia, Sumatra e le Filippine, ed erano
financo sbarcati nelle Aleutine. Inoltre il possente attacco
aereo-navale nell'isola di Ceylon era sembrato quasi un'ideale
congiunzione con le altre truppe dell'Asse che occupavano il
Nordafrica fino a pochi chilometri da Alessandria, e il
Nordeuropa fino a Leningrado, mentre i sommergibili tedeschi
affondavano nell'Atlantico milioni di tonnellate di naviglio
mercantile alleato. Nulla sembrava potesse più frenare lo
strapotere della coalizione dove intelligentemente si era
inserito. Ma, in fondo, un impedimento al suo totale trionfo
c'era: Cynthia, che non aveva dato alcun segno di cedimento
nonostante il vero e proprio assedio di fiori e di ingenui
bigliettini amorosi inviatile anche più volte al giorno. Sembrava
che l'esperto uomo d'affari fosse tornato uno scolaretto alle
prime armi. E la verità non era tanto lontana, perché il
sentimento per la cognata stava assumendo sempre di più la
connotazione di un primo amore, intervallato, come per una
rivalsa, da violentissimi scoppi d'ira che lo spingevano a volte a
precipitarsi alla villa del capo Datu per cercare di forzare con le
cattive la volontà della donna che lo stava facendo impazzire e
che (ma ne era poi certo?) gli corrispondeva senza il coraggio e
la spregiudicatezza per ammetterlo. L'unico risultato di questo
agire dissennato fu dì costringere Cynthia, che non sapeva più
cos'altro fare, a rifugiarsi dalla suocera nella grande casa. Mary
343
se la ritrovò una mattina nella sua stanza agitata, le gote
arrossate, gli occhi spaventati, i capelli e i vestiti in disordine e
sollevò lo sguardo stanco dal ricamo che le giaceva in grembo.
"Mamma, scusatemi se sono costretta a chiedervi una grazia.
Dio solo sa se avrei voluto causare in voi, tanto ammalata,
ancora fastidi e dolore"
"Perché, cosa è successo, mia cara.., hai forse avuto notizie di
Paul.... è forse morto?"
"No, che Dio ci guardi, non è questo. Di Paul e degli altri, per
quanto abbia chiesto a servi fidati, non sono riuscita a saper
nulla"
"E allora cosa c'è, Vergine benedetta.., forse Peter, forse Stili
stanno male?"
"No, e vi chiedo rifugio e debbo, voglio confidarmi con voi..",
con voce rotta dalle lacrime le raccontò del suo contrasto con
Paul, del suo momento di abbandono con John e del vero e
proprio assedio e delle tentate violenze del cognato da quando
era tornato da Singapore.
Un silenzio spesso, palpabile, rotto soltanto dal frusciare delle
grandi pale del ventilatore a soffitto che rendeva appena meno
afosa l'aria irrespirabile di una giornata caldissima. E lo sguardo
terribile di Mary che la scrutava con triste disapprovazione.
"Ah, Dio, perché hai voluto punirmi ancora. E' la maledizione di
Templemore che da sempre mi perseguita. No, non da sempre,
da quando ho mentito a mio padre, da quando ho permesso
che Michele lo scacciasse come un mendicante costringendolo
a finire i suoi giorni solo e triste in una casa di riposo in Irlanda,
344
ed io, sua unica figlia, ero qui fra balli, ricevimenti e denaro a
bearmi del corpo dell'italiano! Tutte le vergogne ho subito e
sopportato per quel corpo, per una consapevole accidia.
Margaret rovinata, John che si comportava peggio del padre,
Linda che ci snobbava, criticava ed aveva un amante sotto gli
occhi del marito, Tom ridicolizzato da Grea che se l'intendeva
con John, e marmocchi d'ogni colore. Dio mio, tutto sapevo e
non facevo nulla, ma Paul no! Per Paul mi opposi, finalmente
una boccata d'aria pura! Ed ora anche tu, tu che credevo degna
del mio figliolo. Uno sbandamento? Ah, sgualdrina!" e crollò
sulla poltrona, mentre il telaio e il ditale rovinavano in terra con
un rumore stridulo, ripetuto per il rotolio interminabile
dell'oggetto metallico.
Cynthia si precipitò verso la suocera, la sollevò, le fece
annusare i sali, svitò con impeto la boccettina del medicinale
che, per l'ansia, l'ira e il cruccio, cadde in terra in pezzi
spandendo il liquido chiaro. Piombò alla porta e chiese aiuto a
Surama che s'involò rapida e silenziosa verso la piccola farmacia
e, sostituitasi a Cynthia, s'adoprò efficacemente per far
ritornare in sé la padrona. Il medico malese fu convocato e si
trattenne a lungo al capezzale dell'inferma, mentre Cynthia si
dannava per il rimorso, ma anche per la rabbia di non aver
detto tutto quello che poteva a sua discolpa. E in definitiva,
proprio completamente incolpevole non si sentiva, non tanto
per il triste episodio di Sematan, ma e principalmente, per quel
sottile piacere che aveva avvertito già dal primo giorno della
ricomparsa del cognato. Infine, il medico l'assicurò che quegli
345
attacchi non erano infrequenti in Mary, causati com'erano più
dal nervosismo che da malattia coronarica. Cynthia si riavvicinò
timorosa e prese fra le sue la mano diafana di Mary e lo
sguardo della suocera le penetrò come un trapano fino in fondo
al suo cuore e al suo cervello.
"Grazie dottore, grazie Surama, ed ora lasciatemi, vi, prego, con
mia nuora... No, via, grazie, penserà lei a me"
"Mamma, perdonatemi..."
"Ora mi dirai, mi spiegherai perché mio figlio, il migliore dei
miei figli, non ti bastava, perché l'hai tradito autorizzando ora
quell'assatanato di John ad accampare diritti su di te"
"Nulla, mamma, miserie d'esseri immondi come me, ma ora
voglio salvarmi, per questo sono venuta da voi, per chiedervi la
grazia di accogliermi nella vostra stanza. Qui John non si
permetterà d'infastidirmi. Mamma, vi giuro, credetemi, fu
quella sola volta e mai più, e Paul lo sa e mi ha perdonato..."
"C'è dell'altro, sono sicura che c'è dell'altro e tu ora me lo
confesserai. Non temere, sai, per me. Sono ... sono diventata
più forte di quello che tu creda. Devi dirmelo, voglio che tu me
lo dica se desideri il mio aiuto. Parla, te lo ordino per mio
figlio!"
Dispiaceri, ansie, tensioni, disperazioni accumulate per anni ed
intensificatesi negli ultimi mesi scoppiarono come un uragano
che tutto investe, satura, oscura, per poi alla fine lasciare
un'aria tersa, purificata. Così Cynthia, senza più ritegno o
remore, confidò ogni cosa alla suocera, da Sorrento a Zurigo, da
Sematan alla dolorosa chiarificazione con Paul, dall'angoscia
346
della nuova gravidanza alla nascita di Still, e il pianto delle due
donne s'unì come l'acqua di due affluenti che si cercano, per
poi scorrere uniti in un comune dolore fra sponde alte,
rocciose, alla ricerca d'un lago sereno, d'un porto tranquillo.
Il trasferimento di Cynthia e dei figli nelle stanze di Mary al
primo piano della grande casa, se da una parte li pose al riparo
dalle incursioni di John, era destinato a suscitare clamorose,
illazioni, pettegolezzi, non solo fra la servitù, ma e
principalmente fra le cognate che non tardarono a recarsi, una
dopo l'altra, in visita alla suocera. Tutto osservavano con occhi
vigili, pronte a cogliere il benché minimo mutamento
d'espressione, il più impercettibile dei segni che confermasse
quanto si mormorava sempre più apertamente. Cynthia non
era mai stata amata da loro e Mary l'avevano quasi
dimenticata; il vederle ora accomunate da un'unione salda,
inflessibile, gli sguardi stranamente simili come segnati da
analoghe tragedie, se da una parte le gratificava nei sentimenti
più ignobili, le lasciava anche inappagate ed invidiose. Una
Mary insolitamente attiva ed energica era pronta a respingere
ogni intrusione, qualsivoglia domanda tendenziosa e la tacita
minaccia di essere estromesse per sempre da quelle stanze le
faceva accorte a non spingersi troppo oltre, ma ad affinare le
arti diplomatiche e salottiere per cercare con l'aria più
innocente del mondo di giungere a qualche risultato
soddisfacente. Era un gioco di fioretto, toccata e fuga, che non
di rado produceva un'intensa colorazione rossa sulle belle
347
vellutate gote di Cynthia, o chiazzature bluastro su quelle
incavate, e sciupate dai tempo e dalla vita, di Mary.
Chi non sapeva darsi pace era John. Il trentatreenne uomo
d'affari, l'individuo abile e spietato sembrava regredito ad uno
stato adolescenziale. Scoppi d'ira, ordini pronunciati con
violenza inutile e sproporzionata, più dure disposizioni alla già
dura vita nei villaggi cinesi, malesi e daiacchi, un negare
ingiustificato di permessi o iniziative alla residenti bianche dello
Stato, un isterico alzar di voce con dipendenti e famigliari, fino
a giungere a non curarsi più di tanto dei rapporti con il
comando nipponico di Kuching.
Spesso s'aggirava inquieto sotto le finestre della donna che lo
stava facendo impazzire, nella speranza, quasi sempre vana, di
poterla scorgere sia pure di sfuggita, e intervallava brutali
rapporti sessuali con Grea e Sue a lunghi periodi di assoluta
incuria e di totale rigetto d'ogni loro tentativo di tenerezza.
Quando si recava nella capitale, a volte entrava da padrone
nelle case dei tecnici petroliferi dove trovava donne e
marmocchi che l'osservavano spaventati e qualcuna di loro, se
non tutte, pur di ottenere un aumento di razioni alimentari o
delle bottiglie di whisky o le ancor più desiderate e ormai quasi
introvabili sigarette, erano pronte a prostituirsi e a
precipitarglieli fra le braccia. Quasi sempre le respingeva,
qualche altra volta invece era su una di loro, le strappava i
vestiti e rapido violava difese inesistenti per poi, sollevatosi
dalle coltri molli, madide, gettare a mo' di compenso un
pacchetto di morbidi cilindri di carta e tabacco di produzione
348
giapponese senza degnarle di un saluto, di uno sguardo.
Sembrava impazzito e si arrovellava nel non sentirsi più
padrone di sé stesso. Era amore quell'inquietudine, o la
frustrazione di una sconfitta che di giorno in giorno si faceva
vieppiù palpabile? Non poteva, non riusciva a comprenderlo:
non aveva mai amato donna. I suoi amori erano sempre stati gli
affari, il comando, il potere, il denaro! Sovente era tentato di
percorrere lo scalone della grande casa, sfondare quelle porte a
lui sbarrate, affrontare la madre e afferrare Cynthia e condurla
via. Cosa aveva da perdere? Proprio nulla: Luana abbrutita dai
sedativi non avrebbe potuto opporglisi, Grea con i suoi
ammaliamenti, il suo bel corpo, i capelli gli occhi gli sguardi
sensuali, non lo influenzava più di una qualsiasi meretrice, e
Sue in definitiva non aveva mai contato molto e tanto meno ora
deformata dalle numerose gravidanze. E i figli? Magari Michele
jr avrebbe potuto rappresentare qualcosa per lui se non fosse
stato, nelle mansioni che ormai gli aveva affidato nell'azienda,
troppo dolce, troppo signore con i suoi modi di fare che, gli
dicevano, somigliavano tanto a quelli del bisnonno, il
compianto mister Mallow, del quale ancora qualche vecchio
indigeno raccontava nelle calde afose serate di Templemore. Sì,
avrebbe dovuto sfondare quelle porte e rapire Cynthia, ma uno
strano incredibile pudore, un qualche remoto complesso di
colpa lo costringevano a marcare il passo di fronte alla madre.
"Mister Caracciolo, la prego, ne ho bisogno. Ho quattro bambini
che sono costretti a fare la fame. Anche il comandante Hondo,
dal quale mi sono recata per l'ennesima volta, mi ha detto di
349
rivolgermi a lei. Non l'ho mai fatto prima, ma ora davvero non è
più possibile tirare avanti. Cibo, medicine. Ecco, guardi questa,
me l'ha prescritta il medico dell'ospedale per il mio Jim che ogni
notte ha la febbre a quaranta. Se vuole, lei può farla venire da
Singapore o da Tokyo, la prego"
"Kotta, fai uscire la signora e non ammettere più nessuno
stamane. Esca!"
"E no, non può trattarmi così! Non può essere tutto cambiato in
sei mesi! Mio marito era dirigente della Esso ed ha fatto molto
anche per i pozzi di petrolio della Rubber Caracciolo, i suoi
pozzi. Ricorda quando ci fu quell'incendio? Chi fu


Ultima modifica di Bruno il Sab Giu 29, 2013 7:32 pm, modificato 2 volte
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MessaggioTitolo: Re: LA MALEDIZIONE DI TEMPLEMORE (Caucciù), romanzo di Bruno Cotronei   Sab Giu 29, 2013 7:52 pm

Chi fu capace di
spegnerlo? Migliaia e migliaia di sterline le ha fatto risparmiare,
percodiavolo..."
"Ma fu pagato, esca!" e indicò alla giovane bionda truccatissima
Erinni, nei ridicoli bermuda più deturpanti che valorizzanti le
belle gambe abbronzate, la porta con fare annoiato ed irato al
tempo stesso, mentre Kotta l'aveva afferrata per il braccio
costringendola a muoversi.
"Non mi toccare, sporco malese! Io sono amica della signora
Cynthia, ho delle cose da dirle, non se ne pentirà! Mi faccia
parlare, ma da soli".
Un lampo nello sguardo assente. Cynthia, solo il nome lo faceva
fremere, e cosa aveva da confidargli quella pettegola? "Fermo,
Kotta, lasciaci soli, ti richiamerò io". La osservò, le fece cenno di
sedere, la fissò intensamente.
"Parli, non ho tempo da perderete"
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"Dio mi fulmini se le avrei mai detto ciò che mi è stato
confidato, se non mi trovassi in questa situazione disperata. Ma
lei deve promettermi..."
"Non prometto nulla, parli!"
"Mi farà avere ciò che le ho chiesto?”
"Non accetto ricatti, mistress Bray. Se ciò che mi dirà risulterà e
riguarda davvero Cynthia, vedrò di accontentarla. Se fosse una
sua abile mossa per..."
"No, mister Caracciolo, glielo giuro sui miei figli, le sconvolgerà
la vita, mi creda". Sedette, il volto rosso e sudato, il trucco che
si scioglieva ed incominciava a tingere di nero le guance.
Accettò la sigaretta, aspirò profondamente e iniziò:
"Nell'ottobre del trentanove incontrai Cynthia appena uscita da
una visita di controllo in ospedale: era incinta e..."
"Cosa c'è di strano, aspettava Still".
"Non è, non poteva essere figlio di Paul, era figlio suo, mister
Caracciolo".
Un sobbalzo sulla sedia, schiacciò furiosamente la sigaretta nel
portacenere.
"Lei è una sporca bugiarda, come fa a dirlo, che ne sa di me e di
Cynthia?"
"Ero la sua migliore amica e... ricorda l'incidente che suo
fratello ebbe durante il viaggio di nozze? Ebbene…"
L'incredibile storia, la speranza, la gioia, il timore d'essere
turlupinato, la visita al medico e al notaio che avevano raccolto
le confidenze di Paul , il costringerli a forza a parlare, l'apertura
di uno squarcio d'intenso azzurro in quel cielo cupo, il
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sentimento che montava irrefrenabile a vette mai raggiunte e
l'auto che divorava la strada verso Templemore e l'arrestarsi
incerto sotto gli alberi del pepe. C'era silenzio, quel silenzio
irreale dell'ora di sosta e i lavoranti si disperdevano sotto gli
hevea, dietro i capannoni, e le macchine tacevano, i motori
erano fermi e s'udiva il vento frusciare fra le foglie, tentar di
smuovere nubi oppressive, un raggio che forava la coltre e
picchiava proprio li, o gli sembrava, su quei balconi difesi dalle
pesanti persiane, e poi Peter che fece capolino sulla balconata e
trascinava per mano Still. Come aveva fatto a non notano
finora? Le due teste tanto diverse: biondo, Peter; bruno, Still.
Come si poteva essere tanto ciechi? e la voce del sangue?
Letteratura, ma fino ad un certo punto perché era la voce
dell'amore che guidava e attraeva verso una donna e il mondo
che le ruotava intorno; e il sesso, pur importante, era ben
misera cosa. Cosa fare? Nuove sconosciute dolcezze
raggiunsero il suo cuore. Non doveva usare la forza, proprio no,
ora sapeva e qualcosa di davvero solido lo univa, lo legava
indissolubilmente all'unica donna che aveva amato. Allora
come agire? Vagava intorno perplesso. Provò a metter piede
sulla veranda, s'arrestò, tornò indietro, guardò su, indietreggiò
e si ritrovò nel chioschetto delle orchidee. Si sedette, si sollevò,
e finalmente si diresse deciso verso la grande casa. Non salutò
nessuno, imboccò lo scalone e fu davanti alla porta proibita. Un
attimo, doveva calmare i battiti accelerati del cuore, poi bussò
piano, quasi temesse di rovinar tutto e principalmente il nuovo
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sentimento che provava e che gli causava un piacere fino ad
allora ignoto.
La porta si schiuse e apparve Mary, severa, repulsiva.
"Non entrerai qui, John, già te l'ho fatto riferire. Dovrai
uccidermi per farlo..."
"Ma, mamma, non è come credi, non sono il John che pensi.
Voglio parlarti, chiedere il tuo consiglio. Sono anch'io tuo
figlio…"
"Ora te lo ricordi, va' via, via!"
"No, mamma, calmati... Debbo, ho bisogno di dirti che Cynthia
è una donna coraggiosa, una ragazza eccezionale. Se tu
sapessi...e una cosa ci unisce, ma senza sua colpa. Vedi, Paul. .."
"Miserabile, so, so tutto e tu come al solito non hai fatto che
approfittarne. Sempre, da quando eri piccolo, come un
avvoltoio sei piombato su chi era in difficoltà ed hai preso ciò
che hai voluto. Mi fai schifo, via, via di qui!"
La mano di John afferrò la maniglia e la strinse
spasmodicamente fino a spezzarla. No, non doveva reagire,
doveva mantenersi calmo, non poteva rovinare ancora una
volta ogni cosa. Infilò la mano nella tasca e abbozzò un sorriso
umile.
"Non pensi che Cynthia abbia diritto di sentire cosa ho da
proporle e decidere? Se è vero che sei sicura di te, di lei, di
tutto, perché non mi permetti di parlarle? magari qui, senza che
io muova un passo dentro le tue stanze."
"No!"
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"Hai sbagliato molte volte, sei tu che lo dici. Non hai paura di
sbagliare ancora? Tu che mi accusi di aver coartato e
sopraffatto la volontà degli altri, vuoi incorrere nello stesso
errore? Pensaci un attimo, mamma"
Mary sembrava colpita, dubbiosa. Abbottonava e sbottonava le
maniche guarnite di merletto e infine:
"Attendi, voglio parlarle"
Minuti interminabili come ore, e infine Cynthia fu li, davanti a
lui, i begli occhi verdi bagnati di lacrime, il fazzoletto martoriato
fra le mani, la voce tremante, alterata.
"Chi ti ha detto, chi si è permesso di..."
"Cynthia, cara, poco importa chi. Ciò che conta è che io sappia,
che ti ami e che voglia vivere con te e con nostro figlio. Ce ne
andremo lontano da qui, noi e i due bambini, perché Peter sarà
per me come Still. Sono cambiato, sai, non sono più il John che
conosci, che tutti conoscono. Ti giuro, è la prima volta nella mia
vita che provo queste sensazioni, salvami, non lasciarmi…"
"Tu, proprio tu parli d'amore. E Paul?"
"Poveretto non è, non sarà mai un uomo per te, se non è
morto nella fuga. Senti..."
"Come osi tu dire questo?, lui è il mio uomo e uomo non
significa ciò che pensi tu. Uomini come te se avessero la
menomazione di Paul sarebbero finiti, lui no. Non è fuggito, ma
si è allontanato per non piegare la testa come te a nefandezze,
al collaborazionismo. Padrone qui, schiavo con il nemico. Ma
che uomo sei tu, mi fai schifo; mai, mai sarò tua, mai ti affiderò
i miei figli. Basta, basta. Se davvero vuoi bene a tuo figlio, uno
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dei tanti tuoi figli, lo ricordi, vero? lascialo in pace e con lui
lascia in pace me e il figlio di Paul!"
Uno schiaffo in pieno viso, ombre di fuoco, lingue d'inferno, il
balenar d'una saetta fra nuvole d'uragano. Allora tutto aveva
sbagliato, non c'era comprensione per lui. Era vero, era così,
non si deve cambiare natura, non far tornare l'acqua al monte,
non trasmutare la rotazione dei pianeti. Lui era John Caracciolo
e tale doveva rimanere! Coerentemente doveva agire, sempre
ugualmente grigio e bestiale, sterco succhiato dall'umida terra,
se la gente questo pensava e avrebbe pensato sempre lui, così
l'avrebbe avuto! Spalancò la porta, spinse d'un lato Cynthia,
rovesciò la madre fattaglisi incontro nel tentativo di opporsi e si
precipitò nella stanza da letto dei bambini. Sollevò in un attimo
il piccolo Still e con lui, sorpreso e poi frignante, ritornò alla
porta e allontanandosi urlò:
"Questo è mio figlio e me lo prendo. Starà con me e, se lo vuoi,
Cynthia, devi volere anche me, sì, anche me, per ributtante o
schifoso che sia. Kotta lo sorveglierà ogni minuto e lo ucciderà
pur di non lasciartelo!"
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CAPITOLO XXIV
Un vero e proprio inferno per Cynthia: spilli infuocati infilati
nella pelle, coltelli di ghiaccio nelle membra e nel corpo. Il
lettino vuoto della sua creatura, giocattoli abbandonati,
indumenti da riporre senza uno scopo, inutilizzati, e il dubbio,
quel terribile dubbio angoscioso su cosa le convenisse fare, su
cosa sarebbe stato giusto decidere per i suoi figli. Forse, se si
fosse trattato solo di Still non avrebbe avuto dubbi e l'amore
materno sarebbe prevalso sulla dignità e la coerenza, e il suo
diritto di donna ad una scelta libera dettatale dal cuore, dai
sentimenti. Tutto le sembrava ingiusto: la punizione che
l'aveva, appena risvegliata alla vita piena completa, privata di
un elemento tanto importante per l'equilibrio fisico e mentale;
la guerra che le aveva portato via chissà per quanto, forse per
sempre, un marito che, nonostante tutto, amava; e il rapimento
del figlio, di quel piccolo essere che aveva voluto tanto
fortemente da rischiare ogni cosa. Eppure, tranne l'esecrabile
episodio di Sematan, s'era sempre comportata da moglie
onesta, innamorata. Era stata una buona madre, un'amorevole
nuora, una padrona più che umana. Una sola volta aveva
errato. Ebbene, era giusto pagare così caro lo sbaglio di un
momento? A nulla valeva lamentarsi, bisognava decidere, e
nessuno la poteva aiutare. Nemmeno Mary, che era ripiombata
in un'abulia interrotta da pianti silenziosi, che si consumavano
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sulla poltrona davanti alla finestra dalla quale non si muoveva
per ore e ore, a volte per intere giornate. No, non poteva
contare su nessuno; da sola avrebbe dovuto risolvere i
problemi, i quesiti che l'affliggevano ininterrottamente.
Still era nella villa del capo Datu, protetto e custodito da una
tata, numerose serve, da Kotta e da cani feroci ed insonni. Più
volte Cynthia vi si recò, ma fu decisamente e irrispettosamente
respinta. Si tratteneva ore dietro i cancelli e cercava di scorgere
il suo bambino, di consolarsi quantomeno alla sua vista, sia
pure da lontano. Ma le fitte siepi le impedivano ogni possibilità
di vederlo, e solo una volta riuscì ad ascoltarne la tenue voce
presto rotta in un acuto interminabile pianto. No, non poteva
più resistere e attese John e si umiliò oltre ogni dire
ricavandone solo un dileggio cattivo, e il dictat senza
alternative:
"Se vuoi nostro figlio, devi volere anche me!"
Quante volte tornò, quante volte pregò, quante lacrime pianse?
Non lo ricordava più e il John nuovo, quell'uomo che -lo
riconosceva- non aveva saputo prendere per il verso giusto,
sembrava morto per sempre a meno di un lampo di tenerezza
che attraversava veloce quei suoi baluginanti occhi neri, per poi
scomparire o trasformarsi in un'aria sarcastica, cattiva,
vogliosa. E mani predaci l'afferravano, la frugavano, cercavano
di piegarla ad una volontà libidinosa che respingeva dapprima
debolmente e poi con forza per fuggire via disfatta, impaurita,
disperata. Dai giornali di Singapore, da quelli nipponici, dalla
radio cercava di sapere come la guerra si andasse evolvendo e il
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risultato era sconfortante. Si, è vero che l'avanzata giapponese
era stata arginata, e che in Europa e in Africa qualcosa
incominciava a volgere a favore degli Alleati, ma erano piccole
cose e nulla al momento sembrava incrinare seriamente il
prevalere dell'Asse Tokyo-Berlino-Roma, Si ritrovava, dopo
quelle letture e quegli ascolti deprimenti deludenti, a maledire i
potenti americani che con una nazione tanto grande forte ricca
non riuscivano ad aver ragione di popoli inizialmente privi di
materie prime e con un apparato industriale tanto inferiore. E i
fuggiaschi del Sarawak dov'erano? s'erano salvati? Era mai
possibile che di un regnante, per quanto da operetta come
Charles Vyner, non si parlasse o non si scrivesse mai?
Sicuramente la sua sorte era stata condivisa da Paul. Forse, a
ripensarci, che non si nominasse il rajah era tutto sommato
positivo, perché, se fosse stato ucciso o fatto prigioniero, la
propaganda nipponica, tanto attenta a sfruttare ogni occasione,
l'avrebbe riferito ad edificazione, sia pure microscopica,
dell'impero del Sol Levante. E Paul dov'era? A qualche centinaio
di chilometri o lontano migliaia di miglia? Sicuramente, non
aveva dubbi, pensava a lei e ai bambini, ma cosa poteva mai
fare un essere solo fra una tempesta di dimensioni mondiali e
fra l'altro privo di soldi? Come avrebbe voluto averlo vicino! ma
cosa avrebbe potuto fare se fosse rimasto rinchiuso in un
campo prigionieri? Fuggire, uccidere John? Ne sarebbe stato
capace, ne era il tipo? Poteva un uomo colpito nella virilità
agire in modo deciso, coraggioso? Ma cosa diceva, cosa
pensava, cosa dubitava. Era sessualità, non virilità intesa come
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coraggio e forza d'animo, e Paul aveva dimostrato con le sue
ire, con l'improvviso allontanamento di John come sapesse
comportarsi da uomo, e una sua frase le ritornò alla mente:
"Sarei capace di uccidere, ricordalo! E se qualcuno osasse darti
fastidio, non dimenticare che sono capace di difendere con una
forza che nemmeno immagini la mia famiglia!" Si, era vero, ne
era convinta, ma se fosse stato accanto a lei libero, non
lontano, costretto alla macchia o nell'impossibilità di ritornare.
*****
Paul era sfinito non meno dei compagni d'avventura per il
lunghissimo, massacrante, pericoloso viaggio che nel
sommergibile lo avrebbe condotto dapprima alle Hawaii e poi a
San Francisco in California. Un interminabile tragitto, quasi
sempre in immersione, in quegli angusti asfissianti locali
metallici, dove o stai seduto o devi procedere rasentando muri
e tubazioni, dagli strani misteriosi rumori, e devi avanzare a
capo, se non addirittura a schiena china. Spaventosa era stata
la visione di Pearl Harbor, ridotta ad un cimitero di navi e ad un
ammasso di attrezzature portuali contorte, distrutte, inutili e
dove militari non facevano altro che raccontarti dell'improvvisa
prolungata azione dei caccia Zeke, dei bombardieri Vals e degli
aerosiluranti Kate che avevano straziato Ford Island, Hickam
Field, Wheeler Field e Battleship Row, trasformando la pacifica
pura luce del mattino in un fantasmagorico tragico inferno di
nubi di fumo rossiccio, esplosioni, fiamme galleggianti da
invadere il mare, l'universo. Gli sguardi, le impressioni erano
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ancora attoniti, impauriti, ma improvviso emergeva un lampo
d'ira, di vendetta. Non c'era tempo d'occuparsi di loro nel
frenetico disordinato attivismo. Cosa poteva interessare a
quegli uomini in divisa, testimoni del più grande disastro
militare americano, del remoto sconosciuto Stato del Sarawak e
del suo malfermo e malandato rajak. Li avevano impacchettati
e spediti a San Francisco dove si viveva ben altra atmosfera,
non da frontiera ma da città immensa, calma non appena ti
allontanavi dal porto, ed ognuno dei fuggiaschi di Kuching
aveva preso la sua destinazione: il consolato britannico Charles
Vyner e Walter Hanter, le proprie antiche sedi i tecnici
petroliferi, e nessun punto di riferimento Tom e Paul. Quasi
totalmente privi di denaro, si rivolsero via telefono ai dirigenti
Firestone e Goodyear, dove peraltro la Rubber Caracciolo
Company non godeva più crediti, ma qualche debito (la
produzione dell'ultimo anno risultava pagata e non
consegnata), e tutto ciò che ottennero fu l'offerta di modesti
posti in ranghi intermedi. Era questa la realtà dura del mondo
del lavoro statunitense ed i fratelli si ritrovarono soli nella buia
stanzetta presa in fitto nella metropoli californiana, fra negri e
cinesi ai quali erano del tutto indifferenti. Tom avrebbe,
abituato da sempre a subire e chinare il capo, voluto accettare
il posto ad Akron, ma Paul non voleva arrendersi: doveva
reagire, applicarsi in un lavoro appagante che gli impedisse di
pensare alla moglie e ai figli lasciati laggiù a Templemore, preda
dei giapponesi e dei loro fair play -se ne, avevano- con donne e
bambini. Più volte s'era rimproverato di non averli condotti con
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sé, ma bastava guardarsi in uno specchio per rendersi conto
dell'irragionevolezza di un simile rimorso: smunti, malaticci,
afflitti da tremiti, con una grande fame e bisogno di cure e
vitamine. No, non sarebbe stato possibile che donne e bambini
avessero potuto superare gli stenti dei giorni di marcia nella
giungla e quelli tesi, asfittici nel grande sigaro metallico in una
promiscuità da incubo che era costata la vita a due dei loro
compagni di fuga. Ritornare per ora non era nemmeno
pensabile, bisognava solo investire i pochi soldi in medicine e in
robuste bistecche per cercare di riprender salute ed energie.
Milioni di persone e il benessere erano intorno a loro, eppure la
condizione nella quale si accingevano a dibattersi era quella
degli emigrati in California nel periodo della grande crisi del
Ventinove, tanto efficacemente descritta -ricordava Paul- da
Steinbeck nelle sue opere immortali e nelle quali mai, quando
avidamente le leggeva, avrebbe lui, figlio di un ricco e
proprietario egli stesso, pensato di ritrovarsi immerso fino al
collo. E forse per la prima volta provò simpatia e comprensione
per Michele, il padre, quando, solo e naufrago, dovette
arrangiarsi per sopravvivere ed emergere. Non c'è -pensava- in
determinate condizioni da far troppa filosofia, ma una sola
crudele realtà. Scrupoli, rigore morale forse erano riservati ai
ricchi, a chi ha la vita facile, a chi magari può permettersi
d'arrovellarsi su una maggiore o minore potenza sessuale o
sull'accettare o meno le profferte amorose di Ai-lan, di una
Grea o di una Luana. Quando il bisogno, la miseria incombono
c'è solo da darsi da fare e senza tentennamenti. Iniziò quindi,
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non appena senti le forze rifluire nel giovane corpo, ad
informarsi per una sua collocazione presso l'industria
produttrice della gomma sintetica.
In America, al contrario della Germania e dell'Italia, il problema
della possibile mancanza di fonti di caucciù non era stato
avvertito, s'era solamente provveduto alla creazione di una
riserva strategica di seicentomila tonnellate -lo sbandierato
stockpile- di gomma naturale, e la voce di Paul e di altri tecnici
poteva pallidamente essere presa in considerazione solo ora
che i giapponesi s'erano impadroniti di quasi tutte le maggiori
fonti d'approvvigionamento. In effetti esisteva uno stabilimento
di gomma sintetica alla periferia di Los Angeles che utilizzava un
tipo di copolimero che dava risultati simili alla conosciuta buna
S di matrice tedesca, ma si trattava, agli albori del '42, di povera
cosa con tecnici in abbondanza. Non c' era ovviamente posto
per Tom (la produzione non superava le mille tonnellate
annue); ma per lui, con il suo titolo universitario e le sue
esperienze, sì e fu assunto come tecnico ricercatore. Lo
stipendio non era superiore a quello prospettato dalla Firestone
per un lavoro di routine per la produzione di pneumatici, ma
qui avrebbe potuto occuparsi dell'amata gomma sintetica. Così
i fratelli, in una fredda mattina di febbraio, furono costretti a
separarsi: Tom partiva per la più lontana Akron e Paul per Los
Angeles.
Che strana analogia con i suoi primi mesi ad Oxford. Qui, come
lì, una condizione di estraneità: mondi diversi, usi tanto
differenti dal suo, ma un lavoro affascinante, sia pure molto
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meno organizzato del reparto ricerche che tanto
amorevolmente aveva messo su a Templemore. Avvertiva di
essere, per cognizioni, anni avanti al direttore del settore nel
quale lavorava, ma non poteva dirlo, non poteva mostrarlo. La
sua origine italiana, i suoi modi troppo signorili per i rudi
americani e la voce, ormai diffusasi in tutta La fabbrica, del suo
recente passato di milionario e proprietario, lo resero presto
oggetto di crudeli frecciate. Qui come ad Oxford non passò
molto che venne bollato come fascista e soprannominato
'Mussolini', anche se la fuga davanti all'invasione nipponica
avrebbe dovuto tacitare gli stupidi colleghi.
Faceva miracoli sul suo banco fra storte e provette, ma ogni
collaborazione di gruppo gli era praticamente preclusa. Non
mangiava alla mensa, ma, riempita la guantiera al self service,
preferiva, o ne era costretto, ritirarsi in un angolo abbandonato
o nel cortile all'aperto a consumare vivande e veleno. La sera,
nell'oscurità delle strade immense dei sobborghi della
metropoli tentacolare, percorreva più di un miglio alla fioca
luce di lampioni appannati per l'oscuramento, per raggiungere
la stanza nel dissestato casamento abitato da cinesi ed europei
d'origine italiana o mittleuropea. Qui c'era un calore umano,
possibilità di fraternizzare, ma la sua posizione di tecnico, la sua
educazione e cultura facevano velo e trovava rifugio solo nei
testi specializzati o di studio dei quali si era rifornito dopo
essersi informato all'università. Non poteva più leggere i
romanzi, i suoi autori prediletti, troppo le vicende raccontate lo
avrebbero fatto riflettere sulla sua condizione, sul suo incerto
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futuro e sulla lontananza e mancanza d'ogni notizia dal
Sarawak.
Quante volte nel clima mite mediterraneo della California,
dove aranci e limoni crescevano un po' dovunque, ricordava
Sorrento, il suo amore per Cynthia e l'incidente e il dopo, la
nascita piena di gioia di Peter e quella travagliata e colma di
riserve di Still. Allora si ritraeva e cercava di dormire, di non
pensare, ma il suono di una radio, di un vicino cinematografo,
delle rimbombanti moto d'immensa cilindrata cavalcate da
giovani sprizzanti. energia e fiducia, lo tenevano sveglio a
rimirare sperduto le enormi distese di quella grande opulenta
terra, e lacrime spuntavano, a malapena respinte, fra le
palpebre e, unica salvezza, si precipitava sui testi universitari.
Ma non si poteva vegetare, non ci si poteva estraniare dallo
stato reale quando i mesi passavano senza che nulla nella
situazione militare facesse prevedere una soluzione in tempi
brevi per poter mettersi in contatto con la famiglia. Sembrava
che il presidente Roosvelt avesse optato per la precedenza
all'Europa rispetto al fronte asiatico e ciò faceva pensare, se e
quando tutto fosse andato bene, a tempi lunghi, ad interi anni
perché il Borneo ritornasse libero. Doveva quantomeno
avvicinarsi, trasferirsi in Australia e poi di lì, da clandestino e
con qualsiasi mezzo, tentare di rientrare nel Sarawak,
conoscere la situazione nella quale versavano i suoi cari, ed
adoperarsi per aiutarli. Era una pazzia, non se lo nascondeva,
eppure doveva tentare, ma per farlo ci volevano soldi e non
pochi, sia per la prima che per la seconda fase. Doveva
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procurarseli, non poteva oltre rinviare. Chiese due giorni di
permesso e si recò in visita a Charles Vyner a San Francisco.
L'incontro con il cognato, sempre alloggiato presso il consolato
inglese, fu scoraggiante e deprimente. Un vecchio lo accolse
con gentilezza: capelli completamente bianchi dove qualche
rado ciuffo era tutto quel che rimaneva dei lussureggianti e
curatissimi boccoli d'un tempo, e folti arruffati baffi
nascondevano le labbra serrate intorno al sigaro dal quale la
cenere cadeva inavvertitamente sui pantaloni qua e là
bruciacchiati. Lo ascoltò attentamente, comprese le sue ansie,
le sue angosce, non dissimili dalle sue, ma -affermò con
tristezza infinita (e forse per la prima volta ebbe un'esatta
immagine della realtà)- lui ora non era più un rajah sul suo
trono, bensì un povero vecchio appena tollerato per ciò che un
giorno lontano forse avrebbe potuto ancora rappresentare. No,
non aveva soldi, né poteva chiederne ed era solo, praticamente
abbandonato finanche da Walter Hanter, che gli aveva fatto
buona compagnia ma da tempo era partito per rientrare in
Inghilterra.
"Dobbiamo solo attendere e sperare in Dio", concluse
rassegnato congedandolo con un prolungato umido bacio.
Alla fine di ottobre una ventata d'entusiasmo pervase gli
americani. Nel lungo, duro braccio di ferro con i giapponesi a
Guadalcanal., avevano registrato considerevoli successi ed
inferto gravi perdite al nemico. Giornali titolavano su nove
colonne usando caratteri cubitali. Anche il mondo del cinema
intendeva celebrare l'avvenimento, e documentari sull'America
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che produceva vennero sfornati in serie. Non c'era stabilimento
industriale con qualche attinenza alla fabbricazione di prodotti
utilizzati per la guerra, che non venisse invaso da agitate e
prepotenti troupe di registi, operatori, microfonisti e diecine di
altri dei quali non si comprendeva bene il compito. S'infilavano
dovunque e filmavano, utilizzando migliaia di metri di pellicola,
ogni cosa. Un giorno capitarono anche nel laboratorio ricerche
dell'azienda dove Paul era chino in un complicato esperimento
su un nuovo additivo elasticizzante. Uno scrittoio venne presto
spinto da parte per lasciare spazio ad un'abbagliante lampada
dietro la quale un operatore filmò uno spumeggiante
giornalista mentre poneva domande ai chimici (Paul compreso)
"Ai quali spetta un compito non meno importante dei nostri
militari, dei nostri dirigenti e dei nostri operai che uniti
s'adoprano instancabilmente per la vittoria della nostra patria
in guerra"
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CAPITOLO XXV
"Hei, Ray, chi è quel giovane Adone?"
"Quale Adone?"
"Ma che cavolo di regista sei? Non dirmi che non te ne sei
nemmeno accorto. Fai tornare dietro il film… guarda, quello lì,
quello che non vuol parlare e poi solleva il capo e osserva
l'obiettivo trasognato. Si, quello biondo chiaro con tutti quei
riccioli. Guarda che viso bello e interessante, lo sguardo
profondo, intelligente, sofferto, tutto zigomi, rughe, la bocca
sottile… ed eccolo in piedi, è alto, una bella figura snella ma
muscolosa: è una specie di Gregory Peck e di Van Jonson fusi
insieme. L'hai visto? E come hai fatto a non segnalarmelo? o la
guerra ti ha fatto dimenticare che produciamo film,
lungometraggi con storie d'amore. Immaginalo in una divisa
d'ufficiale di marina o d'aviazione. Dio, che debbo pensare a
tutto io? che debbo fare il regista e lo scopritore di volti nuovi
oltre che il produttore? Ma, insomma, parla, ammetti?"
"Sii, mister Kanna..."
"E allora, porca puttana... Helen, Helen, vieni qui, guarda. Torna
indietro. Guarda quello dai riccioli, quello alto... Sì, quello, ti
piace?"
"Huum, buono! Se sapesse recitare..."
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"Ma tutti io ho i peggiori collaboratori? Che significa recitare,
perché i belli dello schermo lo sanno o lo sapevano fare? …Ray,
voglio sapere tutto di lui entro stasera, hai capito?"
"Un momento, mister Kanna, qualcosa la faccio anch'io! Smith,
Smith, portami i nomi e i dati di quelli delle fabbriche che
abbiamo filmato e intervistato lunedì l'altro. Sì, film 18, l'ultima
parte, quella nel laboratorio"
"La fabbrica di gomma sintetica?"
"Si, fai presto!"
"... Ecco, no, il numero cinque, si ... è Paul Caracciolo, è un
chimico nato nel Sarawak, e dov'è?"
"Helen, dov'è il Sarawak?"
"In Asia, sotto le Filippine, nel Borneo, un'isola, ed è uno stato
indipendente sotto la protezione inglese. E' stato occupato dai
giapponesi"
"Ma lui è inglese o che?", intervenne impaziente il grosso
Kanna.
"Con quel cognome direi che è d'origine italiana"
"Ah, e che c'importa, cambiamogli nome. Telefona e convocalo
subito"
Paul fu investito da una specie di tornado che presto vinse ogni
resistenza. Fu praticamente impacchettato, infilato in una
luccicante Cadillac con tanto di autista gallonato, un'attiva
quanto attraente segretaria di produzione, due ometti che non
gli lasciavano nemmeno il tempo di respirare, e condotto nel
quartiere formato da bassi edifici e da larghe strade e viali
alberati tutti diramantisi dal famoso Sunset Boulevard e sotto la
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collina di Beverly Hills. Ad Hollywood, insomma, la mecca dei
cinema di cui lui stesso aveva tanto sentito parlare e da dove
partivano, dopo esservi stati prodotti, film che anche a Kuching,
oltre che a Singapore erano stati, prima dei giapponesi,
continuamente proiettati. Helen, la segretaria, gli spiegò, o per
meglio dire lo indottrinò, che Hollywood, ovverosia bosco degli
agrifogli, era inizialmente un semplice ranch e poi un villaggio
dove da New York e da Chicago registi e produttori s'erano
trasferiti attratti dai clima e dal paesaggio che rendeva, con la
sua varietà, facile e poco costoso girare gli esterni, ed ora lui
veniva condotto nello stabilimento, o meglio studio
cinematografico, della Warner alla presenza del grande mister
Kanna che s'era interessato a lui.
"Soldi, Caracciolo, molti soldi se supererà i provini, e la
notorietà".
Poi, senza nemmeno dargli il tempo di ribadire, giù a chiedergli
chi era, dove e quando era nato, che lavoro aveva fatto, e la
meraviglia, lo stupore più genuino, dopo aver visto il triste e
povero casamento di diseredati dove abitava, nel sentire che
era, era stato ricco e aveva diretto da amministratore una
grande holding. Poi la bolgia dello studio, il ronzio della
macchina da presa, i grandi risplendenti perforanti riflettori, la
giovane e bella attrice con il volto coperto di cerone che lo
abbracciava e lo baciava, il lussuoso immenso ufficio di Kanna, i
sigari profumati che venivano accesi e spenti in continuazione,
la massa di cortigiani che intorno al produttore si muoveva
incessantemente ed il contratto e i soldi, migliaia e migliaia di
369
dollari, che gli venivano promessi per un lavoro all'apparenza
facile e breve, e, infine, le. firme sotto i fogli dattiloscritti che un
avvocato leggeva così rapidamente da non fargli capire nulla; e
la corsa alla sua stanzetta, il riempire la valigia, il farsi condurre
passivamente in una villa bella seppur non grande dove un
cameriere gli preparava il bagno mentre gli indicava una specie
di palazzo con muri alti, intervallati da istoriate cancellate, e un
parco, che sembrava quasi l'Astana, dove, gli diceva, abitava il
famoso Charlie Chaplin.
Una sola cosa Paul percepì con estrema chiarezza sì da
trascurare i dettagli di tutto il resto: avrebbe in breve tempo
potuto disporre nuovamente di molto denaro. Avrebbe in
definitiva potuto attuare il suo pazzo programma di avvicinarsi
e poi tentare di raggiungere Cynthia, Peter, Still e Mary, la sua
famiglia, i suoi cari dei quali tanto sentiva la mancanza. Il film,
dal titolo non ancora stabilito, raccontava la storia di un
pacifico giovane studioso con la sua famiglia e il suo lavoro di
inventore. Schivo, riservato, tutto dedito alla ricerca e contrario
ad ogni violenza, d'improvviso, dopo l'attacco vigliacco e
proditorio di Pearl Harbor, s'indignava e si schierava in difesa
della patria, della democrazia ed entrava nell'aviazione di
marina, e dalle portaerei compiva una serie d'eroiche azioni
contro i maledetti piccoli uomini gialli per ritornare ferito, ma
non domo, fra le mura domestiche dalle quali si allontana, dopo
una fiera convalescenza, per riprendere un'incessante azione
contro il nemico che sarebbe stato sconfitto. Il tutto condito
370
con una casta storia d'amore con un 'ausiliaria e il sottofondo di
musiche dolci e l'inno trionfante della marina americana.
Un lavoro ossessivo, stressante, con scene (magari due battute
o un bacio) ripetute anche venti, trenta volte ed un'azione
promozionale che lo vedeva protagonista o comprimario in
party, visite a campi d'addestramento di giovani militari,
celebrazioni di microsuccessi americani in Nuova Guinea o di
sostanziosi risultati, come quello di Eisenhower a Tunisi.
Doveva presenziare con il viso fiero, ma anche dire qualche
salace battuta -imparata a memoria e ripassata cento volte- ai
danni del nemico e danzare con attrici, mogli di combattenti e
figlie di senatori.
Non ci volle molto perché tutta Hollywood scoprisse il nuovo
astro nascente, dal nome d'arte di Paul Cary, in un periodo in
cui stelle di prima e seconda grandezza, volontari o richiamati,
davvero vestivano la divisa dell'esercito, dell'aviazione o della
marina e quindi erano lontani sui fronti di battaglia o nelle basi
militari. La sua bellezza, un misto fra la latina e la nordica, gli
occhi verdi intelligenti, i riccioli quasi albini e in più l'aria
riservata, un po' impacciata, di chi è costretto a far cose che
non gli piacciono, e la profonda tristezza che gli traspariva dallo
sguardo e dal tono sommesso della voce, non solo procurarono
presto a Paul una massa di fan, ma gli attirarono gli appetiti
smodati e tutt'altro che casti delle cosiddette signore di
Hollywood.
Attrici nel pieno del successo o sul viale del tramonto, mogli di
registi, di produttori, di attori famosi facevano a gara
371
nell'invitarlo, nel coinvolgerlo in gite o in party intimi. La più
insistente era Gina Merlow, quarantenne, bruna, dagli occhi
grandi come albicocche, che ancora riscuoteva successi, sia
pure non esaltanti come qualche anno prima. Paul aveva più
volte rifiutato i suoi inviti, aveva trovato plausibili scuse quando
lei, con la bianca decappottabile, si recava a prenderlo
sull'immenso cancello della Warner. Ma Kanna, che lo aveva
saputo, lo rimproverò aspramente e, alla sua risentita e dura
risposta, esibì il contratto dove, fra le cento clausole, era
prevista una penale grande quanto il compenso totale se
avesse boicottato ogni occasione pubblicitaria, e l'interesse
tanto manifesto della famosa attrice indubbiamente lo era.
Di malavoglia e con timore, proprio quando la parte che
impersonava nel film incominciava ad andargli a genio, il duro
impatto con le regole hollywoodiane lo sgomentò, ma fu
costretto a subire. E Gina s'impadronì di lui e lo condusse nella
sua villa silenziosa e solitaria sulla grande bianca spiaggia dove
smorzate e musicali giungevano le lunghe onde del Pacifico. Lo
baciò appassionatamente avviluppandolo nelle braccia forse un
po' troppo piene e lo attirò sul letto, lascivo come quello di una
prostituta, coperto da una trapunta rosa, per poi scomparire
improvvisamente nel bagno tutto decorato in rosa con la vasca
a forma di cuore sistemata al centro e contornata da un
tappeto di pelliccia. Ritornò avvolta di veli e lo riattrasse sul
letto baciandolo senza concedergli respiro.
"Basta", riuscì a boccheggiare Paul.
372
"Non potrai mai averne abbastanza di me", sussurro seducente
Gina mentre tentava di giocherellare con il sesso di Paul.
"Devo andare", protestò debolmente lui. "Ho la scena da girare
e tu vuoi costringermi a trascurare le mie responsabilità".
"Capisco", mormorò lei comprensiva. "Ma noi possiamo fare
faville insieme, potremmo fare qualcosa di speciale".
"Dillo a Kanna se ci fa girare insieme"
"Ma che capisci, sciocco. Cosa m'importa del cinema, è a noi
due come persone, come uomo e donna, che mi riferisco".
"Ho moglie e figli e li amo"
"Ah, sei un ragazzo adorabile. Sono lontani e noi siamo qui e...
non sarebbe un peccato. Vieni, prendimi" e si denudò con
mossa rapida e lasciva.
Paul s'alzò, e fece un balzo indietro inseguito ed abbrancato
dalla famelica attrice che incominciò a strappargli la camicia e a
sbottonargli i pantaloni.
"Ma, tu sei finocchio? Che moglie e figli!"
"No, ma non mi piace..."
"Ah, non ti piace, ecco, lo dicevo. Ragazzo, nessun uomo mi ha
mai rifiutato. Li ho sempre fatti impazzire e nessuno normale è
mai rimasto inerte".
"Vado via", disse deciso Paul, e uscì dalla stanza e dalla villa
raggiunto da un: "Finocchio, impotente, lo dirò a tutti, pezzo di
merda! "
Ed ecco il problema ritornava: il suo incidente, la sua incapacità.
E aveva accettato di fare l'attore, imbecille! Ma se avesse
potuto accontentarla, se il suo sesso fosse stato come ai tempi
373
del viaggio di nozze quando aveva reso felice l'unica donna
della sua vita, si sarebbe lasciato andare con Gina? Chissà!
Inutile pensarci, avrebbe dovuto evitare il ridicolo, lo scandalo,
anche a rischio di pagare la penale. Cos'altro c'era da fare?
In aprile il film uscì sugli schermi e alla prima, nel più grande
cinema di Los Angeles, fu acclamato dagli agghindati ospiti. E,
non appena fuori dal locale, da migliaia di persone che
intendevano anche festeggiare l'uccisione in combattimento
del famoso ammiraglio giapponese Yamamoto e il felice
andamento della guerra in Africa e in Russia. Perché Paul, per
gli ingenui fruitori del mezzo cinematografico, della radio e dei
patinati settimanali, rappresentava l'eroe casalingo, il prototipo
del forte, tranquillo uomo americano che solo se provocato si
scatena e travolge tutti con coraggio e gagliardia. E non solo la
parte recitata nel film, ma anche la sua storia vera, che l'ufficio
stampa della produzione s'era affrettato a far conoscere, la
storia di chi non s'era voluto inchinare ai nipponici ma aveva
preso la via dell'esilio per poi in qualche modo combatterli.
Un'ondata di popolarità lo avvolse: il film, proiettato in
contemporanea in tutte le città degli Stati Uniti, stava
riscuotendo vasti consensi e il volto nuovo, saggiamente
pubblicizzato in precedenza, faceva addirittura impazzire le
donne americane e sembrava non dispiacere agli uomini per
quella mancanza di aggressività sessuale che veniva
chiaramente avvertita.
Più di folli passioni, Paul Cary suscitava il sentimento
indubbiamente più duraturo presente in ogni donna, la
374
maternità, il desiderio di cullare, vezzeggiare, proteggere,
consolare quel ragazzo tanto bello e dallo sguardo triste e
pensieroso.
A Beverly Hills, alla Warner centinaia di lettere incominciarono
a giungere, un gruppetto di fan entusiaste attendeva per ore il
suo passaggio sulle porte dello studio cinematografico o sul
cancello della villa, e una miriade di stelline dal fisico
prepotente, dallo sguardo avido prese ad assediarlo ad ogni sua
apparizione in pubblico o nei party esclusivi. Due nuovi film
furono subito annunciatj da Kanna, con Paul come
protagonista, con ruoli più o meno analoghi al primo,
vanificando ogni speranza di avvicinamento al Sarawak. Il
contratto infatti, così stordìtamente firmato, lo vincolava e il
compenso, pagato a meta e quasi completamente assorbito dal
mantenimento dell'abitazione e del personale di servizio -
un'altra delle tante clausole contrattuali-, non gli dava
nemmeno quell'autonomia finanziaria sulla quale aveva
contato. Sì, indubbiamente al termine del suo rapporto con la
Warner avrebbe potuto disporre dì un'ingente somma, ma
quando? Solo se fosse rimasto senza girare nuovi film per oltre
due mesi o alla scadenza dell'impegno di due anni.
Paul si dannava, ogni sua lucidita mentale sembrava essere
scomparsa da quando in quel triste giorno del dicembre 1941
aveva dovuto abbandonare Templemore. Eppure in passato era
stato tanto in gamba da riuscire a scalzare un uomo d'affari
della forza di John e s'era fatto valere nei rapporti con i
filibustieri della finanza di tutto il mondo e poi, giunto in
375
America e rimasto solo e depresso, aveva firmato praticamente
ad occhi chiusi un contratto capestro per uno che dal cinema
non aveva cercato altro che un immediata disponibilità di
denaro.
Si diede da fare, cercò prestiti per raggiungere l'Australia e li
ottenne, ma non il permesso di lasciare gli Stati Uniti: Kanna
non glielo consentì e fece valere, nei riguardi delle autorità, il
peso di quel documento vincolante. Ma, alle minacce dì Paul al
suo mostrarsi deciso a pagare la penale (anche se questa
avrebbe assorbito ogni suo guadagno), promise di lasciarlo
libero alla fine dei due film già programmati. Incominciò quindi,
con la morte nel cuore e un senso d'inutilità e d'incapacità, a
ritornare sul set per girare stucchevoli scene spezzettate dai
continui prepotenti ordini del regista che non era mai contento
e imponeva ripetizioni in continuazione, esasperate dal caldo,
un'estate afosa frammista a pioggerelle che rendevano la pelle
madida, attaccaticcia, fra uno sciogliersi di cerone, una doccia e
un nuovo pesante trucco. E dal Sarawak nessuna notizia, e dal
fronte asiatico solo stentati successi, al contrario del fronte
europeo dove sia i russi che gli angloamericani segnavano
significativi progressi.
Non c'era arrivo di reduci dal Pacifico che Paul non seguisse, e si
precipitava ad interrogarli, ma, mentre nelle Filippine un'attiva
resistenza di partigiani faceva conoscere abbastanza ciò che
succedeva, dal Borneo nulla. Nè riusciva a penetrare i segreti
dello spionaggio, che pur doveva conoscere qualcosa.
Nemmeno la radio giapponese, tanto solerte nel propagandare
376
le notizie dai territori occupati, sembrava interessarsi del
Sarawak che risultava un quadrante di infima importanza per
tutti i contendenti.
Altro costante tormento per il giovane erano le donne.
Sembrava una sorta di maledizione. Da ragazzo fino al
matrimonio, dall'incidente ad ora. Dive e stelline più che
disponibili, ma mai da lui corteggiate, sempre di più davano
l'immagine di un uomo non normale, sia pure senza poter
portare a conferma alcun episodio omosessuale. Non una storia
sentimentale dell'attore Cary, nessun vizio e nemmeno
un'attività più che logica in un uomo ventisettenne che invece
si macerava in oscuri desideri risolti, per non impazzire, in
rapidi episodi d'autoerotismo. Ciò che era successo con Gina si
era ripetuto altre volte, nonostante Paul facesse di tutto per
evitarlo, e sessualmente era rimasto inerte fra la delusione e
l'ira di donne belle, corteggiate che si ritenevano irresistibili, e
la storia del marito felice era ormai divenuta stucchevole e
controproducente, anche per i lettori dei settimanali che
incominciavano a disinteressarsi di lui. Un obiettivo, per quanto
bello e desiderabile, finisce presto per stancare quando è
totalmente irraggiungibile, né ci si può identificare con la
fortunata che era tanto lontana e dall'immagine del tutto
sconosciuta sì da sembrare del tutto inesistente. E Kanna corse
ai ripari, inventando di sana pianta, con la complicità di stelline
compiacenti e retribuite, tenui storie amorose. Ma
nell'ambiente ormai Paul era considerato un individuo
asessuato e presto, dopo un moltiplicarsi di tentativi che
377
pungolavano l'amor proprio delle più grandi amatrici, fu
abbandonato e deriso. Un calvario per Paul, uno dei tanti, e
Kanna lo riconvocò e cercò di carpirne il segreto, e alla fine
seppe, e un medico di luminosa fama confermò.
378


Ultima modifica di Bruno il Sab Giu 29, 2013 8:10 pm, modificato 1 volta
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MessaggioTitolo: Re: LA MALEDIZIONE DI TEMPLEMORE (Caucciù), romanzo di Bruno Cotronei   Sab Giu 29, 2013 7:54 pm

CAPITOLO XXVI
"Mamma, svegliatevi, non fate così".
"La maledizione, la maledizione, papà, perché ti ho tradito? Ho
colpa, sì, ho colpa, ma perché non mi perdoni? Ah, si, la mia
accidia, la mia incapacità, nemmeno mio nipote ho salvato,
maledetta, maledetta..."
"Lasciala, Cynthia, perlomeno dorme, anche se con i suoi
terribili incubi".
"Margaret, non posso vederla soffrire così, sapessi come è
buona con me e ciò che ha tentato per farmi riavere Still e per
proteggermi. E' più di un anno che si danna per colpa mia"
"Colpa tua? No, cara, ci mancherebbe che ti addossassi anche
questo..."
"Margaret, ma io una volta ho ceduto a John, lo sai..."
"Siamo donne, e sono passati tanti anni"
"Siamo donne, e siamo fatte di carne, sensi e sentimenti, è
vero, però John, nonostante il suo sadismo, la mancanza di
scrupoli, forse non mi avrebbe trattata così se non mi fossi
abbandonata al dispiacere, all'ira, alla stupida rivalsa... In effetti
Still è suo figlio, e me e Peter ci lascia ormai in pace".
"No, non ti lascia in pace se ti ha tolto un figlio. Il suo è odio per
Paul e Dio non voglia che pretenda di punirlo indirettamente
con un'altra azione..."
"Che pensi, dimmi"
379
"Niente, cara, hai già sofferto tanto, come me e forse ancora di
più"
Le pale del grande ventilatore a soffitto smuovevano come il
manto di un fantasma le tende che donavano una penombra
tragica nella stanza del primo piano dove due teste erano chine
sul letto dal baldacchino pesante, imponente nel quale giaceva
una pallidissima, agitata Mary. I capelli biondi di Cynthia la
facevano a prima vista più somigliante all'inferma, anche il
volto affilato, i colori tenui contribuivano all'impressione e
facevano contrasto con quelli nero corvo di Margaret, col suo
viso colorito, sano, deciso.
"Dimmi tutto, ti prego"
"Vedi, Cynthia, io posso capirti, sai, ho tanto sofferto e
assumevo atteggiamenti sbagliati, volevo punire il mondo per i
torti, le cattiverie che mi avevano fatto e invece colpivo me
stessa, la mia dignità di donna. Era una vera e propria
autodistruzione e papà, finalmente cosciente, ne mori e
mamma se ne ammalò. John, sempre lui, con l'aiuto di Linda,
mi tolse l'uomo che amavo, George Simpson, e poi, quando
tutto sembrava finito, quando a stento riuscivo a distinguere il
giorno dalla notte in quella terribile clinica per pazzi dove mi
avevano fatto rinchiudere, la salvezza dovuta ad una vendetta,
a Lena, sì, la sorella di George, e suo marito, e poi a Walter che
mi ridonò sicurezza, amore e nuova gioia di vivere. Ora noi,
povere donne sole, vedove bianche per la lontananza dei nostri
mariti, dobbiamo tenerci su e difenderci ed agire con furberia,
seppure ci può costare lo sfacelo dei nervi".
380
"Cosa vuoi dire, che io dovrei cedere a John?"
"No, cara, e forse non sarebbe il momento più adatto. Tu
avresti potuto essere la padrona del Sarawak unendoti a lui, ma
ora è sazio, ha potuto satollarsi con tutte le bianche che sono
rimaste qui e che non hanno accettato le larvate offerte degli
ufficiali giapponesi che, come sai, propendono più per le cinesi,
le malesi e magari le daiacche che per noi. No, comprendo, sei
quasi sempre rinchiusa in questa stanza e vedi poco, ma ora
John è tutto di Grea. E' orribile, ma è così! E' lei la padrona del
Sarawak ora, e tutte mi hanno detto, anche Linda sempre
scandalizzata e mai sincera, che si trasferiranno nella tua villa
del Capo per vivere insieme, e il tuo Still starà con Gregory e
Betty e avrà Grea come mamma".
"Ah, no, non voglio!" Si passò la mano sugli occhi e incominciò
a piangere.
"E che puoi fare, povera cara?" Trasse con gesto deciso una
sigaretta da un astuccio d'argento, l'accese, tirò dal cilindretto
di carta una profonda boccata, mentre il fumo acre si
diffondeva, attratto dal ventilatore, in sottili spirali e disse
decisa: "E' una realtà a cui dobbiamo inchinarci, come le altre
signore bianche che con il servilismo hanno evitato i disagi e le
sofferenze del campo di concentramento. Bisogna mostrare
cortesia, rispetto per Grea. Devi farlo anche tu adesso, e forse
riavrai tuo figlio o otterrai di farlo trattare meglio, forse di
vederlo, tenerlo con te qualche ora, qualche giorno quando
John è a Singapore"
381
"Ma Grea mi odia, mi ha sempre odiato da quando sono venuta
a Templemore".
"Sì, lo so, ma Grea è vanitosa, stupidamente donna, non più
una rivale deve considerarti, ma un' amica grata e... servile. Per
un figlio, per aver voluto mantenere una promessa a te stessa,
e credo a Paul, puoi fare anche questo, non pensi? Vieni,
partecipa anche tu ad una festa in suo onore che terremo
all'Astana... sì, proprio all'Astana, finanche Linda s'è convinta e
noi tutte le vedove-neovergini. ..", sorrise amara e continuò, "...
del Sarawak la festeggeremo, la faremo sentire quello che in
effetti è, potente. Il potere, sai, è una droga. Ma bada bene,
vieni vestita in modo dimesso e... non troppo bella!"
*****
Quando terminò il secondo film ed un altro successo fu
ottenuto alla prima, Paul si sentì travolto, trasformato, preda di
sentimenti nuovi. Il dottor Harper, che l'aveva visitato per
conto di mister Kanna, aveva voluto rivederlo più volte. Il suo
esame e la descrizione del motivo dell'inefficienza meccanica
che tanto aveva turbato il nuovo attore, fu dettagliato, abile e si
avvalse dell'ausilio di un chirurgo plastico. Sistemi, si convinse
Paul, ben diversi, con professionalità e studi ben superiori a
quelli di Sorrento, Roma e Zurigo. Il futuro di fronte alla
preistoria! I corpi cavernosi del suo sesso erano costituiti, gli
avevano spiegato, di un tessuto spongioso, simile ad una
spugna. Ora su di esso, più che sulle cicatrici che con i metodi
382
moderni potevano essere eliminate, ricostruite, si doveva agire
con iniezioni dirette di un farmaco nuovo e vivificante su vasi e
muscoli connessi al tale tessuto, e forse qualcosa si sarebbe
ottenuto. La possibilità di poter confidare le sue pene a
luminari della medicina e della chirurgia, più che mai
all'avanguardia per l'esperienza che la terribile guerra offriva
loro, il poter contare su un valido e cointeressato alleato come
Kanna, gli conferirono una carica vitale da molto dimenticata e
forse da sempre sconosciuta.
Fu lui stesso che incominciò a sollecitare e qualche volta ad
organizzare i finti flirt, e di buona voglia, se non con gioia, si
sottoponeva ai lampi accecanti dei flash nei night alla moda
dove musica, sesso e whisky si mescolavano in un odore
eccitante, travolgente, inebriante. Altre volte fotografi erano
fatti entrare da un compiacente cameriere nella sua villa e
potevano immortalare il giovane e bell'attore in compagnia, ai
bordi dell'ellittica piscina, di una stupenda starlet che mostrava
di gradire le attenzioni e gli atteggiamenti possessivi di Paul, o
mentre si stiracchiava soddisfatta fuori dalle coltri del morbido
letto circolare dove s'intravedevano, fra lenzuola spiegazzate, il
volto zigomoso e gli occhi verdi lampeggianti del divo. Poi la
ragazza e il cameriere venivano retribuiti e congedati dopo la
recita sapientemente orchestrata. E aveva anche imparato a
difendersi dagli attacchi o dallo scherno di attrici affermate o
non corruttibili da Kanna e con abilità si difendeva come chi,
sazio di carne fresca, non gradisce rughe per quanto stirate dai
cosmetici o dal chirurgo. E se proprio non ne poteva fare a
383
meno, faceva intendere, perché no?, che, sì, in quel periodo il
suo stesso sesso lo interessava di più. Mortificante e falso,
come tutta la sua vita privata data in pasto a quello strano
mondo che s'era attestato sulle pendici della collina di Beverly
Hills o nelle immediate vicinanze. In definitiva, s'incoraggiava,
attori grandi e famosi come Errol Flynn, Tyrone Power e tanti
altri non alternavano fra i propri favoriti uomini e donne? E se
le cure alle quali si sottoponeva con gioia crescente di giorno in
giorno e di mese in mese avessero avuto successo, non avrebbe
potuto mostrare con i fatti che s'erano ingannati?
Ma al di là di tutto ciò, era a Cynthia che pensava, al poter
tornare da lei guarito, valido come nei primi mesi del
matrimonio ed insieme rivivere il loro amore. E il cuore cantava
ebbro di speranza, di felicità e si rivedeva vicino alla sua dolce
splendida fanciulla e il sentimento annullava ogni richiamo della
ragione e oscurava ogni ricordo negativo, ogni sofferenza, ogni
contrasto, ogni lontananza. No, non tradiva la sua donna
quando baciava la starlet di turno, che, per rendere piu
veritiera quella specie di recita alla quale si prestava, scopriva
forme opulenti, seni sodi, prepotenti e gambe da concorso di
bellezza, e lui percorreva quelle epidermidi di fuoco con le mani
auto agenti, come staccate dal centro d'ogni sensibilità.
Le notizie della guerra erano buone, un'America ogni giorno più
possente ed aggressiva era sbarcata nelle isole Marshall,
attaccava Cassino in Italia, organizzava gli alleati sempre in
aumento, predisponeva il dopo, che avrebbe dovuto essere di
pace perenne, anche se i più illuminati erano convinti che la
384
Russia, eroica e rafforzata, avrebbe dato filo da torcere nella
spartizione del mondo, nel mantenimento della pace.
Un febbraio freddo, un anno, il '44, forse risolutivo per il
conflitto, seppure il Giappone rimaneva ancora lontano dalla
flotta, dai marines di quel grande Paese la cui ospitalità ora non
gli sembrava tanto cattiva e dura come nei primi tempi del suo
sbarco a San Francisco e Los Angeles. Oggi gli sembravano
programmi di un folle i suoi primitivi propositi di ritorno
clandestino nel Borneo. E come, con chi? Le truppe americane
gli avrebbero presto aperto la strada e sarebbe ritornato senza
lunghi giri, senza avventure impossibili ed inattuabili. E poi cosa
aveva da temere per i suoi cari? Certo non se la dovevano
passare bene, infinitamente peggio di lui anche nei suoi periodi
più difficili, ma da informazioni sapeva che i piccoli uomini gialli
erano si severi, a volte crudeli con i maschi, ma rispettosi con le
donne e i bambini. Almeno lo sperava, voleva, doveva crederlo.
Guai se avesse saputo di John -che riteneva prigioniero o
fuggiasco- a Templemore, plenipotenziario dei destini della sua
donna, di suo figlio, di sua madre! Allora, anche su una zattera
si sarebbe messo in viaggio anche se avesse dovuto morire, ma
avrebbe tentato, perlomeno quello! Ora doveva pensare al
cinema, al suo nuovo lavoro che gli permetteva di pagare le sue
cure costosissime dalle quali sarebbe giunta la sua rinascita, la
gioia per Cynthia, la sicurezza per il futuro del suo matrimonio.
Sì, ci credeva come mai, era la sua luce. Ma comprendeva se
stesso? Davvero non lo interessavano le starlet, i loro sorrisi, i
loro corpi attraenti, le mille arti con le quali facevano impazzire
385
i suoi colleghi e gli spettatori? Davvero la sua era una sosta
forzata, dimentico della chimica, della gomma naturale e
sintetica e dei progressi tecnici? Certo, quel mondo pazzo e
sfavillante, ora che s'era più o meno integrato, lo attraeva e
forse non desiderava solo il denaro per le cure oggi e per il
rientro domani, ma il successo. E' esaltante il successo, le
migliaia di fan che impazziscono per te, che sono pronti a
baciare il terreno dove cammini, a considerare ed onorare
come una reliquia il tuo pettine, i tuoi indumenti, qualsiasi cosa
tu abbia toccato, e non è arte quella dei più grandi e celebrati
attori? E l'Oscar, quella statuetta placcata d'oro di scarso valore
economico oggettivo, ma d'immensa importanza per una vita,
una carriera.
Ricordava l'anno prima di essere stato condotto alla festa
dell'assegnazione, come sempre organizzata in modo splendido
dalla Academy of Motion Picture Arts and Scientes. C'erano
tutti! E i premi, i riconoscimenti sublimi erano andati a James
Cagney per "Ribalta di gloria", a Greer Garson e al regista Wyler
per 'La signora Miniver". E quest'anno si parlava di Jennifer
Jones e Paul Lukas per "Bernadette" e "Quando il giorno verrà".
Si, avrebbe voluto esserci lui sul palco o quantomeno fra i
cinque della nomination. Sì, quel lavoro stava entrandogli nel
sangue e forse era per questo, e non per essere pagato di più,
che voleva il ruolo principale nel prossimo film di Kanna, una
specie di "Via col vento" per il quale si sentiva più che adatto.
Ora senza sforzo ma ben volentieri partecipava ai ricevimenti,
alle lotte di quel mondo in definitiva spietato ma tanto
386
affascinante. Aveva indossato uno smoking nuovo di zecca, e
preso posto in un auto accanto a Stella Kansen -una brava e
bellissima attrice- e dato ordine all'autista di partire. La serata
era fredda e calma, le strade ampie, piatte, rilucenti, un odore
di ricchezza, di serenità, di opulenza. Una fila di macchine
serpeggiava su per il viale circolare dei Crosby. Due ragazzi in
maglietta bianca con la scritta Superjock aspettavano pronti a
parcheggiare il corteo di Cadillac, Lincoln, Rolls-Royce, vecchie
ma prestigiose Ferrari e Mercedes, e De Loran, Citroen.
All'imbocco del viale erano appostati una quindicina di fotografi
pronti a scattare, gli occhi fissi al tornante dal quale spuntavano
autentiche celebrità. Non produttori, uomini d'affari, agenti,
personaggi eccentrici, volevano le celebrità degli schermi,
quelle conosciute dal Pacifico all'Atlantico, dall'Europa all'Asia.
E Jennifer Jones, Gìnger Rogers, Bette Davis, Robert Donat, Ray
Milland, sorridenti eleganti lucidi apparvero e loro, i fotografi, li
mitragliarono di flash consumando interi rollini. Nella villa tutto
era perfettamente sotto controllo. La padrona di casa,
rincuorata da due sedativi, dallo scintillante vestito di Gali che
costava fior di dollari, accolse gli ospiti come se nulla l'avesse
mai turbata al mondo. Larghi sorrisi, strette di mano, abbracci e
scambio di baci e "Come sei affascinante, cara, ti trovo
benissimo", "Oh, sei bello, farei una pazzia con te", a tutti
indistintamente. Presentava le persone che non si
conoscevano, chiamava i camerieri con un rapido imperativo
cenno della mano ingioiellata, affascinante, spiritosa, amabile,
con il pieno controllo della situazione. Chi avrebbe immaginato
387
che soltanto pochi minuti prima era una furia scatenata,
urlante, incontrollabile perché il marito non le aveva ottenuto
la parte in un nuovo colossal? Lui, Crosby, era scomparso -
traditore infedele- nella doccia lasciandola sola a portare calma
in se stessa e nei camerieri disorientati nel caos totale. E lei,
Hetta, era entrata in azione e ne raccoglieva gli allori. In quel
momento tutto aveva dimenticato: combattere con cinque
domestiche recalcitranti, tre baristi disordinati e suonati,
l'isterica decoratrice floreale, i languidi e latenti componenti il
quartetto Sing-song e lo scapigliato, incasinato complesso Jazz,
mentre all'ingresso posteriore bussavano a ripetizione fornitori
con montagne di provviste, addetti al servizio d'ordine,
posteggiatori e i camerieri. E finalmente solo un quarto d'ora
prima che il party avesse ufficialmente inizio, s'era potuta
chiudere nel suo spogliatoio e, quasi trascurando i grandi
specchi avvolgenti, era riuscita a vestirsi il più in fretta possibile
e ne era uscita trionfante, perfetta per accogliere il primo
ospite, Sammy Coen, e poi tutti gli altri in toilette da sogno e
con gioielli Tiffany.
Stella appariva luminosa: Koko, il suo acconciatore, aveva
realizzato un trucco che valorizzava in pieno una delle più
fulgide bellezze di Hollywood, i capelli sollevati e pettinati
all'indietro sulla fronte, mentre altri ricadevano sciolti sulle
spalle, piccoli tocchi di colore dorato sulla pelle, sugli zigomi,
sulle palpebre, le lunghe ciglia messe in risalto con cremoso
mascara marrone mentre sotto le sopracciglia era stesa
un'ombreggiatura color bronzo e rosa. Il risultato era
388
sensazionale e senza essere troppo vistoso. Indossava una
gonna nera e una blusa bianca che lasciava scoperte le spalle
piene, levigate, attraenti; una collana di purissime perle guidava
saggiamente gli sguardi sul collo slanciato e sul décolleté
famoso. Paul sembrava completarla nello smoking di gran
classe, l'alta snella figura, i riccioli biondo-albino tanto attraenti
e personali, gli occhi verde smeraldo che rivaleggiavano con
tutti i gioielli presenti e più di loro emanavano bagliori. Una
coppia formidabile alla ricerca di Kanna, e che tentava di
oscurare Peter Ashy, diretto concorrente di Paul nella parte
ambita del nuovo colossal. Il quartetto Sing-song suonava
garbate musiche in sottofondo. Crosby, che s'era dato da fare
nella sua veste di padrone di casa, ne approfittò per infilarsi in
cucina a divorare tartine. Hetta lo scoprì e lo assalì:
"Dove sei stato? Jennifer e Ray sono appena arrivati e Sarina
Loescer è qui da un quarto d'ora. E' chiederti troppo di fare
qualcosa? O vuoi lasciarmi sola con tutto il peso sulle spalle e
disinteressarti come hai fatto per il film?"
"Ho parlato con i Lukas, i March, i Wiler e non so con quanti
altri. Che cos'altro vuoi, il mio sangue, la mia vita?"
"No, che non t'ingozzi come un maiale e perdi la linea e anche
le scritture. Basta un'attrice disoccupata in famiglia! E ricevi
tutti, se ciò non ti fa morire". Si guardarono, occhiate rabbiose,
pungenti come spilli, poi lui sorrise comprensivo e
accomodante.
"D'accordo, vado a fare il leccapiedi e, se vuoi, in giro per la
casa puoi ripagarti delle spese, ci sono tante borse da
389
sgraffignare!", e si allontanò immergendosi nel caos del party.
"Salve, dove sono stato nascosto per tutto il resto della tua
vita?", esclamò con voce altisonante un giovane alto, bruno,
impomatato rivolgendosi ad una richiestissima caratterista che
si diceva andasse a letto con Goldivin.
"Non avrei mai dovuto rifiutare Ti prendo al lazo", si
sovrappose un attore con gli stivali di lucertola al centro d'un
gruppo vicino.
"E' stato un errore fondamentale. Sarei ora più noto di Gary
Cooper".
"Mi paga fior di bigliettoni sul letto, e credo che sia questo che
lo eccita e lo fa essere in qualche modo maschio", squittì una
rossa con cappa di visone.
"Compro a loro vestiti, le porto ad Acapulco, dovrei anche
leccarle?", s'infervorò un seduttore in disgrazia.
"Quel figlio di puttana se lo farebbe mettere anche a quel
servizio pur di prendersi la mia parte. E non sa nemmeno l'ABC
della recitazione", barrì un pezzo di marcantonio, alto più di
due metri e dal volto truce, tutto zigomi e peli.
"Mi piace la tua casa e vorrei fare l'amore qui subito".
"Ssst, piccola Sadie, sei proprio irresistibile".
"Dai, facciamolo", insistè la bionda stellina con voce un tono più
alta.
"Zitta, piccola. Conosci Tom Rauly?", chiese in fretta l'uomo.
"Andiamo a cercarlo, ti farà avere una parte in Stranger in
California"
390
"Devo parlarti", esclamò una bruna dirompente, dai capezzoli
perforanti la seta trasparente.
"Benvenuta al party del mese", fece con aria salottiera un volto
caro agli spettatori di tutto il mondo.
"Benvenuta un tubo. Sai, Eliana oggi ha telefonato a casa mia
per cercare di te".
"Me?"
"Si, hai capito?"
"Perché?"
"Ah, lo sapessi! Anzi, penso di capire. E' successo qualcosa. Un
figlio di buona mamma oggi m'ha mostrato delle fotografie".
"E che c'è di strano?"
"Sono foto di noi a letto!"
"Cooomee?"
"E' un party molto riuscito, Crosby. Io e Pussi lo stavamo giusto
dicendo"
"Grazie, Ray".
"Salve, mister Kanna", esordì Paul con un accattivante sorriso,
mentre spingeva avanti Stella e il complesso jazz attaccava un
assolo di batteria.
"Ah, bravo, Cary. Questo...", e indicò un uomo poco distante
che si beava in un vestito di velluto con camicia a volant e
scarpe da sera operate, "... è il regista del film che ti sta
togliendo il sonno, e lì vedo Tim Rouke, l'attore che lui vuole".
Paul diede un'occhiata di sufficienza al giovane che aveva visto
più volte sullo schermo e, da vicino, si senti superiore, più
adatto, ma la donna che si appoggiava al braccio del rivale era
391
eccezionale e gli occhietti vispi del regista erano tutti su di lei
come a frugarla, accarezzarla. Il metro e ottanta di quella
bellezza erano valorizzati da pantaloni in jodhpurs di seta
bianca sbottonata fino alla vita e una giacca di cuoio bianco con
frange di perle indiane. I capelli nerissimi erano pettinati in
trecce cosparse anch'esse di perline. Occhi fondi grandi
calamitanti e bocca sensuale. Il frastuono del complesso jazz,
giunto all'acme dell'esecuzione, quando la musica diventa un
prolungato struggente orgasmo, copri le sue parole, quelle di
Stella, del rivale, dell'affascinante spilungona e di Kanna che
sembrava divertirsi, mentre ingollava il suo ennesimo whisky.
392
CAPITOLO XXVII
Una terribile sensazione di soffocamento, ogni centimetro
quadrato di pelle sottoposto ad un peso immane, il soffitto
veniva giù, opprimeva implacabile, un caldo ossessivo, lingue di
fuoco lo assediavano, la disperazione, l'angoscia spaventosa,
orrenda inarrestabile. Un urlo, un balzo, s'impigliò nella
zanzariera e con un tonfo andò giù insieme a parte del
baldacchino.
Grea si svegliò, lo guardò, lo aiutò a rialzarsi e lo avvolse in un
abbraccio tenero, affettuoso e via via possessivo ed eccitante,
giocando con la lingua sugli occhi, il naso, la bocca e poi il
torace, il pube, il sesso, e John la prese, si ristorò e si chetò.
Quante cose erano cambiate nell'ultimo anno: lo sbarco alleato
in Francia e il progressivo avvicinamento alla Germania, il
dilagare russo nell'Europa orientale, la lenta, sanguinosa ma
inarrestabile avanzata americana nel Pacifico, arcipelago dopo
arcipelago, isola dopo isola. E i duri colpi dei sottomarini ai
trasporti verso il Giappone, facevano disperdere in mare anche
il caucciù e il petrolio vanificando l'accresciuta produzione
sarawakiana.
John, per accontentare i giapponesi che sempre di più lo
pressavano quale responsabile del settore, aveva sottoposto
cinesi, malesi e daiacchi a sforzi inenarrabili -in un regime da
cavatori di pietre dell'antico Egitto- e puniva ogni sbaglio, ogni
393
sia pur minimo infiacchimento produttivo, addirittura con la
morte o, quantomeno, con frustate da ridurre esseri umani a
povere masse sanguinolente. No, non aveva avuto più tempo il
brillante uomo d'affari d'una volta per problemi sentimentali o
di sesso. La sua vita s'era ridotta ad un forsennato correre da
Lutong a Niah, a Kuching, a Sematan per tamponare falle,
stimolare sempre più prodotto e sempre più lavoro. E nel
privato, Grea s'era completamente impadronita di lui. Ormai il
maggiore dei Caracciolo accettava senza reazioni le imposizioni
dei comandanti giapponesi e della cognata -da tempo sua
compagna fissa e convivente- che aveva voluto Sue lontana a
Singapore, e sottomesso Linda, Luana, Margaret e Cynthia,
tutte costrette a rivolgersi a lei per qualsiasi bisogno anche
primario. Le signore inglesi ed americane erano state rinchiuse
con i figli in un lurido campo di concentramento non dissimile
dal più miserabile kompong malese.
A gennaio del '45, le residue speranze di John erano scomparse,
nonostante i bollettini di guerra giapponesi avessero
soprannominato il progetto di difesa con l'azzardato nome di
Sho, ovverosia vittoria, suddividendolo in quattro parti: per le
Filippine, per Formosa, per le tre grandi isole metropolitane e
per Hokkaido. Una grande flotta giapponese s'era intravista
sulle coste del Borneo, quasi a dare una boccata d'ossigeno a
chi ancora credeva nell'efficienza dell'impero del Sol Levante,
presto vanificata nell'immane battaglia dì Leyte. La guerra era
persa, pazza ogni considerazione diversa, ma la comparsa dei
kamikaze contro gli americani aveva fatto pensare che il nemico
394
potesse proporre una pace onorevole che lasciasse il Giappone
senza l'onta di un'invasione e rispettasse alcune conquiste,
acquisite e ancora tenute, come il Borneo. Cento milioni di
abitanti, cento milioni di suicidi pericolosi, un costo di vite per
gli avversari pesante, insostenibile per un Paese democratico.
Tale era il tema della propaganda nipponica. Ma John non era
uno sprovveduto né un fanatico e sapeva che i mezzi
scarseggiavano: gli aerei mancavano, le navi, le flotte
orgogliose e possenti, erano ridotte al lumicino, e allora? cosa
fare? dove sfuggire alla punizione che avrebbe subito quando
gli americani, gli inglesi e gli australiani sarebbero tornati a
Kuching? E Paul, Charles Vyner, Tom, Walter Hanter, una volta
a conoscenza dei suoi soprusi, del suo tradimento, non
avrebbero chiesto giustizia, non se la sarebbero presa da soli?
Trasferirsi a Singapore e poi in qualche isola tranquilla per
rifarsi un'esistenza con l'oro e i gioielli? E glielo avrebbero
permesso i suoi protettori giapponesi, ed esisteva un'isola non
invasa dalla tempesta di fuoco che si era estesa furibonda come
una gigantesca macchia d'olio dovunque? Doveva cambiare
atteggiamento, incominciando a sabotare gli amici di oggi a
favore di quelli di ieri? Forse sarebbe stata l'unica politica da
attuare, tutto sommato non tanto rara nelle guerre d'ogni
epoca, ma troppe ne aveva fatte contro i privati, i parenti, gli
indigeni. No, non c'era scampo, e poi lui una vita da fuggiasco
senza prospettive di preminenza non poteva, non doveva, non
voleva viverla. Per questo non riusciva a dormire, l'angoscia
s'era impadronita di lui e trovava requie solo quando si
395
abbandonava fra le braccia di Grea dimentico di tutto, financo
dei figli legittimi o naturali. Ma il generale giapponese, che lo
convocava spesso e gli faceva discorsi minacciosi e stimolanti,
sembrava fiducioso. Gli diceva, con fede fanatica, che le isole
nipponiche e il Borneo non sarebbero state toccate, che la
Germania possedeva terribili armi segrete e il Giappone risorse
di uomini e mezzi inesauribili, e, solo in quelle occasioni, John si
abbandonava a una passiva speranza. Poi gli americani invasero
l'importantissima base di Okinawa, e, in Europa, Berlino fu
presa, e Mussolini venne fucilato.
Ed eccoli ora, nell'alba livida dell'undici giugno, che sbarcavano
nel Borneo. La guarnigione si ritirò verso l'interno ricalcando i
sentieri, le impervie difficoltà della fitta giungla che tre anni e
mezzo prima avevano visto i fuggiaschi bianchi.
John era freddo, determinato, sembrava ritornato il lucido
uomo d'affari. Fermò l'auto sotto la villa del Capo, voleva
scrivere una lettera d'addio e il testamento. Aveva ancora
qualche ora, tastò il rigonfio metallico, la pistola che recava al
fianco. Pose il piede sulla scala e una sciabolata, un colpo
violento di un affilato parang, gli squarciò la carne, gli dilaniò i
polmoni, un fiotto di sangue scuro, denso uscì dalla bocca e si
mescolò con quello della ferita in una pozza che si allargava
sotto di lui. Si girò e il suo sguardo spento, meravigliato, fissò
Kamusug che, come il Dìo della vendetta, incombeva su di lui e
in malese urlava frasi che non comprendeva. Portò la mano alla
pistola, ma non aveva forza, e un nuovo fendente lo atterrò e
tutto s'oscurò e finì per sempre.
396
*****
"Tom, ho deciso, parto, finalmente posso farlo, sono libero da
Kanna ed ho respinto ogni offerta per altri film".
"Come? Proprio ora che con il successo de Il bosco degli
oleandri sei un attore non solo di cassetta, ma anche
apprezzato dalla critica cinematografica che ti vede molto
migliorato rispetto ai primi film. L'ho letto, sai, su Cinema Oggi
e i miei colleghi di lavoro e i dirigenti non fanno altro che
parlarmi di te".
"Non m'importa nulla, fratello. E' un mondo strano questo. Ed
io non voglio nascondermi, né tacerti di esserne stato coinvolto
al punto da non riconoscermi più. Sì, pure io mi sono gettato
nella mischia, cosa credi? Ho, e ne provo vergogna, usato tutti i
mezzi possibili, mi sono avvalso di donne, di trucchi per
ottenere la parte nel film che tanto è piaciuto. C'è un motivo
sopra tutti, Tom, ti rendi conto che sono più di tre anni che non
vediamo le nostre donne, le nostre famiglie e non sappiamo
nulla di loro?..."
"Sì, Paul, hai ragione, dei miei figli sento la mancanza e sono
preoccupato, ma... forse già lo sai o quantomeno, come dirti,
non mi riesce facile, non parlo fluido io, sono, sono sempre
stato impacciato... vedi, insomma, ho un'altra donna.. .ti ricordi
di Shirley, quella ragazza che trovasti nella mia casa? Era, è la
mia compagna... La solitudine, Akron, la fabbrica.., nessun
interesse.., non ho studiato, non sono bello io... ecco perché
non venni quando mi offristi di vivere con te qui a Hollywood
397
e... grazie per il denaro che mi hai sempre mandato... Mi sento
colpevole verso Grea, verso i figli, Gregory, Betty ormai
adolescenti... Si dice così? Ma ho impegni morali.., te la faccio
breve, Paul, sei sempre stato comprensivo, Shirley fra
nemmeno un mese mi darà un figlio! Oh, sì, certo, mi capisci,
ho letto, sai, delle tue avventure con tutte quelle donne..."
"Finzioni per la stampa, i film, gli incassi, cosa credi? Poi ognuno
sa amministrare la propria vita come vuole o come le esigenze,
gli obiettivi da raggiungere gli impongono. Non ti condanno,
Tom, la guerra è un mostruoso cataclisma che tutto distrugge e
stravolge, anche, e forse più di tutto, i sentimenti degli esseri
umani. Donne con il marito al fronte si abbandonano alla
tristezza, allo sgomento e cercano rifugio in chi sa consolarle.
Per altre, invece, è una scusa per lasciar finalmente libero corso
ai sentimenti, ai vizi a malapena repressi. Uomini in guerra, fra
un massacro e l'altro e le forti sensazioni, trovano riposo in una
donna che li faccia nuovamente sentire in famiglia, sereni,
amati e non da lontano. No, Tom, non ti condanno, ma debbo
ricordarti i doveri verso i tuoi figli che proprio in questa età
hanno bisogno della guida, della presenza paterna. Con Grea
potrai magari divorziare..."
"Senti, Paul, ho sempre sospettato, ma sì, perché debbo
prendermi in giro, l'America mi ha pur insegnato qualcosa: Grea
mi ha fatto dei torti, ne sono certo. Io sono goffo, non sono
intelligente come te e John, ma cosa credi, non ho colto i sorrisi
di scherno, le occhiate d'intesa?.., ed io, incerto, a baciare il
suolo, a dirmi che ero fortunato che una donna, la figlia di un
398
nobile, bella attraente, troppo di classe e troppo bella per me,
mi avesse sposato. Invece Shirley è tutta per me, mi ama, mi
apprezza, mi ammira, mi fa sentire il padrone di casa, l'uomo,
come dirti, come spiegarmi, non solo per questo aggeggio, ma
per me..." Tacque incerto, confuso, il viso congestionato, il
testone eretto e accettò la sigaretta e l'accese.
"Ho capito, povero Tom, , hai sempre sbagliato a sottovalutarti,
ma ora hai trovato chi ti fa sentire completo e questo mi
riempie di gioia. Sì, ricordo, una cara ragazza Shirley, ma
rammenta i doveri verso i tuoi figli. I figli sono una.gran cosa
per l'uomo, sono il sale della vita, la famiglia non va mai
trascurata, sai, me lo sono detto sempre,e io qui, a migliaia di
miglia di lontananza. Ecco perché parto subito, finalmente ne
ho l'opportunità. Farò parte di una di quelle compagnie di
attori, di cantanti, di uomini di spettacolo che vanno in giro per
il fronte. Prenderò contatti con generali, mi avvicinerò al
Sarawak, avrò, spero, notizie e mi precipiterò a Templemore
non appena gli americani metteranno piede nel Sarawak.
Viaggeremo su aerei militari e la notorietà mi servirà infine a
qualcosa di davvero utile, perché mi farà giungere a casa più
presto".
"Quando terminerà la guerra, Paul?"
"In Europa è praticamente finita. Quei maledetti gialli, oh, non
credermi razzista, maledetti gialli, come maledetti nazisti,
stanno disputando palmo a palmo le isole conquistate, gli aerei
dei kamikaze stanno costando vite, tante, anche agli americani.
E' una carneficina. Giorni fa un esperto mi ha detto che la
399
guerra contro la Germania è costata duecentomila morti e per
completare la vittoria contro il Giappone occorreranno mezzo
milione di vite umane! Se pensi che la prima guerra mondiale
ha lasciato sul terreno cinquantacinquemila morti americani,
puoi comprendere la differenza e i dubbi che vi sono negli alti
comandi per un'invasione del territorio metropolitano del
nemico che si fa ammazzare come fosse un popolo di mosche.
Sai che incursioni statunitensi su Tokyo, Kyoto e le altre grandi
città producono danni immensi, quartieri interi incendiati e
centinaia di migliaia di vittime. E questo genera il dubbio, se da
Okinawa punteranno direttamente sul Giappone o
completeranno prima la riconquista dei territori cosiddetti
accessori, gli avamposti. E tremo, Tom, e non so cosa sperare.
Se gli americani puntassero prima sul Giappone e catturassero
quella specie di Dio che è l'imperatore, il Borneo cadrebbe
senza colpo ferire, senza pericoli per le nostre famiglie. Se
invece puntassero prima su Kuching, cosa avverrebbe di esse?
In sostanza attendere altri mesi ancora, forse un anno senza
rischi per loro; oppure vederli presto abbracciarli, ma in quali
condizioni? ancora vivi? Ma basta! Io parto e che il Signore ci
protegga, ma protegga loro!", e deciso, limpido, senza più
dubbi per la prima volta dopo tanto, trasse una profonda
boccata dall'ennesima sigaretta e sali a completare il bagaglio.
400
CAPITOLO XXVIII
"E' una vera vergogna, una cosa inaudita, non si rinuncia ad un
trono cosi. Oltre cent'anni i Brooke hanno regnato sul Sarawak
e Charles Vyner l'ha ceduto alla Corona inglese. Ieri è giunto in
aereo da Singapore il generale Thomas Smith, lo ricordate? che
piacevole ritorno, un caro e vecchio amico", un lampo di
soddisfazione subito offuscato da una nube d'ira, "E mi dice
'Sono spiacente, Linda', ma cosa dico? 'Maharani, sono
incantato dalla sua bellezza che resiste agli anni e alle
vicissitudini, anzi è ancora più affascinante...' Ma questo cosa
c'entra, mi soddisfa, ma non è sufficiente.., ah, cosa vi stavo
raccontando? dunque mi dice 'sono rattristato per voi, ma è
mio dovere mostrarvi l'atto di donazione a Sua Maestà
Britannica e io sono qui con l'incarico di governatore ad interim.
Da oggi, primo luglio 1946, lei cessa dalla funzione di reggente'
avete capito?"
Portò graziosamente alle labbra il bicchiere di cristallo e bevve
qualche sorso di sciroppo.
"Elizabeth, siedi composta, ricorda chi sei e tu, Charles Eduard,
cosa ridi? Smetti subito!", ingiunse sdegnata ai due adolescenti,
copia ridotta dei genitori, che le sedevano accanto sull'enorme
divano del salotto della gran casa di Templemore dove il tempo
sembrava non essere trascorso se non sul viso dei personaggi
401
che lo affollavano. Poggiò il bicchiere sul tavolino di marmo e
proseguì:
"Voi tutti sapete cosa ho passato con i giapponesi, John
impazzito, Grea che s'è comportata come non avete certo
dimenticato..."
"Questo ora non ha importanza", intervenne Paul mentre lampi
dardeggiavano dagli occhi verdi e la mano stringeva quella di
Cynthia.
"Noo? Sì, va bene. Dicevo i telegrammi continui con il rajah a
Londra, le mie preghiere, le minacce, l'invito di pensare alla
successione, al nome, alla tradizione che per me è tutto e per
lui nulla. Mi scrive che è stanco, che ha subito pressioni,
imposizioni, prima a San Francisco poi a Londra, che è
anacronistico. Ma come, pensate, i regni non sono, non
saranno mai anacronistici, quello d'Inghilterra se no?"
"Scusa Linda, ti comprendo, ma lui intendeva un regno come il
vostro. La guerra ha sconvolto tutto, le colonie sono destinate a
raggiungere quanto prima l'indipendenza, a non esistere più.
Tutto cambia, si evolve, la stessa Templemore, il caucciù, la
gomma sintetica, i processi dì lavorazione, i nuovi rapporti fra
gente di colore e bianchi..."
"Paul, ma cosa dici? Non mi paragonerai mica il caucciù con un
regno?"
"No, Linda, non capiresti, comunque sono d'accordo con te nel
disapprovare che tuo marito non sia nemmeno tornato a
Kuching e dall'America sia andato direttamente a Londra. Ma,
402
come ti ho raccontato, l'ultima volta che lo vidi era stanco,
ammalato, dimagrito..."
"Avrebbe potuto abdicare in favore di Charles Eduard con me
reggente fino ai suoi diciotto anni, mancavano solo quattro anni
infine..."
"Rassegnati cara", intervenne Mary che sembrava
miracolosamente ringiovanita e sedeva al posto d'onore
nell'ampia bergere di pelle, una volta rifugio preferito di
Michele. "Andrai a Londra con i tuoi figli, ti ricongiungerai con
l'ex rajah e vivrai un'esistenza serena in una bella villa e
rimarrai pur sempre un ex sovrana e troverai nuove ragioni di
vita, nuove motivazioni. Vedi me, ero quasi finita e la nuova
responsabilità di accudire, di fare da mamma ai figli di Luana,
povera cara, costretta a Singapore per curare il suo sistema
nervoso, avere vicino Michele junior, tanto simile a mio padre,
e Marianna dolcissima, e Gary, un po' ribelle ma correggibile,
mi ha dato energia e salute. Non che i miei acciacchi siano
scomparsi, ma li sopporto, me ne dimentico, li. supero..."
"No, mamma, io per ora non parto. Sono già d'accordo con
Thomas, il generale Smith, che rimarrò nelle mie stanze e lui
s'insedierà nella foresteria. Ah, che assurdità!"
"Scusa, Linda, se intervengo, ma sarebbe meglio tu partissi. Io
un anno fa ho visto tuo marito, è molto malato, ha bisogno di
te, e poi qui molto sta per cambiare, come dice giustamente
Paul. Il comunismo tanto presente nell'ambiente cinese e le
tensioni per la creazione di uno stato malese e uno
indonesiano, l'influenza filippina generano situazioni
403
pericolose. Tu e i tuoi figli rappresentate il vecchio tempo
odiato. Parti, è meglio, qui tutti vogliamo finalmente pulizia
morale e materiale..."
"Come ti permetti, Hanter? Cosa vuoi dire, non alludere, sai,
perché allora..."
La nube minacciosa di un drammatico passato s'addensò sulla
sala. Sarebbe bastata una saetta perché scoppiasse il
temporale, si materializzasse la tensione che ognuno dei
presenti recava in sé, nel suo animo, nella sua mente, nei suoi
ricordi. Era la maledizione di Templemore! Ma Paul s'affrettò a
sdrammatizzare ed ordinò al nipote di Ciang di servire in tavola
e s'avviò con Cynthia e Mary sottobraccio verso l'attigua sala da
pranzo. La tavola era imbandita come ai vecchi tempi e al
centro una stupenda catlea faceva mostra di sé nel portafiori di
cristallo, contornata da alcune foglie di peperonia intere,
carnose, striate, venate e punteggiate in varie tonalità di verde
con la miriade di sfumature rossastre, proprio come la vita, e lo
sguardo di Paul vi si disperdeva confondendo di volta in volta i
visi dei commensali, Margaret con Hanter e i figli Laurence e
Van; Tom e la sua nuova moglie Shirley e il bambinetto ancora
lattante Spencer e Gregory e Betty; Linda con Elizabeth e
Charles Eduard; e Mary con i figli di John, Michele jr., Marianna
e Gary.
Non udiva, non vedeva più nulla in una spuma lattiginosa,
ovattata dalla quale, gigantesca, una traccia, una venatura
verde recava al suo termine -dove si riuniva con tutte le altre
provenienti da ogni direzione formando come un immenso
404
cuore lucente- il volto bellissimo di Cynthia così come gli era
apparso il giorno del suo ritorno a Templemore. I grandi occhi
cangianti da gatto, i lunghi capelli biondi sciolti sulle spalle,
mossi dal vento in mille striature d'oro, il corpo flessuoso e le
braccia aperte che si erano strette a lui come un'ancora di
salvezza, un porto lungamente cercato e finalmente raggiunto.
E il bacio lungo, sognante di quelle labbra corallo fresche salate
odorose, e la corsa nel boschetto delle orchidee, rimasto
miracolosamente intatto, dove fiumi di parole, il confidarsi in
libertà s'era mescolato alle effusioni, e la sensazione
meravigliosa di anni annullati per ritornare sul prato verde,
pulito di Oxford, nelle calli veneziane, nelle odorose incantate
viuzze di Sorrento. E Peter tanto cresciuto e luminoso, e Still
paffuto e ridente, e poi la corsa lungo lo scalone e la stanza
silenziosa immersa nella quieta penombra protettiva, suadente,
e il letto grande accogliente morbido fresco, lo spogliarsi e
l'inestimabile gioia di farla nuovamente sua in un rinnovarsi
d'orgasmi e d'amore. Cosa gli importava della guerra, di
Hollywood con i suoi sfarzi e le sue finzioni, cosa dell'incidente
e dei travagli tormentosi che ne erano seguiti, cosa la
separazione, i lunghi viaggi, l'assoluta mancanza di notizie, il
tavolo operatorio, le fitte strazianti che aveva sentito e sentiva
ancora? Nulla! E comprese che la sua vita, le finalità, il cuore
della sua esistenza non poteva essere che lì, con quella creatura
meravigliosa che il destino gli aveva riservato. Non nutriva più
rancore dopo i primi istanti dal racconto che gli avevano fatto.
Anzi, invece di odiare la memoria di John ne provava pena,
405
quasi gratitudine perché solo attraverso le difficoltà si può
apprezzare la felicità, si può verificare se l'unione di due esseri
sia davvero riuscita, non per un'ora, un giorno o un anno, ma
per l'intero arco della vita che Dio concede. Il suo carattere si
era fortificato, e la serenità finalmente ritrovata gli aveva
permesso di edificare la nuova Templemore, gli equilibri fra i
suoi proprietari, i suoi abitanti, i suoi dipendenti. La sua era una
compagna eccezionale: aveva saputo mantenere fede alle
promesse nonostante la pena del figlio strappatole
crudelmente, le angherie di una donna invidiosa, tormentata da
problemi esistenziali. In fondo, Grea con le sue bramosie era
stata utile a Cynthia e, al di là di misere soddisfazioni formali, le
aveva permesso di riavere suo figlio. Ma non poteva più vivere
a Templemore, fra di loro, con Tom che finalmente aveva
coscienza e forza per escluderla dalla sua vita e che sembrava
aver trovato in Shirley una vera fedele compagna. Ciò
nonostante le difficoltà che Paul doveva ancora superare erano
tante: l'inadeguatezza degli impianti, delle strutture di una
dissestata Rubber Caracciolo Company, le nuove tensioni fra gli
indigeni, la sistemazione dei figli di John, il ricovero e le cure di
Luana, e il proprio corpo non ancora guarito e per il quale
sarebbero stati necessari nuovi interventi e ancor più efficaci
terapie. Ma Cynthia lo aveva capito e dolcemente gli impediva
di riprovarci. Certo che anche lei ne soffriva, di sicuro avrebbe
voluto avere l'amore completo in ogni sua componente, ma lo
tranquillizzava e lo esortava ad attendere e a intraprendere le
cure necessarie. Aveva pianto di gioia per lui, per sé stessa che
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già avevano potuto ritrovare, perlomeno per un giorno, le
sensazioni meravigliose crudelmente spezzate dall'incidente di
Sorrento. Ribadiva, l'incantevole donna, che il vero amore era
volersi bene, percorrere l'esistenza strettamente uniti, pronti e
forti per superare ogni difficoltà. Lo affiancava in ogni
occasione, mai invadente, mai possessiva.
"Paul, mi senti? Come pensi dovrà articolarsi la produzione del
caucciù nell'ottica moderna?", gli domandò Hanter che da
pochi giorni aveva ripreso la direzione dell' ex estates Simpson.
"Ah, Walter, mi chiedi delle nostre aziende?", emerse dai
ricordi e distolse lo sguardo dalla venatura, dal cuore verde
della foglia carnosa e lo posò amoroso su Cynthia, su Peter, su
Still per poi, sorridendo, rivolgerlo sul viso maschio di Hanter.
"La strategia non è semplice. Vedi, bisogna separare gli
argomenti. Come sai, prima del conflitto avevo impostato la
produzione di Templemore in due settori, gomma naturale e
sintetica. Per questa i progressi negli anni più recenti sono stati
immensi, straordinari. Le esigenze belliche dei paesi in conflitto
che non potevano usufruire del caucciù, hanno generato studi
avanzatissimi e produzioni colossali. Nei soli Stati Uniti si è
passati da una produzione di tremilacinquecento tonnellate del
'42 alle novecentomila dell'anno scorso in stabilimenti sotto il
controllo governativo e che solo oggi sembra debbano essere
ceduti all'industria privata".
"Secondo l'ottica di quel paese, zio. Sai, l'ho letto nel Rubber
Magazine", intervenne serio e pensoso Michele jr.
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"Esatto, bravo. Ma non è solo un fatto di quantità, per quanto
importante possa essere, ma di qualità. Sono nate le gomme
uretaniche, le acriliche e le siliconiche. Le prime hanno elevata
durezza e ottima resistenza all'abrasione e alla lacerazione e
servono quindi per fabbricare ingranaggi. Le acriliche hanno
un'ottima resistenza agli oli minerali, alla luce e all'ozono e a
temperature elevate del livello di duecento gradi centigradi. Le
siliconiche infine, per la gamma vastissima di temperature
sopportate, sono indicate per un impiego sempre maggiore
nell'industria aeronautica. E i progressi non si fermeranno certo
qui. Comprendi quindi, Walter, e voi ragazzi, che quante da me
impiantato prima del Quarantuno è del tutto superato e sarà
quasi impossibile adeguarsi"
"Allora è un bene concentrarsi sul caucciù?", chiese Hanter.
"Non proprio. A mio avviso i prezzi stabili delle sintetiche
lasciano pensare. La via seguita da noi di Templemore è la
migliore; ma, attenzione, i trasporti, la stabilità politica
giocheranno un ruolo fondamentale. Dovete sapere che la
gomma naturale o sintetica viene impiegata come materia
prima in oltre cinquantamila prodotti industriali diversi, ma il
settanta per cento circa del suo consumo è assorbito dai soli
pneumatici. E la fabbricazione di questi ultimi è molto
complessa e richiede impianti, macchinari, attrezzature
scientifiche e attività di ricerca applicata dal costo molto
elevato. Quindi, mentre la produzione di quasi tutti gli articoli,
o quantomeno di quelli di più semplice fabbricazione, è
frazionata in una moltitudine di piccole imprese, quella dei
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pneumatici è concentrata in un numero ristretto di grossi
gruppi industriali aventi in prevalenza carattere internazionale,
che quasi sempre posseggono piantagioni -è il caso della tua
Danlop, Walter- e impianti per la produzione della gomma
sintetica. Comprendi bene, e fate attenzione Tom e ragazzi, che
se riusciremo a ridurre i costi e ad assicurare una ragionevole
incidenza nel trasporto, potremo sopravvivere, altrimenti
saranno guai..."
"Ma ora la manodopera costerà molto di più...", intervenne
ancora Michele jr.
Paul lo osservò con meraviglia e ammirazione. Accese una
sigaretta, strinse la mano di Cynthia, sorrise a Peter e Still e
riprese:
"Si, certo, e perciò organizzai un ciclo meccanizzato al massimo
e finito al meglio. No, non è questo che mi preoccupa e oltre
tutto lo ritengo giusto, ma pesanti punti interrogativi sono i
trasporti, la stabilità politica, le facilitazioni che la Gran
Bretagna vorrà concederci".
"Ritengo che su questo potremo essere tranquilli. Alla Dunlop
a Londra ne sono convinti. E' invece da temere la stabilità
politica, razziale. I dopoguerra generano tensioni ed evulsioni,
ricerca di parità, rivalse..."
"Sì, zio Walter, come ad esempio il fascismo in Italia, il
comunismo in Russia", intervenne arrossendo Gregory.
"E non solo, pensate a ciò che sì scatenerà in Cina dopo gli anni
lunghi e duri della guerra con il Giappone. Sono certo che
l'alleanza nazionale fra Mao Tse-tung e Chiang Kai-shek non
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durerà e sfocerà in una lotta senza quartiere e la Russia avrà un
peso politico sempre maggiore. Basta pensare alla presa di
potere nei Paesi dell'Europa orientale e all'instaurazione di
potenti partiti comunisti in Francia e l'Italia. Insomma è tutto da
seguire con attenzione per adeguarsi con rapidità ed
intelligenza pensando più alla sopravvivenza che ai profitti..."
"Ma, zio, noi siamo molto ricchi, è vero?", chiese timidamente
Laurence, e proseguì agitato. "Fortunatamente il caucciù, una
piantagione e una zona calma come il Sarawak non sono stati
distrutti come il cantiere navale di papà a Singapore..."
"In questo siamo stati fortunati, ma anche tuo padre si
rimetterà in sesto, avrà il rimborso dei danni di guerra dall'
'Inghilterra..."
"Papà mi ha detto che ci vorranno anni. Singapore industriale è
a terra. Noi azionisti della Caracciolo siamo ancora ricchi?"
"Sì, ragazzo, lo siamo ancora, ma tutto cambia, specialmente le
proporzioni. Una volta, ai tempi del nonno, venivamo
considerati enormemente ricchi con i milioni di sterline, le
compartecipazioni. Oggi la guerra ha generato veri colossi
industriali nei paesi capitalistici e i milioni, pur contando,
debbono essere centinaia, non decine per far considerare
un'impresa davvero grande e potente. Se poi vogliamo valutare
esigenze familiari, sì. siamo ricchi, ma la ricchezza può sfumare
presto se investita male, se ci s'impegna in azioni industriali o
finanziarie sballate..."
"Sarebbe quindi meglio vendere e prendere interessi dalle
banche?", insistè Laurence.
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"Se ti accontenti di vivere agiatamente e segui l'azione della
banca forse sì, ragazzo. Non dimenticare che la guerra e
specialmente il dopo generano l'inflazione, e comunque spetta
agli azionisti decidere se vendere le quote societarie. Quindi nel
tuo caso, come in quello dei tuoi cugini, sono i vostri genitori
che decideranno, e in quello di Michele, Marianna e Gary la
tutrice, ossia la nonna. Ora io suppongo che tutti loro
desiderino che prima completiate gli studi e poi vi interessiate a
problemi finanziari..."
"Si, certo, dovranno studiare e molto", intervenne per la prima
volta Tom con aria e voce autorevole mentre fissava con affetto
Shirley.
"Ma oggi si può guadagnare molto senza impiego di capitali. Il
Financial Time reca esempi di consulenti finanziari e fiscali,
designer che incassano parcelle di diecine di migliaia di dollari",
insisté, del tutto indifferente all' interruzione, Laurence.
"E' vero, ma è solo con il commercio ad un certo livello e
l'industria, ossia con movimento di capitali, che si possono
realizzare veri business very strong, come dicono gli Yankees..."
"O facendo gli attori protagonisti come te, vero zio?", completò
Laurence. "Walter ci ha raccontato di aver visto i tuoi film e dice
che voi attori guadagnate centinaia di migliaia di dollari per
volta".
" Dimenticavo che abbiamo un attore in famiglia, il fratello di
una regina fra gli uomini di spettacolo! Forse questo è un altro
motivo per la decisione di Charles Vyner. Un chimico laureato,
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l'amministratore di una grande azienda fra i guitti, che
scandalo!"
"No zia, scusa, cosa dici, oggi gli attori sono degli idoli, dei
grandi professionisti", intervenne pronto Gary.
"Come papà è stato un genio della finanza, uno dei pochi a
intuire la crisi della Borsa in Wall Street, così zio Paul è riuscito
ad emergere a Hollywood fra migliaia e migliaia di attori".
Paul non intervenne. Guardava quei ragazzi di quattordici,
quindici e sedici anni e si ricordava, vedeva al loro posto in un
quadro vivace, coloratissimo e sempre attuale, i suoi fratelli e
lui seduti allo stesso tavolo diciassette anni prima. Già allora in
ognuno di loro si poteva intravedere il carattere, gli ideali, gli
obiettivi. Chi fra questi sarebbe stato il nuovo John, il nuovo
Paul, il nuovo Tom e le novelle Linda e Margaret? Ci sarebbero
state nuove lotte per prevalere, si sarebbe rinnovata la
maledizione di Templemore? Osservò Mary: stava facendo le
sue stesse considerazioni? La madre sembrava serena, felice e
Paul si girò verso il figlio Peter, uno stupendo ragazzino di otto
anni, un raggio di sole s'incendiò sui riccioli d'oro. Lo accarezzò,
poi finalmente rispose:
"Sì, gli attori sono molto pagati e rispettati. Hanno però delle
spese enormi e molti profitti vanno consumati in guardaroba e
spese di rappresentanza, per non contare gli agenti e le loro
esose percentuali. Ma io vi dico, ragazzi, e specialmente a te,
Laurence, che il mondo capitalistico, l'America in particolare, è
duro, vi è una lotta spietata e nessuno ti soccorre quando ne
hai bisogno e se non puoi rendere sempre al massimo. E' vero
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come si dice, e questo è alla base del pragmatismo, che ogni
cittadino può diventare presidente, ma ognuno può essere
licenziato su due piedi e messo in un canto. Ora, ragazzi, io
sono stato fortunato e ho fatto l'attore ed ho avuto successo,
ma avrei preferito continuare negli studi, conseguire il master o
il dottorato in chimica e rimanere al passo con i progressi della
tecnica. Non potetti farlo, avevo bisogno di guadagnare e
molto, ed è per questo che voi dovrete, come già state facendo,
recuperare gli anni persi per la guerra studiando il doppio di
quanto abbiamo fatto noi, e poi, se lo vorrete, troverete
collocazione nella Rubber Caracciolo".
Guardò diritto negli occhi uno per uno i commensali. Era
conscio che ormai tutti sapevano delle sue vicissitudini, di Still e
non gli importava, ma non doveva, non poteva mollarli mai:
sarebbe divenuto un inferno quel luogo tornato finalmente
tranquillo. Aggiunse:
"Vedi, Walter, d'accordo con Tom, abbiamo incrementato e
cerchiamo di migliorare la nostra produzione di gomma
naturale finita, mentre, per la sintetica abbiamo sospeso in
attesa di decisioni più ponderate e competenti. Ma io non
potrò trattenermi per molto. Partirò con Cynthia e i bambini
per Londra e Oxford. I miei suoceri attendono una nostra visita,
e poi l'America per nostre esigenze. Fortunatamente ormai gli
aerei hanno abbreviato di tanto il viaggio, e comunque il lavoro
è importante, ma la vita personale, gli affetti lo sono di più. Non
bisogna ripetere errori"
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Spinse all'indietro la sedia e si alzò e gli occhi si riposarono nel
verde variegato di bianco delle grandi pendule foglie del
filodendro e nei piccioli di varia lunghezza d'un bel colore
porpora della graziosa maranta presso la finestra e infine nel
sorriso d'approvazione della sua donna.
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LA MALEDIZIONE DI TEMPLEMORE (Caucciù), romanzo di Bruno Cotronei
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