BRUNO COTRONEI E I SUOI LIBRI
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QUI I LIBRI ; LE RECENSIONI RICEVUTE E QUASI TUTTO SULLO SCRITTORE
 
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 L'INSERIMENTO dal cap. XX al cap. XXV

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Bruno
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MessaggioTitolo: L'INSERIMENTO dal cap. XX al cap. XXV   L'INSERIMENTO dal cap. XX al cap. XXV EmptyMar Dic 30, 2008 1:58 pm

CAPITOLO XX
Finalmente ero di nuovo nel mio ufficio. Amelia, con la
quale ero stato spesso in contatto telefonico durante il mio
soggiorno milanese, mi relazionò sulle ultime novità che
erano molto buone. Alberto si era dato da fare e aveva con-
cluso alcuni ordini per la Ricci. Gli telefonai immediata-
mente e lo pregai di raggiungermi nella nostra sede.
Com'era piccola rispetto all'immensità della Van Gogh,
ma come ci si sentiva a proprio agio! Qui ero il titolare, co-
lui che decide senza tanti impedimenti e solo previa comu-
nicazione ad Alberto con il quale avevo però stabilito un'in-
tesa quasi perfetta e ampia e reciproca libertà.
L'amico Fani giunse con quella sua solita aria dignitosa,
distinta e flemmatica. Gli raccontai delle mie esperienze
vangogghiane. Parlai diffusamente di Milani, Sassi, Pian,
Bacci e Malagui minimizzando alquanto i miei successi e
tacendogli dell'offerta dell'ingegnere Pian.
"Dunque, Alberto, ti ridurrò in poche parole quello che
secondo me è opportuno dire ai progettisti e imprenditori
sui prodotti Van Gogh. Prendi appunti, per cortesia". Aprì
un suo elegante blocco e si preparò ad annotare diligente-
mente. Ripresi: "I prodotti sono quasi tutti in fibra di vetro
come hai già visto a Napoli e dai campioni di cui già siamo
in possesso. I pannelli servono per l'isolamento termico
delle pareti esterne e dei tramezzi. L'isolamento termico
delle coperture piane a terrazzo avviene a mezzo del pan-
nello ISOL V.G., o meglio con polistirolo espanso, anch'es-
205
so prodotto dalla nostra rappresentata, con spessore di
quattro centimetri e densità quindici e non dodici, che ha
un coefficiente di conducibilità più alto e quindi meno
adatto. L'isolamento dei suoni che si propagano per tra-
smissione aerea o per percussione e calpestìo si realizza
per le pareti e i tramezzi con i soliti pannelli in fibra di ve-
tro e quello dei solai intermedi con il feltro SUPER V.G. che
viene applicato stendendolo sul solaio, facendo attenzione
di evitare ogni possibile zona scoperta e risvoltato con pre-
cisione lungo le pareti per un'altezza di circa tré, quattro
centimetri. Il feltro così steso viene ricoperto da apposito
massetto di sottofondo del pavimento che si ferma vicino ai
risvolti. I relativi principi tecnici di tutto sono sommaria-
mente i seguenti..." e proseguii, mentre Alberto annotava e
di tanto in tanto mi poneva delle domande decisamente più
intelligenti di quelle che i funzionar! del corso facevano a
Sassi. "Vi sono poi i problemi più complessi dell'isolamen-
to dei cassonetti e dei serramenti, dei sottofinestra, di pare-
ti esterne e interne già esistenti, di pareti prefabbricate, di
quelle su vani scale e di sottotetti che ti riassumo rapida-
mente...". Proseguii ancora esemplificando al massimo e
preparando così una specie di pappardella prefabbricata
da recitare ai possibili clienti. Infine conclusi: "... Quindi i
nostri prodotti sono consigliabili e superiori agli altri in-
nanzitutto perché fabbricati da un'azienda a livello mon-
diale con un centro studi di assoluta avanguardia, per il lo-
ro basso coefficiente di conduttività attualmente fra i mi-
gliori; inoltre si adattano ottimamente per l'isolamento ter-
mico e quello acustico opponendosi sia ai rumori aerei che
a quelli di calpestìo. Sono leggeri e adattabili a eventuali ir-
regolarità, hanno una durata elevatissima e non subiscono
la nota polverizzazione dovuta a vibrazione, tanto dannosa
per prodotti analoghi della concorrenza e ciò proprio per i
tipi di fibre e di resine usate, sono inorganici e quindi inat-
taccabili dalle muffe e dall'umidità e infine sono incombu-
stibili".
Alberto terminò di annotare, poi, riposto il blocco, prese
206
la sua agenda e mi mise al corrente con evidente soddisfa-
zione degli ordini ottenuti e di un'avviata trattativa per la
fornitura di un grosso quantitativo di materiale isolante
presso un grande fabbricato dell'impresa Fioppa, il cui tito-
lare era un vecchio e fedele cliente SCODER.
"Perbacco", esplosi raggiante, "Alberto, questa sì che è
una buona notizia. Potremo iniziare così nel modo migliò-
re".
"Sì, Gianni, attendevo solo che tu mi precisassi meglio i
fatti tecnici per effettuare la visita conclusiva. Pensa che si
tratta di più di venticinquemila metri quadrati fra pannello
parete e SUPER V.G. Possiamo andarci oggi insieme e ca-
varcela da soli, senza chiedere l'intervento di Zappa o Bi-
giaretti, che ne dici?"
"Dico che è un'ottima idea".
Il pomeriggio ci recammo presso l'impresa Fioppa e con-
cludemmo quel nostro primo importantissimo ordine. Il
mio intervento fu utile per la parte tecnica, ma quello di Al-
berto fu determinante per la sua bravura commerciale e
per l'introduzione che l'attività patema gli aveva donato e
che lui utilizzava così proficuamente.
Da Zappa riferimmo i buoni risultati del mio viaggio a
Milano, dei quali era evidentemente già al corrente e l'ordi-
ne Fioppa per il quale ebbi l'accortezza di lasciare tutto, co-
me d'altra parte era giusto, il merito al mio socio. Zappa
era contentissimo e per l'emozione il tic al labbro gli si era
accentuato. Il suo settore incominciava a funzionare pro-
prio bene!
Erano però sorti durante la mia assenza i primi contrasti
con la ditta del concessionario, ingegnere Di Massimo e con
il suo braccio destro, Pescione. Approfittammo che anche
loro di lì a poco sarebbero venuti da Zappa per trattenerci
lì e affrontammo una violenta discussione che assunse dei
toni drammatici, non tanto per colpa dell'ingegnere Di
Massimo, un anziano e panciuto individuo con scarse e ve-
tuste cognizioni tecniche, ma del suo aiutante che rappre-
sentava il Richelieu dell'azienda. Era un uomo sui trent'an-
207
ni di aspetto repellente e con un accento e un gesticolare da
bassoporto. La flemma e la signorilità di Alberto, la mia de-
cisione e le stringate argomentazioni tecniche e commer-
ciali, ma principalmente il favore che mi ero guadagnato a
Milano e il grande ordine concluso dopo nemmeno un mese
di collaborazione fecero pendere la bilancia dalla nostra
parte.
Riuscimmo quindi a fare accettare le nostre condizioni
che si potevano riassumere nella limitazione per la ditta del
concessionario di non contattare senza nostra autorizzaz-
zione imprese e progettisti, ma solo applicatori. A nostra
volta, a mezzo del caposettore, avremmo passato a loro tut-
ti gli ordini al di sotto dei mille metri quadrati a prezzi pre-
ventivamente concordati; inoltre l'ingegnere Zappa, forte
del nostro aiuto, trovò il coraggio per imporre a Di Massi-
mo l'acquisto, con decorrenza uno febbraio, di due vagona-
te di isolanti.
Alberto ed io, affratellati dai successi, decidemmo di as-
sumere un giovanotto come aiutante; la nostra azienda ora
ne aveva proprio bisogno e la sua consistenza diveniva così
di ben quattro unità. Non fu facile trovare l'elemento adat-
to, ma in una settimana vi riuscimmo e Pino Artini, ex pro-
duttore di libri, un ventenne di figura distinta e di buona fa-
miglia, incominciò a collaborare con noi e ci fu di notevole
utilità.
Fu gratificante incassare a fine mese, unitamente al
quarto trimestre prowigionale Ricci, il cospicuo assegno
della Van Gogh per l'ordine Fioppa e per un altro preceden-
te passato dall'ingegnere Di Massimo. Ormai le entrate era-
no buone e, pur detraendone le spese di telefono, di cancel-
leria, di benzina e del deposito, ci rimaneva denaro suffi-
ciente per assegnarci stipendi di gran lunga superiori a
quello di un medio impiegato di banca. Feci un bei regalo
alla mia ragazza, comprai a rate una FIAT 1100 e aprii il
mio primo conto corrente.
Le cose ci andavano proprio bene! Gli ordini Van Gogh
continuavano a fioccare, anche se non tutti potevano avere
208
ovviamente la consistenza del primo. Quelli per la Ricci e
per la Mavi avevano una buona continuità, mentre la Magli,
dopo i primi successi dovuti principalmente a Gargiulo,
non segnava più punti a suo favore e solo molto sporadica-
mente riuscii a vendere qualche piccolo impianto. La no-
stra influenza sul settore vendite Sud era diventata deter-
minante; infatti Zappa non era ne un brillante tecnico, ne
un valido organizzatore e Bigiaretti un'assoluta nullità,
tanto che qualche volta che venne con noi in visita a un'im-
presa o a un progettista fummo costretti a farlo tacere a vi-
va forza, perché ogni cosa che diceva o era sbagliata o poco
opportuna. Riuscimmo a dirottarlo quasi perennemente
nelle altre regioni del settore, come la Puglia o la Calabria.
Solo il signor Tomo sapeva il fatto suo, ma il settore indu-
striale di cui si occupava non era nostro e le attività si svol-
gevano separatamente.
Da Milano sempre più pressanti giungevano le richieste
di organizzare una di quelle manifestazioni promozionali
che comprendevano una parte tecnica ed una mondana. Si
invitavano progettisti e costruttori in una sala di un grande
albergo dove si teneva una conferenza seguita da dibattito
sui problemi dell'isolamento e sui relativi prodotti. Il tutto
si concludeva con un elegante cocktail.
Sia Zappa che io non eravamo i più adatti per organizzare
quel tipo di manifestazione, Alberto invece fu bravissimo.
Ottenne in breve tempo l'appoggio del segretario dell'ordi-
ne degli ingegneri, prenotò una sala dell'hotel Royal e fece
diramare gli inviti che erano giunti da Milano stampati su
eleganti cartoncini. Conferenziere doveva essere proprio
quel commendatore Buonacasa che avevo conosciuto a Mi-
lano, ma in quei giorni era passato alla dirczione commer-
ciale di un'altra azienda del gruppo, la CondizionalAcusti-
ca. Altri erano occupati, per cui il signor Milani, che doveva
solo presenziare e prendere parte al dibattito, si assunse il
compito di tenere anche la conferenza.
La sala dell'hotel era stata dotata di un centinaio di pol-
troncine sistemate in lunghe file. Vi era il tavolo del confe-
209
renziere con alle spalle uno schermo dove sarebbero stati
proiettati filmati a colori. Un lungo e attrezzatissimo banco
fungeva da buffet.
Eravamo presenti tutti: Zappa, Bigiaretti, Tomo e la se-
gretaria per il settore vendite Sud, Alberto ed io per l'agen-
zia e Di Massimo per la ditta concessionaria, oltre a Milani
e alcuni operatori che erano giunti al suo seguito. Alberto
era in gran forma e sulla porta riceveva i vari ingegneri fra
i più importanti della nostra provincia che egli conosceva
tutti. Io ero più verso il centro della sala dove salutavo e
scambiavo qualche frase di circostanza, limitatamente a
professionisti e imprenditori che già conoscevo. Zappa e
Bigiaretti erano letteralmente terrorizzati e non sapevano
cosa fare, gravitando continuamente fra Alberto, me e prin-
cipalmente Milani che era vicino al tavolo dal quale avreb-
be tenuto la conferenza. Tomo, come al solito, era sicuro di
sé, ma non conosceva quasi nessuno. La signorina dal gran
seno vestita a festa cercava invece di rendersi utile pren-
dendo ordini da Alberto, me e Milani. Di Massimo infine
aveva ingaggiato un'accesa discussione con un anziano in-
gegnere suo coetaneo, ma credo che parlassero più di ricor-
di della prima guerra mondiale che di isolamenti.
Quando la sala si fu riempita per più della metà, sarebbe
stato compito di Zappa introdurre Milani, ma il pover'uo-
mo era oltremodo afflitto da timidezza e il tic si era accen-
tuato in maniera parossistica. Fu allora che decisi di farlo
io e, superato il primo momento d'impaccio, vi riuscii in
modo semplice e conciso che sorprese anche me, ancora
non abituato a parlare in pubblico e per di più così qualifi-
cato. Subentrò Milani, calmo, freddo, padrone di sé. Tenne
una conferenza mirabile per chiarezza e brevità. Di tanto in
tanto faceva cenno agli operatori di proiettare gli interes-
santi filmati. Alla fine si aprì il dibattito che non vide molti
interventi, ma un'infinità di domande terribili da parte di
un certo ingegnere Massaro che evidentemente conosceva
bene la materia e al quale piaceva mettersi in vista. Ammi-
rai il signor Milani il quale se la cavò brillantemente in ogni
210
occasione e notai con piacere che a quasi tutte, se non pro-
prio a tutte, quelle domande insidiose, anch'io avrei saputo
dare un'esatta risposta.
Una grande, inarrestabile voglia mi prese, e a una delle
ultime domande, chiesi a Milani se permetteva a me di ri-
spondere. Il dirigente mi guardò con meraviglia e con un
po' di fastidio, ma non potè negarmelo. Risposi a quella e
ad altre domande e con la coda dell'occhio notai che il ca-
pufficio vendite mi guardava con considerazione e compia-
cimento.
La mia soddisfazione raggiunse il suo apogeo quando du-
rante il cocktail ricevetti i complimenti di parecchi interve-
nuti di cui alcuni avevano rappresentato per me nei mesi
precedenti una specie o peggio ancora di ingegnere Piranesi.
Come avrei voluto che mi avesse visto mio padre! Non era
anche quella un'attività "eletta", se condotta in quel modo?
La manifestazione fu un successo completo e l'unico che
fece una pessima figura fu l'ingegnere Zappa che aveva cer-
cato di mimetizzarsi quanto più era possibile. Ma come, lui,
un ingegnere, un ex assistente al politecnico, un caposervi-
zio che aveva seguito appositi corsi, era stato scavalcato da
Milani che in definitiva apparteneva al settore commercia-
le e non tecnico, e da me che ingegnere non ero ancora. Al-
berto non era un tecnico, ma fu insuperabile nel ricevere e
nel conversare con tanti personaggi importanti del mondo
dell'imprenditoria edile napoletana. Ma Zappa mi fece an-
che tenerezza; forse la sua bravura si sarebbe manifestata
nel ristretto ambiente dei suoi allievi universitari, dove la
sua timidezza, che sicuramente era la causa che bloccava le
sue capacità, sarebbe stata compensata dalla lunga fre-
quentazione e dal sentirsi con certezza lui il maestro e gli
altri gli allievi. Perché forzare un individuo e fargli fare co-
se che non sono per lui? Ognuno va valorizzato per quello
che può dare enei campo che gli è più congeniale. Anche il
povero Bigiaretti meglio avrebbe fatto a fare il piazzista di
cose più semplici, ma evidentemente la disperata ricerca di
un lavoro lo aveva proiettato in un posto che non era per lui.
211
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MessaggioTitolo: Re: L'INSERIMENTO dal cap. XX al cap. XXV   L'INSERIMENTO dal cap. XX al cap. XXV EmptyMar Dic 30, 2008 1:59 pm

CAPITOLO XXI
Purtroppo per la nostra piccola azienda che, come si è vi-
sto, era in continua espansione, anche per il numero dei
suoi componenti, Amelia, la valida e ormai preziosa segre-
taria, ci comunicò dispiaciuta che avrebbe dovuto lasciar-
ci. Aveva ottenuto un posto al Comune; non che lo stipendio
fosse di molto superiore al nostro, ma la famiglia e il suo
buon senso le imponevano di accettare per la sicurezza del
futuro che il cosiddetto posto fisso le avrebbe dato.
Un'aziendina come la nostra avrebbe forse, con un certo
sforzo, potuto adeguarsi come stipendio, ma non come assi-
curazioni sociali che incidevano per circa il cinquanta per
cento dello stipendio minimo sindacale. Non potevamo con-
tare su un introito costante e sarebbe stato poco saggio im-
barcarsi in impegni da posto fisso e contributi che magari
non avremmo potuto sostenere. Con Artini, l'altro nostro
collaboratore, avevamo stabilito un minimo stipendio più
una piccola percentuale sugli ordini che la nostra società
avrebbe ottenuto e non versando i contributi. Tutto ciò non
era onesto e sapeya un po' di sfruttamento del lavoro altrui,
ma fin quando la nostra ditta non fosse divenuta più solida
e con un introito medio più o meno sicuro come risultato
della produzione di perlomeno due anni, non avremmo po-
tuto farlo senza rischiare un insuccesso economico.
Alberto ed io avevamo parlato chiaramente sia all'una
che all'altro, promettendo loro di "metterci in regola" al
conseguimento di questi obiettivi. Non garantivamo nem-
212
meno la continuità del lavoro, ne avremmo potuto farlo
onestamente, sprovvisti coro'eravamo di una nostra perso-
nale consistenza patrimoniale. Soldi ce ne potevano deriva-
re solo dal nostro lavoro. È vero che avremmo potuto all'oc-
correnza rivolgerci ai genitori, ma già l'avevamo fatto, an-
che se per cifre minime, alla costituzione della società e
non era nostra intenzione ripeterlo, anche perché il risulta-
to sarebbe stato incerto. Inoltre, se anche fossero state ac-
cettate le nostre eventuali richieste, quale prezzo in imposi-
zioni avremmo dovuto pagare alla nostre famiglie?
Questo fatto, apparentemente semplice, può dare spunto
per considerazioni molto più profonde e di non facile giudi-
zio, se serio e ponderato.
Buona parte del boom economico italiano, costituito
principalmente dalle decine o centinaia di migliala di pic-
cole aziende più o meno come la nostra, si basava su un
comportamento analogo e quindi su un certo sfruttamento
dei dipendenti, sia a livello operaio che impiegatizio, ma gli
alti e a volte poco producenti oneri sociali scoraggiavano
un inquadramento secondo le norme. Però così comportan-
dosi quanti nuovi posti di lavoro venivano creati in conti-
nuazione? Forse milioni, dando la possibilità a tanti giova-
nissimi di immettersi nel sistema produttivo e di imparare
un mestiere, cosa che la scuola non insegna certo, anche
quella a carattere professionale.
Disposizioni poco avvedute davano sì la possibilità di po-
ter considerare apprendisti giovani alle prime esperienze e
di pagare per loro minimi contributi, ma solo se per ogni
apprendista vi fosse nell'azienda un pari se non doppio nu-
mero di operai e di impiegati regolari. Perché per microa-
ziende come la nostra o giù di lì non si potevano considera-
re lavoratori i titolari che spesso costituivano la maggio-
ranza o quasi dell'organico? Sarebbe bastato un illuminato
provvedimento del genere per dare ordine a quel caotico
mondo del lavoro.
Una delle cause della crisi dei tantissimi piccoli impren-
ditori e quindi della perdita di tanti posti di lavoro fu l'ina-
213
sprirsi della caccia all'evasione contributiva. Ciò, da un
punto di vista etico e di equità, poteva essere considerato
giusto, ma probabilmente si sarebbero ottenuti risultati
migliori, se si fosse operato con maggiore oculatezza, con
leggi più illuminate e principalmente con oneri sociali più
bassi e meglio usati.
Ci trovammo quindi a dover assumere un'altra signorina
e il rituale della prima volta si ripetè, anche se in modo più
rapido, perché ormai eravamo più esperti. Molte ragazze
passarono davanti al nostro scrittoio e la scelta cadde, do-
po aver scartato le più procaci, su Anna, una bruna timida
ma discreta dattilografa e piena di buona volontà. Questa
ragazza diciottenne si era presentata a noi con abiti che na-
scondevano le sue forme non abbondanti, ma armoniose.
Nei giorni successivi però, mentre le dettavo lettere o le
impartivo disposizioni, incominciai a notare le belle brac-
cia, il tondo ed eretto seno, le gambe tornite e ben fatte e il
viso regolare con dei grandi occhi castani.
Quasi come un accadimento automatico incominciai a ri-
volgerle, quando eravamo soli in ufficio, qualche frase
scherzosa, ad accarezzarle le braccia, il sedere e il seno, ap-
profittando della vicinanza del suo corpo che si chinava sul
mio per sottoponili in visione le lettere che aveva appena
battuto a macchina o pratiche che aveva riordinato. Non
so se volutamente o meno la sua coscia toccava il mio gi-
nocchio e il soffice seno la mia spalla o il mio braccio. Lei
non diceva nulla, ma si allontanava appena possibile, o for-
se un momento dopo.
Non volevo perdere la mia autorità con lei, ne spingere
troppo oltre quella specie di gioco, per cui per molti giorni i
nostri rapporti andarono avanti in un completo formalismo
verbale e lavorativo, ma con quei contatti che davano a me,
e credo anche a lei, un notevole piacere.
La ragazza era così docile e sottomessa. Mi accorsi che
però qualcosa stava mutando in me come in lei e il soprag-
giungere di nuovi importanti impegni di lavoro mi fece de-
cidere a dare una sterzata ai nostri rapporti che ritornaro-
214
no in breve alla più normale convenzionalità. Ancora una
volta il lavoro aveva vinto. Gli scopi che mi ero prefisso non
avrebbero permesso distrazioni nell'ambito del lavoro e so-
lo poche al di fuori di esso.
Proprio in quei giorni mi era giunta una lettera personale
dal commendatore Buonacasa, ora direttore commerciale
della CondizionalAcustica S.p.A. di Roma, che in termini
cortesi mi diceva di ricordarsi del nostro incontro a Milano
presso la Van Gogh e di aver sentito parlare molto bene di
me, sia per le capacità tecniche che per quelle commerciali.
Mi invitava quindi a Roma per poter studiare insieme l'as-
sunzione della rappresentanza dei loro prodotti che non
avrebbero potuto non interessarmi, sia per il fatto tecnico
che per le grandi possibilità di vendita anche nella zona di
mia competenza..
Ne parlai con Alberto e convenimmo che mi sarei recato
da solo a Roma con ampie facoltà decisionali, in quanto lui
era impegnatissimo con la SCODER e con le tante trattative
concernenti la nostra società. Fissai un appuntamento e
con la mia nuova e più veloce auto mi recai nella capitale.
Ho sempre amato Roma e da ragazzo vi avevo vissuto per
un paio di anni. Conservavo alcuni amici di una vecchia co-
mitiva di Fiuggi e principalmente da pochi mesi vi si era
trasferito il mio grande amico, Edoardo Sardi con il quale
avevo studiato insieme all'università con vicissitudini pres-
soché analoghe. Non avevo però mai considerato Roma co-
me un luogo di lavoro, ma come il posto ideale per vivere
una vita culturale classica o moderna, di studio, ma essen-
zialmente di divertimenti. Nonostante gli apparenti contra-
sti, la mentalità dei romani e dei napoletani è molto simile e
i quiriti più dei partenopei hanno forse saputo cogliere la
vera filosofia della vita. Recarmici quindi per lavoro mi
sembrava strano e non ero certo animato dal sacro fuoco
che mi aveva accompagnato a Milano.
Infatti, prima mi incontrai con Edoardo, parlammo delle
nostre cose, dei ricordi comuni e solo di sfuggita dello sco-
po del mio viaggio.
215
La CondizionalAcustica occupava un intero piano am-
mezzato di un vecchio palazzo situato in una larga strada
nei pressi di San Pietro. Ben diversa era l'atmosfera che
aleggiava in quegli uffici rispetto a quella della Van Gogh.
Eppure le due società erano strettamente collegate, anzi
quella romana era una specie di dipendenza della milanese.
Signorine che sembravano stelline di Cinecittà e che si
muovevano indolenti e voluttuose e impiegati stanchi con
aria strafottente. Lo stesso Buonacasa non era più quello di
Milano. Sorridente, ma calmo e tranquillo, senza più quelle
sue movenze convulse, mi fece entrare nel suo comodo uffi-
cio e mi chiarì con flemma quali erano gli scopi della sua
ditta. Produceva doghe e pannelli in acciaio zingato, forati
opportunamente e che, montati su appositi supporti, crea-
vano controsoffittature e contropareti dietro le quali trova-
vano posto pannelli o feltri della Van Gogh per il condizio-
namento acustico di ambienti sia civili che industriali. Lo
stabilimento, nuovissimo, era a Latina.
La correzione acustica degli ambienti è quanto di più in-
teressante o quasi esista nel campo dell'acustica applicata
ed è principalmente un problema di portare la riverbera-
zione al tempo voluto e calcolato con la massima precisio-
ne, mediante la formula di Sabine, dopo aver effettuato at-
tenti rilievi nei locali già costruiti o in progetto, secondo le
dimensioni, i materiali e la configurazione dell'ambiente
stesso.
Conoscevo già abbastanza il problema, ma fu affascinan-
te parlarne non solo con Buonacasa, ma anche con l'inge-
gnere Blackpunt, uno svizzero direttore tecnico del settore
studi della CondizionalAcustica, che mi insegnò cose di
grande importanza. Anche in quell'occasione riuscii a far-
mi valere. Le mie qualità si esaltavano alla presenza di pro-
blemi che mi coinvolgevano intimamente.
Ci recammo a pranzo insieme e poi in un famoso bar sen-
za alcuna fretta o ansia e solo molto più tardi ritornammo
in ufficio, dove affrontammo i problemi attinenti al con-
tratto di agenzia e parlammo di provvigioni e di quanto a
216
Napoli già esisteva come trattative.
Nonostante l'attuale apparenza più flemmatica, Buona-
casa aveva in poco tempo operato con solerzia e grande abi-
lità. Era proprio un venditore nato! Anche a Napoli aveva
praticamente già concluso — mancava solo la firma — alcu-
ni ordini di grande importanza presso enti statali. Si tratta-
va di controsoffittature per migliala di metri quadrati di al-
cuni fabbricati adibiti a uffici.
Ciò per la Cruni & Fani significava trovarsi già bella e
servita nel piatto una pietanza per la quale non si era fatto
nulla e avrebbe comportato l'incasso di lì a pochi mesi di
parecchi soldi di provvigione. Naturalmente accettai l'of-
ferta e firmai il contratto.
Ecco a cosa era servito assicurarsi la Ricci! L'azienda di
Ancella non ci aveva e forse non ci avrebbe assicurato mai
grandi guadagni, ma ci aveva fatto da referenza, con la sua
fama di serietà e di oculatezza nella scelta degli agenti, per
l'immensa Van Gogh e da questa derivavano, quasi come
conseguenza logica, tante rappresentanze prestigiose, ap-
paganti e redditizie.
Com'ero stato lungimirante e che utilità quei miei studi e
quella naturale capacità di comprendere subito i problemi
tecnici che poi mi davano, specialmente in tutto quello che
era attinente alla fisica, un'intima gioia e voglia di appren-
derli.
Che differenza fra Mortini e Sassi, Pian, Milani, Buonaca-
sa e Blackpunt!
Lì la mia dimostrazione di conoscenze tecniche era stata
considerata con invidia e dispetto, qui con ammirazione e
stima!
Partii per Napoli e passai vicino allo stabilimento della
mia nuova rappresentata. Sorgeva in una zona industriale
di recente costituzione, frutto dei cospicui aiuti della Cassa
del Mezzogiorno e dell'ISVEIMER. Erano tutti stabilimenti
nuovi, quello della CondizionalAcustica uno dei più grandi,
snello nelle linee e con uso di molto alluminio. La superfi-
cie coperta era intomo ai trentamila metri quadrati e sor-

217
geva al centro di prati curati come quelli di una bella villa.
Mancava solo una piscina per dare un'immagine estema di
quel tipo. Ma dentro, che squallore! Locali immensi, colmi
di macchinari nuovissimi e solo dieci operai! Faceva un
freddo cane e non capivo il perché. Il direttore me lo spie-
gò: l'impresa di costruzione, maledettamente napoletana^
era in forte ritardo con i termini di consegna e ancora molti
infissi mancavano e quei pochi che già erano stati installati
erano privi di vetri. Gli operai, in quella fase iniziale più di
duecento, si erano o ammalati o licenziati e la produzione
ridotta praticamente a nulla. Una causa, una delle solite,
lunghe e sterili cause, era in corso fra la CondizionalAcusti-
ca e l'impresa appaltatrice dei lavori. E in quelle more non
si produceva nulla, si perdevano ordini e si privavano del
lavoro tanti operai. Era una situazione deprimente, ma il
direttore mi assicurò che ormai, a mezzo di un'altra impre-
sa, si sarebbe completato presto il tutto e sarebbero tornati
ai tempi di lavorazione previsti. Nonostante gli elementi ne-
gativi, fui colpito positivamente dalla grande capacità po-
tenziale del prodotto e da quella effettiva di Buonacasa che
in pochissimo tempo, con un'organizzazione vendite appe-
na in abbozzo, aveva ottenuto tanti ordini per oltre cento-
mila metri quadrati, senza avere alle spalle uno stabilimen-
to efficiente.
Che venditore e organizzatore! Forse era vero, e anch io
ne avevo avuto la sensazione, che non era un perfetto cono-
scitore di problemi tecnici, come aveva affermato Sassi, ma
la sua dialettica, in un mondo come quello italiano dove
tecnici veri in campi nuovi ve ne erano davvero pochi, face-
va un grande effetto con i risultati che ho raccontato.
218
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Bruno
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MessaggioTitolo: Re: L'INSERIMENTO dal cap. XX al cap. XXV   L'INSERIMENTO dal cap. XX al cap. XXV EmptyMar Dic 30, 2008 2:03 pm

CAPITOLO XXII
Fra la posta che di giorno in giorno diveniva sempre più
numerosa, trovai un'elegante busta intestata SO.FI.RI.
S.p.A. Proveniva da Firenze e conteneva un invito a prende-
re contatti per l'eventuale assunzione di rappresentanza.
Non era certo una novità. Da molti mesi ormai lettere del
genere erano per me all'ordine del giorno, ma subito la mia
attenzione fu attratta dall'accenno che il nostro nome era
stato segnalato dalla Van Gogh. Avevo imparato che quanto
era collegato alla grande società milanese era importante e
anche redditizio, ma avevamo già troppe rappresentate. Le
elencai su un foglio di carta: la Van Gogh, la CondizionalA-
custica, la Magli, la Ricci e la Mavi. Inoltre fra breve tempo
iniziava la Fiera di Milano e Alberto ed io dovevamo recar-
vici per un necessario aggiornamento sulla concorrenza e
per realizzare quanto da tempo ci eravamo proposti, ossia
completare la gamma dei prodotti Ricci.
Eppoi eravamo stati proprio in quei giorni visitati dal ti-
tolare di una ditta di non grandi dimensioni, ma in notevole
espansione, che intendeva impiantare nella nostra città
un'agenzia per impermeabilizzazioni dei solai di copertura
con bitume e veli di fibra di vetro alternati. Anche questa
era collegata alla Van Gogh, non fosse altro che per un con-
gruo contratto di acquisto di quel particolare materiale che
costituiva il supporto al bitume. Se ne applicavano sette o
nove strati e veniva garantita per la durata di ben dieci an-
ni.
219
Dalla carta intestata cercai di capire di cosa si trattasse e
scoprii solo che la sigla significava Società Fiorentina Rive-
stimenti Isolamenti e poi più sotto: Settore Pavimentazioni.
Mi consultai con il mio socio e decidemmo di rispondere
che saremmo passati da loro durante il viaggio di andata
per Milano.
Le giornate erano davvero sature di impegni e non dove-
vamo e non potevamo dimenticare che Alberto suddivideva
la sua attività lavorativa fra la nostra società e quella pater-
na tutta impegnata per gli ascensori SCODER. Artini era un
buon collaboratore e col tempo diveniva sempre più bravo,
ma per la conclusione di ordini bisognava per forza che in-
tervenissimo o io o Alberto. Inoltre per ogni ordine che an-
dava in porto vi erano perlomeno dieci o venti visite o trat-
tative che non approdavano al risultato sperato. Se avessi-
mo assunto la rappresentanza della ditta di impermeabiliz-
zazioni e quella di Firenze, avremmo dovuto procurarci un
altro collaboracore, portando così la consistenza numerica
della nostra organizzazione a cinque unità. Certamente
questo mi inorgogliva, anche perché mi allontanava sempre
di più dalla figura del semplice rappresentante che da solo
fa tutto e mi avviava ad assumere una dimerisione impren-
ditoriale.
Ma avevo già potuto constatare che più ci si ingrandisce,
maggiori sono gli oneri di carattere amministrativo, che
purtroppo ricadevano totalmente su di me, data la mancan-
za di predisposizione e le rare presenze di Alberto in uffi-
cio. In pratica svolgevo anche le funzioni di direttore della
nostra azienda che incominciava a non essere più tanto mi-
croscopica, mentre Alberto poteva considerarsi come il pri-
mo e il più importante dei venditori. I ruoli si andavano na-
turalmente delineando, ma forse non era un bene per
l'azienda che io fossi sempre più preso dai problemi tecnici
e amministrativi a scapito dell'attività di venditore per la
quale avevo dimostrato di valere qualcosa.
È vero che il tecnico o l'amministratore, per i soliti sche-
mi mentali, particolarmente della nostra città e del nostro
220
ambiente, è considerato superiore al venditore, ma ciò non
è sempre giusto. Come al solito, nella sostanza, è più una
questione di capacità che di ruolo. Il buon venditore può es-
sere considerato come un elemento fondamentale della vita
di un'azienda. Il tecnico può ideare e progettare cose mira-
bili, ma senza un valido venditore tutto rimane sterile. La
vendita è un'arte, se naturalmente viene eseguita con
"creatività" e fine intuito psicologico.
Giunse il giorno della partenza per la metropoli lombar-
da. Questa volta non ero solo, ma avevo con me un socio;
non ero più alla guida di una stretta e lenta 500, ma di una
comoda e abbastanza veloce 1100.
Era un aprile stupendo, l'aria dolce, piena idi vita e di
odori di primavera. Ricordai l'anno prima, le speranze e il
desiderio di libertà e di affermazione che animavano quel
viaggio. Ora invece vi era la sicurezza, non certo dell'uomo
arrivato — la strada era ancora lunga — ma di colui che è
nella dirczione giusta. Quel desiderio di libertà, che impli-
cava principalmente la mia famiglia, si era in effetti realiz-
zato. È vero che continuavo ad abitare nella casa dei miei
genitori, ma ben altra era l'autorità con la quale mi com-
portavo. Non avevo, pur potendolo, preso in affitto un
quartierino solo per me, sia perché non mi sentivo ovvia-
mente costretto come prima, sia perché di lì a poco mi sarei
sposato e quindi avrei cambiato casa. Vi era però in me an-
cora una sottile insoddisfazione che mi rodeva. Era sempre
la stessa che maledettamente mi accompagnava incessante-
mente, anche se allo stato latente, dal quale veniva fuori so-
lo in certe particolari situazioni.
Solo pochi giorni prima, ad esempio, eravamo insieme
Zappa, Alberto ed io e non so come la conversazione era sci-
volata sui titoli accademici ed onorifici. Zappa affermava
che sì, valeva l'abilità personale più del titolo, ma certo
questo era indubbiamente importante e sottolineava e valo-
rizzava quella. Alberto diceva che lui non ne faceva ne uso,
ne sfoggio, tranne quando si trovava in contatto con perso-
ne o troppo boriose o presso le quali era determinante usar-
221
lo. E rivoltosi a me domandò:
"Tu puoi dirlo, Gianni, è vero che io mi annuncio solo con
il cognome?"
Annuii. Ero disgustato e anche risentito. Che quei due,
probabilmente invidiosi delle mie capacità che li sovrasta-
vano, avevano a bella posta affrontato quell'argomento per
mortificarmi e prendersi una rivincita? Specialmente Zap-
pa, al quale avevo dato un aiuto determinante per portare a
termine in modo esatto un calcolo relativo a problemi di
isolamento acustico per conto del Ricostruzionamento.
A un certo momento l'ingegnere aveva detto:
"Io non capisco, Cruni, perché lei non completa i suoi
studi di ingegneria o cambia facoltà e si laurea in prope-
deutica per la quale le riconoscerebbero tutti gli esami co-
muni e gliene rimarrebbero ^solo uno o due?"
"Cos'è la propedeutica?", chiesi.
"La laurea della facoltà di matematica con indirizzo di-
dattico".
Replicai annoiato e irritato.
"Ci penserò, ma debbo trovare il tempo e poi, se debbo
continuare, proseguirò ingegneria".
Stavo per sparargli la proposta che avevo ricevuto nei
mesi precedenti dall'ingegnere Pian.
Pernottammo a Firenze e la mattina ci recammo dall'ar-
moniosa piazza della stazione di Santa Maria Novella, at-
traversando volutamente la piazza del Duomo con il super-
bo Campanile di Gioito e il Battistero e piazza della Repub-
blica, di forma perfettamente rettangolare e ricca di Caffè
all'aperto, alla sede della SOFIRI. Alberto, grande compe-
tente ed estimatore d'arte e di architettura, mi erudiva su
tutto senza sapere che anch'io avevo trascorso lunghe e me-
ravigliose giornate nella visita non solo di quei monumenti,
ma anche della Loggia dei Lanzi, della Galleria degli Uffizi
e di Palazzo Pitti.
Gli uffici della SOFIRI si trovavano in una larga strada,
non centrale ne periferica, e occupavano, in una strana po-
sizione, due interi piani di due fabbricati collegati fra loro
222
da piccoli ponti proprio in corrispondenza dei locali della
società fiorentina. Erano ampi e lussuosi, anche se non rag-
giungevano le dimensioni di quelli della Van Gogh, ma di
gran lunga maggiori di quelli della CondizionalAcustica di
Roma. Saltava subito agli occhi che si trattava di una ditta
importante e ben organizzata. Lo spazioso ingresso con un
usciere imponente, sculettanti signorine dai visi di madon-
ne e la grande sala d'attesa, ricca di poltrone comode e mo-
derne e le numerose pubblicazioni della società sullo stile
Van Gogh.
Un uomo sulla trentina, robusto ma non grasso con un
volto aperto e simpatico e uno spiccato accento toscano
con la e aspirata, ci venne incontro e si presentò come il
dottor Garofani, dirigente del settore pavimentazioni. Ci
pregò di seguirlo nel suo ufficio al quale si accedeva per-
correndo un interminabile corridoio, con pareti in allumi-
nio e vetri termici che occupava l'intera soletta in cemento
armato costruita a sbalzo sulla strada e una serie di uffici
occupati da dattilografe e impiegati del suo settore. Alle
spalle del moderno scrittoio vi erano sulla parete pannelli
con grafici e strane schede in plastica. Ci informò che rap-
presentavano le forze di lavoro a sua disposizione divise nei
vari cantieri di tutta Italia, dove in quel momento venivano
applicate le pavimentazioni di cui erano esclusivisti. Si
trattava di due tipi fondamentali: il Metalpav e L'Elastic-
pav; il primo con elementi di ferro particolarmente trattati
inseriti in uno speciale massetto, e il secondo di una gom-
ma di composizione brevettata. Si capiva chiaramente che
il Metalpav era il suo prediletto e ad esso dedicava buona
parte delle sue energie. La caratteristica principale era da-
ta dalla forte resistenza all'usura, oltre al buon aspetto
estetico.
Mentre Alberto, come al solito in questi casi, taceva, ec-
cepii che una tale pavimentazione era adatta all'industria
pesante o tutt'al più a quella media, quindi poco adeguata a
Napoli e alla nostra attività che era indirizzata all'edilizia
civile e non industriale. L'altra, quella di gomma, sarebbe
223
incappata nella concorrenza della Pirelli e di altri prodotti
già affermati.
Mentre conversavamo, si era aggregato a noi il dottor
Socci, un chimico direttore del laboratorio sperimentale
della società, il quale annuiva alle mie osservazioni. Con-
cludemmo rapidamente la nostra visita, riservandoci di ri-
prendere i contatti solo nel caso avessimo deciso di occu-
parci anche nel settore edilizia industriale della Van Gogh,
nel qual caso avremmo potuto affiancare quei prodotti alla
SOFIRI. Nel salutarci i due dirigenti si scusarono di non
averci potuto presentare al signor Mattoni, presidente e
maggiore azionista della società, che era in quei giorni fuo-
ri sede. Ci informarono anche che il settore trainante
dell'azienda era costituito da isolamenti di carrozze ferro-
viarie, nel qual campo la SOFIRI era l'azienda guida in Ita-
lia.
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MessaggioTitolo: Re: L'INSERIMENTO dal cap. XX al cap. XXV   L'INSERIMENTO dal cap. XX al cap. XXV EmptyMar Dic 30, 2008 2:05 pm

Mentre velocemente ci dirigevamo verso Milano, ci scam-
biammo impressioni sulla visita e sulla società. Indubbia-
mente dopo la Van Gogh era la più importante che avevamo
contattato, ma convenimmo che non era ancora il caso di
allargare di tanto il nostro settore di lavoro.
Nel primo pomeriggio giungemmo nella capitale lombar-
da e con sicurezza mi districai fra le tante strade fino a via
Cadere dalla signorina La Gioia, dove avevamo prenotato
una stanza per il nostro soggiorno milanese. La donnetta
mi accolse con la vecchia cordialità e affetto, ma qualcosa
nel mio modo di fare era evidentemente cambiato in quei
dodici mesi. Probabilmente i contatti, il duro lavoro e i pri-
mi successi mi conferivano una maggiore autorevolezza e
la brava sarta non osava più prendersi quelle affettuose,
materne, piccole, confidenze che mi aveva usato durante il
mio precedente soggiorno.
Forse l'essere ritornato in quella casa, dove avevo vissuto
quindici giorni spensierato e tutto sommato felice, allentò
la mia ansia lavorativa e immediatamente telefonai a Cate-
rina. Mi rispose la madre.
224
"Signora, come sta? Sono Gianni Cruni. Si ricorda di
me?"
Il tono divenne quasi impercettibilmente più freddo e
formale.
"Ah, Gianni... Abbastanza bene, e lei?"
"Non male, signora. Sono nuovamente a Milano per la
Fiera... Caterina è in casa? Sta bene?"
"Credo di sì, ora vedo, mi scusi".
"Grazie".
Rumori e un parlottare lontano e intelligibile, poi la voce
così bella e armoniosa.
"Pronto, Gianni?"
"Sì, Caterina, sono io. Come stai? Ti ho telefonato tante
volte da Napoli e tré mesi fa, quando sono venuto a Milano
per lavoro, dov'eri?"
"Hai telefonato? Pensavo che non ti ricordassi nemmeno
più che esistessi".
"Cosa dici? Ho pensato tanto a tè. Purtroppo Napoli è
lontana da Milano. Sei stata fuori?"
"Sì, ma non per molto. Avrai centrato proprio i giorni nei
quali ero in viaggio con mamma".
"Hai ricevuto perlomeno le lettere che io ti ho inviato?",
mentii.
Il tono gentile come sempre, ma insolitamente freddo, si
addolcì, anche se non era quello dell'aprile dell'anno pri-
ma.
"Hai scritto? Veramente non ho ricevuto nulla".
"Ma come... Forse è meglio così. Pensavo non mi avessi
risposto perché non desideravi farlo".
"E perché? Non ho nulla da rimproverarti".
Che menzogna!
"Mi fa piacere che la pensi così... Per la verità ero io che
ce l'avevo con tè. Non rispondevi alle lettere e le mie telefo-
nate andavano a vuoto. Pensa che ho finanche controllato
se avessi cambiato numero... Ora comunque sono qui e ti ho
ritrovata. Mi tratterrò per una settimana come minimo e ho
tanto desiderio di vederti".
225
"Anche a me farà piacere, ma, vedi, Gianni, non mi sarà
tanto facile come l'anno passato".
"Perché, Caterina?"
"Ne parleremo da vicino".
"Sì, stasera, spero".
"Mi dispiace, ma non è possibile".
"Non dirmi così. Dai, anche per poco dobbiamo vederci
oggi. Io sono nuovamente in via Cadere dalla signorina La
Gioia".
"Vedremo nei prossimi giorni. Ti telefonerò io".
"No, questa sera, oggi, anche subito, ma oggi", implorai.
Ero sinceramente dispiaciuto e poi non potevo sopporta-
re un insuccesso dopo un anno di successi.
"Ma è difficile".
La resistenza aveva subito una flessione e, come quando
si crea una breccia in una fortezza e gli attaccanti concen-
trano lì tutte le loro forze moltipllcandole, insistei con mag-
giore convinzione.
"Dai, vengo da tè per mezz'ora. Poi deciderai tu quanto
tempo stare insieme".
"Ma proprio per un poco. Chiamami col citofono".
C'ero riuscito. Allora contavo ancora per lei.
"Va bene, fra mezz'ora sarò sotto il tuo palazzo. Grazie. A
fra poco".
Mi precipitai nella stanza mia e di Alberto e gli comuni-
cai concitatamente:
"Alberto, io ho un appuntamento con un'amica di Mila-
no. Ti ricordi, Caterina, già tè ne ho parlato. Credo che sarò
fuori tutta la sera".
Il mio socio si mostrò chiaramente contrariato. Pensava
— era logico — che insieme eravamo a Milano e insieme
avremmo trascorso le serate. Replicò:
"Peccato non me lo abbia detto prima. Avrei preso
anch'io un appuntamento con una delle mie amiche milane-
si".
Che diavolo voleva quella specie di palla al piede! Eppoi
226
ero orgoglioso che notasse come io avevo donne dappertut-
to.
"Scusami, Alberto, non pensavo che ci saremmo visti
proprio questa sera. Comunque se quando tornerò dormi-
, rai, rimaniamo d'accordo per andare in Fiera domattina al-
le nove. Ti va bene?"
"Certamente, alle nove".
Mi ripulii, cambiai abito e scappai via. Avevo la sensazio-
ne di essere tornato all'anno prima. Non si può vivere di so-
lo lavoro.
Con la mia bella auto nuova giunsi presto da Caterina.
Bussai al citofono e in breve la vidi comparire sull'ingres-
so. Fisicamente non era cambiata affatto. Le corsi incontro
pieno di premure. Non mi sorrise come nel passato, ma no-
tai una punta di piacere sul suo viso. La guidai alla 1100.
"Ah, hai cambiato auto?"
"Sì, ti piace?"
"Sì".
Prendemmo posto e in un baleno avviai il motore e mi di-
ressi verso il centro.
"Cara Caterina, che piacere essere nuovamente con tè! A
gennaio sono stato dieci giorni a Milano. Ero all'hotel Flori-
da, ma ero solo, senza la mia guida, senza la mia Caterina
che tanto mi ha fatto apprezzare questa città".
Le carezzai la guancia. Si ritrasse.
"Gianni, l'anno scorso ero più libera. Ora sono
fidanzata".
Una doccia fredda.
"Come e con chi?"
"Con l'amico di cui ti parlai l'anno scorso. È ritornato a
frequentarmi e mi ha chiesto di sposarlo".
"Ah! E tu? Mi dicesti che non ti andava tanto".
"Ho avuto modo di apprezzarlo... E tu sei sempre fidan-
zato?"
"Sì".
"Vedi? È bene che non ci si veda spesso come prima".
"Perché? Il fidanzamento non è il matrimonio. Se stiamo
227
bene insieme... Ma ora non pensiamoci più. Fingiamo che
questi dodici mesi non siano trascorsi e siamo come
prima".
E tornammo a fare le cose di prima, ma non tutte. Il bar,
il passeggio, il cinema e una cordiale conversazione, ma
non quel continuo stare a braccetto, le risate senza riserve
e infine il bacio della buonanotte. Eravamo stati insieme
più di cinque ore. In lei avevo ritrovato quella grande finez-
za di comportamento, quel conversare equilibrato e colto e
nuovamente mi sentivo orgoglioso di potenni accompagna-
re a una donna come lei.
Ma la delusione che le avevo procurato nel passato dove-
va essere ancora viva in lei, che si era evidentemente propo-
sta di noncaderci più. Tentai quella sera e nelle altre due
nelle quali ci vedemmo di tornare ai tempi passati, ma il
passato non toma. Si può cercare di suscitare ricordi e sen-
sazioni, ma queste non hanno più la freschezza e la genuini-
tà di quelle.
Trascorsi ancora ore piacevoli con lei, ma sempre più di
rado e infine un giorno, alle mie insistenze, mi fissò un ap-
puntamento davanti al grande negozio dell'ottico Viganò in
corso Matteotti insieme con il fidanzato. Non ci andai e da
allora in poi non le telefonai ne le scrissi più.
Era una pagina piacevole del passato, forse una grande
occasione persa, ma apparteneva al passato, sia mio che
suo. Io avrei conservato il ricordo del suo trasporto e delle
sue tante telefonate del '60, lei delle mie del '61. Eravamo in
pari e così bisognava chiudere. Eppoi non sarebbe stato
giusto che l'avessi nuovamente illusa, se non con le parole
— non l'avevo mai fatto — con il comportamento. E per che
cosa? Per avere sempre una piacevole compagnia a disposi-
zione nei miei soggiorni a Milano? Non era giusto. E se non
avevo ritenuto di andare oltre con lei nel '60, tanto meno
nel '61.
Sì, era giusto chiudere così!
228
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MessaggioTitolo: Re: L'INSERIMENTO dal cap. XX al cap. XXV   L'INSERIMENTO dal cap. XX al cap. XXV EmptyMar Dic 30, 2008 2:07 pm

CAPITOLO XXIII
Con Alberto incominciammo a frequentare la grande Fie-
ra. Era ancora più affollata e ricca di espositori di quella
del '60. Il catalogo ancora più poderoso, ma in me non su-
scitò le stesse sensazioni. Ero ormai un veterano.
Il primo giorno ci recammo allo stand della Ricci che era
lo stesso dell'anno prima. Non vi erano Zanni, ne Mazzari,
ma il signor Rossi, quel funzionario che mi aveva guidato
nella precedente visita e alcuni tecnici che ricordavo di
aver notato durante il soggiorno ad Ancella. Conoscemmo
invece il signor Nostini, rappresentante per Milano. Era un
uomo di oltre sessant'anni, massiccio, attivo e cordiale. Do-
po esserci presentati ci scambiammo le relative esperienze
sulla ditta, sulla concorrenza sempre più attiva e sulla
clientela attuale. Ci disse con tono nostalgico:
"Come vorrei tornassero i tempi nei quali, reduce, dalla
Libia dove avevo rappresentato prima e durante la guerra i
macchinar! di Ancella, assunsi l'agenzia di Milano. Era la
fine del quarantasei e l'inizio del quarantasette, gli anni nei
quali incominciava la grande ricostruzione. La Ricci fu la
primissima a riprendere a fabbricare, poi, seguì anche la
Lombardini. Altre non ve ne erano. Le richieste erano tan-
tissime. La produzione di un anno veniva assorbita con pre-
notazioni in un solo mese. Altro che oggi che noi dobbiamo
andare a visitare gli appaltatori insieme a tanti concorren-
ti, trattare sul prezzo, concedere sconti sempre maggiori e
lunghe dilazioni. Allora facevano la fila per essere ricevuti
229
da me e mi pregavano come se fossi il presidente dei mini-
stri. Si facevano raccomandare e non osavano discutere sul
prezzo, ma solo pregare con umiltà per una consegna velo-
ce. Che tempi per i rappresentanti! Credo che anche voi so-
gniate, quando vi trattano con sufficienza, una cosa del ge-
nere. Io sono contento, perlomeno per averlo vissuto. Non è
durato a lungo, ma per uno o due anni mi sono sentito un
Alberto intervenne per ricordare che anche il padre con
la SCODER aveva vissuto un periodo del genere, anche se
molto più limitato; mentre io dissi di aver sentito qualche
volta da mio padre raccontare che in quei tempi bisognava
cercare di farsi amici i rappresentanti per poter avere il
materiale per costruire.
A Nostini chiedemmo consiglio per integrare i prodotti
Ricci e lui ci indirizzò a due ditte che esponevano a pochi
stands di distanza, la Butani e la GAME di Bologna, produt-
trici la prima di centraline di betonaggio, la seconda di gru.
I contatti furono di reciproca soddisfazione e ci riservam-
mo di concludere i relativi contratti di agenzia visitandoli
durante il viaggio di ritorno presso le loro sedi.
Condussi Alberto alla sede della Van Gogh e lo vidi rima-
nere stupito per la grandiosità degli uffici e dell'organizza-
zione. Sfortunatamente per me, sia Sassi che Pian erano in
missione, ma vi era Milani che ci dimostrò tutta la sua sti-
ma conducendoci a pranzo da "Giannino", forse il ristoran-
te migliore e più costoso di Milano. Qui Alberto potè sbiz-
zarrirsi ad ordinare e gustare quegli squisiti cibi preparati
con un gusto raffinato, anche se di tanto in tanto doveva di-
stogliersi da quell'incanto per rispondere alle domande
dell'autorevole Milani.
Il mio socio, dopo la prima sera in cui lo avevo lasciato
solo per recarmi da Caterina, mi aveva imitato ed era conti-
nuamente impegnato con amiche conosciute nella sua lun-
ga permanenza milanese. Una sera ne intravidi una e non
potei fare a meno di confrontarla con Caterina. Forse era
più appetitosa, ma che differenza di classe!
230
Le giornate che. avevo trascorso a Milano nell'aprile del
'60 mi erano sembrate settimane, tante erano state le novi-
tà che continuamente mi si erano presentate, invece queste
erano come copie di una stessa litografia ritoccata a mano.
La base identica e solo delle differenze di colore. A ripen-
sarci anche la vita è così. Fino ai vent'anni e forse fino al
termine degli studi, gli anni sembrano lunghissimi, colmi
come sono di continue novità e trasformazioni. Poi, una vol-
ta incolonnatisi in un ritmo di vita che deve seguire percor-
si ben delineati, i giorni, le settimane, i mesi e gli anni ci
scappano via quasi senza che ce ne si accorga.
Il viaggio di ritorno a Napoli fu noioso e le visite alla Bu-
tani e alla GAME rappresentavano per me un fatto quasi di
routine, con risultato scontato in partenza. Che differenza
con la visita alla Magli e l'emozione provata prima, durante
e dopo, quando dovevo acquistare la mia prima rappresen-
tanza!
Abituato com'ero a contatti ben più importanti, fui delu-
so dalla pochezza di queste ditte, che comunque produceva-
no parte delle attrezzature per l'edilizia che ci mancavano e
che si potevano affiancare a quelle della Ricci con una cer-
ta omogeneità di qualità.
In definitiva l'unico motivo di un certo interesse fu per
me costituito dalla moglie del signor Butani, un'emiliana
trentenne, bella ed energica che con forza maschile si occu-
pava dell'intera amministrazione dell'azienda e a volte an-
che della produzione. Era indubbiamente una donna tisica-
mente molto attraente, ma quel suo modo di fare autorita-
rio, quel suo guardarti da uomo a uomo — con lei conclu-
demmo il contratto di rappresentanza — ne riduceva sensi-
bilmente, secondo la mia ottica, il fascino.
Non era certo il tipo di donna che faceva per me! Sì, la
donna deve anche essere una valida compagna per il pro-
prio uomo in tutto, a casa, a letto e anche nel lavoro, ma de-
ve in ogni occasione conservare qualche atteggiamento
femminile e in quella non ne trovavo alcuno, a parte la bella
carrozzeria. Chissà, forse la sera a casa nell'intimità si tra-
231
sformava e riusciva a dare al marito la senzazione di avere
anche bisogno di una qualche protezione e tenerezza. Ma
dubitavo si potesse mutare così totalmente. Forse a lui pia-
ceva così. Forse, anzi sicuramente, a molti uomini piace es-
sere dominati dalla propria donna, non solo con l'avvenen-
za e la seduzione, ma anche con il tono e il modo di fare im-
perativo di quella.
Se per me il soggiorno e il viaggio di ritomo non avevano
costituito una novità e un particolare piacere, per Alberto
molto probabilmente non fu così. In effetti per lui quello
era, dopo la breve spedizione ad Ancella e la brevissima a
Poggiomirteto, il primo vero viaggio di lavoro, con l'impat-
to con il mondo così colorato e intenso della grande Fiera e
con due grandi aziende come la SOFIRI e la Van Gogh. Ma
anche il poter pranzare da invitato al "Giannino" di Milano,
al "Pappagallo" di Bologna e poi al "Fini" di Modena e infi-
ne da "Meo Patacca" a Roma, fu indubbiamente per lui mo-
tivo di grande interesse. Questi ristoranti costituivano
quanto di meglio vi era in materia culinaria in tré regioni
dove si mangia notoriamente bene.
Al "Fini" fummo invitati dal direttore tecnico della SCO-
DER dove ci eravamo recati ad incontrare il padre di Alber-
to, l'ingegnere Fani che era già lì da un paio di giorni. Prima
del pranzo mi fecero visitare lo stabilimento sulla via Emi-
lia che per la verità mi deluse alquanto. Non solo non era
imponente come me lo attendevo, ma anche un po' antiqua-
to come metodi, capannoni e impianti. Particolarmente de-
ludenti erano gli uffici, incorporati nel complesso, che era-
no di gran lunga inferiori a quelli della Van Gogh, della SO-
FIRI e anche della CondizionalAcustica e solo superiori a
quelli della Ricci, oltre naturalmente delle tante altre no-
stre piccole rappresentate.
Nel corso del pranzo, mentre i due Fani, in fiera competi-
zione fra loro, gustavano quanto di meglio lo chef offriva,
guadagnai la stima del nostro ospite intessendo con lui
un'intensa discussione tecnica sugli ascensori, il relativo
quadro di smistamento, che ne costituisce l'anima e ne evi-
232
denzia la qualità, i più recenti sistemi di sicurezza e la velo-
cità media ottimale per gli impianti da applicare in fabbri-
cati di media e grande altezza.
Quella specie di viaggio gastronomico si concluse in bel-
lezza appunto da "Meo Patacca", il celeberrimo ristorante
trasteverino dove nel grandissimo locale sembrava di vive-
re una scena dei tanti films imperniati sulla figura di Enri-
co Vili.
Finalmente ritornati a Napoli, Artini mi comunicò orgo-
glioso che era riuscito a concludere da solo un piccolo ordi-
ne per la Ricci e mi informò delle insistenti telefonate
dell'ingegnere Zannus di Torre del Greco. Mi misi subito in
contatto con quel fattivo imprenditore, con il quale i rap-
porti erano divenuti cordialissimi quando, contro tutti, gli
avevo concesso un forte sconto e una lunga dilazione sui
macchinari Ricci. Memore del mio comportamento, non ef-
fettuava per i suoi lavori un ordinativo di qualsiasi genere
senza interpellarmi. Questa volta si trattava di controsoffit-
tare vecchi capannoni con volte a shed che sarebbero stati
utilizzati come uffici da una nota ditta produttrice di be-
vande gassate. Erano migliala di metri quadrati e conclu-
demmo rapidamente per le doghe e le plafoniere della Con-
dizionalAcustica e le fibre di vetro della Van Gogh. L'ordine
comportava la fornitura e la posa in opera ed era il nostro
primo per la ditta romana, che ci aveva già fatto incassare
delle provvigioni per ordini conclusi praticamente da Buo-
nacasa.
Mi ricordai dei prodotti della SOFIRI e dei depliants che
fortunatamente avevo con me e chiesi, ma senza molte spe-
ranze, quale pavimentazione il progettista aveva previsto
nell'enorme salone di imbottigliamento, che anche era da
rimodernare. Era il solito grès, ritenuto più che sufficiente
per la bassa usura che i leggeri carrelli vi avrebbero procu-
rato. Ma ecco a cosa valeva conquistare la stima e l'amici-
zia di un cliente. Sia lui che il simpaticissimo e attivo figlio
sposarono la mia causa e si impegnarono a sottoporla alla
dirczione dei lavori alla quale fu proposto il Metalpav.
233
Chiesi subito una dettagliata offerta al dottor Garofani. In
pochi giorni mi giunse completa di campioni e conclusi un
ordine per svariati milioni.
Perbacco, le cose non potevano andare meglio! Con Al-
berto decidemmo che era il caso di assumere anche l'agen-
zia di quelle pavimentazioni e parallelamente del settore in-
dustriale della Van Gogh.
Ma il lavoro e le rappresentate diventavano davvero trop-
pe. Si rendeva quindi necessario assumere un altro collabo-
ratore. Fummo fortunati. Alla nostra inserzione, fra i tanti
poco validi, rispose Mario Magistrati, un trentenne traca-
gnotto, con modi e presenza non molto raffinati, ma con
una buona esperienza di vendite nel settore edile industria-
le. La nostra azienda poteva ormai contare su cinque ele-
menti e su rappresentanze importanti e redditizie.
Ne tracciammo uno schema. Per il settore edile: Ricci,
Mavi, Butani, GAME (macchinari per imprese); Van Gogh,
Coperflex (isolamenti e impermeabilizzazioni); Condizional-
Acustica (condizionamenti acustici). Per il settore indu-
striale: Van Gogh (settore apposito); CondizionalAcustica e
SOFIRI (pavimentazioni industriali). Dividemmo i compiti
dei collaboratori e decidemmo di non assumere altre agen-
zie, ma spingere al massimo lo sviluppo delle vendite dei
tanti prodotti rappresentati.
Dopo qualche giorno incominciai a rendermi meglio con-
to dell'ottima organizzazione CondizionalAcustica e SOFI-
RI. Giunse a Napoli per primo il commendatore Buonacasa
con un suo geometra e ci recammo allo stabilimento dove si
sarebbero dovute eseguire le controsoffittature.
Era una calda mattinata di maggio e Napoli risplendeva
trasfigurata in una di quelle meravigliose giornate dove
tutto sembra limpido e pulito e anche le tante brutture e
miserie di questa città diventano accettabili assorbite come
sono dall'esaltazione delle tante sue bellezze.
Allo stabilimento avevamo appuntamento con l'ingegne-
re Zannus e con l'amministratore delegato della società di
bevande gassate. L'usciere ci diede il passi e, indicateci do-
234
ve dovevamo posteggiare l'automobile, ci introdusse in una
piccola e spoglia sala d'attesa. Dopo quasi mezz'ora una
porta si aprì. Un miraggio: snella e alta, un'incantevole bru-
na con una classe inimitabile ci pregò di seguirla. Attraver-
savamo lunghi e stretti corridoi di vecchi uffici. L'andatura
della fanciulla era una specie di danza. La nuca, le spalle, il
bacino e le gambe, in buona parte scoperte, erano uno spet-
tacolo e una calamità. Di tanto in tanto si voltava per accer-
tarsi se la seguivamo e ci dardeggiava con quel suo sguardo
fascinoso e quel suo sorriso da Gioconda. Eravamo ubria-
cati. Da dove era emersa quella visione? Attraversammo
l'ufficio di segreteria del presidente colmo di tante altre
bellezze, ma tutte erano offuscate dalla nostra ineguaglia-
bile guida. Troppo presto giungemmo all'ufficio dell'ammi-
nistratore. Vi erano Zannus, il direttore dello stabilimento,
l'ingegnere direttore dei lavori e, dietro uno scrittoio anti-
co e pregiato, l'Amministratore, un ricchissimo nobile dal-
la figura prestante di sportivo e un viso aperto e simpatico.
Dopo le presentazioni iniziammo la discussione relativa al-
la posa in opera e a un maggiore approfondimento delle ca-
ratteristiche dei nostri prodotti. Buonacasa era un abile
conversatore e come al solito sicuro di sé, ma dopo poco an-
che lui si conformò a quel grande rispetto che incuteva
l'amministratore delegato. Quando lui parlava tutti taceva-
no e nessuno osava obiettare nulla; solo io, con l'incoscien^
za della mia ancor giovane età, osai contraddirlo un paio di
volte e notai subito che ciò mi aveva procurato simpatia.
Era evidentemente annoiato di quel servilismo dal quale
era sempre contornato. Era un miliardario, occupava posi-
zioni importanti e influenti e poi seppi che con semplici te-
lefonate avrebbe potuto farmi ottenere altri ordini di gran-
de prestigio per edifici pubblici e privati. Quel mio modo di
fare mi fruttò, a breve scadenza, l'inizio di altre trattative. •
Gli ero decisamente entrato in simpatia.
Qualche giorno dopo venne a Napoli il dottor Garofani
con un paio di tecnici posatori e ripetemmo l'incontro. Ga-
rofani, ancor più di Buonacasa, fece ottima impressione
235
per preparazione e serietà non solo sugli altri presenti, ma
anche su di me. Si trattenne un paio di giorni e insieme ci
recammo a Caserta e a Salerno da dove aveva avuto richie-
ste per eseguire campionature di pavimentazioni che
avrebbero potuto fruttare altre grosse forniture. Qui però
si trattava, contrariamente all'ordine procurato da me per
un'azienda tutt'altro che pesante, di industrie che avevano
particolari e reali problemi di usura per le loro pavimenta-
zioni. In quell'occasione mi accorsi che il mio ordinativo
aveva fatto scalpore a Firenze e che le mie quotazioni erano
molto elevate.
Garofani aveva un carattere aperto e schietto e quei due
giorni che trascorremmo insieme mi furono di grande utili-
tà sia dal lato tecnico che da quello umano.
Divenimmo buoni amici.
236
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MessaggioTitolo: Re: L'INSERIMENTO dal cap. XX al cap. XXV   L'INSERIMENTO dal cap. XX al cap. XXV EmptyMar Dic 30, 2008 2:10 pm

CAPITOLO XXIV
Si avvicinava la data fissata per la grande riunione agenti
della Van Gogh che quell'anno, per decisione della dirczio-
ne generale su suggerimento dell'ufficio public relations.si
sarebbe tenuta a Napoli e a Sorrento il venerdì, sabato e do-
menica della penultima settimana di maggio.
Anche se tutto sarebbe stato organizzato dalla sede di Mi-
lano, il settore vendite Sud era in ebollizione. L'ingegnere
Zappa era più che mai agitato e il suo tic nervoso gli si era,
come al solito in questi casi, accentuato vistosamente. Bi-
giaretti sembrava un povero elefantino spaventato, la si-
gnorina dal gran seno provava e riprovava toilettes adatte
alla circostanza e finanche il flemmatico e -sicuro Tomo
sembrava risentire dell'avvenimento.               ^
Per l'occasione una grande sala al primo piano dell hotel
Vesuvio, uno dei due splendidi alberghi di categoria lusso
che si affacciavano sul lungomare nei pressi del secolare
Castel dell'Ovo, era stato prenotato unitamente a molte ca-
mere che avrebbero ospitato, a spese della società, lo staff
dirigenziale e gli agenti.
Il venerdì mattina Alberto ed io ci recammo per tempo
all'albergo e nella hall, insieme con l'agitatissimo Zappa, ci
incontrammo con il signor Milani che ci presentò a un uo-
mo alto e distinto e dal viso perfetto di un attore cinemato-
grafico, il dottor Roani, direttore commerciale. Il suo atteg-
giamento era di un dio annoiato e a stento rivolgeva la pa-
rola a chi gli stava vicino. Qualche domanda e considerazio-
237
ne erano riservate al solo signor Milani, il quale invece mo-
strava, specie nei miei riguardi, molta cordialità.
Tutti insieme accogliemmo un uomo piccolo e scattante
con un viso affilato come la lama di un coltello e dallo
sguardo penetrante e intelligente. Era l'ingegnere Barbari-
si, direttore generale della Van Gogh, giunto in aereo da Pa-
rigi. Zappa quasi gli si prostrò davanti e per l'ansia di cor-
rergli incontro stava per inciampare in un tappeto.
Alle 10 eravamo nella sala al primo piano. Rigurgitava di
agenti della grande società. Ve ne erano più di ottanta pro-
venienti da tutte le regioni e provincie italiane. Quanti tipi
diversi! Alti, bassi, grassi, magri, robusti, snelli, biondi,
bruni e quanti accenti. Sembrava una babele. Molti erano
veterani e già si conoscevano per essersi incontrati in con-
gressi precedenti o perché operavano in zone vicine.
Vi era allegria e confusione, saluti, complimenti, battute,
informazioni sugli affari e sulle famiglie. Alcuni si affanna-
vano a farsi conoscere e a presentarsi ai più vicini per poi
spostarsi e proseguire in quell'operazione. Altri, i neofiti,
con in mano il cartellino di invito-programma ricevuto dal-
la società, cercavano di informarsi sul come si sarebbe
svolta la riunione. Altri ancora chiedevano informazioni o
raccomandazioni su ditte che ambivano di rappresentare
per la propria zona. Gli agenti delle grandi città erano i più
corteggiati e intorno a loro si erano formati dei piccoli ca-
pannelli.
Ne io, ne Alberto conoscevamo nessuno, ma improvvisa-
mente fui avvicinato dal signor Mazzacurati, l'agente di
Bergamo, che calorosamente si informò di come stavo e co-
me andavano le mie cose. Gli presentai Alberto dicendogli
che era il mio socio. Il bergamasco era un gran vulcano e
muoveva con agilità i suoi oltre cento chili e i suoi più di
settantenni. In breve convogliò intorno a noi un gran nu-
mero di agenti ai quali ci presentò. Altri del Sud si avvicina-
rono. Anche intorno a noi, agenti di una grande città, si for-
mò quindi un capannello, dal quale venimmo fuori quando
vidi il titolare della Coperflex che ci recammo a salutare fa-
238
cendoci largo fra le molte persone che gli erano intorno.
Data la grandezza della Van Gogh e delle tante società
collegate, molti rapporti si intersecavano. Alcuni dei tanti
presenti erano agenti della Van Gogh e di altre ditte, che a
loro volta rappresentavano la grande società milanese.
Inoltre erano presenti anche numerosi concessionari, come
l'ingegnere Di Massimo e dirigenti di aziende come la Con-
dizionalAcustica, rappresentata dal suo direttore generale
e moltissime altre.
Il locale, per quanto vasto, quasi non bastava a contenere
tutti e le molte sedie disposte in lunghe file furono prese
d'assalto, quando finalmente al grosso tavolo della presi-
denza, che fronteggiava queste e disposto parallelamente a
uno dei lati minori della sala, ricco di microfoni, bottiglie
di acqua minerale e bicchieri, presero posto i dirigenti. Al
centro sedette l'ingegnere Barbarisi con a fianco il dottor
Roani. Ai lati due signori dall'aria straniera che sembrava-
no gemelli, tanto erano simili l'uno all'altro. Dopo di loro,
da una parte il signor Milani e dall'altra il direttore public
relations, poi ancora l'ingegnere Pian, che non avevo notato
precedentemente e la cui presenza mi fece un immenso pia-
cere, altri dirigenti di cui non conoscevo il nome e la funzio-
ne e, quasi fuori del tavolo, l'ingegnere Zappa. Ai lati del ta-
volo, in piedi, funzionar! di vendita e addetti all'organizza-
zione della riunione. Alberto ed io sedemmo in prima fila.
Nella sala scese un silenzio che contrastava con il fracas-
so di prima, come in un teatro tutto si cheta all'alzarsi del
sipario. Il direttore alle public relations, dopo aver scam-
biato un gesto con il direttore generale, rivolse un largo
sorriso circolare ai presenti e iniziò:
"Signori, siamo qui riuniti per il nostro ottavo congresso.
Desidero ringraziare tutti gli intervenuti che sono qui giun-
ti da ogni regione italiana nella quale collaborano con noi
per la maggiore conoscenza e diffusione dei prodotti della
nostra grande società. Il nostro presidente e l'amministra-
tore delegato, purtroppo impediti da importanti impegni a
essere qui con noi, ma che a mio mezzo inviano a tutti voi il
239
loro più cordiale saluto e augurio di buon lavoro, desidera-
no, come tutti noi dirigenti, che la nostra organizzazione
sia come una grande famiglia. Questa riunione vuole costi-
tuire, oltre che uno scambio di idee e informazioni sulla no-
stra attività, una buona occasione per farvi conoscere tutti
e farci conoscere. Vi riassumo quindi rapidamente il pro-
gramma di queste tre giornate. Oggi, prima e dopo il pran-
zo, relazione dei nostri dirigenti. Domani, interrogazioni e
scambi di idee fra gli agenti e noi. Domenica a Sorrento,
giornata di relax e conclusione della riunione. Spero di es-
sere stato breve e di non aver annoiato nessuno. Cedo ora la
parola al nostro direttore generale, ingegnere Barbarisi".
Sedette. Un breve applauso e poi iniziò a parlare il massi-
mo esponente della riunione. La voce era secca e dura come
il suo volto, le parole precise e taglienti. In circa un'ora e
con mirabile chiarezza espose i problemi tecnici della so-
cietà, gli studi in corso e i miglioramenti che erano stati re-
centemente apportati ai prodotti. Quel piccolo uomo aveva
il potere di tenere avvinti tutti i presenti e il suo discorso
sembrò brevissimo.
Dopo il pranzo, consumato nel meraviglioso ristorante
posto sul terrazzo dell'hotel, riprendemmo i nostri posti e
iniziò a parlare il dottor Roani. La voce era chiara e affasci-
nante, ma il contenuto di quello che diceva, che riguardava
i problemi commerciali dell'azienda, la produzione rag-
giunta, quella prevista e quella sulla quale puntare, era
esposto in modo ben meno incisivo di quanto aveva fatto
l'ingegnere Barbarisi. Non ne ebbi una buona impressione,
tanto che mi chiesi e lo sussurrai ad Alberto come aveva
fatto, ancora così giovane, a raggiungere una posizione di
così grande responsabilità. Ma non tutti gli uomini che val-
gono sono anche dei buoni conferenzieri, anzi è luogo co-
mune dire che proprio coloro che parlano meglio, sono
quelli che valgono meno. Non ne ero convinto allora, ne
tanto meno lo sono oggi. Una chiara esposizione è indice di
chiare idee.
Gli applausi dei presenti superarono quelli che erano sta-
240
ti rivolti a Barbarisi: Ognuno teneva a mettersi- in mostra.
Si trattava del direttore commerciale, infine. Dopo una bre-
ve sosta prese la parola il signor Milani. Attento, preciso e
anche sintetico scese maggiormente nei particolari di ven-
dita e sulla concorrenza. Fornì suggerimenti e consigli con
una grande semplicità che li fecero sembrare derivati non
da lui, ma dai tanti colloqui avuti con i capisettore e princi-
palmente con gli agenti e i concessionari.
Ancora una volta ebbi modo di ammirare quell'uomo che
a mio avviso era ben più degno di Roani del posto di diretto-
re commerciale. Quando il signor Milani terminò di parla-
re, il direttore alle pubbliche relazioni aggiornò la riunione
al giorno dopo.
Tentai di raggiungere l'ingegnere Pian con il quale ci era-
vamo scambiati da lontano un breve saluto, ma quando lo
vidi tutto preso in una conversazione con l'ingegnere Bar-
barisi e con gli altri dirigenti, ritenni poco opportuno inse-
rirmi e insieme con Alberto andai via.
Sull'ingresso dell'albergo fummo raggiunti da Mazzacu-
rati che ci costrinse a trattenerci con lui ancora per una
buona mezz'ora nella quale fece un'infinità di commenti
sulla riunione, sui partecipanti e sui discorsi che erano sta-
ti tenuti. Ci informò, lui che era un vecchio agente e che
aveva partecipato a tutte le riunioni precedenti, di tanti
piccoli segreti e pettegolezzi della grande società. Parlava,
parlava, e parlava, ma io, non stimandolo molto, lo ascolta-
vo appena. A un certo momento però il mio interesse si acuì
quando disse:
"Eppoi avete notato quei due tipi stranieri che non hanno
detto una parola, ma che annotavano tutto?"
"Sì, chi sono?", chiese Alberto.
"Sono due alti funzionar! della Goubeline, la possente in-
dustria internazionale, grande tré volte la FIAT, che detie-
ne la maggioranza del pacchetto azionario della Van Gogh.
Sono qui per controllare che tutto quello che si dice non
contrasti con la politica della loro società che ha sede a Pa-
rigi. Ogni anno, ad ogni congresso Van Gogh, avviene sem-
241
pre così. Quei due è il terzo anno che li vedo. Negli altri con-
gressi tenuti prima ve ne erano altri due che si comportava-
no come questi. Tacciono e annotano tutto!"
Avevo sentito parlare più volte a Milano della Goubeline,
anche da Sassi che, quando si recava a Parigi per prosegui-
re nelle sue ricerche, lo faceva nei laboratori di questa ma-
croscopica azienda. Non immaginavo però che la sua auto-
rità sulla Van Gogh fosse così grande al punto tale da far
controllare un semplice congresso agenti.
Quando infine ci liberammo della presenza del bergama-
sco, il mio socio ed io ci scambiammo le nostre considera-
zioni su quella prima giornata della riunione. Eravamo ri-
masti sensibilmente impressionati dalla dimostrazione di
forza che la nostra rappresentata ci aveva dato con quel co-
spicuo numero di agenti, concessionari e titolari di altre
ditte più o meno importanti che vi aveva partecipato. Ma la
sensazione maggiore ce l'aveva procurato il tavolo della
presidenza con tutti quei dirigenti importanti che rappre-
sentavano solo una parte di quelli della società. Mancavano
infatti, oltre al presidente, l'amministratore delegato e i
consiglieri di amministrazione, ad eccezione di Barbarisi,
anche il direttore amministrativo, quello tecnico, i direttori
dei cinque stabilimenti dislocati in tutta Italia e chissà
quanti altri, oltre naturalmente ai nove capisettore vendite.
E pensare poi che alle spalle di questa grande azienda vi
era la ciclopica Goubeline. Per forza il povero Zappa si sen-
tiva schiacciato.
Quella sera a letto ripensai all'offerta che a gennaio l'in-
gegnere Pian mi aveva rivolto di entrare a far parte di quel-
la colossale organizzazione e che avevo con leggerezza re-
spinto. Non avevo nemmeno chiesto in quale modo e con
quale qualifica avrebbe inteso farlo. Ma non avevo respinto
in partenza di entrare in banca? Anche le banche sono gran-
di aziende e alcune di esse lo sono più della Van Gogh. Ma
cosa c'entra? In banca si svolge un lavoro che non mi inte-
ressa, mentre alla Van Gogh avrei sicuramente potuto svol-
gere un lavoro tecnico più adatto alla mia personalità; o
242
meglio uno tecnico-commerciale, dove più avrebbero potu-    
to valorizzarsi le qualità che avevo, in quell'ultimo anno e
mezzo, scoperto di possedere; o ancora meglio un lavoro di
ricerca come quello del dottor Sassi in un campo che per
me era affascinante. Eppoi non si trattava di una di quelle
aziende antiquate e con metodi risalenti a secoli prima, do-
ve ogni promozione dipende anche da concorsi intemi.
Questa era un'immensa, considerata la Goubeline, azienda
moderna dove si valorizzavano i veri meriti di ogni dipen-
dente che avrebbe potuto rapidamente farsi strada solo che
lo avesse meritato. Mi addormentai.
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Bruno
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MessaggioTitolo: Re: L'INSERIMENTO dal cap. XX al cap. XXV   L'INSERIMENTO dal cap. XX al cap. XXV EmptyMar Dic 30, 2008 2:10 pm

La mattina seguente al tavolo della presidenza vi era una
novità. A fianco di uno dei due stranieri aveva preso posto
un uomo di mezz'età, piccolo, ma robusto, con un viso
schiacciato da pugile. Lo sguardo e tutto il suo atteggia-
mento erano autorevoli e si notava chiaramente che era
una persona importante non solo perché era stato fatto se-
dere fra i maggiori esponenti della riunione, ma anche per
la considerazione nella quale veniva tenuto.
Chiesi a Zappa, che con la presenza del nuovo venuto era
finito fuori del tavolo, chi fosse. Mi rispose con aria meravi-
gliata:
"Ma è il signor Maffoni, presidente e titolare della SOFI-
RI che voi rappresentate".
Per il diavolo, sapevo che la ditta di Firenze era impor-
tante, ma non fino al punto che il suo titolare potesse pren-
der posto fra i maggiori dirigenti della Van Gogh. Chiesi:
VE che ci fa al congresso Van Gogh?"
"Come che ci fa? Lei ignora che Maffoni era quindici anni
fa uno dei più alti dirigenti Van Gogh e poi si dimise. La sua
è una storia che fece scalpore".
"Perché?"
"Perché lasciò un posto notevole e prospettive di carriera
ancora maggiori e poi, al posto della liquidazione, chiese la
concessione esclusiva degli isolanti Van Gogh per le vettu-
re ferroviarie per la durata di venti anni".
"E gliela concessero?"
243
"Certo! Sembrò un affare, perché a quei tempi le ferrovie
usavano sughero e altri materiali, non prodotti della Van
Gogh".
"E allora?"
"Successe che fondò la SOFIRI e dopo poco incominciò a
ordinare, a prezzi da concessionario, un'infinità di tonnel-
late di materiale Van Gogh che vendeva alle ferrovie con la
posa in opera".
"Aveva anche dei posatori?"
"Corbezzoli, i migliori di tutta Italia! Ha fatto in breve
tantissimi soldi e la SOFIRI raggiunge oggi, con le altre
aziende del gruppo, quasi il fatturato della Van Gogh".
Ecco l'esempio di come, quando un uomo è intelligente,
coraggioso e lavoratore, può costruirsi una grande azienda
e una grande fortuna!
Iniziò il dibattito. A turno un agente si alzava e sollevava
problemi o suggeriva soluzioni o sull'applicazione, o sui
prezzi, o sulla concorrenza, o sui rapporti con i concessio-
nari o su tante altre cose e a secondo dell'argomento aveva
come interlocutore Barbarisi, Roani, Milani o Pian. Gli ar-
gomenti erano interessanti, ma io li avevo già affrontati e
risolti quasi tutti a Napoli e a Milano. Quindi più che pre-
stare attenzione al contenuto della discussione, ero impe-
gnato a studiare attentamente gli uomini che vi prendevano
parte. Alcuni agenti erano ingenui e impreparati come le lo-
ro domande, altri invece si vedeva che erano molto in gam-
ba. I dirigenti confermavano le mie impressioni del giorno
prima e precedenti. Preparatissimi, chiari, sicuri di sé Bar-
barisi, Milani e Pian; un po' confusionario e dispersivo Roa-
ni che, più che al contenuto, poneva la massima attenzione
alla scelta di forbite parole e a far mostra del suo bei viso e
della prestante figura. Era una nota stonata in quel conte-
sto dirigenziale. Eppure dei meriti doveva averli o averli
avuti per occupare una posizione così importante.
Durante il pranzo, che si tenne nuovamente sul terrazzo
dell'hotel, dal quale si poteva ammirare lo splendido golfo
di Napoli esaltato da una meravigliosa e calda giornata, Al-
244
berto ed io ci avvicinammo al signor Maffoni al quale ci
presentammo. Si mostrò gentile e abbastanza cordiale, ma
solo verso di me manifestò una maggiore considerazione.
Fu subito riassorbito dai dirigenti Van Gogh. Alla conclu-
sione del gustoso pasto, al quale come al solito Alberto ave-
va fatto onore non astenendosi però dal far notare a me e
agli altri componenti del tavolo alcuni leggeri difetti che so-
lo un buongustaio come lui poteva riscontrare, funzionar!
delle pubbliche relazioni consegnarono ad ognuno di noi un
elegante cofanetto. Lo aprimmo curiosi e trovammo, omag-
gio della Van Gogh, un accendisigàri di grande marca in ar-
gento che recava inciso: VETRERIA INTERNAZIONALE
VAN GOGH S.p.A. — CONGRESSO DEL MAGGIO '61 — NA-
POLI SORRENTO. Un'altra pennellata al quadro della
grande società.
Nella confusione che si crea quando una comitiva si scio-
glie, anche se provvisoriamente, per lasciare un ambiente e
trasferirsi in altri, mi sentii toccare il braccio e mi girai un
po' infastidito pensando che fosse il solito bergamasco o
qualche altro agente che ci era stato particolarmente appic-
cicato in quei giorni. Era invece l'ingegnere Pian che mi
guardava con la simpatia del periodo di Milano. Ne fui con-
tento. Come ricordavo i suoi insegnamenti e i suoi limpidi
ragionamenti. Gli sorrisi e:
"Caro ingegnere, come sta? Da ieri volevo stringerle la
mano, ma era troppo occupato".
"Anch'io, caro Cruni, ma ora ho un'eretta libera e posso
finalmente parlarle. Forse pensava che l'avessi dimenticata
o non ricordassi più le sue brillanti osservazioni sugli isola-
menti e l'aiuto che mi diede nei miei calcoli".
Arrossii.
"Ma cosa dice. Erano ben poca cosa e a lei di nessuna uti-
lità".
"Non faccia il modesto, Cruni. Le dissi allora e le confer-
mo oggi che ha grandi possibilità, in quel campo come in
tutti. Ho sempre apprezzato i buoni cervelli e sono sempre
più convinto che non debbano andare sprecati. Non ve ne
245
sono mica molti in giro, sa?"
"Lei è troppo buono nei miei riguardi. Poi, se lo possiedo
davvero, come lei dice, a qualcosa mi sta servendo. La mia
piccola azienda si sta ingrandendo e stiamo operando bene
qui a Napoli, sia per la Van Gogh che per altre società e per
la CondizionalAcustica e la SOFIRI".
"Rappresenta anche queste?"
"Sì".
"Mi fa piacere, sono ottime, specialmente la SOFIRI... Ma
ora mi segua, voglio parlarle da solo".
Cosa voleva dirmi? Il cuore mi batteva violentemente.
Forse avrebbe ripreso l'offerta di Milano. Mi guidò a un ta-
volino un po' appartato. Sedette e mi fece cenno di imitarlo.
"Dunque, Cruni, si ricorda quando le chiesi se voleva en-
trare a far parte della Van Gogh?..."
"Come no, ingegnere e gliene sono ancora grato".
"... E si ricorda quando le promisi, al suo rifiuto, che
avrei trovato una soluzione per lei?..." Annuii. "... Bene, la
informo con piacere che le ho fatto assegnare una borsa di
studio della durata di sei mesi".
Il suo volto era raggiante dalla soddisfazione.
"Ma come e dove?", domandai agitato.
"Ora le spiego tutto... Ogni anno la Goubeline, sa
cos'è?..."
"Come no".
"Assegna unitamente alla Van Gogh sei borse di studio
per specializzazione nel settore isolamenti e condiziona-
menti termoacustici a giovani meritevoli di tutta
Europa..." Mi osservò attentamente e proseguì: "Uno dei
due italiani a cui è stata assegnata è lei su segnalazione
mia, di Sassi e Milani con l'appoggio di Barbarisi".
Ero emozionato, ma ancora non sapevo se essere felice o
no.
"La ringrazio, ma in che consiste?"
"Nel frequentare un corso di venticinque giorni a Parigi
presso l'ufficio studi e ricerche della Goubeline e di cinque
mesi e mezzo presso un istituto accademico inglese a Lon-
246
dra dove vi sono insegnanti pratici che sono i migliori di
Europa..." Ero attonito. Pian continuò: "Entro il cinque
giugno deve recarsi a Parigi e dal tré luglio a Londra dove
terminerà il semestre accademico entro il venti dicembre.
La borsa consiste non solo nel farle seguire gratuitamente
tali studi, ma anche nell'assegnarle una somma mensile di
centomila più cinquantamila lire per spese di soggiorno...
Mi disse che conosceva bene l'inglese, è vero?"
"Sì, ingegnere, l'inglese sì, il francese no".
"Quello che importa è l'inglese... Allora, è contento?"
Non sapevo cosa dire. Una tempesta di sensazioni nella
mia povera testa: gioia, soddisfazione, orgoglio, ma anche
sgomento. Risposi con voce un po' fioca:
"Ma, ingegnere, è bellissimo. Mi domando però come fa-
rò con la mia attività qui a Napoli".
La voce di Pian tradì irritazione e il tono si fece duro.
"Senta, Cruni, questa è una grande fortuna che le capita.
Sta a lei non perderla. Lei ha studiato ingegneria fino al pe-
nultimo anno del quale ha completato quasi gli esami. Ha
un bei cervello.-Possiede spirito di osservazione e creativi-
tà. Ho potuto notare che il settore l'affascina. Se si applica
seriamente può dare un notevole contributo a studi che so-
no in piena evoluzione. Può acquisire titoli e competenza
che in Italia pochi possiedono. Se vuole gettare via tutto
questo per fare il rappresentante e guadagnare oggi di più,
lo faccia, ma le assicuro che sarebbe un vero assassinio".
"Ingegnere, mi capisca, mi ha mostrato amicizia. Ho
un'azienda e un socio. Inoltre ho lasciato gli studi per desi-
derio di rendermi indipendente e per sposarmi... Anzi ave-
vo deciso di fark) a settembre".
"E chi glielo impedisce! Può tornare in Italia, sposarsi e
condurre sua moglie a Londra dove farà il viaggio di nozze
e proseguirà gli studi... Con centocinquantamila lire al me-
se può vivere decentemente... Sa qual è il mio stipendio?...
Glielo dico io. Con qualifica di dirigente, moglie e tré figli a
carico non arrivo alle duecentocinquantamila lire al mese.
E vivo bene. E lei non può farlo con centocinquantamila
247
con la sola moglie a carico?"
"Sì, questo sì, ma dopo?"
Pian era davvero al colmo dello sdegno. Quell'uomo così
equilibrato sembrava trasformato.
"Come dopo?"
Ero mortificato, ma anche deciso.
"Dopo quando tornerò. Forse avrò perso le rappresentan-
ze o perlomeno l'introduzione che mi sono faticosamente
creato. Che farò?"
"Ma, cribbio, tante cose! Potrebbe entrare alla Van Gogh...
Ah, dimenticavo che non vuole fare l'impiegato! Oppure
può fare il consulente per imprese o aziende tipo la Van
Gogh o la CondizionalAcustica e altre del settore... Ma sa lei
quanti tecnici del settore con vera specializzazione vi sono
ora in Italia?... Non siamo più di dieci, quindici al massimo.
Si rende conto di cosa le offriamo?"
Ero avvilito. Fare irritare così un uomo importante che
mi aveva mostrato tanta amicizia, ma la mia maledetta te-
sta dura e qualcosa di autodistruttivo che era in me mi co-
strinsero a insistere.
"Sì, capisco, ingegnere, è una gran fortuna. Ma davvero
pensa che avrei queste possibilità di molte richieste di con-
sulenza? Non desiderano le ditte avere nel loro organico
competenti senza rivolgersi all'estemo?"
Capii di aver colto nel segno. Pian si calmò e rimase in si-
lenzio per qualche minuto. Pensai di aver distrutto tutto e
mi maledissi. Invece:
"Senta, Cruni, qualcosa di vero in quello che ha detto c'è.
Forse non avrà tante richieste di consulenza, ma solo offer-
te di impiego. Ora però mi risponda. Lei si sente più un tec-
nico o un venditore?"
Quello era il mio problema. Ci pensai un po' su e poi:
"Ingegnere, vorrei fare l'una e l'altra cosa, oppure dedi-
carmi alla ricerca pura. Ma lo dico ora così. So solo che
quando sono stato a Milano con lei e Sassi mi sentivo felice
e appagato".
"Allora, perdiana, perché ci pensa ancora? Rischi. Abbia
248
coraggio. Faccia il corso, si sposi e poi si vedrà. E non pen-
sa che potrà diventare ingegnere? Sa il prestigio dei corsi
che seguirà?"
Aveva toccato il punto giusto. Mi distesi e convenni:
"Ha ragione, ingegnere. Ho rischiato prima. Debbo e pos-
so rischiare ora. Accetto. Ma voglio prima parlarne con la
mia fidanzata... E non creda che non mi renda conto di
quanto lei abbia fatto per me. Chissà quanti altri avrebbe
potuto segnalare e favorire. So di poter contare su di lei e
lei può contare su di me".
L'avrei abbracciato, ma mi limitai a stringergli con fòrza
la mano. Pian era visibilmente contento. Aveva puntato be-
ne. Mi guardò con un affetto paterno o da vero amico e con-
cluse:
"Cruni, non si getti mai giù. Si valorizzi. Non creda ce ne
fossero molti da segnalare al suo livello. Sono convinto che
lei vale e può dimostrarlo dovunque. Ma questo è il suo
campo... Ora mi ascolti. Domani Barbarisi o Milani le fa-
ranno la comunicazione ufficiale e da Milano è già partita
una lettera per lei. Non faccia con loro come ha fatto con
me. Sia grato ed accetti subito... E ora basta. Auguri e com-
plimenti... Debbo raggiungere gli altri".
Ci stringemmo ancora la mano con forza e ci salutammo.
Non capivo più nulla. Ero confuso e durante tutto il po-
meriggio il mio corpo fu nella sala delle riunioni, ma il mio
cervello era a Parigi, a Londra, dalla mia ragazza e da mio
padre, dai suoi amici, dai Piranesi, dai Mortini e dai tanti
fessi che pensano di svolgere un'attività "eletta". "Eletta"
non è l'attività. È l'uomo e il suo valore e la sua voglia di la-
vorare.
Ringraziai Dio per avermi dato un cervello efficiente.
Rimproverai me per il carattere così contorto. Ma questo
non ci deriva dall'ambiente?
Alberto mi chiese più volte cosa avessi e a cosa pensassi.
Gli risposi distratto che avevo un gran mal di testa. Appena
possibile scappai via.
249
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MessaggioTitolo: Re: L'INSERIMENTO dal cap. XX al cap. XXV   L'INSERIMENTO dal cap. XX al cap. XXV EmptyMar Dic 30, 2008 2:13 pm

CAPITOLO XXV
Con Alberto raggiunsi gli altri che, con i pullman noleg-
giati per l'occasione, si erano recati a Sorrento per una
giornata di distensione e per il gran pranzo conclusivo che
si sarebbe tenuto all'hotel Excelsior Vittoria a picco sul
mare.
Napoli stava regalando ai congressisti giornate superbe.
Il sole splendeva in un cielo azzurrissimo dove bianchissi-
me nuvole sembravano batuffoli d'ovatta messi lì solo per
renderlo più bello e per farne risaltare il colore.
Imboccammo il lungo viale d'accesso all'hotel, contorna-
to di palme e di alberi di aranci e facemmo in tempo per ve-
dere molti agenti che giù in basso — l'albergo era costruito
su un roccione a strapiombo sul mare che era a circa cin-
quanta metri più sotto — su barche, canottini o a nuoto si
godevano in piena allegria quel posto benedetto da Dio.
Tutti avevano visi distesi e soddisfatti e dopo poco prese-
ro posto nel salone da pranzo dove, attraverso grandi fine-
stroni, si poteva ammirare l'arco meraviglioso del più sug-
gestivo golfo del mondo dominato dal Vesuvio. A quella di-
stanza Napoli sembrava una città perfetta. Non si vedevano
i bassi, i vicoli stretti e sporchi e la tanta miseria, ma solo i
più imponenti edifici vecchi e nuovi.
Il pranzo, a detta dell'esperto Alberto, fu squisito e servi-
to con gran classe dal personale di quell'albergo esemplare,
perla di una cittadina come Sorrento che vanta secolari tra-
dizioni e un'ottima organizzazione turistica. Al termine vi
250
furono i discorsi di chiusura e i molti brindisi. Poi tutti
sciamarono nei giardini fioriti e sulle ampie terrazze.
Dopo quello che mi aveva detto il giorno prima Pian, ero
in attesa della comunicazione ufficiale, ma non volevo far
vedere a Milani o a Barbarisi che la attendevo con ansia,
per cui volutamente mi trattenevo con altri e a debita di-
stanza dai due dirigenti.
Improvvisamente un affannato Zappa mi raggiunse e, ti-
ratemi per il braccio, mi comunicò:
"Signor Cruni, venga, venga. L'ingegnere Barbarisi e il si-
gnor Milani desiderano parlarle".
"E io?", fece Alberto.
"No, solo il signor Cruni, dottore" e mi trascinò via.
Ero emozionato, nonostante dalla mattina mi fossi impo-
sto di mostrare, al momento giusto, una controllata mera-
viglia e riconoscenza, ma nulla di più. Giungemmo davanti
ai due autorevoli personaggi. Li dominavo con la mia statu-
ra e il mio fisico, ma mi sentivo tanto più piccolo di loro.
Zappa si ritirò educatamente. Milani disse:
"Eccola finalmente, signor Cruni" e rivolto a Barbarisi:
"Le presento, ingegnere, il nostro agente di Napoli, signor
Cruni che tanto bene ha operato qui, ma anche a Milano".
Quell'ometto dal quale scaturiva un fluido magnetico e
una notevole autorità che non gli derivava solo dalla carica,
mi squadrò attentamente e poi sorridendomi impercettibil-
mente:
"Bravo, signor Cruni. Tutti in sede non hanno fatto altro
che parlarmi bene di lei. Mi hanno raccontato dei suoi studi
e della sua grande capacità di apprendimento delle nozioni
tecniche riguardanti il nostro campo. L'ingegnere Pian, il
dottor Sassi e il signor Milani sono entusiasti di lei e sono
convinti che possa dare molto in campo tecnico...".
"Anche in quello commerciale", interruppe Milani.
"... Ecco, è il capufficio vendite che parla. Ma il campo
tecnico è più importante, anche se quello vendite ha una
sua precisa e determinante funzione... Basta, sono lieto di
comunicarle che le è stata assegnata una borsa di studio di
251
oltre sei mesi. Le faccio i miei complimenti e le raccoman-
do di farci onore. Pensi che solo lei e un altro italiano rap-
presentate il nostro paese e la Van Gogh nel complesso
Goubeline". Mi afferrò la mano e me la scosse con insospet-
tata forza. "Ora io la lascio con il signor Milani che le espor-
rà i dettagli e ancora auguri".
Feci appena in tempo a rispondere: "Grazie, ingegnere,
farò del mio meglio", che quella specie di Napoleone della
Van Gogh velocemente si allontanò.
Milani mi fissava attentamente con un sorriso fra l'ironi-
co e il compiaciuto. Disse:
"Signor Cruni, già avrà saputo tutto dall'ingegnere Pian,
quindi è inutile che mi dilunghi con lei. D'altra parte penso
che entro domani riceverà una lettera che le spiegherà det-
tagliatamente di che si tratta e le darà istruzioni su tutto
quello che deve fare, oltre a un primo assegno di centocin-
quantamila lire e un biglietto per Parigi... È contento?"
"Certamente, signor Milani, è un onore per me e le sono
grato. So che anche lei si è adoperato affinchè la borsa fos-
se assegnata a ine".
"Certo che ho agito contro i miei interessi. Per sei mesi
perderò un ottimo agente. Ma fortunatamente lei non è so-
lo. Il suo socio, dottor Fani, è un valido rappresentante e
poi ormai la vostra ditta è ben organizzata e il settore a Na-
poli è ben avviato".
"È vero, il dottor Fani ha svolto un ottimo lavoro e ha
tante conoscenze".
"Chissà se un giorno lei non potrà collaborare con noi
più da vicino. Comunque ora si organizzi e si faccia onore".
Lo ringraziai è fui contento di me per il comportamento
dignitoso che ero riuscito a mostrare. Ci intrattenemmo an-
cora per qualche tempo e poi ci salutammo.
Non vi era più motivo perché rimanessi a Sorrento. Non
avevo nemmeno il tempo per godermi quel successo. Pre-
mevano grossi problemi che avrei dovuto risolvere in solo
una decina di giorni. Ma la cosa più spinosa era quella di
comunicare ad Alberto la novità e decidere il da farsi. Pri-
252
ma però cercai l'ingegnere Pian, ma mi dissero che era ri-
partito per Milano. Raggiunsi Alberto e lo convinsi a ritor-
nare a Napoli. Gli avrei parlato durante il viaggio. Ma uno
degli agenti del Sud ci chiese di dargli un passaggio e fui co-
stretto a condurlo con noi. Che rompiscatole in quel mo-
mento!
Il geometra Caliggiuri era una persona a modo, viso civi-
le, parlata e abbigliamento corretti. Ci intrattenne piacé-
volmente per buona parte del breve viaggio, ma sull'auto-
strada, durante un sorpasso difficile causato da un'auto
che procedeva a zig zag, lo vedemmo rivolgersi inferocito al
guidatore, che poi era una donna, e gridargli agitando la
mano:
"Ah, fimina, fimina, fimina!!!".
Era quasi il richiamo della foresta. Quali ancestrali istin-
ti si erano risvegliati in lui. Ne rimanemmo allibiti. Si ri-
compose subito e tornò a parlare come prima, come se nul-
la fosse stato. A Napoli lo lasciammo davanti all'albergo.
"Alberto, finalmente Caliggiuri se n'è andato e posso par-
larti", esordii.
"Che c'è? Qualcosa di importante? Altrimenti possiamo
vederci domattina in ufficio".
"Sì, è importante e ritengo corretto da parte mia parlar-
tene subito... Sai cosa volevano da me Barbarisi e Milani?...
Ricordi quando andai a Milano per il breve corso di istru-
zione subito dopo aver assunto la rappresentanza Van
Gogh?"
"Sì, come no".
"... Ti raccontai che il corso era stato rapido e producen-
te, principalmente perché il dottor Sassi mi aveva dedicato
molti pomeriggi nei quali da soli parlavamo della tecnica e
dei materiali. Ora, quando ritornai non ti dissi, perché mi
sembrava inutile farlo e poi perché poteva darti l'impres-
sione di una mia vanteria, che sia lui che l'ingegnere Pian
rimasero, bontà loro, entusiasti della mia preparazione in
materia e della naturale disposizione ad apprendere che
mostravo in tale campo. Pian mi chiese anche se volessi en-
253
trare a far parte della Van Gogh e io risposi di no".
Il volto di Alberto era impenetrabile, ma per me che lo co-
noscevo bene era lampante la sua attenzione e una punta
d'invidia. Si limitò a dire:
"Davvero?"
"Sì. Al mio rifiuto Pian si urtò e poi mi disse che avrebbe
studiato una soluzione per me. Sosteneva che in Italia non
vi sono molti esperti nel settore e questo è vero, lo abbiamo
constatato anche noi nelle visite e nei contatti... Io pensai
che fosse una delle solite frasi dette così, più per cortesia
che per altro. Invece ieri mi ha comunicato che mi hanno
assegnato una delle sei borse di studio che la Goubeline
mette a disposizione ogni anno a giovani per farli specializ-
zare nel settore..."
L'invidia era ora più evidente e diventava, anche su quel
volto immobile, quasi palpabile.
"E in che consiste? Altri giorni a Milano?"
"No, Alberto, qualcosa di più. Venticinque giorni a Parigi
e sei mesi a Londra presso la Goubeline e un istituto acca-
demico inglese... E la cosa più importante per noi è che deb-
bo partire entro il quattro giugno per Parigi e poi subito do-
po per Londra".
L'invidia si trasformò in meraviglia e poi in irritazione.
"E la nostra società? E il nostro lavoro?"
Ero orgoglioso e provavo soddisfazione. Quel "dottore"
avrebbe finalmente capito quali fossero i veri valori e io co-
sa valessi! Anche se ero convinto che lui già l'aveva capito,
era pur sempre un "eletto" o quasi e io no. Ciò come mini-
mo pareggiava i conti.
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MessaggioTitolo: Re: L'INSERIMENTO dal cap. XX al cap. XXV   L'INSERIMENTO dal cap. XX al cap. XXV EmptyMar Dic 30, 2008 2:14 pm

"Di questo, Alberto, dobbiamo parlare e decidere, ma pri-
ma voglio dirti che avevo nuovamente rifiutato ieri quando
Pian me lo ha comunicato, ma lui mi ha fatto comprendere
che sarei stato un pazzo a farlo, perché è un'occasione uni-
ca e che in definitiva sarà utile anche alla nostra società.
Oggi, quando Barbarisi e Milani mi hanno dato la comuni-
cazione ufficiale, ho accettato".
"Avresti potuto perlomeno consultarti con me prima".
254
"Forse hai ragione, Alberto. Siamo amici e soci e insieme
abbiamo affrontato tante battaglie, ma, vedi, questa era
una decisione che dovevo prendere da solo. Anche tu hai
avuto un passato tormentato dopo la laurea, mi accennasti.
Ebbene io lo ho avuto quando decisi di abbandonare gli stu-
di e Dio solo sa quanto ho penato e sofferto per prendere
quella decisione per iniziare un'attività che per me era to-
talmente nuova. Non ho voluto farmi influenzare in un mo-
do o in un altro. Queste sono decisioni che bisogna prende-
re da soli per assumere con se stessi tutta la responsabili-
tà... Sai che ti stimo e proprio per questo ho voluto tenerti
fuori... Forse non è facile da capire, ma spero che tu mi
comprenda. Ora però veniamo al dunque e valutiamo da
buoni amici il da farsi..."
"Ma, Gianni, significa che da giugno a dicembre dovrei ri-
manere solo con tutte quelle rappresentanze, l'amministra-
zione della società e in più con la collaborazione a mio pa-
dre per la SCODER... Proprio ora che le cose ci andavano
bene e potevamo incominciare a considerarci degli arrivati
e sviluppare e raccogliere tutto quanto avevamo seminato.
È pazzesco!"
"Me lo sono detto anch'io, ma, vedi, Alberto, non si vive
di solo pane. Sarò sincero, quello che ho avuto significa per
me una grande soddisfazione e poi, in definitiva, sono solo
sei mesi e mezzo, dai quali devi togliere il mese di ferie.
Non è poi tanto".
"Ma come non è tanto, è tantissimo".
Era arrabbiatissimo. Non lo avevo mai visto così. Era
l'invidia o la realtà dei fatti? O l'una e l'altra cosa insieme?
"Alberto, fare commenti è inutile. Ti propongo di fare
così. In questo periodo che dovrai impegnarti ancora di
più, invece di dividere gli utili al cinquanta per cento, come
facciamo ora, potrai, se sarai d'accordo, prendere tu l'ot-
tanta per cento ed io il venti".
"Ma che ottanta e venti e poi perché, se tu sarai fuori e
non farai nulla per la società?"
Cominciavo ad essere io incollerito.
255
"Questo da tè non mi aspettavo di sentirlo dire, ma se
vuoi impostarla in questo modo, ti dirò che tu occupi quasi
la metà del tuo tempo per la SCODER sulla quale io non
percepisco nulla e, mi darai atto, non tè l'ho mai fatto nota-
re".
"Era nei patti".
"Sì, ma all'inizio, non ora con tutto quello che potremmo
fare di più se ti occupassi solo della Cruni & Fani".
"Il mio dovere lo faccio".
"Questo è vero, ma vorrei che ricordassi che io mi occupo
anche dell'amministrazione e dirczione produttori e nono-
stante questo, credo di aver venduto parecchio più di tè".
"Davvero? Ma non dire eresie. Solo l'ordine Fioppa per la
Van Gogh avrà pareggiato i conti".
"Forse non li hai fatti beni e dimentichi quelli da me fatti
per la CondizionalAcustica e la SOFIRI... Ma queste sono
miserie. Sinceramente mi attendevo da tè più comprensio-
ne, partecipazione e complimenti. In definitiva un mio suc-
cesso di prestigio è anche tuo".
"Ma che mio e mio. Se hai deciso di accettare sarà oppor-
tuno sciogliere la società".
La voce e l'atteggiamento trasudavano odio. Che pover'uo-
mo! E quella era una persona perbene? Ma sì, dividiamo
pure. Io avevo sostenuto tutta l'organizzazione e valevo an-
che commercialmente più di lui.
"Se la pensi davvero così, facciamolo".
"Sì, dividiamoci le rappresentanze".
"E come?"
"La Ricci èra di papa e rimane a me. La Van Gogh e la Co-
perflex a me. La CondizionalAcustica e la SOFIRI a tè. Le
altre dovremo aggregarle alla Ricci".
Si era servito bene il signorino!
"Non chiedi più nulla? Ristudiarne meglio la questione,
con più calma e giudizio".
"Macché, anzi, sai che ti dico? Sottoponiamo alle ditte il
problema e decideranno loro".
"Se vuoi così, così sia. Allora andiamo domattina da Zap-
256
pa per la Van Gogh e poi in ufficio da dove telefoneremo al-
le altre".
"Va bene, alle nove?"
"Alle nove".
Ci salutammo senza nemmeno stringerci la mano. Mi era
sembrato di rivivere un momento con Mortini. Ero amareg-
giato. Quanta invidia e poca collaborazione vi è al mondo!
Ma se così è fatto, così bisognava affrontarlo. Io avevo avu-
to un riconoscimento che andava ben al di là di queste mi-
sere cose, ma dovevo anche prepararmi per quell'ulteriore
battaglia. Avevo solo venticinque anni e già quante ne avevo
affrontate: in casa, con gli amici, all'università e sul lavoro.
Avrei continuato così. Mi sentivo ed ero forte.
La sera a casa, mentre cenavamo, accennai ai miei della
borsa di studio e dei relativi programmi compreso il matri-
monio. Le reazioni furono di preoccupazione da parte di
mia madre. Il figlio a Parigi e a Londra per tanti mesi lonta-
no da casa! Impenetrabile come al solito quello di mio pa-
dre. Un misto di invidia e soddisfazione, forse. Certo, il fi-
glio così si avvicinava agli "eletti". Gli faceva piacere o gli
dava fastidio? Profferì solo un laconico: "Complimenti".
Trascorsi una notte agitata. Alberto aveva avvelenato la
mia soddisfazione. Intanto mi accingevo a battermi per as-
sicurarmi quante più rappresentanze, ma chi le avrebbe ge-
stite mentre io ero fuori? Artini? Magistrati? Sempre che
fossero rimasti con me. E le ditte come potevano lasciare
rappresentanze a mio nome, mentre ero a migliala di chilo-
metri di distanza a studiare? Certo Alberto me l'aveva fatta
sporca e poi sicuramente si sarebbe avvalso del nome del
padre. Avrebbe detto:
"Guardate che affiderete la rappresentanza all'ingegner
Tani e al dottor Fani che sono qui e agiscono qui e mio pa-
dre da oltre trent'anni".
Eppoi perché mostrare alle ditte la nostra divisione e de-
bolezza? Perché renderle arbitre? Perché, dopo avere domi-
nato e imposto le nostre condizioni con la bravura e la per-
'sonalità, per un attimo perdere tutto? Eppoi queste ditte,
257
una volta che avevano raggiunto il successo nella nostra zo-
na, non avrebbero potuto cogliere l'occasione per negare la
rappresentanza a tutti e due? Bisognava trovare un accor-
do, ma quale? Rimanere insieme, non più. Quando si crea
una frattura del genere e si mettono a nudo i propri veri
sentimenti, non si può andare avanti. L'unica soluzione era
trasformare la Cruni & Fani in Cruni & C., lasciando ad Al-
berto il dieci per cento e cedendogli la Van Gogh edile — di
gran lunga la più redditizia —, la CoperHex e tenere per me
le altre. Forse così avrebbe accettato. Il gruppo macchine
edili non dava molto e la CondizionalAcustica, la SOFIRI e
la Van Gogh industriale erano di un settore che lui non
avrebbe trattato sia per il tempo e sia perché era troppo
tecnico per le sue capacità. In definitiva la sua vera aspira-
zione era la Van Gogh con le sue liquidazioni mensili. Gliela
avrei lasciata!
La mattina dopo, imponendomi una calma che non senti-
vo, esposi il mio progetto ad Alberto, facendogliene com-
prendere la ragionevolezza. Lo misi in condizioni di render-
si conto dei pericoli a cui saremmo andati incontro com-
portandoci in modo diverso. Gli esposi con chiarezza che lo
stare insieme aveva rappresentato la nostra forza e ancora
uniti dovevamo essere nel comunicare le nostre decisioni.
Evidentemente anche a lui la notte aveva portato giudizio.
Accettò e rapidamente concludemmo l'operazione.
258
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