BRUNO COTRONEI, I SUOI LIBRI, I SUOI SUCCESSI
BRUNO COTRONEI, I SUOI LIBRI, I SUOI SUCCESSI

Qui quasi tutto dello scrittore e altro
 
IndiceIndice  PortalePortale  RegistratiRegistrati  FAQFAQ  CercaCerca  Lista UtentiLista Utenti  GruppiGruppi  Accedi  
ORA IL LINK DEL FORUM E': http://brunocotronei.forumattivo.com !

Condividi | 
 

 CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. XIV

Andare in basso 
AutoreMessaggio
Bruno
Admin
Admin


Numero di messaggi : 3064
Data d'iscrizione : 27.10.08
Località : Napoli
Personalized field :

MessaggioTitolo: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. XIV   Mar Mar 10, 2009 12:27 pm

XIV
La testa in terracotta colorata di una fanciulla che appoggia la gota a un pene fulgido di erezione e un’altra, di pari dimen­sioni, che passa dalla tenerezza alla voracità, falli in alabastro ed avorio, dilaganti sederoni protesi alla penetrazione, iper­realistiche devozioni labiali e complicati congegni per l’amore solitario, l’accolgono nell’ossessivo ambiente dagli opprimenti drappi di velluto rosso che assorbono la scarsa illuminazione e nascondono completamente ogni apertura. Un pesante cas­sone imitazione del Seicento con facciata a riquadri dipinti, un poderoso armadio italiano del Settecento in noce massic­cio, un monumentale guardaroba francese della fine dell’Ot­tocento, più o meno ispirato al Rococò, un greve ed insop­portabile tavolo imitazione Quattrocento con base quadrata così robusta da sostenere un solaio, un enorme letto-catafal­co, con colonne molto alte e vigorose terminanti con capitelli corinzi che reggono un baldacchino in legno (il capocelo), poggiato anche su una testiera tutta fregi ed intarsi, munito di ricche cortine (lo sparviere) che si chiuderanno pesantemente sul segreto dell’alcova. E ancora statuette in ferro dai sessi bi­fronti di Giano, quadretti ad olio raffiguranti sfrenati terzetti, una piccola stampa intitolata “amore e clistere”, una scultura di una mistica abbeverata all’organo femminile, un’altra stampa raffigurante una goliardica cavalcata su un fallico de­striero, un’acquaforte dal nòme “dedizione” che documenta una vicendevole carezza orale e, infine, una caraffa con sei bicchieri rabbrividente di trasparenze e di realismo.

Come poteva immaginare che ci fosse tutto ciò nella villet­ta alla periferia della città, una costruzione bianca, pulita, circondata da un piccolo smunto giardino? Scuote la zazze­retta bionda, agita violentemente le braècia e si tocca il seno ed il sesso. Ha accettato l’invito (ormai accetta tutto), consa­pevole o meno di finire fra le braccia del severo sociologo cinquantenne: uno in più che importa, anche se il povero Di­no l’attendeva all’angolo di via Roma. Ha bisogno di sfogar­si, di raccontare quanto le capitò nell’afosa notte di ormai sette anni fa ed è pronta a pagare un prezzo, l’ormai solito prezzo che poi non è nemmeno un pagamento, perché anche a lei non dispiace, affoga i suoi complessi, attenua i suoi tic sempre più assillanti. Ma un ambiente così non se l’aspetta­va affatto, non l’aveva mai visto, nemmeno in un film, nè le era mai capitato di leggere di un apparato tanto particolare. A quali prove sarebbe stata sottoposta? Eccolo, è ricompar­so, avvolto in una rossa vestaglia di seta finissima che scopre il ~nagro torace bianco dai radi peli e le secche gambette ter­minanti in raffinate pantofole di stoffa. Reca due bicchieri colmi di whisky, ne porge uno, brindano, bevono. Non do­vrebbe Ornella con i tranquillanti che ingurgita come fosse­ro confetti.

<(Spogliati», le sussurra lui.

La ragazza esegue, rimane nudà. Anche Aldo si è slacciata la vestaglia e la sfila. Il silenzio della stanza è scalfito appena dal fruscìo dei movimenti.

«Hai voglia di guardarmi?», chiede Ornella.

<(Sì)>.

«Anch’io ho voglia di guardarti».

Si mettono in ginocchio uno davanti all’altra. E un’esplo­razione, si muovono piano piano alla scoperta dei loro corpi nudi. Salgono sul letto e lui scivola lento lungo il tronco del­la donna che gli si offre.

«Non è bellò così, senza sapere nulla?», chiede Aldo.

Non è quanto si propone Ornella che vuole, deve raccon­tare, ma dopo. Non avviene niente, allora parla: è un dilu­vio di parole che si sovrappongono impetuose, frementi. E scossa da brividi e contorcimenti, le mani riprendono i for­sennati palpeggiamenti e narra. E estate. La madre e i fratelli sono in villeggiatura in una casetta dello zio Amintore. Lei è voluta rimanere ad Ercola­no per accudire il padre che deve recarsi in ospedale. Ha or­mai quindici anni compiuti, è una donnina e prova piacere ad assumere il ruolo di padrona di casa. Si alza per tempo e prepara il caffè e sveglia Nino pesantemente addormentato. Gli sceglie la camicia fresca di bucato e accuratamente stira­ta, molto meglio di quanto riesce a fare la madre che lascia sempre doppie pieghe sul davanti o sul colletto, spazzola il vestito, lucida le scarpe e assiste l’uomo lento ed impacciato fino a quando non è pronto. Le piace il padre, nonostante non sia un uomo importante e bello, nè una perla di marito, ma cosa importa? Apre la porta di casa e aspira con gioia l’aria ancora fresca e balsamica per l’odore di resina della vi­cina pineta, e ammira le macchie verdi e gialle degli alberelli di agrumi e le rose bianche del giardino. Porge la borsa di pelle, si alza sulle punte per baciarlo sulla guancia e attende che passi alla guida dell’auto. Torna dietro e canticchiando inizia a sfaccendare perché tutto sia lindo ed in ordine. Pre­para il pranzo ed attende ansiosa, ma Nino non torna. E in­quieta, telefona in ospedale, ma il genitore è andato via da tempo, dove sarà, cosa farà? Esce in giardino e guarda con odio verso la sottostante villa dello zio Ortesio e si gira di­spettosa al saluto e al bacio che Gabriele le indirizza dalla fi­nestra della sua stanza. Come al solito studia e fa ginnastica, anche in pieno agosto: che barba di ragazzo, pensa, non lo sposerei nemmeno se mi facesse fare la vita di gran signora! Scende la sera e del padre ancora nulla, ma non c’è da preoc­cuparsi poi tanto: non è la prima volta che si comporta così. Prepara la cena scegliendo alimenti freschi ed appetitosi e at­tende. Guarda la televisione, che noia! E tardi, lascia tutto in tavola e delusa va a letto dopo la rituale doccia. Ha fatto molto caldo e prova sollievo a tirarsi sulla pelle nuda il fre­sco lenzuolo. Si addormenta. Improvviso un cigolio delle molle, il letto è in pendenza ed un insopportabile lezzo di alcol e di madore la investe con violenza. Fa per gridare e una mano grande le tappa la bocca e una voce nota, fin troppo nota, le mormora di star zitta e quasi cantilenando le dice che la ama, che è bella. Vuole ribellarsi, ma prova quasi un senso di pena. Il lenzuolo è strappato dal letto e una mano s insinua fra le cosce. No, questo no! Tenta di reagire, di ri­bellarsi e la mano si sposta veloce sul seno, sostituita presto dalla bocca che si affonda sul capezzolo gonfio e incomincia a succhiare. ~ da urlare per il dolore, per lo spavento, per l’orrore, per il piacere. Le labbra tirano talmente e ammorbi­discono prima l’uno e poi l’altro, e tutt’e due sono gonfi. Si dibatte ma senza forza, sensazioni nuove la pervadono. La mano ritorna fra le cosce, le apre, pigia dentro, uno, due di­ta, e la riempiono di un abisso di voglia. Il corpo pesante la preme, la copre e un oggetto caldo e duro tenta una, due, tre volte, che dolore!, e infine penetra. E come se la spaccasse in due. Non prova obbrobrio, anche se grida e sente lo sgoc­ciolio del sangue frammisto ad un succo denso che le cola fra le cosce. Un gran rutto conclude l’atto e il corpo rotola sul fianco e sprofonda in un sonno sazio, cosparso da un rumo­roso ronfare.

Ha capito Aldo cosa le è capitato?, chiede fra le lacrime, in un turbiniò di tic ancora più accentuati. Ha provato pia­cere, non ha odiato il padre, ha capito? Sì, vergogna ma non odio, perdiana! Nè prima, nè dopo si è concessa ad un altro maschio, solo da qualche tempo va con tutti tranne che con Dino, il suo ragazzo! Sì, sa cos’è il Complesso di Edipo. Ha provato da bambina pulsioni erotiche per il genitore e odio per la madre: avrebbe voluto ucciderla e sposare il padre! Sì, sa cos’è il periodo di latenza, ma forse lei non l’ha avuto! Forse il processo di traslazione sì: infatti c’è stato un tempo che la libido si è trasferita su oggetti non proibiti, ma quello di sublimazione probabilmente no, perché, in definitiva, mai i comportamenti affettivi hanno perso il carattere spiccata­mente sessuale e’mai si sono trasformati in sentimenti com­patibili con il Super-Ego. O forse sì? Non lo sa, ed il proces­so di rimozione è mai avvenuto? Dio, che confusione! Un fatto è certo, che prima della violenza la sua nevrosi non era evidente come oggi, ma di certo sonnecchiava nell’inconscio ed è stata risvegliata dalla causa scatenante di quella notte terribile e meravigliosa! Sì, ha letto tutto del mito di Edipo, eroe greco del ciclo tebano. Laio, re di Tebe, era perseguita­to dall’ira di Era per aver fatto violenza a Crisippo, figlio di Pelope. Non avendo avuto figli dalla moglie Giocasta, si ri­volge all’oracolo di Delfi che gli rivela che se avesse un figlio, questi sarebbe destinato, per decreto divino, ad ucciderlo. Ma Laio, in un momento di ebbrezza, si dimentica dell’av­vertimento e ha da Giocasta un figlio. Per eludere l’oracolo fa allora esporre il bambino sul monte Citerone dopo avergli trafitto i piedi, affinché nessuno sia tentato di raccoglierlo. Il bambino invece è raccolto da alcuni pastori che lo consegna­no al re di Corinto, Polibo, che, non avendo figli dalla mo­glie Peribea, lo alleva come suo dandogli il nome di Edipo, che significa dai piedi gonfi. Cresciuto, Edipo incomincia a concepire sospetti sulla sua nascita in seguito alle oscure al­lusioni di un ubriaco durante un banchetto. Per conoscere la verità si reca allora ad interrogare l’oracolo di Delfi che non gli rivela la sua nascita, ma gli predice che ucciderà il padre e sposerà sua madre. Edipo si allontana sconvolto da Corinto pensando di sfuggire così al suo destino: durante il suo vaga­re si incontra su una strada con Laio e per difendersi dalle sue prepotenze e minacce lo uccide con tutto il suo seguito. Giunge quindi a Tebe, desolata dalla Sfinge, un mostro col volto di donna e il corpo di leone, che promette di liberare il paese e di uccidersi a patto che venga risolto l’enigma da lei proposto. Creonte, cognato di Laio, che ha preso il governo della città, promette il regno e Giocasta in sposa a chiunque riuscirà a risolvere l’enigma. Edipo scioglie l’enigma, sposa Giocasta e ne ha come figli Eteocle, Polinice, Antigone e Ismene. Dopo molti anni scoppia a Tebe una terribile pesti­lenza: Edipo interroga l’oracolo di Delfi per conoscerne le cause e apprende che gli Dei sono irati perché non è stato scoperto e punito l’uccisore di Laio che si trova in Tebe. Edi­po ordina che l’assassino sia ricercato: le indagini portano al ritrovamento del pastore che raccolse Edipo fanciullo e alla rivelazione che Edipo è il parricida e lo sposo di sua madre. Giocasta si uccide. Edipo si acceca e viene cacciato da Tebe da Creonte che assume il governo della città. Accompagnato dalla figlia Antigone, Edipo vaga per le città della Grecia fin­ché giunge a Colono, presso Atene, dove nel bosco sacro delle Eumenidi si purifica delle sue colpe e scompare come un dio dalla vista della figlia e di Teseo, re di Atene, che lo aveva benignamente accolto.

Ha sentito Aldo? Lo ricorda benissimo e non solo, ma sa anche degli scrittori che l’hanno ripreso e rivisitato: da Ome­ro nell’Odissea, a Eschilo con la trilogia “Laio”, “Edipo” e “I Sette a Tebe”, da Sofocle nell’ “Edipo Re” a Euripide con le due tragedie “Edipo” e “Le Fenicie”, a finire ai moderni Gide e Cocteau. Ma cosa importa? Rimane il fatto che il padre e lei hanno commesso un incesto. No, lo sa che non è sua la colpa, tuttavia ciò che conta è che ne ha provato piacere e non il disprezzo, l’esecrazione, la ripugnanza, l’odio che era lecito supporre, che doveva, sì, doveva più che mai avvertire palpabile, accanito, acerrimo, feroce, enorme! Ha capito Al­do, ha compreso bene? La voce educata e gradevole è salita di tono, ormai urla e il timbro è diventato stridulo, isterico. Si rotola sul letto, agita braccia e gambe, contorce il lenzuo­lo, morde la coperta, convulsioni la scuotono furiosamente e bava esce dalle labbra corallo. Aldo l’afferra per le spalle nude, fa fatica a frenarla e infine le assesta un deciso ceffo­ne. La ragazza si calma, è distesa, quietata per un attimo. I bagliori rossastri, alternantesi con il nero profondo, si sono placati e la stanza riprende i suoi normali colori che di per se stessi già sono da incubo. «Perché fai così?, è assurdo, non c’è motivo.., no, stai zit­ta... fuma e ascoltami!» Le porge una sigaretta accesa e aspira a sua volta profon­damente. «Hai letto tanto sul complesso di Edipo ma, a quanto pare, nulla sull’incesto.., lo sai che in Svezia si discu­te di consentire ai fratelli di sposarsi?... ah, non lo sapevi? Ora ti farò capire alcune cose... Vedi, l’incesto è il più famo so dei tabù, Freud ha visto in esso la radice del complesso di Edipo, che tanto bene conosci, e la forza che spinge gli esseri umani ad uscire dalla famiglia, a costruire gruppi più allar­gati. Secondo René Girard, i primitivi sono terrorizzati dalla scomparsa delle differenze perché allora tutti incominciano a desiderare ciò che hanno gli altri. Ne deriva una lotta di tutti contro tutti. L’incesto cos’è?... aspetta, stà zitta... è il simbolo della perdita delle differenze, mescola l’interno della famiglia con l’esterno, il gruppo esogamo con quello endo­gamo. Che significa abrogare il divieto sancito dal tabù dell’incesto?... zitta, ascolta bene... vuol dire che non serve più! Vuol significare che la società di oggi è fondata su basi ben diverse da quella tradizionale. Oggi non sussiste più il pericolo visto da Freud, ossia che il gruppo famigliare si rin­chiuda su se stesso. Oggi siamo inseriti in un sistema di scambi aperti: ci spostiamo, ci incontriamo liberamente, cambiamo residenza, mestiere, amici. Quindi, anche senza un divieto all’incesto, la probabilità che madri sposino figli, padri le figlie.., buona, comprendi bene, fuma... e i fratelli le sorelle è trascurabile. Vedi, la società moderna non ha più paura dell’uguaglianza, non teme la scomparsa delle diffe­renze come le società primitive. Tutt’altro, ha il problema delle differenze troppo forti: di reddito, di mentalità, di cul­tura. Secoli e secoli fa, tutti sapevano fàre pressappoco quel­lo che facevano gli altri e bisognava creare differenze simbo­liche... ma aspetta, non interrompermi... oggi le differenze sono reali. Tranne per culture enciclopediche, il chirurgo non conosce a fondo l’ingegneria elettronica e viceversa, e negli stessi settori vigono sempre di più le specializzazioni. La divisione del lavoro ha fatto esplodere le differenze, per­ciò i movimenti moderni si preoccupano o si sono preoccu­pati di realizzare una maggiore eguaglianza e ridurre una caotica differenziazione che minaccia l’ordine sociale. Quin­dii primitivi temevano l’eguaglianza, noi la consideriamo un valore!.., calma, arrivo a quanto. ti interessa... L’incesto ha semplicemente perso il suo significato terrificante, ossia: che tutte le differenze sono abolite, che non si distingue più il figlio dal padre, il sacro dal profano, il re dal suddito. L’ince­sto non simbolizza più la mescolanza mostruosa, come i ge­melli, o l’apparizione di una cometa nel cielo delle stelle fis­se. E ciò non costituisce un pericolo mortale per la società, perde il valore di legge e diventa materia di scelte morali e di gusto personale... »
Torna in alto Andare in basso
Visualizza il profilo
Bruno
Admin
Admin


Numero di messaggi : 3064
Data d'iscrizione : 27.10.08
Località : Napoli
Personalized field :

MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. XIV   Mar Mar 10, 2009 12:30 pm

«E appunto di morale che si tratta e io e papà abbiamo peccato in maniera ignobile!», si inserisce questa volta di forza Ornella e ricomincia a piangere e ad agitarsi.

«Ma no! non credo che la caduta del tabù dell’incesto si­gnifichi crisi o scomparsa della famiglia e quindi non è pec­cato in senso sociale. La società non si sente minacciata se alcuni cambiano le loro regole matrimoniali. Lo stato assu­me nei riguardi di queste regole atteggiamento indifferente, come nei riguardi dell’amore e dell’amicizia. Ciascuno è libe­ro di innamorarsi di chi vuole o di scegliersi gli amici come vuole e quindi costruisca pure le sue relazioni consanguinee come crede!»

«Allora si può cadere nella sfrenatezza e nell’anarchia? Se si aboliscono le leggi e norme precise. si cade nel disordine, nel caos e ognuno agisce come vuole, ma si difende anche come vuole?»

«No, Ornella, non è proprio così, fai confusione. Anche lì ci sono delle regole naturali e si producono norme. Eppure guarda che l’innamoramento nasce come rivolta e come rive­lazione. Non siamo noi che lo vogliamo: è qualcosa che ci s’impone. Non siamo noi che scegliamo di chi innamorarci in base alle sue virtù. A volte non gliene troviamo nessuna, ep­pure lo amiamo. Vedi, l’innamoramento è perciò, alle origini, al di là di quello che noi o la società consideriamo bene o ma­le. Ma, attenta, non vi resta mai a lungo perché viene sempre il momento della scelta. Nessuno può sottrarsi al dilemma eti­co che reintroduce la morale dove era stata scacciata... »

«Ed io proprio questo dicevo: morale, morale, morale e noi l’abbiamo schiacciata!»

«Ma no, ascoltami bene, hai le idee confuse e ti compren­do: non è un argomento facile. L’amore fra consanguinei, che è ancora attualmente molto più regolato dalle leggi e da norme morali riconosciute, è in evoluzione come la societa: vi sono oggi donne capofamiglia con o senza figli, vi sono nuclei familiari costituiti da persone provenienti da prece­denti separazioni o divorzi, vi sono persino coppie omoses­suali che aspirano ad avere figli. E quindi possibile, sia pure come fatto ancora eccezionale, la famiglia incestuosa. Tu forse hai un padre (sicuramente colpevole per il modo nel quale ha agito) spesso assente dalla casa e dai suoi problemi, anche se solo come atteggiamento e allora l’incesto può es­serti apparso quasi come un recupero, su un altro piano, di ciò che non aveva potuto svolgersi sul piano appropriato. In sostanza, l’innamoramento incestuoso riunisce, in altro mo­do, ciò che avrebbe già dovuto essere unito in forma di affet­to consanguineo. Quindi, se tu sei stata una figlia affettuosa e “presente” e lui un padre distratto e “assente”, non sei col­pevole nemmeno per la morale, lui sì!»

Ornella prova un senso di liberazione. Dal gran guazzabu­gl io mentale, fulgida risalta una verità: ha fatto bene, non deve sentirsi colpevole per come ha agito col padre! Si sente distesa, una volta tanto tranquillizzata, i tic si sono arrestati e si abbandona nuda, tranquilla su quel letto troppo pieno di fregi, colonne, baldacchino e cortine, e non ascolta quasi più Aldo che, preso dalla foga professorale, continua.

«L’amicizia poi, pur non essendo regolata dalla legge, ha sue regole e norme naturali. A differenza dell’innamoramen­to, l’amicizia non ci si impone. Noi scegliamo i nostri amici e lo facciamo in base alla simpatia e a come si comportano nei nostri riguardi, sostiene Alberoni ed io condivido. L’amici­zia è fondamentalmente un sentimento etico. Dall’amico ci aspettiamo che sia sincero, che ci comprenda, che non ci in­ganni, che ci renda giustizia. Gli amici debbono agire secon­do l’imperativo categorico di Kant: “agisci soltanto secondo quella massima che vorresti erigere a norma universale”. Quindi...»

Un altro barlume per Ornella su avvenimenti famigliari, ma ora non le importa. Prova un’enorme attrazione per Aldo: lo carezza, lo attira, gli graffia la schiena con unghie non lunghissime, gli tira i capelli, gli lecca le orechie e il mento, si gira, rotola, si distende e infine lui ne è totalmente preso e asseconda le oscillazioni e gli impulsi orizzontali di Ornella, sussurrandole parole d’amore, di desiderio che hanno sosti­tuito la dotta dissertazione e la ragazza cade in trance e non sa più se vive la realtà o la fantasia, la realtà o il sogno. E la brutta stanza, i tendaggi oppressivi, i pomposi e strani orna­menti scompaiono dagli occhi stanchi, dalla mente tormen­tata.





La pioggia lo impallina sull’impermeabile, sul berretto, s’infila per spazi microscopici, ristagna nel colletto, nelle scarpe, scivola a ruscelletto sulla pelle, superando ogni dife­sa, aumentando l’irritazione, il disagio che dalla mattina non gli dà tregua. L’ampia e alberata via Santa Teresa degli Scalzi, che sale dal Museo verso la collina di Capodimonte, èridotta ad un torrente e file compatte di automobili procedo­no a passo d’uomo per arrestarsi fra suoni rabbiosi di da­xon, motori imballati, isterici stridolii dell’avviamento che gira a vuoto per poi improvviso dar vita a fumate intense, puzzolenti sopraffatte dal diluvio che viene giù implacabile da un cielo basso, oppresso, grigio, buio. E un vero nubifra­gio: scrosci di una violenza inaudita si alternano a improvvi­si rallentamenti e impregnano intonaci corrosi, decaduti pa­lazzi barocchi, infiltrandosi tra gli stucchi e le condutture, su larghe zone di verde salmastro ai fianchi delle cariatidi. Fi­nalmente la scorge fra un antico portale e un negozietto di frutta e verdura, dove ceste vuote rivelano il fondo sporco di terra e cosparso di foglie di cavoli macerate dalla pioggia. Farmacia Caputo, indica l’insegna accesa dove qualche trat­to di neon manda a volte bagliori più intensi che sembrano preludere ad un’imminente fine. Spinge la porta a vetri e tut­to sembra calmarsi, stemperarsi in un’oasi di pace: una larga stuoia e segatura in abbondanza difendono il pavimento di linoleum, scaffali rigurgitanti di scatoli d’ogni dimensione e colore, un bancone con sottostante vetrina, la bilancia a gettone di color crema ed odore di pulito e di disinfettanti si mescolano a quello della pioggia che picchia sulla porta ap­pannata. Tre individui, una donna e due uomini in lindi Ca­mici bianchi con ben in vista il distintivo dell’ordine dei far­macisti, lo guardano incuriositi. Li sovrasta per dimensione e statura, nonostante siano sulla pedana dietro il banco. Si rivolge al più giovane, bruno, piccolo dallo sguardo sveglio, e parlottano animatamente per qualche secondo, poi l’uomo col camice guida quello dall’impermeabile attraverso una porticina nascosta fra la scaffalatura. Un locale vasto, scu­ro, con spessi muri, odore di muffa, casse ammucchiate, un tavolo disseminato di alambicchi, bilancia di precisione, bic­chieri graduati, matracci, mortaio, provette, storta e conta­gocce non usati chissà da quanto tempo, per l’opacità del ve­tro e fili di ragno, viene rapidamente attraversato per imboc­care una stretta scala dalla ringhiera di ferro e, attraverso un’altra porta, si immettono in tutt’altro ambiente. E una cucina moderna, maiolicata, con mobili all’americana e fri­gorifero, lavastoviglie, lavabiancheria inseriti fra i componi­bili vicino ad un lavello .di acciaio.

Dino Caputo, il fidanzato di Ornella Peri, invita Tom Panzi a liberarsi del gocciolante impermeabile e poi lo prece­de in una stanza piccola, ma estremamente accogliente. Sie­dono su poltrone in pelle di faccia ad un divano-letto e da­vanti a un piccolo scrittoio di palissandro e alla sinistra di una fornita libreria.

«E allora cosa vuole da me?», domanda Caputo estraendo con gesti rapidi e nervosi sigarette ed accendino e offrendone all’investigatore. Panzi non risponde subito, lo sguardo vaga sulle pareti e osserva con interesse la curiosa collezione di­sposta in bell’ordine e riconosce ad uno ad uno (è un compe­tente) i vari pezzi: pistole dell’esercito napoletano da cavalle­ria e da marina a canna tonda calibro da millimetri 17 lun­ghe circa 35 centimetri; una carabina-revolver di fabbrica­zione bresciana del 1860; pistole da tasca a due canne so­vrapposte quadre calibro 15 con piastre a molla indietro e cassa corta di radica con impugnatura scannellata longitudinalmente; un trombone della marina sarda con canna di bronzo lunga circa 45 centimetri e calibro alla bocca di milli­metri 46, piastra tonda a percussione e cassa lunga con for­nimenti in ottone; un altro trombone-spingarda di uso nava­le per difesa contro gli abbordaggi; carabine rigate per arti­glieria modello 1860 in uso nel Regno di Napoli e un gruppo di armi bianche come accettc, scuri, baionette e pugnali. In­fine fissa il giovane e rapido dice:

«Ho motivi di ritenere che lei odiasse il professor Nino Pe­ri, non lo neghi!»

«Senta, Panzi, mettiamo subito in chiaro che la conosco di fama e so che si sta occupando del delitto, ma so anche che non ha nessuna veste ufficiale. Comunque, se mi rivela le ra­gioni, posso anche risponderle».

«Prima voglio sottolineare che non ha alibi per l’ora

dell’omicidio, ma il suo atteggiamento mi piace, ci intenderemo...»

Il dialogo è fitto, acceso, drammatico. Dalla finestra si ve­de un piccolo terrazzo-giardino, uno dei tanti imprevisti an­goletti di verde di quella città strana, a volte incomprensibi­le. Curatissimo, vasi di terracotta, di maiolica, barattoli di latta, con pugni di terra fertilissima e fiori, piante grasse e rampicanti dovunque.

Dopo due ore è nuovamente in strada, ha smesso di piove­re e un pallido sole si fa spazio fra nuvole non più scure, ma tendenti ad un bianco sporco e un lembo dì cielo azzurro fa capolino sopra di lui. Non poteva fallire: il suo prestigio era in gioco, lo è tuttora, la soluzione è a portata di mano, potra utilizzarla?





Le pareti della camera la opprimono, l’orribile parato a triangoli rosa e celeste le dà un senso di soffocazione, sem­brano avvicinarsi, restringersi su di lei, il soffitto abbassarsi, il lampadario a forma d’ancora minacciarla, il pavimento picchiettato di rosso sollevarsi, il letto stretto e duro muo­versi come una barca su un mare agitato. Tende la mano tre­mante verso il comodino e maldestramente rovescia il portaritratti con la fotografia del padre ed il vasetto contenente la rosa gialla dai petali appassiti. Acqua sgocciola lentamente. Stringe fra le dita il tubetto dei tranquillanti e ne inghiotte due. Le riuscisse di dormire: non penserebbe sempre alle stesse cose! ma a patto di non sognare. Sono incubi alluci­nanti, dai quali esce con un urlo strozzato. Scuote il capo, le braccia riprendono ad agitarsi, a toccare ritmicamente il se­no, quasi seguissero il tempo di un metronomo. Le blocca, le raccoglie intorno alla testa, la stringe. Per non pensare de­ve andare con un uomo, ma non ha appuntamenti oggi; de­ve uscire, cercarsene uno qualsiasi, non ne ha la forza. Allo­ra deve affrontare le solite riflessioni, i ricordi tormentosi. Ha voglia di dire Aldo, di dimostrare. L’incesto rimane sem­pre un fatto terribile, altro che normalità, altro che recupe­ro! Ha amato il padre ben oltre l’età da complesso edipico e lui l’ha violentata! Questa è la realtà, a che vale nascondersela?
Torna in alto Andare in basso
Visualizza il profilo
Bruno
Admin
Admin


Numero di messaggi : 3064
Data d'iscrizione : 27.10.08
Località : Napoli
Personalized field :

MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. XIV   Mar Mar 10, 2009 12:35 pm

Le pareti della camera la opprimono, l’orribile parato a triangoli rosa e celeste le dà un senso di soffocazione, sem­brano avvicinarsi, restringersi su di lei, il soffitto abbassarsi, il lampadario a forma d’ancora minacciarla, il pavimento picchiettato di rosso sollevarsi, il letto stretto e duro muo­versi come una barca su un mare agitato. Tende la mano tre­mante verso il comodino e maldestramente rovescia il portaritratti con la fotografia del padre ed il vasetto contenente la rosa gialla dai petali appassiti. Acqua sgocciola lentamente. Stringe fra le dita il tubetto dei tranquillanti e ne inghiotte due. Le riuscisse di dormire: non penserebbe sempre alle stesse cose! ma a patto di non sognare. Sono incubi alluci­nanti, dai quali esce con un urlo strozzato. Scuote il capo, le braccia riprendono ad agitarsi, a toccare ritmicamente il se­no, quasi seguissero il tempo di un metronomo. Le blocca, le raccoglie intorno alla testa, la stringe. Per non pensare de­ve andare con un uomo, ma non ha appuntamenti oggi; de­ve uscire, cercarsene uno qualsiasi, non ne ha la forza. Allo­ra deve affrontare le solite riflessioni, i ricordi tormentosi. Ha voglia di dire Aldo, di dimostrare. L’incesto rimane sem­pre un fatto terribile, altro che normalità, altro che recupe­ro! Ha amato il padre ben oltre l’età da complesso edipico e lui l’ha violentata! Questa è la realtà, a che vale nascondersela?

Dalle dannate viscere parte e s’intensifica la corrente di caldo, di irrefrenabile irrequietezza che sale attraverso il ner­vo vago verso la sommità: bocca dello stomaco, diaframma, torace, esofago, trachea, raggiungendo il cervello e si trova stravolta dal terrore,~ immersa nella catastrofe di quegli at­tacchi, che s’intensificano ogni giorno di più, con la necessi­tà di precipitarsi fuori dalla stanza a cercare compagnia, soc­corso. Preda com’è di flussi d’angoscia, tremando, balbet­tando, raggiunge la porta e chiama, grida aiuto! Ma in casa non c’è nessuno, eppoi anche se ci, fossero, a chi rivolgersi, cosa potrebbero fare per lei? E una ‘famiglia la sua? Abbarbi­cata allo stipite, è meno agitata, forse sta passando! Dio mio, non una sola disgrazia, ma più fuse insieme. Avesse avuto perlomeno una madre normale, invece dapprima il tradimento e poi le insane macchinazioni! Ricorda, sì, ricor­da come se fosse oggi di Elena, dello sfacciato menage a tre. Mamma felice, tutta presa dal folle gioco. Papà, al solito, che dava l’impressione di vivere un’esistenza non sua, come un natante che rinunci al motore o ai remi per farsi trascina­re dalla corrente. I fratelli sbandati, frastornati in un’età dif­ficile, che non sapevano a chi ricorrere, quale esempio segui re, non certo quello dei genitori, oscuramente avvertito co­me deviante, insano, anormale. Solo Junior, in uno dei po­chi barlumi di una mente ottenebrata dall’irregolare com­portamento di Nino e Franca, si era allontanato quasi defi­nitivamente da loro e, tranne di notte e qualche volta al ma­re, trascorreva buona parte del suo tempo nella casa di Gil­da, la sua energica ragazza, ricca di santini, effigi della Ma­donna, in uno dei caseggiati popolari vicino alla ferrovia di Napoli, e faticosamente stava ritrovando una vita normale. Se avesse potuto, Ornella avrebbe distrutto il maledetto ter­zetto senza scrupoli nei confronti dei ragazzi, dei disorienta­menti e delle turbe psichiche che scatenavano. Era gelosa del padre, oh se lo era, ma non come figlia, e fin qui nulla di ma­le, ma come una donna, come un’amante! Poi finalmente era scomparsa Elena e tempo dopo apparsa Silvia. Aveva prova­to rancore per la prima, non poteva provarne per l’altra. Un ben diverso atteggiamento: volutamente lussuriosa e ambi­gua Elena; sincera, leale, trasparente Silvia verso la quale Franca mostrava una specie di sudditanza. Che colpe adde­bitarle? di essere bella, di possedere una sensualità innata? Ricorda i subdoli raggiri della madre nelle assolate giornate al mare sulla spiaggia dorata, quando sonò tutti distesi fra la rena fine, morbida, calda ed ascoltano il rumore distensivo della risacca accattivante la sonnolenza e osservano l’acqua che conquista larghe porzioni di sabbia, per poi ritirarsi su­bito e lasciare i granuli di quarzo bagnati riflettere in mille bagliori i raggi del sole. Quali umili pretesti non è capace di trovare pur di far accostare il corpo del marito a quello dell’amica e far passare le mani dell’uno sulla pelle elastica e soda dell’altra. E lei, Ornella, a rodersi, a tentare di inter­rompere le trame viziose. E si fosse limitata all’uomo! Anche i ragazzi cerca di coinvolgere nella sua perversione. Ma Sil­via li tratta come se fossero suoi figli e certo non avverte i turbamenti dei ragazzi che, quando sono a casa, vengono quasi costretti a far mente locale sulle fattezze della signora amica della mamma. Una mente normale dagli istinti sani non può davvero immaginare di essere oggetto di tali sporchi complotti. Ciò nonostante, per un’innata educazione, Silvia si scosta da Nino e si avvicina a Franca e ad Ornella al­la quale si rivolge come a una sorella minore. No, Silvia non è colpevole di nulla: è convinta di trascorrere il tempo con un’amica, magari un pò da dirozzare, e la sua famiglia. Non certo con un essere degenerato! Sì, d’accordo, è donna e av­verte la corte, peraltro discreta e misurata, di Nino e le oc­chiate cupide, ma quale bella signore non ne è spesso ogget­to? e non per questo deve privarsi di una numerosa compa­gnia tutto sommato piacevole e servizievole. A sua volta, Ser­gio come può accorgersi del pericolo proveniente da una cop­pia di amici, come può conoscerne o intuirne le deviazioni se alla sua presenza, le poche volte che trascina le gambe malate al mare o le molte che li accoglie nella sua casa, il comporta­mento di Nino, Franca e dei ragazzi è più che mai corretto ed ossequioso e tutti insieme danno l’immagine di un nucleo fa­miliare omogeneo e ortodosso? Ornella lo stima molto, lo ri­tiene l’uomo ideale, per l’intelligenza, la serietà mai bigotta, la profonda cultura, l’evidente e tenero amore senza sbavature per la moglie, e principalmente per la grande forza morale con la quale ha affrontato in passato e fronteggia ora le sue molte vicissitudini sfortunate. ~ un uomo esperto, si vede, uno che ha viaggiato, amato, letto molto. Ma come può im­maginare tutto il luridume della famiglia Peri che in pubblico mostra un volto tranquillo, perbene? Quante volte, Ornella lo ricorda con affetto, Sergio le ha parlato e con infinita cal­ma, dolcezza e garbo, ma al tempo stesso con virile fermezza, ha affrontato il problema dei tic della giovane, sempre più manifesti e le ha consigliato la psicanalisi e, quando l’ha vista incerta e quasi spaventata del termine che ancora evoca in gente ignorante la pazzia, lui stesso ha provato a farle rivela­re, come un padre, un vero padre, crucci o complessi nascosti magari anche a lei e affondati nell’inconscio. Ma che avrebbe dovuto dirgli? Della notte di sette anni prima? Del triangolo Elena-Nino-Franca? Della relazione della madre con Arturo Negri? O addirittura dei ripetuti, insistenti, subdoli tentativi di Franca di coinvolgere Silvia in sporchi e devianti sollazzi? E ritornata a letto e si gira, si distende: i rranquillanti in­cominciano a fare effetto. No, non ha odiato Sergio per l’in­seguimento e la dura lezione impartita a Nino. La considera la giusta punizione e un’ulteriore prova dei sentimenti puliti, del coraggio, della tenacia di quell’uomo invalido nel fisico che è riuscito a mantenere, a rafforzare la propria dignità. Nei giorni immediatamente precedenti allo scontro avrebbe voluto tranquillizzarlo, dirgli che sicuramente Silvia non lo ha tradito, nè lo avrebbe mai fatto. Più volte, quando le tele­fonate provocatorie si erano intensificate ed il padre si era praticamente barricato in casa facendosi sempre negare, e stata tentata di mettersi in contatto con lui, ma qualcosa glielo aveva impedito, forse il desiderio di vedere come sa­rebbe andata a finire. Dal paragone fra i due maschi, dall’abissale differenza di comportamento fra l’uomo Sergio e l’individuo di sesso maschile Nino, l’inizio della sua crisi più acuta, del riesame, in chiave critica senza più veli o para­venti, della figura paterna. Che sozzura, che meschinità, che vigliaccheria! Allora l’amore si è trasformato e finalmente con realismo ha rievocato tutto e ne ha tracciato una depri­mente, itroìtificante scheda. Un professionista d’insuccesso, inetto, men che mediocre; un marito infedele nel modo peg­giore, incapace di vera passione, che aveva sfogato i suoi istinti su prostitute o poveri esseri indifesi e un vero pupazzo nelle trame di Franca nell’unica relazione con una donna di un certo prestigio sociale come Elena o nell’abortito tentati­vo con Silvia. Sai le risate che si era fatta Elena su quel bam­bolo che si atteggiava a conquistatore? Sai il disprezzo di zio Arturo quando si è trastullato con Franca senza alcuna rea­zione da parte del cognato che certamente sapeva e taceva~ E la stessa Franca, perché s’era ridotta a tradirlo e poi a met­ter su le pantomime con le due amiche, dando sfogo ad una perversione latente, ingigantita dalle continue delusioni di un matrimonio con un essere privo di ogni pur minimo ri­guardo che può rendere felice e appagata una donna? E co­me padre? Peggio che mai: non solo non aveva saputo o vo­luto esercitare l’indispensabile funzione di guida, ma addirittura s’era ridotto ubriaco a violentare la femmina e a turbare i maschi! Sì, è orribile, anche questo! Le uniche attenzioni che lei gli ha visto prestare a Junior, Amedeo ed Alberto comportavano maneggi sospetti ed ingiustificate ed appro­fondite misurazioni in zone ben determinate dei corpi giova­ni e sani, rivelando una probabile tendenza omosessuale! Che pena, che schifo! Un essere totalmente preda del sesso e in modo così tragicamente morboso e inoltre del tutto privo di spina dorsale. A che vale ricordare la sua misera condotta con i fratelli, tracotante fino alla morte del padre, e poi ser­vile e timorosa? No, basta, troppo ha sofferto lei, Ornella, quando finalmente chiaro si è delineato l’insieme di insipien­za, amoralità e bassezza e l’ultimo episodio, quello eclatante con Sergio che l’ha reso evidente a tutti per il continuo spu­dorato tentativo di sfuggire ad un confronto, doveva, sì, do­veva essere lavato, ripulito, proprio per l’amore, edipico o meno, che aveva provato per lui. Una vertigine di sentimen­ti: tormento, strazio, patimento, afflizione, determinazione e ripensamenti fino alla decisione, la terribile, irrevocabile decisione.
Torna in alto Andare in basso
Visualizza il profilo
Bruno
Admin
Admin


Numero di messaggi : 3064
Data d'iscrizione : 27.10.08
Località : Napoli
Personalized field :

MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. XIV   Mar Mar 10, 2009 12:45 pm

Brividi di nervosismo la scuotono veementemente, le brac­cia riprendono a vorticare. Irìgurgita altri tranquillanti e dal­la fiaschetta, ormai sempre a portata di mano, beve sorsate di alcol. Guarda dalla finestra e fra il verde della pineta, al­to, possente scorge il cono del Vesuvio sul quale un cielo plumbeo mette tristezza. L’antico fascino catalizza la sua at­tenzione e l’attrae, come quando da bambina rimaneva esta­siata e pensosa per ore ad osservarlo muta e nonno Aristar­co, scoprendola in quella contemplazione, le raccontava del vulcano e delle tante storie e leggende germogliate e fiorite sul monte famoso. Oh, ci fosse il nonno, non sarebbero ac­cadute tante brutture, tanti orrori! L’ammoniva il vecchio con la bella voce profonda di ammirare il Vesuvio, ma di te-merlo.

«Non dimenticare’>, le sussurrava, «che il suo nome signi­fica secondo radici fenicie o latine: casa de/fuoco, o guai, o genio del male o monte furioso e», aggiungeva «guardati dai suoi abitanti perché un tempo c’erano i Lesbi che erano bia­simati per una certa turpitudine di linguaggio da cui un detto cose degne dei Lesbi vuoi significare cose vergognose, luride, turpi ed ingiuriose». Quasi presago o semplicemente saggio, il nonno! Non sono anche loro abitanti del Vesuvio? La pa­lazzina non è sulle pendici del vulcano? E ancora, le diceva il vegliardo: «Non dimenticare che sul Vesuvio esiste la Valle dell’Inferno e tutt’intero è chiamato Monte dei Diavoli a causa di leggende (ed in ognuna di esse non c’è sempre un pizzico di verità?) che parlavano di diavoli e furie devastatri­ci dimoranti nelle viscere del cratere, di cui si potevano udire le voci e le grida nelle notti silenti. «Ma», proseguiva il non­no «contro le minacce, i pericoli delle potenze infernali i cre­denti evocavano i loro santi protettori, San Gennaro fra i primi, e anonimi giullari cantavano:

Della Torre io vi canto

il gran danno e l’aspro pianto

e ancora

Il Mercato col Lavinaro

ecco ricorsero a San Gennaro.

Vedendo il foco in tal ruina

corse ancora la Marina;

li Luciani colli Chiaiesi,

e anche genti dei paesi;

Il Molo Piccolo in compagnia,

Porto, il Pennino, la Vicaria.


e infine

Le zitelle scapigliate,

con parenti accompagnate,

con le croci e le corone

ogni ceto di persone.
Chiari i riferimenti a Torre del Greco, così vicina a loro, dalla quale partivano i pericoli, le nefandezze per i vari quar­tieri di Napoli. E non era stato così nel loro caso? Avevano pregato? Avevano provato a non farsi travolgere dal luridu­me? Avevano tentato di non esportano? No, assolutamente, ne erano stati, ne sono preda! E vero ciò che scrisse un poe­ ta: “Il vulcano è un immenso mostro seduto che guarda cu­pido con la sua testa alta (il cono eruttivo) la bella Parteno­pe, mentre stende le gambe fino a Miseno (che coincidenza malefica con la spiaggia dei loro bagni!) da una parte e fino alla Punta Campanella dall’altra e mostra al sole di Mezzo­giorno, il suo scuro pancione qua e là chiazzato di verde o del giallo delle ginestre”. E dove sono loro se non proprio nel basso del ventre? E ancora il nonno raccontava quanto scritto da Castelar nel suo libro sull’Italia riferendosi al Ve­suvio: “Un gigantesco laboratorio dal quale escono con ugual forza la morte e la vita... L’inferno confuso col Paradi­so sulla terra, come la pena con la gioia nell’anima, come l’errore con la verità nella mente”. Dio, la mente, la sua, è confusa, in fiamme, ha voglia di gridare, si sente impazzire. No, non può stare ferma, aiuto! Le pareti si avvicinano, il soffitto si abbassa, la schiacciano. Noo! Si alza, barcolla tre­mante, sconvolta, cammina avanti e indietro guardando per terra le orribili piastrelle con segni da incubo che non sono quadrati. Signore, mio Dio, come fanno a non essere qua­drati, e ora si accorge che il pavimento non è piano, va tutto da una parte, no dall’altra, ma è proprio la linea retta che non esiste più nè a destra, nè a sinistra, aiuto, aiuto! Le brac­cia mulinano incontrollabili, si precipita nel corridoio, agi­ta, sbatte il capo: è stretto, è storto, pende, si precipita per le scale, aiuto! É fuori, inforca la vespa e fugge senza control­lo. Il vulcano è lì, l’attira. In un lampo è a Pugliano e sale sbandando da un lato all’altro della strada, incurante dei ri­gogliosi alberi di pesco, di ciliegio, dei fitti vigneti carichi di grappoli dagli acini gonfi rossi, neri, gialli, delle antiche co­late di lava, della grandiosa costruzione di stile neoclassico dell’Osservatorio e del magnifico giardino, e giunge al termi­ne della strada. Tutto le appare e scompare come in un film dalla sequenza follemente accelerata. Abbandona lo scooter e s’inerpica per il sentiero roccioso sul cono verso il cratere. Ansia, angoscia la tormentano, non le concedono requie. I tranquillanti mescolati all’alcol continuano a trasmetterle al­lucinazioni visive, bagliori disturbanti, spaventosi. Forsen nata sale, mette un piede in fallo, scivola, cade: il jeans si strappa, la gamba sanguina, pietre rotolano. Riacquista la ragione, come si risvegliasse. Cosa fa lì? Ma sì, lo sa! Le la­crime, l’umiliazione, lo spavento escono da lei, sostituite dal­la disperazione, tanto sa bene che non guarirà mai in tutta la vita se il terribile male può prenderla così a tradimento quando gli piace, ci sono colpe infinite da scontare, la smisu­rata rovina. E al limite della pazzia e deve rimediare: ha uc­ciso il padre. È diventata peggio, oh sì, molto peggio di una donna da strada: da giorni e giorni si dà a tutti e cerca i con­tatti più luridi, più mortificanti! Un innocente è stato in car­cere per lei e forse ci tornerà per anni! Che speranze ha di re­dimersi? Se confessasse? No, il carcere no, le cure psichiatri­che, le guardie, gli infermieri, no, può solo peggiorare e or­mai è sporca dentro e per sempre! Fuggire, non dire nulla! E l’individuo grosso che la segue da giorni, che fa domande su di lei? E il male, l’implacabile male? L’assalirà dovunque, l’accompagnerà per sempre. E poi è bene che in lei Eros e Thanatos si fondano, non l’hanno già fatto? Ancora la furia l’avvinghia, l’avviluppa, riprende ad ascendere il sentiero so­litario. Le allucinazioni ritornano. E sull’orlo del cratere. Si affaccia all’impressionante voragine dai fianchi precipiti marrone chiaro e il fondo grigio. Fumarole le appaiono co­me lame di fuoco, la lava di carboni ardenti monta verso di lei, tumulti di tuono anelante, fiammanti pietre balzano dal minaccioso cono e s’innalza un gigantesco fascio di fuoco rosso purpureo, come il sangue sprizzato dalla nuca pater­na. Le tempie le scoppiano, urla, urla, non ne può più e vede la pace, la fine delle pene. Le braccia aperte, corre, corre verso l’abisso incontro all’abbraccio definitivo. Un grido di­sumano, altissimo squarcia la quiete del sonnolento vulca­no, poi il silenzio e il sole fora le nubi e illumina il panorama immenso affascinante sulla costa e sul mare, dal golfo di Gaeta, alla penisola Sorrentina, a Capri.


FINE DEL ROMANZO
Torna in alto Andare in basso
Visualizza il profilo
Contenuto sponsorizzato




MessaggioTitolo: Re: CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. XIV   

Torna in alto Andare in basso
 
CONTRAPPUNTO BORGHESE Cap. XIV
Torna in alto 
Pagina 1 di 1
 Argomenti simili
-
» GIUGNO 2012

Permessi di questa sezione del forum:Non puoi rispondere agli argomenti in questo forum
BRUNO COTRONEI, I SUOI LIBRI, I SUOI SUCCESSI :: QUI QUASI TUTTI I LIBRI DI COTRONEI :: INTORTE SPIRALI D'EROTISMO (CONTRAPPUNTO BORGHESE), romanzo-
Vai verso: